domenica 15 marzo 2026

TESTA 'I SCECCU

L'asino ha fama di animale inferiore, ad esempio rispetto a suo cugino il nobile cavallo. Ma è immeritata. Per certi aspetti, anzi, ha una dignità superiore. Collabora, col suo sedicente padrone umano, ma solo fin quando gli pare. Tanto che è così difficile fargli fare qualcosa che non vuole che la cosa è diventata proverbiale, e in tutti i dialetti (che nella società agricola che ha imperato per millenni e fino a qualche decennio fa l'asino era fondamentale) infatti si dice "testa d'asino" a chi è impossibile da convincere né con le buone né con le cattive.

Ma in reggino u sceccu, l'asino, entra pure in detti più complessi. Di una moglie o fidanzata riottosa, ad esempio (ma vale in tutti i casi simili, e indipendentemente dal sesso), si dice "quandu 'u sceccu non voli mbiviri...", quando l'asino non vuole bere, sottinteso non c'è niente da fare (se non ti ama più). E la lettura positiva di questo presunto difetto è anch'essa inscritta nel sentimento popolare, che ha trasformato l'antica ingiuria di essere testardi come muli in un moto d'orgoglio, ad esempio dei calabresi o dei sardi.

Ho comprato un'auto diesel nel 2025. Euro 6d, cioè al momento lo standard ecologico più avanzato. Ma diesel, perché faccio tanti chilometri e non ce n'è come il diesel per un compito del genere: consuma poco, dura tanto, è affidabile e robusto, e quindi mi consentirebbe di tenere l'auto a lungo prima di doverla sostituire. Tutti parametri che andrebbero considerati adeguatamente, nel valutarne l'impatto ecologico. Invece, la moda di considerare solo le emissioni per istante, divulgata peraltro pervasivamente, trascurando tutti gli altri fattori, emissioni in fase di produzione e materie prime e trasformate necessarie in primis, che ad occhi scafati tradisce immediatamente nient'altro che una scelta politica arbitraria adottata a monte e per rispondere ad interessi precisi, ha imposto il luogo comune che diesel è cattivo e antiambiente.

Non mi hanno convinto. Il mulo (cui peraltro la motorizzazione diesel è affine: alta coppia ai bassi regimi, potente ma non veloce) resiste. Bisogna bastonarlo. Ad esempio, rimodulando le accise, che per il gasolio erano più basse per la semplice considerazione che riguardava una platea di lavoratori o comunque contribuenti "di quantità". Non basta, il diesel consuma meno e dura di più: è conveniente anche a parità di prezzo con la benzina. Bisogna farlo costare di più, tanto di più; ma come fare? Ci vorrebbe un'occasione.

E siamo alla cronaca. C'è una guerra dissennata e scriteriata, l'ennesima in un'area cruciale per il petrolio, e guardando bene anche per tutta una serie di altre cosette che interessano anche la e-mobility e addirittura l'agricoltura. Perché non approfittarne? La dinamica è collaudata (solo il 1973 ne è fuori, e allora infatti i governi tentarono di calmierare i prezzi e in parallelo di convincere i cittadini a comportamenti parchi, io c'ero e me lo ricordo, quelle domeniche a piedi erano feste, e le réclame della DC per consumare meno e meglio, che allora suscitavano fastidio, ora suscitano nostalgia, dei tempi in cui i governi al massimo ti volevano convincere ma mai costringere), e la liberalizzazione dei prezzi ha aggiunto funzionalità al meccanismo: quando il petrolio rincara, il prezzo alla pompa dei carburanti si impenna immediatamente e in maniera già più che proporzionale al rincaro del greggio, figurarsi considerando che questo pesa solo in parte, e minoritaria, nel prezzo totale, che include accise raffinazione distribuzione e guadagni; ma quando la crisi finisce e il petrolio scende, il riflesso sul prezzo alla pompa avviene in maniera calcolata correttamente (essendo solo una parte del totale) e tenuto conto adeguatamente degli sfridi temporali (che una volta erano le scorte, ora ad esse si aggiungono i complessi meccanismi finanziari di determinazione del prezzo). Semplificandola: i prezzi calano? si ma io ho comprato a un prezzo maggiore, quando quello che compro oggi a un prezzo minore arriva alla pompa io applicherò gli sconti, non prima; i prezzi aumentano? applico subito gli aumenti e incamero maggiori guadagni avendo comprato a un prezzo inferiore. In italiano si chiama speculazione.

A questa, si aggiunge l'occasione di cui sopra: siccome gli iraniani brutti e cattivi intralciano lo stretto di Hormuz, la benzina aumenta di un tot, subito. Ma il gasolio, il gasolio aumenta di tre volte tot, arrivando a costare il 20 per cento in più della benzina. Una vigliaccata ai danni dei muli che si ostinano a usarlo, e non sarà l'ultima della serie. Perché siamo nel mondo del "chi non si vaccina niente cure mediche nemmeno al pronto soccorso e nemmeno per una ragione diversa dal morbo per cui non si è vaccinato, che so un incidente" - non me lo sto inventando, era la tesi di un noto figlio di papà che sennò col cazzo che faceva l'attore e ha pure un figlio cantante che se non era suo figlio eccetera eccetera.

Il tutto va inserito in un contesto in cui l'auto a gasolio è solo una delle tante variabili. Esiste un progetto preciso e codificato (il "grande Reset") di riduzione dell'umanità a schiavitù, almeno tale si può definire secondo le categorie di pensiero in cui siamo cresciuti un paio di generazioni. L'eterodossia non è contemplata, va disincentivata in ogni modo, disinnescata, estirpata. Il mulo che non vuole bere prima o poi morirà di sete, peggio per lui. La "famiglia nel bosco" non può essere lasciata in pace, anzi la sua parabola deve essere esibita a mo' di esempio. Non possederai niente, casa auto lavoro figli, e sarai felice; se ti metti in testa di disobbedire, anche infilandoti nel buco del culo del mondo, noi ti raggiungeremo e mostreremo la tua testa mozzata al nemico. Lasciate perdere chi sta approfittando della vicenda per motivare il SI al referendum come se avere le carriere separate avesse impedito a quei giudici di togliere i bambini alla coppia: non si accorge nemmeno che se ciò fosse stato vero sarebbe stato un buon esempio di quell'assoggettamento della magistratura all'esecutivo che resta la migliore ragione di votare NO. Ma di questo ne riparleremo tra qualche giorno. Ora vado a cercare, se la trovo, una pompa dove il gasolio stia a meno di due euro al litro. Da buona testa 'i sceccu....

domenica 8 marzo 2026

DALL'ALTO NO

Ho un amico, un vecchio e caro amico, iraniano, che da quando ho pubblicato l'ultimo post mi riempie la chat di whatsapp di video e testimonianze dall'Iran oppresso. Evidentemente non mi sono espresso abbastanza chiaramente, d'altronde il vezzo di scrivere difficile è un piacere a cui non rinuncio, anche grazie al fatto che non traggo alcun altro utile dal tenere queste pagine. Ma stavolta è forse il caso di metterla in piano.

Non c'è nessun bisogno di dimostrarmi che in Iran governa un regime odioso, che ho sempre pensato che i peggiori sono quelli di stampo religioso. Ho solo sostenuto che la pratica oramai consuetudinaria di tentare di abbattere i regimi veri o presunti che siano bombardando o invadendo i Paesi da essi guidati è la classica toppa peggio del buco. E che coloro che, sentendosi oppressi da un regime, fanno il tifo per le bombe o l'invasione, mi spiace ma peccano di ingenuità o fanno male i conti. Anche perché, a saper leggere tra le righe, quasi mai l'intenzione vera del bombardatore e/o invasore è davvero abbattere un regime e instaurare una democrazia dall'alto, che lo sa benissimo che è una cosa che semplicemente non funziona. La storia è piena di esempi, e se vogliamo considerare l'Italia del 43/45 una eccezione, anche se non lo è fino in fondo, lo è grazie alla resistenza interna, senza la quale si sarebbero attuati piani ben diversi dalla nostra storia repubblicana (che pure è quella di una democrazia zoppa).

Gheddafi, Assad, Mubarak, i Talebani, Milosevic, Chavez/Maduro, i Castro, Saddam, e la lista si può allungare a volontà, nessuno di essi era un leader democratico nel senso che alla parola ci piace dare, e per ciascuno è possibile reperire tonnellate di filmati e testimonianze di dissidenti oppressi dalla sua tirannia. Tutte vere come quelle di oggi in Iran, lo ripeto. Ma ripeto anche che l'etichetta di tiranno antidemocratico è servita essenzialmente da scusa all'Impero per attuare per mano militare la loro disfatta, seguita quasi sempre dallo sfacelo dei Paesi "liberati", al punto da non potersi negare che forse proprio era lo sfacelo il vero obiettivo.

Nella fattispecie, basta guardare a quello che sta facendo Israele in Libano, approfittando dell'occasione, perché sia legittimo chiedersi: non è che il vero obiettivo dell'attacco all'Iran è proprio dare ancora più mano libera al "regime genocida" (uso le virgolette perché allora pure io appiccico le etichette come mi pare, e d'altronde l'unico Stato al mondo più confessionale dei paesi islamici è proprio Israele) per imporre la propria legge nella regione? Il regime in Iran può anche restare e probabilmente resterà, con buona pace dei desiderata degli oppositori, anche perché di solito una nazione aggredita si raccoglie attorno ai propri leader anzichenò, ma la potenza nucleare in medio-oriente deve restare una sola, e anzi nessun altro Stato deve avere il peso militare ed economico che aveva osato avere l'Iran negli ultimi tempi. E se allarghiamo lo sguardo alla Russia, suo grande alleato costretto da 4 anni a una guerra avviata senza dichiararla dal blocco occidentale 8 anni prima, quindi impossibilitato ad intervenire adesso in sua difesa, si capisce forse qualcosa in più delle dinamiche in Ucraina.

lunedì 2 marzo 2026

DAI, VINCI

No, non parlo del festivalone, che ho visto meno del solito (che era già poco), e meno che meno del vincitore (con una canzone che sembra uscita dalla macchina del tempo tanto è vetusta proprio come impianto e concezione, peraltro), ma di un cartello che si è visto in galleria che giocava col suo nome per incitarlo. Parlo, anzi riparlo purtroppo, della guerra.

Se c'è una cosa certa della guerra di oggi, infatti, è che proprio non si può, vincerla: vista la natura delle armi in campo, si può al massimo o allungarla fin quando conviene usandole solo in parte, o usarle davvero e perderla anche se la si vince. Se non ci credete, citofonate a Putin. O pensate che non avrebbe potuto, se avesse voluto, radere al suolo l'Ucraina in un fiat? In altre parole, a nessuno conviene vincere un cumulo di macerie radioattive.

Poi c'è una cosa certa di tutte le guerre di tutti i tempi: che a guardare bene, senza farsi imbrogliare dalla propaganda, sono sempre state vinte dai potenti e perse dalla gente comune, trasversalmente ai confini. Sempre, non solo nell'epoca in cui i regnanti erano tutti parenti tra loro: volendo possiamo risalire a quando gli umani divennero agricoltori/allevatori da cacciatori/raccoglitori che erano, necessitando così di mura da difendere, e i maschi tolsero lo scettro della società alle femmine.

Se avessi degli hater, o anche dei critici tra i pochi follower, dopo i vergognosi attacchi in Nicaragua e Iran mi avrebbero detto "visto che il tuo Trump non era poi l'angelo portatore di pace che credevi?". Alla qual cosa io ribatterei che Trump non è "il mio" e che non ho mai detto fosse migliore degli altri, solo che preferivo un nemico vero a un finto amico, e soprattutto che preferivo di gran lunga una situazione in cui al mondo si fronteggiano due gruppi di potere piuttosto di una in cui il gruppo di potere è unico coeso e incontrastato. Ora, Trump questo è: l'espressione del gruppo di potere riconducibile al petrolio e a un quadro socioeconomico diciamo così tradizionale, che finalmente ha trovato con questo rozzo e discutibile personaggio il modo di contrastare il monoblocco che punta al reset dei diritti e delle conquiste economico-sociali usando come velo ideologico l'ecologia e l'intelligenza artificiale. Due squadriglie di avvoltoi pronti a banchettare sulle nostre viscere, mentre a noi resta quasi come unica speranza, di restare vivi un altro po', che litighino tra loro. Non è quindi un caso che gli USA con lui abbiano ripreso a "muoversi" sugli scacchieri petroliferi, quel Venezuela che da Chavez in poi aveva osato mettere in discussione il dogma che vuole i popoli sovrani esclusi dai benefici dello sfruttamento delle loro estrazioni (e a Maduro è andata ancora meglio che a Mattei...), e quell'Iran che costituisce di fatto l'unico serio contraltare a quell'avamposto degli USA nell'area chiamato Israele (che altro non è, con buona pace di chi ancora crede alle favole tipo terra promessa e risarcimento dell'Olocausto).

Trump sta dunque facendo il suo "mestiere", quello che hanno fatto praticamente tutti i suoi predecessori (sia repubblicani che democratici, senza alcuna differenza) da quando gli USA hanno soppiantato la Gran Bretagna nel ruolo di Impero mondiale: tentare di imporre con la forza il proprio modello. Quelli che tradiscono quello che sarebbe il proprio, di ruolo, sono quelli che esultano se uno straniero bombarda casa loro e uccide i propri capi. Come se la storia non avesse dimostrato già abbondantemente che quando questo succede le cose per il popolo di solito peggiorano, e non di poco, o se migliorano è solo parzialmente e di facciata. Ne sappiamo qualcosa in Italia, dove siamo ancora pieni di basi militari di quelli che ci hanno rasi al suolo per liberarci e però poi hanno lasciato ben saldi ai loro posti quasi tutti quelli che avevano fatto carriera prima e i loro successori, aiutandoli pure a costruire una rete segreta in funzione antisovietica e con quella organizzare attentati a ripetizione per mantenere la popolazione sotto il ricatto della paura. E non la abbiamo vista brutta come avremmo potuto se non ci fossero stati i partigiani a parzialmente contribuire dall'interno alla redenzione della Patria.

Perché i regimi intanto non nascono senza ragioni storiche (il nazismo le ebbe nel Trattato di Versailles e nel nascente sistema bancario internazionale, gli ayatollah in quello che avevano combinato lo Scià e gli americani), e non cadono mai davvero se non abbattuti dall'interno, e dalle fondamenta. Se pensi di vincere con l'aiuto dei bombardamenti americani, prendo in prestito il cartello sanremese e ti dico "dai, vinci!". Poi vediamo come ti trovi.

sabato 21 febbraio 2026

IL CASO? QUALE CASO?

No, non è un caso se oggi sentite parlare i telegiornali del caso Epstein. Ma confessate: cosa ci avete capito? Io quel poco che ci ho capito l'avevo capito prima. Non necessariamente collegandolo al suo nome. Invece, è proprio l'etichetta il primo degli strumenti che usa la propaganda per diffondere falsa coscienza, cioè fare il proprio mestiere. Stiamo parlando, infatti, di un mare di merda capace di intasare qualsiasi fogna, cosicché quando oramai era chiaro che sarebbero saltati i tombini e tutti avremmo visto la verità, chi teme questo accadimento, che poi è anche chi tira le fila di tutto l'affare, ha deciso che l'unica è procedere a un affioramento governato: una tracimazione controllata e fuorviante che scrive le veline che i giornalisti vi leggono.

Per questo, il vostro affezionatissimo vicino di casa (regia, via alla sigla di Spiderman) rispolvera il suo vecchio vizio di selezionare per voi alcune letture istruttive. Che dimostrano che non di un vecchio sporcaccione suicidato e dei suoi amici di alto bordo stiamo parlando, ma di una delle crepe alla crosta di quel magma che a un certo punto ha preso a governare il pianeta portandolo alla rovina che vedete se sapete ancora guardarvi attorno, oltre lo schermo dello smartphone (che vi hanno dato apposta, tra l'altro). E il modo in cui ve lo raccontano non gli serve altro che a murare la crepa, per riprendere indisturbati il progetto. Israele, la finanza mondiale, i soliti miliardari filantropi specie della sanità. E si, anche zozzoni, ma è l'aspetto assieme più orrifico e meno rilevante politicamente. Eccovi dunque:

Letto tutto, rinfranchiamoci in qualche modo con Agamben, o se preferite prendiamola con filosofia...

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