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sabato 21 marzo 2026

HO DETTO NO

I nostri padri costituenti erano senza dubbio di tutta un'altra pasta rispetto a tutte le classi politiche che li hanno seguiti. Non solo hanno scritto la "Costituzione più bella del mondo" (le virgolette sono perché oramai Benigni ha sputtanato la definizione, coi suoi fervorini finto progressisti che fanno tanto rimpiangere quando cercava di spogliare la Carrà, sciorinando i sinonimi di patonza, oppure intonava l'Inno del corpo sciolto), ma hanno anche previsto che per cambiarla bisogna ricorrere a meccanismi alquanto complessi che assicurano, più o meno, che essa non venga stravolta ogni due e tre per solo capriccio o convenienza di una parte politica, imponendo o quasi il ricorso al referendum confermativo.

Ciò storicamente ha impedito (anche se purtroppo non tutte: il pareggio di bilancio in Costituzione fu inserito dal governo Monti senza bisogno del referendum col voto sotto feste e nottetempo dei parlamentari uniti dal terrore dello spread, che così hanno ceduto ogni rimasuglio di sovranità del nostro Paese) numerose porcherie. Ad esempio, a Berlusconi prima e a Renzi poi, col secondo che essendo enormemente più ingenuo del primo aveva giurato in caso di bocciatura di ritirarsi dalla politica (ma tanto, lo spergiuro sta a due lire e infatti sta ancora la a fare danni). Per l'elenco delle modifiche approvate (la maggior parte marginali) e respinte (alcune pesanti, come le due succitate) vi aiuta il web ormai integrato con l'AI, sennò leggetevi direttamente questo. Se avete prescia e vi fidate della mia memoria, invece, ve la sintetizzo così: ai vari referendum normalmente ha vinto il NO, perché i costituenti saggiamente previdero anche che per quelli confermativi non vale la regola del quorum come per gli abrogativi, perché anche la demotivazione al voto deve pesare, e di solito i sostenitori convinti di una riforma che faccia i porci comodi della propria parte politica non sono tantissimi. Con ogni probabilità andrà così anche domani, ma ad ogni buon conto cerco di schematizzare le ragioni per cui anche sto giro bisogna votare NO (anche nel dispiacere di trovarsi schierati dalla stessa parte di quegli sciagurati del PD).

La riforma proposta infatti consiste essenzialmente in tre punti:

  1. separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti (quando entri in magistratura in una delle due carriere non puoi mai passare all'altra);
  2. istituzione di un doppio CSM (l'organo di autogoverno della magistratura) per ciascuna carriera;
  3. nomina dei membri di ciascuno dei due CSM mediante un sorteggio a base qualificata.

Vi dico subito che se il quesito fosse solo il terzo, o se fosse possibile esprimere tre voti distinti, avrei votato SI: il sorteggio garantisce rappresentanza proporzionale in tutte le dimensioni, più di qualsiasi meccanismo elettorale per quanto perfetto (figurarsi di uno bizantino come quello per i membri del CSM attuale), e l'unica remora a propugnarlo anche per il Parlamento è che questo in teoria dovrebbe essere migliore della platea da cui è estratto (anche se in pratica storicamente è stato sempre peggiore). Ma essendo il voto unico gli altri due punti pesano molto di più. Il primo era scritto sui piani di Gelli e non era strano che un piduista della prima ora lo volesse fortemente. Il tentativo postumo è esattamente per la ragione negata dai sostenitori del SI e affermata da quelli del NO: una magistratura inquirente separata rigidamente è più facilmente assoggettabile al potere esecutivo (meno separazione di poteri uguale meno democrazia). E se non bastasse la cosa in se, c'è il punto 2 a dimostrare qual è l'obiettivo nascosto dei riformatori: a cosa serve sennò splittare il CSM? Aggiungo un altro argomento, che azzera gli argomenti dei sostenitori della separazione delle carriere: già adesso, le carriere sono unite per modo di dire, visto che un giudice può passare il Rubicone solo una volta in tutta la carriera. In TV non ve lo dicono, ecco perché ora siete stupiti.

C'è un altro autogol, poi, commesso da questa destra imbarazzante. Ogni qualvolta un giudice piscia fuori dall'orinale, come nel caso della "famiglia nel bosco", si alza la canea dell'"hai visto sti giudici di cosa sono capaci?", che nemmeno si accorge di dimostrare, semmai, che il fine ultimo della riforma è proprio avere dei giudici inquirenti che agiscono solo secondo le linee di governo, e senza nemmeno bisogno di ordini espliciti: chi sa che c'è un andazzo, e magari vuole fare carriera, si uniforma spontaneamente.

Che nostalgia, dei tempi in cui non era stata ancora inventata l'etichetta "toghe rosse", la magistratura era naturalmente di destra e Un giudice "una carogna di sicuro..." 

domenica 25 gennaio 2026

PRENDERLO NEL CLOUD

Non crediate che non ci sia una vocina che mi dice che penso queste cose fondamentalmente perché sono anziano, la storia dell'umanità è piena di vecchi che "o tempora o mores, dopo di me il diluvio!", storia che poi è continuata benissimo senza di loro, coi giovani che traggono il meglio di quello che c'è (anche se non c'era al tempo dei loro padri, e magari non sanno nulla di quello che non c'è più) semplicemente perché questa è la vita e non hanno alternative, salvo ritrovarsi prima o poi a vestire il ruolo dei vecchi eccetera eccetera.

Ma se questa è una legge di natura, significa però anche che ciascuno deve svolgere il suo ruolo, in questa commedia, perché se non lo facesse si romperebbe un equilibrio tutto sommato necessario. Lasciatemi dunque vestire, che mi tocca, i panni del Vecchio Brontolone, che tra le altre cose i miei coetanei o giù di lì che invece scelgono quelli del Giovane Entusiasta, loro si che sono ridicoli e non sanno nemmeno quanto fanno del male ai giovani veri.

Da ventenne ad esempio, io ero giustamente entusiasta delle possibilità che si aprivano al mondo grazie ai progressi dell'informatica, su Parallelo 38 scrissi un articolo dal titolo "Tante tavolette di terracotta" che accostava la rivoluzione del silicio nel nostro mondo a quella della scrittura nell'antica Grecia, che fu presupposto dell'alfabetizzazione e quindi della democrazia (se non sapevi farlo, non potevi scrivere il nome di chi volevi fosse colpito da ostracismo). E davvero l'informatizzazione di tutto, che mio padre (capace di farne a mano e gestire i turni dei macchinisti dotato di tabellone cartaceo matita gomma e penna senza mai sbagliare e mandando a memoria tutto) vedeva come la peste, io la vedevo come una potenzialità enorme di democratizzazione.

E lo era: per la prima volta nella storia dell'umanità ciascuno aveva un accrocco dove conservare ed elaborare una mole di dati che una generazione prima solo i governi, forse, e prima ancora nessuno. E la condivisione in rete, anche della potenza di calcolo (tra l'altro sempre crescente) oltre che dei dati, in una espressione il "peer to peer", schiudeva un altro universo di possibilità. Che ingenui a pensare che fosse una tendenza irreversibile... L'accentramento del Potere in poche mani, invece, si che lo è, e Occam ci insegna che non occorre nemmeno postulare un Grande Vecchio o dei Mammasantissima: è una casella in una formula, e si trova a occuparla chi capita, per qualche tempo, tutta una vita, o tutta una dinastia che sia.

Così, col metodo della rana bollita (una piccola "novità" alla volta, presentata in modo che ci sia sempre un qualche sepensante giovane entusiasta a rintuzzare i vecchi brontoloni) si è giunti a questa situazione: il cloud ha rimpiazzato l'archiviazione privata e quella condivisa, l'AI ha reso obsoleti i wiki e i motori di ricerca oltre che le capacità concettuali umane, e i primi ascari di questa restaurazione (che questa è, mica la "rivoluzione" che dicono loro) sono in quelle entità pubbliche che in teoria dovrebbero essere a guardia della democrazia oltre che avere la massa critica per almeno tentare di fare da argine. Detta in piano: le amministrazioni pubbliche stanno togliendo i PC agli impiegati, dandogli in cambio terminali stupidi capaci di funzionare, oltre che di accedere ai dati, solo via cloud, di proprietà delle solite multinazionali. Che potranno spegnere con un click qualsiasi apparato anche vitale, moneta compresa, senza dare spiegazioni (o prendendosela col solito hacker russo...). Ma a regime i PC spariranno anche dalle case (per i nostri figli è già roba vintage di scarsa utilità), soppiantati dagli smartphone, ma - potete giurarci - solo temporaneamente, perché quando qualunque cosa si collegherà direttamente (funzionando solo così) non serviranno più nemmeno questi oggetti che ancora te li puoi scordare da qualche parte. E l'accesso a questo megamostro centralizzato senza il quale sarà impossibile vivere sarà, cheteodicoaffà, subordinato in modo sempre più esplicito alla "buona condotta" (la pandemia è stata un esperimento), definita da chi e giudicata da chi immaginatelo voi, ma toglietevi dalla testa che sarà un governo politico da voi legittimamente eletto (che già quello sarebbe grave). Potranno vivere solo i bravi sudditi, di un re che non si sa nemmeno chi sia.

Ho brontolato abbastanza, vi lascio con un filo di speranza: questa tendenza sistemica, come tutte quelle connaturate al capitalismo, contiene delle contraddizioni, quindi cloud e AI potrebbero implodere come una qualsiasi bolla immobiliare. Sarà una catastrofe, da cui uscirà vivo solo chi ha mantenuto in qualche modo la capacità di farne a meno. Un mare di merda da cui, come diceva il poeta, nasceranno fiori. Speriamo non tulipani...

sabato 11 ottobre 2025

PACE UN CORNO

Non è una ricostruzione di AI, è un fotogramma di un
avvenimento reale, nel 2014 a Piazza San Pietro...
La domenica delle salme
Fu una domenica come tante
Il giorno dopo c'erano i segni
Di una pace terrificante

Fabrizio De Andrè

L'aver imbottito il prosciutto costituito dalla elementare considerazione (qui Blondet) dell'inutilità e anzi controproducenza dei blocchi stradali dei manifestanti proPal tra due fette di pane, una messa in piano che più esplicita non si può nella questione israelo-palestinese inquadrata come colonialismo (sentire Roger Waters) e una condanna netta del piano neocolonialista cosiddetto di pace, non mi ha messo a riparo dalle critiche (la peggiore, di essere voce della maggioranza benpensante: quasi nessun'altra offesa mi ferisce di più) di chi ha voluto guardare solo alla farcitura.

Per sgombrare il campo agli equivoci, e sperando che non si ripetano episodi come quello che ho stigmatizzato io, non riuscendo a ridire ancora meglio la prima fetta, ho deciso di ospitare un altro articolo di Pasbas che mi aiuta a specificare meglio la seconda (mi autocito, la "ignobile soluzione 'di pace' con [...] Trump e [...] Blair al timone [...] tanto somiglia alle paci imposte agli indiani d'America confinandoli nelle riserve dopo averli sterminati").

Il pezzo, com'è facile constatare, è di qualche giorno fa. Nel frattempo, gli accordi sono stati firmati, e persino con qualche piccolo miglioramento (ad esempio, togliendo di mezzo quel bugiardo patentato di Tony Blair). Purtroppo, le criticità evidenziate da Pasquale, come avrete modo di rilevare leggendo, rimangono in buona parte in piedi. E chi c'era quando Rabin e Arafat presero il Nobel per accordi di pace infinitamente migliori di questi, e prima l'uno poi l'altro finirono assassinati (l'ebreo dai suoi) perché le cose potessero ricominciare come prima, sa che volendo si può pure essere contenti, ma con riserva...


Il piano di pace trumpiano

di Pasbas

I punti focali che indicano come il piano non dia alcun beneficio ai palestinesi (mio parere personale - va però affermato che la scelta finale è dei palestinesi e solo la loro):

  • p.to 3) indica la cessazione immediata del conflitto ed il ritiro dell'IDF da Gaza, per tale ritiro non è fissato alcun termine di tempo (mio commento: i sionisti decideranno in autonomia se e quando).
  • p.to 6) Hamas dovrà deporre le armi (i sionisti ovviamente no) e gli sarà concessa l'amnistia (da quale tribunale e per quale accusa?).
  • p.ti 7) e 8) all'accettazione dell'accordo saranno immediatamente forniti aiuti ai Gazaui e rimesse in funzione le infrastrutture distrutte (a spese di chi, sono definiti i danni di guerra inflitti dai sionisti?). Gli aiuti saranno gestiti da organizzazioni dell'ONU che devono essere indipendenti dalle parti in conflitto (l'unica organizzazione attiva dal 1948 e in grado di operare a Gaza è UNRWA definita dai sionisti collusa con Hamas, ergo gli sarà consentito di tornare ad operare?).
  • p.to 9) Gaza avrà (nessun termine di tempo definito) un governo apolitico e tecnocratico supervisionato dal premio Nobel Trump e dal laburista pacifista Blair, già benefattore e promotore degli aiuti esplosivi forniti dal cielo all'Iraq, condannato in GB per le sue bugie. La chicca finale: una volta riformata la AP essa potrà governare Gaza col beneplacito coloniale (persero nel 2006 clamorosamente le elezioni nei confronti di Hamas).
  • p.to 12) qui la bugia, il cinismo e l'ipocrisia raggiungono vette dolomitiche: nessuno sarà costretto ad abbandonare Gaza, chiunque vada via avrà diritto al ritorno (falso dal 1947 in avanti), i Gazaui saranno "incoraggiati a restare" (in un luogo con 50 milioni di tonnellate di macerie e materiali altamente tossici, esplosivi, amianto, prodotti chimici rovesciati dai sionisti sulla Striscia, falde acquifere inquinate).
  • p.to 13) I gruppi della Resistenza Palestinese non avranno alcun ruolo nel governo di Gaza (l'entità sionista, gli USA e la GB si), ogni tipo di arma e di dispositivo terroristico dovrà essere distrutto insieme con i tunnel e le fabbriche di armi sotterranee. Il processo di smilitarizzazione di Gaza sarà supervisionato da non meglio specificati organismi indipendenti.
  • p.to 16) l'entità sionista non occuperà né annetterà Gaza, IDF si ritirerà da Gaza (nessun riferimento a quando, come e fin dove, le fasce definite sono tre). IDF trasferirà il controllo della Striscia ad una forza internazionale di pace (ISF).

P.S. - La decisione se trattare su questi punti ed eventualmente accettare la proposta spetta ovviamente in modo esclusivo ai Gazaui, i miei sono solo dei commenti personali basati sulle notizie che sono riuscito a reperire durante questi due anni di genocidio.

sabato 23 agosto 2025

ANOTHER BRIC IN THE WORLD

Non mi dite che ci sono cose reali, altre realizzabili e altre ancora soltanto da libro dei sogni. E non lasciatevelo dire, specialmente se siete giovani. La Storia, infatti, non procede di moto uniforme e nemmeno regolare, ma a strappi quasi sempre imprevedibili: non lo capiamo, perché la guardiamo a posteriori, e immersi in una ideologia (sempre: da sempre la Storia la scrivono i vincitori) dedicata a rappresentare ciò che è accaduto come inevitabile e consequenziale successione di eventi. Vale per la vita sul pianeta (dal punto di vista probabilistico una botta di culo pazzesca, eppure gli umani non possono fare a meno di vederci il disegno di un dio) figurarsi per i rigagnoli di quel fiume che chiamiamo eventi storici.

Prendete l'Unione Europea: chi poteva prevedere nel 1944 che nemmeno sette anni dopo sarebbe nata la sua prima incarnazione (la CECA)? Il nazifascismo aveva appena iniziato a perdere la guerra che fino a un paio di anni prima sembrava destinato a stravincere (e se lo avesse fatto, tutta la narrazione che diamo per scontata non esisterebbe, e ne daremmo per scontata un'altra di segno opposto: coi terroristi filoamericani e filosovietici al posto dei partigiani, le plutocrazie a matrice ebraica sconfitte al posto delle democrazie liberali e liberatrici, ben altri Padri della Patria, eccetera), giusto alcuni privilegiati prigionieri politici confinati in un piccolo paradiso potevano immaginare e scrivere il Manifesto di Ventotene, che se fosse andata al contrario sarebbe stato un libercolo dimenticato e invece oggi è universalmente considerato la prima pietra della costruzione europeista (luogo comune rappresentato benissimo in quanto tale da Virzì nel sequel di Ferie d'agosto), e infatti addirittura lo è anche nel senso deteriore, dal momento che anticipa anche quelle infauste cessioni di sovranità che rappresentano il lato oscuro e antidemocratico della UE.

Oggi, chi sostiene che sia ampiamente dimostrato che la parabola politica della UE sia conclusa, viene immediatamente rintuzzato da chi invece è convinto che la sua curva sia una iperbole (sono tutti così, i "fedeli": pensano al loro credo come alla "fine della Storia" riscrivendo quest'ultima come tutta una premessa all'Inevitabile e Definitivo da quel credo rappresentato) come reietto, antistorico, disfattista. Se ci pensate, è esattamente come veniva descritto chi pensava che la parabola politica del fascismo fosse breve e magari lo dava in qualche modo a vedere (memorabile, ed efficace più di mille trattati, la scena di Troisi che cerca di piazzare le sue lozioni contro il dolore e la perdita di capelli...). Ebbene, era breve: vent'anni. Quella di Hitler durò ancora meno. Il socialismo reale, una settantina. La "prima repubblica", meno di cinquant'anni dalla Costituente a tangentopoli. Il grillismo, una decina in tutto dalle promesse di rivoluzione antiEuro all'abbraccio di Ursula a Gigino, calata di braghe pandemica compresa. Persino della mafia, che pure è talmente elastica da riuscire a reincarnarsi sotto qualunque regime (da quello latifondista borbonico ai piemontesi del Gattopardo, dalla dormienza sotto il Prefetto di ferro fascista alla decisiva collaborazione con gli Alleati, dall'andreottismo al berlusconismo passando per la stagione delle stragi e della Trattativa), si può dire come diceva Falcone che essendo un fatto umano ha sicuramente una fine. Perché non si può dire lo stesso dell'Unione Europea? Perché non si può immaginare che nei libri di Storia del futuro ci sia a mo' di lapide il trattato di Roma come nascita e un altro evento settant'anni dopo come morte?

Si perché qui non si tratta di Italexit o meno (cogli araldi del Potere, tra cui i più temibili sono quelli inconsapevoli di esserlo, che già si esercitano con la Brexit a descrivere come disastri i normali problemi intanto dimenticando i benefici), si tratta di distruggerla, l'Unione.

Nata in un contesto in cui l'Europa veniva da secoli di guerre le ultime delle quali immani ed estese a tutto il mondo, anche perché figlie di quel colonialismo che è (anche se molti se la raccontano diversamente) il padre della globalizzazione, l'Unione nelle sue varie incarnazioni deve il suo successo intanto alla promessa iniziale di fare da disinnesco alle ragioni economiche profonde dei conflitti tra gli Stati, poi alla promessa (che lo stesso Prodi ebbe a dichiarare illusoria, in un pentimento tardivo e di facciata) di fare da argine alla globalizzazione consentendo di fare massa critica in grado di difendere il modello di sviluppo europeo (in cui vanno compresi il welfare e i diritti economici, sociali e civili ad esso connessi). Ma già la sua espansione ad est mostrò che la guida era ultraliberista, preoccupandosi dell'unificazione dei mercati di merci e capitali noncurante del fatto che ricardianamente sarebbe conseguita anche quella del mercato del lavoro, con delocalizzazioni (a partire dalla 126 polacca) ed immigrazione interna al continente a fare da volano all'inevitabile livellamento salariale. Molti allora (tra cui, lo ammetto, il sottoscritto) hanno creduto che fosse un prezzo da pagare alla possibilità invece di proteggersi da unificazioni di mercato ben più devastanti, ma è sotto gli occhi di tutti (a Roma basta entrare in un bar, o cercare casa in certi quartieri) che fosse una pia illusione, e innescata da una colossale menzogna. La vera missione della UE è infatti togliere gradatamente ai suoi cittadini quei privilegi che si è dovuto accettare di concedergli come risarcimento ai disastri bellici, perché nell'ottica del capitalismo globale è inaccettabile che permangano, ma non è possibile levarli dall'oggi al domani, bisogna aspettare che muoiano quelli che li detengono e nel frattempo impedire che la democrazia nei singoli Stati costituisca un ostacolo portando al potere partiti o movimenti che intendano opporsi alle politiche economiche decise dalla UE, anzi al di sopra della UE stessa. Solo un artista visionario come De André ebbe la capacità di vedere e il coraggio di esprimere sotto metafora cosa stava succedendo, nel verso de La domenica delle salme che recita: "la scimmia del quarto Reich ballava la polka sopra il muro e noi che eravamo sotto le abbiamo visto tutti il culo", a crollo di Berlino fresco fresco, citando poi quella nuova piramide di Cheope che è il paradigma del Ponte sullo Stretto.

Anche a chi è convinto, o accettando il confronto fattuale si convince, della correttezza di questa analisi, il cosiddetto "vincolo esterno" appare spesso comunque ancora un male necessario, soprattutto vista la radicazione di malcostumi autolesionisti nell'animo italico, che avendo origine in secoli di dominazioni esterne non sono azzerabili con qualche decennio di virtù sempre eteroimposta. A questi, a voi se siete tra questi, è difficile opporre convintamente che ce la possiamo fare da soli, che avevano ragione Mattei e Pasolini, e quando ci ho provato a parole ho dovuto arrendermi. Come a quel webinar cui fui invitato a inizio pandemia in cui, quando citai l'esperienza svedese che intendeva risolvere la faccenda con dissuasioni e convincimenti piuttosto che con divieti e obblighi antidemocratici, mi venne risposto che "purtroppo gli italiani non sono svedesi" (sic!). 

Ma oggi mi imbatto in questo post de L'Antidiplomatico, che mi suggerisce una soluzione: pensiamo di aver ancora bisogno di un vincolo esterno? cambiamo vincolo esterno! Ce n'è uno molto più giovane della UE, che offre rispetto alla stessa tutta una serie di vantaggi:

  • è molto più grande, quindi come massa critica molto maggiore;
  • molti dei suoi Paesi sono destinati a dominare l'economia mondiale prossima ventura;
  • alcuni di essi sarebbero quelli da cui l'UE diceva di volerci difendere, mentendo o comunque fallendo;
  • a differenza della UE, non contempla istituzioni sovranazionali in grado di imporre agli Stati membri di disattendere più o meno completamente il mandato elettorale democraticamente affidato ai rispettivi governi, al punto di consentire, senza particolari problemi, a qualsiasi stato membro di uscire, come ad esempio (per sua disgrazia, ma questa è solo un'opinione) all'Argentina;
  • include lo Stato europeo più ricco di materie prime e risorse naturali, che è meglio avere come alleato che come nemico (in una guerra raccontata quotidianamente con selve di bugie, a cominciare dalla data di inizio che è in realtà quella dell'inizio di una reazione a una offensiva occidentale partita anni prima).

Della serie: meglio essere un altro mattone di un muro nuovo solido e in crescita, che una pietra fondativa di un cumulo di macerie. Come dite? si tratta di una posizione diciamo così largamente minoritaria, senza alcuna speranza? Eh, ma - dicevamo - la Storia non procede di moto uniforme e nemmeno regolare, ma a strappi quasi sempre imprevedibili...

sabato 22 febbraio 2025

PANE AL PANE

Quando Trump riuscirà a "fermare tutte le guerre" potrò fare un post della serie "ve l'avevo detto io". Intanto però vi invito a rileggervi il post del giorno della rielezione del nuovo presidente, se non l'intera selezione del motore di ricerca, che dimostra che avevo inquadrato il personaggio fin da prima della sua prima elezione. Ma siccome so che siete pigri peggio di me, mi autocito:

Con qualche timore scaramantico, elenco le cose che potremmo vedere nei prossimi mesi grazie all'afflato democratico dei sudditi della periferia profonda dell'impero americano: pace in Ucraina, Israele che si dà una calmata, messa in pausa dei progetti di una nuova pandemia, abbandono dei folli progetti di cambiamento climatico (o come dicono loro del suo azzeramento) tramite misure empiriche che hanno l'unico sicuro effetto (e forse anche il loro vero obiettivo) nell'impoverimento collettivo. E forse anche un cambiamento di equilibri all'interno di quel progetto antidemocratico e antipopolare che chiamiamo Unione Europea, indotto dal cambiamento di linea dell'alleato più potente. Francamente, se si realizzasse anche solo la metà di questo scenario, poco mi importerebbe che sarebbe grazie a uno che mi sta antipatico e che ideologicamente costituisce un mio avversario politico. Che vi devo dire, sarà l'anzianitudine...

Ora, lo so da me che alcune di queste cose non le abbiamo ancora viste e tra esse alcune non le vedremo mai, ma altre le stiamo già vedendo, ed è questa la riflessione di oggi: se un tizio che tu disistimi e rispetto al quale politicamente ti senti agli antipodi, definisce l'ineffabile Zelenskij come si merita e come tu pensavi fin dal suo affacciarsi alla scena politica, dichiara che i confine dell'Ucraina ante 2014 erano "irrealistici" come avevi pure provato a spiegare tu (erano disegnati in seno all'URSS, cambiava poco se non tenevano conto delle etnie, anzi favoriva il mischiamento), mette la sciagurata OMS alla canna del gas, e frusta come si merita l'ademocratica Unione Europea, tu cosa ne deduci? Che come tanti anziani sei finalmente diventato di destra pure tu, o che è la sinistra che a forse di spostarsi verso destra ha lasciato a sinistra degli spazi talmente vasti che alla fine li ha occupati la destra?

La mia domanda è retorica, e tra l'altro se anche qualcuno risponde diversamente da come mi sono risposto io mi importa relativamente. Io sono un uomo di pace, obiettore di coscienza ai tempi in cui costava caro, anche se non carissimo come a chi lo aveva fatto prima di me, se si fa la pace in Ucraina io festeggio, anche se l'ha fatta uno che non mi piace con un altro che era amico di un altro che non mi piaceva; se la cosa comporta un equo ridisegnamento dei confini a rispettare i popoli che ci vivono festeggio doppio, se di conseguenza si svolgono regolari elezioni in Ucraina (quasi nessuno ricorda che l'attuale regime è frutto di un golpe) triplo, e se tutta la vicenda indebolisce la Nato fermandone la sciagurata espansione a est festeggio (in memoria di tutti i cortei anti-Nato fatti da giovane) quadruplo; se poi mette in crisi l'Unione Europea (che dovrebbe essere demolita e ricostruita su basi totalmente diverse e pienamente democratiche, o niente) esulto. E lascio ai miei amici ancora prigionieri del vecchio continuum destra/sinistra le preoccupazioni sul presunto fascismo, figlie di una grande confusione, anche mediatica, su cosa sia formale e cosa sostanziale. Fuori dai denti, per me il neonazi è Zelenskij, e sulla UE fui subito d'accordo con De André: è la scimmia del quarto Reich, ballava la polka sopra il muro e noi che eravamo sotto le abbiamo visto tutti il culo. E non ho cambiato idea, anzi da allora le cose sono drammaticamente peggiorate.

domenica 18 agosto 2024

RADIO CIXD 71 - GINEVRA DI MARCO

Fateci caso: assieme al nostro mondo, a morire con ciascuno di noi è anche la sua colonna sonora. Le cose che ascoltiamo non sono eterne. Si, forse una congiunzione astrale ha fatto si che il "range di vigenza in voga" della leva cantautoriale fosse tanto straordinariamente lungo da farcene dimenticare, ma arriverà un giorno in cui la competenza sulla discografia di un Branduardi non ce l'avranno manco più i suoi nipoti, e al massimo tutti riconosceranno all'ascolto solo Alla fiera dell'est, in quanto filastrocca per bambini.

Non sto esagerando. Ho provato a far ascoltare la mia musica a mia figlia da piccola, ma forse è stato peggio, perché se non l'avessi fatto forse a un certo punto ne sarebbe stata incuriosita, invece adesso è solo terrorizzata al pensiero che in un qualche viaggio in macchina gliela faccia subire. Preferisce ascoltarsi la roba sua nel cellulare, come tutti, e devo ammettere che è giusto così, è fisiologico, anche se non posso esimermi dal sottolineare che al di là di tutto quella roba è, "oggettivamente", robaccia.

Mio padre era un grande amante della musica in genere, e in particolare di quella spensierata e "divertente" della sua generazione (che si era fatta una guerra, in modalità "bambini sotto le bombe", come rimproverargli che le bombe erano della stessa mano di chi poi gli aveva portato il twist e il rock'n'roll) da cui poi risalì al "liscio" (diventando uno dei più famosi dj di radio e balera della città), e aveva fatto lo stesso con me piccino (i suoi 78 giri e il suo giradischi Lesa del "53 ancora funzionante sono l'unica cosa materiale che mi resta di lui), con lo stesso esito: io mi sono fortemente appassionato alla musica, ma alla "mia". Però, però, dopo tanti anni, lui già malato ed io che lo accompagnavo in auto a Bologna dov'era in cura, sono riuscito a fargli ascoltare in auto prima Sergio Caputo poi Paolo Conte, e se del primo mi "rubò" solo Sabato Italiano del secondo si appassionò a tal punto da procurarsi tutta la discografia. Percepìi la cosa come un trionfo, al punto che sulla sua lapide (oramai 25 anni fa) ci ho fatto mettere un passaggio di "Dal loggione", quello che recita "viva la musica che ti va fin dentro all'anima".

Coi miei cugini più grandi, che come spesso capita in questi casi erano per me modelli da emulare, la distanza era minore, ma pur sempre presente. Ad esempio, per Pasbas, che si fa chiamare così per via dello strumento che suona, non ha segreti tutta una produzione blues di anni in cui io ero un bambino, e per la quale, pur apprezzandone l'ascolto, non ho nemmeno una piccola frazione della sua competenza o della mia stessa competenza per la musica d'autore e pop-rock.
Chiacchierando con lui a proposito di Tenco, che io conosco ma non bene come i suoi "successori", mi è subito venuto in mente l'album di cover che gli ha dedicato Ginevra Di Marco, pubblicato grazie a un crowdfunding cui mi onoro di aver contribuito (qui il post dei tempi, in piena pandemia). E ho deciso di rendergli un "servizio", a lui e a chi tra voi vuole approfittarne: fare un'antologia di brani interpretati da questa cantante così sopra le mode. Così, peraltro, riciccio la rubrica Radiocontroinformoperdiletto, che latita da un po', e spero che Ginevra stessa, che ho visto in tournée direi una decina di volte - un paio epiche - e che non risulta (nemmeno sul sito ufficiale) sia in giro al momento, sia alle prese con un nuovo lavoro in studio, che chissà dove ci potrebbe portare. Come sentirete, infatti, la cosa più difficile nel suo caso è inquadrarla in un genere, avendo spaziato dal post punk a Tenco, dalla musica popolare tradizionale alla sperimentazione, passando per imprese come portare sul palco nientemeno che Margherita Hack (ed io c'ero).

A questo link trovate quella testimonianza assieme a tutte le altre volte che ho parlato di lei. Appresso, invece (così magari la aiutiamo a travalicare la finestra temporale di cui sopra, verso i settantenni da un lato, verso i teenager dall'altro), un'antologia poco ragionata dei tanti brani che dimostrano i tanti talenti di questa artista straordinaria. Cronologia discografia collaborazioni eccetera leggeteveli su Wikipedia, io vado a braccio.

Canto di accoglienza
Dopo essersi fatta conoscere e amare conquistandosi uno spazio sempre maggiore al fianco di uno con la personalità di Giovanni Lindo Ferretti, esce col suo primo album solista, e questo è il primo brano del disco: boom! Una preghiera laica così bella che qualcuno (ahem...) l'ha scelta per accompagnare l'ingresso della sposa alla celebrazione. Lasciati avvicinaare...
Gracias a la vida
Vedere Ginevra dal vivo è sempre una sorpresa. Può capitare che riprenda una vecchia canzone dei CSI, oppure che reinterpreti un classico come questo di Violeta Parra.
La malcontenta
Nel suo percorso accidentato, a un certo punto è approdata alle canzoni tradizionali popolari, specie toscane. Cose, come questa, che non hanno mai perso la loro attualità, anzi danno lezioni su come si tratta un tema tragico senza invischiarsi nella retorica, e quindi con maggiore efficacia. 
Il crack delle banche
A proposito di attualità, questo è un brano di fine 800, scritto all'epoca della prima famosa truffa ai risparmiatori italiani, ma sembra scritto oggi. Inutile sottolineare l'interpretazione della nostra...
Come bambino
Quando si sciolsero i CSI e ne nacquero i PGR, Ginevra c'era. Questa canzone se l'è portata appresso nel suo repertorio, e l'ha usata tra l'altro come punto cruciale dei concerti con Margherita Hack, con cui intonava "sto sdraiata sui campi nelle ore più belle a pancia in su a rimirar le stelle".
Te recuerdo Amanda
A un certo punto decide di fare un disco col repertorio di Mercedes Sosa. E queste canzoni immortali, che magari dal titolo vi sembra di non conoscere invece si, sembrano scritte per lei, tanto le vengono bene.
Todo cambia
Vedi sopra.
Malarazza
Di palo in frasca, nel suo percorso non poteva non incrociare Modugno. Questa canzone l'hanno cantata in moltissimi, con questo titolo o con Un servu e un cristu, ma io preferisco con distacco la versione di Ginevra.
Amara terra mia
Qui era più difficile: la versione di Modugno, sigla finale di uno sceneggiato TV, di questo brano tradizionale riscritto dallo stesso con lo zampino di Giovanna Marini ed Enrica Bonaccorti, è già struggente. Ma Ginevra ci aggiunge qualcosa, se era possibile, fin dall'attacco.
Khorakhanè (a forza di essere vento)
L'album scritto a quattro mani da De Andrè e Fossati è pieno di capolavori, tra cui questa canzone che fa capire meglio di mille trattati la cultura nomade. La versione di Ginevra è, tanto per cambiare, semplicemente strepitosa.
Ederlezi
Poteva mancare la musica balcanica? No, ed ecco la splendida versione di Ginevra di un famoso (si, l'avete sentito) brano di Goran Bregovic.

Montesole
Questo è l'unico brano che ho scelto di mettervi non nella versione di Ginevra, che pure esiste, ma in quella originale dei PGR, in cui la sua voce fa da contraltare a quella cupa di Giovanni Lindo Ferretti, ipnotizzandoci con il mantra "l'amore non cantarlo, è un canto di per se: più lo si invoca, meno ce n'è".
La leggera
Torniamo sul folk, e balliamo un po' sulle note di questo brano tradizionale che ironizza sugli scioperi e la voglia di lavorare.
Il grillo e la formica
Qui invece torniamo al live con Margherita Hack, che si scatena (compatibilmente con la sua veneranda età) sulle note di questa canzoncina tradizionale della sua toscana.
Quello che conta
E finiamo in alto, con un brano firmato nientepopodimeno che da Salce e Morricone, a suo tempo cantato da Tenco, inserito nel per ora ultimo album di Ginevra Di Marco. 

giovedì 13 giugno 2024

SEI TU, ROMEO?

Della serie "forse non tutti sanno che", il nome Romeo, che in Italia come nome non è molto usato ma è noto a tutti grazie a un certo Scrollalanza ma come cognome è presentissimo specie dalle mie parti, deriva proprio da Roma. L'unico modo per fare i turisti quando non esisteva il turismo, infatti, era fare i "romei", cioè scarpinare fino a Roma per chiedere il perdono per i propri peccati, percorrendo perlappunto la via Romea, se venivi dalla Germania anzi praticamente dalla Danimarca, oppure la via Francigena, se venivi dalla Francia anzi praticamente dall'Inghilterra.

Quelle antiche vie sono oggi ricalcate da strade superstrade autostrade. Ma spesso sono ancora li anche gli antichi tracciati, magari sterrati, lungo e attraverso fiumi, per boschi valli e passi, e ripercorrerli in tutto o almeno in parte è diventato quasi di moda. Dove il quasi è perché non è mica facile: io ad esempio non ce la farei, anche avendone il tempo e i mezzi. Per cui, anche se lo fanno in molti, non sono così tanti da rendere probabile, statisticamente, conoscerne qualcuno. Ancora meno che questo sia un tuo amico e ti mandi pure qualche video. L'occasione non si può perdere, per pubblicare una volta tanto un post lontano dalla linea editoriale.

Ivano ha un paio d'anni più di me, buone gambe, una bici servoassistita, una videocamera, il tempo (è in pensione, beato lui), il coraggio e la visione sufficienti per decidere di partire, da solo perché nella vita è importante anche ogni tanto prendersi del tempo per stare da soli con se stessi, rifacendo praticamente tutto il tratto italiano della via Francigena. Se anche l'età non ve l'avessi detta, l'avreste dedotta dal piano di viaggio, che vi mostro così come me lo ha mandato, rigorosamente vergato a penna su un notes. Mentre vi scrivo è circa a metà tragitto, che per quanto possibile ha organizzato prima di partire, visto che certi tratti con la batteria scarica e senza essere ciclisti professionisti è difficile farli. Ma tutta l'operazione è da segnalare per lo spirito, decisamente da emulare: si viaggia, come diceva Faber (qui nella magnifica versione di Ginevra), "per la stessa ragione del viaggio: viaggiare". Conta il tragitto, non la conclusione, esattamente come per la vita.

Auguriamo buon viaggio a Ivano, guardando i suoi reportage, e ascoltandoli anche, se avete fatto allontanare i bambini, però: non sappiamo quali altri peccati abbia da farsi perdonare col suo pellegrinaggio, ma certamente qualche parolaccia si, e so che le peggiori non sono nei filmati. Forse ci verrà voglia di imitarlo, ma sicuramente lo ammireremo, ci faremo due risate, e verrà in mente anche a noi una vecchia suite dei Pink Floyd...

domenica 2 giugno 2024

QUANDO C'ERA LUI

Quando ero ragazzo la frase del titolo capitava di sentirla dai vecchi, riferita a un tizio che ci aveva trascinato in una guerra disastrosa. Spesso, ad eventuale spiegazione, era accompagnata dalla porta di casa che si poteva lasciare aperta e dai treni che arrivavano in orario. Troisi, che in questi giorni che fa trent'anni che non c'è più, col suo solito genio la questione la liquidava dicendo che allora perché capo del governo, bastava che lo facevano capostazione. Noi che Troisi possiamo al massimo limitarci di mandarlo a memoria e tenerlo nel cuore, e citarlo, non certo imitarlo, siamo costretti ad argomentare. Anche perché la cronaca in qualche modo lo impone.

I vecchi nostalgici di cui sopra, infatti, non avevano i mezzi economici e nemmeno culturali per guardare le cose in prospettiva storica. Se vieni da generazioni di miseria e qualcuno ti da una casa, un lavoro, strade-ospedali-scuole-eccetera, poi la guerra sono tre mesi di bombardamenti e tre anni di fame nera, è umano rimpiangere e non è semplice comprendere le responsabilità, al massimo arrivi a dire (come facevano, al punto di farlo diventare un altro luogo comune) che l'unico errore è stato seguire quel pazzo di Hitler.

Pure sta storia della pazzia di Hitler, tra l'altro, è comoda e consolatoria: era lui che era pazzo, mica era colpa nostra. Ma i veri pazzi, lo si scopre solo studiando la storia e non la sua vulgata ufficiale, furono quelli che imposero alla Germania dei danni di guerra tali da metterla in ginocchio, Hitler fu solo quello che promise e mantenne di risollevarla, e altrimenti non si spiegherebbe il seguito che aveva (lui tra l'altro le elezioni le vinse, non fu un Savoia ad affidargli vigliaccamente l'incarico di governo). E infatti i suoi nemici l'errore non lo rifecero dopo la seconda, di guerra, anche se poi avrebbero fatto l'errore opposto: consegnare l'Europa nelle mani della Germania unita (unita a spese nostre), col solo De André a vedere ballare la polka a culo nudo sul muro di Berlino, alla scimmia del quarto Reich.

A destra un cavaliere, a sinistra no. Ma forse il chirurgo è lo stesso...
Ma questa fin qui è stata solo una lunga digressione iniziale, perché la cronaca non ci impone di parlare di quel Lui, ma di quell'altro Lui. Sua figlia, infatti, proprio oggi è stata nominata Cavaliere, come già il padre fino all'antonomasia. E già il padre doveva i suoi risultati non già alla attitudine al lavoro, bensì ai buoni uffizi di un padre banchiere e di amici (degli anici) siciliani, oltre che alla tendenza ad agire - per dirla con un eufemismo - borderline rispetto alla legalità. Ma già Marx ci aveva avvisato, che non esiste accumulazione originaria del capitale senza delitti e ruberie: non ci eravamo stupiti. Solo che l'onorificenza era un po' troppo, sapeva di presa in giro, e gira gira ha finito per squalificare l'etichetta. La figlia, però, nemmeno quello, non ha dovuto nemmeno delinquere per costruirsi una carriera di editore. E in un Paese in cui il nepotismo ha radici storiche profondissime, nella Chiesa romana, ramificate fino ad attori e cantanti e nicchie insospettabili di qualunque professione, provate voi a fare il notaio o il farmacista senza essere figlio di, non è nemmeno originale.

Ma c'è un'altra ragione per cui il Cavaliere è tornato agli oneri della cronaca: finalmente, dopo decenni di tentativi, hanno approvato la separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante. Oddio, approvato: trattasi di legge costituzionale, e finora l'unica passata nottetempo e istantaneamente, senza dover passare dalla forche caudine del difficile iter di approvazione con tanto di referendum finale, è stata l'introduzione del pareggio di bilancio in Costituzione, autentica furfanteria con mandanti tra i padroni dell'UE e vittime (quasi tutte inconsapevoli) noi tutti. Ma tant'è, a Silvio l'aveva tanto raccomandata il suo mentore Licio, e ci teneva tanto che oggi gliela dedicano tutti. Tra l'altro, nemmeno è tanto semplice capire perché è pericolosa, uno potrebbe dire che mi frega, al massimo sospettare per partito preso, invece è il primo passo (l'acqua calda nella pentola della rana) verso il controllo della pubblica accusa da parte del potere esecutivo, e ciao ciao Montesquieu.

Che poi dopo di Lui, peggio ancora che dopo dell'altro Lui, siano arrivati furfanti di tale portata da giustificare quasi il rimpiangerlo, è un altro paio di maniche. Se ce lo avessero detto esplicitamente, che la scelta era tra la dittatura macchiettistica di un mezzo mafioso che anche solo per tenerci buoni però ci voleva far mantenere un certo tenore di vita, e la dittatura dissimulata ma feroce di un regime di banchieri e tycoon multinazionali che ci vuole impoverire e togliere la casa il lavoro e persino il controllo sui nostri stessi corpi, forse anche a sinistra in molti avremmo votato per la prima. Anche con le porte sprangate e i treni in ritardo.

venerdì 29 marzo 2024

A PROPOSITO DELLA PASQUA

Quando un rito diventa tale chi lo segue quasi sempre ha dimenticato, se lo ha mai saputo, la ratio della sua istituzione. La Pasqua affonda le sue radici nelle feste per l'arrivo della primavera che probabilmente gli umani hanno cominciato a celebrare sin dagli albori della loro trasformazione da cacciatori/raccoglitori a agricoltori/stanziali, come dimostra la sua "fasatura" col calendario lunare, se non ancora prima. Ma gli ebrei ne hanno fatto nel loro racconto un manifesto della loro "ragione sociale", che poi è quella che ha consentito loro di continuare a sussistere come popolo per un paio di millenni senza un loro Stato, fino a che non sono riusciti a riappropriarsi della loro "terra promessa". Quante volte avete letto o visto la storia delle sette piaghe d'Egitto e in particolare dell'angelo di Dio che stermina i primogeniti in tutte le case non marcate sull'uscio dal sangue innocente di un agnello? e quante di queste vi siete soffermati a riflettere di quanto orrenda e mostruosa sia la visione che c'è sotto?

Pensateci: che male avevano fatto quei bimbi, e i loro genitori? Qual era il loro "peccato", se non quello di essere sudditi del faraone e non parte del "popolo eletto"? Ma, attenzione, anche quando riconosciuta la mostruosità della cosa, non ce la caviamo, come peraltro hanno fatto i cattolici per millenni, appiccicando a quel popolo il marchio di "cattivi", anche perché qualche tempo dopo colpevoli di cristicidio (avendo scelto Barabba). Il problema non sono loro, il problema è che qualunque popolo che segue in maniera pervasiva una religione, specie se monoteista, applica la stessa sintassi degli ebrei coi "gentili" (che sta per "non ebrei"): intimamente, toglie il bollino di umanità agli "altri", retrocessi al massimo a bestie da sfruttare quando non a inutili insetti che è indifferente schiacciare o meno. Solo grazie a questo meccanismo, e alla sua inconsapevole interiorizzazione, si può infatti accettare di avere il diritto di sterminare un popolo nemico per difendere il proprio. Piero, dimentico di questo insegnamento nel riconoscere uomo il nemico, fa una brutta fine.

Nessuno è esente da questa colpa. Il nazismo è figlio del cristianesimo, in ciò. E il sionismo del nazismo. E gli islamici la commettono contro gli infedeli. E noi crociati, rozzi e violenti, abbiamo fatto lo stesso contro i ben più civili musulmani in terrasanta. Eccetera eccetera.

Ecco perché il modo migliore di fare gli auguri di Pasqua è la vecchia vignetta dell'agnello, ancora oggi vittima innocente (The silence of the lambs, che titolo geniale!) a 5mila anni di distanza da quella notte di quella piaga: aiuta a ricordare che è sempre questione di punti di vista, che è sempre solo la capacità di assumere il punto di vista altrui il discrimine tra la guerra e la pace. D'altronde, 2mila anni fa anche il nostro "figlio di Dio" fu l'unico a salvarsi mentre una miriade di maschietti, stavolta ebrei non egizi, veniva sterminata. E 33 anni dopo fu l'unico a risorgere degli almeno tre crocefissi quella sera sul Golgota, come sempre De Andrè fa rinfacciare a Maria dalla madre del ladrone in Tre madri. Ma questo non ve lo ha detto il catechismo...

domenica 24 marzo 2024

L'ISIS SUI MACCHERONI

E insomma, ormai ci abbiamo fatto l'abitudine: è perlomeno dal 2001 che ogni volta che serve i terroristi islamici entrano in azione. E non è la sola stranezza. Quella volta, un paio di giorni dopo trovarono i documenti cartacei degli attentatori intatti nelle macerie fumanti di un fuoco che secondo loro era stato così caldo da sciogliere l'acciaio. Stavolta, un paio di giorni prima gli USA avvisano via comunicato pubblico che la Russia è a rischio attentato. In mezzo, tutta una serie di eventi con l'obiettivo di indurre gli occidentali a rinunciare alla loro socialità fisica, miracolosamente interrotta quando una trovata geniale li ha rimpiazzati nello stesso obiettivo.

Non esiste alcuna ragione per cui dei terroristi islamici (non legati ad enclave islamiche in Russia come per alcuni episodi degli anni passati) nel momento preciso in cui gli occidentali tramite il loro avamposto sionista stanno sterminando (con una efferatezza cento volte peggiore, proprio numericamente, dei nazisti di quelle Fosse ardeatine di cui ricorre la commemorazione in questi giorni, ma chi osa parlare di genocidio passa i suoi guai) degli islamici, dovrebbero colpire nell'unica potenza potenzialmente amica anziché in occidente se non proprio in Israele. E la cosa ovviamente non viene minimamente rilevata dai commentatori sul mainstream, che anzi prendono in giro Putin che fa due più due e declinano le loro esternazioni di cordoglio in modo da indirizzarle alle vittime escludendo il popolo russo in quanto tale, colpevole di aver rivotato massicciamente il proprio capo.

Anzi, nei giorni scorsi abbiamo assistito a una serie di lezioni di democrazia impartite da cattedre variamente traballanti, dimentiche che dalle nostre parti sono almeno trent'anni che è impossibile votare qualcuno dandogli mandato di fare gli interessi nazionali, perché se lo eleggiamo o gli fanno cambiare idea o lo mettono fuori gioco. E dimentiche che invece è normale che in un Paese sotto attacco al limite dell'accerchiamento un popolo si stringa attorno al proprio leader, nella speranza che sia davvero quello capace di difenderli, come è stato peraltro quello che li ha portati fuori dalle sabbie mobili dopo il disastro eterodiretto di Eltsin preceduto dall'inganno a Gorbaciov.

D'altronde, dalle nostre parti dovremmo essere maestri nel riconoscere quando i terroristi fanno altri interessi rispetto a quelli che in teoria rappresentano: per decenni, abbiamo assistito a terroristi comunisti le cui azioni hanno impedito ai comunisti di andare al governo, a terroristi anarchici che hanno causato il compattamento dell'opinione pubblica a difesa del potere costituito, a terroristi fascisti che è stato molto comodo usare per rafforzare l'identità di un elettorato di sinistra che alla fine è stato decisivo nell'instaurazione di quel Quarto Reich che è l''Unione Europea, come solo un anarchico vero come De Andrè poteva accorgersi al tempo.

Quindi, che gli attentati di Mosca non siano quello che ci dicono è palese, che mirino a qualcos'altro è consequenziale. L'unica speranza è che questo "altro" sia sparigliare le carte in vista di una soluzione negoziale in Ucraina che comprenda il ritiro definitivo di Kiev dalle regioni russofone che dopo anni di angherie hanno chiesto aiuto alla madrepatria. Non è detto, è più probabile anzi il contrario, ma è possibile. Poi non dite che sono cupo...

sabato 27 gennaio 2024

LE BUFALE DEL PADRONE 5 - IL GIORNO DELLA MEMORIA

Oggi è il clou della tempesta mediatica, ma sono giorni che non c'è scampo: o spegni la TV, o sei sommerso di servizi telegiornalistici, ospitate, film, fiction e quant'altro che ci raccontano di continuo quanto terribile sia stato l'Olocausto degli ebrei perpetrato dai nazisti brutti e cattivi (in Italia con la collaborazione dei fascisti, ma questo viene ricordato solo talvolta) e quanto bisogni continuare a ricordare "perché la Storia non si ripeta". 

Ecco, a una persona dotata di media intelligenza e però di mente non anestetizzata dalla propaganda il capoverso precedente dovrebbe bastare. Perché se c'è un popolo che dovrebbe evitare ad ogni costo che la Storia si ripeta, è proprio quello che invece fa pagare il proprio diritto a sussistere in territori assegnatigli dalle potenze coloniali alleate (e magari: in territori molto maggiori, "per motivi di sicurezza" giustificati dalle tante "guerre di aggressione" di quelli che li non ce li vogliono) a un altro popolo, che in quei territori nel frattempo ci aveva vissuto per duemila anni. Nessuno ha mai fatto una contabilità precisa dei palestinesi immolati alla causa di Israele, ma se quelli che la rappresaglia di questi mesi, oltre 20mila morti in via di moltiplicazione per "legittima" più che centuplica reazione agli attacchi del 7 ottobre (che lo stesso Mattarella a reti unificate ha la faccia tosta però di equiparare al nazismo), sono un ragionevole parametro, in ottanta anni andiamo su cifre milionarie. Conferendo di diritto la palma di "popolo più antisemita del secondo dopoguerra" proprio agli israeliani (perché, non è mai abbastanza ricordarlo, anche i palestinesi sono "semiti").

Il pensiero unico ha questo, tra i suoi effetti collaterali: che le persone pensanti, anche le migliori e più specchiatamente immacolate, mai e poi mai ascrivibili per la loro storia personale ad esempio al razzismo o al maschilismo, dai e dai sbottano. In questi giorni è successo a Paolo Rossi, che la racconta in modo gustosissimo perché fa quello di mestiere, ma la vicenda è istruttiva, leggete qua. Allo stesso modo, chi di noi è più pacifista, lontano anni luce dal pensiero di giustificare qualsiasi omicidio figurarsi genocidio, e però avendo studiato davvero la Storia sa che di genocidi è piena e qualunque elenco è necessariamente incompleto (dai pellerossa agli indios del sudamerica, dai neri africani agli zingari, dagli armeni ai palestinesi, e si agli ebrei per carità), non può non sviluppare una reazione allergica al tam tam mediatico di questi giorni. E spegnere la TV prima di diventare "antisemita" pure lui...

E ora leggetevi Franco Cardini, che riesce a non farsi girare le palle... E intanto fate partire Faber...

sabato 13 gennaio 2024

LE BUFALE DEL PADRONE 4 - LE GUERRE "GIUSTE"

Immagine tratta da Combat-COC.org, cliccandoci sopra si ingrandisce
L'argomento principe che i fautori della UE oppongono ai pochi che si rendono conto di quanto questa "organizzazione intergovernativa" (che altro non è e probabilmente e sperabilmente non sarà mai) sia nefasta, è che i "padri dell'Europa" dopo la seconda guerra mondiale si posero l'obiettivo di realizzare un qualcosa che evitasse al vecchio continente di continuare nella serie di guerre lunga secoli che lo aveva caratterizzato fin li, con cotanto tragico epilogo.

Se anche si vuole concedere a Spinelli e soci tale nobile intento, però, si dovrebbe subito dopo rilevare che quelli che si incaricarono di attuarlo sbagliarono completamente l'impostazione, decidendo di edificare la casa comune degli europei su fondamenta economiche prima che politiche e sociali, in una sorta di gigantesco equivoco del postulato marxiano su struttura e sovrastruttura. Marx, infatti, osservava come si comportano "in natura" le società umane, con l'economia a fare da primo motore a cose che pretendono di esserlo e invece ci vanno solo a rimorchio, ma la sua lezione era semmai che era appunto compito della politica di spendere tutte le enormi energie necessarie ad imbrigliare questo potere naturale. Partire dalla unione economica prima e monetaria poi, pensando che quella politica e quella sociale e valoriale sarebbero venute dopo, ha conferito alle istituzioni economiche, monetarie in primis, un potere abnorme, sottratto inoltre, per come è bilanciato l'ordinamento dell'UE, a qualsivoglia controllo democratico. Consentendo di fatto la prosecuzione delle guerre intestine in Europa, solo senza armi fisiche, e in pratica consegnando ad alcuni Stati europei il manico del coltello con la cui lama hanno sbudellato altri, tra cui l'Italia. Applicando peraltro, soltanto in modo inconsueto, il famoso assioma di Von Clausevitz.

Si tratta dello stesso paradigma, in minore, di quanto è capitato al mondo da quando un filosofo proclamò la "fine della Storia" per via del crollo di URSS e Patto di Varsavia, e tutti ripetevano a pappagallo la versione mainstream per cui chiusa la guerra fredda si apriva per il mondo un nuovo lungo periodo di pace. Solo un visionario come De Andrè, di cui ricorre in questi giorni il venticinquennale dalla scomparsa, ebbe il coraggio di dire la verità, che sul muro di Berlino ballava la polka la scimmia del quarto Reich e bastava andargli sotto per vederle il culo. Infatti, per non avere l'Impero Americano più un contrappeso, anziché un'era di pace abbiamo visto il via libera a quella che persino un Papa peraltro assai contraddittorio ebbe a chiamare "guerra mondiale a pezzi". Due o tre di questi pezzi sono in cronaca, anche se con un ben diverso trattamento: gli ucraini per dieci anni angariano le enclave russe, e quando i russi intervengono in loro difesa, peraltro mantenendo la loro iniziativa bellica ben lontana dal potenziale distruttivo che sarebbero stati in grado di esprimere (anche perché sempre di un popolo fratello si tratta...), sono loro gli aggressori e i distruttori; i palestinesi osano un'azione "terroristica" contro chi li opprime da decenni, esecrabile come tutte le azioni di guerra ma dai risultati relativamente limitati in termine di vittime e di ostaggi, e quando gli israeliani intervengono massacrando civili a migliaia (dovremmo aver superato quota ventimila, una rappresaglia di sproporzione ben peggiore di quella dei nazisti ad esempio alle Fosse Ardeatine) la loro reazione viene reputata quasi unanimemente legittima. Ma se torniamo al 1990, e cerchiamo di compilare un elenco anche solo a memoria, e benché il risultato non possa che essere molto parziale le cose si fanno davvero raccapriccianti.

Tentiamo, sottolineando anche come ogni volta, ogni cazzo di volta, chi vuole una guerra parli di "guerra giusta" o peggio ancora di "missione di pace", con quella inversione linguistica che per primo denunciò George Orwell: dalla prima guerra del Golfo (1990/1991) alla disgregazione della Jugoslavia (1991 e seguenti), dall'appoggio all'indipendenza del Kosovo con bombardamenti Nato su Belgrado (1998) alla invasione dell'Afghanistan per "rappresaglia" all'autoattentato dell'11 settembre (2001 e seguenti), dalla seconda guerra del Golfo con cattura ed esecuzione di Saddam col pretesto rilevatosi falso delle armi chimiche (2003) alle cosiddette "primavere arabe" con culmine nella cattura ed esecuzione di Gheddafi (2011), dalle cosiddette "primavere arancioni" in Europa dell'Est con culmine nel colpo di Stato in Ucraina del 2014 vera origine del conflitto in corso ai mille conflitti minori (ma non per crudeltà e assurdità) in Africa e Asia, non c'è un solo episodio in cui il "padrone" non ci abbia sommerso di bufale, bugie belle e buone che sono state prese per verità fino a passare a luogo comune dalla maggior parte dell'opinione pubblica. Per questo non riesco a condividere questo amaro sforzo di ottimismo di Fulvio Grimaldi ancora a proposito della Palestina. Viviamo in tempi di neolingua, nella distopia orwelliana in cui si può "esportare la democrazia" a suon di bombe, contare i morti con metro diverso a seconda di chi sono, partire "per portare la pace" armati di tutto punto e poi percepire come ingiusti attentati le sanguinose rare reazioni delle Resistenze locali. E a chi osa tentare di raccontare le cose diversamente, appiccicare il bollino di "complottista" e isolarlo se piccolo, neutralizzarlo se grosso, imprigionarlo o eliminarlo se davvero pericoloso per l'establishment. Vero, Julien?

venerdì 1 settembre 2023

60 E NON PIU' 60

Prendo in prestito il passaggio delle sacre scritture che dava benzina ai millenaristi per le loro frescacce, cambiando solo il numero, per raccontarvi una storia. Così poco originale da permettere a ciascuno di voi di adattarla al proprio vissuto. con qualche personalizzazione.

C'era una volta un diciassettenne con la testa piena di parole che in parte traduceva in poesie (come moltissimi a quell'età, passata la quale scrivono poesie solo i poeti e i cretini, come diceva De Andrè citando Croce), in parte usava per intortarla alle ragazze (di allora: mica era facile convincerle a concederti qualcosa che almeno in parte tacitasse i tuoi ormoni in ebollizione) e filosofeggiare a due lire con gli amici. La scena di cui si tratta si svolge dentro la panda 30 (quella coi sedili ad amaca e il motore della 126) dell'unico della truppa che avesse già una macchina. I cinque riflettevano a voce alta sul fatto che a giorni avrebbero fatto gli esami di Stato e poi chissà se si sarebbero visti più, in ogni caso quel quinquennio di liceo era passato. Il nostro eroe, approfittando di un attimo di silenzio, se ne uscì con una frase dal tono accorato: "simu 'i passaggiu", e non credo occorra tradurla. Gli altri, presi in contropiede dalla incongrua serietà dell'espressione di austera saggezza, tacquero tutti, per qualche secondo di totale silenzio e serietà che allora sembrò un'eternità. Poi uno dei quattro lo prese dal gomito e glielo spinse via, accompagnando l'inequivocabile gesto (quello del "ma mi faccia il piacere!" di Totò all'onorevole Trombetta, per capirci) con un sonoro "ma vafantoculu!", anche questo non necessario di traduzione, seguito da spintoni e perculamenti collettivi. Che ancora continuano, a oltre quarant'anni di distanza, ogni volta che uno della truppa (in parte i nostri sono ancora amici e si vedono ricorrentemente) rievoca l'episodio.

Quel diciassettenne infatti un paio di giorni fa ha compiuto sessant'anni, ed è l'ultimo della compagnia ad aver raggiunto questo traguardo. E (come disse Totti il giorno del ritiro dal calcio? "pensavo di morire prima") a stento ci crede. La sua frase di allora era incongrua ma ovviamente corretta, e a 60 anni la cosa si tocca con mano: se a 50 anni ancora potevi pensare, sia pure con molto ottimismo, di essere "nel mezzo del cammin di nostra vita" e di averne davanti altri 50, adesso semplicemente non puoi più, e l'orizzonte davanti a te inizia a mostrare con evidenza quanto sia corto. E tu oscilli tra due meravigliose canzoni di Vecchioni: Sogna ragazzo sogna ("la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire") e La viola d'inverno (che in modo strano per me si intreccia con un altro capolavoro del cantautore partenomilanese: Figlia).

Di quella classe, un paio se ne sono andati troppo presto, alcuni chissà dove sono finiti, ma molti ancora si sentono e un gruppetto, come detto, ogni tanto si vedono. Come è normale, hanno passato tutti i loro guai, chi piccoli chi grossi chi enormemente indicibili, ma si sono continuati a voler bene, spesso aiutati o sostenuti l'un l'altro, talvolta concretamente. Ma sempre, sempre, ogni volta che si ritrovano, non sono dei sessantenni a incontrarsi e relazionarsi, ma dei diciassettenni con fattezze strane per quell'età. "Sweet dreams are made of this..."

sabato 15 aprile 2023

SEGUI I SOLDI

Lo so che è arbitrario e insufficiente, ma volendo condensare in una frase il portato del pensiero marxiano, quello che troppo spesso si dimentica finendo per trovare inspiegabili o spiegarsi in modo erroneo gli accadimenti, è che "l'economia è struttura, il resto è sovrastruttura". In altri termini, se vuoi capire davvero perché e percome accade qualcosa, devi seguire i soldi e tutto il resto da che sembrava caotico si rimette a posto componendo la figura. Attenzione: non sto dicendo che il resto non sia importante, dico solo che spesso la sua analisi a prescindere dal suddetto assioma marxiano risulta enormemente problematica e fornisce risultati fuorvianti. Spesso, fuorvianti in un modo preciso, fornito da chi ha confezionato la narrativa per portarci nella posizione che voleva.

Ad esempio, tutte le guerre combattute dagli umani, fin da quando sono diventati stanziali/agricoltori/allevatori da nomadi/raccoglitori/cacciatori che erano, hanno una causa prima di natura economica, a partire appunto dal banale controllo del territorio vitale alla comunità, che però viene "coperta" dal sovrano e dai suoi sciamani (entità con altro nome esistono ancora ed esisteranno sempre: la democrazia è una bugia bella e buona e chi non è d'accordo si illude) con motivazioni ideologiche, ad esempio religiose o etniche, che hanno lo scopo di mobilitare i sudditi a combattere. Il paradigma funziona sempre, se non si riesce ad applicarlo ad una qualche guerra di quelle studiate a scuola vuole semplicemente dire che non vi ci si è applicati abbastanza, fino a quella in cronaca: l'Occidente credeva di aver vinto la Guerra fredda, e all'inizio infatti trattava Putin e i suoi col sussiego che aveva per i fantocci come Eltsin, ma quando ha capito che non era così ha iniziato (nel 2013 in Ucraina, ma già prima nei Balcani) una offensiva, politica e anche militare, verso i confini della ricchissima in materie prime Russia, di cui quella che vi raccontano come se fosse una ingiustificata e improvvisa alzata di ingegno di un criminale non è che una tappa, una estrema reazione voluta e cercata e alla fine ottenuta. Putin non è folle, difende il suo territorio e la sua sovranità economica. E infatti la sua azione militare non è distruttiva, come ad esempio è nello stile proprio degli americani (si, anche qui in Italia).

D'altronde nemmeno Hitler era folle, o magari si (che ne so io) ma spiegare tutto con la sua follia è solo una verità di comodo su cui è fondata la narrazione politica occidentale degli ultimi 80 anni, il successo del nazismo essendo invece figlio delle sanzioni imposte alla Germania a fine prima guerra mondiale, a sua volta causata dalla volontà dei nuovi potentati di subentrare smembrandoli a quelli vecchi, gli imperi austroungarico e ottomano. Eccetera eccetera: vi risparmio l'esercizio. Che però funziona sempre.

Allora, se vogliamo capire come è nata la cosiddetta pandemia, e come è stato possibile che tutta la popolazione mondiale o quasi abbia creduto alla menzogna che la minaccia covid fosse così grave da giustificare lo spostamento della finestra di Overton fino a includere la demolizione dei principi liberali di libera impresa e assoluta proprietà del proprio corpo fisico, vulnus che non abbiamo ancora iniziato a pagare ma pagheremo e caro, dobbiamo seguire i soldi: quelli che hanno guadagnato le multinazionali del farmaco che erano anni che provavano a imporre il paradigma delle cure obbligatorie ai sani per moltiplicare i loro guadagni rispetto alle cure doverose ai malati, quelli che hanno così potuto elargire agli sciamani (medici e ospedali, politici, giornalisti), quelli che risalivano direttamente e indirettamente alla cricca di affaristi in cui oramai risiede il Potere del mondo globalizzato. E basta, perché una volta innescato il meccanismo si autosostiene, con la maggior parte dei miei e dei vostri parenti e amici che una volta creduto alla narrazione ha partecipato volontariamente e attivamente alla sua affermazione senza guadagnarci niente, anzi quasi sempre rimettendoci o del tutto inconsapevolmente o peggio ancora essendone consapevoli ma anche convinti di stare sacrificandosi per un Bene superiore. Esattamente come i soldatini nelle trincee della Grande guerra, tra cui ad esempio milioni di meridionali i cui nonni erano stati colonizzati dai piemontesi a guida anglosassone e ora andavano a morire per una patria che non era la loro, per strappare all'Austria territori che due decenni dopo facevano parte del sogno unificatore di Berlino, che con la fine del nazismo ha solo cambiato vestito.

Il paradigma si applica anche a quei pooracci che imbrattano opere d'arte e monumenti convinti di stare lottando per l'ambiente. Direi anzi a tutti coloro che credono alla narrazione pervasiva e insistente sull'ambiente che oramai ha preso piede, di cui gli imbrattatori sono solo una frangia estremista e stupida (come il bombarolo di De Andrè, che distrugge un'edicola, e la propria vita, anziché il proprio obiettivo, che però almeno lui aveva in qualche modo identificato correttamente). Dietro a questa narrazione, infatti, non c'è altro che l'intenzione precisa e determinata ad azzerare tutte le conquiste economiche e sociali che le classi subalterne occidentali avevano ottenuto a parziale risarcimento della seconda guerra mondiale.

Noi, che siamo i figli e i nipoti dei cafoni che una volta ottenute quelle conquiste le ha usate per farci studiare e darci la possibilità di elevarci socialmente ed economicamente, siamo l'obiettivo, dobbiamo mollare l'osso: il posto fisso, la casa di proprietà, la macchina, il tempo libero e le vacanze, e anche quelli che resistono prima o poi invecchiano e muoiono (il Sistema non ha fretta, per lui il tempo passa più lentamente) basta togliere dalla testa ai loro figli che quelli che per loro erano diritti intangibili esistano o siano mai esistiti davvero (e assieme far si che i loro figli non siano più la maggioranza della popolazione). La domanda allora è: quanti degli ambientalisti convinti, imbrattatori o meno, è consapevole del fatto che il modello sociale a cui stanno tirando lo sprint NON contempla i diritti economici e sociali che gli hanno permesso perfino di avere il tempo e il modo di pensarla come la pensano? Come diceva mio nonno, certe idee vengono solo a quelli col culo pieno, la sua generazione semplicemente non poteva permettersele, e comunque non c'erano le precondizioni perché gli venissero. I figli di quelli che oggi stanno contribuendo, con le loro azioni o anche solo col loro consenso, alla transizione verso la Servitù della gleba 2.0, saranno appunto servi, incapaci di attuare o anche solo di progettare alcunché, figurarsi una nuova transizione.

Insomma, gli imbrattatori fanno parte del piano, mentre chi non è d'accordo con lo stesso viene accusato di accuse infamanti e di contesto tale da sollevare consenso (come quelle di abuso sessuale), sia esso uno dei pochi giornalisti ancora capaci di fare il suo mestiere, o uno dei pochi politici non ancora a libro paga del Nuovo Potere.

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