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sabato 26 settembre 2026

LIBERI LIBERI

Da quando all’università ho studiato psicologia sociale, e in particolare i postfreudiani e Ignacio Matte Blanco, ho sviluppato una passionaccia dilettantesca per la psicologia, che ha guidato molte delle mie scelte di libri da leggere (molti, di analisi transazionale, che poi ho approfondito e mi è stata utilissima professionalmente) e alcune di film da vedere. Tra questi ultimi, vi ho parlato già di Mon oncle d’Amerique di Resnais come di uno dei miei film preferiti, ci torno su solo per ricordare che il film dimostra accostando sapientemente delle scene che noi umani ci crediamo esseri superiori a torto, la sintassi profonda delle nostre pulsioni equivalendo in tutto e per tutto a quella degli altri animali, e mica di cani e gatti che lì è facile crederci, ma di topi da laboratorio. Schematizzare le pulsioni era già una fissa in Freud, e tale è rimasta in Lacan, tra gli ispiratori del film, e in Laborit che addirittura ha partecipato alla sua scrittura e vi appare persino.

Non temendo più, data l’età, di espormi al ridicolo del “chi ti credi di essere?”, azzardo la mia, di sintesi, che chissà mischiando cosa mi gira da un po’ in testa, e per spiegarvela facile uso una grafica. Il concetto base potrebbe essere quello di Libertà, ma la sua enunciazione non basta, bisogna spiegarlo meglio. La libertà infatti è tutto tranne un valore assoluto, altrimenti non avremmo mai sentito parlare, come mi confermerete invece ci è capitato, di “libertà nella Fede” o di sentirsi liberi in una unione esclusiva ed escludente.

La grafica mostra tre scenari: quello (il 3) in cui l’area delle cose che vogliamo (e/o pensiamo di poter fare) coincide con quella delle cose che davvero possiamo fare e magari facciamo, quello (il 2) in cui le due aree si sovrappongono (in misura diversa di volta in volta, la grafica è elementare perciò mostra tre rettangoli uguali) a creare un’area più o  meno grande di “realizzazione” della propria libertà coesistendo però con più o meno grandi aree di permanenza delle due aree estreme, e quello tragico (l’1) in cui queste ultime non si toccano nemmeno lasciando un più o meno grande spazio in mezzo.

Facciamo degli esempi:

  • il bambino piccolo che viene allattato tenuto al caldo e al sicuro, è felice perché non ha la minima consapevolezza delle limitazioni oggettive che il suo stadio gli impone, e soffre (e piange) solo per momentanea insoddisfazione di bisogni primari;
  • non ci vorrà molto perché passi dallo scenario 3 all’uno: l’infanzia non è altro che un progressivo prendere coscienza dell’esistenza dello sfrido in bianco, che diventerà massimo nella preadolescenza, chi parla di questi due stadi della vita come di età dell’oro ha semplicemente dimenticato quanto sono tragici;
  • crescendo, lo spazio bianco diminuisce con l’aumentare di quello rosso, che pian piano va a coprire parte di quello giallo, che intanto cresce anch’esso, creando la fascia arancione e cioè lo scenario 2 - che è quello normale in senso statistico degli umani e cresce e si riduce per ciascuno di noi nell’arco della nostra vita e tra di noi a seconda della posizione di potere, della salute, delle possibilità economiche, e della capacità di ciascuno di adeguare le proprie aspettative a ciò che è probabile attendersi sia realizzabile;
  • rientra nello scenario 2 tutta la casistica della vita, dalle malattie alla disabilità, dai successi agli insuccessi economici e professionali e sentimentali/familiari/sociali, fino a che non arriva nuovamente una fase di transizione in cui il tuo corpo ti consente meno, e progressivamente sempre meno fino a non consentirtelo del tutto, di fare le cose che potevi fare, e da un certo punto in poi quelli che rincoglioniscono al punto di non essere più consapevoli a se stessi sono i più fortunati, perché tornano allo scenario 3 (non a caso si dice che “rimbambiscono”) scaricando l’onere della tragedia sui loro cari (con lo stesso paradigma e le stesse operazioni dell’accudire bebè, ma con un orizzonte ben diverso);
  • lo scenario 3, infatti, è molto difficile da raggiungere e mantenere durante l’età adulta: se ad esempio uno raggiunge rapidamente lo status in cui ha tutto quello che sognava, è più probabile, come raccontano fiumi di letteratura e cinematografia e cronaca rosa e nera, che affiorino in lui nuovi irraggiungibili desideri con connessa insoddisfazione piuttosto che si accontenti e si fermi – se lo si raggiunge, invece, è più spesso per aver acquisito (con un credo religioso o filosofico, spesso) la capacità di mantenere la zona gialla alle dimensioni della rossa, e non viceversa (che la gialla è un pozzo senza fondo).
Se vi sembra che la mia elencazione sia necessariamente da riferirsi ad esseri umani, dovete assolutamente cercare il film succitato, e farvi dimostrare da Laborit che nelle situazioni di stress, cioè al di fuori dello scenario 3, ci comportiamo esattamente come topolini in una gabbia percorsa ogni tanto da scariche elettriche (o anche solo dal loro annuncio, se un suono o una lucina precede ciascuna di esse abbastanza regolarmente da instaurare un riflesso condizionato), che se la gabbia comunica con un altra gabbia e possono scappare lo fanno, ma se il passaggio è chiuso o non c'è delle due l'una: o sono in compagnia, e scaricano la loro aggressività l'uno contro l'altro, o sono soli e la tensione li paralizza e annichilisce e si ammalano o muoiono. O se preferite come il cane alla catena "disposto a decollarsi" per ampliare di un niente lo spazio entro cui può muoversi, cantato mirabilmente da Ferretti nella splendida In viaggio, con cui vi lascio.

domenica 12 luglio 2026

DI UNA CERTA GRAVITÀ

Non voglio fare preoccupare nessuno, per cui preciso subito che questo post non è autobiografico, per lo meno non più di tanto.

Gli è che ho appena letto un bel libro di divulgazione scientifica sull'origine dell'universo, con una struttura narrativa divisa in "giorni" (appositamente similcreazionista, bell'espediente retorico) che prendono però ciascuno lassi di tempo enormemente diversi, dal primo che dura un istante all'ultimo lungo miliardi di anni, così consentendo di soffermarsi il giusto sulle cose più rilevanti all'obiettivo: comprendere come sia spiegabile il passaggio dalla singolarità alla complessità. In uno di questi passaggi, viene snocciolato l'emergere e l'affermarsi delle quattro forze fondamentali della fisica (da una che erano: il percorso inverso, l'unificazione, essendo stato quello compiuto arduamente dagli scienziati moderni, a partire dalla comprensione dell'unicità di elettricità e magnetismo), dalla nucleare debole a quella forte, all'elettromagnetismo alla gravità. Che è "apparsa" per ultima, anche se modella l'universo.

E gli è che ho letto da poco anch'io la notizia, talmente sconvolgente da attirare sicuramente il click anche della maggior parte di voi, e sia per questa ragione sia perché ce ne sono fin troppe di simili non vi fornisco il link, della tipa che viene lanciata giù da un ponte dagli organizzatori (abusivi) di un bungee-jumping senza averle ancora fissato adeguatamente le imbracature. Ora non so voi, ma io a leggere ste cose vengo precipitato dentro la soggettiva della vittima, il cui futuro si contrae in un secondo o poco più (dipende dall'altezza del ponte) in cui non ha tempo di pensare a niente, neanche di avere paura, solo di registrare immagini disordinate per via della dinamica del volo fino al click-off finale. Il tutto per una botta di adrenalina, viene da dirsi, manco che so per il piacere di godersi un volo in caduta libera prima di aprire il paracadute, che poi mica è detto che debba andare qualcosa storto ma anche quando è un rischio calcolato e con una contropartita comprensibile. Un salto coi piedi legati, almeno io non l'ho mai capito. Mai, non adesso che ho passato la sessantina e la vita davanti comincia a sembrarmi già di suo abbastanza breve, e la gravità ha cominciato a mostrarmi il suo volto feroce.

La gravità per noi è come un rumore di fondo di cui non ci rendiamo conto se non quando si interrompe o si intensifica. Come per l'entropia, combatterla è una fatica continua, cui per fortuna quasi sempre non facciamo caso. Ma invecchiando, tutti sperimentiamo come parti del nostro corpo tendono a lasciarsene vincere, e la chirurgia estetica nel migliore dei casi offre risultati momentanei, che dopo un po' diventano grotteschi. Alla fine, come in un vecchio adagio passato di moda per via dei cimiteri moderni, torniamo alla terra, anche senza aiutarci con un assurdo sport che accelera la cosa.

Mi tornano in mente due vecchie barzellette, di quelle che la dittatura del politicamente corretto impedisce di sentire ancora in giro:

  • quella in cui un tipo viene avvisato di non sporgersi da un grattacielo altrimenti precipita e muore, si sporge, cade, e a ogni piano del volo si dice "hai visto? sono ancora vivo, alla faccia di quell'uccellaccio del malaugurio!";
  • quella in cui un tipo che ha contratto l'AIDS e chiede una prescrizione risolutiva al medico di base, che non sa come spiegargli che una cura non c'è meno che meno un qualcosa che si possa risolvere con una ricetta, ma di fronte alle sue insistite insistenze cede e gli prescrive dei fanghi, e alla domanda "per farci cosa?" risponde "si va abituando alla terra".

In finale, qualcosa che non si può sconfiggere (e se si potesse, sarebbe un grosso guaio, sia per i singoli che - come ci mostra Saramago - per la società) si può perlomeno sbeffeggiare.

P.S. Mentre scrivevo questo post è "tornato alla terra", e precisamente a quella della sua isola, Peppino Di Capri. Avrete già letto o visto in TV coccodrilli a iosa, non serve che io ripeta le stesse cose. Ma posso aggiungere qualcosa di mio: lui era forse il cantante preferito di mio papà, che da piccolo mi faceva ascoltare i 78 giri di Nun è peccato Saint Tropez twist Speedy Gonzalez e Tu si na malatia, tra gli altri, che ho ancora nel mio mobile stereo. Forse l'ultima volta che l'ho visto, ma sicuro la più sorprendente, è stato al cinema, in un film con Lillo e Greg (chirurgi estetici) dove recitava, nel doppio ruolo di se stesso e di un boss che si era rifatto i connotati diventando per un equivoco suo sosia, con l'enorme autoironia che lo ha sempre caratterizzato.

martedì 30 giugno 2026

AUGURI

Essere stato un bambino asmatico, e in tempi in cui non erano ancora in commercio i broncodilatatori tascabili, in qualche modo mi aiuta, in frangenti come questo. Mio padre, infatti, che aveva lo stesso problema seppure in forma minore (la cosa deve avere una certa componente di familiarità, visto che da mia nonna a mia figlia passando per cugini e nipoti ci accomuna), e non aveva trovato modo migliore, avendo riscontrato una correlazione tra la mia partecipazione ai giochi per strada cui i bambini dell'epoca indulgevano per pomeriggi interi e gli attacchi asmatici notturni, di impedirmeli, accompagnando il mio rituale di reclusione (sempre lo stesso: mi tocca la fronte e o le spalle, riscontra che sono sudato, e mi trascina verso casa) con una ramanzina, talvolta, quando era proprio in buona e/o io anziché sbraitare gli chiedevo ragione del provvedimento restrittivo, sostituita da una edificante parabola.

Se uno può masticare, diceva, è giusto che quando ha fame mangi tutto quello che trova, ma se uno non ha i denti ed è costretto a mangiare liquido si deve far bastare quello, e se non riesce ad aprire la bocca magari col contagocce. Sempre vita è. E, sottinteso, va rispettata e amata. Ci ho ripensato ricorrentemente, ad esempio a proposito di una delle tappe della testimonianza di uno Zanardi. E temo di doverci ripensare sempre più stesso, ora che mi avvio verso l'anzianitudine prima e la vecchiaia poi, e magari arrivarci che l'alternativa è peggio, tutti noi siamo circondati di storie che lo testimoniano.

Ci penso oggi che un maledetto colpo della strega, di quelli veri che ti pieghi a prendere le scarpe e una scossa elettrica ti falcia la schiena lasciandoti piegato in due a urlare, e poi per ore bloccato a letto ad aspettare l'effetto di una puntura, che poi al massimo ti consente di trascinarti alla poltrona davanti al PC, mi ha impedito di essere presente al compleanno di mia figlia, per la prima volta nella sua vita.

Vengo da due settimane di ferie, nelle quali ho appositamente lasciato da perdere il tennis e sostituito la palestra con stretching e passeggiate in spiaggia la mattina, e durante le quali sono addirittura riuscito a non ingrassare neanche un etto nonostante due o tre serate di stravizi alimentari con amici e parenti. Della serie: no, non ho chiesto troppo al mio fisico. Semplicemente, sono cose che succedono, specie dopo una certa età.

A mia figlia gli auguri per una volta li ho fatti solo per telefono, e qui se mai mi leggesse (non lo fa mai, i blog e Facebook sono fuori dall'orizzonte di un adolescente odierno). Ma intanto mi sono passato un po' di tempo, concedendolo all'azione del voltaren+cortisone. E che mi trovo affianco questo utilizzo privato del sito, nel quale non indulgo quasi mai, con la pubblicazione (senza liberatoria, mi perdoneranno) di una foto dei "quattro Luigi", primi cugini tutti con lo stesso nome (anche se uno dei quattro solo come secondo) del nonno, rivisti tutti assieme per una pizza pochi giorni fa, e ciascuno coi suoi acciacchi. Auguri!

sabato 16 maggio 2026

A VOLTE RITORNANO 2 - LA FISICA DI DIO

Il primo numero di questa rubrica, in cui in pratica ripubblico vecchi post particolarmente meritevoli, era perché non avevo tempo di scrivere che ero di trasloco. Questo secondo numero è perché mi è caduta una tazza.

Mentre calcolavo rapidamente se la frantumazione era di tale livello da consentirmi un restauro (i tempi in cui le cose si aggiustavano sono nel passato di noi anziani, e forse nel futuro di voi giovani), mi è venuta voglia di scrivervi un bel post sull'entropia, la seconda legge della termodinamica, la freccia del tempo, il lavoro che comporta qualunque ordine per contrastare la tendenza irrefrenabile al disordine del nostro universo, alibi perfetto per ogni adolescente e la sua cameretta se solo gli facessero studiare fisica come si deve. Poi mi è venuto in mente che l'ho già scritto, esattamente sette anni fa.

Era appena morta mia madre, ma a me (per ragioni intuitive) pare attuale anche tutta la prima parte del post, che da lei prende le mosse, ma voi se volete saltate a leggere dalla citazione di Battiato in poi: si parla dell'argomento che avevo in mente di trattare oggi, e meglio di come sarei riuscito a fare oggi.

Buona lettura.


Mi spiace per te, mamma, ma non vado a cavallo...
Le espressioni dialettali, è noto, rendono l'idea molto più efficacemente di qualsiasi traduzione. Ce n'è una riggitana, retoricamente interrogativa, che non traduco per paura dei filtri dei social, che sta ad indicare ironicamente la condizione di chi è finalmente giunto a maturare una posizione che prima era troppo giovane per capire, mia madre ne abusava nei miei confronti ma so di essere in buona compagnia (c'è sicuramente l'equivalente in molte altre lingue), è: "ti rruaru i paddhi 'o culu?!".
La tesi che sottende è, ad esempio, responsabile degli improvvisi "invecchiamenti" in occorrenza di paternità, rientri in famiglia in caso di malattia, o conversioni sul punto di morte. Mamma non mancava mai di sottolinearmi, quando qualche parente notorio mangiapreti veniva a mancare, che ovviamente sul letto di dolore aveva chiesto i conforti religiosi, fosse vera la cosa o meno: non aveva mai digerito, lei che era pervasa di una religiosità tanto forte quanto sintatticamente pagana, l'ateismo che le avevo sbandierato in faccia fin dall'adolescenza. Ora che lei non c'è più, e io sono molto più vicino alla vecchiaia che alla suddetta terribile età di passaggio, è una "minditta", un'anatema, con cui debbo fare i conti. Si, mammà, mi rruaru!
Non potendosi per natura arrivare alla fede tramite la ragione, e non potendo io per mia natura staccare la spina della ragione nemmeno per un istante, devo però continuare a deludere postumamente la genitrice: non mi converto. Ma siccome mi rruaru, penso ancora di più del solito, e ci ho sempre pensato tanto (a scuola avevo ottimo a religione, da ateo dichiarato, grazie alle mie ingenue ma lunghe e sentite dispute teologiche con l'insegnante...), all'argomento, e dai e dai mi è venuto in mente che in fondo può fare scopa con un altro dei miei temi preferiti, come si può verificare facilmente: la termodinamica. Anche voi avrete degli argomenti che non si sa perché vi sono rimasti impressi dai tempi della scuola, no?
Tra l'altro, non pretendo originalità: sono certo che cercando bene in rete questo ragionamento lo ha già fatto qualcuno, e magari molto meglio di quanto io saprei mai fare. Ma siccome non voglio privarmi, e a questo punto direi anche privarvi, del piacere di farlo da me a me, anzi da me a voi, non lo cerco, ma scrivo e basta.
L'immenso Franco Battiato, in un verso di una sua vecchissima magnifica canzone di stampo pinkfloydiano (è Beta, del 1972: aveva appena 26 anni...), recita:
dentro di me
vivono la mia identica vita
dei microrganismi che non sanno di appartenere al mio corpo:
io
a quale corpo appartengo?
Si tratta di una, sicuramente non originale ma altrettanto sicuramente efficacemente espressa, metafora di una posizione filosofica mirabilmente compatibile sia con la fede che con la ragione: infatti, da un lato rende compatibile ogni costruzione ideologica di tipo religioso con qualunque progresso della scienza e della ragione (che confinate nella dimensione dei microrganismi possono arrivare ovunque senza interferire con la dimensione "macro"), dall'altro risulta accettabile anche al più feroce degli atei o degli agnostici (che può continuare a ritenere valga la pena occuparsi solo della sua dimensione, non avendo comunque nessuno mai modo di fare rispetto all'altra se non congetture indimostrabili).
E allora facciamole: io non ci credo, non ho bisogno di crederci, ma potrebbe benissimo essere, si certo anche non essere ma anche essere, che davvero esista qualcuno che agendo in un'altra dimensione (cioè in una scala troppo grande perché dalla nostra possa essere inteso), consapevolmente o meno, risulti essere il nostro creatore, distruttore, o anche solo "corpo di appartenenza" che noi continueremo ad infestare anche dopo la sua morte fino a che, consumatolo del tutto, non potremo che estinguerci, esattamente come i nostri microorganismi con noi e il nostro cadavere. Ma lavorando su questa ipotesi, anche solo per divertimento, il punto successivo è chiedersi: se costui volesse davvero influire in qualche modo sulla nostra dimensione, come potrebbe? Noi, in fondo, abbiamo un qualche controllo sui nostri microorganismi: niente di che, ma ci laviamo per evitare il proliferarsi di quelli nocivi, o prendiamo i fermenti lattici assieme all'antibiotico, no? E lui? Quale potrebbe essere la prova che esiste un lavoro "sopra" di noi?
E rieccoci alla termodinamica, e alla sua famosa seconda legge: "l'entropia di un sistema isolato lontano dall'equilibrio termico tende ad aumentare nel tempo, finché l'equilibrio non è raggiunto".  E' la cosiddetta "freccia del tempo", quella per cui dall'istante del big bang, che ha rotto l'equilibrio, ogni cosa tende a ri-raggiungerlo, esattamente come le molecole di liquido in un thermos dove è stata versata acqua calda e acqua fredda. Quella per cui se mi cade una tazza le molecole del materiale che la compone tendono ad andare ognuna per fatti suoi, e non si ricostruisce da sola. E d'altronde non si era nemmeno costruita, da sola.
La vita, quindi, può essere descritta come uno sforzo di negare l'entropia ("estropico") organizzando le cose in modo da ridurne temporaneamente il grado complessivo di disordine, con grande fatica e grande dispendio energetico, e con la certezza che alla fine lo sforzo sarà vano. E' possibile solo perché il big bang ha liberato quantità enormi di energia, e leggi con cui questa e la materia (che Einstein ci ha rivelato essere due aspetti della stessa cosa) si muovono ne hanno reso possibili utilizzi "organizzativi" (all'interno di sistemi non isolati): galassie, stelle, pianeti, materia organica, esseri viventi, esseri pensanti. Per un po'. Che per noi è tantissimo, come un giorno per una farfalla, anzi come un anno per una farfalla che fosse in grado di pensare oltre la propria morte (come invece disgraziatamente possiamo noi e solo noi umani).
Ora, gli scienziati credenti spesso hanno cercato, di ridurre le favolette del catechismo a metafora di una creazione che il big bang dimostrerebbe, e la Chiesa cattolica stessa non disdegna di accettare questo progressivo "arretramento" concettuale dell'opera del Creatore fino al primo istante non spiegato, e non spiegabile, dalla Scienza. Ma ciò implica un concetto neg-entropico di Dio. A me invece sta ronzando in testa l'opposto.
Mi pare, infatti, che il Dio-Amore-Uno su cui è plasmato il Dio cristiano, ma non solo lui, si presti meglio a spiegare proprio l'entropia. Amen. Lascia andare, così sia. Sia fatta la sua volontà. Mentre è il suo opposto, cavoli vostri se volete chiamarlo Diavolo ("colui che divide"), a muoverci quando tentiamo, con enorme fatica, di fare altro. Costruire pentole e altri oggetti (ok, escluso i coperchi). Crescere, ingerendo le sostanze necessarie (e spesso sbagliando, o esagerando). Riprodurci, innescando quella legge frattale che da una cellula porterà a un altro essere come noi (più o meno) ma più giovane, che ci darà l'illusione di vivere oltre la morte (e quando cercherai di convincerlo, allora lo vedi che è proprio di legno - cit.). Tenerci in forma, impresa così disperata da divenire metafora di tutte le altre.
Come se fosse possibile alzarsi al livello in cui si vedono i giocatori del tavolo grosso, quello non intellegibile dal nostro punto di vista, e allora osservassimo non un Dio, ma due - Ordine e Disordine, Estropia ed Entropia - giocare. Il primo per noi, il secondo contro. Il primo essendo Vita, il secondo Morte. Il primo Diavolo, il secondo Dio. Il primo amore (e odio), lavoro, passione, caldo, il secondo abbandono, indifferenza, freddo.
Insomma, se fosse possibile scegliersi una fede, allora opterei per una religione che contempla la metempsicosi, così quando rinasco la prossima volta posso mettermi a studiare sul serio la fisica.

giovedì 2 aprile 2026

NOVANTACINQUE

Ci ricasco poco, ma ogni tanto ci ricasco, a fare di questo blog un uso più normale, quello di diario personale sul web, rispetto alla sua funzione prevalente di sito di controinformazione di seconda mano. Gli è che il 28 marzo sarebbe stato il novantacinquesimo compleanno di mia madre, che invece è morta sette anni fa quindi comunque abbastanza avanti negli anni da non potersi lamentare, né lei né noi, ma l'età, e qui so di sfondare una porta aperta anzi un portone, non impedisce ai figli di piangere un genitore e di rattristirsi quando una ricorrenza gli ricorda quanto gli manca. Quindi scrivo questo post (avendolo rimasticato per giorni, peraltro) sicuro di avere molti lettori che lo sottoscriverebbero, mutatis mutandis, per la propria madre o padre. Commozione non occorre conoscere il latino per comprendere che etimologicamente significa muoversi con.

Mia madre era, come tutti noi forse ma certamente in grado massimo, piena di contraddizioni. Era bellissima, al punto di consentirmi un accostamento ardito, e vanitosissima, al punto da meritarsi l'appellativo di Liz Taylor dai nipoti perculanti quando si agghindava che so per un matrimonio, ma non ha mai sfruttato quella bellezza di cui pure era perfettamente consapevole per come si dice rimorchiare: si vantava di essere arrivata illibata al matrimonio, cosa ancora comune ai tempi ma lei si era decisa a sposarsi a 31 anni (per i tempi, quasi fuori tempo massimo), e di esserlo rimasta a vita dopo la separazione da mio padre, 23 anni dopo. Questa concezione antiquata del matrimonio come unico e indissolubile coesisteva però in lei senza problemi con un feroce e inscalfibile protofemminismo: era indipendente lavorativamente fin da ragazza, non bastandole di certo l'occupazione principale, per poi dopo la pensione dedicarsi instancabilmente alla sua campagna, una donna sola che lavorava come tre uomini. E in lei convivevano il sentirsi inferiore, ma di poco, soltanto al padreterno e una religiosità profonda e intima, ma anche questa contraddittoria perché, come tipico di un certo Sud e si può toccare con mano in tante processioni paesane, commista di cattolicesimo integralista e animismo precristiano, spiritualismo estremo e culto del corpo e dei lari (ha tenuto per anni, fino a che è campata, le foto dei cadaveri agghindati per il rito funebre della madre e del fratello all'ingresso di casa su un mobiletto a mo' di altarino ).

Ve lo racconto non per omaggiare o tradire la sua memoria, ma per suscitare in ciascuno di voi la voglia di dedicarvi allo stesso esercizio, adesso se i vostri cari non ci sono più, o un domani - più tardi possibile - se li avete ancora. O magari per auspicare, io per me e ciascuno di voi per se stesso, che un giorno - il più tardi possibile - verremo ricordati allo stesso modo, non idealizzati ma per il groviglio di cose che eravamo. In prossimità della festa della risurrezione, da non credente quale sono, non mi vengono auguri migliori.

domenica 25 gennaio 2026

PRENDERLO NEL CLOUD

Non crediate che non ci sia una vocina che mi dice che penso queste cose fondamentalmente perché sono anziano, la storia dell'umanità è piena di vecchi che "o tempora o mores, dopo di me il diluvio!", storia che poi è continuata benissimo senza di loro, coi giovani che traggono il meglio di quello che c'è (anche se non c'era al tempo dei loro padri, e magari non sanno nulla di quello che non c'è più) semplicemente perché questa è la vita e non hanno alternative, salvo ritrovarsi prima o poi a vestire il ruolo dei vecchi eccetera eccetera.

Ma se questa è una legge di natura, significa però anche che ciascuno deve svolgere il suo ruolo, in questa commedia, perché se non lo facesse si romperebbe un equilibrio tutto sommato necessario. Lasciatemi dunque vestire, che mi tocca, i panni del Vecchio Brontolone, che tra le altre cose i miei coetanei o giù di lì che invece scelgono quelli del Giovane Entusiasta, loro si che sono ridicoli e non sanno nemmeno quanto fanno del male ai giovani veri.

Da ventenne ad esempio, io ero giustamente entusiasta delle possibilità che si aprivano al mondo grazie ai progressi dell'informatica, su Parallelo 38 scrissi un articolo dal titolo "Tante tavolette di terracotta" che accostava la rivoluzione del silicio nel nostro mondo a quella della scrittura nell'antica Grecia, che fu presupposto dell'alfabetizzazione e quindi della democrazia (se non sapevi farlo, non potevi scrivere il nome di chi volevi fosse colpito da ostracismo). E davvero l'informatizzazione di tutto, che mio padre (capace di farne a mano e gestire i turni dei macchinisti dotato di tabellone cartaceo matita gomma e penna senza mai sbagliare e mandando a memoria tutto) vedeva come la peste, io la vedevo come una potenzialità enorme di democratizzazione.

E lo era: per la prima volta nella storia dell'umanità ciascuno aveva un accrocco dove conservare ed elaborare una mole di dati che una generazione prima solo i governi, forse, e prima ancora nessuno. E la condivisione in rete, anche della potenza di calcolo (tra l'altro sempre crescente) oltre che dei dati, in una espressione il "peer to peer", schiudeva un altro universo di possibilità. Che ingenui a pensare che fosse una tendenza irreversibile... L'accentramento del Potere in poche mani, invece, si che lo è, e Occam ci insegna che non occorre nemmeno postulare un Grande Vecchio o dei Mammasantissima: è una casella in una formula, e si trova a occuparla chi capita, per qualche tempo, tutta una vita, o tutta una dinastia che sia.

Così, col metodo della rana bollita (una piccola "novità" alla volta, presentata in modo che ci sia sempre un qualche sepensante giovane entusiasta a rintuzzare i vecchi brontoloni) si è giunti a questa situazione: il cloud ha rimpiazzato l'archiviazione privata e quella condivisa, l'AI ha reso obsoleti i wiki e i motori di ricerca oltre che le capacità concettuali umane, e i primi ascari di questa restaurazione (che questa è, mica la "rivoluzione" che dicono loro) sono in quelle entità pubbliche che in teoria dovrebbero essere a guardia della democrazia oltre che avere la massa critica per almeno tentare di fare da argine. Detta in piano: le amministrazioni pubbliche stanno togliendo i PC agli impiegati, dandogli in cambio terminali stupidi capaci di funzionare, oltre che di accedere ai dati, solo via cloud, di proprietà delle solite multinazionali. Che potranno spegnere con un click qualsiasi apparato anche vitale, moneta compresa, senza dare spiegazioni (o prendendosela col solito hacker russo...). Ma a regime i PC spariranno anche dalle case (per i nostri figli è già roba vintage di scarsa utilità), soppiantati dagli smartphone, ma - potete giurarci - solo temporaneamente, perché quando qualunque cosa si collegherà direttamente (funzionando solo così) non serviranno più nemmeno questi oggetti che ancora te li puoi scordare da qualche parte. E l'accesso a questo megamostro centralizzato senza il quale sarà impossibile vivere sarà, cheteodicoaffà, subordinato in modo sempre più esplicito alla "buona condotta" (la pandemia è stata un esperimento), definita da chi e giudicata da chi immaginatelo voi, ma toglietevi dalla testa che sarà un governo politico da voi legittimamente eletto (che già quello sarebbe grave). Potranno vivere solo i bravi sudditi, di un re che non si sa nemmeno chi sia.

Ho brontolato abbastanza, vi lascio con un filo di speranza: questa tendenza sistemica, come tutte quelle connaturate al capitalismo, contiene delle contraddizioni, quindi cloud e AI potrebbero implodere come una qualsiasi bolla immobiliare. Sarà una catastrofe, da cui uscirà vivo solo chi ha mantenuto in qualche modo la capacità di farne a meno. Un mare di merda da cui, come diceva il poeta, nasceranno fiori. Speriamo non tulipani...

martedì 30 dicembre 2025

UN SISTEMA COMPLESSO

Gli adolescenti fanno domande solo apparentemente facili. Vivono un'età tragica, che da vecchi rimpiangiamo con nostalgia ma solo perché con gli anni ci siamo dimenticati i drammi che vivevamo e ci ricordiamo solo le cose belle. Succede anche per l'infanzia, ma l'adolescenza porta con se assieme sia molti dei problemi dell'infanzia che già molti di quelli dell'età adulta, col risultato che l'effetto è ingigantito.

"Se potessi cambiare una cosa, una sola, della tua vita, quale cambieresti?" è una domanda difficile. Un gioco, spesso usato dagli intervistatori scarsi che non sanno che inventarsi col vip di turno. Ma se viene da chi sta attraversando la fase della vita in cui comincia a capire che ci sono delle scelte che influenzeranno tutto il suo futuro, e magari sono quelle che non si rende conto di fare, è una cosa serissima. Va data, resistendo alla tentazione di stare al gioco, una risposta serissima, anche a costo di rischiare di perdere il contatto miracolosamente avvenuto.

Il fatto è che la vita è un sistema complesso. "Complesso", non "complicato". Un sistema complicato, anche complicatissimo, è un aggeggio in cui puoi calcolare i componenti e i loro effetti, anche se talvolta è difficilissimo puoi farlo. Aggiusto qua, succede questo. Tocco là, si modifica quest'altro. Non va bene, rimetto come prima e torna come prima. Una AI è un sistema complicato, all'ennesima potenza ma solo complicato, e diventasse complesso saremmo nei guai molto più di quanto riusciamo ad immaginare. Un motore a scoppio è un sistema complicato, anche quelli pieni di diavolerie elettroniche di oggigiorno. Un ordinamento giuridico, un sudoku. Invece sono un sistema complesso il clima nel pianeta, una foresta pluviale e qualsiasi altro habitat, una società umana. E una vita umana.

Ho fatto degli esempi, ma molti altri ne potete fare da voi. Specie se vi leggete attentamente questo articolo di Lorenzo Valentini, che spiega benissimo (meglio di Wikipedia) la differenza e tanto altro, cercando il quale mi sono imbattuto inoltre in un film che a suo tempo ho visto al cinema e avevo scordato, come spesso capita anche di quelli che ci piacciono molto, dal titolo La felicità è un sistema complesso, appunto. Errori che non capitano usando i motori di ricerca in AI-mode, se servisse un altro motivo per non farlo. L'umanità, ma che dico l'evoluzione, deve il suo progresso agli errori, alle eresie, non dimentichiamolo.

Ebbene, i sistemi complessi, in quanto tali, "non si aggiustano". Se tenti di farlo, come sti deficienti che stanno facendo i soldi cavalcando il cambiamento climatico convinti, o comunque convincenti, che il clima si possa trattare come un sistema complicato (troppa CO2, la abbassiamo, regredisce il riscaldamento globale), fai solo guai. E comunque non ottieni quello che hai in mente, è "matematico". Magari, ottieni l'opposto di quello che volevi.

Ecco, la vita è così. Non si può tornare a un punto qualsiasi, che so un errore o una scelta, e rimediare o cambiare scelta, e se si potesse, il risultato sarebbe diversissimo da quello che il determinismo ci suggerirebbe. Tornare con un ex, ritrasferirsi da dove si viene, o anche cambiare la macchina con una nuova e potente anziché con una usata e affidabile, o risalire le scale e rientrare a casa sua per dire a quell'amico quella cosa che maledizione ti è venuta in mente solo quando avevi chiuso il portone e avevi cominciato a scendere (i francesi lo chiamano proprio "esprit d'escalier", ne abbiamo pure già parlato), tutto si può fare. Ma guai a credere che facendolo succeda proprio quello che hai calcolato succederebbe, perché diavolo non è così. Cresci, qualunque sia la tua età cresci, e prendi atto di questa verità, seconda per atrocità solo al fatto che dobbiamo morire. E però, se ci pensate, l'una e l'altra cosa sono, letteralmente, il bello della vita.

Volano gli uccelli volanooo!

sabato 29 novembre 2025

RADIO CIXD 72 - ORNELLA VANONI

Vi avevo promesso di riesumare questa rubrica, ferma ormai da oltre un anno per esaurimento del serbatoio (non scrivo se non di cose per cui ho qualcosa di originale di aggiungere a quello che potete trovare in giro, e vi sfido a poter parlare a questi patti di più di settanta dischi), per proporvi un'antologia dell'appena scomparsa Ornella Vanoni.

Difficile, è difficile: sia dirvi qualcosa che non avete sentito, dato che ne stanno parlando tutti i giorni tutte le reti televisive, sia selezionare un numero ristretto di brani, per una che (guardare per credere) in settant'anni di carriera ha inciso centinaia di canzoni, in una cinquantina di album, scritte da quasi tutti gli autori migliori della musica italiana e da numerosi grandi autori internazionali, ma molte anche da lei o almeno col suo zampino (non a caso ha vinto e rivinto il premio Tenco), duettando con decine di colleghi e colleghe e coverizzandone altre decine. Quasi sempre peraltro marchiando indelebilmente con la propria impronta artistica tutto quello che toccava. Il tutto, incarnando un personaggio unico, esemplare per forza delle scelte di vita spesso in anticipo sui tempi, ironico e autoironico come a me piacerebbe riuscire sempre ad essere. E a voi?

Detto questo, vi propongo una serie di brani non coerente: alcuni notissimi, altri che nemmeno sapevate che c'era di mezzo lei. Come ad esempio la intro stornellata a un bellissimo pezzo di Vecchioni su un amore omosessuale durante la prima crociata. O un vecchio e misconosciuto brano sempre di Vecchioni ispirato a una tragedia greca classica e a un passo della Bibbia. O un pezzo di Paoli cantato live con lui il cui titolo avete già sentito... da Camilleri. O uno di Buscaglione cantato in un jazz club. O testi oggi improponibili, in tempi di dittatura del politically correct di genere, se non cantati da lei che ha l'autorevolezza per volare al di sopra delle nostre bassezze.

Si tratta, come vedete, di una selezione estrema. Invece scegliere una foto tra le migliaia sul web è stato relativamente semplice: una dei primi anni 70, quando ancora non si era affidata al chirurgo (unico "errore" che le attribuisco...), e il Gino bambino la guardava in TV e la trovava somigliante alla zia Luciana li accanto.

    

    

    

domenica 23 novembre 2025

L'APPUNTAMENTO

Il tema dell'eutanasia si è meritato un tag, in questo blog, seguendo il quale peraltro ci si può edurre sull'evoluzione della mia posizione in materia, per quello che vale. Il fatto è che si tratta di una questione così delicata che sarebbe strano, invece, avere una posizione granitica.

La prima ragione per cui mi occupavo tanto e con così poco pudore di questo tema è, infatti, che ero ancora relativamente giovane. La morte è tanto presente nelle poesie di tanti adolescenti, ma anche nei loro stili di vita direi (quante cose pericolosissime che si fanno da ragazzi!), proprio perché sembra loro lontana, al punto di essere quasi irreale, comunque "altro da sé". Più invecchi, più si avvicina la prospettiva di doverci avere a che fare, più "la dama senza pietà" perde appeal romantico.

La cronaca però, con la vicenda delle gemelle Kessler intendo, spinge a fare il punto, a cercare una posizione che concili i tanti pensieri di direzione opposta che sono venuti a ciascuno di noi anche a prescindere dallo sciacallaggio giornalistico. Cerco di elencarli:

  • il diritto di ciascuno di noi a stabilire come e quando morire, senza che la cosa comporti il dover ricorrere, ammesso che ne sia capace o sia in grado, a pratiche cruente e dolorose;
  • il dovere di una società a ridurre al minimo le casistiche per cui uno debba preferire morire a vivere, con l'optimus che siano ridotte a quelle condizioni vegetative che dovrebbero essere oggetto di testamento biologico;
  • il rispetto per una scelta che resta tragica e resta privata, tanto da rendere odioso ogni tentativo di utilizzarla per imporre una narrazione di qualsiasi tipo sia;
  • il collegamento tra la deriva individualistica della società occidentale contemporanea, che ha distrutto l'atomo/famiglia senza rimpiazzarlo con niente altro in grado di proteggerci dalla solitudine, anzi ci ha fornito (e coi nostri figli lo sta facendo fin da piccoli) di strumenti di falsa socialità per meglio renderci ancora più soli.

L'apparente schizofrenia di questo elenco è invece espressione del giusto imbarazzo e tentennamento che ciascuno di noi dovrebbe poter e voler mantenere di fronte a episodi come il suicidio più o meno assistito di qualcuno. Dobbiamo poter avere reazioni diverse nel caso Englaro e nel caso Kessler, o in qualunque altro, perché la coerenza talvolta non è una virtù e comunque nessuno ha diritto ad invocarla in noi quando se si leggesse bene dentro non l'avrebbe nemmeno lui, ammesso che non si stia addirittura equivocando sul significato del termine.

Il timore è, invece, che come al solito si approfitti di una storia mediaticamente interessante (le due gemelle erano giustamente celeberrime, una vera icona pop senza tempo) per imporre il proprio metro di giudizio, nel continuum che va dal "peccato mortale con dannazione eterna" al "tana liberi tutti", in una sfera che invece come nessun altra richiederebbe da parte del legislatore uno sforzo di equilibrio super partes e di declinazione dettagliata della casistica. Altrimenti si resta prigionieri degli estremi opposti, uno dei quali ci costringe a soffrire ben oltre il dicibile o a prolungare la cosiddetta vita ben oltre ciò che noi da vivi e lucidi siamo disposti a definire tale, mentre l'altro ci porterebbe a una società che rimpiazzi il sistema sanitario e pensionistico con una iniezione letale magari durante un bel viaggetto multimediale.

Esagero? Ma avete fatto i conti di quanti diritti economici e sociali fondamentali, conquistati col sangue e il sudore dai nostri avi, ci hanno ("democraticamente") tolto negli ultimi decenni, tenendoci buoni con la concessione dei cosiddetti diritti civili? A cosa vale potersi sposare tra persone dello stesso sesso se poi per una coppia comechesia comprarsi una casa è sempre più un lusso e affittarla ancora peggio? A cosa poter accedere alla genitorialità a prescindere dall'anagrafe o dalla capacità generativa, se crescere un figlio è ancora più oneroso? La maggior parte delle questioni di cui si riempiono la bocca, comprese quelle sulla parità di genere, è per impedirvi di vedere dove invece dovreste incacchiarvi veramente. Perché la libertà è poter fare quello che vuoi, ma di fatto, perché se invece ti concedo un diritto che se non sei ricco non ti puoi permettere, ti ho solo preso in giro. Il diritto alla casa, al lavoro, alla mobilità individuale, alle ferie, alla salute, all'istruzione, alla cultura, alla felicità e ai "beni comuni", ci sono stati strappati pian pianino e i nostri nipoti non sapranno mai che qualcuno li ha mai avuti. In cambio, ci danno il diritto di toglierci dalle palle quando vogliamo, e ci forniscono esempi illustri da seguire.

Mentre scrivevo questo post, manco a farlo a posta, è giunto un esempio di approccio alla stessa questione diametralmente opposto: Ornella Vanoni la morte la temeva probabilmente come tutti noi, dentro di se, ma non le ha mai dato la soddisfazione di rinunciare al suo approccio ironico e superiore. Per ora, mi fornisce il titolo a questo post, ma presto le dedicherò uno speciale radiocixd che è tanto che non ne faccio uno, con una antologia delle sue interpretazioni più significative. Ora però vi lascio con due brani di uno che con la Vanoni ci ha duettato dentro nei dischi almeno un paio di volte, che ha scritto sulla morte almeno un paio di canzoni memorabili. Nella prima, esplicitamente bergmaniana, si confessa a cosa si possa arrivare per un solo giorno in più, nella seconda, si arriva al nocciolo di un appuntamento che è l'unico a cui davvero tocca presentarsi da soli.

sabato 25 ottobre 2025

LO SPORT DEL DIAVOLO

Non so chi abbia definito per primo il tennis come "lo sport del diavolo", ma la definizione piace ad Adriano Panatta tanto che la cita ricorrentemente, e io che ho iniziato a giocare per emulare lui (e tra l'altro l'aspetto migliore del fenomeno Sinner è la torma di ragazzini che ha preso ad invadere i circoli di tennis per la stessa ragione) non posso non farla mia, visto che i suoi commenti tennistici e sportivi in generale mi trovano quasi sempre d'accordo.

La ragione principale per cui la definizione è calzante risiede nel sistema di punteggio. Ce ne sono altre, ma sono comuni ad altri sport individuali "di situazione", come la boxe o la scherma, in cui l'azione è un continuo e veloce miscelarsi di azioni fisiche e pensiero (fin qui come molti altri sport) che però deve adattarsi di continuo e rapidamente alla risposta di un altro che usa lo stesso mix per batterti. Non corri contro un cronometro, non devi centrare un bersaglio, lanciare qualcosa più lontano o resistere in qualcosa a lungo e facendo prima di altri, eccetera eccetera, no: devi "fare punti" contro un altro che deve "fare punti" contro di te, nessuna azione è uguale all'altra, la situazione è in continuo cambiamento, ed è solo tua la responsabilità della lunga serie di scelte giuste o sbagliate che prendi durante un incontro. Gli sport a squadre hanno altri pregi, e anzi anche tutti gli altri tipi di sport hanno ciascuno il suo, non sto facendo a chi ce l'ha più lungo. Ma gli sport "a duello" hanno questo pregio, ed il tennis lo è. Poi però c'è il punteggio.

Ho visto in TV una partita in cui una professionista vinceva 6-0 5-0 e match point, e poi ha perso la partita. E non è che si è fatta male, no. E' che il sistema di punteggio, che non si sa nemmeno bene chi e quando lo abbia introdotto (gli antenati del tennis sono antichissimi, dalla pallacorda indietro, ma il punteggio a 15 potrebbe essere conseguente all'invenzione degli orologi a quadrante), è congegnato in modo che tu non sia mai sicuro di aver vinto finché non hai vinto l'ultimo punto. In altri sport non è così: a pallone se sei 4 a 0 avanti e mancano pochi minuti hai vinto, a basket già è più incerto ma fino a un certo punto (se sei avanti di venti, man mano che si avvicina la fine puoi far giocare i ragazzini), a boxe se sei nettamente sotto ai punti puoi solo sperare di mettere KO il tuo avversario ed è già qualcosa, perché a scherma invece devi rimontare non puoi infilzarlo. A tennis invece... Roger Federer a fine carriera ebbe a dichiarare: "Ho vinto quasi l'80% delle partite di singolare... Ma ho vinto solo il 54% dei punti.". E stiamo parlando di uno dei giocatori più vincenti di ogni tempo, per altri grandi campioni si può dire che i punti vinti restino attorno alla metà, mentre le partite vinte non sono quante Federer ma sempre molte di più della metà. E tutto ciò grazie al fatto che i "quindici" non sono tutti uguali, conta vincere quelli che contano. Infatti, spesso nelle statistiche di fine partita mostrano anche il totale dei punti vinti, e nelle partite combattute molto spesso capita che chi ha vinto il match non sia quello che ha vinto più punti. Faccio un esempio non estremo (che si può capire: se vinco 0-6 7-6 7-6 ho vinto due tiebreak ma solo 12 game su 18, quindi facile che ho fatto meno punti): ho vinto 6-4 6-4, ma i miei game li ho vinti sempre con due vantaggi (quindi 6 punti a 4) e quelli che ho perso li ho persi sempre a zero; come minimo, il mio avversario ha perso facendo 80 punti, mentre io ho vinto essendomi fermato a 72. Non so voi, ma io la vedo come una efficacissima metafora della vita, una cosa che apprenderla sul campo mentre ragazzino ti confronti impietosamente con te stesso prima che coi tuoi avversari non può che far bene.

Sinner dunque sta facendo un grande servizio ai ragazzi italiani. E lo fa anche se ogni tanto salta una convocazione in Davis. Chi ne approfitta per fare polemiche, come l'ineffabile Vespa, dimentica che il paragone non va fatto con le "mezze pippe" per cui la convocazione in nazionale è il massimo della vita, ma coi grandissimi della storia del tennis, cui il nostro roscio appartiene di diritto; ebbene, Federer su 45 convocazioni ha risposto si in 27 occasioni (vincendo peraltro il trofeo solo una volta) e no in 18, Djokovic sta solo un filo più su (37 si e 20 no) e Nadal molto dietro (24 si e 32 no). Sinner, se ancora non cambia idea, è solo al suo secondo no, di una serie lunga si spera quanto quella di titoli slam e settimane al numero uno, i conti li faremo alla fine. Queste semplici considerazioni razionali non impediscono al tifoso di essere deluso e magari sperare in un dietrofront. Magari dettato dalla semplice considerazione razionale che uno sforzo di una settimana in più stavolta non è richiesto quando dopo hai altri tornei importanti, ma esattamente prima delle ferie, che per carità anche vista la giovane nuova fidanzata è pure comprensibile volersele godere un minimo prima di iniziare la preparazione per la nuova lunga stagione, ma insomma non credo che la vittoria all'Australian open (e meno che meno nei tornei successivi) dipenda da qualche giorno di differenza nell'inizio dello "stacco". Diciamo così, ancora con Panatta: io tutto sommato uno sforzo lo avrei fatto.

Ma torniamo a noi. C'è almeno un altro senso per cui vale accostare questo sport a Belszebù, e ha a che fare col dottor Faust. Il tennis, infatti, a differenza di altri sport, si può praticare fino ad età avanzata, come sa bene chi ha continuato a frequentare i circoli nei decenni tra l'era Adriano e l'era Yannik, o ci si affaccia di mattina, gustandosi lo spettacolo di fieri vegliardi che si sfidano e sfottono in doppietti improbabili. Ora, nella mia testa ogni tanto lampeggia il desiderio che se proprio devo morire che sia dopo un punto fortunoso ottenuto con una volée in tuffo, e ancora sono solo un ultrasessantenne (ho conosciuto e conosco molti over 70 80 e oltre che ancora giocano): non so se capita anche ad altri, ma suppongo di si. La vecchiaia, come spiega il grande Massimo Fini in questo articolo, è un pessimo affare, ma avere la fortuna di poterla trascorrere su un campo da tennis la rende meno dura. E più invecchio più capisco mia madre, il cui tennis si chiamava "campagna", che ha continuato a zappare la terra irrigarla seminarla e coglierne i frutti fino a oltre 85 anni, e ha iniziato a morire solo quando un incidente le ha tolto la condizione fisica minima necessaria a poter proseguire.

venerdì 12 settembre 2025

L'UOMO-CANNONE

Non so se è originale, probabilmente no, ma in questi giorni, alle prese con gli acciacchi dell'anzianitudine che mi mandano continui ultimatum di resa che continuo a fingere di non ascoltare, mi è venuta in mente una metafora dell'esistenza, peraltro collegabile a una vecchia barzelletta.

Se uno viene sparato da un cannone abbastanza potente da assicurargli una parabola lunghissima, in ogni singolo istante in cui questa parabola si svolge può legittimamente sembrargli di stare volando, anzi addirittura può raccontarsi di saper volare. Il suo in effetti è, un volo, solo che la propulsione che glielo consente non sta nei muscoli che gli fanno muovere le ali, o nel carburante che alimenta i suoi motori, ma solo nella spinta iniziale del cannone, che magari lui ha già dimenticato. Fino a che gli effetti di tale spinta durano, in effetti, egli può godersi il viaggio, osservando il paesaggio o facendo capriole poco importa. Ma verso la fine di quegli effetti, comincerà ad avvertire la perdita di velocità e il cambiamento di angolazione; può allora iniziare a pensare alla ineluttabile conclusione della sua traiettoria, l'impatto al suolo, e a come non ci sia assolutamente modo né di evitarla né di minimizzarne le conseguenze, oppure proprio per questo decidere che pensare all'atterraggio avrebbe come unica conseguenza sprecare gli ultimi tratti di volo, concentrandosi sui modi che gli consentono invece di goderseli tutti nel modo che gli sarà possibile.

A questo punto la vecchia barzelletta sarà tornata in mente anche a voi. Per chi non avesse l'età, dato che il politically correct oggi impedisce la circolazione di certe cose, è più o meno questa: a un tizio che si sporge dal parapetto del belvedere di un grattacielo gli urlano di non sporgersi che se cade muore, lui si sporge, cade, e durante la caduta a ogni piano si dice 'visto? sono ancora vivo!'.

L'antifona, per chi non l'avesse ancora capita, è questa: la vita non è quello che sembra. Non è un volo, è una caduta. La morte non è il suo contrario, è il suo indispensabile complemento. E l'unico modo di non conoscerne la parabola discendente è morire prima, durante la fase orizzontale se non nella parabola ascendente. Nascere è, cominciare a morire. Ma questo solo dal punto di vista diciamo così personale e filosofico. Perché la morale di queste storielle ha anche un altro risvolto diciamo così storico e sociale.

Avrete sentito anche voi, impossibile non sia così dato il martellamento mediatico, la storia dei droni russi abbattuti sui cieli della Polonia e del conseguente appello all'articolo tot della NATO nonché ammassamento di truppe al confine con Russia e Bielorussia. Puzza di false flag lontano un miglio, di quelli che prima o poi la Storia gli rende giustizia, come l'11 settembre per intenderci, o Tonchino. Come ha ricordato Barbero alla festa de Il fatto quotidiano, nella storia ogni volta che c'è stato un riarmo prima o poi un pretesto per fare scoppiare una guerra lo si è trovato. Pretesto falso, perché in ogni guerra la prima vittima, perché comincia a morire prima ancora che inizi la guerra stessa, è la verità. Falso, e noi in Italia dovremmo saperlo benissimo, pieni come siamo nel recente passato di stragi e attentati raccontati in un modo che invece avevano tutt'altra genesi e natura.

Ebbene, stiamo precipitando verso la guerra, guidati da una classe dirigente europea che se c'è una giustizia passerà alla storia come l'accozzaglia di criminali che è, eppure non ci crediamo, non ci possiamo credere, e anzi continuiamo a credere alle storielle che ci raccontano su quanto è cattivo Putin. Ogni passo che viene compiuto verso il baratro, ci sembra una conferma che forse allora non arriverà mai. E invece.

Invece o chiudiamo questo baraccone chiamato UE con annessi e connessi, o ci precipiterà verso la povertà con tutti gli strumenti a sua disposizione, compresa una bella nuova guerra mondiale. Magari non riusciremo a impedirla, questa guerra, ma almeno come sottolinea Cardini in questa sua lodevole iniziativa, facciamo che non sia in nostro nome.

sabato 6 settembre 2025

PRO-METEO

I miti greci ci appassionano ancora in tanti per molte ragioni, la più importante delle quali, forse, è che raccontano ancora, incredibilmente per qualcosa scritto 2500 anni fa circa, tutte le sfaccettature dell'animo umano e dell'esperienza di vivere. Quasi come se il fatto che non venga più attribuito il valore religioso al politeismo ne potenzi anzichenò il valore metaforico.

Prendiamo Prometeo (ve la racconto in breve, i dettagli su Wikipedia): già dal nome è "colui che ci pensa prima", e ha un fratello che si chiama Epimeteo ("colui che ci pensa dopo") e fa un sacco di guai, ad esempio donando doti a caso agli animali (ecco che molti sono più forti veloci e resistenti di noi, nuotano meglio e volano) prima che il fratello in corner ci attribuisca le doti rimaste, intelligenza e memoria, a dispetto di Zeus che temeva le avremmo usate contro gli dei. Poi la fa ancora più grossa: ruba il fuoco agli dei e lo consegna agli umani. Ciò gli varrà una punizione orrenda. Mentre gli umani avranno qualcosa da custodire (ancora per i Romani il fuoco sacro aveva un ruolo di fulcro sociale) di simbolico e di utile per affrancarsi dal giogo degli dei. Guaio a cui Zeus rimediò in parte donando a Pandora, moglie di Epitemeo quindi cognata di Prometeo, un vaso con tutti i mali del mondo, che la sciagurata aprì per curiosità lasciando che fatica malattia vecchiaia pazzia passione e morte si propagassero.

Non sembra anche a voi che i migliori sceneggiatori di Hollywood non potrebbero inventarsi qualcosa non dico di meglio, ma anche di un minimo vicino all'efficacia di questa rappresentazione della condizione umana? E infatti, si potrebbe dire che quando trovate una storia efficace scava scava potreste scoprire che "pesca" in un mito greco e che dopo Omero non ci siamo inventati più nulla. Ma senza divagare, tornando a dove volevo andare a parare all'inizio, il mito di Prometeo è simbolo della presa di distanza dell'uomo dagli dei in entrambe le direzioni possibili: nel bene, perché il fuoco rappresenta l'archetipo di tutta la tecnologia via via padroneggiata (moltiplicando ogni volta il rendimento delle risorse naturali quindi la possibilità del pianeta di sostentarci), e nel male, perché ogni volta che saliamo un gradino apriamo un vaso di Pandora da cui fuoriescono e imperversano problemi che non siamo in grado di controllare.

Questo paradigma è in grado di farci comprendere l'odierna "moda" del "cambiamento climatico", mantra ripetuto a ogni piè sospinto per giustificare ogni tipo di politica redistributiva verso l'alto attuata e da attuare nel prossimo futuro. Zeus non si è mai rassegnato al furto del fuoco; allora usa i suoi superpoteri per convincerci a restituirlo, e il bello è che sembra pure che con molti ci stia riuscendo. Quando invece dovremmo usare il fuoco per fare quello che alla specie umana è riuscito meglio sin dai suoi albori e a cui deve il dominio sul pianeta: adattarsi al cambiamento. E, ad esempio, pretendere un piano massiccio di salvataggio del territorio dal rischio idrogeologico, che avrebbe risultati più certi e rapidi che abbassare di un grado le temperature medie riducendo le emissioni di CO2, ammesso che ci si riesca, a costi molto inferiori. O un piano integrato nazionale di riqualificazione degli acquedotti e riduzione al minimo delle enormi perdite della rete idrica, anziché tentare a ogni piè sospinto di annullare i risultati di un referendum popolare privatizzando l'acqua così poi manca solo l'aria. Tra l'altro, entrambi i progetti assieme costerebbero meno del famigerato ponte sullo Stretto, e a differenza di quest'ultimo (che per sua natura non ne avrà, e chi sostiene il contrario o è in malafede o non capisce Keynes) avrebbero fortissimi effetti di moltiplicazione del reddito, tali da azzerare a stretto giro il deficit acceso dagli investimenti (per il ponte invece un vero e proprio buco nero). E non ho citato gli indispensabili, in Italia, interventi di recupero del patrimonio abitativo in chiave antisismica, che costino quello che costino costano sempre meno delle interminabili e mai complete ricostruzioni a posteriori, e che lo stesso Salvini non si accorge di sponsorizzare quando dichiara che se venisse un nuovo terremoto tipo 1908 il ponte sarebbe l'unica cosa a restare in piedi (sic!). Al posto dei quali invece aderiamo agli assurdi diktat europei sulle cosiddette "case green", in pratica un esproprio parziale se non una confisca in quanto a carico dei proprietari. E chi osa protestare, come per la bufala senza mezzi termini delle auto elettriche, viene rintuzzato come antiambientalista che non vuole arginare il cambiamento climatico.

E torniamo a Prometeo, stavolta stravolgendo l'etimo del suo nome, come se fosse "a favore del meteo". Le previsioni, che una volta erano un rito preserale quasi sacro presieduto dal "sacerdote" colonnello Bernacca, oggi sono dovunque e comunque consultate di continuo, senza rendersi conto che: uno, ci pigliano a stento (e nelle 24 ore, quelle a giorni essendo solo probabili, e con forte decrescenza, quelle oltre la settimana equivalenti all'oroscopo); due, sottintendono di continuo il teorema "cambiamento climatico" cavalcando opposti allarmismi con capriole logiche spettacolari per acchiappare click da un lato e dall'altro obbedire al padrone che quel teorema vuole imporre. Così, ogni ondata di caldo è eccezionale, ogni acquazzone evento estremo: le oscillazioni normali del tempo non esistono più. E questi sedicenti scienziati, di una materia così complessa che i loro stessi modelli matematici mostrano (a chi lo vuol vedere, purtroppo anche qui funzionano le trappole mentali dell'oroscopo, per cui ricordiamo solo quando raramente ci piglia e non quando quasi sempre toppa) di non funzionare nelle previsioni, asseriscono di poterli usare per addirittura modificare il clima: riduco la co2 di un tot, diminuiscono le temperature medie di un tot, e rallento o azzero il cambiamento climatico. Altro che Prometeo, qui siamo al dottor Frankenstein, e pure Junior, cui bisogna sempre rammentare che le variabili in gioco sono troppe e con dinamiche troppo complesse per poter tentare di governarle, magari con una battuta: "potrebbe andar peggio, potrebbe piovere!". Erutta il Fuji, ed ecco che le temperature medie del pianeta calano al punto di innescare una mini-glaciazione, altro che riscaldamento globale...

domenica 17 agosto 2025

CIAO PIPPO

Avrete le scatole piene di coccodrilli su Baudo, da ieri sera, con tanto di interviste su interviste (questa di Heather Parisi degna di grande attenzione) ai tanti VIP che lo conoscevano, molti dei quali vantando, non si sa quanto sinceramente ma è matematicamente impossibile che sia vero per tutti, una stretta amicizia col dipartito, e molti dei quali ipocritamente dichiarando una sorpresa impossibile per un uomo di quasi novant'anni da qualche tempo peraltro assente dalle scene. Non avendo nemmeno un episodio con un qualche riflesso sul mio privato, non posso aggiungerne uno mio come talvolta ho fatto con altri personaggi famosi venuti a miglior vita.

Riflessi no ma riflessioni si, però, perché il presentatore, che ci teneva a questa etichetta anche se nel suo caso era più che mai riduttiva, ha accompagnato tutta la mia esistenza, fin da bambino, come quella di chiunque abbia una certa età, al punto da percepirlo come superato fin dall'adolescenza. Era insomma assurto allo status di Entità: sapevi che c'era, in qualche modo era un parametro, e come tale ha permesso di scartare mentalmente tanti che hanno provato senza successo a emularlo o addirittura superarlo nel mestiere, della serie "se questa è la novità, aridatece pippobbaudo!".

Insomma, avrebbe meritato interesse da un qualche studioso, come fu per Bongiorno, e chissà se non ci sia da qualche parte un qualche saggio che renda giustizia al suo "sottrarsi" come metodo per far risaltare ospiti e scoperte. Alla generazione di mia figlia, che non l'ha mai visto in azione e non può capire, farebbe bene leggerlo, se mai leggesse qualcosa.

Il saluto del titolo glielo faccio fare da uno (Lucio Dalla) a cui il coccodrillo personale a suo tempo lo feci, che a un certo punto nel finale di una canzone quel saluto lo fa, e chissà se quel Pippo era proprio Baudo o meno. Tra l'altro, è uno dei pezzi contro la guerra più efficaci mai usciti, quindi è di estrema attualità.

domenica 15 giugno 2025

RESET

A volte, quando la realtà ti sembra avvitarsi su se stessa e non vedi come e dove possano esserci vie d'uscita, può essere utile ripassare la lezione della Storia, nel bene e nel male. Nel bene: la via d'uscita c'è sempre, niente è eterno, finiscono anche gli imperi più organizzati e crudeli figurati le caricature di impero in cronaca. Nel male: una singola vita umana non è una unità di misura sufficiente, in altri termini non è affatto detto che quella via d'uscita si palesi quando tu sei ancora vivo per vederla. Nel bene: ma non è detto, ad esempio basterebbe che si svegliasse sul serio l'Etna o esplodesse un qualche suo fratellone da qualche parte nel globo per azzerare dall'oggi al domani tutte le chiacchiere infondate e tendenziose sul riscaldamento climatico a base antropica, regalandoci almeno qualche decennio di inverni gelidi e estati irriconoscibili come tali, quella che si dice in gergo "piccola glaciazione" e che è occorsa moltissime volte nella cosiddetta storia umana figurarsi nella vita del pianeta. Nel male: non è che sia meglio una piccola glaciazione dei danni che possono fare i guru del cambiamento climatico, o una nuova guerra mondiale del vulnus democratico costituito ad esempio dall'Unione Europea o da quel mostro chiamato Stato d'Israele, che molto probabilmente ne verrebbero spazzati via.

E però consola. Perché non siamo gli ultimi umani sul pianeta, abbiamo figli o nipotini che vedranno il mondo quando noi non lo vedremo più, e il pensiero, illusorio per quanto sia, ci consola. Tutti, perché vivere è un istinto potente che chiama a raccolta di continuo tutto ciò che può servire alla sua causa, anche (e soprattutto) l'autopresa per il culo, laica o religiosa che sia.

I leghisti della prima ora, quando scrivevano sui cavalcavia delle autostrade FORZA ETNA, evocando così un nume in grado di distruggere il meridione (e secondo loro solo quello, poveri mentecatti) prima di capire che un megaappalto mafiofilo era molto più utile allo stesso scopo, senza rendersene conto, e in un modo completamente diverso dalle loro intenzioni, ci avevano preso. Noi riavremo un mondo pieno di futuro come quello che ebbero i nostri padri nel secondo dopoguerra quando sarà successa qualcosa di altrettanto tragico a obbligarci a resettare. Cioè, "noi": quei pochi di noi che sopravvivranno e avranno modo di unire i puntini e dirlo in giro, ammesso che ce ne saranno e quand'anche che saranno compresi da qualcuno.

Perdonate, ma credo sia umano che la follia in cronaca, l'attacco militare a uno Stato sovrano per dichiaratamente impedirgli di dotarsi di armi atomiche, formula ideologica (riportata in quanto tale acriticamente dal mainstream) che nasconde l'intenzione di sollevare un polverone così enorme da poter attuare indisturbati e nascosti la Soluzione Finale del genocidio palestinese, faccia venire questi brutti pensieri...

martedì 10 giugno 2025

QUINDICIMILA VOLTE GRAZIE

Ho aperto il gruppo FB sul libro Le ricette di nonna Carmela quando avevamo esaurito la tiratura, e costruito coi proventi di quella iniziativa, e di quella di cui era figlia e coronamento, una scuola in Guinea Conakry. La storia è raccontata per esteso in una delle pagine statiche di questo blog.

Per una delle insondabili dinamiche del web e dei social, anni dopo la sua creazione il gruppo suddetto ebbe una clamorosa impennata di iscritti, che ho commentato al tempo in un post che oggi potrei riscrivere, anche se la curva della crescita si è addolcita, perché abbiamo raggiunto una cifra tonda e le cifre tonde piacciono agli umani, non si sa perché.

Ma anziché ri-ragionare sulle dinamiche, e un po' anche per compensare la mia scarsa partecipazione al gruppo social (dopo avervi postato tutte le ricette del libro una a una, ho lasciato che fossero i membri a contribuire con le loro, limitandomi ad approvare le nuove richieste di iscrizione e fare un minimo di controllo sui post impropri e i pochi nuovi membri che provano a usare il gruppo per finalità diverse da quelle proprie, di condivisione a titolo gratuito di cultura culinaria tradizionale), oggi vi racconto qualcosa di nonna Carmela proprio. Anzi, delle storielle di lei bambina che amava raccontare a noi bambini, denotando quella autoironia che è materia propedeutica dell'intelligenza. Storie che ci catapultano nella Calabria ulteriore di oltre cent'anni fa, per dire.

Carmela era una bambina un po' tontolona che aveva una sorella furba, Pasqualina. La madre, consapevole di questa differenza, affidava di solito i compiti più delicati alla sorella, ma talvolta era costretta dalle circostanze ad investire Carmela, di solito avendosene a pentire. Come quando le lasciò in affidamento il pollaio e lei per sconfiggere la noia ubriacò le galline di vino (con tanto di imbuto e bavaglino) divertendosi a vederle barcollare (ma uccidendone alcune). O quando fu mandata a portare un uovo forse alla nonna e lei per strada si mise a lanciarlo in aria scommettendo di riprenderlo al volo con il davanti del suo grembiule, ovviamente non riuscendoci. O ancora l'unica volta in cui fu mandata lei a fare la spesa, con un fazzoletto nuovo pieno di monete per pagare, e lei mentre andava, notata una monetina arruginita su un gradino, memore di tutte le volte che la sorella furba era stata lodata per aver portato a casa ogni sorta di tesoro trovato per caso per strada, si ferma colma di gioia e corre a casa a esibire il trofeo... dimenticando il fazzoletto col gruzzolo su quel gradino, e ovviamente precipitarsi indietro non servì a nulla. Ma questi erano gli abstract, le storie ve le racconto in riggitano, con le parole in cui le ho sentite e risentite oltre cinquant'anni fa.

I JADDHINI

'Na vota me mamma mi lassau mi vardu 'e jaddhini. Ma dopu un pocu, jeu cuminciai mi mi siddhìu. Allura pinzai: s'i pigghiu a una a una, ci mentu na sirbietta nto coddu non mi si llordanu, e ci rugnu a mbiviri u vinu, virimu chi fannu. Siccomu n'o vulivanu, cciù calai pi fforza cu mbutu. Non ti dicu: appena mbivivanu, cuminciavunu mi firrianu tornu tornu chi era nu spassu. Ma poi carivanu ddanterra e parivanu morti, e jeu mi mmucciai. Quandu turnau me mamma, vitti i jaddhini morti e jeu chi non c'era, e pinsau chi era vinuta na faina e cuminciau mi grira e mi chiangi, cusì jeu niscia fora e ci cuntai a virità. Mi mmazzau i tumpulati....

L'OVU

'Na vota me mamma mi rissi "va portici n'ovu a to nonna chi m'u circau". Ma era luntanu e jeu p'a strata non mi mi siddhiu pinsai a nu jocu: "ora u tiru all'aria, poi quandu scindi apru u scossu ra vesta e u pigghiu". Mi mi cumbinciu, u ripitia un pocu i voti: "u tiru all'aria, poi quandu scindi apru u scossu ra vesta e u pigghiu". U tirai, iddhu cariu, apria u scossu, e n'o pigghiai.

A SPISA

Me mamma mi diciva sempri: "malantisa, to soru Pasca quandu a mandu a cacchi parti torna sempri chi truvau cacchiccosa, e tu non trovi mai nenti, pirchì iddha è dritta e tu si babbasuna". E a mia mi fazzu surbizza delicati non mi mandava mai. Ma na vota me soru non c'era e pi fari a spisa mandau a mia. Mi ressi un fazzolettu bellu novu novu tuttu rricamatu cu nu pocu i sordi arruvugghiati dda intra, mi rissi chiddu chi aviva a cattari, e mi mandau. Appena vutai l'angulu, supra nu bizzolu vitti un sordu, bruttu,vecchiu, tuttu ruggiatu. Mi ssittati m'u vardu. E pinsai: "si ciu portu subitu a me mamma non rici cchiù chi l'unica dritta è me soru!". E cusi fici. Quandu rruvai a casa, ciù purgia cu na risata tanta e me mamma mi rissi "e brava a Carmela" e mi stava randu na baciata, ma poi si fermau e mi rissi "e a spisa?" "non ghia ancora" "e u fazzolettu" "supra u bizzolu". Fujimmu, ma ndi truvammu dui, comu ricimu nui pi diri chi certu chi non c'era nenti. Dda vota i mbuscai peggiu i chidda r'i jaddhini...

Un vecchio adagio dice che le persone non muoiono finché i vivi le ricordano. Nonna Carmela secondo l'anagrafe è morta a quasi 95 anni nel 2003, ma è ancora qui e vi ringrazia uno a uno tutti e quindicimila.

lunedì 2 giugno 2025

FUMA FUMA...

... non viri comu ti cumbinasti?! (non vedi come ti sei ridotto?! - modo di dire riggitano che si applica a tutte le situazioni in cui qualcuno ha preso una brutta abitudine, e il sarcasmo è il miglior modo di dissuaderlo.

Sono un asmatico da quando ho memoria: mi hanno riferito che a meno di tre anni dopo una bronchite forse curata male ho iniziato a respirare male specie di notte. Dopo avrei capito che tutti respiriamo peggio di notte, semplicemente perché la posizione orizzontale moltiplica la superficie su cui grava l'atmosfera sopra noi, ma della cosa se ne accorge solo chi ha problemi respiratori. Ricordo lunghe notti seduto quindi in mezzo al letto, con mia zia e mia nonna al capezzale (ho iniziato a dormire da loro per indicazione medica di scarsa salubrità degli ambienti dove abitavo coi miei) a farmi compagnia aspettando che facesse effetto il cortisone (i broncodilatatori non li avevano ancora inventati) e se no i miei andavano ad affittare per la notte una bombola d'ossigeno. Queste notti arrivavano specie se durante il giorno avevo sudato e/o ero stato esposto a correnti d'aria, di conseguenza io non potevo giocare per strada con gli altri bambini (ai tempi, lo preciso per chi ha meno di 50 anni, TUTTI i bambini stavano tutto il giorno a giocare per strada tutti assieme: erano geolocalizzati dalla collettività non dai telefonini...): devo a ciò probabilmente la mia inclinazione alla lettura e ai giochi da tavolo, ma anche il non aver mai imparato a giocare a pallone. Ma tutto ciò non mi impedì di crescere "normalmente", solo favorì la consapevolezza rispetto alla vita (aiutarono molto due periodi in cui per trovare le cause del mio problema fui ricoverato al Gaslini di Genova, durante i quali capii innanzitutto, guardando i bambini che avevo attorno, che io non avevo poi un problema così serio) e ad alcuni meccanismi che gli umani attivano senza pensarci e che invece pensandoci si possono correggere e migliorare, come appunto la respirazione. Mio padre, asmatico a sua volta come mia nonna mio zio e mio cugino e poi i miei nipoti e mia figlia (anche se nessuno grave come me, ma per dire la familiarità...), tentava di insegnarmi a "respirare piano", trasmettendomi una tecnica che poi ho letto in un libro di un professore russo (il metodo "Buteyko") e scoperto essere usato da cantanti e atleti. Ed eccomi sessantaduenne che forse sa già di cosa morirà ma intanto ancora gioca a tennis e fa cardiofitness in palestra (la seconda cosa per poter ancora fare la prima).

Raramente vi racconto carrettate di cazzi miei, e quando capita c'è una ragione. Oggi è perché il quadro dettagliato serve a sgombrare il campo da ogni equivoco: non ho mai fumato, perché proprio fisicamente non mi riusciva (e quando ho scoperto che Che Guevara era asmatico e fumava sigari perché non si aspirano era troppo tardi: i vizi si prendono da giovani), e anzi ho vissuto in un'epoca in cui era impossibile non soffrire del fatto di essere costretti al fumo passivo. Infatti, si fumava in casa (memorabili i Natali in famiglia coi vecchi al tavolo delle carte avvolto in una nuvola di Nazionali senza filtro e tu che ti avvicinavi a cercare di imparare e ogni tanto meritarti un paio di giri di "supplenza" che affrontavi con malcelato orgoglio), al lavoro, al cinema (lo schermo era avvolto nella nebbia), nei locali, ai concerti (molte canne), anche ai pochi che ho tenuto dal palco (rovinandomi le corde vocali, anche per via del fumo). La prima legge contro il fumo nei posti pubblici è del 1975, è quella ancora citata in tutti i cartelli, ma fu per due o tre decenni largamente ignorata, come i cartelli stessi peraltro; d'altronde le auto di Formula1 fino a pochi anni fa erano pacchetti di sigarette in movimento. Qualcuno fece allora una vignetta, e quella si faceva notare. Io me la ricordo ancora, e ve l'ho trovata (sta in cima al post).

Detto tutto questo, e mi sono tenuto breve, se uno come me vi dice che trova esagerato e allarmante il provvedimento che vieta di fumare anche all'aperto, il sospetto che ve lo dica per gusti o interessi personali dovrebbe essere tolto di mezzo. Il puzzo di ideologia (in senso marxiano: falsa coscienza, rappresentazione della realtà fasulla appositamente costruita per essere condivisa e così nascondere i veri rapporti di forza) è forte e lo soffro almeno quanto quello di fumo. E quando lo sento mi metto a cercarne le cause. Ho trovato questo, buona lettura. 

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