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sabato 25 aprile 2026

LIBERAZIONE

Il 25 aprile è una festa che è diventato di moda snobbare, o perlomeno di maggioranza (di governo). Ma gli ineffabili che mettono certi manifesti in giro per Roma peccano, più che di lesa festività, di ignoranza della storia. Senza i partigiani, che peraltro non erano nemmeno tutti comunisti (quelli forse erano i più numerosi, sicuro i più convinti, anche perché, e ma, erano convinti pure che la rivoluzione fosse alle porte), infatti, non ci sarebbe mai più, o perlomeno per decenni, stata una Italia unita da prima o poi governare.

La grafica qui accanto, infatti, è basata sulla proposta inglese alla conferenza di Teheran (si, avete letto bene) nel 1943, subito dopo lo sbarco alleato e relativa rapida conquista del sud Italia quindi quando Churchill cominciava a intravvedere la possibilità di vincerla, la guerra, ma ancora non era mica detto. Gli inglesi evidentemente si erano pentiti di avere cent'anni prima finanziato e tramato per l'Unità d'Italia, e proponevano di farne uno spezzatino molto peggiore della divisione in due della Germania, che alla fin fine poi durerà 45 anni, anche perché l'Armata Rossa non sarebbe mai arrivata fin giù da noi a semplificare le cose invadendo da nord mezzo Paese. L'ipotesi però, o perciò, non piacque a russi e americani, che tempo dopo e a scenario degli esiti bellici più definito, a Yalta, si accordarono per dividersi l'Europa in un piano che prevedeva che noi fossimo al di qua della Cortina di ferro e da noi i comunisti non avrebbero mai governato neanche stravincendo le elezioni. Costi quel che costi: anche centinaia di morti in attentati che compattassero il gregge sotto il buon pastore dallo scudo crociato.

Se questo cambio di prospettiva fu possibile, fu proprio perché nel lasso di tempo tra le due Conferenze la situazione in Italia cambiò, tra l'altro con l'emersione e l'azione, all'interno del centro-nord ancora a lungo controllato dai nazifascisti, di un gruppo sempre più grande di perlopiù ragazzi che misero in gioco la pelle per ridare dignità alla Nazione, contribuendo alla sua liberazione dall'interno in maniera da risultare, se pur mai maggioritaria, a tratti decisiva. Ecco perché gli epigoni del fascio, che dopo un largo giro sono legittimamente arrivati al governo del Paese, devono ringraziarli, i Partigiani, oggi, altro che cazzi.

Tra le altre cose, questa esperienza di governo è transitoria, e non solo perché qualsiasi in democrazia lo è, anche perché essa sta tradendo quello tra i mandati elettorali che maggiormente ha contribuito all'ascesa: l'antieuropeismo di fondo di una buona fetta di italiani. Era successa esattamente la stessa cosa con i cinquestelle, passati dallo zero al trenta per cento promettendo il referendum sull'Euro e dal trenta al dieci, e prossimamente allo zero, agendo da collaborazionisti dell'UE a cominciare dalla truffa pandemica e a finire con l'abbraccio mortale col PD. E una cosa simile può dirsi anche della lunga parabola berlusconiana, avviata dalla sorda percezione degli italiani della eterodirezione della demolizione della Prima repubblica a partire da Mani pulite, e minata dall'interno dalla prevalenza degli interessi personali (di ogni tipo) del soggetto su qualunque interesse superiore anche vigorosamente sbandierato, persino nel triste e tristo epilogo del 2011.

Così, l'ineffabile e dittatoriale Unione Europea continua a stringere il cerchio al collo della libertà dei cittadini. L'ultima trovata è azzerare definitivamente la libertà in Rete nascondendosi dietro la difesa dei minori, che si sa i figli so piezz'e core e i pedofili brutti e cattivi sono sempre in agguato così noi accettiamo nel nome del neosbandierato Diritto alla Sicurezza qualcosa di peggio di quello che quando ci provava Silvio lo chiamavamo Bavaglio e scendevamo in piazza saltando al ritmo di chi non salta Berlusconi è. Esattamente come quando accettavamo di essere chiusi in casa in zone rosse calcolate con equazioni i cui termini erano stati causati proprio dal neoliberistico attacco alla sanità pubblica con relativa chiusura diffusa di presidi ospedalieri. O quando accettiamo come vera l'affermazione discutibile della determinanza dell'azione antropica sul cambiamento climatico, come suo corollario l'assurda deduzione che esiste una possibilità di modificare quella azione in modo sufficiente (e non magari controproducente) da invertire o almeno arrestare quel cambiamento, e come side dish scontato a tutto ciò continuare a rifiutare di fare l'unica cosa che invece servirebbe (ma l'Europa non vuole): spendere a deficit in tutte quelle misure di risanamento del territorio o di armonizzazione con esso (in cui è compresa in Italia l'antisismicità delle costruzioni) che ridurrebbero al massimo le conseguenze di quel cambiamento climatico qualunque ne fosse la causa (la prossima, potrebbe essere un vulcano, come già molte volte nella storia umana, e sarebbe di segno brutalmente opposto al riscaldamento globale lamentato).

Oggi è il 25 aprile, però, e voglio chiudere con un cenno di speranza. Niente è eterno, nemmeno quello che lo sembra. Durante il Ventennio, ai fascisti lo sembrava la loro parentesi, tanto che la chiamavano Era e la numeravano da zero e coi numeri romani. Che però erano uno dei talloni d'Achille, prestandosi poco al calcolo, dei loro inventori, che nonostante questo dominarono il mondo per molto più che due miseri decenni, e nonostante questo non furono eterni manco loro. Non lo sarà nemmeno l'Impero Americano, così come non lo fu quello Britannico. E anche se credete ancora in quel sogno di pace continentale di un pugno di intellettuali che viene usato ingannevolmente come Mito delle origini, non lo sarà nemmeno l'Unione Europea. Probabilmente, avendo una certa età, non ne vedrò la fine. Ma sento lo stesso come un dovere dichiarare, per quello che vale, che è l'UE, adesso, il Nemico a cui Resistere. Un giorno ci potrebbe essere una data che sarà festeggiata come Liberazione da essa, e allora si potrà forse mettere da parte il 25 aprile. Oggi no.

sabato 21 marzo 2026

HO DETTO NO

I nostri padri costituenti erano senza dubbio di tutta un'altra pasta rispetto a tutte le classi politiche che li hanno seguiti. Non solo hanno scritto la "Costituzione più bella del mondo" (le virgolette sono perché oramai Benigni ha sputtanato la definizione, coi suoi fervorini finto progressisti che fanno tanto rimpiangere quando cercava di spogliare la Carrà, sciorinando i sinonimi di patonza, oppure intonava l'Inno del corpo sciolto), ma hanno anche previsto che per cambiarla bisogna ricorrere a meccanismi alquanto complessi che assicurano, più o meno, che essa non venga stravolta ogni due e tre per solo capriccio o convenienza di una parte politica, imponendo o quasi il ricorso al referendum confermativo.

Ciò storicamente ha impedito (anche se purtroppo non tutte: il pareggio di bilancio in Costituzione fu inserito dal governo Monti senza bisogno del referendum col voto sotto feste e nottetempo dei parlamentari uniti dal terrore dello spread, che così hanno ceduto ogni rimasuglio di sovranità del nostro Paese) numerose porcherie. Ad esempio, a Berlusconi prima e a Renzi poi, col secondo che essendo enormemente più ingenuo del primo aveva giurato in caso di bocciatura di ritirarsi dalla politica (ma tanto, lo spergiuro sta a due lire e infatti sta ancora la a fare danni). Per l'elenco delle modifiche approvate (la maggior parte marginali) e respinte (alcune pesanti, come le due succitate) vi aiuta il web ormai integrato con l'AI, sennò leggetevi direttamente questo. Se avete prescia e vi fidate della mia memoria, invece, ve la sintetizzo così: ai vari referendum normalmente ha vinto il NO, perché i costituenti saggiamente previdero anche che per quelli confermativi non vale la regola del quorum come per gli abrogativi, perché anche la demotivazione al voto deve pesare, e di solito i sostenitori convinti di una riforma che faccia i porci comodi della propria parte politica non sono tantissimi. Con ogni probabilità andrà così anche domani, ma ad ogni buon conto cerco di schematizzare le ragioni per cui anche sto giro bisogna votare NO (anche nel dispiacere di trovarsi schierati dalla stessa parte di quegli sciagurati del PD).

La riforma proposta infatti consiste essenzialmente in tre punti:

  1. separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti (quando entri in magistratura in una delle due carriere non puoi mai passare all'altra);
  2. istituzione di un doppio CSM (l'organo di autogoverno della magistratura) per ciascuna carriera;
  3. nomina dei membri di ciascuno dei due CSM mediante un sorteggio a base qualificata.

Vi dico subito che se il quesito fosse solo il terzo, o se fosse possibile esprimere tre voti distinti, avrei votato SI: il sorteggio garantisce rappresentanza proporzionale in tutte le dimensioni, più di qualsiasi meccanismo elettorale per quanto perfetto (figurarsi di uno bizantino come quello per i membri del CSM attuale), e l'unica remora a propugnarlo anche per il Parlamento è che questo in teoria dovrebbe essere migliore della platea da cui è estratto (anche se in pratica storicamente è stato sempre peggiore). Ma essendo il voto unico gli altri due punti pesano molto di più. Il primo era scritto sui piani di Gelli e non era strano che un piduista della prima ora lo volesse fortemente. Il tentativo postumo è esattamente per la ragione negata dai sostenitori del SI e affermata da quelli del NO: una magistratura inquirente separata rigidamente è più facilmente assoggettabile al potere esecutivo (meno separazione di poteri uguale meno democrazia). E se non bastasse la cosa in se, c'è il punto 2 a dimostrare qual è l'obiettivo nascosto dei riformatori: a cosa serve sennò splittare il CSM? Aggiungo un altro argomento, che azzera gli argomenti dei sostenitori della separazione delle carriere: già adesso, le carriere sono unite per modo di dire, visto che un giudice può passare il Rubicone solo una volta in tutta la carriera. In TV non ve lo dicono, ecco perché ora siete stupiti.

C'è un altro autogol, poi, commesso da questa destra imbarazzante. Ogni qualvolta un giudice piscia fuori dall'orinale, come nel caso della "famiglia nel bosco", si alza la canea dell'"hai visto sti giudici di cosa sono capaci?", che nemmeno si accorge di dimostrare, semmai, che il fine ultimo della riforma è proprio avere dei giudici inquirenti che agiscono solo secondo le linee di governo, e senza nemmeno bisogno di ordini espliciti: chi sa che c'è un andazzo, e magari vuole fare carriera, si uniforma spontaneamente.

Che nostalgia, dei tempi in cui non era stata ancora inventata l'etichetta "toghe rosse", la magistratura era naturalmente di destra e Un giudice "una carogna di sicuro..." 

domenica 4 gennaio 2026

JAMAS?

Quello che voleva il Nobel per la Pace, che invece l'hanno dato alla capa dell'opposizione in Venezuela (e non si capiva perché, ora si) Machado, visto che a lui non gliel'hanno dato, e che le guerre in Palestina e Ucraina che voleva fermare una si è fermata solo per finta l'altra manco per niente, si sarà detto che tanto vale che ne comincia un'altra, e mettendo in campo una tale sproporzione di potenza da finirla subito.

A dire il vero, la dinamica è stata così rapida ed efficace che ho sentito voci a sinistra (anche meno articolate di questa) gridare alla farsa, con lo stesso Maduro che avrebbe collaborato per togliersi dalle peste nel modo più indolore. Vorrei dire che cambia poco la sostanza, che è nera e vischiosa: il Venezuela ha riserve petrolifere impressionanti e con Chavez prima e Maduro poi le teneva lontane dalle grinfie americane, e invece a disposizione dei BRICS. Quindi in questo caso l'analisi politica più semplice è forse anche quella più verosimile, e iscrive la vicenda Maduro in una serie storica che passando per Gheddafi e Saddam (non guardate la fine, la bugia patentata delle armi chimiche e l'orrore dell'esecuzione, guardate l'inizio, quando cerca di prendersi il Kuwait) risale su su fino a Enrico Mattei. E Pasolini che voleva raccontarlo. Tutti ammazzati, forse anche Chavez stesso in un parallelo con Arafat, come peraltro un altro presidente regolarmente eletto anche se li era in gioco il monetarismo e non il petrolio e anche se li non ci fu bisogno dell'intervento militare diretto. Quindi a questo ancora gli è andata bene, per il momento, dipende forse anche da cosa succederà a Caracas adesso.

Di sicuro, non c'entrano niente né la droga né la democrazia o il benessere delle persone, come non c'entravano le ragioni sbandierate per gli attacchi ad Afghanistan, Iraq, Iran, Libia, Siria, eccetera eccetera indietro fino a Vietnam e Corea, c'entra solo il Potere militare ed economico di una superpotenza, indipendentemente di quale dei due schieramenti sia al governo: i misfatti li hanno compiuti sia i rossi sia i blu, con la sola differenza che i repubblicani almeno non hanno la faccia tosta di dirsi progressisti come i democratici, ragion per cui continua a valere l'argomento "meglio un nemico sincero che un falso amico" con cui preferii Trump alla Harris e magari lo avessi fatto con Berlusconi rispetto al bugiardo o incosciente Prodi o a qualunque leader del centrosinistra con la palma del peggiore al D'Alema bombardatore di Belgrado.

Inoltre, il principio del meno peggio va forse anche applicato nella scelta tra i due gruppi di potere che si contendono il mondo, quelli a guida petrolifera e quelli del cambiamento climatico, con gli USA di Trump a tirare la carretta dei primi e la UE di Ursula dei secondi. Meno peggio che non significa mai meglio: stiamo parlando di filibustieri patentati, da una parte e dall'altra, meglio ripeterlo così non mi date del trumpiano.

Forse allora è il caso di sibilare l'unico filo di speranza che viene da questa nottata che sembra non voler passare mai: che l'iniziativa faccia parte della definitiva affermazione di un quadro geopolitico in cui tornano a prevalere le "zone d'influenza", quadro non idilliaco ma di sicuro migliore del dominio di una sola superpotenza che tanti danni ha fatto dalla caduta del Muro in poi. Sapremo presto se questo è il quadro in cui si è mosso Trump: se Putin (al netto dei dovuti sbraiti di facciata sul Venezuela) incasserà la pace che vuole in Ucraina, che poi è l'unica possibile e l'unica giusta.

In ogni caso, si tratta di affari che si svolgono sopra le teste della gente comune. Quando (era l'11 settembre 1973) fu deposto e assassinato Allende si iniziò a cantare "el pueblo unido jamas serà vencido", gli Intillimani ci hanno costruito sopra una carriera, ma quella lezione è stata compresa, più che dal popolo, da chi voleva e vuole sconfiggerlo e dominarlo: se unito non sarà mai vinto, allora dividiamolo, magari dando a ciascuno di loro uno schermo davanti al naso a coagulare tutta la naturale energia sociale umana.

sabato 15 marzo 2025

URSULA E SERRA VANNO ALLA GUERRA

Ach! Certen che dopo anni che non si poteva assolutamenten
parlaren di eurobond, sentire di 800 miliarden di spese
militaren
da keuelli che piuttosten che aprire nuovi ospedalen
dikiaravano zone rossen a più non posso, ci vuole proprien
la faccia come il kulen di Ursula Vondertruppen...
A chi è cresciuto col diario di Sturmtruppen non sembra vero, risentire parlare di guerra in Europa: ci sembrava che la dissacrazione satirica fosse la pietra tombale di ogni bellicismo, più efficacemente di ogni levata di scudi moralista e benintenzionata. Ma ci avevano avvisati Arbore e Frassica: con Quelli della notte e soprattutto con Indietro tutta sembrava avessero reso impossibile fare televisione-spazzatura, e invece non solo si è continuato a farla, ma molto peggio di prima.

Eppure, a seguire l'informazione mainstream, la parola d'ordine è adesso imbracciare il moschetto e ubbidir tacendo, pronunciata con estrema disinvoltura non dico dai capibastone della UE, che si sa il Potere ha di serie l'automantenimento oltre ogni limite, ma anche dai tanti commentatori che di fronte alle continue e reiterate prove dell'ademocraticità e illiberalità dell'Europa si trinceravano dietro il "però ha dato settant'anni di pace a popoli che per secoli non avevano fatto altro che combattersi". E ora, siccome i Nostri Sacri Valori sarebbero sotto l'attacco del Nemico Esterno, si prodigano in appelli alle armi, come se questa scusa non fosse storicamente la più usata della Storia, e come se loro non lo sapessero.

Tra essi, si distingue per attivismo uno che da giovane avrebbe smerdato il se stesso anziano di oggi. Michele Serra, infatti, per la mia generazione era il capitano di un manipolo di combattenti si, ma della satira contro il Potere, e va bene che nella vita è normale essere incendiari a vent'anni ma pompieri a cinquanta, ma lui esagera, e non è la prima volta, trasformandosi nel megafono del Potere nel convocare una manifestazione di sostegno all'interventismo europeo in Ucraina, mascherato come "difesa della Democrazia". Cioè, sarebbe democrazia salire al potere dopo un golpe e iniziare ad angariare e massacrare una parte dei tuoi sudditi perché di altra etnia e lingua? E sarebbe democrazia essere nominati da un direttorio anziché eletti dai cittadini, e da li imporre a piacimento politiche restrittive sulle spese sanitarie o sociali (a cittadini che magari nel loro Paese avevano pure eletto un governo che facesse l'opposto) e politiche espansive sulle spese militari? E quand'anche sei così ottuso a risponderti di si, che Zelenskij e i vertici UE sono democratici punto e basta mentre il Nemico per definizione non lo è, sarebbe democratico andare a imporre la democrazia con le armi? Ai tempi di Cuore, se non ricordo male, l'esportazione della democrazia era un bersaglio... Ah già, ma quelli erano gli Ammericani, oggi la carta si potrebbe rigiocare se lo facesse Trump, che disgraziatamente sta cercando invece (eh si, a modo suo e per gli interessi suoi, si capisce, ma anche sticazzi) di imporre la pace.

Volendo cercare il lato buono della faccenda, è nel fatto che (oserei dire, finalmente: per la cosiddetta pandemia non era capitato...) la presa di posizione di Serra & co. è talmente di destra (e si: come molte altre del centrosinistra, specie in campo economico, ma evidentemente in modo più lampante) che sta spaccando la sinistra. A iniziare dal PD stesso e a finire nelle piazze: fioriscono levate di scudi (qui Peacelink, Sbilanciamoci, Leonardo), e per oggi 15 marzo stesso è prevista anche una contromanifestazione (di Potere al popolo, con molti aderenti), e non che si possa oramai più dare peso politico alle iniziative di piazza, ma insomma se quella pro-UE si rivelasse un flop non sarebbe male, quindi ben venga qualsiasi cosa che gli tolga il terreno da sotto.

In cronaca c'è questo, alla Storia invece passerà cosa succede da ora in poi. Putin non è un fesso e sa che una tregua senza garanzie di pace duratura a valle di un ridisegno dei confini ucraini (arbitrariamente tracciati in seno all'URSS, non dimentichiamolo mai) che rispetti le etnie residenti si tradurrebbe solo in una perdita di tempo a favorire le iniziative di riarmo occidentali, ma nemmeno Trump lo è e capisce da solo che a Putin bisogna offrire quello che gli spetta altrimenti niente pace (e si, niente terre rare) ed è in questa ottica che bisogna leggere le strigliate e gli avvertimenti all'attorucolo ucraino. Quindi lo scenario più probabile è ancora che la pace venga fatta (lo spiraglio c'è, eccome, anche nella storia della diplomazia), l'Ucraina ridimensionata e tenuta fuori da Nato e UE, e il riarmo europeo resti li da un lato a dimostrare che gli Eurobond allora si possono fare cavolo, e dall'altro a consentire agli autocrati finanzieri di rimetterci sotto torchio per ripianare il deficit stavolta da spese militari chiudendo la fase fintamente espansiva del PNRR. Ma se invece si avverasse lo scenario meno probabile, che cioè la UE riesca in qualche modo ad attuare il suo piano controproducente, a riarmarsi in fretta, a sabotare gli accordi di pace, e ad avviare una escalation, mi piacerebbe vedere Michelino e gli altri della sua piazza mandati al fronte a combattere per la democrazia, ma temo invece che per limiti di età ci vedremo i nostri figli. E figlie, sia mai una discriminazione di genere. Quattro gatti che prima hanno fatto in modo che ci costasse un occhio della testa crescerli, e poi ce li fanno far fuori manco fossero carne da cannone come i figli dei nostri trisavoli (che però erano tipo otto a coppia, tirati su con un solo stipendio quando andava bene, e pazienza se ne morivano un paio).

Ed ora un po' di link di approfondimento, che ci servono (ma stanno qui solo perché non sono riuscito a inserirli nel filo del discorso del testo: vi invito invece a seguire anche quelli inseriti nel testo, che sono la stessa cosa):

sabato 23 novembre 2024

LE BUFALE DEL PADRONE 6 - IL PONTE SULLO STRETTO E LE GRANDI OPERE IN GENERE

Del proverbiale ponte abbiamo parlato tante volte su questo blog, d'altronde è duemila anni che se ne parla, e io sono nato da quelle parti... Ogni volta finisce che sembra ci si metta una bella e giusta pietra sopra, ma dopo un po' ecco che qualcuno ci riciccia, questo giro è nientemeno che il capo di un partito che voleva la secessione del nord Italia dal sud (che magari che l'avessero ottenuta ai tempi di Bossi e Miglio: nell'eurozona sarebbe entrato solo il nord e un sud ricco e sovrano oggi banchetterebbe sulle sue spoglie!). Roba difficile da spiegarsela, senza quella dose di dietrologia che noi "complottisti" fortunatamente sempre manteniamo: "cosa vorrà in cambio, di questa ipotetica pioggia di fantastiliardi sul sud?", ci chiedevamo, ma bastava attendere un po' e infatti è arrivata la risposta.

Il governo, infatti, ha varato quella che con una delle solite etichette ingannatrici hanno chiamato "autonomia differenziata", la cosa più vicina alla secessione che si può oggi ottenere, anzi meglio, che il sud non ne potrà nemmeno ricavare i vantaggi che potrebbe da una secessione vera. Se pensiamo che la Meloni dieci anni fa proponeva, con una iniziativa che se avesse mantenuto (magari assieme al no-euro degli esordi) forse gli avrei dato il voto anch'io, l'abolizione delle nefaste Regioni, abbiamo una ulteriore misura di quanto la coerenza conti in politica. Sicuramente meno del do ut des. Ma torniamo a bomba sul Ponte.

La notizia è che sono venuti fuori i documenti ufficiali della società che lucra da decenni sull'utopico progetto, parecchi decenni, e sta al Ponte come l'oste al suo vino, il che rende ancora più preoccupanti i passaggi cerchiati in immagine: è come se l'oste dicesse "comprate il mio vino, è fatto con le bustine" o giù di li. Non che fossero segreti, no, è semplicemente che la stampa mainstream si guarda bene da farli uscire, e stiamo parlando di un argomento in cui non è nemmeno tutta allineata (magari il Manifesto avesse usato lo stesso zelo ai tempi della "pandemia"...), figurarci quelli in cui la sinistra è più di destra della destra. Certo, bisogna saperli leggere:

  • dichiarare che il Ponte è in grado di resistere a un sisma di grado 7,1 Richter significa che NON è in grado di reggere a uno di grado 7,2 (non fatevi ingannare dallo 0,1: la scala è logaritmica), figurarsi a uno di 7,8 ritenuto possibile da esperti non interessati agli affari, che genera un'energia pari a undici volte tanto un 7,1;
  • dichiarare che l'area dello Stretto non è in grado di produrre terremoti superiori a quello del 1908 ha lo stesso grado di attendibilità di un oroscopo, e comunque nessuno può garantire che la misurazione del 1908 sia stata precisa come quelle che possiamo fare oggi;
  • dichiarare che un tale sisma ha un tempo di ritorno di duemila anni è una supercazzola indimostrabile, anche perché i terremoti catastrofici documentati nell'area in quei duemila anni sono stati almeno una decina e di nessuno di essi è possibile anche solo approssimativamente calcolare la magnitudo (ma solo gli effetti riportati dalle cronache delle varie epoche, mitigati dall'impatto antropico molto minore e comunque gravissimi), supercazzola che si possono permettere di sparare solo perché sanno, e dichiarano esplicitamente senza che nessun commentatore o politico a quel punto si alzi e faccia saltare il tavolo mandandoli a fanculo, che l'opera, con tutto quello che costa, durerà duecento anni (e lo dicono fieri come se fossero tanti, come il buon Morandi faceva coi suoi bellissimi viadotti di calcestruzzo). Avete capito bene: i vostri pronipoti al massimo potranno farsi le foto dal traghetto con le macerie alle spalle, e intanto oggi per farlo spendiamo tanti di quei soldi che invece ci si potrebbe riqualificare il territorio e le infrastrutture di tutta la Calabria e la Sicilia.

A proposito di soldi: il politico in questione, il codazzo che si è creato dietro a questa sua impresa, e la flotta di pesci pilota dell'informazione (tra cui spicca per attivismo becero e feroce una nota testata locale, spero almeno sia per soldi perché altrimenti è peggio), usano come clava l'argomento "enorme investimento pubblico con ricadute importantissime sul territorio", e perciò tocca smontarlo. Perché le opere pubbliche possano avere un effetto moltiplicatore keynesiano, infatti, occorre che si verifichino due condizioni: che i soldi spesi restino nel territorio, e che chi li guadagna ci paghi le tasse e il resto li rispenda nello stesso territorio, eccetera fino al punto in cui l'aumento di reddito prodotto sia tale da generare maggiori entrate fiscali tali da azzerare il deficit iniziale con cui si è fatto l'investimento. Sono cose che ai miei tempi si studiavano all'università e oggi non più, lo capisco, ma con un altro piccolo sforzo si arriva anche alla deduzione (peraltro spiegata bene nel programma dei cinquestelle prima che diventassero il sempre più evanescente "cavalletto" del PD) che queste condizioni si verifichino solo nelle piccole opere pubbliche locali e non già nelle grandi opere pubbliche. In altri termini, spendere miliardi di euro in quelle migliaia e migliaia di piccoli interventi di cui il nostro Paese avrebbe un bisogno vitale (acquedotti, case, alvei fluviali, coste, boschi, eccetera) sarebbe a costo zero e rilancerebbe l'economia (oltre che proteggere da eventi climatici e terremoti), viceversa spenderli tutti in un paio di opere giganti non avrebbe nessuno degli effetti virtuosi di cui sopra, perché il general contractor è una multinazionale, le maestranze spesso straniere, i subappalti vattelapesca.

E allora perché tutta la catena di comando politica (dagli amministratori locali all'ineffabile UE) privilegia le grandi opere, e trova sempre il modo di finanziarle, e per le piccole e indispensabili invece dice che i soldi non ci sono? Andreotti diceva che "a pensare male si fa peccato ma spesso si indovina": perché legare il proprio nome a una grande opera è un vizio dei potenti fin dagli albori della civiltà, ma almeno i potenti di una volta costruivano opere in grado di resistere al tempo, a questi interessa solo stanziare i soldi e avviare in qualche modo i lavori, poi se non regge, anzi addirittura se non viene ultimata, chissenefrega, tanto lo scopo era un altro. E cioè l'ennesimo travaso di risorse pubbliche nelle tasche di privati, lecitamente o meno che sia a seconda della fase del procedimento di cui parliamo. Più soldi ci sono in ballo, infatti, più è semplice che si creino sfridi invisibili e incontrollabili.

Ricapitolando, un ponte a campata unica lungo quasi il triplo del più lungo mai realizzato costituisce un'impresa tecnicamente tanto ardua da non essere praticamente realizzabile, ma se anche fosse è dichiaratamente progettato per resistere per soli 2 secoli (sottraendo alla collettività enormi risorse) a meno che non arrivi un terremoto di magnitudo superiore a 7,1 (evento possibile, se non probabile) o raffiche di vento superiori a 270 km/h (misura questa almeno nettamente superiore alla media, con un margine che dovrebbe essere adottato anche per i sismi, ma come fa a resistere? come i grattacieli, oscillando, ma vista la lunghezza di metri, probabilmente in misura da consigliarne la chiusura in tutti quei giorni in cui c'è vento forte "ordinario" - eppoi non c'era il cambiamento climatico, la tropicalizzazione? se ci passa sopra un piccolo uragano, che succede?). Poi se uno pensa che un'idea così balzana sia tornata in fase di attuazione solo per poter stanziare il denaro e originare tangenti, mentre conferisce a un politico in crisi una boccata d'ossigeno in termini di visibilità, è un terrapiattista...

sabato 9 novembre 2024

LA NOTTE DEI LUNGHI CRISTALLI

Della serie "corti circuiti mentali significativi", l'espressione con cui intitolo questo post l'ho appena sentita al TG: il giornalista doveva parlare degli incidenti di Amsterdam in cui sono stati feriti alcuni tifosi israeliani, Netanyahu come al solito ha sciacallato esagerando un paragone con la notte dei cristalli, e a lui gli è risuonata in testa la notte dei lunghi coltelli (una resa dei conti tra nazisti in cui gli ebrei non c'entrano niente), e gli è uscita di bocca "la notte dei lunghi cristalli", che non vuol dire niente ma magari a lui è sembrato che i cristalli lunghi gli consentivano una maggiore enfasi di quelli corti. La cosa potrebbe essere rubricata come un banale lapsus, se non fosse un buon esempio invece di come funziona l'informazione oggi: veline, veline di veline, e uno dei pochi privilegiati che ancora prendono uno stipendio per fare il giornalista che le legge interpretandole con zelo tale che qualche volta gli scappa l'eccesso.

La sintassi però è sempre quella, anche quando gli errori marchiani non la scoprono. Lo abbiamo visto lungo tutta la campagna elettorale americana, conclusasi in questi giorni con l'inattesa (almeno da me, che commentando la candidatura della Harris ho previsto che una donna mezza immigrata e mezza nera poteva raccogliere una marea di consensi grazie alla propaganda modaiola e rimontare il disastro che stava apparecchiando Biden) e nettissima vittoria di Trump: per i nostri media, la democrazia è quella cosa in cui vincono i "nostri", se vincono gli altri è in quanto populisti, autocrati, o imbroglioni (rispettivamente ad esempio il primo Grillo, Putin e Maduro). Stessa cosa per gli atti di ostilità bellica: se li fanno gli altri sono guerre o attacchi terroristici, se li fanno i "nostri" sono azioni di legittima rappresaglia a difesa della democrazia e della libertà. E potremmo allungare la lista degli esempi con la pandemia, il cambiamento climatico, eccetera eccetera.

Tutte queste questioni non le ho citate a caso. Pur ritenendomi di sinistra-sinistra (tanto da aver sempre visto con diffidenza, dichiarata, ogni deriva verso il centro-sinistra, creazione del PD in primis), sono infatti decisamente contento che abbia vinto Trump. Intanto, è sempre meglio un "nemico" dichiarato che un falso amico, e gli schieramenti progressisti di tutto il mondo, con quello italiano a portare la bandiera sindacati in testa, sono decenni che fanno gli interessi "del padrone" fingendo di fare quelli del popolo. Un miliardario che vuole tagliare le tasse ai ricchi lo puoi combattere, quelli che fanno il gioco dei ricchi impoverendoti (mentre ti allisciano il pelo con diritti civili inutili se non si hanno quelli economici fondamentali) no. Ma c'è di più. Il mondo è ancora una volta a un passo dal baratro, e ce lo hanno portato esattamente gli azionisti di riferimento dei partiti sedicenti progressisti, democratici americani in testa. Ci sono loro dietro le primavere arabe, il colpo di Stato in Ucraina che dieci anni fa ha avviato le ostilità nel cortile russo, la leadership israeliana che si sente libera di perpetrare rappresaglie di proporzione più che nazista, il terrorismo climatico e quello pandemico, eccetera. Avergli tolto il giocattolo di mano, anche se chissà per quanto vista l'età del tycoon e l'aria che tira, dà qualche speranza in più al mondo.

Con qualche timore scaramantico, elenco le cose che potremmo vedere nei prossimi mesi grazie all'afflato democratico dei sudditi della periferia profonda dell'impero americano: pace in Ucraina, Israele che si dà una calmata, messa in pausa dei progetti di una nuova pandemia, abbandono dei folli progetti di cambiamento climatico (o come dicono loro del suo azzeramento) tramite misure empiriche che hanno l'unico sicuro effetto (e forse anche il loro vero obiettivo) nell'impoverimento collettivo. E forse anche un cambiamento di equilibri all'interno di quel progetto antidemocratico e antipopolare che chiamiamo Unione Europea, indotto dal cambiamento di linea dell'alleato più potente. Francamente, se si realizzasse anche solo la metà di questo scenario, poco mi importerebbe che sarebbe grazie a uno che mi sta antipatico e che ideologicamente costituisce un mio avversario politico. Che vi devo dire, sarà l'anzianitudine...

Intanto però un primo risultato lo abbiamo: le considerazioni chiamiamole così di speranza che ho appena elencato le ho già sentite qua e là anche in TV da qualcuno, come se stesse già serpeggiando il sentore che adesso finalmente si può di nuovo dare voce a narrazioni alternative da quella monocorde che impera da anni. Magari sentirò pure un giornalista al TG dire che paragonare una scaramuccia tra tifosi a un massacro di proporzioni storiche è una boutade indegna, e che i leader israeliani anziché raccattare qualsiasi cosa buona a giustificare i loro misfatti dovrebbero iniziare a chiedersi quanto dell'antisionismo (l'antisemitismo non c'entra niente, e pure i palestinesi sono semiti) crescente sia magari anche conseguenza della loro azione politica. No, dai, forse chiedo troppo....

venerdì 2 agosto 2024

CENTRALISMO INDIFFERENZIATO

Io la vedo così: essere stato ambientalista militante nei primi anni 80, mi da ancora più credito quando critico l'ambientalismo modaiolo di oggi, che non è dimostrato che il cambiamento climatico sia riscaldamento globale, principalmente a causa antropica, o che si traduca in eccesso di co2, mentre è dimostrato che i rimedi proposti siano controproducenti (le auto elettriche), miranti ad altro (l'agenda 2030) o vigliaccamente classisti per censo (pro ricchi).

Allo stesso modo, essere stato fautore dell'istituto dei referendum popolari quando ancora non potevo nemmeno votare (posso produrre un video che mi vede impegnato nella campagna per la legalizzazione dell'aborto - che non significa "a favore dell'aborto" semmai il contrario, non bisogna mai dimenticarlo - sul pullman di una gita al liceo, volendo), e averlo appoggiato fino a quando i radicali stessi lo sputtanarono inflazionandolo, mi autorizza in qualche modo ad esprimere le mie perplessità su quelli in cronaca senza passare per antidemocratico o comunque contrario agli istituti di democrazia diretta.

Ora, in questi giorni è capitato a tutti noi che un amico o un conoscente ci passasse un link per la firma (elettronica, i tempi cambiano...) per il referendum abrogativo della legge istitutiva dell'autonomia differenziata. Magari, chi ce l'ha mandato conosce bene il nostro fervore meridionalista o comunque la nostra annosa avversione al razzismo più o meno dissimulato della Lega di Bossi e Miglio. E devo dire che viene d'istinto di seguire il link e firmare, superando l'avversione (sicuramente dovuta all'anzianitudine) dovuta all'ennesimo utilizzo dell'identità digitale che ci è richiesto.

Infatti, non è quello che mi ha fermato. Forse però è quello che facendomi perdere qualche minuto mi ha spinto a riflettere. Ad esempio, da buon dietrologo d'antan, chiedendomi: chi c'è dietro sto referendum? chi lo promuove, e perché? La risposta era semplice: il partito-bestemmia (mica pensavate che PD significasse partito democratico...). Ora, si può legittimamente ritenere, io più volte l'ho fatto su questo blog pubblicamente, che quando una battaglia è giusta è giusta anche se comporta compagni di percorso che non vorresti con te a merenda, sennò financo la Resistenza non ci sarebbe stata e il problema dell'Italia disunita sarebbe stato risolto dagli Alleati ab origine. Ma altrettanto legittimamente si può ritenere che quando una campagna referendaria è sponsorizzata dal principale partito dell'opposizione, la sua funzione strumentale antigovernativa, per carità legittima, sia preponderante rispetto alla funzione propria della battaglia referendaria stessa.

Come districarsi da questo dilemma, a parte come si diceva una volta "lasciare libertà di coscienza" ai singoli? In questo caso è piuttosto semplice, direi: basta ripassarsi a memoria cosa ha fatto il centrosinistra negli ultimi decenni per favorire la deriva "devoluzionaria" a base regionale. Cioè tanto. Abbastanza per garantirci che, una volta raccolte le firme, e una volta vinto il referendum e abrogata l'autonomia differenziata salviniana, e una volta fatto cadere il governo e rimpiazzato FdI a palazzo Chigi, approverà qualcosa che chiamerà in un altro modo, ma somiglierà terribilmente al federalismo sotto mentite spoglie che ci affanniamo ad arginare. Perché il regionalismo è nato proprio nell'alveo di pensiero della sinistra italiana, e tutti i suoi nefasti potenziamenti nei decenni sono stati attuati col beneplacito, quando non con la regia, della sinistra. Per cui quello che sorprende, semmai, è che gli eredi dei fascisti diano spago ai berlusconiani e ai leghisti 2.0, anziché - come dovrebbero - fare abolire le regioni e riorganizzare gli enti locali attorno alla figura del Prefetto. Magari salvando il livello comunale per le questioni di quel respiro, ma senza rinunciare al centralismo per quanto riguarda la sfera finanziaria.

Si, è l'esatto opposto di quanto è stato fatto negli ultimi 50 e rotti anni. In cui tutto questo delegare non ha fatto altro che far uscire di controllo la spesa pubblica e impedire persino un suo reale monitoraggio, oltre che incentivare la corruzione a ogni livello. Quindi non ho alcuna speranza che qualcuno inverta la tendenza. Non i nipotini dei fascisti al governo, ma nemmeno i nipotini dei comunisti che usano la leva referendaria per arrivare sia mai a rimpiazzarli. Questo vecchio comunista morirà (e dire che a occhio e croce ancora una decina o ventina d'anni potrei campare...) senza vedere lo Stato ripotenziarsi, da un lato a danno delle nefaste regioni, dall'altro a spese della ancora più nefasta Unione Europea. Qualunque cosa votiate al referendum.

domenica 19 maggio 2024

MANIFESTO PER LA SOVRANITÀ E I DIRITTI DEI POPOLI

L'atteggiamento nei confronti della politica può essere di vario tipo, e già questo mi ha sempre stupito, sarà che ho una formazione anni 70, perché vivere in una poleis e non dare la conseguente giusta importanza alla sua gestione è lo stesso che farlo a qualunque altro livello, ad esempio con la propria famiglia.

Ma questo è, e allora schematizziamo per capire. Ci sono:

  • quelli che è tutto un magna magna la politica è un mestiere come un altro non voto oppure voto per chi mi restituisce in qualche modo una utilità diretta;
  • quelli che il partito è come la squadra di calcio si inizia ad amare da giovanissimi e non si cambia mai più, nemmeno se quel partito ha cambiato magari più volte nome e soprattutto linea politica, anche drasticamente;
  • quelli che hanno le proprie idee e vanno a votare solo in quei momenti storici in cui c'è qualche schieramento che le porta avanti.

E poi ci sono quelli che ogni volta si chiedono: tra gli schieramenti in lizza, chi si avvicina di più ad almeno promettere (realizzare è tutt'altra cosa, ma si sa da prima che verremo delusi, non si sa soltanto quanto presto e in quanta parte) le cose che vorrei? E votano per quello, anche se pure lì vedrete ci sarà qualcuno che è lì per fare carriera o peggio, anche se non è lo stesso dell'altra volta figurarsi della prima volta che hanno votato, e anche se pur essendo il più vicino è lo stesso abbastanza lontano dalle sue idee che la tentazione stavolta di mandare a fanculo tutti e andare al mare è fortissima. Specie se parliamo di elezioni europee, cioè di una consultazione messa li solo per poter dire che l'UE è una cosa democratica, ma che di fatto elegge un organo che non conta un ciufolo perché la linea politica dell'Unione è formalmente decisa da un direttorio di capi di governo a peso variabile, e sostanzialmente dai banchieri. Chi mi legge non ha bisogno che io precisi di far parte di quest'ultimo novero, e probabilmente (la "famiglia" dei lettori costanti di questo blog essendosi talmente assottigliata nel tempo da aver fatto selezione valoriale) anche lui/lei è "a bordo".

Giusto per chiarire, io nella mia vita ho votato radicale quando i radicali facevano le battaglie referendarie serie (prima di sputtanarsi inflazionandole), comunista quando è morto Berlinguer, PDS e poi DS (ma giuro mai PD, avevo visto subito come sarebbe finito, ben prima che Bersani lo legasse a "Monti senza se e senza ma"), cinquestelle (il cui programma, sacrosanto, è stato in home di questo blog per anni, prima che lo tradissero clamorosamente), e persino Paragone (l'unico a sembrare antiUE con una certa coerenza l'ultima volta, molti altri hanno votato Meloni per la stessa ragione ma si sapeva che li la coerenza non c'era, e si è visto subito e ripetutamente).

E stavolta, per chi votare? Il fronte "italexit" si è diviso (se l'atomo - parola che significa "indivisibile" - si può dividere, perché non uno schieramento politico già sotto la soglia?), i cinquestelle oramai fanno l'ala sinistra del PD (consentendogli di sopravvivere, loro che stavano per farlo finalmente scomparire), Giorgia fa pappa e ciccia con Ursula a negare i soldi dove servirebbero (sanità pubblica, infrastrutture, salvaguardia del territorio, acquedotti, eccetera) ma a concederli dove finiscono per metà in tangenti e per il resto in fondo al mare con contorno di macerie (il ponte Salvini ammesso che venga mai ultimato farà a gara di effimerità col ponte Morandi). E anche quando così non fosse, la domanda è: può un comunista per formazione e studi "ridursi" a votare per i nipotini di quelli con cui in gioventù ci si picchiava per strada?

La risposta, come spesso in questi casi, è: dipende. In questo caso, la risposta è no, ma per le ragioni spiegate (il finto antieuropeismo) non per quelle "estetiche" (il presunto neofascismo). Ma per trarne fuori una regola che valga tutte le volte bisogna cercare nella Storia, e in questo caso arrivare alla Resistenza. La Madre della Repubblica Italiana.

La resistenza fu un fenomeno forse ancora più elitario del risorgimento. In entrambi i casi, un manipolo di teste pensanti riuscì in un modo o nell'altro (e sempre con qualche aiutino esterno dal mondo anglosassone - tanto per cambiare) a portare l'Italia dove voleva (e dove la quasi totalità degli italiani non voleva). Ma se l'Unità d'Italia fu in pratica il furto con destrezza di uno staterello indebitato fino al collo, e per almeno metà dei sudditi una autentica sciagura (di cui ancora si paga l'eco), alla Resistenza invece dobbiamo se siamo rimasti uno Stato unitario e in qualche modo diventati uno Stato democratico nonostante aver cambiato alleati in corso di Guerra: senza i partigiani, la cosiddetta "liberazione" sarebbe stata solo una conquista militare straniera.

Ebbene, i partigiani non solo erano quattro gatti, rispetto a una popolazione che peraltro fino all'anno precedente era fascista al 99%, ma provenivano da culture politiche non solo diverse, ma anche opposte al punto di essere a tratti incompatibili. Non erano solo socialcomunisti, insomma, come spesso sceneggiatori distratti lasciano intendere, ma anche cattolici, liberali, azionisti, eccetera. Operai e padroni. Preti e mangiapreti. Ignoranti e studiosi. Assassini e santi. C'era da liberare un Paese, o perlomeno da fare in modo che non lo liberassero da soli gli americani (che comunque non ci siamo levati mai di dosso, ma allora figuratevi), e quando c'è un obiettivo primario non si guarda il capello. Tutti dentro, anzi senza nemmeno rivelare il vero nome, perché non si sa mai meglio non saperlo, e perché non conta.

Per tutte queste ragioni, la consapevolezza di essere rimasti a distinguere con precisione il Nemico, in pochi e diversi tra noi, non può bastare a fermarci, ora che il Nemico si chiama Unione Europea, capitalismo delle multinazionali, OMS, eccetera. E anche se in mezzo c'è un certo Alemanno, e chissà quanti altri con cui non dividerei niente (ma poi c'è anche il compagno Marco Rizzo), leggo sul sito di Cardini il testo di questo Manifesto, dal titolo "L'Italia e l'Europa contro la guerra", ed aderisco. Oggi è questo che serve: distinguere tra Europa ed Unione Europea, cioè tra il luogo in cui popoli diversi si incontrano liberi e l'istituzione oligarchica concepita e attuata per renderli schiavi. Comprendere che restituire agli Stati nazionali la loro sovranità e riconoscere a livello globale il multipolarismo come necessità e l'unipolarismo USA come sciagura sono i presupposti per rendere possibile l'attuazione della democrazia e della pace nel mondo. Leggetelo ed aderite anche voi, siamo quattro gatti e novantanove per cento saremo sconfitti e dimenticati, ma uno per cento salveremo il mondo.

sabato 28 ottobre 2023

SENZA TUTELA

La vicenda del cosiddetto "mercato tutelato" dell'energia è emblematica dell'epoca che ci tocca vivere, dalla "fine della Storia" in poi. Avendo vinto la guerra fredda sul comunismo, il capitalismo è stato libero di realizzarsi in tutte le sue estrinsecazioni senza che gli Stati sedicenti democratici opponessero più tutti quei correttivi, indispensabili fino a che c'era il rischio che altrimenti il popolo votante portasse il socialismo al potere per via elettorale, che ne contemperavano gli eccessi.

Le ultime quattro righe sono sufficienti a spiegare gli ultimi trentaquattro anni di storia, sia nelle grandi linee sia nei dettagli, anche quelli che sembrano insignificanti. Già, perché c'è sempre qualcuno che davanti all'ennesima dimostrazione del fatto che non siamo più uno Stato democratico ed indipendente, che è perfettamente inutile votare tanto la politica economica, cioè quella che conta e da cui dipendono tutte le altre politiche, la decide una non ben definita oligarchia eletta da nessuno e fuori da ogni controllo politico e giuridico, fa spallucce e ti dice "ma di che ti lamenti?", mostrandoti il sempre ineffabilmente presente "lato positivo della cosa", e iscrivendoti d'ufficio ai complottisti. E il bello è che quel qualcuno, se non è tra i beneficiari diretti o indiretti del Nuovo Regime, ne è come te una vittima, solo inconsapevole: l'ennesima rana bollita e contenta.

Venendo alla cronaca, la decisione UE che gli Stati non devono più impicciarsi di garantire ai propri cittadini uno "scudo" alle oscillazioni del Dio Mercato, che talvolta possono avere effetti di portata tale da (restando irrilevanti per i pesci grossi) distruggere le famiglie, è annosa, direi fondativa. Ma in alcuni Paesi, come ad esempio il nostro, dove magari un popolo avvezzo storicamente a fronteggiare i soprusi dei potenti si ostina ad eleggere di volta in volta chi promette in qualche modo una qualche forma di resistenza, si nicchia, si rinvia, e così si rimanda il redde rationem. Ebbene, per luce e gas pare non si possa proprio più. Fino a qualche giorno fa pareva che il governo, memore del mandato preciso per cui si trovava ad essere tale, volesse varare l'ennesima proroga. Ma poi deve essere arrivata la solita telefonata da Bruxelles, Meloni è solo l'ultima di una lista lunghissima che partiva almeno da Andreatta e Prodi e arrivava a Di Maio, ed ecco lo stralcio, e quindi la conferma: fine del mercato tutelato del gas dal 10 gennaio e della luce dal 1° aprile 2024.

Il risultato economico della cosa sarà nelle tasche di tutti noi, soprattutto dei tantissimi italiani che fin qui avevano resistito alle sirene (anche pubblicitarie, come sempre fasulle) del "la concorrenza abbatte i prezzi" (ci fosse stato un solo settore dove in Italia la libera concorrenza non si sia trasformata in sotterranei accordi tra oligopolisti a tutto danno degli utenti...), ricavandone ad esempio risparmi cospicui ogni qual volta la speculazione faceva impennare i prezzi approfittando delle notizie di cronaca (ad esempio, di guerra) ben prima che ci fosse il naturale ripercuotersi degli aumenti delle materie prime, e viceversa tenendoli belli alti ben dopo il calo degli stessi costi, con la scusa delle scorte. Assisteremo ad aumenti medi di due cifre percentuali, anche al netto di eventi del genere. Con qualche fortunato e/o abile che riuscirà a ruspare qualcosa, a fronte di molti sciagurati e/o disgraziati che finiranno in rovina.

Il risultato politico, a meno di cambiamenti in extremis al momento molto improbabili, sarà che molti elettori di questa destra si sentiranno traditi e l'abbandoneranno, esattamente come avevamo fatto qualche anno fa coi cinquestelle, e altri prima con Berlusconi e il PD. Tutte cose che al Vero Potere fanno meno che il solletico, dal momento che le scelte politiche dei popoli appunto sono del tutto irrilevanti ormai a decidere dei loro destini, determinati invece altrove. 

martedì 27 settembre 2022

L'ITALIA S'È DESTRA

Come molti avevano previsto, il centrodestra a guida Meloni ha stravinto le elezioni politiche e governerà con una maggioranza solida quindi presumibilmente per un quinquennio e magari anche riuscendo a manipolare la Costituzione. E come io stesso ho scritto alla vigilia, nessuna formazione davvero antisistema sarà presente in Parlamento, quindi il mio voto è andato sprecato e vabbè che era accanto casa ma mi potevo risparmiare la passeggiata. Gli italiani che non sono d'accordo con questo stillicidio di cessioni di sovranità a entità politiche ed economiche sovra (e multi) nazionali sono da tempo una maggioranza solidissima, perché d'istinto un popolo come il nostro, avvezzo a millenni di dominazioni straniere, capisce quando lo stanno fregando, ma dopo essersi affidati invano prima a Berlusconi (il cui antieuropeismo era di convenienza e infatti ora lo rinnega) poi a Grillo, ora in buona parte evidentemente pensano che sarà la fascistona a tutelare la Patria, e vedranno presto quanto sbagliavano i conti anche stavolta (mentre il friccico nel culo si, che ci aveva ragione).

La premier in pectore infatti non se lo sogna nemmeno, di mettere in discussione il tiranno eurista, al massimo farà un po' di ammuina per far percepire al suo elettorato la discontinuità attesa, e anche quando ne avesse intenzione sarà richiamata all'ordine appena il suo orecchio sarà a tiro di bisbiglio. Intanto però il sedicente centrosinistra avrà un bel quinquennio di occasioni per satireggiare da un lato e lanciare allarmi antifascisti dall'altro, ad ogni piè sospinto, nel tentativo di rifarsi una verginità perduta da decenni, che magari almeno in parte riuscirà pure, essendo la memoria corta sindrome purtroppo assai diffusa. Per questo chi può, e pur nei limiti di questa piccola tribuna io può, ha il dovere civico di ricordare ogni volta che la colpa di tutto questo è principalmente se non esclusivamente proprio della sedicente sinistra, che ha venduto il Paese allo straniero subito dopo la caduta del Muro di Berlino e non ha mai interrotto la sua azione di tradimento di ogni interesse nazionale in nome i più furbi del tornaconto personale tutti gli altri scemi di ideali vuoti come leuropeismo monetarista, secondo il teorema per cui senza "vincolo esterno" l'Italia non ce la può fare.

Troppo lunga sarebbe l'elencazione in dettaglio dei misfatti, e poi tanto chi vuole ha già capito e li ha già presenti tutti. Ma senza di essi oggi non saremmo in mano ai nipotini di Bennie, sapevatelo, avendogli inoltre messo in mano una democrazia svuotata ulteriormente dalla gestione criminale della pandemia: ora che si può "per ragioni di interesse nazionale" togliere il lavoro a un medico o a un professore, o subordinare l'esercizio di diritti acquisiti a un patentino di buona condotta, conta poco se sanitaria o altro, cosa può impedire a chiunque di esercitare questa nuova potestà a capriccio proprio, peraltro potendo contare dell'assenso immediato delle Camere? E quando lo faranno - oh si che lo faranno! - il primo da sinistra che si lamenta (bravo Pignataro) troverà questo muso a ridergli in faccia un "ben ti sta, coglione" fin troppo a lungo frenato. Si vedrà anche con su la mascherina...

mercoledì 21 settembre 2022

UN'ELEZIONE DA POCO

Il post sulla guerra dovrà aspettare, e magari avesse ragione Erdogan e dovessi riformularlo per superamento da parte della cronaca. Siamo infatti arrivati alle porte del fatidico 25 settembre, e anche se alla fine forse davvero stavolta a votare manco ci vado, qualcosa pure bisogna dirsela, sulle elezioni politiche incombenti.

Partiamo da qui: è davvero una data fatidica? Delle ultime due elezioni politiche, l'ho pensato, assieme ad almeno un terzo dell'elettorato peraltro, e scritto. Quanto - ahimè - mi sbagliassi, basta rileggere qualcosa per misurarlo. Ma non nel giudizio di merito dei programmi grillini, che anche a rileggerli oggi sarebbero da sottoscrivere nuovamente (e infatti non è un caso che essi stessi li abbiano fatti praticamente sparire dal web, menomale che mi ero scaricato un pdf integrale che vi fornisco volentieri, ché tutti i link che vi avevo fatto negli anni sono oggi "rotti" e questo su blitz è solo un riassunto..): quello che serviva all'Italia dieci anni fa è esattamente quello che servirebbe oggi, o che sarebbe servito ad affrontare la pandemia in maniera intelligente e non idiota punitiva e distruttiva, o a far si che i rincari del gas ci facessero economicamente il solletico o poco più. No, il tradimento è invece delle persone, che quei programmi hanno dimenticato o rinnegato, sia che siano fuoriuscite dal moVimento sia che siano rimaste dentro, con pochissime eccezioni. Il problema coi tradimenti, però, è sempre quello: che per un po' non ti fidi di nessuno, e anche chi invece non ti tradirebbe mai ci mette del tempo e della fatica a convincerti che con lui/lei non rischi di rivedere concretizzati i tuoi incubi, ammesso che ci riesca.

Aggiungiamo un particolare non da poco: che era chiaro fin da subito (almeno, a chi capisce di queste cose) che il m5s era in grado di raggiungere in fretta una massa critica in grado di incidere pesantemente sulla scena politica, se non di dominarla. Oggi, anche quando rintracciassimo uno schieramento qualunque con un programma sottoscrivibile (che cioè contenga chiare prese di posizioni antieuropeiste e keynesiane unite a una riforma della selezione politica in grado di limitare a quote endemiche la corruzione: il mix del programma grillino originario, per intenderci), è altamente improbabile che esso sia in grado non dico di incidere, ma nemmeno di superare gli sbarramenti ed entrare in Parlamento. Quindi l'alternativa oggi per noi "eretici" è purtroppo solo questa: non votare o votare inutilmente? Io deciderò all'ultimo istante, magari ci vado se non ho di meglio da fare quella domenica, visto che come da dettami gelliani (adottare ogni strategia perché la gente vada a votare sempre meno, dal disamore indotto fino alle urne aperte il minimo) da un po' alle politiche si vota un giorno solo.

Il combinato disposto dei due capoversi precedenti è esiziale: anche quando identificassimo un programma votabile, e se ce ne fosse più di uno ci mettessimo tutti d'accordo riuscendo a portare quello schieramento in Parlamento, e magari alla fine fossimo talmente inopinatamente tanti da farne un soggetto politico in grado di incidere (magari non quanto il m5s, diciamo che basterebbe quanto un ago della bilancia ai tempi del pentapartito), cosa ci garantirebbe che i suoi esponenti, una volta al governo, quindi una volta al contatto col Vero Potere, magari alla prima gita a Bruxelles, non vengano "ridotti alla ragione" tramite contatto suadente o minaccioso che sia, come sarà capitato, che so, a un Di Maio? Sennò come lo spieghi uno che sottoscrive un programma come quello nell'immagine qui accanto e poi se ne dimentica completamente?

Mi si dirà: ma anche se non vai a votare, togliti dalla testa la possibilità che l'esistenza di un "partito dell'astensione" (per quanto enorme possa diventare) venga riconosciuta nel suo significato di protesta e "alterità" da parte di quelli che si spartiscono i voti espressi per farne una remunerativa carriera e si comportano come se le quote fossero della popolazione anziché dei pochi votanti. E infatti, volendo evitare di fare la fine di Carlo Verdone quando annulla comicamente la scheda dopo aver passato mille peripezie con la sua Alfasud mentre rientrava dalla Germania per votare, alla fine probabilmente voterò. Forse Paragone. E ai compagni che mi ricordassero che è destrorso rispondo che mi trovassero uno schieramento di sinistra-sinistra che ha compreso che senza uscire dalla UE nessuna politica economica nazionale "altra" rispetto al monetarismo eurista (si, "da giovane" - ad esempio in questo post, che peraltro vi ripropongo ogni volta che voglio spiegare Keynes - pensavo addirittura che si potesse cambiare quella, dovevo invecchiare per capire che se non possiamo incidere su scala nazionale figurarsi continentale), figurarsi una di stampo socialista, è possibile, e voto quello. O forse Italia Sovrana e Popolare.

Riassumendo (tanto i documenti per riscontrare, se vi va, ve li ho già linkati):

  • il programma del movimento 5 stelle prevedeva il ripudio delle grandi opere tangentizie (a cominciare dalla val di Susa) e invece un tripudio di piccole opere (keynesianamente in grado di riassorbire a stretto giro il deficit inizialmente necessario ad avviarle) proprio in settori come la sanità pubblica, l'edilizia pubblica specie scolastica, il recupero del territorio e la microproduzione di energia da fonti alternative - se negli anni di governo avessero fatto una frazione di quanto promesso, ieri avremmo affrontato la pandemia agendo innanzitutto sul denominatore (i posti in ospedale, e non solo in terapia intensiva) e sul numeratore incentivando ogni possibile cura empirica (anziché buttare soldi - magari con tanto di stecca - in sieri dimostratisi inutili e dannosi), ed oggi non avremmo questi aumenti dei prezzi dell'energia a finire di distruggere le PMI completando l'opera iniziata con la pandemia; per questa ragione Conte potrà anche convincere qualche elettore, fosse anche molti, a tenere a galla la barca grillina (se non si fosse smarcato in extremis non avrebbe nemmeno potuto tentare), ma non chi ha buona memoria;
  • gli altri, tutti gli altri, o sono sputtanatissimi da tanto tempo, come il PD o Berlusconi (che non manca di dichiararsi europeista ogni due e tre, tanto per togliere credibilità lepeniana alla Meloni, e invece non dimentica di fare l'occhiolino ai suoi grandi elettori di sempre ricicciando addirittura il per troppi versi infattibile Ponte sullo Stretto), o da meno come la Lega (che ha spinto i grillini tra le braccia del PD anziché provare a mantenere dritta la barra di un governo che almeno in potenza era alternativo), o si sputtanano in tempo reale sotto i nostri occhi (la Meloni ammesso che arrivi al governo diventerà eurista prima ancora della prima gita a Bruxelles, potete scommetterci); comunque, ciascuno di loro non fa che agitare veli ideologici davanti agli occhi dell'elettore bue di riferimento (diritti civili - che senza quelli socioeconomici sono fuffa - e ambientalismo modaiolo a sinistra, xenofobia e autoritarimo sociale a destra, e trasversalmente termovalorizzatori e quelle centrali nucleari che, pur non volendo considerare i veri costi, ché se lo avessero mai fatto non ne avrebbero mai costruita nemmeno una, se anche cominciassimo domani a farne mille avremmo il primo chilovattora netto tra decenni), veli ideologici che in quanto tali hanno il precipuo compito di occultare ai loro occhi la realtà di una politica economica autoritaria, criminale e decisa altrove, che implica tra l'altro la distruzione del tessuto socioeconomico dell'Italia così come deciso e comunicato agli esecutori sul panfilo della troppo compianta Elisabetta II giusto trent'anni fa;
  • gli unici alternativi sono talvolta incoerenti, talaltra destinati all'irrilevanza, e spesso tutte e due le cose;

con questo scenario, è come accingersi a fare l'amore con una donna che si vede che non ti ama, non gli piaci, pensa ad altro e forse ti deride o comunque ti disistima: sarebbe meglio scappare, ma se non lo fai non ti puoi che attendere una prestazione al massimo modesta... Insomma, domenica si vota: magari non si sa chi vince, ma sicuro si può prevedere, altro che botto, una drammatica cilecca.

sabato 10 settembre 2022

SENZA SPERANZA?

Grafico tratto da uno studio dell'Istituto Nazionale
di Statistica del Regno Unito, qui l'articolo completo
Perdonatemi se torno a coppe, ma d'altronde se scrivo di musica, forse anche perché scrivo della musica di decenni fa, a leggermi siete ancora di meno. D'altronde, di questi tempi, chi non parla, anzi chi non ragiona adeguatamente, di guerra e di pandemia, va ad ingrossare le fila del bestiame inconsapevolmente accompagnato al macello. Certo, mi si potrebbe rispondere, sempre meglio di chi al macello ci viene accompagnato lo stesso ma in più ne è pure consapevole, e allora alzerei le mani: è una questione di preferenze personali. Io preferisco la consapevolezza, come ad esempio quella di prima o poi dover morire e ciao, e ritengo sia difficilissimo e pertanto altrettanto apprezzabile riuscire a vivere con quella, senza una qualunque ideologia consolatoria a velare gli occhi, religiosa o meno. Il paradigma è quello.

Torno a parlare di pandemia, uno o due mesi prima di quando probabilmente la faranno tornare in cronaca per rirenderci impossibile la vita, perché nei miei consueti giri sul web mi sono imbattuto in una notizia che sicuramente non avrete sentito in TV. Uno studio serio di Altamedica (citato da agenzie di stampa come Dire e Agi, e qui commentato da Globalist), indirettamente confermato da uno studio su Science (riportato da L'indipendente), conferma incontrovertibilmente che chi ha contratto il covid NON ha bisogno di vaccino, perché la sua risposta immunitaria, modificata naturalmente e diretta al virus, risulta molto migliore rispetto a quella indotta dai cosiddetti vaccini, creata artificialmente e diretta a una sua parte, pertanto suscettibile di diminuire con le varianti. Molto migliore non tanto nel prevenire il contagio, ma proprio nell'evitare il reinsorgere della malattia con sintomi specie seri. Si, l'esatto opposto delle palle che vi hanno raccontato per farvi vaccinare.

La cosa, a saperla leggerle, spiega perfettamente quello che abbiamo visto nei mesi scorsi: una marea di contagi (moltiplicati di tre zeri) nonostante le vaccinazioni a tappeto, riguardanti soprattutto vaccinati anche con più dosi, e i casi gravi, relativi alle complicazioni anche fatali di chi contrae l'influenza avendo altri problemi, decisamente all'interno dell'ordine di grandezza normale di sempre. Come peraltro lungo quasi l'intero corso della pandemia, diventata però a furia di ondate finalmente endemica come sarebbe stato tempo prima se non avessero imboccato la via dei vaccini. E tutto questo, senza neanche parlare degli effetti avversi di questi ultimi, spesso letali, che però ci sono eccome (sotto gli occhi di tutti) e però devi andarteli a spulciare sul web perché col cavolo che te li dicono (ma "i vaccinati disimparano a nuotare"?). Effetti avversi per cui, come per ogni cura non necessaria, imporli in mancanza di prove di efficacia e anzi in presenza di prove di inefficacia è senza mezzi termini criminale, figurarsi se ai bambini. E senza dire dei tanti morti iniziali di cui almeno la concausa, per non dire la causa principale, è la scellerata scelta di bloccare ogni qualsiasi terapia empirica che si poteva tentare anziché lasciare i malati a casa in attesa di mandarli in ospedale quando era troppo tardi (e allora ventilarli, ammazzandoli, e bruciandoli, per cancellare le prove) - chissà se e quando arriverà il redde rationem per la cricca responsabile di questo (io intanto voto per chi promette di provarci, a mettere in stato d'accusa Speranza e soci).

Ciò non impedirà al prossimo governo, specie se sarà ancora a guida PD/UE ma non ho molte speranze nemmeno nelle alternative possibili (chi voto io probabilmente non supera manco gli sbarramenti, se voto), di ripartire col green pass, le chiusure, gli ostracismi ai non vaccinati, e magari pure ai vaccinati con più dosi che finalmente hanno capito l'antifona e non intendono proseguire, eccetera eccetera. Specie se nel frattempo si dovesse in qualche modo fermare la guerra in Ucraina, che è il nuovo e più efficace metodo trovato, anzi recuperato tra quelli più utilizzati nella Storia, per impoverire i popoli quando ai padroni del vapore pare che ciò sia necessario (o meglio, quando non sono costretti dagli eventi a lasciargli respiro consentendogli un temporaneo innalzamento delle condizioni materiali - e quindi spirituali). Torneremo sull'argomento presto, per ora vi lascio con l'invito a leggervi questo articolo ben circostanziato, che dati alla mano spazza via gli almeno trenta anni di bugie che stanno dietro al "fogno" europeo, sfondo nel quale bisogna sforzarsi di guardare tutti gli accadimenti in cronaca.

lunedì 1 agosto 2022

RADIOCIXD 60 - QUANDO PARLA GABER

Eh si: il dialogo tra i due "mi chiamo G", quello ricco
e quello povero, riuscì persino a farlo in Rai con Mina
A casa ho un rack stereo hi-fi degli anni 70 in perfetto stato, di quelli che oggi non si usa più comprare e comunque con quelle caratteristiche tecniche costa quanto un'utilitaria (vabbè, usato semestrale). Ma non lo ascolto mai. Durante il lockdown avevo ovviamente trovato il tempo di risistemare i collegamenti e fare qualche prova di ascolto (una bomba, infatti da ragazzi ci si facevano le feste in garage o in terrazzo), ma poi nisba. Magari quando vado in pensione, se mi tolgono la carota davanti al naso e arrivo a mangiarla, istituirò il rito dell'ascolto quotidiano di un ellepi. Ora, è molto più comodo attingere all'immensa mole di mp3 che in un modo o l'altro (nel rack c'è un pezzo più nuovo: un masterizzatore professionale per la conversione da analogico a digitale dei vinili) ho accumulato, per caricare una pennetta che poi rimane in auto fino a quando non ho ascoltato tutto il contenuto e la porto a casa per sostituirlo. Avendo il minuscolo aggeggio 32 giga di spazio, bastevole per quattro o cinque mila canzoni, anche passando due ore al giorno nel traffico di Roma ci vogliono mesi. E per metterti al pc a scegliere i brani per il rimpiazzo, devi ritagliarti qualche ora di tempo, anche se selezioni album interi. Così a volte, dopo un po' che scegli, magari tra le novità, ti arrendi e per fare prima ci infili tutta la discografia di qualcuno, che ami molto e vuoi riascoltare o magari che non hai mai ascoltato con attenzione e ti eri ripromesso prima o poi di farlo.

In questi giorni sto ascoltando praticamente tutta la discografia di Gaber, dove l'avverbio sta a indicare che è uno di quegli artisti per cui è difficile ricostruirla integralmente, perché vastissima e perché inizia in tempi in cui il concetto di album non si era ancora affermato (oggi è praticamente tramontato, ma per decenni è stato dominante) e i 33 giri erano solo raccolte spesso non coerenti e con duplicati vari. Tutta, dall'inizio alla fine, a puntate corrispondenti coi tragitti in auto. Mi rendo conto che si tratti di un'attitudine maniacale, e infatti mi vergogno un po' a confessarla, ma io non ascolto quasi mai tracklist miste, solo album dall'inizio alla fine, magari divisi tra una tratta in auto e l'altra. E se attacco una discografia completa, la finisco, ci vuole quello che ci vuole. Mi vergogno, o meglio mi vergognavo, finché non ho scoperto che in giro è pieno di gente, altrimenti all'apparenza normale, che si piazza davanti alla TV nottate intere o interi weekend per vedersi tutte di seguito ics stagioni di una serie. Per chi, come me, detesta anche quando un film per la TV te lo fanno in due puntate, è una cosa inspiegabile, quasi disumana. Per cui ad ognuno le sue manie, e faccio outing.

Di Gaber qui a radiocontroinformoperdiletto non abbiamo ancora parlato, proprio perché la sua produzione è talmente vasta ed eterogenea che è davvero difficile identificare un album da recensire. E però, consigliare a chi non l'abbia mai fatto di ascoltare Gaber è quasi un dovere civico. Jannacci, e va beh che erano amici, nella sua Se me lo dicevi prima, una invettiva contro la droga mascherata da canzone umoristica come il cardiochirurgo usava, mette "quando parla Gaber" tra le cose belle per cui vale la pena vivere. Già, perché il "teatro-canzone", termine coniato proprio da Gaber e Luporini per il tour teatrale de Il signor G del 1971 (e già questa scelta, per uno che ormai era di casa in prima serata sulla Rai magari accanto a Mina, come avrete senz'altro visto a Techetecheté, dimostra la statura dell'artista), era proprio un alternarsi costruito di canzoni e testi, dove questi ultimi constavano di affabulazioni in parte aderenti ad una traccia in parte modificate a braccio di volta in volta, talvolta brevi introduzioni del brano seguente talaltra digressioni che si allungavano a dismisura (ne Il grigio del 1989 arrivavano a fagocitare tutto). Per cui, o fate come me e vi ascoltate tutto, o ve le perdete. Si certo ogni tanto qualcuno (Dix, Marcorè, Paolo Rossi, ad esempio, e sicuramente Scanzi) prova a riproporlo a teatro, e magari con merito, ma non è la stessa cosa... Anche perché non credo che Gaber in scena oggi ridirebbe le stesse cose che diceva trenta o venti anni fa: ha cambiato sempre obiettivo per la sua satira feroce e impietosa, dalla borghesia all'individuo alla democrazia alla società, non vedo perché non avrebbe dovuto continuare a cambiarlo (i demiurghi della pandemia? i fautori della pace fornitori di armi? ciascuno ci metta il suo wish, tanto resta tale...).

Quindi, tenuto conto di quanto sopra, e cioè che comunque ne avrete un'idea parziale, vi propongo una tracklist commentata che pesca in decenni di carriera, e buon pro vi faccia:

  1. Io mi chiamo G - Celeberrimo duetto tra un bambino ricco e uno povero, clamoroso esempio di come si possa rappresentare una verità attraverso l'ironia. Il link punta alla versione televisiva, rara, e probabilmente dovuta a Mina che lo ha sempre considerato un amico, eccezione all'ostracismo totale che la Rai gli riservò per anni quando passò al teatro-canzone.
  2. I borghesi - Il brano fa a gara con Borghesia di Lolli a chi è più datato, tanto che Gaber a un certo punto ha smesso di farlo, e Lolli per farlo ci metteva un "forse" tra "il vento un giorno" e "ti spazzerà via". Ma è potente e diretto, e il fatto che nel 71 ci si potesse illudere che l'invettiva era verso altri e oggi non si possa che ritenerla rivolta anche verso noi stessi, non gli toglie valore, anzi.
  3. Un'idea - Qui la satira feroce è contro chi si sente progressista e avanzato, presentando una serie di personaggi che se ne vantano ma poi non finiscono proprio bene. E no, le idee non si mangiano, diceva mio nonno.
  4. Lo shampoo - Divertissement piuttosto noto ma certamente meno innocuo di quello che sembra a un ascolto superficiale.
  5. È sabato - Invece qui l'attacco è diretto, alle abitudini di coppia, al perbenismo, insomma ce n'è per tutti e nessuno si può chiamare fuori.
  6. La libertà - Il testo è un manifesto. Letteralmente: dovremmo stamparcelo e appiccicarlo in salotto, o in ufficio.
  7. Il conformista - Brano tra i più recenti, molto dopo che il Nostro era stato d'autorità arruolato tra i qualunquisti da quella sinistra da cui si era allontanato invece proprio perché lei aveva iniziato a tradire uno a uno tutti i valori di cui faceva bandiera. Ah, lo ha cantato anche Celentano.
  8. Il dente della conoscenza - Tolto il dente tolto il male. E' il vero problema della società di oggi, altrimenti il teatrino della pandemia non sarebbe potuto essere inscenato. E Gaber lo aveva capito decenni prima.
  9. La marcia dei colitici - Oggetto di questa satira giocosa sono le autoorganizzazioni e il culto del successo. Io però mi ci riconosco anche per una ragione più propria...
  10. L'elastico - Dentro il racconto di una esperienza extracorporale, c'è anche forse una frecciatina alla psicoanalisi...
  11. Quello che perde i pezzi - Meravigliosa allegoria. Il protagonista alla fine rimane solo con un testone e un testicolo. 
  12. La nave - C'era la metafora felliniana, e quella craxiana che opportunisticamente vi si accodava. Gaber ci rovescia sopra ettolitri di vomito, con la sua consueta abilità interpretativa sembra di sentirseli addosso...
  13. Le mani - Satira sociale a 360°, declinata attraverso tanti tipi di mani, con una chiusura senza tanti giri di parole.
  14. L'odore - Altra feroce introspezione. Quando l'ascolti, se ti senti colpito hai un problema, se invece non ti metti in discussione ne hai due.
  15. Il febbrosario - Nel 1974 si poteva prevedere la pagliacciata della pandemia? Ad ascoltare questo brano sembrerebbe in qualche modo di si. Scanzi avrà pure portato Gaber in teatro, ma forse questa o non l'ha ascoltata o non l'ha capita.
  16. La peste - Si, si poteva, questo brano dello stesso album lo dimostra. Ascoltatela con attenzione, prevede tutto, anche l'assuefazione in cronaca. Persino il "bacillo a manganello".
  17. C'è solo la strada - E qui, stesso disco, ce n'è pure per il lockdown: "Perché il giudizio universale non passa per le case dove noi ci nascondiamo: bisogna ritornare nella strada per conoscere chi siamo." Oppure, peggio, visto che dice che "appena un uomo si chiude in casa comincia ad ammuffire", chi ha architettato la gestione della pandemia il brano lo conosceva...
  18. Il comportamento - Questa feroce autocritica mi è sempre piaciuta. Sarà che anche mio nonno aveva un solo comportamento, e anche a me invece non mi è mai riuscito del tutto imitarlo...
  19. Le elezioni - Il perculamento del rito massimo della democrazia qui è totale, e culmina con una impresa che ammetto anch'io di avere sognato (che bella matita!) ma non so se davvero sia mai riuscita a qualcuno.
  20. L'America - Testo da sottoscrivere, ma l'attacco al mito americano ai tempi però si portava. Se vedo un rapper italiano o un trapper che ne fa la cover mi rimangio pubblicamente il mio disprezzo verso le categorie, giuro.
  21. Si può - Dire che è tratto dall'album Libertà obbligatoria già fa capire dove vuole andare a parare, ma il pezzo è molto noto, se si pensa che c'è persino una versione di Anna Oxa.
  22. Il suicidio - Questa esilarante affabulazione esiste in tante versioni quante tournée ha fatto, o forse quante serate, ognuna immaginando le modalità di farla finita delle personalità del periodo o in cronaca. Catartico.
  23. Quando è moda è moda - Il brano segna la presa di distanza dalla sinistra, e infatti ai tempi fu pesantemente contestato. Ma si adatta benissimo a ogni epoca, compresa questa.
  24. Io se fossi Dio - Quando fu rapito Aldo Moro avevo quindici anni e ogni volta che mio nonno (vecchio socialista antifascista impermeabile alla retorica democratica) rientrava in casa chiedeva serio "murìu Moru?", finché non tolse il punto interrogativo. Forse la cosa mi aiutò a maturare la mia posizione nei confronti della vicenda: tutti a parole volevano salvarlo, ma molti di questi lo volevano morto, così a esecuzione consumata era pieno di ipocriti (mandanti a parte) che ne ingigantivano a posteriori la statura politica mentre sotto sotto esultavano. Fu la prima volta che sperimentai l'ormai abituale sensazione di trovarmi da solo su una posizione alternativa mentre tutti gli altri facevano il coro alla narrazione ufficiale. L'anno appresso, da apprendista dj, misi le mani su uno strano vinile, inciso solo da una parte, con una canzone sola. Diceva quello che pensavo io, e non solo su Moro. Fu sequestrato, ma ormai in radio ce l'avevamo e io lo passavo. Poi ne girò una versione edulcorata. Ma il link che vi ho messo è quello alla versione integrale. Ascoltatevelo con concentrazione, se avete da fare rimandate a quando avete venti minuti di tranquillità per prendervi la vostra dose di "schiaffi di Dio" che "appiccicano al muro tutti".
  25. I soli - Questa ve la metto proprio qui perché a volte mi ha aiutato proprio in quella sensazione che vi dicevo. E parla di soli e non di single perché non parla solo di scelte sentimentali, e perché anche in due in fondo si è sempre soli, e chi pensa il contrario si illude.
  26. La democrazia - E questa perché la frase " io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza non avrei certo la superstizione della democrazia" gli era evidentemente rimasto il bisogno di spiegarla nel dettaglio.
  27. Qualcuno era comunista - Essendosi trovato nel giro di pochi anni a passare da compagno coraggiosamente fustigante il sistema a volgare qualunquista, perché se uno mantiene fede a se stesso e alle proprie idee e tutti gli altri si tradiscono è lui che sembra spostarsi come il treno fermo in stazione mentre parte il nostro, il nostro a un certo punto evidentemente non ne poté più, e scrisse (sempre con Luporini) questa meravigliosa e idilliaca elencazione, al termine della quale dal vivo tutti ci si alzava applaudendo e sollevando il pugno, anche chi non aveva mai votato PCI. Se qualcuno vi accusa come talvolta capita a me di essere diventati "di destra", fategli sentire questa canzone, poi fate e dite come Mario Brega a Carlo Verdone, e mentre lo mandate a fanculo urlategli che semmai sono i compagni che sono diventati liberisti europeisti e destrorsi.
  28. Destra-Sinistra - Che poi è uno dei brani responsabili delle accuse di qualunquismo, ma solo perché si presta fin dal titolo a una lettura superficiale e strumentale. Se il partito più effettivamente di destra oggi è l'ultimo in elenco della linea di successione del PCI, e se il sovranismo monetario, precondizione a qualsiasi politica economica eretica rispetto al monetarismo eurista quindi anche a quelle socialiste o anche solo socialdemocratiche, viene invocato solo a destra, non è colpa di Gaber. E nemmeno mia.
  29. La strana famiglia - Divertentissimo pezzo di satira della società televisiva, peraltro scritto quando la deriva era ben iniziata ma lungi dall'arrivare ai picchi odierni. Ve lo propongo nella versione con l'amico di sempre Jannacci, che con la sua stralunatezza gli conferisce un plusvalore.
  30. Quando sarò capace d'amare - Uno così capace di scavare in qualsiasi contraddizione umana, è anche capace di un testo come questo, che impietosamente definisce l'amore nella sua essenza, consentendoci di scartare tutto il resto.
  31. L'illogica allegria - Quando l'autoanalisi e l'introspezione lasciano posto a una semplicissima presa di coscienza, di cui non vergognarsi.
  32. Il dilemma - Quadretto spietato ma dolcissimo di una coppia che sceglie l'unica maniera di avere l'ultima parola con la morte, o con la vita che è lo stesso. Difficile che troviate in una canzone, ma che dico in letteratura, un modo migliore di raccontare una vicenda come questa.
  33. Gildo - Idem, per una cosa peggiore della morte: la malattia. Gaber entra in ospedale (e qui forse c'è dell'autobiografia, visto che poi morì appena sessantaquattrenne di cancro ai polmoni -  e si: fumava...) e ci porta con se, facendoci quasi toccare con mano l'esperienza (al punto che chi l'ha provata ci si riconosce senz'altro) di quella forma di intimità e amicizia che si instaura tra codegenti di lunga durata, e la vergogna che prova chi di questi ne esce nei confronti di chi invece ci resta e non vedrà più. Un capolavoro assoluto.
  34. La stanza del bambino - A proposito di fumo, qui lo prende come spunto per una feroce satira contro il rincoglionimento e l'alienazione cui sottoponiamo e lasciamo che vengano sottoposti i nostri figli, placando la nostra coscienza col salutismo. E ancora non c'erano gli smartphone...
  35. Non insegnate ai bambini - E che ci troviamo in argomento, vi lascio con un altro capolavoro assoluto, ma nell'interpretazione magnifica di Alice, che gli aggiunge significato.

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