Visualizzazione post con etichetta chi c'è c'è. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta chi c'è c'è. Mostra tutti i post

venerdì 22 settembre 2023

APRIRE UN BLOG DI RICETTE

"Come fare i soldi facili" è un argomento così attraente che prima che l'oggetto di infinite mail di spam, e di una miriade di spazi web di ogni tipo, era in sostanza nel titolo di una marea di libri più o meno economici (e più o meno ciarlatani: se conosci il metodo per fare i soldi perché non li hai fatti tu e tenti invece di raccattarne un po' cercando di vendermi sto libro?) messi peraltro bene in vista anche dalle librerie più serie, perché vendevano molto di più della media dei romanzieri. Quello che vi sto per raccontare è la ragione per cui, se io oggi dovessi dare un consiglio, darei quello che ho messo per titolo a questo post.

Come sa chi mi segue, ho pubblicato tre libri, due di narrativa nel 1999 e nel 2019, e uno di ricette nel 2011. Manco a dirlo, quest'ultima impresa è stata l'unica con un utile, e meno male, perché l'intenzione fin da prima era di destinarlo ad altri: l'iniziativa ebbe origine in seno a "Fondazione Salsajazz", nata per indirizzare verso alcune adozioni a distanza (tramite a conoscenze dirette in una associazione che operava in Guinea Conakry) il giro di denaro che si originava nelle centinaia di feste di compleanno di un gruppo di salseri foltissimo, anziché buttare soldi in regali inutili. Quando la salsa cominciò a passare un po' di moda, e quel gruppo come spesso accade superò il vertice della parabola iniziando a calare di consistenza numerica e compattezza, gli stessi ragazzi dell'associazione ci proposero, se ne avessimo avuto modo e possibilità, di passare dalle singole adozioni alla costruzione di una scuola in loco. Serviva solo qualcosa per darci quella possibilità.

Mia nonna Carmela era una cuoca fantastica, almeno per noi nipoti. Come molte, concedo. Ma quando io lasciai Reggio Calabria per lavoro, non volendo fare "la fine" di quasi tutti gli studenti fuorisede (se va bene, pasta e tonno), presi a telefonarle per farmi dire come si cucinavano i suoi piatti, facendo pratica sia come "cuoco" che nel mio dialetto riggitano (che le nonne di una volta usavano di default). Mi piaceva tanto percepire la sua soddisfazione, che la chiamavo anche quando la ricetta me la ricordavo benissimo, e poi magari la richiamavo per farle ascoltare in diretta l'apprezzamento dei miei eventuali ospiti. Quando morì, a 95 anni e avendo cucinato fin quasi alla fine, scoprii che sua figlia, la mia amata zia "signorina", essendole stato sempre impedito dalla madre ogni accesso in cucina, negli ultimi tempi si era fatta dettare alcune ricette appuntandole in un quaderno. Appena visto il quale, lo chiesi in prestito e buttai giù di volata il libro di ricette di che trattasi, unendo i testi in italiano alle traduzioni in riggitano che venivano dalla mia memoria. Per realizzare il libro, mi serviva solo l'aiuto di un amico cuoco che preparasse i piatti magari presentandoli decentemente e fotografandoli, visto che per la parte grafica della pubblicazione e per la ricerca della casa editrice bastava la mia esperienza professionale. Il gioco era fatto. E l'operazione ebbe grande successo, la scuola dovrebbe essere ancora lì a testimoniarlo.

Quando ogni copia fu venduta, ho preso a pubblicare le singole ricette su questo blog, sotto l'apposito tag, mettendo i link ai post, oltre che nel gruppo Facebook di questo blog stesso, anche in un gruppo appositamente creato per il libro di ricette. Come sapete, il blog non ha scopo di lucro, non c'è nemmeno un bannerino di adsense, lo faccio solo per sfogare la mia grafomania con chi ha la bontà di seguirmi. D'altronde, se anche il banner ci fosse, col mio numero di contatti medi giornalieri, peraltro in continuo calo, non ci farei nemmeno un caffè, e va bene così (per il lavoro che faccio, peraltro, ogni attività extralavorativa remunerata dovrebbe essere autorizzata: meglio evitare del tutto). Ma il gruppo del libro di ricette, a distanza di oltre sei anni dalla ultima pubblicazione di una ricetta, e a distanza di dodici dall'edizione del libro, continua a raccogliere ogni giorno nuove adesioni. Ecco il perché del mio consiglio iniziale: è vero che ce ne sono già tanti, ma evidentemente il mercato è ben lungi dall'essere saturo, per cui se volete fare un po' di soldini col web, lasciate perdere il porno, che non tira più (sic), aprite un sito di ricette e pubblicizzatelo sui social. A me invece come remunerazione basta il pensiero che, se è vero che uno vive fino a quando un vivo se ne ricorda, allora la mia amata nonna è ancora viva vent'anni dopo il decesso anagrafico, vi guarda dalla testatina del gruppo e vi detta le sue semplicissime ricette.

Vi saluto con tre avvertenze ai membri del gruppo:

  1. se vi molestano i continui saluti ai nuovi membri, credo ci sia il modo di silenziare le notifiche;
  2. se volete le ricette, le trovate come post singoli scrollando nel gruppo stesso fino a giugno 2017 e indietro, oppure a questo link (abbiate pazienza, dalla seconda pagina in poi: andate in fondo e cliccate su "post più vecchi");
  3. se vi interessa l'aspetto culturale, ogni ricetta oltre che in italiano è scritta nella mia particolare (e al suo interno rigorosa) translitterazione del dialetto reggino, che poi usai per i dialoghi tra alcuni personaggi di Sushi marina.

venerdì 5 agosto 2022

LETTURE PER L'ESTATE

Non so se sia ancora così, ma temo di si: a scuola il fattore "C" con gli insegnanti è determinante, non solo per la carriera scolastica stessa, ma anche per le scelte di vita successive. Avendo dimostrato una certa attitudine a maneggiare i numeri (che mi è rimasta, a dispetto della mancata coltivazione), fu naturale scegliere il liceo scientifico, e addirittura al biennio mi ritrovai come insegnante di matematica lo stesso simpatico geniaccio che avevo alle medie (doppia coincidenza, il passaggio simultaneo e finire nella stessa sezione) e che, avendomi capito, ogni tanto veniva a spettinarmi con la mano chiamandomi "furiusu" per via della mia abitudine a fare di getto gli esercizi senza mai tornarci su se non venivano, tanto poi li avrei rifatti in classe in caso fossi stato chiamato a mostrarli. Ma la fortuna tende a girare, e al triennio mi capitò una insegnante di matematica e fisica di quelle che ti leggevano in classe la spiegazione dal libro, e si incazzavano se facevi domande, di cui non conoscevano mai la risposta. Risultato: gli esercizi continuavano a venirmi, ma non ne capivo il senso (di limiti, derivate, logaritmi, funzioni analitiche, eccetera) e mi disamorai. Nel frattempo alla bellissima insegnate di italiano e latino del biennio, fonte di tutti i sogni erotici di tutti i maschietti delle sue classi (si, esattamente come nei film sexy degli anni 70, quelli con Vitali Banfi Fenech Rizzoli Cassini Guida eccetera, che non erano affatto campati in aria), era seguita nel triennio una che apparve subito meno avvenente ma si sarebbe rivelata più decisiva per alcuni di noi, sicuramente per me. Già durante l'anno, infatti, ci aveva dato dei libri di letteratura contemporanea italiana non solo da leggere, ma anche da recensire in forma di "scheda", ed in gruppo: una cosa che ci faceva sentire tanto giornalisti e quindi ci ingrifava parecchio. Poi, per l'estate, ci consegnò una lista di libri da leggere nelle vacanze, tornando con le schede stavolta individuali. Parlo di Verga, Pirandello, Silone, Strati, Pavese, Levi, eccetera. Non so quanti di noi uscirono dal liceo come appassionati lettori, ma io sicuramente si, e il mio primo libro da scrittore (di tre, resto sempre e comunque soprattutto un lettore, anche se ormai la presbiopia mi fa preferire il lettore ebook, che ho impostato a caratteri grande e dove ho caricato migliaia tra classici e contemporanei, abbastanza per alcune vite) nel 99 lo portai in dono proprio a quella professoressa oramai anziana, e anche col sottile timore di avere un brutto voto, credo.

Tutto questo pippone perché accingendomi a fare qualche giorno di vacanza, dopo anni come tanti di voi, vi lascio con una serie di articoli da leggere, pescati qua e la nel mare magno del web, in ossequio alla funzione primigenia di questo blog: fare da media, farvi da filtro (certo, il mio filtro, ma se non vi va bene cambiatelo o usate il vostro personale), tirare su la rete risparmiandovi mezza fatica - che quella di scegliervi il pesce spinarlo e mangiarlo resta la vostra, se e quanto vi va.

  • Tensioni in kosovo... - Nel tentativo di espandere il conflitto che ha avviato in Ucraina nel 2014, la Nato ci mostra con evidenza non solo la sua natura guerrafondaia e imperialista, ma anche le contraddizioni in cui rischiamo di finire se ascoltiamo troppi TG. Mi spiego. Se in una nazione sovrana c'è una regione che è abitata a maggioranza da un'altra etnia (che so, ad esempio la Moldavia con la Gagauzia), ha diritto quella nazione ad angariare quella etnia? e se lo fa hanno diritto le nazioni limitrofe a impicciarsi e intervenire? Se rispondete si, abbiamo fatto bene a bombardare la Serbia nel '99 fino a ottenere l'indipendenza del Kosovo, e però ha fatto bene anche Putin ad intervenire in Ucraina oggi per liberare il Donbass (leggere qui per ricordare chi sono i neonazisti ucraini), e farebbe bene oggi la Serbia a intervenire in Kosovo dove stanno discriminando pesantemente le minoranze serbe nelle regioni di confine. Se rispondete no pensando al cattivone Putin o giustificando un nuovo intervento in Kosovo, occhio che un minimo di coerenza allora vorrebbe che rivalutassimo di 180° la lettura storica delle vicende nella ex Jugoslavia. Oppure, restate pure iscritti al partitone degli opportunisti secondo cui il criterio guida è che hanno sempre ragione i nostri (e magari UE e USA fossero davvero i nostri...).
  • Il caro-energia... - Mattei lo hanno ammazzato perché tentava di smarcare il nostro Paese dal colonialismo americano, di cui oggi la sua Eni è uno degli ascari migliori. Venendo adeguatamente retribuita con la scusa della guerra.
  • Draghi, missione compiuta - Quando era alla BCE, mister "whatever it takes" ha munificamente riempito di soldi la pancia delle banche ben sapendo che il teorema delle ricadute positive della cosa sui cittadini comuni era fasullo, le banche hanno usato il tesoro in regalo per fare incetta di titoli di Stato e gli Stati sono stati spinti ancora più di prima sotto il taglione del debito e dei parametri UE. Non bastava, serviva un catalizzatore e - miracolo! - è arrivata la pandemia. I traditori di Lega e M5S al governo hanno imboccato la strada del "farla pagare ai privati", mancando alle loro promesse. Ma non bastava ancora, doveva intervenire direttamente Lui: distruzione delle PMI, incaprettamento del Paese al PNNR, aumento vertiginoso del debito pubblico, sterzata guerrafondaia con conseguente innesco dell'inflazione da materie prime, bastano solo queste grandi linee a capire con che razza di killer abbiamo a che fare. "Eppure conosco brave persone, italiani plurilaureati e di buona volontà, che considerano ora più che mai Draghi come l’unico possibile 'salvatore della Patria', assurdamente silurato da un parlamento ingrato e traditore..." Mah...
  • Heather Parisi - Quando ero ragazzo mi sarebbe piaciuto stare li a sollevargli la gamba (dire così oggi è sessismo, ma io sto raccontando di quando ero adolescente...), oggi se la incontrassi le stringerei calorosamente la mano per ringraziarla: è una mosca bianca di autonomia di giudizio e dissonanza dalla narrazione imposta, in un mondo dello spettacolo e della cultura mai così disciplinatamente uniformato come oggi. Questo post è da sottoscrivere e divulgare in ogni modo. Il suo sito da oggi va di diritto in colonna destra.
  • Vaccini e morti improvvise - Se metti "morti improvvise" su Google e leggi i risultati, a vaccinarti non ci vai. Ok, non ce la dimostrazione statistica che l'impennata sia collegata alle vaccinazioni di massa. Ma c'è ancora meno per l'asserita riduzione dei sintomi in caso ti contagi e di decessi di contagiati. Molto meno. Eppure ho sentito con queste mie orecchie persone peraltro stimabili e intelligenti che recitano il mantra del "però non muori" quando provi a fargli notare che vaccinando tutti i contagi si sono moltiplicati per mille, quindi se anche non vogliamo dire che è per colpa dei vaccini, sicuro possiamo dire che sono perlomeno inefficaci. Che siano "insostenibili e non salutari" pare se ne sia accorto persino il Corriere..  Ma poi c'è il caso che muori, che un giudice certifica il vaccino come causa del decesso, e però nega il risarcimento perché non eri obbligato e hai firmato volontariamente: guardare per credere. D'altronde, se gli effetti avversi non vengono denunciati dai medici di base, per non perdere il posto (che poi magari il giudice ti reintegra - e Facebook censura chi posta la sentenza! - ma intanto passi i guai), come se ne esce?
  • Viglione - Ma un'alleanza elettorale tra le forze politiche antiglobaliste (quindi anche anti guerre Nato e anti gestione dittatoriale della pandemia), no?
  • Lameduck - Bentornata "papera zoppa". Come aveva promesso, la Tampieri ha ripreso a postare sul suo blog, stavolta con una lucidissima analisi della questione elezioni anticipate.

sabato 2 luglio 2022

SERVE ANCORA

Questo il design appena dismesso, per quelli prima chi fosse
curioso può guardare a luglio di ogni anno, ad esempio qui.
Diciamocelo francamente: quando ho aperto questo blog, nel luglio del 2008, non mi aspettavo di certo di tenerlo ancora quattordici anni dopo. E altrettanto francamente: oramai mi sono attestato su un numero di letture medie giornaliere tale (poche decine) che potrei tranquillamente chiuderlo senza quasi nessuno ad accorgersene. Ma poiché forse è proprio questa dimensione al limite dell'irrilevanza a da un lato continuare a garantirmi quella libertà di espressione che le sedicenti democrazie occidentali sbandierano formalmente per poi lasciarla operare sostanzialmente solo dove e finché non può nuocere alla struttura del Potere (che, ricordiamolo una volta ancora, soggiace a qualsiasi forma ideologica e a qualsiasi livello di società, financo di coppia, e se non lo sai sei un illuso), e dall'altro costringermi a cercare la motivazione a continuare altrove che nel seguito dei lettori. Allora mi rammento del significato originario del termine, "diario sul web", e anche della funzione originaria dello scrivere in genere, sia poesie che romanzi che testi di canzoni che post pseudogiornalistici, che è autoremunerativa. Altrimenti oggi non avremmo nessuno della miriade di poeti scrittori eccetera che da vivi non se li filava nessuno e sono morti poveri e pazzi: si scrive per se stessi, sempre, e chi scrive per essere letto di solito scrive peggio, perché inevitabilmente l'obiettivo diverso dal mero esprimere se stessi snatura l'autenticità interiore del messaggio. Di più: nessuno di essi nemmeno sperava di essere apprezzato almeno post mortem, non ci pensava proprio, scriveva per placare i propri demoni o le proprie esigenze interiori se preferite, sticazzi quello che succedeva dopo, saranno problemi di altri, degli eredi se ne aveva, semmai.

Terminato lo sbocco di megalomania, non mi resta che presentarvi la quindicesima grafica di controinformoperdiletto, che ci accompagnerà fino a giugno 2023, sperabilmente. Spero vi piaccia, in commento accetto suggerimenti tanto qualche giorno di assestamento è normale. Parleremo ancora di covid, purtroppo c'è da scommetterci, di guerra, speriamo di no ma visti i nostri governanti europei mi sa di si, di musica in RADIOCIXD, e di tutto quello che altro capita. Pubblicherò ancora i vostri racconti, nella rubrica YOSS, se me li mandate. E anche i vostri post, o articoli, se mi volete come "editore". Se invece mi preferite come scrittore, è ancora in vendita il mio terzo e ultimo libro, nonchè primo romanzo, Sushi marina, mentre i primi due, il libro di racconti Chi c'è c'è e il libro di cucina in riggitano Le ricette di nonna Carmela ve li ho già serviti gratis ai link appena riportati. Buona lettura, e ricordate: a un popolo col cervello acceso non potrebbero fare tutto questo.

domenica 12 giugno 2022

RADIOCIXD 57 - KO DE MONDO

Ho già parlato altre volte dei CSI, dato che sono uno dei miei gruppi preferiti in assoluto, ma prima di inaugurare questa rubrica e quindi, diciamo così, in ordine sparso, come dimostrano i risultati di un'apposita ricerca. Come tante volte ci siamo detti, ci sono gruppi che reggono una vita sopravvivendo anche a cambi di formazione ripetuti e gruppi che bruciano la loro parabola nel giro di pochi album, anche se questa resta incastonata in un prima e/o un dopo con parecchi "sfilacci" che vi si collegano: è questo il caso ad esempio dei Police, dei Dire Straits, e appunto del Consorzio Suonatori Indipendenti.

Nati da una costola dei CCCP, gruppo emiliano punk-folk (se proprio vogliamo etichettarlo, consapevoli dell'imprecisione) cui si collegano idealmente sin dal nome (post)sovietico, e da una dei rocchettari toscani Litfiba, si presentano dentro un disco chiamato Maciste contro tutti, in un terzetto di formazioni tutte interessanti comprendente i Disciplinatha e gli Ustamò di Mara Redeghieri (che avranno la stessa rapida evoluzione, e di cui forse un giorno parleremo). Di entrambe le radici avevo stima e apprezzamento (uso questi termini proprio per contrapporvi il sentimento di innamoramento immediato e totale che seguì all'ascolto del primo album dei CSI, un colpo di fulmine che saprò presto di condividere con tantissimi altri, forse troppi, e di diverse generazioni), ma non è che li seguissi poi tanto. Dico questo perché ancora una volta devo, dobbiamo, ringraziare l'epoca in cui era consentito il noleggio dei CD, altrimenti forse nemmeno avrei scoperto la nuova band: andavi al negozio, prendevi tutto quello che potenzialmente ti poteva interessare, e restituivi quasi tutto avendo speso poco per i buchi nell'acqua, tenendo solo (a prezzo di usato) quello che pensavi valesse la pena. 

Fu il caso di questo Ko de mondo, per partorire il quale i nostri si erano rinchiusi in un casolare appunto del Finistere (dal latino finis terrae, fine della terra), filmando il tutto (il video alla fine) come consapevoli sia del livello dell'esperienza che nasceva sia del fatto che non sarebbe durata tanto. Il risultato fu, senza mezzi termini, un capolavoro. E, come capita spesso ai capolavori, con un incipit all'altezza: un'attacco di batteria a svegliarti e dirti: attenzione, questo disco lo devi sentire con attenzione. Era il 1994, io avevo poco più di trent'anni, e un paio di questi brani finirono subito nel repertorio dei Ristrittizzi, la band della mia brevissima parabola di cantante. Cliccate sui titoli mentre leggete le rispettive notazioni, i tube si aprono in pop-up.

  1. A tratti - Come per i grandi romanzi, l'incipit è di quelli che non si dimenticano. Il tamburo chiama alla lotta, poi (mi autocito) "fate attenzione al cambio di ritmica a circa 3/4 di canzone, innescato dalla chitarra, cui la batteria a un certo punto si appende, dopo essersi ostinata per un po' a mantenere il suo pestaggio ossessivo precedente: è uno dei passaggi più interessanti della musica italiana, e non sto esagerando". Il tutto con un testo che rovista nel ruolo dell'artista come manco i Pink Floyd con The Wall, culminando con quel "chi c'è c'è" che mi restò così in testa da intitolarci un libro.
  2. Palpitazione tenue - Cambio scenario ma stesso clima ipnotico, tipo canzone mononota degli Elii ma senza l'ironia.
  3. Celluloide - Vi era mai venuto in mente di scrivere un testo tutto solo con titoli dei film? A loro si, e questo rock travolgente è il risultato: al concerto ci si scatenava.
  4. Del mondo - Quasi una title-track, questo capolavoro è da ascoltare e riascoltare, perché chiarisce il messaggio di tutta l'operazione (il ko del titolo dell'album è allora forse k.o.?): il mondo occidentale è finito, anche se ancora non lo sa. Ancora oggi forse non lo sa, ma qualcuno comincia ad accorgersene: Lindo e soci ce l'hanno detto trent'anni fa...
  5. Home sweet home - Torna il rock, per un testo che a un certo punto ci ricorda le radici del gruppo e anche i suoi rami, come vi ho raccontato qualche riga sopra.
  6. Intimisto - Parentesi ben annunciata nello spirito dal titolo. 
  7. Occidente - Si diceva "la fine dell'occidente"? ahiahiahiahiahi...
  8. Memorie di una testa tagliata - Mi autocito di nuovo: "attenti: è di un realismo assoluto, l'orrore della guerra lo senti nelle ossa meglio che nella prima mezz'ora di Salvate il soldato Ryan, e vi sembrerà di capire cosa si prova a morire" - C'era di nuovo la guerra in Europa, e c'è ancora...
  9. Finistère - "Annus orribili in decade malefica in secolo osceno grondante sangue" era quindi ottimistico, le decadi essendosi ripetute fino al nuovo secolo. Il titolo chiarisce come perfino la scelta della location dove riunirsi per registrare era significativa, non so se mi spiego...
  10. La lune du Prajou - Appare quindi naturale che il brano successivo, breve e strumentale, citi proprio il nome del casolare dove i nostri partorirono questo disco epocale.
  11. In viaggio - Tutti viaggiamo, come "sua Santità", ma quando crediamo di essere fermi in un posto spesso ce lo dimentichiamo. Poi parte questo pezzo e ce lo ricordiamo.
  12. Fuochi nella notte - Altrove è apparsa col sottotitolo "di san Giovanni", che aggiunge un collegamento ad una festa ancestrale nel contesto. L'andamento cantilenante sfocia verso la fine in una sorta di reprise del primo brano: chi c'è c'è e chi non c'è non c'è...

domenica 17 aprile 2022

GOTT MIT UNS

Durante la guerra fredda, col rischio dell'annichilimento nucleare sul groppone, a influenzare l'immaginario di un paio di generazioni (e io chi ero per sottrarmi? infatti...), non si era osato quello che si sta vedendo in questi giorni: la riduzione del Nemico a Criminale al punto da espellere "da tutti gli sport del Regno" le sue squadre nazionali, ed ammettere i singoli esponenti ma senza bandiere nei display o a bordo campo, e c'è già chi dichiaratamente pretenderebbe una esplicita abiura. Ora, secondo loro, e anche secondo me per il libero convincimento che mi sono fatto avendo studiato la storia e seguito i fatti, i Russi hanno ragione, mentre secondo quasi tutti gli altri hanno ragione gli Ucraini (anche se a essere precisi sarebbero Ucraini anche quelli delle regioni russofone ghettizzati e massacrati da 8 anni a questa parte dai neonazisti al potere grazie a un colpo di Stato a regia occidentale, ma lasciamo perdere): in questi casi, l'unico comune denominatore possibile è che in guerra tutti pretendono di avere ragione quindi logicamente nessuno ce l'ha tutta. Non bisogna dimenticarlo mai, nemmeno quando la guerra poi qualcuno la vince e allora riscrive la Storia in modo che risulti che la ragione ce l'aveva tutta lui. Pansa da ex comunista ci ha lucrato un bel po' sui "ragazzi di Salò", per dire...

Meglio. A voler tornare ancora più dietro, l'Italia vinse i suoi due primi campionati del mondo di calcio (si si, quelli con Vittorio Pozzo CT e Meazza e Piola in campo) quando era una dittatura conclamata che colonizzava il corno d'Africa e mandava volontari in Spagna a sostenere Franco contro il governo democraticamente eletto, e si accingeva a entrare in guerra appresso alla Germania, che pure lei si organizzò le sue belle olimpiadi in casa (si si, quelle con Jesse Owens il negro e le sue medaglie d'oro in faccia a Hitler, ci dicono, omettendo che erano in faccia anche a quasi tutti gli statunitensi bianchi e razzisti) tre anni prima di invadere la Polonia. Si fermò tutto, si, ma a guerra conclamata. Fino ad allora, i nostri atleti erano liberi di girare il mondo facendo il saluto romano al pubblico. Invece oggi le squadre russe sono fuori da tutte le competizioni da qua a fine anno e non rientreranno nemmeno la guerra finisse, e negli sport individuali ci sono dei ragazzi poco più che ventenni costretti a esibirsi col marchio dell'infamia sul groppone, pensando che il tifo contro non è solo per ragioni sportive. E infatti uno, il primo russo ad essere diventato numero 1 del mondo di tennis, ha deciso subito dopo di fermarsi per un piccolo intervento chirurgico che chissà se è vero, mentre un suo collega emergente ha inanellato una serie di sconfitte non in linea coi risultati dell'anno scorso, che forse sarebbero arrivate lo stesso (quella col nostro Sinner mi fa piacere pensare di si) ma il dubbio resta, che le dichiarazioni pacifiste peraltro male accolte dai peggiori dei colleghi restino a lavorare dentro all'anima del "cattivo".

Spezzo questa lancia a favore di Rublev (così si chiama l'ultimo, l'altro Medvedev), perché volevo criticarne un vezzo mettendo le mani avanti: non ce l'ho con lui. Peraltro, lo stesso vezzo, anche se meno carico di enfasi, ce l'ha anche Djokovic (da me difeso a spada tratta pochi mesi fa per essere stato messo all'indice per le sue scelte in tema di salute, e i tanti sportivi vaccinati nei guai gli danno ragione da un lato mentre l'andamento delle curve dei contagi glielo danno dall'altro: i vaccini anticovid non servono a un cazzo, e quindi per un principio basilare della medicina sono dannosi), e magari tanti altri in modo ancora meno visibile o addirittura intimo. Si tratta del gesto plateale di ringraziamento a gesucristo che fa ogni partita che vince. Non credo bestemmi quando perde, ma il punto è proprio questo: non sono credente, ok, ma se lo fossi sarei addirittura indignato per gesti così, altro che infastidito. Davvero, non capisco come dentro la testolina di quelli che pregano Dio di farli vincere o lo ringraziano per averlo fatto, non si affacci il pensiero appena razionale che se Dio è uno ed è il padre di tutti, negli sport dove si può dovrebbe fare pareggiare tutti, e negli altri qualcuno lo deve scontentare per forza.

Qualcuno risponderà: si va beh, prego Dio di vincere ma se non vinco lo ringrazio lo stesso, di non essermi fatto male ad esempio o comunque a prescindere (visto che comunque gli infortuni esistono, e anche le malattie e la morte, e un vero credente accoglie tutto come un dono di Dio, giusto?). Ma qui non stiamo facendo teologia, ma al massimo sociologia, spiccia. E allora viene in mente che lo sport contemporaneo addirittura nasce per essere quello che è: una metafora della guerra e della violenza che ha la funzione precipua (e per tutti: praticanti e tifosi) di valvola di sfogo omeopatica. E se è vero che tutti i potenti, tutti gli imperatori, hanno da sempre fatto marciare i loro eserciti sotto l'insegna di "Dio è con noi", inducendoli a combattere anche per avergli instillato questa convinzione, non c'è niente di strano che la cosa si sia traslata negli sport assieme agli inni nazionali. Ergo, se vogliamo davvero fermare la Guerra, estirparla dai nostri cuori e soprattutto agire in modo di estirparla da quella dei nostri discendenti, approfittiamo dell'ostracismo alle squadre russe per cancellare tutte le manifestazioni in cui gli atleti concorrono se non per se stessi o il loro club di tesseramento. Peraltro, la cancellazione dei mondiali di calcio farebbe comodo all'Italia in questo periodo, ma questa è solo una coincidenza.

Per chiarire meglio il senso di questo parallelismo che qualcuno potrebbe pensare esagerato, non c'è niente di meglio che affidarsi a un artista visionario. Per cui vi lascio con il video, con testo, di una canzone di quarant'anni fa quaranta dell'immenso Franco Battiato, L'esodo. E tanti auguri di Buona Pasqua, ma non prima di avervi ricordato che la Pasqua cristiana rievoca il martirio di Gesù avvenuto a Gerusalemme nei giorni in cui si festeggiava la pasqua ebraica, che a sua volta è la rievocazione allegorica (poveri agnelli, magari Gesù col pane azzimo e la favoletta dell'eucarestia intendeva proprio fermare "il silenzio degli innocenti" - e questa non ve la spiego) della strage dei bimbi egizi perpetrata dall'Angelo di Dio risparmiando le porte macchiate di sangue ovino dagli ebrei su indicazione di Mosè. Perché Dio è con noi e peggio per gli altri, giusto? E' vero, la Pasqua cristiana aggiunge il concetto di resurrezione (e di nuovo, solo un artista visionario come De Andrè poteva ricordarci, in Tre madri, che grazie al c... che mi sacrifico per voi e muoio se so di dover risorgere dopo tre giorni), ma voi intanto fate mente locale, magari assieme a un altro artista visionario e dissacratore come Troisi, e ricordatevi che per poter risorgere, forse, intanto dovete soffrire, e poi dovete, sicuro, morire.

mercoledì 9 giugno 2021

YOSS 4: IL RESPIRO DEL FARAONE

Il mondo del self-publishing è ormai talmente variegato che è facile scoprire una piattaforma (Bookabook) che prima non conoscevi. In questo caso è grazie alla pubblicazione da parte di un affine (sia evidentemente nel gusto di scrivere libri che nel senso di parente acquisito) del romanzo che vi segnalo, con un post che inserisco nella rubrica YOSS (che ricordo è l'acronimo inglese di "i tuoi racconti", che continuo a invitarvi a mandarmi specie se del tutto inediti) mostrandovene uno stralcio, quello stesso inserito dall'autore nella piattaforma di cui sopra.

La (gradita) novità di questo modello è che unisce i pregi dell'autopubblicazione con quelli del crowdfunding, costituendo così una valida alternativa all'editoria a pagamento, autentica piaga denunciata in quanto tale già da Umberto Eco nel suo "pendolo" e poi in una arcinota risposta a una lettera di un aspirante scrittore, purtroppo tardi per il sottoscritto che ci incappò da giovane (per avere già allora il vizio di leggere i bestseller solo se continuano ad incuriosirmi anche anni dopo il lancio di ovvio successo). A mia parziale attenuante, invoco il fatto che fui irretito da un premio letterario pubblicizzato addirittura in prima pagina da Repubblica, partecipando al quale fui contattato da un editore fiorentino che mi propose la pubblicazione del mio Chi c'è c'è in cambio del preacquisto di 200 copie (che è vero prevendetti in parola agli amici e a i parenti, sconzandoli tutti, ma i soldi li dovetti prendere in prestito con la garanzia di papà) su 1200 di tiratura, che poi stai a vedere se fu realizzata tutta, fattostà che dopo un paio di anni l'editore mi contattò come da copione proponendomi, in cambio dei proventi della vendita di mille copie, la spedizione delle 200 restanti che altrimenti andavano al macero (e mi è andata bene, di solito ti chiedono altri soldi), e so figli tuoi non lo puoi consentire. Per questa ragione, quando decenni dopo ho avuto l'occasione di scrivere un altro libro, Sushi marina, ho giurato che se mi proponevano una cosa del genere l'avrei lasciato inedito o al massimo pubblicato da me, e con questa riserva mentale ho cercato un editore della mia città d'origine, di cui il libro parla e nel cui dialetto è parzialmente scritto, magari piccolo ma che si accollasse il rischio d'impresa. Non pensavo di trovarlo invece si, e non so ancora come finirà, ma se sapevo da prima che avrebbe venduto poco, invece non potevo immaginare che pochi giorni dopo la presentazione sarebbe arrivata la cosiddetta pandemia, a congelare ogni altra iniziativa promozionale, e soprattutto a rendere superata la trama (che racconta di due ragazzi che aprono un ristorante: oggi suona fantascientifico).

La strada intrapresa da Marco Palumbo è come vi dicevo un'altra, innovativa: a questo indirizzo è possibile preordinare una copia de Il respiro del faraone, cartacea anche senza costi di spedizione o e-book, ma l'edizione parte solo al raggiungimento dell'obiettivo (immagino calcolato sulla base del punto di pareggio tra costi e ricavi) di 200 copie. Io ho aderito, e vi invito a fare altrettanto, magari dopo aver letto, come vi ho preannunciato, un estratto che vi invogli...

----

Capitolo 1: Jonathan e Jada

Il ticchettio di un orologio a pendolo segnava inesorabile lo scorrere del tempo, echeggiando all’interno di una fredda soffitta dove raramente qualcuno faceva visita. Un pomeriggio Jonathan, un fanciullo di appena 13 anni, mentre rovistava in una vecchia panca all’interno di quella soffitta trovò tra i vari ricordi della sua famiglia (che aveva perso quando aveva appena 8 anni) vari manufatti, tra cui un papiro scoperto tanti anni prima da suo padre, un archeologo a cui piaceva non stare dietro una cattedra, ma vivere l’esperienza sul campo.

Jonathan viveva con i suoi zii in una periferia dello stato della California. Non era facile per Jonathan tenere in mano quel reperto, come vedere tanti quadretti con fotografie della sua famiglia quando era piccolo. Alla sua tenera età Jonathan, non avrebbe mai pensato che avrebbe seguito le orme di suo padre, anche se gli zii non avevano dubbi, visto lo spirito di osservazione e la curiosità che lo contraddistingueva. Laureatosi in letteratura antica, si specializzò in archeologia e antropologia. Cosa c’era di tanto misterioso in quel papiro tenuto nascosto per tanti anni e custodito con tanta cura da Jonathan? Fin quando non fu in grado di tradurre quei segni, quei simboli, quei geroglifici che tanto lo avevano affascinato non ne fece parola con nessuno.

Il papiro in oggetto, citava: “In un certo anno… del terzo mese d’Inverno, nella sesta ora del giorno… gli scribi della Casa della Vita videro un cerchio di fuoco che arrivava dal cielo… Il suo corpo era lungo e largo una pertica (5 metri). Era silenzioso, gli scribi si spaventarono a causa di esso; poi si buttarono a terra a faccia in giù … Si recarono dal Faraone… per riferire la notizia. Sua Maestà ordinò che tutto ciò fosse scritto nei rotoli di papiro, sua Maestà stava riflettendo su ciò che succedeva. Dopo che furono passati alcuni giorni, queste cose diventarono più che mai numerose nei cieli. Brillavano nel cielo più del Sole e si estendevano nei quattro lati del cielo. L’esercito del Faraone stava a guardare, con lui in mezzo. Improvvisamente, i cerchi di fuoco, salirono in alto verso sud… il Faraone fece bruciare l’incenso perché ci fosse pace in Terra. Ciò che accadde fu segnalato negli annali della Casa della Vita… in modo che fosse ricordato per sempre”.

Jonathan, rileggendo una sera quella pergamena, si recò da un suo collega a cena e, nel parlare del più e del meno, il discorso si spostò sul loro lavoro. Jonathan non perse occasione per parlargli di una sua teoria. Secondo lui una civiltà aliena scese sul nostro pianeta millenni fa, istruendo alcune delle civiltà che misteriosamente progredirono nella loro sapienza oltre lo specifico periodo della loro era. Thomas, una persona molto rigida e attaccata ai canoni scientifici, rimase un po’ perplesso, non aveva mai sentito tante “anomalie” messe insieme, ma, senza scomporsi gli promise che ne avrebbe parlato con sua moglie Anna, un’astronoma del monte Palomar, in California, dove vivevano anch’essi.

Una sera, mentre Jonathan era disteso sul suo letto, uno squillo di telefono lo fece sobbalzare, assorto nei suoi pensieri. Era Thomas, che aveva parlato con sua moglie, la quale, se pur anch’essa un po’ perplessa per tali teorie, gli confermò che aveva sentito parlare di qualcosa del genere: sapeva che alcune civiltà possedevano conoscenze astronomiche fuori dal comune.

mercoledì 28 ottobre 2020

RADIOCIXD 30 - WHEN THE WIND BLOWS

Bei tempi quelli dell'olocausto nucleare! Oggi è difficile da immaginare, ma ai tempi temevamo davvero che il mondo potesse finire da un momento all'altro, anche solo per la follia o la sbadataggine di uno col dito sul pulsante rosso. Kubrick ci aveva fatto un autentico capolavoro già 20 anni prima, ma in quegli anni 80 il dispiegamento dei missili in tutta Europa dominò sia i nostri pensieri di ragazzi che la produzione artistica di tutti i generi (io stesso ci scrissi una canzone e un racconto, per dire). Tutto potevamo immaginare, tranne che quell'equilibrio mondiale si sarebbe fatto rimpiangere, superato da incubi distopici come la globalizzazione con la connessa fine delle sovranità nazionali, le cosiddette guerre al terrorismo in realtà figlie del dominio di una sola superpotenza e madri del governo mondiale tramite paura, e la dittatura psicosanitaria in cronaca. Ma chi oggi voglia farsi un'idea di quel clima, non troverà niente di meglio del cartone animato di Murakami tratto dal fumetto di Briggs di cui oggi recensisco la colonna sonora.
Io l'ho visto al cinema, e uscendo sono andato a comprarmi il vinile. La storia, angosciosa e romantica assieme, è quella di una coppia di anziani alle prese prima con le notizie di un possibile attacco nucleare, cui reagisce fidandosi delle istituzioni britanniche anche sulla scorta dell'esperienza della seconda guerra mondiale che avevano vissuto da giovani, poi con i goffi e maldestri preparativi finalizzati a sopravvivergli, quindi con l'esplosione e il fallout affrontati con ingenuità, infine con la inevitabile morte, fronteggiata con sorpresa e commovente ingenuità. I disegni e l'animazione sono magici, e rendono benissimo il clima pur non potendo contare sulle diavolerie cui siamo avvezzi oggi. Ma è la musica, il pezzo forte. David Bowie, i Genesis e Roger Waters appena transfugo dai Pink Floyd, più altri meno "big" che non sfigurano affatto: scusate se è poco.
Se riuscite a procurarvi il film, che non si trova più gratis su youtube, è meglio, ma intanto accontentatevi della mia consueta tracklist commentata, buona per leggerla mentre si ascoltano i brani.
1. When the Wind Blows
David Bowie canta la title track a modo suo, rafforzando i significati con l'interpretazione. Il brano è suo, il video è quello suo, che il Duca bianco era anche un grande attore (un paio d'anni prima ci aveva deliziato come protagonista di Merry Christmas Mr. Lawrence, disgraziatamente ribattezzato Furyo per il mercato italiano, di cui sicuramente conoscete la colonna sonora, non vi metto nemmeno il link).
2. Facts And Figures
Hugh Cornwell era il frontman degli Stranglers. Il brano, su un letto musicale scanzonato, denuncia il ruolo manipolatorio e collaborazionista della stampa, buona solo a tenere ferma la gente mentre i potenti abusano di lei. Vi ricorda qualcosa? Quanti positivi asintomatici c'erano oggi?
3. The Brazilian
Il brano strumentale dei Genesis qui inserito non è inedito, come potete vedere dal video. E dimostra: 1) che quelli che "erano rimasti in tre" erano talmente bravi che volendo potevano sfornare roba come questa; 2) che quindi il fatto che invece ai tempi oramai sfornavano solo pop e pure scarsino era una scelta precisa (per carità, i soldazzi piacciono a tutti...); 3) che Phil Collins la batteria la sapeva suonare davvero... 
4. What Have They Done
Anche gli Squeeze spiazzano, come Cornwell, con un brano che allegrotto continua a ripeterci "che hanno fatto?!". A noi pinkfloydiani ricorda il verso simile, ma urlato in maniera decisamente diversa, di The post war dream, di un paio d'anni prima. Waters qui ancora non c'è, ma infatti il testo è suo....
5. The Shuffle
...e prima che arrivi, chiude il lato A un altro intermezzo strumentale, stavolta di Paul Hardcastle, uno che rimasticava a jazz la musica più di moda in quegli anni, e che aveva da poco toccato il suo vertice di notorietà col bellissimo 19, che parlava di un'altra guerra però.
6. > 15. When the wind blows
Il lato B è tutto di Roger Waters. Le tracce sono 10 (The Russian Missile, Towers of Faith, Hilda's Dream, The American Bomber, The Anderson Shelter, The British Submarine, The Attack, The Fall Out, Hilda's Hair, Folded Flags) ma come spesso capita nelle colonne sonore alcune sono brevi e interlocutorie, oltre che riecheggianti le principali. Per questa ragione, ma anche perché alla fine come spesso nei "pink" gli album sono un unicum che non può essere fruito correttamente se non in sequenza, esiste il tube unico, e io ve l'ho messo. Da Towers of Faith, Hilda's Hair e Folded Flags, i brani significativi, capirete senza dubbio come e perché lo spirito dei Pink Floyd dal 1983 lo ha tenuto vivo Waters, e non certo gli altri per quanto straordinari musicisti/strumentisti.
Forse se quello scenario apocalittico non ebbe luogo, e ripeto forse, non fu soltanto perché politicamente era meglio congegnato quell'equilibrio di quello che lo ha rimpiazzato, ma anche perché quello spirito era in noi ragazzi, che non sentivamo la musica tanto per sentire, e non accettavamo che i nostri capoccia giocassero con le nostre vite senza dire la nostra. Che non era "andrà tutto bene", era "se continuate così andrà tutto male". Forse non siamo stati noi il fattore decisivo a che non finisse male, ma comunque la nostra parte l'abbiamo fatta.

sabato 4 luglio 2020

ANCORA QUI?

Tra pochi giorni questo blog compie 12 anni, e inizia il suo tredicesimo anno di pubblicazioni. Francamente, non credevo che sarebbe durato tanto, specie considerando il fatto che non ho ancora nessuna intenzione di chiuderlo. Certo, avere un qualcosa dove poter sfogare senza fare troppi danni il proprio esibizionismo e la propria grafomania può essere una buona spiegazione, ma forse c'entra anche la percezione opprimente, aggravatasi in questi mesi bui, che gli spazi per una democratica e libera espressione del pensiero si stanno così tanto stringendo da configurare come un delitto, davanti alla propria coscienza, il non insistere a mantenerli aperti finché si può e quanto si può. Insomma, prendetemi in giro se credete, ma questo per me è un vero e proprio dovere civico.
Ma un blog per essere "vivo" ha bisogno di post non dico frequenti ma almeno ricorrenti. Negli anni ho usato alcuni stratagemmi, come pubblicare una a una le mie canzoni, le mie storie brevi e le ricette di Nonna Carmela, di recente mi sono inventato RadioCIXD, una rubrica di recensioni musicali personalissime, e YOSS, uno spazio dove chiunque di voi può vedere un proprio racconto online, e anche ho ripreso a pubblicare post non miei, con un mio "cappello", per cui vi invito: imitate Pasbas e L'elio e mandatemi novelle o articoli da pubblicare. Non avrete migliaia di lettori, ma un paio di centinaia magari si, hai visto mai.
E qui apro una parente, approfittandone per ribadire un concetto: da questo blog non ci ricavo, per scelta originaria, nemmeno un centesimo. Non c'è l'ombra di un banner, nemmeno di quelli che il signor Google volendo ti mette lui customizzandoli automaticamente. E questa scelta non è solo perché ho per fortuna un lavoro fisso e di quelli per cui è vietato avere altri redditi. E' anche che non ne vale la pena: con un sito come questo ci si comincia a guadagnare qualcosina quando le letture si contano a (parecchie) migliaia, non a centinaia figurarsi a decine. E per arrivarci, alle migliaia di click, bisogna scrivere di cose che interessano le masse, inseguire il consenso, tutte cose che per carità saprei pure come si fa, in teoria, ma non c'entrano nulla proprio con l'intenzione primigenia di aprire un blog, avuta nel lontano 2008. Eppoi, basta guardarsi intorno: è pieno di siti di informazione, mainstream e no, che per poter continuare a campare ripetono tutti la stessa narrazione, terrorizzati dalle conseguenze che avrebbe un minimo discostamento. Io campo d'altro, qui voglio (e quindi posso) dire quello che penso (e quella che penso sia la verità: le cacchiate sono già in tanti a raccontarvele), e mi basta che siate in pochi a seguirmi. Ma anche i blog e i siti che cercano di acchiappare click perché chi li tiene ci deve campare, oramai hanno vita difficile: i soldazzi adesso si fanno: con altri strumenti che girano su altri device, e abbassando ulteriormente il livello della comunicazione. E no, non sto facendo come la volpe con l'uva: è che so bene che ci vogliono il fisico e l'età, e avendoceli la voglia e la capacità, per fare l'influencer. Di cui peraltro ce ne sono già troppi e il mercato inizia a saturarsi.
Chiudo la parente, e arrivo al punto. Come ogni anno, "regalo" al mio blog una nuova grafica, a rispettare un antico precetto del web secondo cui un sito che non si rinfresca regolarmente è presto vecchio. Nella immagine a fianco, la vecchia grafica (ma basta curiosare a ogni inizio luglio per ritrovare quasi tutte le precedenti). La nuova, spero vi piaccia.

domenica 2 febbraio 2020

(RI)ESCE SUSHI

Sento parlare di editoria italiana in crisi da quando ancora andavo a scuola e l'editoria non era ancora in crisi. O almeno, avendo saputo come finiva con l'avvento di Internet e smartphone, non avrebbe osato dirsi in crisi... Eppure, da grande volevo talmente scrivere un libro che a un certo punto ne pubblicai uno, non proprio con un editore a pagamento ma insomma col patto che tra parenti e amici sarebbe andata via una certa tiratura. Inoltre la casa editrice fece comunque in modo che Chi c'è c'è fosse nelle librerie almeno delle città in cui vivevo o avevo vissuto, per cui alla fine non ci fu da lamentarsi, ma nel 1999, pur non avendo ancora letto Umberto Eco sull'argomento (non leggo i bestseller se non dopo qualche anno, di solito...), mi promisi che non avrei mai più rifatto quel tipo di esperienza, mi fosse anche costato di non pubblicare mai più niente.
D'altronde, non scrivo "facile" quando si tratta di letteratura, sul blog di politica musica e altre amenità si, ma ho troppo rispetto del genere per ritenermi all'altezza di frequentarlo spesso. Sono, come forse si dice in gergo, uno scrittore stitico. Insomma, tengo molto al fatto di essere uno che scrive un libro ogni dieci anni mentre intanto ne legge dieci all'anno: se tutti si attenessero a una proporzione simile, sarebbe smentita la boutade per cui in Italia ci sono più scrittori che lettori, e le cose andrebbero un po' meglio.
In vent'anni, ho violato le consegne solo una volta e solo per una buona ragione: realizzare in proprio (o quasi, se non era per Pino che cucinava e fotografava i piatti!...), dai testi alla grafica alla stampa alla distribuzione, il libro Le ricette di Nonna Carmela, ci ha consentito praticamente di ultimare un progetto di beneficenza che era iniziato con adozioni a distanza ed è finito con la costruzione di una scuola in Guinea, senza trattenere un centesimo oltre le spese vive. Abbastanza per autoassolversi, direi.
Ma quando si è trattato di cercare un editore per la mia terza opera, e primo romanzo seppur tecnicamente "breve", ci ho tenuto a trovarne uno magari piccolo ma "vero",  che non mi imponesse nessuna quota di preacquisto, e fosse legato al territorio di elezione della storia, peraltro scritta in parte in dialetto riggitano. Si chiama Leonida, forse alludendo a grandi imprese a partire da piccoli numeri. Se non l'avessi trovato, avrei magari lasciato perdere, oppure optato per il self-publishing: le piattaforme oramai sono tante e alcune molto buone e serie, e tra lettori del blog e amici di facebook in tanti avreste potuto scaricarvi l'e-book o ordinarvi la stampa, avvisati dalle mie numerose e ricorrenti segnalazioni. Invece, avendo scelto l'editoria tradizionale, vi ho lasciato in pace fino ad oggi, limitandomi ogni tanto a un post interlocutorio.
Adesso invece finalmente è ufficiale: il 22 febbraio prossimo a Reggio Calabria, presso i locali della libreria Spazio Open di via Filippini 23, alle 17.30, a cura dell'associazione Anassilaos, una realtà ormai consolidata del panorama culturale reggino, la stessa che vent'anni fa ebbe a premiare il mio Chi c'è c'è come opera prima, verrà presentato a chi vorrà esserci Sushi Marina.
I non reggini possono già da qualche mese ordinarlo online, magari a prezzo scontato e senza spese di spedizione come su mondadoristore, ebay, lafeltrinelli, ibs o eprice (ho fatto un giro pochi giorni fa, controllate prima di procedere). Ma ai reggini do appuntamento in libreria. Ndi virimu vjatu, figghioli!

sabato 26 ottobre 2019

RADIOCIXD 6: LINDBERGH (LETTERE DA SOPRA LA PIOGGIA)

Quando è uscito questo disco avevano da poco arrestato Mario Chiesa. Ai più giovani questa nota dirà poco, ma a noi vecchietti no: era appena iniziata quella che ci sembrava una rivoluzione ed era una restaurazione, quella che ci sembrava una liberazione e avremmo capito molto dopo non era che la fine di quel poco di libertà che una guerra persa e un territorio occupato ci aveva concesso, quella che ci sembrava finalmente un dono del fato e si sarebbe presto rivelata un cavallo di Troia.
Fossati tutto questo non poteva saperlo ai tempi di quest'album, le cui canzoni peraltro erano state ovviamente scritte prima del fatidico accesso al Pio albergo Trivulzio, solo la sensibilità di artista visionario del loro autore avrebbe loro consentito di essere ancora attuali 27 anni dopo. Ma questo non giustificherebbe l'aggancio alla politica con cui ho iniziato questa recensione. Quello è l'uso che si fece, pochi anni dopo, del "primo singolo" di questo album: La canzone popolare, infatti, fu l'inno ufficiale de L'Ulivo di Prodi e Veltroni alle elezioni politiche del 1996, quelle successive alla caduta del Berlusconi I per tradimento della Lega Nord (si, c'è un precedente, e allora il centrosinistra e la Lega ressero il Paese nel governo seguente, Salvini oggi ha poco da scandalizzarsi...), e l'immagine dei due ineffabili traditori del popolo (oggi si può dire, e da qualche anno, senza dubbio) mano nella mano ad esultare sulle note di Fossati a Piazza Santi Apostoli è di quelle che non si cancellano. Non portò benissimo: l'ineffabile Bertinotti fece cadere il governo pochi mesi dopo per via di una riforma pensionistica (che a confronto con quelle poi intervenute sarebbe un Eldorado), e il governo seguente fece capire a molti, ad esempio bombardando Belgrado, di cosa era capace il PD ancora prima di nascere. Pazienza: ad Adelante adelante di De Gregori era andata peggio pochi anni prima. Morale: se fossi un cantante famoso vieterei ai politici l'uso di un mio pezzo.
Il disco lo presi a noleggio in un negozio di quelli appositi che in quel periodo andavano per la maggiore. I vinili neanche li stampavano più o quasi, ormai, è da poco che sono tornati di moda (ma a che prezzo...), ma il noleggio consentiva a noi appassionati di ascoltare a una cifra ragionevole un disco magari di una band emergente, di fatto consentendo al mercato discografico l'ultima sua espansione significativa, le sciagurate strategie di retroguardia successive avendone impedite di ulteriori. E, se il disco ti piaceva, di comprarlo usato, dopo che aveva passato un tot mani di noleggio, a un prezzo ragionevole. Come feci appunto con questo, di cui come al solito vi fornisco il link all'ascolto completo, e subito dopo la mia playlist commentata per accompagnarlo:
  1. La canzone popolare - Come spesso capita, il brano più famoso non è certo il migliore dell'album: sarà per la marcetta facile, ma la pensavo così anche quando esultavo per avere vinto le elezioni (bisogna ascoltare il proprio istinto musicale, spesso ci piglia più della propria intelligenza politica.);
  2. La barca di legno di rosa (Un gran mare di gente) - I pochi di voi che hanno in mano la mia prima fatica letteraria, o che mi seguono quando ne parlo su questo blog, sanno che è introdotta in terza di copertina da questa meravigliosa canzone, col suo inciso che secondo me a invocare l'ispirazione vale "cantami o Diva del pelide Achille": "Ah, se potessi raccontare tutto quello che vedo e sento dall'orizzonte di questo cielo che picchia giù nel mare in questa notte cieca di luna, e te che stai ad ascoltare!";
  3. Sigonella - Non credo lo abbia fatto apposta, ma qui il Nostro canta della base militare simbolo della nostra sovranità limitata, e al tempo stesso dell'ultima volta in cui l'Italia ha tentato davvero di affermare la propria sovranità, proprio ad opera di quel Craxi che stava per essere cestinato;
  4. La madonna nera - Questa la capite se siete meridionali (e i genovesi lo sono, eccome), anche se non avete studiato che i culti mariani sono stati l'escamotage con cui la Chiesa ha portato alle processioni cattoliche popoli devoti alle loro Dee madri (si, anche coi Santi è più o meno lo stesso);
  5. Il disertore - Il brano è di Boris Vian, e manco la traduzione del testo è di Fossati, ma la resa di questa versione è tale da inorgoglire un obiettore di coscienza come il sottoscritto;
  6. Mio fratello che guardi il mondo - Questa meraviglia ha purtroppo il difetto di aver strappato nel tempo il record di strumentalizzazione politica al brano d'apertura. Ma resta un capolavoro assoluto, peraltro perfettamente compatibile con una lettura fuori dal coro dei fenomeni migratori...;
  7. Notturno delle tre - Come fosse una J'adore Venise parte seconda, questo gioiellino ha il potere di portarti dentro quella camera in quella notte, tutte le volte che la senti;
  8. Poca voglia di fare il soldato - Il disertore non ha disertato, ma dentro di se è come se lo avesse fatto;
  9. Ci sarà (Vita controvento) - Perché quelli delle città di mare lo sanno, tutti, che l'invenzione più importante della storia è la navigazione controvento: senza, nella vita, non si scopre mai niente;
  10. Lindbergh - Questo non è uno sguardo intimo nel cuore del primo trasvolatore oceanico, questo è uno squarcio nella vita di ciascuno di noi.

domenica 6 gennaio 2019

PROSSIMAMENTE A CASA VOSTRA

Evidentemente siete stati buoni, la Befana quest'anno porta qualcosa anche ai meno piccini... Come vi avevo annunciato tempo fa sto per pubblicare il mio terzo libro (il primo è del 1999 il secondo del 2011, e siccome oramai fuori catalogo li ho anche postati qui un po' per volta: tag rispettivamente Chi c'è c'è e Le ricette di nonna Carmela). La casa editrice reggina Leonida, piccola ma autentica, mi dice che finalmente siamo in dirittura d'arrivo e che davvero il romanzo sarà disponibile tra pochi  mesi in libreria oppure on-line, non mancherò di dirvi con maggior precisione. Ma io volendo posso preacquistarne delle copie a prezzo di favore, per cui chi ne volesse una dalle mie mani e con la mia preziosissima (un minimo di autoironia è necessaria) dedica, mi contatti che gliela tengo da parte. Ma subito, che l'offerta vale pochi giorni ancora.
La storia racconta le peripezie di due ragazzi reggini di oggi, ma attraverso i loro parenti vedremo degli squarci anche della Reggio di qualche tempo fa. Potrebbe piacervi...

mercoledì 1 agosto 2018

INTERLUDIO - ESTRO 1>8

Ed eccoci arrivati a completare, con il lungo e articolato cappello finale, la pubblicazione di Chi c'è c'è . Chi ha seguito il tutto, sa già che avevo dei racconti pronti, ma il premio letterario a cui ero stato spinto a partecipare era per un'opera unitaria, per cui mi trovai a dovermi inventare in fretta un racconto che potesse racchiudere gli altri, non trovando di meglio di un'astronave con 21 membri di equipaggio in animazione sospesa (si, lo so, vedevo troppa fantascienza) contattati telepaticamente da un extraterrestre, precisamente il mozzo di un cargo spedito a bordo della nave terrestre dal capitano un po' vile della nave aliena che la aveva intercettata, nave terrestre che poi era in pratica un estremo tentativo della razza umana di propagare se stessa altrove nello spazio e nel tempo dopo aver distrutto il proprio pianeta (si lo so, ero troppo ecologista, come tanti ai tempi). Finiti i racconti, restava il problema di come chiudere il contenitore, e anche qui non trovai di meglio che una sorta di ipertesto ante-litteram, un esercizio di stile anch'esso senza pretese di originalità: otto finali diversi, di cui uno peraltro obliquamente ed "alienogeneticamente" profetico, tra cui il lettore potesse scegliere liberamente.
E ora spero proprio di tornare a parlarvi di narrativa all'uscita di Sushi Marina, la mia seconda fatica letteraria (non volendo considerare tale Le ricette di Nonna Carmela) e prima vera storia intera. Ho quasi 55 anni, direi che è il tempo giusto.

INTERLUDIO 2

Si, mi sarebbe piaciuto chiudere tutto con il grido di battaglia di Che Guevara. Ma da una parte mi sembrava troppo ruffiano, dall'altra ho lasciato troppi fili sciolti fra intro 1 e 2, interludio 1, e racconti vari. Ad esempio: che fine ha fatto l’alieno telepate? Lo hanno salvato, o è morto di fame e sete? Ha svegliato i terrestri? Ha denunciato il suo capitano? Eccetera eccetera…
La realtà è che, a me personalmente, non me ne frega niente. Ragion per cui, dopo molta titubanza, ho deciso di ricorrere ad uno stratagemma abusatissimo, da ultimo da Stefano Benni in uno dei più riusciti racconti di “Bar Sport Duemila”, quello di lasciare il finale aperto, a discrezione del lettore.
Ho deciso perciò di chiamare questi possibili finali con una radice che richiami impropriamente l’inizio, e propriamente la qualità cui ci si deve affidare da qui in poi.

ESTRO 1

L’indiana suggerisce al Secondo come procurarsi da mangiare, ma questi, una volta ingerito il cibo terrestre, muore avvelenato, o per la sua scarsa qualità e/o cattiva conservazione, o per la sua propria incompatibilità organica. Il Capitano allora, venutolo a cercare e trovatolo morto, si persuade definitivamente dell’esistenza di un virus misterioso a bordo dell’astronave terrestre, ed in preda al panico scappa sulla sua nave e, prima di mettersi in decontaminazione, traccia una rotta qualsiasi e disintegra il relitto terrestre, convinto di essere un eroe.

ESTRO 2

Il cibo fa schifo, e non potrebbe essere diversamente, ma il geestre lo trova buonissimo. L’indiana riesce a svegliarsi, e i due, subitaneamente innamorati, cominciano a copulare selvaggiamente, scoprendo un’inaspettata quanto piacevole compatibilità biomeccanica: i geestri, infatti, sono un po’ più piccoletti di noi, ma oltre a essere ben dotati (per la famosa regola cosmica della “L”) hanno un piccolo organo erettile supplementare dietro lo scroto, che usano per agganciare per via anale la loro partner. L’indiana pare aver gradito molto: i due si sposeranno entro l’anno, ma si ignora se fra le due razze ci sia anche compatibilità genetica. In altre parole, non si sa se dall’accoppiamento verrà fuori qualcosa di vivo, e, se si, che bestia sarà.

ESTRO 3

I due, combinando anche le loro non elevatissime intelligenze, riescono ad attivare il computer centrale dell’astronave terrestre, a risvegliare gli altri, e a contattare la nave raccoglirifiuti. Il capitano Fulvio, per fortuna, pensa che ci sia abbastanza gloria per tutti, e chiama le autorità politiche, scientifiche, e soprattutto massmediologiche del suo pianeta, che arrivano per rotte subspaziali in poche ore. I due diventano ricchi e famosi, e i terrestri, scoperto che gli omosessuali sono in realtà tre, e che quindi fatti i conti restano in sei maschi e dodici femmine, siccome fra l’altro i geestri suscitano l’invidia degli uomini e l’orrore (misto ad inconfessabile attrazione) delle donne, ottenuto un territorio da colonizzare, si inventano una religione per cui sono vietati i matrimoni interrazziali e ad ogni uomo spettano due donne, senza tenere conto dei problemi che ciò comporterà alle generazioni future, così dimostrando una volta di più che il lupo perde il pelo ma non il vizio.

ESTRO 4

Il capitano Fulvio, purtroppo, una volta messo al corrente di tutto, mette in atto il suo diabolico piano: si inserisce nelle coordinate del trasmettitore del Secondo (non chiedetemi come, non so che cazzo sto dicendo), e fa rapporto a Gea prendendosi tutti i meriti, poi richiama a bordo il fesso, lo uccide simulando un incidente, mette su una scena vomitevole di finta disperazione per i terrestri e gli scienziati geestri e... viene incastrato dall'indiana, che come noi sappiamo aveva intuito tutto, non appena questi ultimi riescono a tarare i traduttori interstellari.
Passerà il resto dei suoi giorni in una nuovissima colonia penale, un pianetino quasi spopolato, bello ma ostile, che da Gea si vede benissimo (è rossastro misterioso e affascinante), ma solo dall’emisfero australe. I terrestri hanno suggerito di ribattezzarla Port Cook, o Sidney.

ESTRO 5

Comunque vada a finire tra i due spazzini spaziali, i terrestri vengono svegliati dagli scienziati geestri, ma non appena entrano in contatto con l’atmosfera di Gea, con cui pure era stata verificata la compatibilità, muoiono ad uno ad uno per un comunissimo batterio, innocuo per gli indigeni.

ESTRO 6

Il batterio comunissimo lo espirano loro, e uccide in un’epidemia epica tutti i geestri, lasciando ai terrestri un pianeta da ripopolare.
Allora fondano una religione basata sull'amore libero e la procreazione incontrollata, che per qualche tempo andrà benone. Poi ci sarà, ovviamente, il diluvio universale.

ESTRO 7

Gea non era altro che la terra millenni dopo, e i suoi abitanti erano i discendenti dei superstiti l’olocausto. Eh si, la guerra nucleare totale c’era stata davvero, ma i nativi oramai ne conservavano un ricordo mitico.
La cosa viene scoperta casualmente: durante una partita a pallone in spiaggia (il regista era Salvatores) uno inciampa in un sasso che non è un sasso, ma è qualcosa di metallico, e scava scava si scopre che è la punta della fiaccola della statua della Libertà (l’attore principale era Charlton Heston). Vengono indetti quaranta giorni di feste e balli per i padri prodighi, e ovviamente questi ultimi ne approfittano per prendere il potere.
Diamogli un secolo o due, e in poche generazioni riporteranno la Terra allo stato in cui l’avevano lasciata. Uno stato pietoso, cioè. Anzi, no: stavolta faranno peggio. La ridurranno allo stato liquido, o facciamo gassoso, va’…ma si, colloidale! Un gigantesco albume, una pozzanghera di sfaccimma. Una vera schifezza, insomma.

ESTRO 8 - QUI MADRE TERRA

E’ vera la quiete di questo posto e non annuncia nessuna tempesta, ora tutto tace e il mio respiro non mi stordisce più, mentre poco fa era il solo compagno di viaggio in questo mio ultimo cammino stanco.
Sono seduta in cima alla montagna, sotto la croce, vecchio e ferroso testimone di un’antica religione. Da qui vedo i tetti delle case, piccole scatole colorate in quel mare verde di sotto che è la mia collina. Questa è la mia terra. Sono nata e cresciuta qui, ed oggi, come quando ero bambina e soffrivo un po’ o non capivo, mi sono rifugiata sotto la croce.
Brillano di meno i miei occhi, certo, ma le mie mani sono ancora quelle di una bambina, e mia madre forse aveva ragione quando guardandole mi diceva: “Non sarai mai una donna vera, guarda che mani piccole che hai!”
Oggi ho trent’anni e sono corsa qui perché è uno degli ultimi posti al mondo dove il famigerato “progresso” non ha toccato niente, e c’è come un confine netto oltre la collina laddove comincia il mondo del ventunesimo secolo, e dove questo finisce .
Ad esempio, oggi fa caldo, ed io sto a piedi nudi; oltre il confine non sanno cosa si prova a camminare a piedi nudi: c’è una legge che obbliga l’uso delle scarpe, per una questione di sicurezza, come per le cinture in auto! Io invece sono qui, scalza, e ripenso al mio passato, come fanno tutti quelli che hanno appena perso o trovato qualcosa .
Io qualcosa ho trovato e qualcosa ho perso e sono qui a pensarci, a pensare a me e al mio futuro. Avevo un uomo. Ne ho avuti tanti, ma nessuno come lui. Prima, con gli altri, quando finiva mi buttavo per giorni sul letto a guardare il soffitto chiedendomi dove avessi sbagliato, decidendo così di mascherare il mio mal di vivere sotto uno strato massiccio di falso dolore. Adesso, invece, tutto questo! Il sole e il profumo dell’erba alle sei del mattino, ed io qui a pensare a quante volte non ho avuto il coraggio, a quante volte ho amato chi mi disprezzava, a quanti ho ferito volutamente in nome di un amore mai ricevuto, di un calore che a volte ancora mi manca.
Ho combattuto per anni, per distruggere quello che non andava in me e nel mio prossimo pur amandolo troppo spesso più di me stessa, così disobbedendo per eccesso ad un comandamento antico! Ho bruciato energie senza mai costruire, prima, …e poi è arrivato l’amore, quello vero, quello che sta andando via.
Sono salita quassù perché sono vicina al cielo, che anche se c’è qualche  nuvola da qui è ancora blu, e non viola come il cielo del territorio oltre il confine, laggiù. E’ da qui che vedrò mandare in orbita quella nave. E il mio uomo è lassù: uno dei pochi, cavie o eletti, che partecipano a quel folle programma.
Egoisticamente, come è giusto, non volevo che partisse e mi lasciasse qui. Ho pure partecipato alla preselezioni, ma la prova preliminare era veramente troppo difficile per me. Non per lui, purtroppo. Ho sperato fino all’ultimo che fosse escluso per qualche motivo, ma invece, come sempre succede in questi casi, è stato prescelto. Si, ma per cosa? Ho sentito dire che l’invenzione dei propulsori per viaggi interstellari è un bluff, come pure la storia dell’animazione sospesa, per dare l’illusione a noi che restiamo che qualcuno qualcosa ha fatto, per salvare la nostra genia, e invece su quel razzo non c’è nessuno. Davvero non si sa a chi credere. Forse li hanno già uccisi, e conservati a pezzetti in qualche banca degli organi. Comunque, per me non cambia niente: la realtà è che sono rimasta sola, e forse non mi rimane altro da fare che pensare a me e a tutto quello a cui fino a poco tempo fa pensavamo in due; all'unica cosa che lui ha desiderato veramente!
Ne abbiamo parlato per anni, immaginando i suoi colori, i suoni, il profumo, le sue dimensioni, ed ora finalmente... il grande sogno, un desiderio nascosto. Mai svelato troppo arditamente l’un l’altro quello che pensavamo, quello che sognavamo: era un segreto nascosto, un tesoro ben seppellito sotto strati di tenerezza, chiuso dentro dall'ansia e dal pudore dei nostri reciproci imbarazzi. Temevo che mi leggesse negli occhi, o nella mente, la voglia di scoprirlo un giorno ubriaco d’amore.
Gli strappavo i vestiti, lo facevo spesso! Lui faceva finta di non capire che avrei voluto strappargli anche l’anima e farla mia. Mi amava infatti, ma come si ama una donna con i seni grandi. Una così è madre, amica e amante. Sogna, ride, e riempie tutti i giorni. Fa l’amore come nessun’altra, ma non acceca anche se brilla di luce propria, e non brucia pur essendo fuoco. La verità è che non può avvicinarsi a chi ha paura anche del ghiaccio! Eppure qualcosa di unico ci teneva uniti e qualcosa di noi continuerà ad esistere.
Sono qui, a piedi nudi, in cima alla montagna, e ora fa freddo; vedo una scia di luce fortissima che squarcia la cupa atmosfera del “cielo viola” laggiù.
Quella è la nave, lui è lì. Ed io sono ferma ad aspettare che si smorzino le fiamme dei razzi, o che io non le veda più, ormai troppo lontane. Il mio uomo farà rotta per chissà dove, ed io resterò qui. Accarezzo i miei seni, ancora più grandi del solito, e con le mie mani piccole, ma finalmente da donna, scendo a toccarmi il ventre. Fra pochi mesi nascerà Gea.
Lui non lo sa, non lo saprà mai. Sarà nostra figlia, quella tanto desiderata, il nostro sogno, il segreto nascosto: sarà figlia di una donna dalla mentalità ancestrale, estasiata dalle stelle immerse nel blu romantico del cielo, e di un uomo che è in rotta per un futuro che non conosce, per cercare una nuova vita. Per trovare, forse, un’altra Gea.

giovedì 5 luglio 2018

21 - CHI “CHE” C’E’

Come promesso, approfitto del cambio di grafica che ogni anno faccio a inizio luglio come regalo di compleanno al blog (è il decimo, mizzica!), per mettere in sfondo le immagini, una minima frazione di quelle che si potevano trovare, ancora molto meno di quelle che io e altri tifosi storici ci portiamo dentro, della mitica Viola Reggio Calabria, che vedrete anche stavolta risorgerà dalle ceneri in cui è stata volutamente ridotta.
La cosa non è fuori tema, dato che il basket è anche l'argomento dell'ultimo racconto (prima del lungo e articolato cappello finale) di Chi c'è c'è (mia prima e unica opera di narrativa fino all'uscita di Sushi Marina nei prossimi mesi), che è anche l'ultimo scritto, già nel 1999. Manu Ginobili ancora doveva sbarcare a Reggio Calabria, dove giovanissimo avrebbe già dimostrato la sua enormità prima di esplodere in una carriera incredibile che ancora continua oltre vent'anni dopo, per cui non è a lui che mi ispiravo. C'entra invece la mia già annosa allora passione per il basket in generale e la Viola Reggio Calabria in particolare, e in qualche modo l'avere sfiorato (e non senza rimpianti) la generazione di chi il poster di Che Guevara a casa proprio non gli poteva mancare. Così mi è nata l'idea che uno dei 21 campioni chiamati a rappresentare la chance di perpetuazione della razza umana fosse un asso dello sport, condannato dall'animazione sospesa a sognare e risognare di quando, alla sua prima consacrazione nel gotha del basket mondiale, fece l'outing della sua eroica ascendenza. Vencereemos, aadelante-e!

21 - CHI “CHE” C’E’

Ecco, lo speaker sta chiamando tutti gli altri uno per uno, e il pubblico esplode in ovazioni! Dio, quanta gente! Ma perché mi emoziono tanto? Calmo, ragazzo: oramai è dall’inizio del campionato che hai a che fare con platee del genere! Ma, Cristo, qui tengono tutti per me…! E ci sono centinaia di milioni di telespettatori al mondo che ci guardano. Ho il cuore in gola. Non mi pare vero, solo un anno fa…
Non ti distrarre, stronzo: tocca quasi a te.
“20 anni, ala forte, 2 metri e 12 per 113 chili, da Cuba, per i Miami Heat, RICARDO GUEVARAAAAAA!”.
Non capisco più niente. Sono io, qui, in mezzo a questi campioni che qualche anno fa guardavo in TV? In mezzo a questo pubblico? Sentili: “RICKY, RICKY, RICKY”….sono io. Li saluto, a braccia alzate. Vincerò la gara delle schiacciate con queste braccia, nell’intervallo: sono sicuro! E a fine stagione sarò il rookie migliore della Lega. Così, in mezzo al rombo della folla, mi gira tutto intorno, e rivivo l’ultimo anno e mezzo in un flashback come quelli del cinema.
L’infortunio alla caviglia, non grave, all’inizio della mia seconda stagione con la St.Louis University (nella prima, trionfale, avevamo vinto il titolo, io avevo 18 anni ed ero stato eletto MVP), cadde quasi sotto Natale: io mancavo da casa da tanto tempo, così decisi di rientrare al mio villaggio nei pressi dell’Avana. La povertà in quelle periferie non era diminuita molto dalla fine dell’embargo, almeno a sentire nonno Enrique, e d’altra parte quella situazione veniva difficile immaginarsela molto peggiore. Con la morte di Castro, mi diceva, non c’era più nessuno a difendere la Révolucion, e piuttosto che finire in mano a un dittatorucolo i cubani avevano deciso che tanto valeva provare a fare a modo loro. Degli americani, cioè. Si sono “democratizzati”: si dice così: Libere elezioni.
Risultato? Come previsto: i ricchi erano più ricchi, i benestanti più numerosi, ma i poveri erano sempre poveri, e in più andavano perdendo quella speciale solidarietà che li aveva aiutati a sopravvivere sotto il cappio americano alla fine del secolo scorso. Io non mi interessavo di politica, ma non ci voleva molto a capire queste cose.
Inoltre non vedevo mio nonno da anni: mio padre mi aveva portato via da Cuba che ero bambino, per sottrarmi al mio destino diceva, e per lo stesso motivo non era voluto mai tornare. Ma io ora ho i miei soldi, e l’infortunio mi ha dato il tempo, così eccomi a tu per tu col mio amato Enrique. Che ovviamente se ne approfitta: prima mi lavora ai fianchi con le condizioni materiali dei miei fratelli, raccontandomele e facendomele vedere, poi affonda con la storia di suo nonno Ernesto.
Ed ecco che io anziché tornare in America prendo un aereo per Buenos Aires, compro una moto e cominciò a vagabondare. Ho un libro in tasca, ma non ne seguo le tracce, non letteralmente almeno. Non serve: troppe cose sono simili, troppe le riconosco senza averle mai viste. Risalgo le pampas, attraverso le Ande ed entro in Perù; mi fermo sempre dove capita, ma non mi perdo Cuzco: io sono nero ma lì mi sento indio, anzi non percepisco più la differenza. Perché, dov’è? Poi, sul libro non c’è (non ci può essere, a pensarci bene) ma io lo trovo lo stesso, un certo posto di polizia nell’entroterra boliviano.
Arrivo in Messico, e improvvisamente mi rendo conto che sono passati dei mesi: chiamo Saint Louis senza neanche essermi preparato cosa dire, ma non serve. Sono felici di sapermi vivo e sano, credevano mi avesse rapito chissachì. Sto per dirgli la verità, ma mi fermo un attimo, faccio cadere la linea. Cosa debbo fare della mia vita, Ernesto, cosa, nonno Enrique? Cosa devono rispondermi, se non quello che voglio sentire, quello che è giusto, quello che è nei miei valori prima che in quelli che proietto in loro? Sii te stesso, fai bene ciò che sai fare, e non scordarti mai dei tuoi fratelli. Anche se hai l’asma, e la barba ti cresce in un certo modo, non puoi essere il Che, se non a modo tuo.
Così decido che da oggi in poi guadagnerò il doppio di quanto desidero, e darò la metà dei miei guadagni ai miei fratelli. Torno, mi alleno, rientro per i play-off, poi in estate sono sesta scelta assoluta, e lascio anticipatamente il college per la W.B.A.. Inizio di stagione travolgente, ed eccomi qui per questa incredibile convocazione!
Intanto si è cominciato a giocare, ed io come in trance ne butto dentro una dopo l’altra. 45 punti finali, MVP al mio primo All Star Game: vengo chiamato al microfono. “RICKY, RICKY, RICKY”, fa il pubblico del Madison Square Garden. Li calmo, agitando le mie manone aperte a palme in giù, e dico “grazie, grazie davvero. Ma non chiamatemi Ricky, vi prego: il mio nome non è Richard, è Ricardo. Se volete un nomignolo, ve lo do io, è anche più breve: chiamatemi Che”.
Lo pronunciano bene, penso, chissà come lo scriveranno, e chissà se qualcuno di loro si ricorda di ciò che significa. E continuo: “dedico questo premio, come tutti gli altri che verranno, al popolo cubano, e a tutti i diseredati del mondo. Hasta la victoria siempre!”.

In evidenza

DEFICIENZA, NATURALE

Dell'argomento AI ne abbiamo già parlato come di uno di quei pericoli gravissimi verso i quali sarebbe opportuno porre argini non appen...

I più cliccati dell'anno