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domenica 17 agosto 2025

CIAO PIPPO

Avrete le scatole piene di coccodrilli su Baudo, da ieri sera, con tanto di interviste su interviste (questa di Heather Parisi degna di grande attenzione) ai tanti VIP che lo conoscevano, molti dei quali vantando, non si sa quanto sinceramente ma è matematicamente impossibile che sia vero per tutti, una stretta amicizia col dipartito, e molti dei quali ipocritamente dichiarando una sorpresa impossibile per un uomo di quasi novant'anni da qualche tempo peraltro assente dalle scene. Non avendo nemmeno un episodio con un qualche riflesso sul mio privato, non posso aggiungerne uno mio come talvolta ho fatto con altri personaggi famosi venuti a miglior vita.

Riflessi no ma riflessioni si, però, perché il presentatore, che ci teneva a questa etichetta anche se nel suo caso era più che mai riduttiva, ha accompagnato tutta la mia esistenza, fin da bambino, come quella di chiunque abbia una certa età, al punto da percepirlo come superato fin dall'adolescenza. Era insomma assurto allo status di Entità: sapevi che c'era, in qualche modo era un parametro, e come tale ha permesso di scartare mentalmente tanti che hanno provato senza successo a emularlo o addirittura superarlo nel mestiere, della serie "se questa è la novità, aridatece pippobbaudo!".

Insomma, avrebbe meritato interesse da un qualche studioso, come fu per Bongiorno, e chissà se non ci sia da qualche parte un qualche saggio che renda giustizia al suo "sottrarsi" come metodo per far risaltare ospiti e scoperte. Alla generazione di mia figlia, che non l'ha mai visto in azione e non può capire, farebbe bene leggerlo, se mai leggesse qualcosa.

Il saluto del titolo glielo faccio fare da uno (Lucio Dalla) a cui il coccodrillo personale a suo tempo lo feci, che a un certo punto nel finale di una canzone quel saluto lo fa, e chissà se quel Pippo era proprio Baudo o meno. Tra l'altro, è uno dei pezzi contro la guerra più efficaci mai usciti, quindi è di estrema attualità.

domenica 29 dicembre 2024

LA GHIGLIOTTINA

Mentre sto alla tastiera per scrivervi un veloce augurio di fine anno, perché ogni tanto faccio qualche giorno di vacanza anch'io, mi arriva dal soggiorno l'audio del quiz preserale di RaiUno, e non posso non approfittare della coincidenza che il suo conduttore sarà anche quello del concertone di fine anno, che ormai da qualche anno si intitola come una canzone di Lucio Dalla che ascoltavo rapito da teenager, e che quest'anno si svolge proprio sul lungomare Falcomatà, già Matteotti, "quello che Gabriele D'Annunzio definì il più bel chilometro d'Italia" (cito il mitico Adriano De Zan, che ripeteva questa frase ogni volta che il Giro passava per Reggio Calabria, ma non è manco sicuro che il Vate quella cosa l'abbia davvero mai detta).

Non posso, perché la notizia dell'assegnazione alla mia città (dopo 40 anni in giro per l'Italia, di cui la gran parte vissuti a Roma, continuo a considerare Reggio la mia città, che volete farci, capita a noi terroni) dell'evento è uscita in contemporanea alla consueta annuale classifica per qualità della vita dei capoluoghi di provincia italiani, in cui Reggio, che comunque bazzica sempre nei bassifondi della graduatoria, quest'anno si colloca proprio esattamente all'ultimo posto. La coincidenza è talmente macroscopica che è stata subito notata e oggetto di commenti politici, come al solito strumentali, quindi di segno opposto a seconda se provengono dalla stessa maggioranza del sindaco (della serie "bisogna vedere come li calcolano questi parametri") o dall'opposizione (che però è al governo nazionale). Non entro nel merito, perché da un lato ha ragione chi, rimpiangendo il padre di cui l'attuale sindaco è "figlio d'arte" (nel solco di una tradizione eminentemente, anche se non esclusivamente, italica, che costituisce sia una scorciatoia impareggiabile per ogni carriera sia un marchio spesso indelebile), guarda oltre il bellissimo lungomare e trova quasi solo segnali scoraggianti, nonostante la promozione a "città metropolitana": ad esempio, pare che quest'anno la stagione sciistica in Aspromonte, nonostante la tanta neve, non parta affatto; ma dall'altro lato gli stessi lo attaccano sia per quello che non fa sia per l'unica cosa buona che fa, prendere posizione contro il Ponte sullo Stretto, una roba che si mangerà inutilmente tanti di quei soldi che se spesi diversamente hai voglia a scalare la classifica (anche i dirimpettai).

Io non guarderò il concerto, ma se non conoscete Reggio e non avete di meglio da fare guardatevelo voi, che le inquadrature della location meritano anche solo un veloce passaggio. Quello che ci rende tristi, a me e a tutti i riggitani vicini e lontani, non lo vedrete; meglio così, in un momento che si spera per tutti sia di allegria. Intanto Liorni in TV è arrivato ai paroloni, tra un po' arriva la ghigliottina. E come diceva mio nonno, bon capurannu e bon capu ri misi, arretu a porta c'è unu cull'anchi tisi...

sabato 7 dicembre 2024

STECCO DI LEGNO NELL'ONDA

Il titolo di questo post è un verso di una canzone che ho già recensito con tutto l'album di cui fa parte, il meraviglioso Automobili di Lucio Dalla, uno dei dischi più importanti del Novecento, il terzo dei tre coi testi scritti dal poeta Roberto Roversi, anche se prima dell'uscita i due litigarono (sull'opportunità di far uscire o meno nel disco alcune canzoni politicissime, che io infatti nella recensione vi inclusi) e il poeta ritirò la firma.

La canzone è Intervista con l'Avvocato, e nel 1976 diceva "da tutti è ormai confermato che l'auto è in crisi profonda, l'auto non ha futuro: stecco di legno nell'onda; dopo l'assestamento, le auto saranno più rare, e finiranno per scomparire come zanzare sul mare". Beh, che dobbiamo aggiungere?

Più avanti nel disco c'è però Il motore del 2000, che sembra tanto più ottimistico che la FIAT lo adottò per uno spot del motore FIRE (stava per Fully Integrated Robotized Engine, l'inglese faceva futuro), che attaccava così: "Il motore del 2000 sarà bello e lucente, sarà veloce e silenzioso, sarà un motore delicato, avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina: lo potrà respirare un bambino o una bambina". Sembra una premonizione, più che delle auto elettriche, di quelle ad idrogeno, di cui ancora si legge come futuribili, anche se Beppe Grillo negli anni 90 sul palco portava un modello targato e ci si faceva i suffumigi spalmando il vaporub sullo scappamento.

Ma l'album è pieno zeppo non solo di profezie e squarci sociopolitici, ma anche di quell'afflato eroico e passionale legato all'automobile fin dai suoi albori, che sta dietro da un lato al successo commerciale così clamoroso da divenire l'architrave del capitalismo occidentale, dall'altro al tifo negli sport motoristici, e in mezzo al rapporto che ciascuno di noi ha con la sua auto. Un afflato tale che deve avere una spiegazione "altra" rispetto al mero consumismo.

Gli esperimenti sui topi (rileggetevi questo post, please, e andatevi a guardare il film che cita e linka) dimostrano che la felicità o infelicità, o forse sarebbe meglio dire benessere o malessere, almeno di tutti i mammiferi umani compresi, dipendono essenzialmente dal grado di libertà percepito. Anche di questo abbiamo già parlato, qui (lo so, parlo sempre delle stesse cose, ma perché voi no? e comunque sto invecchiando, e vi invito a rileggere proprio per non ripetere), partiamo dalla fine: quello che mi rende felice (mi fa stare bene) non sono i soldi, la salute, l'amore o qualunque altro concetto astratto su cui possiamo disquisire o poetare (è lo stesso), ma il fattore che lega questi concetti, la libertà. Se ho più soldi, posso fare più cose che se ne ho meno, posso decidere liberamente quale strada imboccare a qualsiasi bivio, e se non è vero questo, come nel caso in cui per fare i soldi mi costringo in situazioni che la libertà me la diminuiscono, non sarò felice anche se ricchissimo. Anche la salute, se ci pensate bene funziona allo stesso modo: nella misura in cui manca, le cose che puoi fare si riducono. Idem l'amore: prima di vagheggiare un ritorno alla vita agreste, considerate che in quel mondo capitava raramente ci si scegliesse o almeno si pensasse di averlo fatto. Quando i limiti economici, fisici e relazionali sono invalicabili, è più felice chi riesce a farsene una ragione e a calcolare la sua libertà all'interno di quei limiti. Non potere volare, o vivere per sempre, è un limite che riguarda tutti, ma sono infiniti i valori possibili su quell'asse cartesiano, dalla coscienza di essere piccoli a quella di stare invecchiando, dagli handicap fisici alla semplice accettazione di avere un aspetto fisico non corrispondente agli standard di bellezza in corso.

Andiamo dall'individuale al sociale. Il capitalismo è fondato su una serie di meccanismi tendenzialmente autodistruttivi, lo diceva Marx e non ha mai smesso di essere vero: i soldi chiamano soldi, e a furia di concentrarsi nelle mani di pochi su scala sempre maggiore il sistema non può che smettere di funzionare. Il socialismo, e i sensi di colpa per la guerra mondiale, però, gli hanno dato una mano ad allungarsi la vita, inducendolo ad invertire per un po' la freccia della distribuzione delle risorse. Già prima, Ford era diventato Ford trovando il modo di costruire automobili che costavano così poco che i suoi operai se le potevano comprare, con paghe adeguatamente maggiori, e godere, nel tempo libero che derivava da orari di lavoro minori. I cinquant'anni circa dopo il 1945, di fatto, sono stati gli unici di tutta la storia dell'umanità in cui questa logica ha fatto premio. Tutte le nostre libertà, se ci pensate, derivano da questo: quella di far studiare i nostri figli anziché costringerli a lavorare fin da piccoli, quella di studiare, quella di giocare, quella di scegliersi chi amare (poi anche dello stesso sesso), quella di spostarsi per divertimento, quella di fare sport e divertirsi, eccetera. Il grado complessivo di queste libertà considerate (erroneamente) per acquisite nell'occidente contemporaneo è tale da fare invidia, se potesse osservarle con una macchina del tempo, a qualsiasi sovrano del passato, e comunque solo una ristretta cerchia di persone nella storia fino alla seconda guerra mondiale si poteva permettere un complesso di libertà lontanamente simili alle nostre standard.

Quello che è successo invece negli ultimi trent'anni, ed ha accelerato negli ultimi cinque minacciando di farlo ulteriormente nel futuro, è esattamente questo: che partendo dalla constatazione che il modello di sviluppo che consente tutto ciò è insostenibile per il pianeta (o se preferite costruendo artatamente il luogo comune di questa constatazione: all'atto pratico è lo stesso) si è invertita la freccia. E per evitare ribellioni o proteste che potrebbero inceppare il meccanismo, la velocità a cui si muove il fenomeno è complessivamente minore del fenomeno opposto: lo sboom è più lento del boom, spesso più lento delle vite di ciascuno di noi, e così più efficace. I nostri figli non avranno nessuno dei nostri diritti. Nemmeno quello di disporre di una estensione di se che occupa del terreno e vi si sposta sopra in autonomia. Questo è deciso e senza comprendere ciò (errore di certa sinistra convinta ancora di potere conciliare i suoi temi con l'ambientalismo in voga) non si può capire la logica assurda di certe decisioni, peraltro non democratiche, che stanno demolendo il settore trainante dell'economia.

Ammettendo il teorema del cambiamento climatico e della finitezza delle risorse che ci dovrebbe indurre ad accettare ogni diminuzione di libertà finalizzata alla salvezza del pianeta (o meglio della vita umana sul pianeta che il pianeta se ne fregherebbe di diventare come Venere o Marte), però, se la guerra fredda l'avesse vinta l'URSS e fossimo tutti nel Patto di Varsavia oggi saremmo immersi in una propaganda pervasiva e minacciosa che ci avrebbe costretto a girare tutti su una Trabant elettrica scaldare meno le nostre case eccetera: tutti uguale (tranne un pochino la ristretta cerchia del Partito). Siccome invece domina il capitalismo, questa erosione di diritti e di libertà avviene con le sue logiche: gipponi elettrici per i ricconi che hanno la casa in centro e manco gli servirebbero, tanto hanno pure le ciclabili (sempre vuote, come mai?), e chi vive in periferia lentamente indotto all'immobilità. Tanto le prove generali le abbiamo già fatte con la cosiddetta pandemia e lo smartworking e i delivery sono pronti alla bisogna. E senza auto sarà un problema anche tornare al paesello...

sabato 24 febbraio 2024

NOI SIAMO FANTASCIENZA

Chi ha qualche annetto di troppo come me non ha bisogno che gli si spieghi il titolo, che parafrasa un notissimo slogan di un vecchio spot televisivo di un credo defunto marchio. A me torna in mente ogni volta che guardo (facendo una rara eccezione - sarà che nessuno ormai, a prescindere da sesso età eccetera, riesce a resistere al fascino di Luca Argentero) una puntata di Doc in TV. Dico eccezione perché, come sa chi mi conosce, per motivi religiosi non guardo mai (e dai tempi di Ho incontrato un'ombra, mica da mo'...) una cosa che non finisce e così ti costringe a non prendere impegni per quando esce la puntata seguente. E si, lo so che il malato di serie TV medio non ha di questi problemi, perché si organizza per vedersi magari tutta una stagione in una notte sfruttando le odierne potenzialità dell'on-demand, ma perdonatemi non riesco a non considerarlo ancora peggio (sia pur con umana pietas) di chi si limita ad attendere con trepidazione la messa in onda ordinaria.

Mi direte, allora, "si vabbè, ma che c'entra la fantascienza?". Ma perché, voi come la inquadrate una storia dove la sanità pubblica in Italia funziona così tanto che se hai un problema non ti mollano finché non hanno scoperto qual è, anche se spesso e volentieri è molto diverso da quello che sembra, e ovviamente lo fanno ad ogni costo, e anche se per aumentare la suspense ci hanno messo pure i burocrati gretti e cattivi che i costi li vogliono limare alla fine Doc la vince. L'ha vinta persino sull'AI, cos'altro volete per ammettere che è fantascienza. Non perché non sia possibile, ma perché a chi gli fosse possibile non glielo faranno mai fare, vedrà chi campa.

La realtà della sanità italiana (serve precisare che non mi sto riferendo all'impegno e alla dedizione spesso eroica degli operatori, ma alle carenze organizzative e di strutture cioè agli investimenti carenti e anche quando male indirizzati?) è tutt'altra roba, purtroppo, e chi ha avuto un qualche problema non ha bisogno di leggerlo qui perché già lo sa di suo. E sarà peggiorata:

  • sia dall'invasione di una roba che chiamano intelligenza artificiale per la solita operazione di maquillage comunicativo, ma di fatto è sostituzione di lavoro umano con meno costoso e molto meno utile (anche perché, meno costoso quindi keynesianamente demoltiplicante) lavoro meccanizzato;
  • sia da ulteriori pesanti tagli imposti dall'Europa (che vuole e deve imporre il modello basato sulla sanità privata, per chi può permettersela) persino sotto pandemia (quando anziché investire a debito per curare la gente si è scelto di farne ricadere i costi sulla gente stessa rinchiudendola in casa e rovinandola, per poi far finta di rimediare con quel PNRR che vi viene presentato come ricchezza in entrata quando al massimo è di ritorno ma con altri che decidono come la dobbiamo spendere - e dico "al massimo" perché manco è quello: in gran parte li rivorranno indietro);
  • sia, a metterci il carico da undici, dall'appena varata autonomia differenziata.
E intanto che ci preparano il piattino (avrete sentito della dematerializzazione di tutti i documenti dentro l'evoluzione dell'app del green pass, no? ci sarà posto per tutti i nostri dati sanitari, quindi anche vaccinali, e sarà un gioco da ragazzi subordinare l'accesso ai servizi a comportamenti definiti virtuosi, sanitari come anche ecologici), ci anestetizziamo guardando il bel supereroe in televisione. Dalla ci aveva avvisato nel 68, a noi bambini che guardavamo i fumetti in TV: che mondo saràààà...


sabato 20 maggio 2023

ELOGIO DELLA FATICA

Mio padre era ferroviere, assunto come aiuto-macchinista a diciott'anni nel 1953, quando la cosa comportava spalare carbone nelle fauci della locomotiva, poi macchinista, infine capodeposito, cioè quello che organizza i turni del "personale viaggiante" (tutti i ferrovieri sul treno, anche quelli che non lo guidano), ai suoi tempi usando un planning con fogli enormi (credo larghi un metro) che casella per casella aggiornava a matita prima dell'ultimo passaggio a penna, cercando di far quadrare le esigenze di tutti con l'indispensabile garanzia del servizio: non esistevano i pc, e quando capitavo in ufficio da lui, anche grandicello, davo sempre un'occhiata di sguincio a quei fogli e ne restavo sempre in qualche modo affascinato come da una prova di quello che la mente umana poteva fare. Ancora più impressionato ero quando, più piccolo, ogni volta che capitava che passasse un treno mio papà era in grado di recitare a memoria che numero fosse e chi ci prestasse servizio sopra; poi ho pure pensato che qualche volta mentisse con disinvoltura, per cavalcare l'affatatura del figlioletto, ma magari invece se li ricordava tutti davvero...

Non so se in qualcuno di voi ho suscitato ricordi simili a questo, ma sono sicuro che la cosa varrà del prossimo, almeno per gli ultraquaranta/cinquantenni. Da ragazzo, mandavo a memoria tutti i numeri di telefono a cui tenevo. Al punto che ancora oggi ne ricordo alcuni. Dei cellulari, ricordo a stento il mio numero principale e un altro paio frequentati moltissimo; di sicuro, non ho idea di quale sia il numero di telefonino di tutti i miei vecchi amici di cui invece ancora ricordo il numero di casa dei genitori, magari estinto da decenni.

Qualche anno dopo, appena laureato tentavo di realizzare il mio sogno di bambino di diventare da grande giornalista, collaborando al mensile Parallelo38 (ve ne ho già parlato) di Giuseppe Reale. Uno dei miei articoli di cui sono ancora abbastanza fiero si chiamava Tante tavolette di terracotta e (come vi ho già ricordato) con molto anticipo (quasi 40 anni fa) intravedeva il pericolo che l'avvicinamento tra le persone e questa nuova alfabetizzazione allora alle porte non fosse realizzato innalzando la soglia di conoscenza delle prime ma abbassando sempre di più la soglia di difficoltà della seconda: avevo previsto una delle derive più pericolose della contemporaneità, e francamente non so come. Sarà che poco tempo prima, che i pc ancora non c'erano, avevo lavorato alla mia tesi di laurea facendo a mano una serie di calcoli (chi quadro e altri indici statistici per costruire e analizzare un questionario) tale che alla fine ho buttato una pila di fogli alta una metrata.

Tutta questa manfrina per ricordare che le capacità cognitive che non si fatica a raggiungere non si acquisiscono né sviluppano, e quelle che non si esercitano si perdono. Mio padre portava me e mia sorella in giro per la città, specie in periferia, a "scoprire strade nuove" (quella Reggio che io ancora oggi se me la sogno è come la ricostruivo mentalmente allora, non com'è davvero) , e io da ragazzo ho girato per Londra e Parigi orientandomi d'istinto, o al massimo guardando una cartina; chi è nato con Maps il giorno che non ce l'ha è perduto, e la cartina non la sa usare. Internet è una miniera, ma chi si è fatto le ossa facendo ricerche nelle biblioteche può usarla meglio di chi nasce abituato a chiedere a Google come prima opzione. Ma non è tutto.

Porre argini è una delle prime fondamentali attività che gli esseri umani hanno dovuto apprendere appena diventati stanziali. E gli argini si costruiscono quando si è lontani, dal pericolo. Quando cioè gli stolti ti deridono, mentre li alzi e il fiume è laggiù, un rigagnolo in secca. Non bisognava accettare con tutto l'entusiasmo che c'è stato che l'informatica prendesse la direzione di rendersi accessibile anche ai bambini o ai vecchi deficienti, bisognava pretendere almeno in parallelo una nuova alfabetizzazione di massa come fu per la vecchia (che tardò secoli rispetto all'invenzione della scrittura, perché il potere tende per natura ad autoalimentarsi). Il processo è stato governato scientemente, per riportare al massimo la distanza tra le masse e la conoscenza, in modo da neutralizzare in sostanza quella democrazia che doveva restare una vuota liturgia tutta apparenza. Ed è tutt'altro che completato.

Con la scusa della pandemia ci hanno fatti (ri)abituare a stare chiusi in casa anche quando è festa ("e c'è chi ha messo dei sacchi di sabbia vicino alla finestra" - cit.), tutti tranne quei poveracci che per quattro soldi ci portavano la pizza a casa. Ora che annunciano il drone per le consegne a domicilio, è facile che molti lo vedano come una utile evoluzione tecnologica. In pochi comprendono che si tratta di un altro passo propedeutico al lockdown ricorrente, perlomeno come arma in mano ai detentori dell'arbitrio. E mentre già si annuncia il vaccino antinfluenzale permanente, magari obbligatorio, molti saluteranno il chip sottopelle per la sua somministrazione, e già che ci siamo per la geolocalizzazione di tutti (coi cani hanno già cominciato - e che vuoi fare rinunci alla possibilità di recuperare il cucciolo se si perde? - ma coi bambini valgono gli stessi argomenti), come un altro passo avanti dell'umanità. In pochi tenteremo di resistere, e ci sarà concesso solo in quanto anziani e quindi tendenzialmente problema piuttosto transitorio.

Un altro esempio è in cronaca: la cosiddetta AI, l'intelligenza artificiale. Probabilmente è già tra noi in misura molto maggiore di quanto ammesso, proprio perché è difficilmente distinguibile, sui mezzi attraverso cui si esprime, da quella umana. Se non fossimo assuefatti, dovremmo alzare letteralmente le barricate, e chiedere una legge per cui qualsiasi messaggio o testo confezionato da un non umano venga in qualche modo marcato come tale con pene così dure a chi dovesse essere pizzicato a violarla da metterlo in condizione di non operare più sul mercato italiano, fosse pure il signor Google in persona. Ma leggo in giro tanti minimizzatori sbeffeggianti di noi che vediamo la distopia, per cui è probabile che anche questa si avvererà.

Tengo questo blog da molti anni, ci sfogo la mia grafomania badando bene di tenerlo lontano dal purché minimo obiettivo di guadagno. Ma anche quando ci avessi messo un adsense, con i miei lettori non ci farei nemmeno gli spicci per il caffè. Amici anche cari, fin dall'inizio, mi rimproverano di essere troppo "difficile" da leggere, ed a tutti ho sempre risposto che appunto non ho come obiettivo più click, ma uno ogni tanto a cui leggendomi la testa gli faccia "click", anche se poi manco me lo fa sapere. Ho il massimo della goduria, da lettore, nell'affrontare la punteggiatura di Saramago, e anche se non posso nemmeno sognare di avvicinarmi a un tale genio mi piace tentare di rendere la complessità dei miei pensieri nei miei scritti, e magari di farla apprezzare ogni tanto a qualcuno. A queste ragioni diciamo così "originarie", ora se ne aggiunge un'altra. Coi giusti parametri di impostazione, una AI può già facilmente scrivere un qualsiasi testo, quindi anche un post di un blog, con lo stile di chiunque, di modo che nessuno si accorga del fatto che non lo ha scritto questo chiunque ma una macchina che gioca con gli algoritmi e le montagne di dati su dati accumulati su chiunque. Forse l'unica flebile speranza di essere inimitabili è di essere difficili e magari sempre diversamente difficili. Abbiate pazienza, e continuate ad accettare, quei quattro gatti che siete rimasti, la fatica che ci vuole per leggermi. Eppoi, senza fatica, non c'è soddisfazione, no?

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P.S. Solo raramente mi capita di scrivere un post di getto, più spesso lo ripasso e rimastico per giorni, e non solo per il succitato amore per la scrittura complessa, anche perché ci posso dedicare solo ritagli di tempo (finché non mi mandano in pensione, devo pur lavorare). Per questa ragione, il capoverso "porre argini" l'ho scritto prima, dei tristi accadimenti in Emilia Romagna. Ad alluvione avvenuta, ho prima pensato che magari fosse opportuno cambiare metafora, ma mentre mi ci accingevo mi sono reso conto che uscendo dalla stessa il paradigma era proprio quello adatto a commentare la cronaca. Vengo e mi spiego. Il movimento 5 stelle, oggi meritatamente in via di evaporazione, era arrivato da zero al 30 per cento anche per via di un programma (che conosco a memoria, per anni è rimasto in un banner di questo blog) che tra le altre cose prometteva di usare la recuperata sovranità monetaria (assieme alle risorse recuperate con l'abbandono delle grandi opere tangentogene tipo TAV e Ponte sullo stretto) per finanziare un mega piano di piccole opere pubbliche volte al recupero del territorio italiano; una volta al governo se ne sono scordati, troppo impegnati ad obbedire a Bruxelles (ben ripagata, come era facile prevedere, vero Giggino?) e alle multinazionali farmaceutiche. E non c'è proprio da sperare, che questo governo agisca diversamente. Ma quel piano resta l'unica cosa sensata da fare, dentro l'UE se te lo consente e sennò uscendone dall'oggi al domani. Certo, spiace dirlo ogni volta dopo, le varie tragedie. Che tra l'altro costano, drammi umani a parte, molto di più che non gli interventi preventivi. Invece la narrazione imperante è che è colpa del cambiamento climatico, e così gli sciacalli approfittano anche di queste tragedie per portare avanti l'agenda di impoverimento della popolazione con la scusa dell'ambiente. E allora occorre ripeterlo, anche ad allagamenti ancora in corso: non ne usciamo fuori coi patetici e inutili tentativi di agire sulle infinite variabili del cambiamento climatico, ma solo (forse) riprendendo in mano il governo del territorio in tutti i suoi aspetti, con un piano straordinario di investimenti in deficit (anche sull'edilizia, altro che diktat sulla classe energetica, specie in un Paese sismico come il nostro) seguito e accompagnato da un presidio quotidiano perenne. Costi quel che costi, anche perché questo tipo di deficit si ripaga da solo, keynesianamente. Quello generato da roba come il ponte sullo stretto, no.

sabato 4 marzo 2023

4/3/23

Il citofono di casa Dalla a Bologna. Vero.
Questo è (quasi) un post a richiesta. La parentesi è perché la richiesta, graditissima, mi è pervenuta mentre ci stavo già pensando, a come fare gli auguri a uno dei nostri "padri", se chiamiamo così quelle figure che ci hanno formato per come siamo agendo sui nostri desideri e la nostra forma mentis quando eravamo ragazzi. Oggi infatti avrebbe compiuto ottant'anni Lucio Dalla, se non ci avesse lasciato pochi giorni prima dei 69. Ma questo di sicuro lo sapete già, perché nel mainstream in questi giorni è pieno di celebrazioni, ricordi, docufilm, spezzoni (oggi ad esempio mi sono goduto un po' di Automobili, il programma Rai che condusse nel 76 a seguito dell'uscita del terzo bellissimo e profetico album di quella trilogia con Roversi che costituisce uno dei vertici assoluti della "musica leggera" italiana di sempre).

Ragion per cui è del tutto inutile inseguire chi ha più mezzi sul suo terreno, e invece ha senso celebrare il compleanno di Lucio solo mostrando la cosa dal punto di vista personale. Saprete già, infatti, che la meravigliosa canzone che gli diede la prima grande notorietà si doveva chiamare Gesù bambino ma l'organizzazione sanremese ne censurò non solo le numerose parolacce nel testo (che poi Dalla recuperò nelle versioni live degli anni a venire, perché ci azzeccavano meglio "i ladri e le puttane" de "la gente del porto", ad esempio) ma anche lo stesso titolo, e non sappiamo di chi fu il colpo di genio di dargli la data di nascita dell'interprete e autore delle musiche. Io posso solo aggiungervi la meraviglia di un bambino di nemmeno 8 anni che imparò a memoria quella canzone (accanto a quelle di Gianni Morandi, non potendo sapere che i due erano amici e avrebbero poi addirittura fatto un tour assieme, concerto che ovviamente avrei visto, e alla sua stessa Fumetto che un paio di anni prima era la sigla di un programma di fumetti condotto dallo stesso Dalla, che poi a un fumetto un pochino è sempre assomigliato. Poi, posso aggiungervi che negli anni successivi, quando Lucio sfornava un capolavoro dietro l'altro, ho continuato a impararli a memoria, e proprio il mio amico della richiesta di cui sopra mi passava il diario per scriverglieli (sotto il naso dei professori, facendo finta di prendere appunti: ci eravamo messi al primo banco davanti alla cattedra apposta, intuendo che in realtà fosse proprio il posto meno controllato dal prof), e ancora oggi entrambi ci ricordiamo ridendone dei miei strafalcioni. 

Dalla come tutti i fumetti non aveva età apparente, ma ai tempi andava già per i quaranta e li celebrò a modo suo: titolando un album con quell'anno li. La titol track, 1983 appunto, è una geniale piattaforma di confronto tra due epoche, sottolineato magistralmente anche dalla musica sotto, e anche quella la mandai a memoria ma andavo già all'università. Per cui te la scrivo oggi, amico mio, e se non mi vengono strafalcioni aggiungo una terza strofa sicuramente sbilenca così siamo sicuri che sbaglio. E poi ce la sentiamo tutti assieme in fondo al post.

Le dieci del mattino, e mi scoppia la testa
come se avessi bevuto una botte di vino o fossi stato alla mia festa.
Apro la finestra, è ancora buio, butto un urlo per strada, ma non mi risponde nessuno.
Il mio cuore si è rotto, come uno specchio si è rotto,
si è rotto quel bellissimo orologio, ti ricordi, come lo chiamavi tu.
Il silenzio continua, sono almeno le sette
Apro la radio, la tele, le orecchie ma nessuno trasmette.
La stanza è piena di animali, sembrano zanzare,
grosse come i cani, ma almeno i cani non sanno volare, forse.
Qualcuno mi sente, qualche vecchio amico mi sente.
Provo ad urlare così forte, così forte almeno mi sentissi tu!
Che giorno è?
Che anno è?
Lunedì, martedì, ma che vita è?
Da una foto di mia madre comincia a parlare, e dice:
"Non ti ricordi tuo padre come ci sapeva fare?"
Erano gli anni della guerra, tutti col culo per terra,
si mangiava coi cani, non ti ricordi a Bologna che festa
quando arrivarono gli americani!
Ehi, nel '43
la gente partiva, partiva e moriva e non sapeva il perché,
ma dopo due anni,
tutti quanti perfino i fascisti aspettavano gli americani, come a Riccione oggi aspettano i turisti.
E proprio te,
quella notte in piazza sulle spalle di tuo padre sembravi un re.
Finiti i bombardamenti, tutti a farsi i complimenti.
Erano tristi solo i morti e si mangiavano le mai,
non perché erano morti, ma perché non si svegliavano domani.
Ti ricordi quella bruna come era triste perché sapeva
di non vedere i razzi sulla luna.
Luna.
I razzi sulla luna, oggi è un fatto normale,
se ne vedono tanti piantati in fila che sembrano alberi di Natale.
Poi spostando il cannocchiale, puoi dare un nome alle stelle,
puoi giocare con tutto e con niente, puoi giocarti anche la pelle, ma
qualcosa ci manca e quel qualcosa ci stanca:
ci stanca avere tutte queste cose che ci mancano se non le abbiamo più.
Incontri la gente e si annoia, la noia è una congiura,
ma poi vedi come vivono in fretta, forse la noia è soltanto paura,
una paura che offende, che ogni mattina ci prende,
la paura di esser ciccia da contare e che la vita non cambi più.
Che anno è?
Che giorno è?
Lunedì, martedì, ma che vita è?
Dal cielo cade un giornale, nessuna novità,
tutto sembra normale, chi può dire quanto durerà!
Gira ancora la terra? (Chissà, si fermerà?)
Da quale parte per la guerra, scusi? (Giri un poco più in là)
Beh, ci vediamo domani, faccio due salti nel vento e se mi sento
domani torno qua,
perché...
Ehi, '83,
sei lì come uno specchio, ci fai sentire diversi, nessuno sa perché.
Né meglio né peggio,
ma tutti quanti, perfino i più tristi, aspettiamo di svegliarci insieme
e di guardarci, di toccarci e di guardarci
come non ci fossimo mai visti.
E proprio te
questa notte in piazza sulle spalle di nessuno, sarai un re.
Niente bombardamenti.
E tu, duemilaventitrè,
sei nuovo ma sei vecchio, noi siamo sempre gli stessi, ma poi così non è:
siam tutti di passaggio
ma tutti noialtri, veduti e non visti, aspettiamo di trovarci ancora,
di guardarci, di toccarci e di parlarci,
come se sia solo ieri che ci siam visti.
E invece te
sei passato ma rimani: nella mente e nel cuore ognuno ti porta con se,
assieme ai bombardamenti....

domenica 6 novembre 2022

RADIOCIXD 64 - TITANIC

Francesco De Gregori è uno di quegli artisti per cui è difficile individuare uno o due album/capolavoro, avendo invece disseminato canzoni bellissime lungo tutta la sua ormai enorme produzione. Se però mi mettete spalle al muro col solito giochino dell'isola deserta, forse dovendo portarmecene solo uno sceglierei questo Titanic del 1982, e non solo perché si tratta di un semi-concept destinato a rimanere attuale per sempre (ci sarà sempre una società che si sente inaffondabile e poi invece affonda mentre i musicisti continuano a suonare, toccherà anche a quella che soppianterà l'Occidente di cui parla il Nostro), ma anche per il livello medio elevatissimo dei singoli brani, anche oltre quei due o tre capolavori che conoscono tutti, anche quelli che quarant'anni fa non erano manco nati.

Profetico come molti veri artisti sono, il "Principe" se ne uscì con questo disco agli albori dell'epoca in cui la sua metafora di fondo si sarebbe realizzata, quegli sciagurati anni 80 che in Italia sarebbero coincisi con il craxismo (ai tempi non si poteva sapere che poi avremmo avuto qualcosa da rimpiangere, ebbene si,  anche in quello...) e l'incubazione del berlusconismo, dopo ben tre anni dalla trionfale tournée con Dalla con cui aveva ritrovato la voglia di cantare dopo che i settantasettini gliel'avevano levata altri due anni prima. Insomma, quando si cominciava a temere una nuova eclissi, eccolo qui a risplendere come il sole.

Per le tracce ho trovato un video unico, che vi embeddo in fondo così lo potete far partire per ascoltare l'album completo (peraltro, dura meno di 40 minuti: eravamo ai tempi del vinile...), che però in commento riportava anche il minuto d'inizio dei vari brani, così nella tracklist commentata accanto al titolo trovate un link per ascoltare in popup il singolo brano:

  1. Belli capelli (00:00) - Eppure questo album così "impegnato" (come si diceva una volta) inizia con una canzone d'amore. Anche se capace, come altre sue, di vette come quella della strofa conclusiva, con la sua rima tra vino e mattino.
  2. Caterina (03:29) - Ai tempi per amarla mi era bastato il verso "e la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno", e credevo che con le sue cinquecento catenelle citasse Reginella di Vecchioni, poi ho scoperto che era dedicata a una folksinger, Caterina Bueno, e ho cercato le sue canzoni popolari (alcune riprese poi anche da Ginevra Di Marco e Nada, per dire).
  3. La leva calcistica della classe '68 (07:32) - E questa è la prima hit intergenerazionale, forse per via della metafora calcistica. Se pensiamo che Nino, ammesso che sia davvero riuscito a fare il calciatore, al massimo avrà giocato ad Italia 90 ed oggi farebbe l'allenatore, e manco dei più giovani, abbiamo la misura dell'età di questa canzone, che ad ascoltarla senza sapere il titolo sembra invece scritta ieri.
  4. L'abbigliamento di un fuochista (11:48) - La trilogia del Titanic inizia con questo magnifico (e quasi altrettanto noto del precedente) pezzo di stampo folk (infatti ci canta anche Giovanna Marini, con cui Francesco qualche anno dopo farà addirittura un album con tanto di annessa tournée, a dimostrare che la dedica a Caterina non era una cosa a se stante), in cui il Nostro con pochi colpi di pennello ci racconta la povertà, l'emigrazione e la speranza, mentre la tragedia resta fuori (però la sappiamo noi, come nella migliore letteratura).
  5. Titanic (16:07) - Secondo brano della trilogia, rappresenta un mirabile affresco della popolazione di varia estrazione che stipava il transatlantico, con un efficacia che nemmeno Cameron riuscirà ad avvicinare. 
  6. I muscoli del capitano (20:26) - Ma l'apoteosi si tocca col brano conclusivo, anche se è il meno noto dei tre. Strumentalmente coverizza proprio la Bueno di un altro naufragio, prima di evocare la marcia inarrestabile della nave verso la fine. Ma è il testo a sfiorare il capolavoro, con echi di futurismo ad evocare quel movimento che faceva da contorno a quella fede nel progresso e nella tecnica che presto si sarebbe andata a infrangere contro le due guerre mondiali e tra di loro la grande depressione e i fascismi. 
  7. Centocinquanta stelle (24:29) - Erano gli anni dell'escalation degli euromissili, e tutti noi vivevamo nel timore che davvero a qualcuno scappasse di pigiare un bottone e ciao. Di opere letterarie, visive e musicali sul tema ce n'è a bizzeffe, De Gregori ci mette la sua, non a caso in questo album e in questo punto, partendo dall'ultima novità di cui si parlava sui media, la bomba al neutrone, che pare potesse uccidere le persone lasciando intatte le cose (gli scoiattoli, non so...). Speriamo davvero non torni d'attualità questa tematica, siamo lì lì...
  8. Rollo & His Jets (27:52) - Intermezzo rocchettaro legato apparentemente legato al concept soltanto col verso "le nere vele di una nave a vapore da consegnare alla posterità", che poi è una citazione per via metaforica (quali vele se no?) del mito di Egeo, suicida nel mare che prenderà il suo nome perché il figlio Teseo dopo aver ucciso il minotauro era troppo impegnato a scaricare Arianna (in Nasso, da cui l'espressione "piantare in asso") per ricordarsi di cambiare le vele. Poi uno ci pensa un attimo, ed ecco che la rock band evoca l'orchestra che continuava a suonare mentre...
  9. San Lorenzo (30:21) - La chiusura è riservata a un pezzo meraviglioso, che riparla di bombe ma non di quelle ipotetiche che verranno ma di quelle grevi e reali che il 19 luglio del 43 rasero praticamente al suolo il quartiere attorno allo scalo merci più importante di Roma: in tempi in cui quasi tutto arrivava via treno, era un obiettivo militarmente logico, se volevi minare la resistenza del nemico. Ma gli americani, si sa, quando c'è da bombardare non stanno mica li a fare i micragnosi, così oltre allo scalo distrussero tutti i quartieri civili limitrofi facendo migliaia di vittime. Quando i "danni collaterali" li fanno gli altri, invece, la velina dice di raccontarli uno a uno, come potete riscontrare seguendo qualsiasi TG sulla guerra in Ucraina. Agli occhi di chi vuole vedere le cose come stanno, anzi, l'attenzione che stanno mettendo i russi a limitare ogni danno non indispensabile a un popolo fratello è talmente alta che forse da sola (no, assieme agli improvvidi aiuti occidentali) spiega la durata del conflitto: gli americani al loro posto avrebbero risolto tutto con qualche bombardamento a tappeto (se non volete arrivare a Hiroshima chiedete a Dresda, che Roma in confronto è stato uno scherzetto) o al napalm (ma i film che raccontano la verità arriveranno non in tempo reale come per il Vietnam, ma decenni dopo come per il genocidio dei pellerossa o il caso Kennedy). Ecco, non so se era intenzione di De Gregori, ma a me ascoltare questa canzone mi fa questo effetto: a ripensare come gli angloamericani ci hanno "liberati", per poi toglierci la libertà in cambio di qualche decennio di crescita economica, mi metto a cantare "cadevano le bombe come neve il diciannove luglio a San Lorenzo", oppure Uh mammà di Mimmo Cavallo...

lunedì 24 ottobre 2022

RADIOCIXD 63 - IPERTENSIONE

Come per Dalla, c'è un Vecchioni primissima maniera, diciamo cantautore convenzionale con una certa notorietà (Luci a San Siro, per dire, sta al "professore" come 4/3/43 al geniaccio bolognese), e un Vecchioni dell'epoca d'oro sia per qualità che per vendite (gli album di Stranamore e Samarcanda di Vecchioni sono un po' come i due col nome e cognome e poi col solo cognome di Dalla, col parallelo che si estende ad un terzo capolavoro precedente, rispettivamente Elisir e Com'è profondo il mare). In mezzo, se per Lucio c'è il meraviglioso trittico roversiano, per Roberto c'è il tentativo mezzo progressive e mezzo no de Il re non si diverte e questo Ipertensione di cui parliamo oggi: tutti dischi tanto belli e profondi quanto relativamente poco venduti ma importanti in quanto marcanti la cesura.

Di Vecchioni ho già recensito parecchi dischi, tutti dei periodi citati (dopo, di nuovo come per Dalla, la produzione continua per decenni diventando sterminata, e quando è così non è possibile nemmeno attendersi qualcosa di diverso rispetto alla riscontrata presenza di vette isolate in un livello medio variamente decrescente...), ma abbiate pazienza: da ragazzo ero talmente fissato con questo artista che avevo addirittura scritto una esegesi di tutta la sua discografia, posseggo ancora il dattiloscritto (alla Lettera32) e ogni tanto me lo guardo con la tenerezza tipica di queste cose. Ci rimesto dentro, riraccontadovi un episodio: pensate che mi capitò, coincidenza rarissima, di incrociare il cantautore nello stesso appartamento, e sapevo che mi sarebbe successo perché era una mia amica, o meglio i suoi genitori, a ospitarlo in qualità di retropalco in un concerto di paese (eravamo già nei primi anni 80, la difficile "era del riflusso" per i cantautori del decennio precedente), e mi ero pure portato il papello appresso; ebbene, pensate che ebbi il coraggio non dico di scambiarci qualche parola, ma almeno di mostrarglielo e farmelo autografare? esatto, no: ero proprio un c...one, come quasi tutti i ventenni (a volermi dare un'attenuante).

Non vi posto più i video, pochi quanti siete a leggere i post di questa rubrica sarete anche così motivati da seguire i semplici link, che si aprono in pop-up così potete ascoltare i brani mentre leggete, bontà vostra se vi va, i commenti (miei, se ne volete di migliori ce n'è, ad esempio qui) della tracklist:

  1. Irene - Così giovane e già con un matrimonio al tramonto, il Nostro ne trova ispirazione per una serie di canzoni lunga così. E questa non è nemmeno una delle prime...
  2. Canzone per Laura - I vezzi letterari e storici caratterizzano tutta la produzione di Vecchioni: in qualunque fase della sua discografia troviamo riferimenti e citazioni di questo tipo. Qui, si passa da Petrarca già nel titolo a un Marco Polo che, come Salgari in Malesia, in Cina non ci è andato mai, passando per un re Riccardo che rifugge la platea.
  3. I poeti - Se De Andrè a chi gli voleva dare del poeta rispondeva citando Benedetto Croce, Vecchioni mise le mani avanti con un ritratto come questo, tutt'altro che lusinghiero (arriva ad alludere alla pedofilia, ma la mia strofa preferita è "I poeti son liberi servi di re e cardinali che van ripetendo noi siam tutti uguali e si tingono di rosso vivo ciascuno pensando: il giorno del Nobel farò l'antidivo"). Notevolissima la coda strumentale.
  4. Canzonenoznac - Come già suggerisce il titolo palindromo, i due leader politici contrapposti, uno rivoluzionario uno iperconservatore, si scoprono alla fine essere la stessa persona. Ma non è una metafora qualunquista, sarebbe fin troppo semplice; è invece un elogio del pensare altrove o altrimenti, avanti o indietro che sia, senza il quale la società è un dato di fatto e non una variabile su cui pensare e agire, e l'essere umano perde la sua umanità. Non credo volesse o potesse essere profetico dei tempi nostri, ma lo è.
  5. Alighieri - I due temi che si alternano, uno cantato e uno recitato, intrecciano tra loro due piani narrativi, quello della storia d'amore che finisce male (che attraversa tutto l'album) e quello semiautobiografico dell'insegnamento (che come è noto in vari modi ha accompagnato tutta la carriera del Nostro), eterodosso nelle intenzioni del protagonista, ortodosso nella sarcastica conclusione virgolettata.
  6. Tutta la vita in un giorno - Qui i due piani sono proprio mixati, su due tracce parallele mono che ascoltate in stereo ti arrivano diverse in ciascun orecchio, e si tratta della radiocronaca da una Miss Italia d'epoca e dell'audio in tedesco sovratradotto in italiano sembrerebbe dall'Istituto Luce di un filmato sulla gioventù tedesca hitleriana. Sembra un brano di riempimento, invece forse è un brano di transizione.
  7. Pesci nelle orecchie - Il primo Vecchioni usava spesso la metafora in forma di proporzione vita:mare=amore:fiume. E siccome a stare troppo immersi in mare può capitare di ritrovarsi prima o poi i pesci nelle orecchie, ecco questa lunga elucubrazione finale sulle situazioni cui la vita ti porta. Di questo brano esiste una versione corta, riarrangiata in maniera nelle intenzioni più accattivante una decina di anni dopo, ma io personalmente preferisco questa versione, scarna e lunga fino a farti capire anche quali sono i tuoi, di pesci.

giovedì 1 settembre 2022

RADIOCIXD 62 - ANIDRIDE SOLFOROSA

Ce lo siamo già detti: il trittico di album nati dalla collaborazione tra Lucio Dalla e Roberto Roversi è da considerarsi uno dei vertici assoluti della canzone italiana di ogni tempo. Abbiamo già parlato del primo, Il giorno aveva cinque teste del 1973, gigantesco atto di coraggio di uno che se voleva poteva campare dell'onda lunga del successo commerciale degli anni precedenti e invece subodorò l'aria che tirava e si gettò verso anni di fame (certo, poi ripagati da un successo così enorme che mai avrebbe potuto raggiungere restando nel solco precedente, ma prima chi glielo poteva garantire?), e del terzo e ultimo Automobili del 1976, visionario capolavoro che però tradisce la crisi del rapporto tra i due autori. Questo Anidride solforosa è nel mezzo, e perciò forse al vertice, di questa prodigiosa parabola artistica.

Vi si trovano tematiche anticipate di decenni e ritratti di scene che sembrano passate di moda ma invece oggi più attuali che mai, a saperle leggere, in mezzo a sbocchi di satira sociopolitica e schizzi di cronaca di una durezza che solo il rap, ma in America non certo in Italia, saprà poi dare. Il tutto condito di invenzioni musicali difficilmente inquadrabili, e non avanti o dietro, ma sopra, quanto la musica italiana sarà in grado di offrire nei decenni a seguire. Tanto che un ragazzo che lo ascoltasse oggi forse non capirebbe che si tratta di un disco di quasi mezzo secolo fa, ma potrebbe scambiarlo per avanguardia, non fosse che la voce di Lucio è talmente nota che magari la riconosce anche lui. Ma mentre scrivo questo penso che se quarant'anni fa a me ventenne qualcuno avesse provato a propinarmi una tracklist commentata di un qualsiasi musicista degli anni 30 o 40 probabilmente lo avrei snobbato, e pace così.

Facciamo così, allora: in fondo alla consueta disanima dei singoli brani, con link ai tube che si aprono in popup così da permettervi di continuare la lettura, vi embeddo il video della title track però registrato in TV dodici anni fa, si, ma ben trentacinque anni dopo l'uscita della canzone, il che forse la dice lunga sulla sua persistente attualità. Alla voce femminile, che nella versione in studio del '75 era interpretata con giocosa ironia dallo stesso Dalla, c'è qui la sottovalutatissima Angela Baraldi, una delle tante "scoperte" di Lucio (una delle meno fortunate commercialmente e assieme una delle migliori), che da tempo porta questo brano in concerto eseguendolo anche assieme a Zamboni e ad altri post-CSI, oltre che a De Gregori, per dire.

  1. Anidride solforosa - Due piani narrativi si intrecciano in questo capolavoro, e la musica cambiando tra i due fa da paratesto aiutandoci: in uno una donna del popolo parla di amore e rivoluzione, nell'altro una voce parla di inquinamento e computer, dimostrando che i poeti (quelli veri) spesso capiscono le cose decenni prima degli altri.
  2. La borsa valori - Come Dario Fo, Lucio Dalla quando scatenava il suo gramelot incomprensibile si faceva invece capire meglio ancora di quando usava parole sensate. E sta cosa la percepivo anche da bambino, ascoltando Cos'è Bonetti piuttosto che Pezzo zero. Qui sciorina a cazzo il listino della borsa valori di Milano e altre voci che vi si potevano ascoltare, dimostrando palpabilmente l'insensatezza di un mondo che pure ancora non era diventato il mostro trituratore dell'economia reale che è.
  3. Ulisse coperto di sale - Come nel primo brano, la musica sottolinea con un cambio brusco, qui dal rock sfrenato (questo è uno dei pezzi più rock della musica italiana, se una radio lo passasse prima dei Maneskin tutti capirebbero le mammolette che sono) si passa al melodico lento, il passaggio tra i pensieri e le parole del narratore: un Ulisse coperto di sale, come siamo tutti noi che torniamo, quando torniamo. E, come chiarisce un certo Dante Alighieri, prima di riandare.
  4. Carmen Colon - Quando la poesia parla di cronaca, e anche qui di un argomento particolare di cui sarebbe diventato di moda parlare (ma quanto peggio, a cominciare dai neologismi...) decenni appresso...
  5. Tu parlavi una lingua meravigliosa - Racconto poeticissimo, e chiuso mirabilmente, del reincontro casuale, una vita dopo, di una donna un tempo amata. Tra l'altro, questo brano è il prototipo di quel modo unico e mai banale che Dalla cantautore avrà di cantare d'amore negli anni a seguire...
  6. Mela di scarto - Per i non torinesi, Ferrante Aporti (dove l'avevo sentito? si un vecchissimo pezzo di Vecchioni, ma quella era una via di Milano dove al Professore era capitata una disavventura amorosa...) è il carcere minorile di Torino. Dove il protagonista di questa canzone finisce per una cavolata giovanile, per poi come spesso capita in pratica non uscire più, avviato proprio dal riformatorio a una vita da delinquente. Dicevamo delle tematiche da rap (vero), e questo brano sembra anche riarrangiabile in rap, per metrica.
  7. Merlino e l’ombra - Curiosamente, anche qui mi viene in mente Vecchioni, che canterà una tematica bergmaniana come questa qualche anno dopo (Lo stregone e il giocatore). Da notare anche qui come la base musicale accompagni coi suoi cambiamenti il mutare di prospettiva suggerito dal testo.
  8. Non era più lui - Anche qui accade, e anche qui come in Ulisse uno dei due temi è profondamente rock, anche se meno duro. La storia è quella di un uomo del sud, costretto ad emigrare e a rinunciare ai suoi sogni per fare forse l'operaio, che sogna il ritorno e con ciò aggrava ulteriormente la propria alienazione.
  9. Un mazzo di fiori - Ancora cronaca, ma mentre Carmen era una ragazzina uccisa da un serial killer, Emilia è una donna stanca di vivere che si suicida gettandosi nel Po. Inutile dire che la canzone è di una bellezza straziante...
  10. Le parole incrociate - L'album chiude in bellezza, con la sua canzone forse più bella, per qualcuno la più bella di tutto il repertorio di Dalla, e con la sua conclusione lapidaria: "Nel bel prato d'Italia c'è odore di bruciato. Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende. Attenzione: dentro ci siamo tutti, è il potere che offende.". Prima, semplicemente la storia d'Italia. Se non ci sono l'Italicus, piazza della Loggia, Ustica, la stazione di Bologna, Moro, gli anni di piombo, le stragi di mafia e la Trattativa, le guerre travestite da missione di pace, la cosiddetta pandemia, eccetera eccetera, è solo perché sono cose successe dopo. Ma è un dettaglio.

E ora gustiamoci la splendida e bravissima Baraldi, che qualcuno guardando il video riconoscerà (aahhh, ecco chi era!) come la protagonista di Quo vadis baby? di Salvatores...

sabato 9 aprile 2022

I NODI E IL PETTINE

Mi è arrivata una bolletta del gas di trecento euro e passa, e io vivo in un miniappartamento dove accendo poco i riscaldamenti (più di quando non c'era lo smartworking, ma sempre poco) e ho ancora il contratto a mercato tutelato: non oso immaginare chi sta sul mercato libero e ha una casa grande che chiede di essere scaldata tanto, e ho fatto questo inusuale outing proprio perché sono certo che ciascuno di voi in questi giorni sta sperimentando il mio stesso sgomento (lo so: state tutti alzando la mano). Il meccanismo è sempre lo stesso, da sempre sperimentato per i carburanti auto: il gas in bolletta è riferito in gran parte a prima della guerra, ma l'aumento si applica subito. Chiamasi speculazione: l'hanno acquistato a meno, approfittano degli eventi in cronaca per rivenderlo a tanto. E col cavolo che quando scende usano lo stesso paradigma: in quel caso, ti dicono che avendolo comprato a tanto, il calo dei prezzi ci vuole del tempo perché arrivi alla pompa, o al rubinetto di casa. Per fortuna arriva la bella stagione, ma stiamo certi che il prossimo inverno saranno dolori: vuolsi così colà dove si puote, la transizione ecologica la dobbiamo pagare noi di tasca, come è stato per la pandemia. E il bello è che la maggior parte di voi (o forse, tra noi "carbonari della verità" ci dovremmo dire "di loro") è convinta che sia davvero "forza maggiore", che sia colpa di un virus cattivo ieri e di un autocrate cattivissimo oggi. D'altronde, nessuna tirannia si è mai retta senza il consenso dei sudditi, ve lo ripeto da ormai oltre due anni...

I loschi figuri dell'Unione Europea, peraltro, ce lo dicono e ridicono in faccia da anni, sempre meno dissimulando: ci dobbiamo scordare, tutti, di avere diritto al lavoro, alla mobilità individuale autonoma, all'iniziativa economica, alla casa di proprietà, alla sanità e alla istruzione pubbliche, e in definitiva a ogni forma di progettualità di medio-lungo termine. D'altronde, la vita è breve, no? I figli?... I figli certe cose non sapranno mai che sono mai esistite, non ne soffriranno. Sono catastrofico? Complottista? Ve ne accorgerete, chi vivrà.

Intanto l'inflazione è ufficialmente attorno al 7%, il che vuol dire che di fatto galoppa oltre il dieci, e avere una certa età aiuta: è come negli anni settanta, accompagnata da stagnazione perché originata da fattori esogeni non dalla domanda interna, anzi peggio perché con le criminali misure antipandemia eravamo andati già in recessione (e il recovery fund non ha impatto reale essendo per metà soldi nostri e per metà prestiti pelosi e pericolosi) e a quell'epoca esistevano ancora tutta una serie di reti di protezione sociale costruite grazie alle lotte dei nostri padri che aiutavano a limitare i danni (smantellate poi col consenso criminale e corrivo dei sindacati). Chi si ricorda, oggi, che tutto il castello Eurolandia, in piedi da trent'anni e in costruzione da prima, con le fondamenta impastate del sangue e del sudore dei cittadini a forza di manovre restrittive, aveva ed ha la sua missione dichiarata nel contenimento dell'inflazione? C'è un politico, un giornalista, uno stronzo qualunque in televisione che dice a chiare lettere che averci affamato per anni col solo scopo di tenere bassa l'inflazione, e non essere in grado di impedirne il ritorno alla prima occasione, si chiama fallimento, e l'UE deve essere stravolta o smantellata o abbandonata OGGI? No, non c'è, perché quel poco di soldi che ancora girano vengono da li, e vanno a ungere per primi i politici di tutti i partiti e i giornalisti di ogni testata (i pochi grossi arricchendoli, i tanti piccoli e precari elemosinandoli in modo da tenerli sotto minaccia della fame). Ma questa verità è dura ma ancora accettabile, ciò che non lo è sono i milioni di concittadini convinti ancora contro ogni evidenza che il "vincolo esterno" ce lo meritiamo, che l'eurozona ci abbia salvati, eccetera eccetera. Cosa vogliano ancora, per capire di essere stati fregati, non si comprende. Quelli ad averlo capito non è che siamo in pochi: alle scorse politiche addirittura abbiamo portato alla maggioranza relativa un partito che cinque anni prima manco esisteva, solo che ora non sappiamo proprio a chi guardare.

Infatti il programma grillino recitava senza possibilità di equivoci che c'era bisogno di recuperare la sovranità monetaria, se necessario anche passando attraverso un referendum sull'Euro, e con quella bisognava avviare una serie di investimenti in deficit per finanziare una miriade di micro opere pubbliche in tema di recupero del territorio, energie alternative, acqua pubblica e altri settori di economia collettiva, e che si doveva farlo intanto sradicando, o almeno limitando al fisiologico, la corruzione dalla politica perché altrimenti questa avrebbe vanificato il suddetto recupero indirizzandolo male. Quanto serviva per realizzare tutto questo? Quanto serviva serviva, secondo il programma grillino quei soldi potevano essere chiesti a mamma UE, e se diceva no sfancularla e stamparseli da soli. Inflazione? forse, ma da crescita. Quindi riassorbibile facilmente, come il deficit attraverso il moltiplicatore keynesiano: se un deficit viene speso sul territorio, il maggior reddito innescato alla fine del ciclo avrà aumentato le entrate fiscali di almeno altrettanto. Se avessero mantenuto le promesse, loro e i salviniani (che giocano a fare gli antieuropeisti e ne imbarcano pure, ma poi hanno votato e votano tutti i capestri europei), saremmo arrivati non dico alla pandemia con la sanità riattrezzata dopo decenni di tagli (non si faceva a tempo, ma ad allestire una risposta diametralmente opposta si, attrezzando al volo la sanità pubblica a reggere la pandemia senza farla pagare ai cittadini rovinando l'economia) ma almeno con un piano energetico nazionale avviato all'affrancamento dalle fonti non rinnovabili di proprietà estera (non solo russa), si. Ripeto, era nei programmi grillini, ne avrò scritto decine di volte negli anni scorsi (i post se li cerchi chi vuole).

Invece, lo spiraglio costituito dai 5 stelle si è chiuso dopo i contatti degli stessi, ormai governativi, con quelli che comandano davvero da Bruxelles in su: chissà come mai. Così, abbiamo visto sgomenti sciogliersi come neve al sole i proclami del moVimento, che prima si sfiancava per ottenere dalla UE uno zero virgola di deficit in più, poi si esibiva in una serie di cambi di coalizione che manco la DC della prima Repubblica, e infine accettava e promuoveva una (criminale) narrazione della realtà opposta a quella per cui era stato messo li dagli italiani, scaricando sugli stessi i guai anziché proteggerli (anche lo Stato più virtuoso - e noi lo siamo da trenta e passa anni, ma famo di più - se arriva poniamo un terremoto può ricostruire soltanto o con debito pubblico o con debito privato, e il rimpiazzo del primo col secondo è precisamente la mission dell'UE fin dall'inizio), e finendo per questa ragione a trovarsi comunque nella situazione che in teoria il baraccone europea doveva evitare: deficit schizzato, inflazione alle stelle, e non per aver avviato una fase espansiva ma invece proprio durante una recessione causata dai suoi stessi provvedimenti.

In questo contesto, l'inflazione esogena (ripeto, perlomeno concausata dall'aver mancato alle promesse di investimenti a deficit in un nuovo piano energetico) è una mazzata definitiva ad ogni velleità di ripresa. Molti saranno costretti a tirare la cinghia, a svendere casa sperando di trovare da vivere in affitto, a tentare di guadagnare punti per quella "patente di bravo cittadino 2.0" che stanno sperimentando proprio a Bologna (la "rossa", la città che dimostrava che i "comunisti" al potere potevano starci e fare qualcosa di buono: il Cucciolo Alfredo che lodava gli "autobus biglietto gratuito regalo di un'amministrazione niente male" si starà rivoltando nella tomba) e che è la logica (e infatti prevista, da chi voleva vedere) prosecuzione del green pass.

Dite: ma c'è la guerra. E certo che c'è: ma per colpa di chi è iniziata, per colpa di chi sta proseguendo e proseguirà? Putin, dite? Nella migliore delle ipotesi è stato tirato dentro a forza, nella peggiore non ha fatto altro che recitare nel ruolo assegnatogli. Bisogna fermarla, dite? Certo, subito. Ma fornire armi all'Ucraina è il modo migliore perché continui per anni. Perciò stanno utilizzando il paradigma di manipolazione sperimentato con la pandemia per questa propaganda di guerra: perché vogliono che continui. Battiato ci aveva avvisato. L'unico modo per salvarsi l'anima è spegnere la TV (se avete pazienza, Grimaldi vi spiega perché) non credere a una parola di quello che raccontano. Tutti. E non basterà a salvarsi la pellaccia.

Ed ora, i soliti approfondimenti:

  • Blondet, ovvero il filo rosso che lega la strategia vaccinista e i suoi danni ai fabbricanti di armi e i loro interessi;
  • Crisanti, ovvero qualcuno comincia di sguincio ad ammettere il fallimento totale delle strategie "antipandemiche", ma dobbiamo andarvelo a cercare nei sitarelli;
  • Escobar, ovvero come e perché questa non è una guerra della Russia contro l'Ucraina ma degli USA contro l'Europa.

domenica 22 agosto 2021

RADIOCIXD 45 - ANTIPATICI ANTIPODI

La copertina è di Andrea Pazienza, per cui ve la
devo mostrare in versione vinile spalancato...
Claudio Lolli mi manca, ci manca, perché oggi forse lascerebbe l'insegnamento piuttosto che lasciarsi imporre il Marchio del Regime, non prima ovviamente di aver mobilitato i compagni a resistere fino all'ultimo, magari con un brano nuovo, o un concerto, o qualunque altra cosa atta a rinfrescare la memoria ai "compagni a venire". Mi manca, perché lui non solo cantava e insegnava, ma scriveva, e narrava, e vederlo in concerto (quei concerti dal vivo che erano una parte della mia identità di uomo, e che non potrò vedere più fino alla caduta del Regime, se non muoio prima) era un godimento per la mente e il cuore, specie se in un teatrino di periferia accanto ai pochi che ormai richiamava (uno che comunque non aveva mai attirato folle, eppoi se lo avesse fatto ne sarebbe rimasto impaurito). Di lui, schedato come cantautore impegnato tutto testi e niente musica, vi ho già parlato per un album elettronico, e un giorno o l'altro vi parlerò del suo capolavoro assoluto suonato jazz e della sua riedizione suonata combat-folk, ma oggi vi parlo di un suo album suonato pop, anche se piuttosto sofisticato.

Non è molto noto, questo Antipatici antipodi del 1983, forse perché nel 1983 i cantautori impegnati erano passati di moda e sticazzi se i loro dischi non suonavano più scarni come nel decennio precedente, ma come sentirete (stavolta vi metto il full album in fondo, sono solo otto brani, poco più di 35 minuti in tutto, gliela potete fare, e il discorso di un amico va ascoltato tutto dall'inizio alla fine) dentro ci sono spunti notevolissimi di riflessione. Ecco perché avere vent'anni a quell'epoca era tutta un'altra cosa, e a noi non ci avrebbero fregato col ricattino del se-vuoi-divertirti-devi-fare-la-punturina, e non ci avrebbero fermato con nessun pass di nessun colore.

  1. Antipatici antipodi - Quando essere di sinistra era essere antiamericani, ma essere Lolli significava saperlo dire bene, ad esempio nella strofa "In qualche modo faranno arrivare le nostre dolci promesse di guerra da questi antipatici antipodi a tutto il resto della terra", o nel riferimento finale alla ginestra di Leopardi.
  2. Notte americana - Della serie "basta un verso a dare idea del valore di un testo": "forse non siamo noi che passiamo il tempo, ma è certamente lui che passa noi".
  3. L'uomo a fumetti - Non so se è vero, ma a me piace pensare che questa canzone bizzarra abbia ispirato uno dei capolavori di Maurizio Nichetti, quel Volere volare che è da considerarsi la risposta italica a Roger Rabbit, a cui è molto superiore, e di cui pare addirittura che dati i tempi di lavorazione sia precursore nonostante l'uscita successiva.
  4. Non voglio mettermi il pigiama - Un vero inno (non suo, il testo è di Claudio Piersanti) al non allineamento: "io non amo questo mondo e nemmeno lui mi ama".
  5. Torquato - La canzone tratta in maniera lolliana, e di nuovo con qualche anno di anticipo, la stessa tematica di Palombella rossa di Moretti: qui di rosso c'è una casa, ma lo smarrimento della perdita di identità è lo stesso. Due i passi memorabili: "La gioventù non è questione di anni ma piuttosto di sassi nel cuore." e "Specialmente di sera può venire in mente il cancro terribile dell'indifferenza, che è più sano di noi e sta rubando alla gente la vita in cambio della sopravvivenza."
  6. Villeneuve - Forse gli emiliani i motori ce l'hanno davvero nel sangue, non so. Dalla aveva già scritto Nuvolari e avrebbe scritto Senna. Ma è Lolli che scatta l'istantanea su quello che forse sarebbe stato il più grande di tutti, e sicuramente era il più amato della mia generazione, se non avesse tamponato nelle prove uno che guidava come un pensionato col cappello, per la fregola di stare davanti in griglia al compagno di squadra che nella corsa prima gli era stato sleale. E noi lo abbiamo visto in diretta ("il pubblico delle prove ha un brivido a metà tra la colpa e il piacere per qualche cosa di bello") volare a testa in giù e finire "come uno straccio sul prato". Ma questa citazione è del brano che segue, di questo invece ne riporto un'altra: "i piloti, per esempio, sanno di essere per metà uomini e per metà macchine, e per questo certo sono più uomini degli altri, ma certamente, certamente anche molto più macchine." Perché "è bello sapere che siamo delle bestie imperfette."
  7. Formula uno - E infatti qualche anno dopo la (ripudiata per dissidi) scrittura a quattro mani con Dalla di Automobili, riecco a parlare di piloti il poeta Roberto Roversi. Decisamente sui suoi livelli.
  8. Romantic ballad - La mia preferita. Una perfetta metafora della vita come navigazione, del suo rifiuto da parte del protagonista, e del compromesso che alla fine egli stringe col mare. Vi prego, nel vostro stesso interesse, arrivate ad ascoltarla. E poi rimettetela da capo.

sabato 5 giugno 2021

RADIOCIXD 41 - SYNCHRONICITY

La discografia dei Police conta in tutto cinque album cinque, ma in questi sono compresi brani memorabili in numero tale che molti artisti con carriere di successo e discografie lunghissime non ci arrivano. Il fenomeno è così rilevante che è davvero difficile scegliere un solo album da recensire, e sono certo che se vi fossero chiamati gli appassionati del gruppo inglese il risultato sarebbe estremamente variegato e grosso modo equivalente tra tutte e cinque i dischi. Io scelgo l'ultimo. Certo, la freschezza dei primi album è innegabile, come pure la loro valenza in termini di impatto di innovazione del panorama musicale pop rock dell'epoca, e ci sono dei singoli brani di una bellezza tale da essere assurti a classici: Roxanne, Message in a bottle, Don't stand so close to me, Walking on the moon, e mi fermo qui per non farmi troppi nemici ("perché non hai messo questa? e questa?"), ma Synchronicity è complessivamente l'opera più completa e matura, e apparve così anche all'epoca, quando non sapevamo ancora che sarebbe stata l'ultima.

In realtà nell'ambiente si sapeva già, e i bene informati quindi ne erano a conoscenza, che i tre oramai erano ai ferri corti: stava succedendo, proprio negli stessi anni, la stessa cosa (o quasi: i Police con molti meno anni di carriera alle spalle) che ai Pink Floyd, la personalità del frontman era diventata così dominante che gli altri avrebbero potuto tollerarla solo aderendo al ruolo di comprimari, cosa che è tanto più difficile quanto più sei bravo e ne sei consapevole. Infatti, proprio come The Final Cut (anzi, già The Wall) con Waters, questo album è il secondo di fila quasi tutto farina del sacco di Sting, che qui nei testi dichiaratamente si ispira all'opera del notissimo psicanalista Jung.

Il disco dura, come ancora (per poco) si usava nei primi anni 80 per via dello spazio "finito" del 33 giri, meno di 40 minuti in tutto (l'ultimo brano è stato aggiunto solo nella versione CD), ed è ancora oggi consigliabile sentirselo tutto d'un fiato: pur non essendo un vero e proprio concept album, il filo logico ad un ascolto attento si percepisce (e invece l'ascolto isolato specie dei brani più famosi lo impedisce). Ma siccome vi voglio bene ed è un servizio che non vi faccio da un po', e poi anche perché quasi tutte meritano un commento a se, ecco le singole tracce con i commenti e i tube accanto da far scorrere per ascoltarle leggendo.

1. Synchronicity I
Il concetto di sincronicità, tanto caro a Jung, è così ostico che si spiega meglio con tutta una serie di esempi che a definirlo. Forse si può azzardare "coincidenza significativa", ma ripeto non rende. Sting però lo ha sperimentato di persona: aveva organizzato un concerto in diretta mondiale sul web (all'epoca innovativo) dal giardino di casa sua in Toscana, l'11 settembre 2001: la diretta ovviamente abortì, la registrazione più tardi è diventata un dvd...
2. Walking in Your Footsteps
Piccola curiosità: l'accostamento tra l'estinzione dei dinosauri e quella che probabilmente stiamo causando noi alla nostra specie, c'è anche in un brano di Lucio Dalla quasi esattamente contemporaneo. Ma forse era semplicemente parecchio di moda...
3. Oh My God
Il primo di una serie di brani dell'album in cui si svolge un vero e proprio dialogo con Dio, irrituale e irriverente. Qui la divinità viene ripetutamente e provocatoriamente invitata ad avvicinarsi lei al suo interlocutore umano, anzichenò. Piccola curiosità: il testo dell'ultima strofa è esattamente ripreso da Every little thing she does is magic, capolavoro dell'album precedente.
4. Mother
Unico brano di Andy Summers, il geniale chitarrista che per mancanza di esibizionismo spesso ci si dimentica di tributare del suo 33% di importanza nel "suono Police" (ma quel basso e quella batteria sono un'attenuante al misfatto). Il pezzo è stralunato e straniante, proprio come (altra piccola curiosità) il brano omonimo di The Wall dei Pink (con cui avevamo fatto un parallelo).
5. Miss Gradenko
Subito dopo, abbiamo l'unico brano di Stewart Copeland, il geniale batterista che dopo lo scioglimento della band abbiamo avuto anche più volte mastro concertatore della Notte della taranta in Salento. Passaggio cult: "c'è qualcuno in vita qui? nessuno tranne noi".
6. Synchronicity II
Il vero capolavoro dell'album accosta nel testo degli scenari da "logorio della vita moderna" alla progressiva riemersione da un lago (presumibilmente "quel" lago) di un mai menzionato mostro. Anche il video è piuttosto suggestivo. Ma è il rock che è davvero tosto.
7. Every Breath You Take
Questa la conoscono tutti. Ma quasi tutti pensano sia una canzone d'amore. Invece è la risposta di Dio alle provocazioni umane del brano numero tre. Non hai scampo: qualunque cosa fai io starò li a guardarti, bimbo (il "baby" a noi italiani ci ha agevolato nell'equivoco). Dalla un paio di anni prima aveva risolto tutto con una canzone sola...
8. King of Pain
L'umano allora rivendica la sovranità sul dolore, elencandone tutte le declinazioni. Con la propria anima a sovrastarle.
9. Wrapped Around Your Finger
Sta per "ti ho sotto il mio controllo e ti rigiro come mi pare", più o meno. Siamo alla resa dei conti: all'inizio del brano è Dio che lo dice e ridice all'uomo, ma alla fine la situazione si ribalta: "scoprirai che il tuo servo è il tuo maestro". E anche questa molti la credono una canzone d'amore, d'altronde con quel biondino belloccio che salta tra le candele accese, si può capire...
10. Tea in the Sahara
Il brano, bellissima conclusione del vinile, è dovuto a una suggestione letteraria, la stessa che qualche anno dopo suggerirà a Bertolucci uno dei suoi filmoni. 
11. Murder by Numbers
Non inclusa nell'LP originale, è in fondo alla tracklist del CD, ma si capisce perché: è avulsa dal filo narrativo. Ma non è male, né come rock né come testo, una vera e propria satira politica antimilitaristica...

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