Visualizzazione post con etichetta pirateria. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pirateria. Mostra tutti i post

martedì 21 aprile 2020

RADIOCIXD 17: THE DREAM OF THE BLUE TURTLES

Ne abbiamo parlato altre volte: ci sono gruppi musicali che hanno vita breve perché c'è uno che spicca troppo come leader, specie quando la cosa è qualitativamente immeritata. L'esempio dei Police è da manuale: un grande chitarrista che ha inventato uno stile a metà tra reggae e rock trasportando quest'ultimo fuori dal punk, un batterista strepitoso che ha fatto tendenza per un decennio prima di intraprendere un percorso di ricerca che lo porterà perfino a fare più volte il mastro concertatore della Notte della Taranta in Salento, e un bassista ok passabile ma con una presenza scenica e una voce da popstar, non potevano fare più della manciata di album che hanno fatto. Ma non è detto che ciò sia un male: la discografia dei tre è di un livello medio altissimo, forse proprio grazie allo scioglimento precoce della band. Subito dopo il quale, nessuno di noi si aspettava che fosse proprio mister Gordon Sumner alias Sting, pungiglione, per via dei maglioni all'apemaia che indossava sul palco da giovane, a partorire un disco "completo" come The dream of the blue turtles.
Perché d'accordo che il personaggio è discutibile come tutte le icone pop, d'accordo che col suo presunto impegno politico da VIP (ridicolo come quello di tutti i VIP) con la villa che fa provincia si è ampiamente meritato gli sfottò (tra cui memorabili quelli di Faber e degli Elii), d'accordo che dopo questo disco ha imbroccato si è no le canzoni buone per un altro (su una quindicina che ne ha fatti, tra un duetto e l'altro tra i quali per una volta quello con Pavarotti non è il peggiore: Moio pe tee con testo di e cantata con Zucchero fa pensare a Rocky Roberts di Stasera mi buccio come a un accademico della crusca), e d'accordo pure che questo disco stesso è, ad analizzarlo bene, alquanto ruffiano. Ma cacchio come suona bene, anche 35 anni dopo, cacchio che livello medio di scrittura, e cacchio che picchi! Sting può anche risultare antipatico, anche se mai come Bono, ma questo è il suo capolavoro. E parve chiaro a tutti anche 35 anni fa, maneggiando il vinile - io stavolta del mio amico Saverio (ci si divideva gli acquisti, con gli amici, e registrava le cassette; ancora non era nemmeno tempo di masterizzatori e CD pirata), che si stava ascoltando un disco che avrebbe fatto epoca.
Stavolta per l'ascolto massivo vi metto il link alla playlist di youtube music, facile da gestire, mentre come al solito segue l'elenco delle tracce con tanto di video da mandare mentre leggete le mie notarelle a fianco.

1. If You Love Somebody Set Them Free
Ruffiana il giusto, la traccia scelta per aprire il disco ti resta in testa da subito, e anche le parole sono di quelle che restano scolpite nella mente. Purtroppo solo di chi non intende l'amore come possesso e controllo, viene da pensare con un occhio alla cronaca dei decenni successivi...
2. Love Is The Seventh Wave
Smaltito l'impatto coi jazzisti, il secondo brano ti rassicura: è ancora il buon vecchio reggae-rock dei Police, seppure suonato diversamente. E non sarà l'ultimo a farlo...
3. Russians
L'abbiamo tutti imparata subito a memoria, noi ragazzi che crescevamo sotto la minaccia che l'escalation degli euromissili portasse alla fine del mondo. La sappiamo ancora, agli anziani capita. Ma riascoltata con attenzione a distanza, quanto è stronza e parziale la visione sottesa (alla luce degli avvenimenti che avremmo visto da li a poco, poi!): don't worry, cachiello, i russi li amano i loro figli. Forse più di noi...
4. Children's Crusade
Il brano sarebbe una parentesi, se non ci fosse nel mezzo un assolo di Brandon Marsalis, il più talentuoso del manipolo di musicisti uno più talentuoso dell'altro che suonano in questo disco (e con Sting in questo periodo)
5. Shadows In The Rain
E' un vecchio pezzo dei Police, ma grazie all'arrangiamento jazz stenti a riconoscerla, tanto suona strepitosa. E il testo è da farne un quadretto e appiccicarselo al muro.
6. We Work The Black Seam
Ci fu uno sciopero dei minatori britannici in quel periodo, uno degli ultimi sussulti di quella working class che il thatcherismo stava spazzando via (per fare lo stesso con la piccola impresa ci è voluta una dittatura sanitaria, qual'è peggio fate voi...), e Sting non ha voluto perderselo...
7. Consider Me Gone
Altro testo da manifesto (con accompagnamento all'altezza): "...ho speso troppi anni in una guerra a me stesso, il dottore mi ha detto che non è buono per la mia salute - cercare la perfezione va benissimo, ma voler trovare il paradiso significa vivere qui nell'inferno". E chest'è!
8. The Dream Of The Blue Turtles
La title track non è che un brevissimo e velocissimo intermezzo jazz. Con tanto di risata negra finale...
9. Moon Over Bourbon Street
E' ispirata a un famoso libro da cui è stato tratto un famoso film (Intervista col vampiro), e si sente. Sting già studia da crooner, ma qui la sua interpretazione è di alto livello.
10. Fortress Around Your Heart
I Police sono morti, viva i Police! E' stato detto che il brano non avrebbe sfigurato in Synchronicity, ma non esageriamo: è la nostalgia che parla per noi...

Tre anni dopo, con un altro amico di nome Saverio, vedi tu, andavo al concerto di Sting al vecchio Stadio delle Vittorie di Bari, mi pare fosse uscito da poco l'album seguente, un live strepitoso, e da giovane certe cose vuoi vederle coi tuoi occhi, magari sul prato davanti al palco. Ma l'ingresso al parterre era ambito, e regolato da tornelli di ferro alti e stretti, adiacenti alle mura dell'impianto: delle specie di gabbie da tortura da cui si passava uno per volta. Mentre migliaia premevano e ti schiacciavano verso il cemento, fino a che non sguisciavi dentro ammaccato e senza fiato ma vivo (miracolosamente non si fece male nessuno). Un incubo di tale portata che l'ho ricordato come tale per decenni, evitando da allora calche del genere, che poi crescendo pensi pure che se arrivi per ultimo vedi bene lo stesso, e più in là pure che sono cose per giovani e non ci vai più. Chi me lo doveva dire che oggi, pensando a quando, se mai accadrà, potremo mai più accalcarci da qualche parte, mi sarebbe toccato ripensarci con nostalgia!...

giovedì 27 luglio 2017

CANZONI CON LA MUSICA IN TESTA

Diceva Benedetto Croce che prima dei 18 anni tutti scrivono poesie, dopo i 18 solo i poeti e i cretini. Così, non sentendomi dell'una e non volendo rientrare nell'altra categoria, con la maggior età ho preteso da me stesso che, se volevo ancora mettere su carta i pensieri, dovevo costringerli in una gabbia formale più rigorosa di quella della poesia "ermetica" (cioè, per come è stata ampiamente intesa "senza metrica" - ah, i guasti della destrutturazione nelle arti! e non tanto per chi l'ha operata, quanto per gli epigoni, incentivati appunto dalla apparente mancanza di regole): dovevano essere musicabili. Come tutta la poesia da Omero a De Andrè, peraltro.
Nacquero così un centinaio di "canzoni con la musica in testa", che però avevano lo stesso problema delle poesie e di qualunque altra forma artistica masturbatoria contemporanea: come uscire dal cassetto? Per una serie di eventi che sintetizzai qui e non ripeto per non annoiarvi, le mie semplicemente non lo fecero; alcune diventarono racconti finendo dentro Chi c'è c'è, edito nel 1999 e da poco tempo pubblicato qui a capitoli, e poi basta.
Ho sempre seguito la musica e sono sempre curioso di scoprire cose nuove, approfondendo quelle che mi piacciono di più, finendo per avere dei gusti alquanto diversi da quelli dei miei coetanei. Ma l'ultima epoca in cui è stato facile "esplorare l'ignoto" è stata quella in cui era consentito il noleggio dei CD, e infatti risale ad allora l'ultima infornata di personaggi in grado di vendere dischi ancora oggi: la miopia dell'industria discografica è esiziale, e oggi non le rimane che un modo per affermare nuovi soggetti, il business dei talent, che però richiede investimenti enormi e pertanto comporta di correre meno rischi possibili dal punto di vista dell'originalità dell'offerta (mio cuggino direbbe "so' tutti uguali", con maggiore efficacia). Se fosse stato così il panorama editoriale degli anni 70, per dire, non avremmo mai ascoltato un disco di nessuno dei cantautori che hanno fatto i miliardi per decenni da allora (e continuano, morti compresi).
E si, oggi c'è Internet. Ma è un mare così grande che non è facile orientarcisi, anche usando dei siti "nocchieri" come Brigata Lolli, Rockol o L'isola che non c'era. Per non parlare dei social network...
Ecco, volevo introdurre la pubblicazione dei miei testi di canzone (abbiate pazienza, d'estate controinformo un po' meno...) e sono finito a rifare il pistolotto ai discografici e ai loro talent show. Sono proprio un anziano brontolone. Ma i testi li ho scritti a venti/trenta anni, e magari qualcuno ancora è attuale. Oggi ne metto uno corto, poi ogni tanto un altro. In SIAE sono depositati tra gli inediti, se a qualcuno ne piace qualcuno (la musica ce l'ho in testa, ma mi va bene quella che gli venisse a chi legge il testo) mi contatti che ci mettiamo d'accordo: sono più vanitoso che esoso.
...
AL DI LÀ DELL’ORIZZONTE
(rock ballad lenta)
avevo buone ragioni per convincere quell’uomo a non partire
e mi premeva che quel viaggio non avesse a rovinare la mia nave
e poi diceva l’equipaggio che era troppo duro e troppo sentimentale
e aveva un occhio del colore della preda dei suoi sogni e uno del mare
e mi era sempre stato poco simpatico con quella sua gamba mozza
con quel suo puzzo inconfondibile di carogna ancora prima di morire
con quel suo scarso senso degli affari e quell’innato suo idealismo
e con il suo accento sprezzante un po’ da eroe ma molto più da incosciente
e c’è chi l’ha visto
per ore
fisso sul ponte
a cercare chi non c’è
per me Moby Dick non c’è
e così quella mattina sono andato per convincerlo a mollare
ero deciso e mentre andavo ripassavo nella mente le parole
e le gettai tutte d’un fiato e mi son parse pure belle da ascoltare
ma scivolarono su Achab come il vento, senza cioè poter entrare
ed era come se il suo tutto fosse qualcosina in più delle sue parti
e il resto rimaneva in piedi anche smontando tutti quanti gli altri pezzi
e non capivo perché però provavo una sorta di deferenza
e l’incertezza bastò perché il capitano desse la partenza
e più non l’ho visto
tornare
ormai da cent’anni
e non tornerà più
certo non tornerà più
e avevo buone ragioni per spiegare tutto ciò cui ragionavo
però guardando dal porto il mio orizzonte che sembrava l’universo
non era nulla al confronto delle anse dell’oceano del capitano
e mentre il battello andava io capivo qualche cosa di diverso
così da allora aspetto secoli anche chi sono sicuro che non torna
e ogni tanto mi tocco la testa per vedere se ho le corna
perché l’Achab che c’è in noi riesce a vivere anche per ciò che non vediamo
e forse sarà la nostra parte peggiore, ma è la parte che più amiamo
e c’è chi l’ha visto
per ore
fisso sul ponte
a cercare chi non c’è
per me Moby Dick non c’è

martedì 28 giugno 2016

DI DESTRA SARA' LEI!

Daccordo sul superamento storico di certe distinzioni nominate in base al posizionamento nelle assemblee (che peraltro a Roma oggi è quello che è), ma se un caro amico mi dice più o meno "hai visto? ci siamo conosciuti che tu eri di sinistra e io di destra e oggi ci ritroviamo a gioire per la vittoria dello stesso partito!" una vocina dentro mi spinge a puntualizzare. A lui ho risposto che io sono sempre di sinistra, non è colpa mia se i partiti di sinistra si sono spostati. A voi, o meglio a chi ancora mi sopporta, sottopongo una riflessione analitica, che per maggior chiarezza utilizza una tabella:
questione risposta "di sinistra" risposta "di destra"
scuola e istruzione scuola pubblica gratuita e destinataria di massicci investimenti per formazione e retribuzione dei docenti e per le strutture - scuole private a pagamento senza oneri per lo Stato, come da dettato costituzionale finanziamenti pubblici alla scuola privata, di modo che uno possa scegliere dove mandare i propri figli - scuola pubblica su modello manageriale, aperta a finanziamenti privati
cultura leggere libri è figo, come pure andare a teatro o vedere il cinema di qualità al cinema tutta la Gultura è da sfigati, meglio il calcio, la tv (specie i talent show), i filmoni ammericani o quelli per ridere
musica la libera circolazione della musica, finchè c'è stata, ha consentito l'enorme crescita del mercato che ha in pratica creato l'industria musicale, che poi miopamente per difendersi ha strozzato se stessa (leggi: la lotta alla pirateria non è giusta o sbagliata, è stupida) - la musica è un'arte e chi vuole campare d'arte deve sudarsela, peraltro producendo arte cioè aggiungendo il suo quid personale la musica è solo intrattenimento, se è diventata un'industria come tale va difesa (se oggi vengono fuori dai talent solo novità fatte con lo stampino, pazienza, non è che fossero poi tanto originali i cantautori) tanto io comunque la ascolto poco e mentre penso ad altro - la musica colta è un'altra cosa...
mobilità sociale deve essere garantito che chiunque possa scalare la società fino ad assumere la posizione che gli compete secondo le sue qualità, a prescindere delle condizioni economico/sociali della famiglia da cui proviene è ovvio che uno cerchi di passare ai propri figli i privilegi che si è conquistato o a sua volta ha ricevuto, e la società deve difendere questo diritto altrimenti si disincentiverebbe l'iniziativa privata
(inter)nazionalismo siamo tutti appartenenti alla nazione umana, gli Stati/Nazione sono un portato storico per fortuna sul viale del tramonto occorre difendere innanzitutto i valori e le conquiste sociali all'interno del proprio Stato/Nazione, agli altri ci si pensa dopo e nella misura in cu ciò non intacchi questa difesa
migrazioni bisogna accogliere tutti, anche i cd. "migranti economici", e magari rimuovere le ragioni storiche e geopolitiche che innescano le migrazioni - viva il multiculturalismo! bisogna respingere tutti i migranti economici, e accogliere solo i pochi che hanno diritto allo status di rifugiati, salvo la prima accoglienza umanitaria, e anzi manco quella - aiutiamoli a casa loro, e comunque chi viene qui deve rispettare la nostra cultura
religione ogni credo ha pari dignità (anche nessun credo), e nessuno in uno Stato laico dovrebbe essere privilegiato  in modo da averne vantaggi economici e/o influenze sulla legislazione la religione è fondamentale sia per gli individui che per i popoli, per cui lo Stato fa bene a tutelare la nostra e a informare ad essa le sue leggi
guerre e militarismo l'articolo 11 parla chiaro, ogni guerra intrapresa sotto falso nome dal 1991 ad oggi è illegittima, e parlamentari ministri e presidenti che le hanno permesse sarebbero da processare per alto tradimento della costituzione - la produzione e la vendita di armi dovrebbe essere vietata bisogna fare la propria parte nella difesa dei nostri valori cristiani e dell'occidente democratico, costi quel che costi - l'industria bellica è uno dei settori trainanti della nostra economia, e se a chi le cerca le armi non le vendiamo noi le vende qualcun altro
sicurezza non sono disposto a cedere un millimetro delle mie libertà personali in cambio di una maggior sicurezza, trovo peraltro siano solo una ridicola ammuina i controlli in aeroporti stazioni strade lo Stato deve garantire la sicurezza dei cittadini, a costo di militarizzare le strade, impedire concerti e altre riunioni di massa, bloccare Internet, chiudere i campi Rom, eccetera
politica economica e monetaria l'obiettivo è la piena occupazione, o comunque che tutti abbiano di che vivere e magari elevarsi dallo stato di bisogno; gli altri fattori dell'economia, in particolare quelli monetari, devono essere trattati come variabili dipendenti e variare in funzione di questo obiettivo l'obiettivo è la stabilità dei prezzi e il conseguente equilibrio del sistema economico, dal quale prima o poi necessariamente conseguirà una crescita in grado di farci tendere alla piena occupazione, e fino ad allora pazienza per chi non ce la fa, che è stimolato ad industriarsi
politica fiscale la tassazione è progressiva, devono essere favoriti l'adempimento spontaneo e la compliance, la funzione sociale del fisco è di garantire il funzionamento del moltiplicatore keynesiano, per cui bisogna combattere evasione ed elusione la tassazione ottimale è proporzionale, o meglio ancora regressiva, di modo da incentivare la competitività - la funzione sociale del fisco è di reperire le risorse per il welfare, per cui sarebbe meglio lasciare i soldi in tasca alle gente che poi decide se e come provvedere ai propri bisogni sociali
intervento dello Stato nell'economia dato che l'obiettivo è la piena occupazione, lo Stato deve supplire laddove l'iniziativa privata non riesce; inoltre, deve regolare quest'ultima in modo che la sua azione sia orientata nello stesso senso il mercato è in grado di raggiungere sempre una condizione di equilibrio, per cui lo Stato deve assolutamente evitare di intervenire sul mercato, e anche limitare al massimo di mitigarne l'azione con regole
iniziativa privata l'iniziativa economica è libera ma la legge deve garantirne la funzione sociale, consentendo l'arricchimento dell'individuo solo fino alla soglia in cui questo è funzionale all'arricchimento della società occorre liberare l'iniziativa privata da ogni laccio e lacciuolo, solo così può svolgere davvero la propria funzione di volano della crescita, e prima o poi favorire l'arricchimento di tutti, anche quando quello di pochi sembra eccessivo
energia bisogna orientare con aiuti pubblici la ricerca e lo sviluppo in modo da azzerare al più presto possibile l'utilizzo di petrolio e combustibili fossili, favorendo le energie alternative, solare in primis, in ogni modo, comprese auto e micro produzione basta con ste menate sulle energie alternative - di petrolio ce n'è ancora a ufo, dicono che finisce da decenni ma non è vero, e se vogliamo affrancarci subito basta tornare al nucleare, e puntare al carbone pulito e agli inceneritori
trasporti/reti le reti ferroviaria, stradale, telefonica, telematica, postale, idrica, elettrica, eccetera, sono per uno Stato l'equivalente del sistema neurale, sanguigno, linfatico, osseo, tendineo per un corpo umano, pertanto devono essere demaniali (restarlo/tornarci) e poter essere privatizzati solo i servizi che ci scorrono sopra, quando è conveniente che lo siano, pagando un canone allo Stato tutto deve andare sul mercato, le cui forze naturali decideranno quello che deve restare in piedi e dove e come, e quello che no
privatizzazioni bisogna lasciare (o far tornare) allo Stato tutte quelle attività che tendono a soddisfare bisogni della collettività, specie quando non possono per natura essere immediatamente redditizie, e tutte quelle che lasciate all'iniziativa privata finiscono per soddisfare i bisogni di alcuni a scapito di quelli di altri bisogna privatizzare tutto il possibile, anche a costo di lasciare fuori dalla fruizione di servizi chi non può permetterseli, e anche in caso di beni e servizi primari, figurarsi negli altri casi
beni comuni alcuni beni e servizi devono essere tenuti a disposizione di tutti gratis o a prezzo di costo (in primis l'acqua) ogni bene è economico e va messo sul mercato, acqua compresa - resta fuori, per il momento, solo l'aria, ma ci stiamo organizzando
welfare State da quando nasci a quando muori lo Stato deve prendersi cura di te in ogni bisogno fondamentale, devi essere costretto a ricorrere al mercato solo per il voluttuario o l'effimero tutti i servizi sono sul mercato, lo Stato al massimo supplisce con qualcosa di base-base per gli indigenti
forma della Repubblica parlamentare, con legge elettorale che tiri la coperta corta dal lato della rappresentatività, e grande attenzione all'equilibrio dei poteri democratici presidenziale, con legge elettorale che tiri la coperta corta (tanto da strapparla: ecco la portata della truffa Porcellum>Italicum) dal lato della governabilità, con forte sbilancio dei poteri a favore dell'esecutivo

Si tratta chiaramente di uno schema grossolano, che potrebbe e dovrebbe essere ampliato e dettagliato, spiegato meglio e analizzato, ma è già troppo grosso e complicato così, ai nostri fini di oggi, sintetizzabili col romanesco "famo a capisse". Tanto per intenderci, cioè, lo schema serve a dimostrare facilmente, per chi voglia testarsi o testare, la posizione di una persona o di un gruppo di persone, ad esempio un partito o um movimento politico, nel continuum destra/sinistra. Chi voglia giocarci, scoprirà di se che forse non è esattamente dove si aspettava di essere (e magari dirà che è lo schema che è sbagliato), ed avrà contezza del fatto che, se proprio ci si tiene ancora a utilizzare quel continuum, è il movimento 5 stelle a posizionarsi a sinistra per quasi tutte le dimensioni, mentre il PD lo troviamo quasi sempre a destra. La tanto decantata Unione Europea, in questi giorni "minacciata dagli inglesacci vecchi brutti e cattivi" secondo la narrazione del mainstream (francamente ogni giorno meno sopportabile, la Pravda a confronto di qualunque TG di oggi era un modello di imparzialità), risulta un filino più a destra del nazionalsocialismo. Ma più subdola.
Per cui piano con le etichette, amici, sennò vi faccio rispondere da Mario Brega: io sto coi 5stelle non "anche se" ma "proprio perchè"...


martedì 24 maggio 2016

I GATTI GUARDANO ALICE

Beh, non mi dite che non ci somiglia....
Chi ama davvero la musica non può che detestare i talent show, per la sintassi che usano e per il fatto stesso che la loro proliferazione sia al tempo stesso sintomo e causa della crisi dell'industria musicale.
Essendo argomento a me caro, ho già spesso parlato di come e perché era meglio quando c'erano i vinili e le musicassette, ma anche quando si potevano noleggiare liberamente i CD, la libera circolazione delle idee infatti alla fine sviluppa il mercato, ampliandolo verso zone che una strategia opposta (di difesa dalla "pirateria", per chiarirci) ha indotto ad abbandonare. In sintesi, se devi investire tanto per fare uscire un nome nuovo, è ovvio che preferisci andare sul sicuro rispetto al rientro del tuo investimento, quindi "sparare nel mucchio" della moda musicale del momento senza consentirsi digressioni pericolosamente "artistiche" fuori dagli schemi.
Ecco perché oggi non può venire fuori un nuovo De Andrè, un De Gregori, un Conte, ma nemmeno un Lindo Ferretti o una Cristina Donà, figurarsi un Battiato (i cui primi album erano di musica elettronica tipo Pink Floyd, sapevàtelo). Ci fossero, o si arrenderebbero ad annacquare la loro cifra stilistica, o verrebbero indotti a cambiare mestiere prima.
Se ne riparlo oggi, è per dare contezza di un'eccezione: a vincere un talent, e peraltro il più palloso e sfigato dei talent (forse non è un caso? cmq ieri ha fatto solo due milioni di telespettatori, per la finale di un talent praticamente 4 gatti, e quindi pare che l'anno prossimo lo segano...), è per la prima volta un'artista vera, una di cui probabilmente sentiremo parlare per anni (sempre che le doti che fin qui ha dimostrato di avere la aiuteranno a resistere alle tendenze omologatrici dell'industria discografica).
Alice Paba, Monina sul Fatto l'aveva detto un mese fa che avrebbe vinto The Voice, perché il gap qualitativo dagli altri era tale da resistere alla probabile loro prevalenza su altre dimensioni, anche se magari per poco (come si è visto: ha battuto per un pelo prima un piacione biondo poi uno nero, per carità bravini). La ragazza a 19 anni appena ha personalità da vendere, è in grado di mettere del suo in ogni cosa che interpreta (vedere il video in fondo per credere), e bypassa con disinvoltura il fatto di somigliare più a Peggy di C'era una volta in America che a una qualunque delle fighette che si sono affacciate allo scenario musicale dalla Tatangelo in poi. Se le canzoni che si scrive(rà) si attestano su livelli qualitativi di questo ordine, o almeno se ha l'intelligenza di una Mannoia nello scegliersi gli autori, è nata una stella. Da un programma TV di m...a, a dimostrazione che aveva ragione De Andrè nella sua Via del Campo...

venerdì 27 marzo 2015

BIMBA SE SAPESSI...

Uno dei più famosi e belli pezzi degli Stadio, tra l'altro di Dalla e Roversi ("Norisso"), si intitola "chiedi chi erano i Beatles". Tra un po' a volerlo riscrivere attualizzato si potrebbe chiedere "a una ragazza di quindici anni di età" non chi era questo o quell'artista, ma direttamente cos'erano i dischi. E poi magari "attaccargli un pippone", come si dice efficacissamente a Roma per "iniziare un discorso lungo e noioso cui l'altro è in qualche modo costretto a soggiacere", su quello che era la musica "ai miei tempi", magari usando come incipit il titolo caputiano che prendo in prestito per questo post.
Caputo ci azzecca anche perchè è attualissima una sua polemica contro quella che chiama "radiopoli" per via di una sorta di censura di cui sarebbe stato vittima a proposito del suo ultimo attesissimo album. Leggetela, è molto istruttiva: sapevo da tempo, per averlo vissuto in diretta, della deriva delle radio private da strumento di libera espressione ad arma letale (ed autolesionista) in mano ai discografici, ma un punto di vista interno è sempre utile. Sapevo da tempo, e chi non ci crede può rileggersi questo vecchio post su Contrappunti, che vi sintetizzo così: fidatevi, non è colpa della cosiddetta pirateria, è l'industria discografica stessa che prima ha creato le precondizioni per il superamento dell'oggetto "disco" (leggi digitalizzazione delle incisioni) poi ha avviato e combattuto con mezzi sempre più pervasivi una battaglia di retroguardia che non poteva che causare l'inaridimento delle sue stesse fonti di guadagno. La musica si copiava e si ascoltava liberamente, quando c'è stato il boom, e l'ultimo picco di vendite e nascita di nuovi artisti è stato quando si poteva noleggiare. La SIAE è un groviglio di interessi, fino a ieri capitanato da uno che ha avuto il culo di avere vent'anni e un po' di fantasia melodica quando, una breve parentesi nella storia musicale dell'umanità, la cosa poteva renderti ricco per generazioni, e non ha avuto nemmeno il buongusto di pagarci tutte le tasse. In futuro, ma già oggi, chi vuole campare di musica sale su un palco e si suda la paga, ed è giusto così.
Sergio Caputo l'aveva capito subito, e per dodici anni è stato a guadagnarsi la pagnotta negli USA suonando dove ne capiscono, è tornato solo quando un club romano lo ha scovato laggiù, e ha scoperto che quaggiù in tanti non lo avevamo scordato. L'ho già rivisto in concerto due o tre volte, se mi capita quest'anno ci rivado, ma chi non l'ha mai visto cerchi di non perderselo. Qui le date, questo il primo "singolo" del nuovo album:

mercoledì 23 luglio 2014

DA CAPA CAPITA DI CAPIRE

Ho capito che c'è chi ha capito che se vuoi campare di musica non devi vincere i premi di qualità devi sudare sui palchi, che l'era dei dischi è finita ed è stata solo un breve intervallo, e che per riempire le platee devi sempre dare qualcosa di più di quello che uno può avere gratis o quasi scaricandosi il disco dalla Rete, e magari ogni volta qualcosa di diverso.
Ho capito che se fai divertire saltando come pazze migliaia di persone su musiche indiavolate e pompate cui hai messo dei testi invece tristi e/o incazzati e/o di lotta, vuol dire che tu sei paraculo, amabilmente per carità e anche sacrosantamente (perché se non campi di musica devi farlo d'altro e se gli artisti non fossero mai riusciti a inventarsi queste cose avremmo avuto molta meno bellezza nella storia dell'umanità), ma anche che forse qualcosa passa, magari omeopaticamente, e anche che il Leviatano capitalista ha enzimi per digerire e disinnescare il dissenso anche per queste strade.
Ho capito che la legge di Murphy opera anche ai concerti: puoi capitare o sottovento a quello che ne fuma una appressa all'altra, o dietro a quello che si mette sulle spalle il figlio o la fidanzata, o davanti a quello che te le canta tutte nelle orecchie stonato e fuori tempo, o accanto a quelli che bevono urlano chiacchierano insomma fanno tutto tranne che seguirsi il concerto e lasciartelo seguire a te, o anche una combinazione di questi e altri eventi fortemente disturbanti ma mai dico mai circondato da gente che come te vuole solo ascoltare e divertirsi (quindi anche ballare o fare i cori, per carità...).
Ma soprattutto dopo tre ore in piedi nel fango (quindi impossibile sedersi a terra anche solo un pochino), il mal di schiena mi ha fatto capire che non ho più l'età, e il bellissimo concerto di Caparezza (un vero spettacolo iperteatrale, per tutti i sensi, già lo sapevo, ma Michele Salvemini ogni volta riesce a essere originale) è stato l'ultimo di cui compro il biglietto senza che ci sia o la poltrona numerata o almeno gli spalti o i tavolini con le sedie (come a Eutropia, dove abbiamo assistito a una commovente e vabbé anche un po' patetica reunion dei CSI senza Lindo).
Il video appresso lo posto senza nemmeno chiedere se è licenziato, tanto la qualità relativa può al massimo farvi venire voglia di andare al concerto, come vi invito caldamente di fare se il tour passa dalle vostre parti.

lunedì 2 dicembre 2013

GIOVANI SENZA ZAPPA

"Gli articoli dei giornalisti di musica rock sono scritti da gente che non sa scrivere,
che intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere
" - Frank Zappa
No, non è un invito ai tantissimi ragazzi disoccupati di ridedicarsi all'agricoltura. E' che scopro ascoltando Radiodue che il 4 dicembre 2013 fa vent'anni giusti giusti che è morto, quindi molti ragazzi forse non sanno nemmeno chi sia, l'incommensurabile Frank Zappa; nel programma tra l'altro veniva intervistata (la classica "marchetta", e va bene, si comprano così pochi libri, ce stà) l'autrice di un libro in uscita in questa occasione, che metteva le mani avanti con un cenno autoironico, qualcosa tipo "adoro Frank Zappa ma non sopporto gli zappiani".
L'artista siculoamericano è stato immenso non solo per qualità: la sua discografia è infinita. Io l'ho affrontata "da grande" dopo che un amico, uno che vent'anni fa un amico comune mi aveva presentato come "eccoti finalmente uno che ha gusti musicali più strani dei tuoi", mi ci ha introdotto tramite due C-90 (questa non ve la spiego, se siete giovani peggio per voi), il sistema con cui ai tempi nostri girava la conoscenza musicale (e funzionava: i discografici non si erano ancora incartati nella inutile lotta alla pirateria). Non essendo il mio faticoso approccio postumo sufficiente a dire qualcosa di sensato, in assoluto figurarsi di un personaggio così, non potevo che chiedere a lui, che solo per comodità (come nella cronaca nera si usa per i minorenni) chiameremo Ivano, un contributo che lo celebri in modo sufficientemente degno.
Gli lascio dunque la parola, non prima di avere fatto un altro paio di precisazioni:
  • non condivido il giudizio di "Ivano" sugli E&LST, che possono non piacere ma sono davvero talmente legati al Nostro (persino Scaruffi dixit) nella formazione musicale (per quanto ad anni luce negli esiti, della cui cosa sono i primi ad essere consapevoli) che non solo possono osare di suonarne di tanto in tanto qualche pezzo (questo ad esempio, qui l'originale) ma addirittura con dentro uno dei musicisti "fissi" (dove le virgolette sono obbligatorie, per una carriera multiforme così) del loro emulo, o alle celebrazioni ufficiali come quella del 18 dicembre prossimo a Milano;
  • c'è in Italia un'altra band che ha il coraggio di proporre, stavolta con costanza, un classico zappiano come Peaches in regalia nel suo repertorio: è l'ensamble, anch'essa mutante e multiforme, di Daniele Sepe.
Detto questo, proviamo a sfidare "Ivano" a definire l'indefinibile, e magari a estorcergli alcune "dritte" per cominciare a conoscerlo: se anche pizzichiamo un solo nuovo adepto, il dio della musica se esiste ce ne renderà merito.
---
Come descrivere Zappa in poche righe e portarlo a conoscenza di colui che nulla sa oppure lo conosce solamente come il nume tutelare degli infami Elio & le Storie Tese? Innanzitutto  il Maestro di Cucamonga non è:
  • un musicista pop;
  • un rockettaro;
  • un virtuoso della chitarra;
  • un compositore classico;
  • uno scrittore di untuose canzoni da pomicio stile anni 50;
  • un teorico;
  • un pornografo sotto false spoglie.
Egli è la quintessenza di TUTTE queste cose, nello stesso tempo! E anche molto altro di più.
Detto così non significa nulla, lo so, ma il bello è proprio questo: Frank Zappa non si può descrivere.
Occorre tempo, pazienza, cultura… ed anche una certa predisposizione a farsi prendere per il culo, per esplorare l’opera di uno dei più grandi geni del secolo scorso. Quando parlo di opera non intendo soltanto musica: quanti sanno che FZ è stato scrittore sarcastico e (para)regista? Oppure discografico indie antelitteram e scopritore e valorizzatore di talenti (non solo musicali: date un’occhiata alle copertine dei suoi dischi)?
Il cuGino si sta spazientendo ed attende una minimale playlist; cedo malvolentieri alla sua richiesta, certo della maledizioni che mi invierà Zio Frank dalla sua tomba: egli non ammetteva “spezzettamenti” della sua arte (o per meglio dire della sua vita). Ecco 7 titoli per l’ignorante in materia che, sono sicuro, resterà altrettanto ignorante dopo averli ascoltati:
  1. The world’s  greatest  sinner (dall’album Cucamonga years, primi anni 60), ovvero lo Zappa prima di Zappa. Accreditata a tali Baby Ray & The Ferns, questa orribile canzoncina lo vede nelle vesti di compositore e produttore. Faceva parte della colonna sonora di quello che le classifiche specializzate considerano uno dei film più trash di tutti i tempi. Se tutto questo vi sembra strano e assurdo… state entrando nell'ottica zappiana;
  2. Hungry freaks daddy (da Freak out, 1966): qui comincia lo Zappa vero e proprio. Anche se detesto dirlo, bisogna contestualizzare: quella che adesso sembra una canzone (quasi) normale, all'epoca dell’uscita fu un vero e proprio pugno nello stomaco ai danni dell’ascoltatore medio;
  3. Nine types of industrial pollution (da Uncle meat, 1969); ogni tanto qualche buontempone, pur riconoscendo a Zappa il valore musicale, ne sminuisce quello strumentale. In poche parole dice che come chitarrista non era un granché. Per zittirlo fategli ascoltare questo brano;
  4. Ella guru (da Trout mask, replica Captain Beefheart & the Magic band 1969): Zappa fu il produttore dell’opus magna del suo antico amico-rivale Don Van Vliet. Racconta la leggenda che fu inciso in una sola notte mentre FZ stava dormendo. Anche in questo Zappa fu grande: trovatene un altro che incide un capolavoro senza metterci niente ma proprio niente di suo…;
  5. The torture never stops (da Zoot allures, 1976); si può tranquillamente definire come la Quinta Sinfonia di Zappa. Come il capolavoro beethoveniano, lo riconosci dopo le prime tre note. Dal vivo era uno dei must del nostro: versioni dilatate fino a 20 minuti con assoli di chitarra strappabudella;
  6. When yuppies go to hell (da Make a noise jazz here, 1991); mi sono sempre chiesto che tipo di musica avrebbe fatto se non avesse incontrato la signora con la falce. Un indizio può darlo il disco in questione, inciso dal vivo con la sua ultima band, forse la migliore di tutte. Ultrarock polidimensionale, indefinibile nelle forme e nella classificazione ma non nel piacere d’ascolto. Un vero e proprio “viaggio” senza alcun bisogno di stupefacenti;
  7. Waffenspiel (da Civilization phase III, 1994); qui finisce il viaggio terreno di Zappa. La musica cessa e rimangono soltanto spari, squitti di uccelli e lontani latrati di cani. Toccante come non lo è mai stato.

giovedì 15 novembre 2012

SETTANTA MI DA TANTA...

... e poi ci dicono "tutti sono uguali, tutti rubano alla stessa maniera",
ma è solo un modo per convincerci a restare chiusi dentro casa quando viene la sera
Negli anni 70 tutto era politica, e forse era esagerato. Iniziavo così uno dei paragrafi del post scorso, che prima e dopo seguiva una sua strada, ma l'accenno lasciava dei fili appesi che vanno ripresi, anche vista la cronaca di questi giorni e alcuni commenti in cui mi sono imbattuto. Li prendo uno per uno, sembrano lontanissimi, e invece forse la trama può essere ricostruita, vediamo un po'...

I cantautori dal processo a De Gregori a Battiato assessore
Sono oramai gli unici o quasi in Italia a campare coi dischi, perché quelli che li hanno scoperti da adolescenti ora sono tra i pochi che ancora hanno un lavoro fisso e i soldi per un CD. La miopia dei discografici impedisce loro di vedere che il boom di quegli anni fu dovuto proprio alla libera circolazione del prodotto (lo so, c'ero: per un LP che compravo ce n'erano dieci che mi facevo la cassetta, e così tutti i miei amici, ma il risultato è che tutti sapevano tutto delle novità, grazie a ciò e alle radio allora veramente libere), tanto è vero che un altro piccolo boom ci fu proprio quando i cd si noleggiavano legalmente, vent'anni dopo, poi è solo lotta alla pirateria, vendite a picco, e investimenti solo sul sicuro (talent show, radio massificate) con conseguente appiattimento del prodotto. Risultato, l'ultimo salto in avanti resta quello degli anni 70, una differenza tale col decennio precedente che non si è più vista nemmeno in piccola quota. Prima, amore cuore e arrangiamenti convenzionali, poi, testi sofisticati e/o impegnati e tantitipidipoprock. La musica che cantavi faceva la differenza, con tuo padre, era parte integrante di quella messa in discussione del "sistema" che nessuno metteva in discussione fosse dovuta da parte di un "giovane", anche di quelli che poi il sistema lo avrebbero ricostruito e consolidato. Magari erano proprio quegli integralisti che "sequestrarono" De Gregori al Palalido costringendolo a un dibbbattito in cui lo accusavano di essersi "disimpegnato", quelli che poi "sono entrati in banca", per usare una efficacissima metafora di Venditti per dire integrarsi fino a prendere le leve del potere. Ma non è che la canzone d'autore è morta o forse siamo diventati sordi noi, è che qui come e prima che altrove è stata attuata la trasformazione dell'entità collettiva "pubblico" in una somma di entità individuali di consumatori, prima di commettere una serie di autogol di politica industriale, che da questa intervista a Guccini si evincono benissimo.

Il piano di Gelli per l'instupidimento delle masse e il berlusconismo
Quegli stessi ragazzi che capivano di musica e testi, e parlandone e scambiandoseli come sottoprodotto creavano un mercato che ancora cresce, capivano o almeno tentavano di capire di politica e società, e parlandone e magari anche dicendo scemenze e litigando come sottoprodotto creavano un elettorato consapevole, difficile da ingannare. I più furbi e arrivisti tra loro fecero carriera politica, spesso attraversandone tutto l'arco da sinistra a destra, ma è alla presenza di tutti gli altri che si devono tutti i progressi che ci sono stati nel rapporto tra Stato/PA e cittadini specie negli anni 90, e se guardiamo alle due epoche come confrontando due istantanee non sono pochi. Ovvio che tutto ciò è pericoloso per chi ha intenzione di gestire il potere senza democrazia, o al massimo usandola come efficace paravento. Quando furono scoperti nel sottofondo della sua valigetta i piani di Gelli e della sua loggia P2, in pochi avvertirono quale era la parte più pericolosa, o non si sarebbe potuta avverare: era quella in cui si teorizzava la presa di controllo della televisione allo scopo di ridurre progressivamente la consapevolezza politica dei cittadini, al punto di trasformarli in consumatori di tutto, dalla merci allo sport alla cultura stessa, passando per la politica.  La trasformazione culturale delle persone venne prima della famosa discesa in campo, ed il fatto che il tizio abbia governato praticamente solo per salvarsi il culo è un danno enorme, praticamente sufficiente a spiegare perché oggi hanno avuto la scusa di chiamare i tecnici, ma non è il maggiore: questo è di nuovo la trasformazione culturale di cui sopra, che oggi garantisce che morto politicamente uno la ggente se ne cerchi un altro, magari formalmente di un'altra parte politica. Le primarie del PD sono un esempio: poche le differenze di sostanza tra i cinque, nessuna quando si va sugli argomenti che interessano il vero Potere - Monti non sarà un criminale, ma nessuno ne discute seriamente la linea politica. Ecco che allora Grillo forse è indispensabile: raccoglie berlusconianamente i consensi di un elettorato trasformato dal berlusconismo, e però costringe chi vuol fare politica attraverso il suo movimento a comportamenti eticamente compatibili con una ritrasformazione dell'elettorato in senso diffusamente partecipativo.

Il movimento 5 stelle e la legge elettorale
Il consenso raccolto in questi mesi da Grillo è imputabile, però, oltre che al suo modo di operare efficace su quelli che siamo diventati, anche al fatto che è rimasto praticamente solo all'opposizione. Questa crescita così rapida però comporta dei problemi, come dimostra la giravolta cui è stato costretto sulla questione voto di preferenza e legge elettorale: dopo anni di lotta per abolire il porcellum e reintrodurre le preferenze, con tanto di raccolta riuscitissima di firme per una proposta di legge vergognosamente mai discussa dalle Camere, si trova oggi a doverlo difendere, perché questi si sono decisi finalmente a cambiarlo ora che si sono accorti che poteva consegnare la premiership proprio al comico genovese. Presi col sorcio in bocca, si stanno affannando a cercare un compromesso che la faccia meno sporca ma persista nell'obiettivo di lasciare l'Italia ingovernabile e quindi in mano a un Monti bis, ma a questo punto l'unica cosa sensata, quindi quella che non faranno, sarebbe semplicemente abrogare la Calderoli e andare a votare col mattarellum: sbagliata la lotta per la reintroduzione delle preferenze, che chi ha la mia età ricorda benissimo cosa significavano per il clientelismo e la selezione pessima della classe politica, bisogna puntare senza esitazioni a un maggioritario uninominale a doppio turno di collegio, unica soluzione che dia governabilità senza regali ingiustificati a coalizioni o partiti e insieme ridìa la possibilità di scelta al cittadino senza reintrodurre il voto di scambio al dettaglio e mantenga la dialettica tra i partiti però limitandola ai 15 giorni tra i due turni e non riportandola al mercato delle vacche di pentapartitica memoria. Se Grillo vuole reggere alla crisi di crescita prossima ventura, deve ascoltare questo consiglio insieme ad altri di amici più importanti con cui fa scopa: questi di Travaglio per quanto riguarda i comportamenti, questi di Chiesa per quanto riguarda le alleanze.

La partecipazione politica e il modello PCI
Comunque vada a finire la sua avventura politica, il maggior merito del grillismo è però proprio quello di aver riportato in voga la partecipazione politica diffusa. Io personalmente sarei addirittura per il sorteggio dei 500 membri di una Camera unica in un serbatoio di elettorato passivo cui accedono tutti i maggiorenni escluse poche precise categorie (disabilità mentale certificata, condanna anche solo in primo grado, due mandati già effettuati, cose così insomma), cui si potrebbe pescare col filtro della residenza anche per i consigli comunali e metropolitani, mentre le regioni le abolirei tout-court e le province le lascerei tutte ma ai Prefetti in quanto enti amministrativi e non politici. Ma anche volendo mantenere il voto, che rispetto alle elezioni a sorte peggiora in ogni caso significativamente la composizione statistica della platea degli eletti (privilegiando gli arrivisti e i disonesti), i criteri di selezione della classe politica che verrebbero fuori estendendo ex-jure quelli stabiliti da Grillo per i suoi (antidemocraticamente, per chi usa le parole in senso strumentale, mentre quella buffonata delle primarie sarebbero democratiche) sarebbero decisivamente salutari per il nostro Paese: senza la rieleggibilità dopo il secondo mandato la politica non potrebbe più essere un mestiere per la vita, senza contributi elettorali da dilapidare e con un tetto ai compensi per l'attività (ma si badi bene, da NON eliminare o rendere insignificanti, pena ridurre la politica a un affare per ricchi anche in diritto oltre che di fatto) non potrebbe più essere un terno al lotto, con lo stop alla prima condanna (o anche incriminazione perché no) non potrebbe più essere un sistema per sottrarsi alla giustizia, con l'embargo ai talk-show non potrebbe più essere uno spettacolo per decebrati o una via per la fama, eccetera eccetera. E soprattutto, così facendo diverrebbe quasi (con il sorteggio togli il quasi) una possibilità concreta per ogni cittadino di dover fare politica attiva per un breve periodo una volta o l'altra nella vita, ri-inducendo pian piano tutti a porsi il problema di farsi trovare pronti al servizio, una volta tolta di mezzo l'idea che sarebbe solo il mezzo più rapido per arricchirsi, magari facendo leva su doti tutt'altro che pertinenti com'è nella seconda repubblica.
Un modello del genere è anche nella mente di gente come Jacopo Fo, che vorrebbe riprodurre in chiave contemporanea la rete olistica del vecchio Pci, o nei progetti concreti di Occupy Wall Street, ma in Italia bene o male lo stanno attuando solo quelli del Movimento 5 stelle, ed è questa la loro più grande dote.
Le proteste di piazza se fatte male sono persino controproducenti, anche perché dall'altra parte seguono ancora gli insegnamenti di vecchi maestri della strategia della tensione e incentivano le peggiori derive per avere la scusa di farti male e metterti fuori gioco (come fu per i no-global con Genova), inutile giocare a capovolgere PPP. Le prime voci fuori dal coro del monopensiero monetarista cominciano a farsi sentire, tocca farsi trovare pronti per quando lambiranno l'Europa, altrimenti sarà inutile. Ricordatelo, ragazzi, loro vi hanno voluto ignoranti, la prima arma invece è sapere le cose.

La Geo-politica innanzitutto
E' la cronaca di questi giorni a darci lo spunto per una chiusura delle fila. Se Grillo non vuole dilapidare quanto ottenuto fino adesso, se vuole davvero avere una possibilità di incidere sul futuro di questo Paese, è il momento che faccia i nomi. Il programma ce l'ha, ma a parte il suo faccione e la chioma del suo amico, si sa poco di chi altri sarebbe in una sua ipotetica squadra di governo. Io vedrei bene Ministro dei Lavori pubblici e dell'Ambiente Mario Tozzi, ma è solo un esempio suggerito dall'aver visto per l'ennesima volta in pochi anni la Natura essere trasformata in un killer dall'incuria e dall'incoscienza con cui abbiamo gestito il nostro territorio. Un programma eccezionale di recupero idrogeologico, edilizio, agricolo, e di microproduzione energetica, un piano di piccole e medie opere pubbliche che keynesianamente si ripagano da sole, e riducono il rapporto debito/PIL mentre danno da mangiare a tanta gente e aggiustano l'Italia: questo ci serve, questa deve essere la parola d'ordine con cui vincere le prossime elezioni. Quando questa cosa funzionerà, e non funzionerà (niente lo farà) senza una lotta alla corruzione senza quartiere, gli speculatori capiranno, l'Europa capirà: il sospetto è che mercati finanziari e UE siano già oggi solo una foglia di fico per gente dalle cattive intenzioni e da nessuna idea (oltre a quella di arricchire i pochi a danno di tutti gli altri). Chissà se da questa nuova "fabbrica Italia" non nascerà di nuovo anche buona musica...

 

venerdì 19 ottobre 2012

C'ERA UNA VOLTA UN RE

Il gioco di parole col re della foresta è ridicolmente elementare, ma rivedere C'era una volta in America sul grande schermo non può non ricordare che Sergio Leone era il re del cinema, e morto lui il trono è rimasto vacante.
Già a rivederlo tante volte in TV il lunghissimo capolavoro del cineasta italiano non solo non stanca mai, ma ogni volta regala un nuovo particolare, una nuova chiave di lettura, una metonimia nascosta o un qualcosa sullo sfondo che ti hanno reso credibile qualcosa che con la mano di qualsiasi altro regista sarebbe apparsa forzata.
Poi, la visione di questa versione regala 28 minuti di tagli reintegrati, che da un lato rendono ragione di intrecci narrativi che la visione precedente lasciava nel dubbio, e talvolta aggiungono contenuto come nel dialogo con l'autista prima di andare a prendere Deborah per la famosa cena e il triste dopocena, dall'altro rendono ulteriore merito a Leone evidenziandone la maestria anche nel sottrarre. Nessun altro film, forse, può incollare alla poltrona tanta gente per quasi 4 ore e mezza e poi costringerla all'applauso all'una di notte di un giorno lavorativo quasi trent'anni dopo la sua prima uscita nelle sale, nonostante un particolare tipo di lentezza che è come un marchio di fabbrica, e grazie anche a un dominio dell'intreccio spaziotemporale dei piani narrativi che ha del prodigioso e regge a qualsiasi test.
Ma in più, la visione cinematografica, che molti non hanno mai fruito per mere questioni anagrafiche, offre rivelazioni sulla fotografia, la cura dei dettagli nelle ambientazioni, il movimento della macchina da presa, che nessun blu-ray nemmeno visto sul migliore schermo casalingo possibile consente. E basta questo a spiegare perché l'industria cinematografica soffra la pirateria meno di quella discografica, ovviamente a patto che il prodotto valga abbastanza. E questo film, poche chiacchiere, è, il Cinema: chi non l'ha mai visto è come chi non ha mai avuto una colica renale rispetto al dolore, non sa cosa sia, quindi se vuole sapere cos'è il cinema, cerchi di non perdersi la proiezione di sabato e domenica prossimi, oppure almeno si procuri un buon DVD di questa pietra miliare. Visto il quale, vi assicuro, condividerete con noi vecchi amanti della saga di Noodles e Max il giusto parametro con cui misurare la cinematografia odierna.

venerdì 14 settembre 2012

TU SEI UN... AH..AH..

...per spocchia chiamato Artista...
Adoro diciamo l'80 per cento delle canzoni di De Gregori fino all'84, e alcune di quelle del decennio successivo, e il fatto che di quelle scritte dopo fatico a ricordarne qualcuna decente non è significativo, trattandosi di un fenomeno abbastanza diffuso di calo d'ispirazione cui fanno eccezione solo pochissimi artisti (ad esempio, De Andrè), in questo mio mettere le mani avanti: sto per stroncare un documentario su di lui, non lui come cantautore. Anche se proprio quest'ultima parola è il punto d'appoggio per alcune possibili critiche al De Gregori persona, così come si sospettava fosse ed è emerso chiaramente proprio dal documentario stesso.
Che Francesco De Gregori - Finestre rotte non fosse granché ce lo si poteva aspettare già leggendo la recensione di mymovies, ma anche partire (come a me non è successo, avendola letta dopo) con aspettative più basse non evita in questo caso il rischio che durante la visione si rompano anche altre due cose oltre che le finestre del titolo. Si tratta infatti di immagini girate durante la tournée estiva 2011 e giustapposte quasi senza interventi, e soprattutto senza uno straccio di idea di storia, se non la tesi (predichiarata in sala dal regista Pistolini) di voler raccontare De Gregori al presente rinunciando al biopic. Purtroppo però il racconto non c'è, nemmeno solo al presente, anzi forse gli unici momenti interessanti sono quando De Gregori rievoca qualcosa (il processo al Palalido nel 76, la gioventù al Folkstudio) o canta (qui uno dei pochi pezzi che ci lasciano sentire dall'inizio alla fine, bontà loro, ché se avessero almeno lasciato parlare la musica i soldi del biglietto sarebbero stati ben spesi maledizione...). Il punto è che De Gregori è schivo e antipatico, lo sanno tutti quindi doveva saperlo anche chi si apprestava all'impresa, preparandosi a fronteggiare la cosa: invece no, va bene non edulcorare, ma dalla visione del film il "principe" ne esce davvero decisamente odioso.
Come quando ammette di non essersi mai sforzato per fare questo mestiere, ma con l'atteggiamento che potrebbe avere (e non ha) Federer col tennis, e senza riconoscere di aver avuto semplicemente culo, il culo di trovarsi a 18 anni e con una chitarra in mano nel momento storico più favorevole di ogni tempo e luogo alla cosa, il che gli ha consentito di diventare miliardario -  andasse a dirlo ai ragazzi che oggi, in un mondo rovinato dalla miopia delle case discografiche (e non, si badi NON, dalla pirateria), tentano di fare musica sapendo che i dischi bisogna regalarli (e manco basta più: questi ad esempio ti pagano pure...) e se ce la fai devi campare di concerti. Oppure quando dice che l'etichetta cantautore non gli è mai stata bene, è una parola bruttamente composta, lui se proprio si deve definire preferisce chiamarsi artista. Non perché non lo sia, beninteso, le vette della sua produzione passano abbondantemente la soglia sotto la quale al massimo è artigianato, ma se me l'avesse detto in faccia, gli avrei chiesto serio (ammesso di riuscire a non ridergli in faccia) "scusa, ti posso toccare?", e poi gli avrei spinto via il gomito come Totò all'onorevole Trombetta. Siccome tra noi c'è la giusta distanza che c'è tra un artista della canzone e un anonimo appassionato di musica, peraltro da sempre irritato dal suo storpiare le proprie canzoni (vabbè che sei un suo seguace, ma ti volevo ricordare che non sei Dylan, ciccio!), uso il mio piccolissimo blog per mandargli un messaggio, per voce di un suo collega che per sua fortuna si è sempre preso meno (e neanche tanto meno) sul serio. Qui in un vecchio video dove compare anche un altro personaggio misteriosamente (De Gregori gli deve tantissimo) neanche citato nel documentario di cui sopra...


giovedì 1 marzo 2012

IL RISOTTO ERA UNO SPUTO

Giuro che ho una foto di me adolescente identico
a Lucio in questa tratta dalla copertina di Cambio
Parafrasando una delle più celebre battute di Woody Allen, Dalla è morto, De Andrè è morto, e neanch'io mi sento tanto bene. Lucio ci ha lasciati tre giorni prima del suo arcinoto compleanno, che sarebbe stato il numero 69: "peccato era un bel numero", avrà pensato morendo, oppure - visto che probabilmente usava il conteggio di mia nonna - "giusto così, non volevo entrare nei settanta". Mi posso permettere questa ironia perché so che il tipo l'avrebbe addirittura pretesa, e sono felice per lui che sia morto di botto, mangiando, la mattina dopo aver cantato all'ennesimo concerto di una carriera lunga mezzo secolo. C'è solo una morte migliore, ma è più egoista (qualcun'altro/a si traumatizza). Inoltre, a differenza che per altri, nessuno aveva già preparato il coccodrillo, nemmeno Fabiofazio che ora sarà costretto a uno special Faber-style anzichè al modello jetattorio Jannacci/Fossati che gli viene tanto ma tanto meglio. Allora, in virtù di una "conoscenza intima" con il cantautore bolognese, iniziata da bambino quando conduceva Gulp, fumetti in tivvù cantando la sigla finale (lettera iiics, qual'è il segreto di Asteriiix?), il coccodrillo biografico glielo scrivo io, di getto se mi credete (e se non mi credete... sti... ahem!).
Lucio Dalla nasce il 4 marzo 1943, e questo lo sanno tutti perché è il titolo del suo brano più noto, anche se ne ha scritti centinaia di quasi altrettanto famosi. Da ragazzino suona in orchestrine jazz, e poco più che ventenne esordisce come "urlatore" con un 45 giri dal titolo Paff-Bum. Fa comparsate poi piccole parti al cinema, e intanto si fa largo come interprete grazie a una fisicità particolarissima, che ispira simpatia immediata anche nei bambini (vedi sopra). A Sanremo canta ancora, e qualche anno dopo è il successo: sfiora la vittoria con la canzone scritta dalla paroliera Pallottino che personalizzerà per sempre grazie al titolo/data, poi porta Piazza grande di Ron, che canta invece la sua Il gigante e la bambina (i due sono già più che amici, in tempi in cui non si poteva dire), pezzi ancora tra i più karaokati di tutti. L'anno Sono anni in cui vende tanti dischi, e sforna brani di successo come La casa in riva al mare, Il cielo, Anna Bellanna, Ma a Lucio non basta: nasce dal jazz, viene dal blues e dal soul - suonava le cover di James Brown con un gruppo chiamato gli Idoli (ho un live pubblicato molti anni dopo) - e fiuta che per la musica leggera italiana è venuto il tempo di un'aria nuova. E' fra i primi a cambiare strada, e paga la scelta con anni di fame vera: già nell'album Storie di casa mia, quello di 4 marzo, infila pezzi come Il bambino di fumo e Il colonnello che fanno presagire la svolta. Nei primi anni 70 pubblica tre capolavori assoluti, due che hanno venduto pochissimo (Il giorno aveva 5 teste e Anidride solforosa), uno che lo rilancia (Automobili, quello con Nuvolari e la futurista Mille miglia prima e seconda), scritti a 4 mani col poeta Roberto Roversi.
Fu allora che lo vidi dal vivo la prima volta: suonò alla Festa dell'Unità a Reggio Calabria, avevo 13 anni, lui aveva le pezze al culo, era venuto in treno e meno male che la villa comunale era vicina alla stazione. Era già matura la svolta della sua carriera, stava già scrivendo i suoi primi testi per l'album della consacrazione definitiva. Comprai Com'è profondo il mare pochi giorni dopo la pubblicazione, con i soldi racimolati a Natale, a dicembre del 1977. Era il mio primo vinile. Parlo per chi ha meno di trent'anni: comprare un vinile era un'esperienza. Costavano cari, con gli amici ci si divideva l'incombenza in base ai gusti e poi ci si faceva le cassette: non è vero che la pirateria è figlia dell'informatica, sono quei cretini dei discografici che oggi pretendono di venderti caro e amaro un pezzettino di plastica che si sente uguale a quanto scarichi gratis - allora ti vendevano un oggetto che non potevi duplicare. Io conservo tutti i miei vinili come reliquie, sono come nuovi e si sentono ancora benissimo, molto ma molto meglio dei CD (grazie anche allo stereo dell'epoca, perfettamente funzionante perché prodotto in tempi antecedenti a quelli dell'obsolescenza programmata e del consumo di massa), e di tutti i più belli ricordo perfettamente, come fosse adesso, l'emozione nel tagliare la plastica, sfilare il disco, e ascoltare le prime note sfogliando la copertina. Ricordo esattamente cosa pensai alla schitarrata iniziale di The Joshua tree, a quella a tradimento dopo pochi secondi di Love over gold, agli effetti di The final cut, e al fischio di Com'è profondo il mare.
Negli anni 70 e 80 Dalla sfornò solo capolavori, nel 79 io e mio cugino Filippo per poter vedere Dalla e De Gregori in Banana Republic ci dovemmo appollaiare sul muro di cinta dello Stadio comunale di Reggio, in tre anni da decine di spettatori a decine di migliaia, pericolosamente sporgenti con le schiene su un baratro di venti metri. Filippo e io qualche anno prima ci eravamo scambiati i regali della prima comunione, lui a me una racchetta io a lui una chitarra, così adesso i pomeriggi passavano lui suonando io cantando le meraviglie di allora, da Bennato a De Gregori, da Guccini appunto a Dalla. Ma anche gli anni seguenti hanno visto Lucio, pur se via via a tratti impersonante come tanti altri una caricatura di se stesso, uscire con gioiellini nascosti magari dentro album dalla qualità media nettamente inferiore, perché anche la creatività di un genio ha andamento di parabola: Apriti cuore, Siciliano, Ayrton, per dirne alcune. E sono andato a rivedere a teatro lui e De Gregori con un filo di preoccupazione, felice di essere smentito: hanno proposto una scaletta di perle, senza cedere alla tentazione di promuovere gli ultimi dischi.
Tra questi capolavori sono indeciso se salutare il mio amico scomparso con Siamo Dei o l'altra qui sotto: tra il dissacrante e il romanticamente significativo scelgo quest'ultimo perché riconosco che oggi è giusto prevalga la tristezza. Ma prima aggiungo un'altra noticina autoreferenziale, con un pensiero e un abbraccio a un altro amico (solo fisicamente) lontano: Antonello. Eravamo compagni di banco al liceo, al primo banco perché avevamo capito che era il modo migliore per farsi i cavoli propri senza farsi beccare, e io gli scrivevo sul diario i testi delle canzoni, che ricordavo a memoria. Facevo già il DJ in radio, erano tempi d'oro, e ne sapevo parecchie, ma spesso insistevo con Dalla anche perché era il suo preferito, e talvolta la memoria mi tradiva, ma da buona norma radiofonica piuttosto che lasciare il rigo bianco improvvisavo qualcosa di metricamente azzeccato. Fu così che il verso di Cara "io lì sotto ero uno sputo" diventò il titolo di questo post, e io ancora oggi quando sento quella magnifica canzone d'amore immagino Lucio Dalla sudato, peloso col cappellino di lana in pieno agosto, che sputa nel piatto, lì accanto un bicchiere di rosso di Pellaro. Sono 35 anni che come due scemi io e Antonello quando ci vediamo ricordiamo questa cosa e ci spanziamo di risate: ti abbraccio amico mio, salutiamo assieme il nostro amico Lucio con un brano dal titolo che non è un modo di dire.



p.s. Dimenticavo: con Antonello eravamo in prima fila al concerto di Dalla davanti al Botteghelle, che di li a qualche giorno avrebbe visto l'esordio in A1 della Viola Reggio Calabria di Basket proprio contro la Virtus Bologna. Sapendo che era un appassionato di pallacanestro e grande tifoso virtussino, avevamo deciso di provocarlo urlando tutti in coro Forza Viola ad ogni cambio di canzone. Dopo 4 o 5 volte, forse anche perché aveva capito che era l'unico modo per zittirci, Lucio rispose: "a parte che forza Viola sono d'accordo anch'io. Io sono un grande giocatore di basket, lo sapete? gioco pivot! e spero che la Viola faccia un gran campionato, a parte ovviamente la prima partita". Ho il nastro, se riesco lo digitalizzo e posto, per ora fidatevi. La Viola battè la Virtus, che qualche anno appresso la salvò da un fallimento che dopo qualche anno ancora avrebbe accomunato il destino di entrambe le squadre. La Virtus è tornata in serie A, la Viola è rinata e prima o poi ce la farà: Lucio, uno dei nostri cori al palazzetto era "noi non moriamo mai".

venerdì 23 dicembre 2011

IL SENSO DEL NATALE, IN MUSICA

Il 30 dicembre a Barcellona Pozzo di Gotto c'è il Bonarma Day,
concerto a favore degli alluvionati di serie C: se non puoi andarci,
manda un contributo...
Di questi tempi di solito mi abbandono a disquisizioni antinatalizie o per via religioso/filologica (la festa di Mitra o del Sole che nasce) o per via anticonsumistica, ma quest'anno alcune novità sul piano privatissimo (che quindi non vi dico, al che voi potreste interpellare il Grande Capo di Lillo e Greg...) mi inducono a fare per la prima volta gli auguri di Natale ai miei (pochi) lettori, e non c'è modo migliore che in musica.
Parlando di musica e affini, da queste parti si parla di musica pop (nel senso ampio del termine, quello anglosassone, che include molti altri che da noi ci ostiniamo a chiamare generi: dal rock all'autorale alla world arrivando anche a includere in parte blues e jazz), perché la classica non ci arrivo e la lirica non la sopporto, anche in quanto espressione del peggior lato del carattere italico. E se ne parla un po' così, a caso, proprio come quando si facevano i regali di Natale a tutto il parentado, e a zio Tizio toccava sempre lo stesso portachiavi.
Ho visto Patti Pravo dal vivo alla Stazione Birra. Il fatto che una anziana signora vada in tournée per i club di tutta Italia significa due cose: 1) stiamo parlando di una persona dalla vitalità anomala, magari non sempre naturale ma niente moralismi, che purtroppo non ha solo questo modo di non arrendersi al passare del tempo (condivide infatti con altre dive anche più giovani un'eccessiva confidenza coi chirurghi, ma appena ti ci avvicini pensi che lei il suo lo dovrebbe denunciare) - 2) se anche hai venduto milioni di dischi ma non sei l'autore non campi di rendita, e sei sei ancora in grado e ti piace vai in giro a sudare, altrimenti ti affidi solo alle comparsate televisive festivaliere e non (e per fortuna non è il suo caso, mitica Strambelli).
Non ho visto Enzo Jannacci da Fabio Fazio: sapevo già (sono anni che l'ex imitatore ripete se stesso) che sarebbe stata una cosa tipo quella di De André ma col de cuius ancora vivo, una roba da grattarsi a sangue i cosiddetti essendo nei panni del grande Enzo. Ma sull'opportunità di rendere tributo a un vero gigante della musica italiana, uno che (prima di Tom Waits) ha scritto bellissime melodie impedendo col suo modo di cantarle che ce ne accorgessimo, e testi che quando sono poetici se ne fregano di un Vecchioni quando sono satirici di un Guzzanti a caso (ho il vinile di Quelli che..., l'album scritto con la collaborazione dell'indimenticabile - ma purtroppo dimenticato - Beppe Viola) e quando sono politici di un Lolli o di un Guccini, e di farlo adesso che può goderselo, siamo perfettamente d'accordo: solo che scelgo questo speciale uscito su bielle.org, bello corposo anche se lettolo tutto ancora resta la voglia di riascoltare Jannacci dal vivo e andarlo ad abbracciare a fine concerto, e maledire il fatto che invece il vecchio chirurgo cintura nera a calcare i palchi non ce la fa più.
Comunque, io guardo poco la tivù e invece vado tanto a vedere la musica dal vivo, mentre invece ho smesso di comprare i cd (bruttissimi, concordo con Leonardo): la musica si trova in Rete in molti modi legali, ormai, e trovo in fondo estremamente etico che i guadagni da diritti d'autore siano ormai minima parte del sostentamento di un musicista - d'altronde, Mozart non ne percepiva. Gli stessi venti euro, insomma, sono buttati per l'acquisto di un quadratino di plastica (il 33 giri è un altro discorso, e sta tornando in auge...) ma ben spesi per un concerto dal vivo, tra l'altro a te autore e/o cantante nel primo caso ne arrivano uno o due nel secondo di più, solo che guadagni in proporzione di quanto fatichi, la qual cosa se mi permettete è buona a giusta. Insomma, la musica l'avete digitalizzata voi, ora sta a voi, brutte capre dell'industria discografica dalla progettualità miope, trovare il modo di campare dato lo sviluppo tecnologico, la guerra alla pirateria essendo una battaglia di retroguardia persa in partenza che quindi conviene abbandonare, come già anche i governi più illuminati hanno capito.
D'altra parte, perché non solo l'industria discografica ma anche tutti gli altri settori produttivi possano beneficiare di quell'importante per quanto non decisivo fattore costituito da Internet, occorre come in qualsiasi altro campo che uno Stato che abbia a cuore la questione si occupi delle infrastrutture di base, cosa che tanto per cambiare invece in Italia non succede: siamo in coda in Europa per informatizzazione delle famiglie, al 22° posto con la Lituania per diffusione della banda larga. Eppure Internet può benissimo riuscire a effettuare, sia pure con modalità ed effetti diversi, un'opera di promozione simile a quella che ai miei tempi era demandata al passaparola: che funzionava benissimo, anche se tutti noi ci scambiavamo i dischi e ci registravamo le cassette, se pensate che fu allora che vennero fuori tutti quelli che oggi sono vecchi milionari. Vietare non serve a niente, e riservare la promozione ai network radiofonici e ai talent show serve solo a riproporre (per rischiare poco, e te credo con investimenti così grossi, ma se rischi poco ottieni poco...) all'infinito lo stesso modello una volta che lo si è imbroccato: il birignao dei cantanti maschi a valle di Cremonini, il virtuosismo manieristico delle femmine a valle di Giorgia.
Irritante: cantano tutti più o meno uguale, e praticamente la stessa canzone, cosicché qualcuno che voglia distinguersi deve inventarsi qualcosa a livello "prestazionale", rischiando le corde vocali come Giusy Ferreri e vedrete presto quel Sangiorgi. Per carità, si tratta di una malattia professionale da sempre imperversante nel canto, ma qui si presenta non nonostante una tecnica corretta ma a causa di una volutamente scorretta, e pazienza se a Roma dovremo fare a meno degli irritanti gorgheggi della peraltro simpatica ex-cassiera (era questo o un altro il mito delle origini umili che raccontano di lei? poco importa...). La capostipite delle ma-quanto-sono-dotata, la Todrara de noantri, è un esempio da manuale: è quando è costretta alla misura, da un Pino Daniele che la produce o da un Fiorello che le fa cantare le sigle in bianco e nero a mo' di Studio Uno, che mostra tutta la sua grandezza, non quando rincorre la meteora Whitney Houston sul terreno del vocalizzo inutile e spropositato. E lei almeno è brava, le altre sono semplicemente insopportabili.
Eppure un altra strada c'è, anche se caso strano non passa per il nostro sciagurato Paese: come in altri campi, infatti, se vuoi avere una speranza devi andartene, e senza pensare nemmeno di tornare. Forse allora in Italia arriverà dopo, ma molto dopo e molto forse, una eco del lavoro che altrove stai facendo ed è apprezzato: è il caso ad esempio di Giacomo Lariccia in Belgio, o di Chiara Civello tra New York e Rio de Janeiro (7752: i chilometri che separano le due metropoli e il titolo del suo ultimo album), una che vi basta sentirla cantare per capire cosa intendevo coi discorsi sconclusionati di prima sia sulle cantantesse che sui generi musicali (cosa fa? jazz? pop? e chissenefrega delle etichette!....).
Volevo lasciarvi col video della mia ultima "scoperta" ma ho da dirvi un'altra cosa a proposito di musica, e in particolare di musicisti che si guadagnano la pagnotta a forza di concerti anche se hanno già fatto la prima serata in televisione, e di beneficenza vera che siamo a Natale e siamo tutti più buoni eccetera: Roy Paci e Aretuska, assieme ad altri artisti, sarà protagonista il 30 dicembre a Barcellona Pozzo di Gotto del Bonarma Day, un evento a favore degli alluvionati di serie C del messinese a cui presenziare e sennò comunque da sostenere (qui ne parla Tony Troja).
E allora vi lascio con degli auguri poetici, presi in prestito dal sito di Laura e Lory, che aiutano davvero a "capire il senso" (anche se questa storia - come del resto questo post e la vita stessa - un seeeenso non ce l'haaaaaa.....).

venerdì 23 settembre 2011

DOV'E' LA LIBERTA'?

Uno della banda, questo è del secondo
tipo (la spiega in fondo al pezzo...)
La notizia, di pochi giorni fa, è che a Berlino il partito dei pirati informatici ha fatto il 9 per cento. NOVE, direbbe il piccolo diavolo sbattendo le carte sul tavolo.
Nel loro programma, oltre ovviamente a Internet gratuita e libera per tutti, hanno messo l'abolizione del copyright, la liberalizzazione delle droghe leggere, l'obbligo di totale trasparenza per chi fa politica, trasporti pubblici gratuiti e salario minimo garantito per i giovani.
Tutte cose che dovrebbero stare e in gran parte non ci sono nel programma di una forza di sinistra degna di questo nome, che appunto in Italia non abbiamo. Tutte cose che avrebbero ricadute positive probabili sulla mitica crescita, sicure su quel rinnovo del patto sociale che è indispensabile per affrontare gli scenari che ci attendono (anche se non fossero così cupi come quello descritto qui, purtroppo possibilissimo se non ancora probabile).
La Rete infatti in tutto il mondo crea posti di lavoro tranne che in Italia, uno dei posti al mondo con l'ADSL più cara e meno diffusa e il wi-fi più rarefatto e meno libero, con la pubblica amministrazione che anzichè rivolgersi al software gratuito, oramai da tempo all'altezza per dotazione e semplicità d'uso, compra a caro prezzo il software instabile di Gates. Oppure affida servizi inutili e carissimi come la PEC alle Poste, già ente statale simbolo ed ora SpA che si atteggia a banca senza esserlo (offrendo sponda a Mediolanum...) trascurando sempre più i servizi postali, la cui casella email era la più farraginosa da ottenere e usare, la più spammata e meno protetta, e ora si appresta a diventare l'unica obbligatoriamente a pagamento.
I diritti d'autore andrebbero non dico aboliti ma pesantemente riformati, con l'obiettivo di proteggere i deboli e favorirne l'ingresso sul mercato anzichè di tutelare i già forti com'è adesso: trent'anni di battaglia contro i "pirati" non hanno fatto che strangolare il panorama musicale, quando la strategia opposta l'avrebbe fatto fiorire (come è successo nella storia recente: le ultime grandi ondate di novità discografiche sono coincise con l'era delle radio libere, con quella del libero noleggio dei cd, con quella del libero file sharing).
La droga, ammesso che sia possibile definire bene cosa lo sia e cosa no (qual'è il criterio? la dipendenza? la mortalità? allora tabacco e alcol sono droghe), sono diventate da sollazzo per pochi a fenomeno di massa solo grazie al proibizionismo, che ne consegna produzione e distribuzione a criminali che hanno tutto l'interesse a far crescere un giro che dà profitti crescenti e così via in una spirale che dura da alcuni decenni e si potrebbe interrompere solo con la strategia opposta, come forse qualcuno comincia a capire tra gli intellettuali e i politici. La legalizzazione totale delle droghe leggere e la distribuzione gratuita e controllata delle pesanti darebbe una mazzata tale alle mafie che difficilmente si riprenderebbero (con una stretta sugli appalti, il presidio del territorio, e un po' di politici in galera gli daremmo il colpo di grazia), e si potrebbe lavorare sui consumatori per dissuaderli e farli gradatamente diminuire, com'è successo appunto con i fumatori.
Ma già, siamo governati quasi ininterrottamente da 17 anni da uno schieramento che mette la "libertà" nell'etichetta ma solo lì, e a noi le ha tolte o tentato di toglierle piano piano tutte: quella di lavorare (e "il lavoro rende liberi"...), di navigare, di scegliere i nostri rappresentanti in Parlamento, di decidere cos'è la vita e morire in pace e con dignità (meno male che c'è la Svizzera: leggete qui e qui), quella d'impresa, di informazione, di istruzione pubblica e gratuita per tutti. Lasciando solo quella di corruzione e impunità al Capo, quella di sbafo ai suoi accoliti, e quella di evasione fiscale ai suoi elettori. Ed è questo l'unico punto debole del ragionamento di Bifo che invito a seguire: tutto corretto, tranne che con chiunque altro al governo, ma proprio chiunque, oggi staremmo molto meglio, perchè chiunque avrebbe almeno tentato di salvare la faccia facendo qualcosa per il Paese mentre pensava agli affaracci suoi e della banda di mafiosi leccaculi e manutengoli di cui si circonda. Che peraltro come tutti i capi con problemi di personalità si è scelto poco intelligenti, la qual cosa ha fatto più danni della malafede. La crisi è mondiale, si, ma se distruggerà l'Italia (e forse la Grecia) prima e più degli altri il colpevole sappiamo tutti chi è.

In evidenza

DEFICIENZA, NATURALE

Dell'argomento AI ne abbiamo già parlato come di uno di quei pericoli gravissimi verso i quali sarebbe opportuno porre argini non appen...

I più cliccati dell'anno