Visualizzazione post con etichetta teatro. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta teatro. Mostra tutti i post

sabato 7 dicembre 2024

STECCO DI LEGNO NELL'ONDA

Il titolo di questo post è un verso di una canzone che ho già recensito con tutto l'album di cui fa parte, il meraviglioso Automobili di Lucio Dalla, uno dei dischi più importanti del Novecento, il terzo dei tre coi testi scritti dal poeta Roberto Roversi, anche se prima dell'uscita i due litigarono (sull'opportunità di far uscire o meno nel disco alcune canzoni politicissime, che io infatti nella recensione vi inclusi) e il poeta ritirò la firma.

La canzone è Intervista con l'Avvocato, e nel 1976 diceva "da tutti è ormai confermato che l'auto è in crisi profonda, l'auto non ha futuro: stecco di legno nell'onda; dopo l'assestamento, le auto saranno più rare, e finiranno per scomparire come zanzare sul mare". Beh, che dobbiamo aggiungere?

Più avanti nel disco c'è però Il motore del 2000, che sembra tanto più ottimistico che la FIAT lo adottò per uno spot del motore FIRE (stava per Fully Integrated Robotized Engine, l'inglese faceva futuro), che attaccava così: "Il motore del 2000 sarà bello e lucente, sarà veloce e silenzioso, sarà un motore delicato, avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina: lo potrà respirare un bambino o una bambina". Sembra una premonizione, più che delle auto elettriche, di quelle ad idrogeno, di cui ancora si legge come futuribili, anche se Beppe Grillo negli anni 90 sul palco portava un modello targato e ci si faceva i suffumigi spalmando il vaporub sullo scappamento.

Ma l'album è pieno zeppo non solo di profezie e squarci sociopolitici, ma anche di quell'afflato eroico e passionale legato all'automobile fin dai suoi albori, che sta dietro da un lato al successo commerciale così clamoroso da divenire l'architrave del capitalismo occidentale, dall'altro al tifo negli sport motoristici, e in mezzo al rapporto che ciascuno di noi ha con la sua auto. Un afflato tale che deve avere una spiegazione "altra" rispetto al mero consumismo.

Gli esperimenti sui topi (rileggetevi questo post, please, e andatevi a guardare il film che cita e linka) dimostrano che la felicità o infelicità, o forse sarebbe meglio dire benessere o malessere, almeno di tutti i mammiferi umani compresi, dipendono essenzialmente dal grado di libertà percepito. Anche di questo abbiamo già parlato, qui (lo so, parlo sempre delle stesse cose, ma perché voi no? e comunque sto invecchiando, e vi invito a rileggere proprio per non ripetere), partiamo dalla fine: quello che mi rende felice (mi fa stare bene) non sono i soldi, la salute, l'amore o qualunque altro concetto astratto su cui possiamo disquisire o poetare (è lo stesso), ma il fattore che lega questi concetti, la libertà. Se ho più soldi, posso fare più cose che se ne ho meno, posso decidere liberamente quale strada imboccare a qualsiasi bivio, e se non è vero questo, come nel caso in cui per fare i soldi mi costringo in situazioni che la libertà me la diminuiscono, non sarò felice anche se ricchissimo. Anche la salute, se ci pensate bene funziona allo stesso modo: nella misura in cui manca, le cose che puoi fare si riducono. Idem l'amore: prima di vagheggiare un ritorno alla vita agreste, considerate che in quel mondo capitava raramente ci si scegliesse o almeno si pensasse di averlo fatto. Quando i limiti economici, fisici e relazionali sono invalicabili, è più felice chi riesce a farsene una ragione e a calcolare la sua libertà all'interno di quei limiti. Non potere volare, o vivere per sempre, è un limite che riguarda tutti, ma sono infiniti i valori possibili su quell'asse cartesiano, dalla coscienza di essere piccoli a quella di stare invecchiando, dagli handicap fisici alla semplice accettazione di avere un aspetto fisico non corrispondente agli standard di bellezza in corso.

Andiamo dall'individuale al sociale. Il capitalismo è fondato su una serie di meccanismi tendenzialmente autodistruttivi, lo diceva Marx e non ha mai smesso di essere vero: i soldi chiamano soldi, e a furia di concentrarsi nelle mani di pochi su scala sempre maggiore il sistema non può che smettere di funzionare. Il socialismo, e i sensi di colpa per la guerra mondiale, però, gli hanno dato una mano ad allungarsi la vita, inducendolo ad invertire per un po' la freccia della distribuzione delle risorse. Già prima, Ford era diventato Ford trovando il modo di costruire automobili che costavano così poco che i suoi operai se le potevano comprare, con paghe adeguatamente maggiori, e godere, nel tempo libero che derivava da orari di lavoro minori. I cinquant'anni circa dopo il 1945, di fatto, sono stati gli unici di tutta la storia dell'umanità in cui questa logica ha fatto premio. Tutte le nostre libertà, se ci pensate, derivano da questo: quella di far studiare i nostri figli anziché costringerli a lavorare fin da piccoli, quella di studiare, quella di giocare, quella di scegliersi chi amare (poi anche dello stesso sesso), quella di spostarsi per divertimento, quella di fare sport e divertirsi, eccetera. Il grado complessivo di queste libertà considerate (erroneamente) per acquisite nell'occidente contemporaneo è tale da fare invidia, se potesse osservarle con una macchina del tempo, a qualsiasi sovrano del passato, e comunque solo una ristretta cerchia di persone nella storia fino alla seconda guerra mondiale si poteva permettere un complesso di libertà lontanamente simili alle nostre standard.

Quello che è successo invece negli ultimi trent'anni, ed ha accelerato negli ultimi cinque minacciando di farlo ulteriormente nel futuro, è esattamente questo: che partendo dalla constatazione che il modello di sviluppo che consente tutto ciò è insostenibile per il pianeta (o se preferite costruendo artatamente il luogo comune di questa constatazione: all'atto pratico è lo stesso) si è invertita la freccia. E per evitare ribellioni o proteste che potrebbero inceppare il meccanismo, la velocità a cui si muove il fenomeno è complessivamente minore del fenomeno opposto: lo sboom è più lento del boom, spesso più lento delle vite di ciascuno di noi, e così più efficace. I nostri figli non avranno nessuno dei nostri diritti. Nemmeno quello di disporre di una estensione di se che occupa del terreno e vi si sposta sopra in autonomia. Questo è deciso e senza comprendere ciò (errore di certa sinistra convinta ancora di potere conciliare i suoi temi con l'ambientalismo in voga) non si può capire la logica assurda di certe decisioni, peraltro non democratiche, che stanno demolendo il settore trainante dell'economia.

Ammettendo il teorema del cambiamento climatico e della finitezza delle risorse che ci dovrebbe indurre ad accettare ogni diminuzione di libertà finalizzata alla salvezza del pianeta (o meglio della vita umana sul pianeta che il pianeta se ne fregherebbe di diventare come Venere o Marte), però, se la guerra fredda l'avesse vinta l'URSS e fossimo tutti nel Patto di Varsavia oggi saremmo immersi in una propaganda pervasiva e minacciosa che ci avrebbe costretto a girare tutti su una Trabant elettrica scaldare meno le nostre case eccetera: tutti uguale (tranne un pochino la ristretta cerchia del Partito). Siccome invece domina il capitalismo, questa erosione di diritti e di libertà avviene con le sue logiche: gipponi elettrici per i ricconi che hanno la casa in centro e manco gli servirebbero, tanto hanno pure le ciclabili (sempre vuote, come mai?), e chi vive in periferia lentamente indotto all'immobilità. Tanto le prove generali le abbiamo già fatte con la cosiddetta pandemia e lo smartworking e i delivery sono pronti alla bisogna. E senza auto sarà un problema anche tornare al paesello...

giovedì 19 gennaio 2023

TIATRU

Sono giorni ormai che ci fracassano i santissimi con la mirabolante impresa dell'arresto del Capo dei Capi in carica, quasi sempre con annessa retorica della lotta del Bene-Stato contro il Male-Mafia col primo che finalmente trionfa, qualche volta (i più furbi) dando voce ad alcuni dei tanti dubbi così lampanti da non aver nemmeno bisogno di accendere il cervello per coglierli (com'è che ci hanno impiegato trent'anni visto che viveva tranquillamente in zona? quale Dio della sincronia è così efficiente da farglielo ritrovare trent'anni esatti dopo la cattura del Capo dei Capi precedente, mentre in Rai danno la nuova fiction su Dalla Chiesa?) stando però ben attenti che le risposte non arrivino o se si vengano annegate nella consueta caciara dei programmi TV di questo genere o alla peggio incasellate nell'etichetta "complottismo" o peggio ancora "disfattismo" (per una volta che lo Stato ne fa una giusta, stai li con le solite tiritere anziché festeggiare, disfattista! si, so tutti d'accordo come sempre, qualunquista e complottista che non sei altro!).

Ho usato apposta l'aggettivo "disfattista" perché era uno di quelli maggiormente in vigore ai "bei tempi", come meravigliosamente ci ricorda Troisi ne Le vie del Signore sono finite, il primo stadio di un attacco a chi osava pensare diverso, che poi se insisteva venivano gli altri (prigione, confino - non dimenticherò mai la meraviglia di me adolescente nel leggere di Pavese a Brancaleone - e se non bastava eccetera). L'ho fatto perché ragionare in termini di fascismo o antifascismo, laddove su altri è volutamente fuorviante, su temi come questo ancora può venire utile proprio per via delle radici storiche della mafia moderna, spesso dimenticate e quindi che è dovere civico ricordare ogni volta che si può.

Nella retorica di destra, infatti, il primo Prefetto di Ferro in Sicilia lo mandò Mussolini ad estirpare la mafia antica, quella che nei secoli aveva costituito quella continuità anche culturale nell'amministrazione spicciola del potere prosperando nei vasti interstizi che lasciava il passare da una dominazione all'altra. No, non sto adottando l'altra retorica fintomeridionalista che arriva a sfiorare le lodi alla "mafia di una volta", sto semplicemente usando la formula reale del Potere (quella che l'umanità si porta appresso dalle scimmie e che vuole che ci sia sempre una minoranza al numeratore e gli altri al denominatore) per inquadrare correttamente le cose. E quindi smontare la retorica prima di una parte poi dell'altra. Semplicemente, il fascismo, ambendo ad occupare senza veli ideologici il numeratore come ogni dittatura che si possa chiamare tale, non poteva tollerare che da qualche parte ci fosse qualcun altro nella stessa casella. Quindi no, Mussolini non era un cattivo che nella questione mafia stava dalla parte dei buoni, la combatté per necessità intrinseca. E fu parimenti per una questione di necessità intrinseca che chi voleva strappare l'Italia al nazifascismo prima e tenerla lontana dalle grinfie del comunismo poi utilizzò il potere mafioso, che era così capillare e permeato (anche nella mentalità, o se preferite nel sistema di valori) da poter sopportare potature anche ampie sopravvivendo silente.

Come spesso capita, a distanza di decenni si può dirlo liberamente pure nei film, ma i primi che osarono svelare che la trattativa Stato-Mafia era iniziata durante la seconda guerra mondiale e cioè prima ancora della nascita del nuovo Stato democratico italiano, e che la conquista dell'estremo sud da parte degli Alleati poté avvenire in modo così rapido e relativamente incruento solo grazie all'apporto della Mafia reclutata grazie alle sue vaste ramificazioni americane, furono bollati come complottisti (con altre parole: il termine non era ancora di moda) e variamente emarginati quando non eliminati. La retorica fascista fu soppiantata da quella democrista, e questa prevedeva la negazione dell'evidenza come pratica mantenuta con zelo e tenacia fino ai più alti livelli. Noi ragazzi degli anni 70 lo leggemmo dallo Sciascia degli anni 60, che in Parlamento la verità ufficiale era che "la mafia non esiste". Erano anni in cui la diffusione della cultura in strati sempre più ampi della popolazione favoriva lo svelamento delle ideologie, e infatti sarà fatto di tutto nei decenni a seguire, dal riflusso agli smartphone passando per la TV, per ridurre al massimo il nocciolo duro di chi continua a pensare con la sua testa. Ma i primi colpi bisogna darli forti, ed ecco che parallelamente iniziò la lunga stagione delle stragi, a compattare il gregge con la paura. La distinzione tra quelle "di Stato" e quelle "di Mafia" è ancora una volta soltanto ideologica, c'è bisogno di dirlo?

Con i morti per strada, però, la retorica della negazione non può più funzionare, e viene soppiantata da quella, ancora in auge, della contrapposizione di cui a inizio post. E che terrorismo e mafia siano solo etichette è drammaticamente dimostrato dal fatto che uno dei pochi che credeva davvero che quella retorica fosse una rappresentazione reale e non ideologica, e quindi credeva sul serio di rappresentare lo Stato nella lotta contro il Male, fu mandato ("disarmato") sul fronte prima contro il primo poi contro la seconda senza quasi soluzione di continuità. I bookmakers non avrebbero accettato scommesse, su come sarebbe (ed infatti è) finita. Per lui e per tutti quelli che come lui ci credevano, su su fino ai due Grandi Martiri della Trattativa, che ogni anno da trent'anni piangiamo nel rito catartico che la retorica imperante vuole, per farci dimenticare che su quelle stragi fu edificata l'Italia dei decenni successivi, a cominciare da un premier che senza la mafia sarebbe rimasto un piccolo palazzinaro milanese, anzi manco quello: il figlio fimminaro di un piccolo banchiere. E che ancora oggi fa da architrave a una maggioranza di governo, come la vignetta mostra (ma il denaro non è, non è mai stato, davvero suo), e lo ha fatto anche quando non compariva nelle vignette (o pensate davvero che si sia fatto disarcionare ogni volta a gratis, senza restare in qualche modo comunque al numeratore?).

Chi era consapevole di queste dinamiche già trent'anni fa non poteva stupirsi del fatto che a un certo punto nell'ambito della trattativa entrasse anche la consegna del vecchio boss fino a un minuto prima per decenni detto introvabile nonostante gli si muovesse sotto il naso. E nemmeno che ci si dimenticasse di presidiare il covo cosicché le carte segrete, che chissà potevano sputtanare qualche attore della trattativa stessa, fossero trafugate liberamente: è storia, non è un'aggiunta fantasiosa da due soldi degli sceneggiatori scarsi di una fiction. Quindi oggi, ditemelo, come si fa ancora a credere alle favole? Non hanno catturato nessuno, ma la trattativa continua ha previsto la consegna di un vecchio boss malato perché quelli operativi possano lavorare meglio, e per non ripetere lo stesso copione (che poi magari poteva sgamarli pure qualcuno meno sveglio) stavolta le carte pare che le abbiano trovate, ma state pur certi che se qualcuno finisce sputtanato, foss'anche il vecchio puttaniere di cui sopra (col bonus che tolta l'architrave magari crolla la volta), è perché è stato classificato come sacrificabile e non più utile. Come diceva PPP (che infatti è finito male), io so, non ho le prove ma so. Godetevi la fiction, o come direbbe Montalbano 'u tiatru. Oppure fate come me, che, come in questi ultimi anni quando il TG attaccava la litania prima della pandemia poi della guerra, quando attaccano questa recita cambio canale o spengo.

domenica 8 gennaio 2023

LEONARDO LEO

Edoardo Leo è uno degli attori e registi migliori della sua generazione, fa tante cose quindi è inevitabile che qualcuna di esse gli "abbassi la media", ma insomma, volendo passare una sera di capodanno diversa dal solito, e soprattutto diversa da quella dell'anno scorso chiusi in casa col Covid, andiamo all'Auditorium ad assistere ad una sua affabulazione, non certo aspettandosi (non ci prova nemmeno egli stesso) una cosa al livello del suo maestro Gigi Proietti ma insomma di trascorrere delle ore piacevoli ridendo "col cervello acceso" si. E, mediamente, ci siamo riusciti.

Mi aspettavo però, ben sapendo che la quasi totalità degli artisti italiani non si è certo segnalata nell'ultimo triennio per aver preso le distanze dalla narrazione ufficiale e che non mi risultava che Leo fosse una delle rare eccezioni (alla Montesano o Bennato per intenderci), che vista la natura dello spettacolo non sarebbe mancata una capatina sulla pandemia, anche se francamente speravo di cuore di no. Invece, non solo c'è stata, ma di una natura tale, anche se devo ammettere ben dissimulata (e infatti sfuggita quasi a tutti, compresi quasi tutti i "bersagli") dall'abilità cerchiobottista dell'artista, che sento come dovere civico segnalarla. Poco prima egli stesso si era concesso, peraltro, una digressione sulla natura della comicità in genere e della satira in particolare, che per funzionare deve avere una sintassi rivolta "dal basso in alto" e mai viceversa.

E' la ragione per cui a vedere la satira antiebrea della propaganda nazifascista non si ride, ci si incazza: quando il dominatore ironizza sul dominato si chiama sberleffo, è una odiosa manifestazione proprio del differenziale di potere, e chi la pratica si autodefinisce. A meno che l'obiettivo non sia proprio mostrare, ironizzando, la miseria di chi ricorre a questo mezzuccio: è la tecnica usata dal miglior Sordi in alcuni suoi personaggi, o da Totò quando sbagliava apposta a ripetizione il nome del personaggio di Peppino e incappava in ripetuti piccoli incidenti facendogli male, o nell'altro verso da Villaggio sia con Fantozzi che con Fracchia. Si ride perché l'autore rappresenta con maestria  sopra le righe il potente, perché è costui il vero obiettivo della satira. Il contrario, purtroppo, della storia sul Covid raccontata da Leo, che quindi si merita la storpiatura del nome nel titolo di questo post.

Ok, ve la spiego meglio. Dopo averci fatto ridere con un episodio di un fan che addirittura gli storpiava il nome, "Leonardo" si avventurava riproponendo un monologo dell'anno scorso, introducendolo con maestria a mezza bocca con un cappello che ne paventava il ritorno di attualità. Sul plot ve la faccio breve: per la cena di Natale 2021 la madre aveva invitato un cugino no-vax, e lo pregava di evitare discussioni. La narrazione era perfetta, Leo è bravo e i tempi comici ce li ha tutti, ma già dalla definizione dei personaggi il parente non vaccinato era presentato praticamente come un coglione, citando un suo post sui social effettivamente ridicolo (scelto apposta tra i più ridicoli, preciserei). A nulla vale il fatto che dopo era invece colpa dell'io narrante se la cena, rimasta miracolosamente scevra da polemiche fino alla tombola, degenerava proprio alla fine. Resta il fatto che l'io narrante era libero di ribadire qua e la la propria incacchiatura contro il furbastro, perché si era sottratto a questa sorta di dovere civico mentre lui invece si era fatto tre dosi e aspettava con ansia la quarta. Si tace peraltro se il novax facesse un mestiere per cui fosse stato sospeso dal lavoro o licenziato, altrimenti sarebbe stata dura infierire. Ma soprattutto manca a questo punto, e veniva voglia di urlarglielo in sala (frenandosi solo per evitare guai), l'affiorare del dubbio nella mente del narratore: com'è che io mi sono vaccinato tre volte presto quattro, e devo temere che mi si sieda vicino uno (che esibisce peraltro un tampone molecolare negativo valido) che non si è vaccinato? Se i vaccini funzionassero, non dovrebbe essere il contrario? E a lui, e a tutti quelli in sala che ridevano alle battute, rivolgere la domanda: ma come cazzo è che ancora non fate due più due e andate da chi vi ha obbligato a sottoporvi a un trattamento inefficace (e pare rischioso, se avessero ragione certi siti - che anziché tacitarli o insabbiarli si dovrebbe avviarci un confronto, in democrazia) a chiedere conto di averlo fatto?

Il ritorno di attualità del raccontino di cui sopra è giustificato, pare, dalle notizie dalla Cina, che sembrano peggiori di quelle di fine 2019, dalle determinazioni ministeriali in cronaca (pur ancora lontane anni luce da quelle della disastrosa gestione precedente, ma non dimentichiamo le minimizzazioni iniziali di Conte e company), e per noi complottisti dalle manovre di Bill Gates e compagni. Ma per noi "complottisti" non è una sorpresa, se volete scavate pure in questo blog tra le decine e decine di post in argomento: c'è scritto, fin dall'inizio, che il vero problema era nelle statistiche e nella loro manipolazione o meglio nell'approfittarsi da parte della propaganda della sostanziale ignoranza della popolazione anche più istruita rispetto a certi loro meccanismi. Dicendo che i dati anche dei periodi peggiori non giustificavano i provvedimenti liberticidi presi, nessuno intendeva negare l'esistenza di un problema e la necessarietà di adottare contromisure. Ma dire che la mortalità nel periodo clou essendo passata da 100 a 150 per 100mila abitanti era aumentata del 50% è un esempio da manuale di utilizzo strumentale di una verità con funzione di menzogna. Lo stesso dato, infatti, può essere letto così: la mortalità è passata dall'uno all'uno virgola cinque per mille. Fa molta meno paura, e giustifica provvedimenti totalmente diversi. Solo se la differenza statistica tra il fenomeno in cronaca e l'andamento delle influenze annuali fosse arrivata almeno ad un ordine di grandezza (questa non la spiego più, c'è Wikipedia - va beh, diciamo 1000 per centomila), e siamo rimasti sempre molto lontani, si sarebbero forse giustificate alcune delle misure liberticide ed economicide prese. Così, acconsentendo a che il governo prendesse misure eccezionali quella volta si è in pratica acconsentito che qualunque governo ne prendesse altre ogni volta che voleva. Per dirla con uno slogan efficace: avete rinunciato alla libertà per la sicurezza, e ora non avete più né la sicurezza, né la libertà. Pensateci, mentre che vi soffiate il naso.

Auguri di buon anno a tutti, sperando che non servano.

lunedì 1 agosto 2022

RADIOCIXD 60 - QUANDO PARLA GABER

Eh si: il dialogo tra i due "mi chiamo G", quello ricco
e quello povero, riuscì persino a farlo in Rai con Mina
A casa ho un rack stereo hi-fi degli anni 70 in perfetto stato, di quelli che oggi non si usa più comprare e comunque con quelle caratteristiche tecniche costa quanto un'utilitaria (vabbè, usato semestrale). Ma non lo ascolto mai. Durante il lockdown avevo ovviamente trovato il tempo di risistemare i collegamenti e fare qualche prova di ascolto (una bomba, infatti da ragazzi ci si facevano le feste in garage o in terrazzo), ma poi nisba. Magari quando vado in pensione, se mi tolgono la carota davanti al naso e arrivo a mangiarla, istituirò il rito dell'ascolto quotidiano di un ellepi. Ora, è molto più comodo attingere all'immensa mole di mp3 che in un modo o l'altro (nel rack c'è un pezzo più nuovo: un masterizzatore professionale per la conversione da analogico a digitale dei vinili) ho accumulato, per caricare una pennetta che poi rimane in auto fino a quando non ho ascoltato tutto il contenuto e la porto a casa per sostituirlo. Avendo il minuscolo aggeggio 32 giga di spazio, bastevole per quattro o cinque mila canzoni, anche passando due ore al giorno nel traffico di Roma ci vogliono mesi. E per metterti al pc a scegliere i brani per il rimpiazzo, devi ritagliarti qualche ora di tempo, anche se selezioni album interi. Così a volte, dopo un po' che scegli, magari tra le novità, ti arrendi e per fare prima ci infili tutta la discografia di qualcuno, che ami molto e vuoi riascoltare o magari che non hai mai ascoltato con attenzione e ti eri ripromesso prima o poi di farlo.

In questi giorni sto ascoltando praticamente tutta la discografia di Gaber, dove l'avverbio sta a indicare che è uno di quegli artisti per cui è difficile ricostruirla integralmente, perché vastissima e perché inizia in tempi in cui il concetto di album non si era ancora affermato (oggi è praticamente tramontato, ma per decenni è stato dominante) e i 33 giri erano solo raccolte spesso non coerenti e con duplicati vari. Tutta, dall'inizio alla fine, a puntate corrispondenti coi tragitti in auto. Mi rendo conto che si tratti di un'attitudine maniacale, e infatti mi vergogno un po' a confessarla, ma io non ascolto quasi mai tracklist miste, solo album dall'inizio alla fine, magari divisi tra una tratta in auto e l'altra. E se attacco una discografia completa, la finisco, ci vuole quello che ci vuole. Mi vergogno, o meglio mi vergognavo, finché non ho scoperto che in giro è pieno di gente, altrimenti all'apparenza normale, che si piazza davanti alla TV nottate intere o interi weekend per vedersi tutte di seguito ics stagioni di una serie. Per chi, come me, detesta anche quando un film per la TV te lo fanno in due puntate, è una cosa inspiegabile, quasi disumana. Per cui ad ognuno le sue manie, e faccio outing.

Di Gaber qui a radiocontroinformoperdiletto non abbiamo ancora parlato, proprio perché la sua produzione è talmente vasta ed eterogenea che è davvero difficile identificare un album da recensire. E però, consigliare a chi non l'abbia mai fatto di ascoltare Gaber è quasi un dovere civico. Jannacci, e va beh che erano amici, nella sua Se me lo dicevi prima, una invettiva contro la droga mascherata da canzone umoristica come il cardiochirurgo usava, mette "quando parla Gaber" tra le cose belle per cui vale la pena vivere. Già, perché il "teatro-canzone", termine coniato proprio da Gaber e Luporini per il tour teatrale de Il signor G del 1971 (e già questa scelta, per uno che ormai era di casa in prima serata sulla Rai magari accanto a Mina, come avrete senz'altro visto a Techetecheté, dimostra la statura dell'artista), era proprio un alternarsi costruito di canzoni e testi, dove questi ultimi constavano di affabulazioni in parte aderenti ad una traccia in parte modificate a braccio di volta in volta, talvolta brevi introduzioni del brano seguente talaltra digressioni che si allungavano a dismisura (ne Il grigio del 1989 arrivavano a fagocitare tutto). Per cui, o fate come me e vi ascoltate tutto, o ve le perdete. Si certo ogni tanto qualcuno (Dix, Marcorè, Paolo Rossi, ad esempio, e sicuramente Scanzi) prova a riproporlo a teatro, e magari con merito, ma non è la stessa cosa... Anche perché non credo che Gaber in scena oggi ridirebbe le stesse cose che diceva trenta o venti anni fa: ha cambiato sempre obiettivo per la sua satira feroce e impietosa, dalla borghesia all'individuo alla democrazia alla società, non vedo perché non avrebbe dovuto continuare a cambiarlo (i demiurghi della pandemia? i fautori della pace fornitori di armi? ciascuno ci metta il suo wish, tanto resta tale...).

Quindi, tenuto conto di quanto sopra, e cioè che comunque ne avrete un'idea parziale, vi propongo una tracklist commentata che pesca in decenni di carriera, e buon pro vi faccia:

  1. Io mi chiamo G - Celeberrimo duetto tra un bambino ricco e uno povero, clamoroso esempio di come si possa rappresentare una verità attraverso l'ironia. Il link punta alla versione televisiva, rara, e probabilmente dovuta a Mina che lo ha sempre considerato un amico, eccezione all'ostracismo totale che la Rai gli riservò per anni quando passò al teatro-canzone.
  2. I borghesi - Il brano fa a gara con Borghesia di Lolli a chi è più datato, tanto che Gaber a un certo punto ha smesso di farlo, e Lolli per farlo ci metteva un "forse" tra "il vento un giorno" e "ti spazzerà via". Ma è potente e diretto, e il fatto che nel 71 ci si potesse illudere che l'invettiva era verso altri e oggi non si possa che ritenerla rivolta anche verso noi stessi, non gli toglie valore, anzi.
  3. Un'idea - Qui la satira feroce è contro chi si sente progressista e avanzato, presentando una serie di personaggi che se ne vantano ma poi non finiscono proprio bene. E no, le idee non si mangiano, diceva mio nonno.
  4. Lo shampoo - Divertissement piuttosto noto ma certamente meno innocuo di quello che sembra a un ascolto superficiale.
  5. È sabato - Invece qui l'attacco è diretto, alle abitudini di coppia, al perbenismo, insomma ce n'è per tutti e nessuno si può chiamare fuori.
  6. La libertà - Il testo è un manifesto. Letteralmente: dovremmo stamparcelo e appiccicarlo in salotto, o in ufficio.
  7. Il conformista - Brano tra i più recenti, molto dopo che il Nostro era stato d'autorità arruolato tra i qualunquisti da quella sinistra da cui si era allontanato invece proprio perché lei aveva iniziato a tradire uno a uno tutti i valori di cui faceva bandiera. Ah, lo ha cantato anche Celentano.
  8. Il dente della conoscenza - Tolto il dente tolto il male. E' il vero problema della società di oggi, altrimenti il teatrino della pandemia non sarebbe potuto essere inscenato. E Gaber lo aveva capito decenni prima.
  9. La marcia dei colitici - Oggetto di questa satira giocosa sono le autoorganizzazioni e il culto del successo. Io però mi ci riconosco anche per una ragione più propria...
  10. L'elastico - Dentro il racconto di una esperienza extracorporale, c'è anche forse una frecciatina alla psicoanalisi...
  11. Quello che perde i pezzi - Meravigliosa allegoria. Il protagonista alla fine rimane solo con un testone e un testicolo. 
  12. La nave - C'era la metafora felliniana, e quella craxiana che opportunisticamente vi si accodava. Gaber ci rovescia sopra ettolitri di vomito, con la sua consueta abilità interpretativa sembra di sentirseli addosso...
  13. Le mani - Satira sociale a 360°, declinata attraverso tanti tipi di mani, con una chiusura senza tanti giri di parole.
  14. L'odore - Altra feroce introspezione. Quando l'ascolti, se ti senti colpito hai un problema, se invece non ti metti in discussione ne hai due.
  15. Il febbrosario - Nel 1974 si poteva prevedere la pagliacciata della pandemia? Ad ascoltare questo brano sembrerebbe in qualche modo di si. Scanzi avrà pure portato Gaber in teatro, ma forse questa o non l'ha ascoltata o non l'ha capita.
  16. La peste - Si, si poteva, questo brano dello stesso album lo dimostra. Ascoltatela con attenzione, prevede tutto, anche l'assuefazione in cronaca. Persino il "bacillo a manganello".
  17. C'è solo la strada - E qui, stesso disco, ce n'è pure per il lockdown: "Perché il giudizio universale non passa per le case dove noi ci nascondiamo: bisogna ritornare nella strada per conoscere chi siamo." Oppure, peggio, visto che dice che "appena un uomo si chiude in casa comincia ad ammuffire", chi ha architettato la gestione della pandemia il brano lo conosceva...
  18. Il comportamento - Questa feroce autocritica mi è sempre piaciuta. Sarà che anche mio nonno aveva un solo comportamento, e anche a me invece non mi è mai riuscito del tutto imitarlo...
  19. Le elezioni - Il perculamento del rito massimo della democrazia qui è totale, e culmina con una impresa che ammetto anch'io di avere sognato (che bella matita!) ma non so se davvero sia mai riuscita a qualcuno.
  20. L'America - Testo da sottoscrivere, ma l'attacco al mito americano ai tempi però si portava. Se vedo un rapper italiano o un trapper che ne fa la cover mi rimangio pubblicamente il mio disprezzo verso le categorie, giuro.
  21. Si può - Dire che è tratto dall'album Libertà obbligatoria già fa capire dove vuole andare a parare, ma il pezzo è molto noto, se si pensa che c'è persino una versione di Anna Oxa.
  22. Il suicidio - Questa esilarante affabulazione esiste in tante versioni quante tournée ha fatto, o forse quante serate, ognuna immaginando le modalità di farla finita delle personalità del periodo o in cronaca. Catartico.
  23. Quando è moda è moda - Il brano segna la presa di distanza dalla sinistra, e infatti ai tempi fu pesantemente contestato. Ma si adatta benissimo a ogni epoca, compresa questa.
  24. Io se fossi Dio - Quando fu rapito Aldo Moro avevo quindici anni e ogni volta che mio nonno (vecchio socialista antifascista impermeabile alla retorica democratica) rientrava in casa chiedeva serio "murìu Moru?", finché non tolse il punto interrogativo. Forse la cosa mi aiutò a maturare la mia posizione nei confronti della vicenda: tutti a parole volevano salvarlo, ma molti di questi lo volevano morto, così a esecuzione consumata era pieno di ipocriti (mandanti a parte) che ne ingigantivano a posteriori la statura politica mentre sotto sotto esultavano. Fu la prima volta che sperimentai l'ormai abituale sensazione di trovarmi da solo su una posizione alternativa mentre tutti gli altri facevano il coro alla narrazione ufficiale. L'anno appresso, da apprendista dj, misi le mani su uno strano vinile, inciso solo da una parte, con una canzone sola. Diceva quello che pensavo io, e non solo su Moro. Fu sequestrato, ma ormai in radio ce l'avevamo e io lo passavo. Poi ne girò una versione edulcorata. Ma il link che vi ho messo è quello alla versione integrale. Ascoltatevelo con concentrazione, se avete da fare rimandate a quando avete venti minuti di tranquillità per prendervi la vostra dose di "schiaffi di Dio" che "appiccicano al muro tutti".
  25. I soli - Questa ve la metto proprio qui perché a volte mi ha aiutato proprio in quella sensazione che vi dicevo. E parla di soli e non di single perché non parla solo di scelte sentimentali, e perché anche in due in fondo si è sempre soli, e chi pensa il contrario si illude.
  26. La democrazia - E questa perché la frase " io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza non avrei certo la superstizione della democrazia" gli era evidentemente rimasto il bisogno di spiegarla nel dettaglio.
  27. Qualcuno era comunista - Essendosi trovato nel giro di pochi anni a passare da compagno coraggiosamente fustigante il sistema a volgare qualunquista, perché se uno mantiene fede a se stesso e alle proprie idee e tutti gli altri si tradiscono è lui che sembra spostarsi come il treno fermo in stazione mentre parte il nostro, il nostro a un certo punto evidentemente non ne poté più, e scrisse (sempre con Luporini) questa meravigliosa e idilliaca elencazione, al termine della quale dal vivo tutti ci si alzava applaudendo e sollevando il pugno, anche chi non aveva mai votato PCI. Se qualcuno vi accusa come talvolta capita a me di essere diventati "di destra", fategli sentire questa canzone, poi fate e dite come Mario Brega a Carlo Verdone, e mentre lo mandate a fanculo urlategli che semmai sono i compagni che sono diventati liberisti europeisti e destrorsi.
  28. Destra-Sinistra - Che poi è uno dei brani responsabili delle accuse di qualunquismo, ma solo perché si presta fin dal titolo a una lettura superficiale e strumentale. Se il partito più effettivamente di destra oggi è l'ultimo in elenco della linea di successione del PCI, e se il sovranismo monetario, precondizione a qualsiasi politica economica eretica rispetto al monetarismo eurista quindi anche a quelle socialiste o anche solo socialdemocratiche, viene invocato solo a destra, non è colpa di Gaber. E nemmeno mia.
  29. La strana famiglia - Divertentissimo pezzo di satira della società televisiva, peraltro scritto quando la deriva era ben iniziata ma lungi dall'arrivare ai picchi odierni. Ve lo propongo nella versione con l'amico di sempre Jannacci, che con la sua stralunatezza gli conferisce un plusvalore.
  30. Quando sarò capace d'amare - Uno così capace di scavare in qualsiasi contraddizione umana, è anche capace di un testo come questo, che impietosamente definisce l'amore nella sua essenza, consentendoci di scartare tutto il resto.
  31. L'illogica allegria - Quando l'autoanalisi e l'introspezione lasciano posto a una semplicissima presa di coscienza, di cui non vergognarsi.
  32. Il dilemma - Quadretto spietato ma dolcissimo di una coppia che sceglie l'unica maniera di avere l'ultima parola con la morte, o con la vita che è lo stesso. Difficile che troviate in una canzone, ma che dico in letteratura, un modo migliore di raccontare una vicenda come questa.
  33. Gildo - Idem, per una cosa peggiore della morte: la malattia. Gaber entra in ospedale (e qui forse c'è dell'autobiografia, visto che poi morì appena sessantaquattrenne di cancro ai polmoni -  e si: fumava...) e ci porta con se, facendoci quasi toccare con mano l'esperienza (al punto che chi l'ha provata ci si riconosce senz'altro) di quella forma di intimità e amicizia che si instaura tra codegenti di lunga durata, e la vergogna che prova chi di questi ne esce nei confronti di chi invece ci resta e non vedrà più. Un capolavoro assoluto.
  34. La stanza del bambino - A proposito di fumo, qui lo prende come spunto per una feroce satira contro il rincoglionimento e l'alienazione cui sottoponiamo e lasciamo che vengano sottoposti i nostri figli, placando la nostra coscienza col salutismo. E ancora non c'erano gli smartphone...
  35. Non insegnate ai bambini - E che ci troviamo in argomento, vi lascio con un altro capolavoro assoluto, ma nell'interpretazione magnifica di Alice, che gli aggiunge significato.

martedì 28 giugno 2022

MANCO 10 ANNI

Non mi sono mai iscritto a un partito o a un sindacato, e non solo per il noto aforisma di Woody Allen che poi citava Groucho Marx che poi citava qualcun altro, ma principalmente per quell'allergia tipicamente meridionale al venire schedati, irreggimentati, ditelo come volete. De Andrè diceva più o meno che non voleva morire per delle idee per magari scoprire solo un attimo prima che erano quelle sbagliate. Per questa ragione, la persistenza ultraquinquennale del banner del Movimento 5 Stelle in home di questo blog, dalla sua nascita al suo abbraccio mortale col PD, è stato per me un record personale di "appartenenza". Chi non mi vuole (più) bene, e/o chi è superficiale, ne approfitta per tacciarmi di incoerenza, ma anche chi mi vuole bene non rinuncia a rammentarmi di essermi fidato delle persone sbagliate. Ma le cose non sono andate esattamente così: semplicemente, io credevo fermamente nella indispensabilità per il nostro Paese di una serie di cose che guarda caso miracolosamente erano scritte nero su bianco sul programma di Grillo Casaleggio e soci, e ci credo ancora, sono loro che le hanno abbandonate, che ci posso fare? Ma non mi fidavo del tutto: infatti non mi sono iscritto al moVimento. E da subito (chi vuole controlli pure, è tutto qui, non cancello mai niente), assieme all'endorsement, ho espresso alcune perplessità rispetto ad alcune ingenuità costitutive: se metto un limite di due mandati (di qualsiasi tipo, peraltro) all'attività politica, cosa avrebbe impedito ai singoli, carneadi miracolati strappati all'anonimato e agli stenti da un'inattesa nuova modalità di selezione della classe politica, di lasciare il partito prima della scadenza, magari abbastanza prima da assicurarsi un proseguimento della carriera sotto altre insegne?

Certo, nemmeno Nostradamus poteva prevedere una parabola così rapida: dallo zero ad un terzo dei voti validi nel giro di un paio d'anni, un plateau di cinque durante i quali tradire uno a uno tutti i punti del programma iniziale, e un altro paio d'anni per sparire. Si perché di fatto lo scisma Di Maio sancisce la sparizione dei cinquestelle, ne chiude di fatto l'esperienza, senza mezzi termini. Non serve nemmeno andare a contare quelli che restando con l'ineffabile faccia tosta napoletano sperano di seguirlo anche nella durata della bella vita che si fa a guadagnare (e tanto) senza lavorare in cambio dell'approvazione disciplinata dei diktat della dittatura planetaria in fieri: alle prossime elezioni, la sparizione sarà sancita, perché a parte chi ha la vocazione all'appartenenza e casualmente la sua l'ha legata alle cinque stelle come una volta usavano alla falce e martello anche i figli di papà senza alcuna reale adesione al comunismo, nessuna testa pensante voterà per il m5s o per i dimaiani se ci saranno e comunque si chiameranno. D'altronde, perché sostenere gli imitatori, quando sono ancora li vivi e floridi gli originali, traditori della Patria, quei piddini che proprio Grillo si era ripromesso di cancellare quando fu respinta la sua candidatura alla segreteria?

Quello che serviva all'Italia, e che servirebbe ancora adesso, e allora era scritto nero su bianco nel suddetto programma grillino causando l'entusiasmo del sottoscritto assieme ad altri milioni di elettori, ed oggi se qualcuno lo proponesse sarebbe votato da me e da molti altri, era ed è semplice: recupero della sovranità monetaria, e suo utilizzo per una miriade di medie e piccole opere pubbliche (scartando a priori quelle grandi, forieri solo di grandi tangenti) utili a risanare il territorio e il tessuto socioeconomico italiano, unitamente ad un ridisegno della classe politica finalizzato alla riduzione a livelli fisiologici della corruzione, capace assieme all'evasione di impedire che la spesa in deficit si ripaghi da se a stretto giro grazie al maggior gettito. Traduciamolo in pratica, nella storia recente: i grillini al governo, secondo il loro programma, avrebbero dovuto immediatamente attivarsi per invertire la decennale rotta (fatta di chiusure nel pubblico e deviazioni del flusso economico verso il privato) di paternità eminentemente piddina in tema di sanità, chiedendo alla UE immediatamente tutti i fondi necessari ad attivare terapie intensive ovunque necessarie, e in caso di risposta negativa, attuando un altro punto del loro stesso programma, portare l'Italia trionfalmente fuori dalla UE con tanto di oceanico consenso popolare motivato dalle ragioni di salute pubblica. Invece, hanno lasciato la sanità al disastro in cui si trovava, aderendo alla narrativa imposta dalle multinazionali farmaceutiche e dai miliardari finti filantropi che ci stanno dietro, per calcolare improbabili parametri per le chiusure mettendola al denominatore così com'era ridotta. Mettendo in ginocchio l'economia e distruggendo la società.

Andando in cronaca, tra le battaglie grilline c'è stata quella per l'acqua pubblica (referendum stravinto, ricordate? carta morta, lo sapevate?), e nel loro programma c'erano una miriade di interventi sugli acquedotti colabrodo, sul territorio ormai incapace di tenere l'acqua e in genere di reggere gli estremi climatici, sui fiumi e gli invasi, sulla diffusione capillare delle energie alternative, eccetera. Avessero mantenuto il dieci per cento di quanto promesso, oggi non ci sarebbe crisi idrica, e non avremmo avuto alcun contraccolpo dalle sciagurate sanzioni boomerang alla Russia: un Paese in grado di autosostenersi dal punto di vista energetico, questo dichiarava di volere costruire Grillo, e Di Maio gli faceva eco. Cosa ne è stato di quelle promesse, lo vedete nel portafoglio e in casa vostra. Ah, e non sto menzionando l'uscita dalla Nato ("te la do io l'America!") e il ripudio della guerra eccetera eccetera, altri cavalli di battaglia oggi usati come pretesto per lo scisma in cronaca, chissà, forse finalizzato proprio a frenare l'emorragia trattenendo quegli elettori cinquestelle che già non digerivano Di Maio prima, figurarsi dopo che è diventato europeista (cosa gli avranno detto, dato o promesso colà dove si puote?) e guerrafondaio (se l'occidente non avesse mandato armi all'Ucraina, la guerra si sarebbe conclusa in due settimane come una baruffa di cortile, ma già: senza l'azione occidentale l'Ucraina avrebbe ancora il governo che aveva democraticamente eletto nel 2013 e non ci sarebbe stata alcuna guerra - e lo dico e ridico ben sapendo di non ritrovarmi nella lista nera solo per la mia irrilevanza).

Spero che il vecchio amico che mi ha pungolato per commentare la scissione grillina sia soddisfatto, e con lui tutti quelli tra voi che proprio non digeriscono quando mi metto a parlare di musica (ma ero in ferie, ho lasciato i CSI a farvi compagnia...). Tolte queste piccole magre soddisfazioni, tra l'altro, non è che ci sia molto altro in giro per cui gioire. L'anno scorso di sti tempi zero contagiati al giorno o quasi, quest'anno cinquantamila con nel frattempo quasi tutti vaccinati con tre dosi, eppure non è che constato in giro, del fatto che questi vaccini siano stati come minimo una truffa ad alto rendimento e non solo per i produttori, una presa di coscienza abbastanza diffusa da impedire che ai primi freddi si rimetta in piedi il baraccone, ammesso che nel frattempo non siano riusciti a mettere su quello della guerra dichiarata con tutto ciò che comporta, anche solo in termini di decrescita, ancora più efficace della pandemia.

Che poi se vogliamo proprio andare a cercare una coerenza in Grillo, perché a fare scemo l'avversario non è che ci si guadagni meglio forse immaginarselo furbo, è proprio nella decrescita: ai primi anni del blog aveva sposato quella "felice" di Latouche, poi pian piano si è convinto della maggiore efficacia di quella "infelice" dell'Euro, di Big Pharma e dei signori della guerra. A pensarci bene, già ai tempi in cui girava l'Italia inalando dallo scarico di una Fiat a idrogeno sui palcoscenici o spaccando computer, ci si poteva arrivare, in qualche modo: a me ad esempio capitò di vederlo a Catonateatro, pagando un biglietto piuttosto salato, e già doveva insospettirmi la presenza in prima fila dei politici cittadini (molti dei quali poi finiti nei guai con la giustizia) ben contenti di essere smerdeggiati e satireggiati dal comico (ma i satirici veri di solito vengono trattati diversamente, vedi Luttazzi), poi però si mise a piovere, forte, e il buon Beppe, trincerandosi dichiaratamente dietro la sua genovesità, rimase sul palco urlando che col cavolo ci avrebbe rimborsato, potevamo restare lì a bagnarci con lui se volevamo. Ma ovviamente la gente scappò, e lui si tenne il maltolto. Qualche anno prima sempre a Reggio a Jannacci gli organizzatori riferirono che avevano rubato l'incasso, e lui uscì a cantare lo stesso, gratis, e anzi siccome era incazzato il concerto gli venne meglio, e non lo finiva più. Per dire.

venerdì 24 dicembre 2021

CARO BABBO NATALE

Caro Babbo Natale, ti scrivo anche se ormai so che non esisti, anzi l'ho sempre saputo perché quando ero piccolo la vedevo a zia Luciana che iniziava ad agosto a comprare i regali per tutta la famiglia (e stiamo parlando di un clan calabrese degli anni sessanta, la maggior parte di voi per capirlo deve attingere alla cinematografia neorealista) impacchettarli e metterli via. E lo faccio come esercizio retorico, dal momento che sono perfettamente consapevole di non avere nessuna speranza di vedere realizzati i miei desideri.

Oggi per trovare 50mila positivi, di cui forse 10mila con qualche sintomo, hanno fatto NOVECENTOMILA tamponi. Gli stessi tamponi che vanno bene per trovare le cifre necessarie a un ulteriore giro di vita, però, non vanno più bene per poter andare a lavorare. Anche se tornano buoni per patentare un vaccinato con due dosi, intanto che corre a farsi la terza. Ecco, Santa Klaus, quest'anno sotto l'albero vorrei trovare i miei concittadini bivaccinati che si incazzano come bestie e scendono loro in piazza, non i quattro gatti chiamati con spregio no-vax come i dettami della propaganda vogliono (etichettare è il primo passo, e non sempre è una stella cucita), ché milioni in rivolta piegano qualunque tiranno. Invece leggo e vedo che non solo non si sentono, come dovrebbero, presi in giro, ma plaudono alla stretta e anzi lamentandosi che non sia stata fatta prima e magari più dura. Ci resto sempre male, anche se dovrei saperlo, avendolo letto in troppi libri, che quasi sempre gli schiavi amano le proprie catene e sennò non ci sarebbe nessuna schiavitù.

Sono due anni che vado dicendo e scrivendo (ma la prima cosa ho smesso, si rischia troppo, e la seconda ormai quasi, come potete constatare) che con questi numeri, con questi criteri, lo stato di emergenza poteva iniziare decenni fa e potrebbe continuare per sempre. Non si tratta di minimizzare o meno, che ogni singola vita persa è sacra, ma di mantenere o meno la lucidità di analisi indispensabile ad evitare che i malintenzionati se ne approfittino. Ecco, San Nicola conterrone mio, vorrei che un qualche Assange (in mancanza di quello originale, non a caso messo per tempo in condizione di non nuocere) facesse uscire le serie storiche reali, che dimostrano che i numeri per cui continuano a angariarci oggi, se li avessimo contati allo stesso modo, ci sarebbero stati per ogni santa epidemia influenzale, il che vuol dire semplicemente (ripeto, sono due anni che lo urlo al vento) che ci saranno finché vorranno, o finché i cittadini non gli imporranno di smettere di contare e preoccuparsi solo di curare chi sta male. E con ogni mezzo possibile, non - come hanno fatto - impedendo qualsiasi cura allo scopo preciso di lasciare senza alternative la sperimentazione di massa di sieri mai testati prima.

Che poi, cifre alla mano, se avessero un minimo di pudore oggi tutti quelli che hanno montato sto teatrino, in Italia come altrove, dovrebbero andare in TV a reti unificate a dire: "scusate, ci siamo sbagliati, i vaccini non funzionano, ora sperimentiamo tutti i protocolli che abbiamo improvvidamente affossato, e intanto interrompiamo la campagna, mettiamo su una commissione di inchiesta per fare luci su quei tanti, troppi, che da mesi vanno morendo improvvisamente in ogni dove (le cronache sono piene, e mai che un giornalista faccia seguire l'informazione, o almeno la domanda, sulla loro recente vaccinazione) senza mai avere avuto malattie importanti, e promettiamo di risarcire chiunque abbia avuto danni in proporzione agli stessi". Ti sembra troppo, caro il mio omone della Coca Cola, come regalo di Natale? Va bene, mi accontento che inizino a glissare, dismettano tutti i provvedimenti liberticidi, e si ritirino a vita privata.

Ora, lo so bene che il covidiota a questo punto ripeterà il mantra del calo dei sintomi e la litania della responsabilità sociale. Ma, oh Gesùpiccinopicciò, non sono così ottimista da osare di chiederti di fare tornare il lume della ragione in milioni di teste, so da me che quando è troppo è troppo, eppoi forse a questo punto è lecito dubitare che ce lo abbiano mai avuto davvero. L'unica mia misera consolazione è che lo scrissi fin da giugno, e per tutta l'estate, che il calo dei contagi non poteva essere dovuto alla campagna vaccinale dal momento che quello dell'anno prima, senza vaccini, era molto ma molto più marcato, deducendone la previsione, puntualmente avveratasi adesso, che vaccini o non vaccini con l'inverno sarebbe arrivata una nuova influenza e l'unico modo per non avere di nuovo i contagi alle stelle sarebbe stato non contarli. E invece curare tempestivamente chiunque inizi a star male, abbandonando i tamponi al loro destino di strumento statistico mal riuscito, anziché sprecare i soldi pubblici per mantenere questo assurdo baraccone, e intanto tagliando i fondi alla sanità al punto che oggi a Roma se vai a farti un prelievo in ospedale o struttura convenzionata dopo tot numeri te lo paghi. Ecco, mi accontento che tutti i zelanti tripunturati siano costretti a farsi le analisi del sangue di frequente, a monitorare i trombi causati dai sieri, e ogni volta costretti dai tagli alla sanità ad alzarsi più presto e sennò pagare di tasca. A parziale mitigazione della condanna, ti propongo di fargli sparire gli specchi da casa, che tanto coperti dagli sputi non funzionano bene.

Buona festa del Sole Invitto a tutti, che gli antichi saggi avevano fissato tre giorni dopo il solstizio invernale, quando ci si cominciava ad accorgere che le giornate avevano anche stavolta ricominciato ad allungarsi, che quindi l'Astro del giorno non aveva nemmeno stavolta deciso di abbandonarci per sempre. Il grande Eduardo la sintetizzava meglio: "ha da passà a nuttata!". Ecco, caro Babbo Natale, ora chiudo gli occhi, e domani questo incubo sarà finito, vero? vero?....

sabato 6 novembre 2021

RADIOCIXD 48 - THE WALL

Oggi parliamo di un album dei più discussi ed eviscerati, oltre che dei più venduti, della storia della musica. E questa è anche la ragione per cui non ne abbiamo parlato fino ad ora. La ragione per cui invece ne parliamo proprio ora è perché quasi per caso (ed è strano perché si tratta di un amico che in varie vesti ho visto suonare dal vivo molte volte, e ve ne ho anche parlato) ho trovato la chiava per parlarne nell'unico modo ammissibile per una rubrica come questa: con un taglio originale e personale, che non ripeta cose già sentite o che chiunque può trovare sul web. E se non può farlo chi ha portato sul palco l'intero album per anni, studiandoselo ed eviscerandolo fino a farlo proprio, dopo averlo amato da ascoltatore ovviamente, allora chi?

D'altronde, stiamo parlando di un album dei più visionari, della messa in partitura e testi (e poi in scena e su pellicola) dell'ossessione intima di una delle rockstar più autentiche della storia della musica, uno che per come si presenta e come ragiona ancora ora che ha superato la settantina è rimasto uno dei pochi che può spiegare appieno cosa significa "rock" in senso culturale: essere sempre "contro", mettere in discussione il Potere, iniziando da dentro se stessi. A prescindere se suoni rock in senso di struttura musicale e ritmica.

Un album che molti adorano come un feticcio, e che però molti cultori dei Pink Floyd reputano già molto lontano dai primi o primissimi album: una specie di premessa alla fine della band, consumata col successivo The final cut (si: anche se dopo una battaglia legale gli altri tre continuarono ad usarne il nome, lo spirito della band se andò con Waters, e gli altri continuarono per anni e anni ad incidere ed esibirsi con tanta perfezione formale quanto poca intimità, come una specie di tribute band di stralusso), che però come vi ho già raccontato è proprio l'album da cui io stesso diciannovenne cominciai la scoperta archeologica dei tesori precedenti.

Un album infine fondato su una metafora così potente da essere stata stiracchiata di qua e di la a coprire qualsiasi cosa: il muro dentro se stessi, il muro della società, il muro di Berlino o quello di Gaza, il muro attorno a noi e tra di noi edificato con la scusa della pandemia. E si, anche il muro costruito tra il pubblico e la band mentre questa suona e poi abbattuto fragorosamente al termine del processo. Ovviamente non ho qui Roger Waters in persona, ma se lui è Dio chiedo a uno dei suoi profeti, Diego Lombardi: cosa è The Wall? Ce ne parli un pochino, fornendoci magari degli spunti di riflessione mentre snoccioli la playlist (e intanto chi ci legge fa partire il tube del full album che embeddo in coda al post, perché se c'è un disco che va ascoltato tutto assieme dall'inizio alla fine è questo, mentre del film sono riuscito a trovare solo tube spezzetati, buoni però ad invogliarli a procurarsi l'intero)?

---

I Pink sono importanti nel mio mondo musicale, ma non sono al centro. Credo che questo in qualche modo mi avvantaggi, perché ho potuto assorbire la loro musica in più vesti ed occasioni, abbastanza diverse tra loro e non acritiche: bambino ignaro sottoposto dal fratello più grande ad un ascolto ad alto volume per impressionarlo; appassionato ed esteta del Progressive rock; cantante ed attore dilettante. E’ quest’ultimo, ritengo, il punto di osservazione chiave per poter dare dei significati all’opera d’arte in sé.

Come amante della musica posso dire solo che l’album è originale e suggestivo, che funziona, e che mi piace. D’altra parte è un ottimo “concept”, quindi ha un potente e credibile filo conduttore che non ti permette di uscire dallo scenario per un tempo paragonabile a quello che passiamo in una sala di cinema!

Quando, invece, devi essere tu il veicolo di quello che un artista voleva comunicare, qualsiasi sia la tua conoscenza dell’opera devi studiare e capire ancora. In questo caso si tratta di guardare la gente al concerto, o dire le cose, come Pink lo farebbe. Sentirsi come lui, anche, direi… per rendere il tutto più genuino.

Fare questo tipo di lavoro ripaga molto l’attore-cantante, perché diventa esperienza vissuta in altri panni e situazioni impensabili per la vita che conduce normalmente; perché ci si attacca all’opera ancora di più e, infine, perché si riescono finalmente a far materializzare i personaggi della storia e a comprendere le loro frasi.

The Wall è un dramma, nel quale si possono trovare anche risvolti odiosi e sgradevoli, come può accadere anche in Les Miserables o Jesus Christ Superstar. Però queste storie hanno il merito di avvicinarci alla comprensione di qualcosa che non potrà mai essere pienamente e precisamente rappresentato: la complessità e l’intensità dell’esperienza umana.

Parlando di scaletta devo dire che, pur avendo le mie preferenze, trovo che ogni brano del disco sia importante e adatto al proprio ruolo. Musicalmente sono attratto dalla spavalda energia espressa in “Run Like Hell”, “In The Flesh”, “Another Brick In The Wall Part 3”; però il bello è che ci sono tanti colori da godersi sia come attori che come spettatori: momenti di riflessione e di disperazione (“Mother”, “Hey You”, “Goodbye Cruel World”, “Don’t Leave Me Now”), e momenti di mistero ed inquietudine (“Is There Anybody Out There”, “Goodbye Blue Sky”, “Empty Spaces”, “The Happiest Days Of Our Lives”).

Per fortuna, ci sono anche alcune cose di carattere meno oscuro, per garantire un’alternanza che renda il tutto più efficace. Questo mi fa venire in mente anche il fatto che l’armonia è importante per rendere bene quest’album: ci sono delle belle parti corali che richiedono voci affiatate, e per me è stato un piacere sperimentare in questo senso con gli UFO Club, il gruppo nel quale ho militato per anni e che sapeva rendere molto bene anche questo aspetto.

Come osservazione conclusiva sulla terna “Pink Floyd, The Wall, Platea”, devo dire che nonostante il suo potenziale questa Opera Rock non è mai stata messa in scena in modo adeguato (no, neanche ai concerti con muri titanici e maiali grossi come dirigibili). I PF non hanno mai realizzato a sufficienza quanto si sia perso a causa della loro scarsa propensione, come persone, alla teatralità e a una comunicativa stretta con il pubblico.

Per fortuna ci ha pensato il film a colmare questo vuoto, così come delle rappresentazioni in forma di musical potrebbero raggiungere il bersaglio pieno, con l’aiuto di artisti di discipline diverse.

Viene qualcuno a vestire i panni di Pink (e della moglie, la madre, il dottore, il maestro, il giudice…) sul palco con la giusta autorevolezza, o dobbiamo accontentarci di Waters che si fa scorgere da lontano mentre si trova al sicuro in una finestra più alta di quella del Papa?

mercoledì 5 maggio 2021

ME NONNU

Luigi Cugliandro, quello vero.
Mio nonno andava sempre in giro in giacca cravatta e panciotto, ma aveva solo due completi, uno per stagione, e li teneva finché duravano. Entrambi di lana, di diversa pesantezza, e per il freddo metteva la maglia a maniche lunghe e i mutandoni lunghi sotto, niente soprabito. Il cappello era buono sia per la pioggia che per il sole, quindi lo portava tutto l'anno. Diceva che col cappello si campava di più: visto che è arrivato a 88, porto spesso il cappello anch'io, non si sa mai.. 

Mio nonno andava sempre a piedi, e per tutta la vita, salvo pochissime eccezioni spesso solo di assoluta necessità, il suo universo era rappresentato dal raggio della distanza percorribile da casa a piedi in una mezz'orata.

Mio nonno non credo sia andato mai in vacanza da nessuna parte. Mia nonna mi raccontava di averlo accompagnato a Roma per una questione legata alla pensione, e che lei ne aveva approfittato per una passeggiata.. al Verano, per vedere la tomba di Mario Riva (sic!).

Mio nonno ha lavorato fino alla fine. Era diplomato, e non erano in tanti a Reggio della sua leva, e da vecchio lavorava in una cartoleria per architetti - credo gli abbia allungato la vita mantenersi attivo fino a 85 anni. Ma vi era stato costretto, perché le leggi del tempo non garantivano il ricongiungimento dei periodi assicurativi, e pur avendo sempre lavorato pigliava una pensione da fame.

Mio nonno mangiava sempre alla stessa ora, una volta al giorno, le cose cucinate da mia nonna (si. parlo proprio di lei), buonissime ma semplici e non certo variegatissime: un pasto completo, a colazione un caffè amaro, e a cena al massimo uno spuntino elementare (tipo pane e olio), ma al massimo, e presto, che ci si alza presto e si va a dormire presto e leggeri.

Mio nonno non beveva acqua minerale, di certo non in casa: il progresso per la sua generazione era l'acqua dal rubinetto. E a tavola beveva un bicchiere di vino allungato con un po' di gazzosa, il massimo del cocktail che abbia mai concepito.

Mio nonno non credo abbia mai mangiato una pizza, o sia mai andato a cena fuori con o senza famiglia. Al ristorante, con tutto il clan, ci si andava solo a pranzo la domenica un paio di volte all'anno, quasi sempre in occasione di ricorrenze (battesimi, comunioni e simili). Sempre lo stesso ristorante, per anni, così ci si sentiva a casa. E si aveva lo sconto.

Mio nonno non so se sia mai andato al cinema o al teatro, sicuro non nei vent'anni che l'ho incrociato io. Da giovane suonava la chitarra, faceva serenate a pagamento, una volta un mezzo mafioso deve averlo malmenato o minacciato per averne fatto una nonostante un diciamo così consiglio contrario, pare. Fattostà che non mi ha voluto insegnare.

Se è per questo mio nonno non guardava nemmeno la televisione, solo il telegiornale delle 20. La mattina la giornata era iniziata, però, col radiogiornale, "u comunicatu", di cui si fidava un pochino di più. Ma non tanto.

Come passatempo, mio nonno usava il cruciverba. Come detto, era relativamente colto, e che continuare ad esercitare la mente serva oggi lo dice la scienza ma lui lo capiva da solo. Mi ha trasmesso la passione per l'enigmistica, e non ha mai saputo che mi è stata più utile, anche per vincere i concorsi, di decenni di studi.

Mio nonno un vizio ce lo aveva: fumava. Decine di nazionali esportazione senza filtro al giorno. A casa non si poteva, e allora lui quando stava dentro teneva uno stecchino in bocca come simulacro di sigaretta. Fumava fuori, al bar dove passava prima e dopo il lavoro, seduto su dei gradini di fronte casa, o sul balcone, dove col vecchio del balcone affianco facevano a gara a chi ne fumava di più, buttando le cicche di sotto. Vinceva l'altro, una montagna di cicche, e mi sa che è pure morto ancora più vecchio di lui.

Il marciapiede però non restava sporco a lungo: lo spazzino (fino al settanta) passava tutti i giorni, e saliva anche a casa a prendere le buste della mundizza. Che era poca: non c'erano i supermercati, mio nonno comprava tutto sfuso sempre nella stessa bottega, dove gli segnavano su un quaderno cosa avrebbe dovuto pagare a fine mese. Si, mio nonno aveva la "carta di credito".

Mio nonno però una qualche volta doveva averla fatta grossa, non ho mai saputo cosa, ma io l'ho visto sempre dormire in soggiorno, e mia nonna prima di morire (oltre 15 anni dopo di lui) mi ha confessato che se ne era pentita, di averlo cacciato dal talamo, ma sempre senza dirmi perché lo aveva fatto. Ai tempi, il divorzio non c'era, ma la separazione si, solo che loro non l'avevano neanche presa in considerazione: era roba da ricchi, da gente con grilli per la testa. Le persone serie certe cose le gestivano in famiglia.

A mia memoria, mia nonna non lo chiamava di nome, ma di cognome: Cogliandro. Così lo aveva conosciuto, la U l'aveva fatta cambiare lui. Peraltro, Luigi, il nome che ha passato a tutti noi nipoti, per lui era il terzo, ma Francesco e Tiberio, i primi due, non gli piacevano. Un uomo deve decidere chi è, e quindi come si chiama.

Mio nonno quando noi nipoti ci lamentavamo di qualcosa diceva che era perché avevamo "u culu chinu", il culo pieno: l'agiatezza ci aveva rovinato i parametri (ne avevo già parlato in questo post di 4 anni fa, che vi consiglio di rileggere - fenomeno raro, lo risottoscriverei rigo per rigo).

Mio nonno era socialista non interventista, e non so come era riuscito a non partire per la prima guerra mondiale: era della leva di Caporetto, non sono tornati in tanti.

Mio nonno per non prendere la tessera del fascio perse il posto in ferrovia.

Ora, secondo voi, vi ho raccontato una storia del mio passato, o una del nostro futuro?

Per qualche decennio, per una lunga serie di ragioni storiche che partono dalla seconda guerra mondiale ma soprattutto vertono sulla guerra fredda, perché il capitalismo aveva bisogno di dimostrare ai suoi sudditi che era in grado di assicurargli condizioni materiali migliori del comunismo sennò quelli diventavano tutti comunisti, le condizioni materiali di vita dei nostri nonni (se avete l'età mia, bisnonni se siete più giovani) ci sono sembrate appartenenti a un passato destinato a diventare sempre più lontano. Per questo ve le ho elencate, non per un'operazione nostalgia. Ora, proviamo assieme a riscriverle in chiave contemporanea, in ordine di apparizione per agevolare il confronto:

  • è un anno e passa che ci vestiamo mediamente molto meno, alcuni stanno fissi in tuta, altri si vestono solo di sopra che per la webcam basta, d'altronde se gli altri non ci vedono per cosa cavolo ci agghindiamo a fare? peraltro, con questi chiari di luna, risparmiare sull'abbigliamento è indispensabile, e comincia a sembrarci insensato tutto quel rincorrere la moda a cui davamo tanta importanza;
  • tra lo smartworking che da emergenziale diventerà la modalità ordinaria di lavorare per molti settori, e l'accelerazione verso la transizione dell'automobile all'elettrico, che però non è alla portata di tutte le tasche, l'obiettivo è che chi proprio si deve muovere lo faccia a piedi, o con bici o altri mezzi di locomozione individuale ed ecologica, quindi per un raggio limitato - va da se che le grandi città perdono senso, anche perché di conseguenza non assolvono neanche più alla funzione di divertimentifici serali e notturni;
  • diciamocelo francamente, il turismo internazionale era un lusso odioso, io quelle poche volte che me lo sono concesso mi sono sempre chiesto con disagio interiore, e avevo evitato le mete per cui avrei avuto più ragione a farlo, cosa dovevano pensare di noi persone a cui il nostro reddito mensile sarebbe bastato a campare un anno o una vita, se non che erano contenti di vederci lì a lasciare loro parte di quelle risorse che inspiegabilmente ci erano state assegnate per nascita - ah, e gli aerei inquinano, era meglio quando erano un mezzo raro per soli ricchi, e sarà di nuovo così;
  • a proposito di lussi, le pensioni saranno sempre più basse e difficili da raggiungere, io stesso pur avendo lavorato sempre nello Stato non so ancora se mi hanno ricongiunto i vari periodi per enti diversi e mai lo faranno, ma io ho un'età e forse tra una decina d'anni avrò un assegno con cui riuscirò ancora a pagare il lungo mutuo che ho dovuto accendere per casa, chi ha meno di cinquant'anni se lo sogna: l'UE ha già detto che il recovery fund, l'elemosina che fanno passare per tesoro che ci prestano erogandocela a rate, è subordinato alla continua verifica della disciplina di bilancio, cazzi nostri, con l'unico lato positivo che lavorare fino a che campi, se ce la fai e se trovi, è buono;
  • mangiare poco e semplice fa bene alla salute, basta un pasto completo al giorno, magari non assunto tutto assieme: due biscotti la mattina col caffè, il primo a pranzo, secondo e contorno a cena, frutta per gli spuntini; specie stando sempre a casa, bisogna stare attenti a non sgarrare, altrimenti alla vecchiaia non ci si arriva proprio;
  • le confezioni da sei di bottiglie di plastica di acqua minerale diventeranno un ricordo, e giustamente: chi non ha una fonte di acqua buona vicino casa cui attingere riutilizzando i vuoti magari di vetro, e non ha in casa l'acqua leggera e i tubi nuovi, può sempre attaccare quei freschibuffi che la purificano e volendo gassificano; ah, un po' di vino buono ce lo si può concedere, ma gli spritz fanno male e i cocktail a base di superalcolici non ne parliamo, meno male che le occasioni per assumerli non torneranno mai quelle di prima;
  • anche sta moda di andare spesso a cena fuori, o all'apericena, o al brunch, oltre a fare male alla salute e al portafoglio, e a dare da vivere a una intera classe di parassiti evasori fiscali nella misura in cui riescono, è di certo odiosa vista con gli occhi di quegli immigrati che le nostre mafie importano a farci da schiavi a paghe da fame (che loro riescono lo stesso a risparmiare quasi tutte campandoci tutto il clan in patria), o degli abitanti di tutto quel mondo dove, come per mio nonno, resta una rara eccezione - della serie: la volevate la globalizzazione? è questa: tutti uguali, livellati verso il basso;
  • la stessa cosa vale per cinema, teatro e concerti: i primi dovranno chiudere e l'industria convertirsi alla produzione per la fruizione domestica, e sennò che li avevano inventati a fare smartphone e smartTV? il secondo era già una cosa per snob delle grandi città, pace all'anima sua, e i terzi si, all'aperto, in piazza, i musicanti col piattino, ma i concertoni e l'industria discografica avevano fatto il loro tempo da un po';
  • se siete snob come me, un telegiornale al giorno tanto per restare collegati col mondo e tenere bene a mente quanto imbroglioni e venduti siano quelli della stampa ufficiale, sennò continuate ad ammazzarvi di disinformazione, serie TV, fiction imbarazzanti, format ripetitivi e comici che non fanno più ridere; e comunque, la TV on demand rimpiazza il punto precedente, e stop;
  • chi vuole tenere acceso il cervello, cerchi mezzi propri, e li insegni ai propri figli, come per millenni di evoluzione umana;
  • il balcone come unico spazio all'aperto sempre liberamente frequentabile, da chi ha la fortuna di averlo: c'è bisogno di aggiungere altro? si, i tabaccai unico esercizio non alimentare o sanitario a essere rimasto sempre aperto;
  • consumando meno, produrremo meno rifiuti, e con la raccolta porta a porta della differenziata arriveremo, forse, a dimostrare che la freccia del progresso in molti casi aveva un verso opposto di quello che sembrava;
  • questa è più difficile da realizzare, se non avete seguito il link al mio vecchio post: la maggior parte delle cosiddette conquiste civili sono lussi, che non avendo surplus di reddito non ce li si può permettere; la famiglia patriarcale indiscutibile a costo di tutto si era affermata perché economica, ed è per questo che ha continuato a dominare nel mondo "non sviluppato" e si candida a tornare a farlo anche da noi;
  • e non è vero che la differenza di ruoli tra uomo e donna rispecchiasse necessariamente una rigidità nella struttura del Potere all'interno del Clan, perché invece a seconda dei campi loro al numeratore si avvicendavano, mentre invece noi con la foglia di fico della parità formale e linguistica (ma qui vi prometto un post a se, sono ferratissimo) tendiamo sempre ad opprimere il più debole, di qualunque sesso sia;
  • insomma non ci sono solo lati negativi dal non avere risorse da sprecare, e non ci sono solo lati positivi nella decrescita pesante che ci dobbiamo mettere in zucca è la conseguenza ineluttabile di una vera attenzione all'ambiente con riduzione dell'impronta biologica, altrimenti è solo un riempirsi la bocca di belle parole per atteggiarsi (e fino ad ora è stato quasi sempre solo così, da Greta fino all'ultimo dei gretini);
  • io non mi vaccinerò se non costretto, e in quel caso la liberatoria la devono firmare a me non io a loro, ma riconosco a ciascuno di voi la libertà di scegliere diversamente, chiedo solo che mi venga riconosciuto altrettanto, che se il vaccino funziona chi non si vaccina può fare del male solo a se stesso o ad altri come lui, se non è così vuol dire che non funziona, e se uccide voglio essere il solo a restare vivo, anche a rischio di restare il solo senza medaglia al valore sul petto (o sulla lapide);
  • io disapprovo e schifo in ogni modo lecito (perché io la legge la rispetto, è chi impone norme e marchi liberticidi che la calpesta) il passaporto vaccinale o comunque altro si voglia chiamare la nuova tessera di pura razza ariana.

Volevo numerare i due elenchi ma significava disistimare i miei pochi lettori. Ma chi si vuole prendere il disturbo di controllare scoprirà che la scansione è rispettata. Lo scopo è chiaro: dimostrare che si sta mettendo in atto un obiettivo evidentemente fissato decenni fa, che non è altro che azzerare tutto ciò che una parte dell'umanità ha conquistato (con o senza merito che sia) nelle ultime generazioni, creando o sfruttando uno stress pandemico cambia poco (e non si sa cosa è peggio: nel primo caso sono solo criminali, nel secondo anche vigliacchi e mentitori). Non vi sarà sfuggito che sia nel primo elenco che nel secondo ci sono degli aspetti che ciascuno di noi può considerare positivi e altri che può considerare negativi, e le nostre opinioni possono anche tranquillamente divergere su quali siano gli uni e quali gli altri. Il punto non è questo, perché qualunque cosa succeda la vita continua e i nuovi esseri umani cercheranno di vivere ed essere felici al massimo di quanto gli riuscirà, come sempre, e come sempre seppellendo i vecchi come sempre convinti che il loro mondo fosse migliore. Il punto è come, ci si arriva. Nella vita è sempre questione di come, perché invece a guardarne il se, l'esito è una guerra persa in partenza.

Se si fosse affacciato sulla scena un politico che mi avesse enumerato lo scenario a cui eravamo costretti dalle cose, dal fatto che siamo su un pianeta con risorse finite e non possiamo più sfruttarlo con un sistema economico che per funzionare presuppone che siano infinite, anche buttandolo giù più duro di quanto ho fatto io adesso, io probabilmente lo avrei capito e accettato, in parte in qualche modo già ci provavo, ma non c'è problema: se si deve e se è giusto si fa. Ma io non sono un target tipico, noi se siete arrivati fin qui. Le regole del marketing impongono di puntare al centro della curva di Gauss, ai "normali" che sono sempre la grande maggioranza, e loro non mollano l'osso manco morti, hai voglia a bastonarli col terrorismo, con la favola della moneta bene scarso da lasciare in mano ai tecnici, con l'ambiente da salvare. Solo se gli fai venire paura della morte, loro e dei loro cari, ci puoi riuscire. Ed eccoci qua: in pochi con me tra gli atipici a soffrire di questo crimine che si compie giorno dopo giorno sotto i nostri occhi, e tutti gli altri a bersi la favoletta quotidiana mettendosi in fila per la punturina, ignari del punturone che stanno subendo.

venerdì 26 marzo 2021

OGNI RESISTENZA - VERSETTI COVIDICI 56-58

La resistenza è utile, chi ha visto questo film lo sa
Meglio ripeterselo ogni tanto, perché con la narrazione continua e monocorde che ci avvolge da oltre un anno può capitare anche ai migliori, di cedere: quaranta e passa anni di dominio del credo ultraliberista, trenta e passa incontrastato (dopo la caduta del sistema sovietico), hanno ridotto quasi ogni Stato moderno (con l'Italia in prima fila) al punto che non può permettersi di affrontare senza ricadute sui propri sudditi un'epidemia che colpisce una percentuale minima di persone, e in maniera grave e talvolta letale una percentuale minima di quelli che colpisce. Ma anziché dire "abbiamo sbagliato" e andarsi a ficcare nel cesso della Storia tirando la catena, gli ultraliberisti monetaristi sono ancora nelle condizioni di imporre la loro ricetta tragicamente sbagliata come l'unica possibile, creando così le condizioni (senza rendersene conto? con tutti gli anni che hanno studiato e tutto il potere che hanno?) per una tragedia di dimensioni multiple alla presente.

Screenshot tratto dal sito di Diego Fusaro
Ricordiamocelo, che non possiamo fare molto altro: la "soglia di attenzione" per dichiarare zona rossa è di 250 "casi" su 100mila, una inezia, e i "casi" sarebbero i positivi al tampone (che nel 95% sono asintomatici o con sintomi da raffreddore o poco più), che poi sono quei circa ventimila al giorno che vi recitano, assieme alla soglia di affollamento delle terapie intensive (che essendo percentuale, si poteva e doveva abbassare anche agendo sul denominatore, almeno dopo i primi 2 mesi in cui la scusa che non eravamo pronti poteva reggere, per non parlare delle cure domiciliari lasciate alla iniziativa di qualche volenteroso), senza appunto ricordarvi che a stare male di loro sono un centinaio. Su due o trecentomila "tamponati", cioè sospetti. Tamponate tutta la popolazione, e la quota dei malati scenderà ancora, dai 3 o 5 ogni 10mila circa che è così. Potete ripetere i numeri come cavolo volete, nei vostri telegiornali che fanno rimpiangere per indipendenza i cinegiornali del fascio, riportando acriticamente h24 i dispacci di istituzioni politico/sanitarie che fanno rimpiangere per obiettività il Minculpop e Goebbels. La proporzione del fenomeno resta questa: è per un fenomeno di questa incidenza modesta che con un consenso quasi plebiscitario hanno distrutto il tessuto economico e sociale.

La logica non governa le decisioni umane, questo si sapeva. Ma che la stragrande maggioranza di popoli in teoria alfabetizzati ne abbandonasse del tutto ogni utilizzo, nemmeno in situazioni che necessiterebbero di uno sforzo in tal senso, francamente è una pessima sorpresa. Se abbiamo adottato una risposta così distruttiva per probabilità così basse di star male, cosa faremmo se arrivasse un qualcosa capace di colpirci con percentuali significative? E cosa facciamo se la tanto attesa campagna vaccinale si rivela un flop, e questa pandemia continua per qualche anno ancora? Stiamo tutti fermi finché il moltiplicatore keynesiano non ci porterà tutti alla fame? lo sapete o no che come investimenti a deficit di 1000 possono generare un maggior reddito di 5000, così un abbattimento drastico di 400 miliardi di euro può fare danni per 2mila miliardi, cioè uccidere definitivamente ogni prospettiva economica nel nostro Paese?

A proposito di vaccini. Fermo restando, lo abbiamo già detto e ridetto, che:

  1. tecnicamente questa definizione è abusiva (tranne, forse, che per quello russo, che infatti non è ammesso dalla UE, hai visto mai funzionasse) e finalizzata al salto della fase di sperimentazione a doppio cieco prevista prima di poter mettere sul prontuario qualsiasi farmaco,
  2. chi si sottopone fa da cavia umana e firma una liberatoria criminale,
  3. se è vero che la metà dei nuovi casi sono da varianti, e che i produttori stanno adesso studiando i vaccini per le varianti (entrambe notizie da TG), allora la campagna vaccinale è un non-senso,

resta sempre valido il principio logico secondo cui se il vaccino funziona chi non si vaccina può far male solo a se stesso o ad altri che non si vaccinano, principio che rende nulle, quindi assurdamente totalitarie (oltre che anticostituzionali), tutte le ipotesi di obbligo reale o surrettizio che circolano. Per non parlare delle tirate di soloni di varia estrazione (uno da giovane era uno scrittore satirico antisistema: va bene che si nasce incendiari e si muore pompieri, ma di qui a scatenare il diluvio universale ce ne corre...) che pontificano o sfottono sulla mancanza di connessione logica tra morte dopo il vaccino e morte di vaccino, e sono gli stessi che quando fai la stessa operazione tra morti col covid e morti di covid ti danno del negazionista.

Questa è per i cultori di Star Trek: i covidioti sembrano i Borg, esseri "assimilati" da un controllo centrale al punto di perdere, assieme a parti del corpo sostituite da componenti meccaniche, ogni individualità, che operano allo scopo di continuare ad assimilare altri popoli, al motto di "ogni resistenza è inutile". Sarà inutile, ma fino a che ho fiato io resisto, e chi è d'accordo con me si faccia un regalo: segua ogni link nel testo, e poi i "versetti covidici" appresso. Magari aiuta, nell'attraversare la nottata della Ragione come ci tocca fare adesso.

56. Ex colonnello russo: la falsa “pandemia” è un’operazione speciale di poteri nascosti... E' vero, sembra la trama di uno scadente b-movie di fantascienza distopica. Ma non vi fate fregare dal pensiero retorico e consolatorio che "non possono essere così perfidi, e poi perché mai dovrebbero?": magari non sarà tutto vero, questo film, ma è quello che stanno girando, e le (s)comparse siete voi.

57. Speranza e il potere che lo ha messo a quel posto. Istruttivissimo articolo di Blondet, se volete sapere non solo cosa ci hanno fatto e continuano a fare, ma perché e percome, oltre che tramite chi.

58. Covid, non solo: La lunga guerra degli antitaliani. Fulvio Grimaldi ci racconta "Cosa ci hanno fatto, cosa ci stanno facendo, cosa vorranno fare di noi.", ed io vi posto pure il video:

In evidenza

DEFICIENZA, NATURALE

Dell'argomento AI ne abbiamo già parlato come di uno di quei pericoli gravissimi verso i quali sarebbe opportuno porre argini non appen...

I più cliccati dell'anno