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domenica 25 maggio 2025

SI PUO' NON VUOL DIRE SI DEVE

Della serie "meno male che non ci devo campare", da qualche settimana i miei post su facebook, che oramai da anni uso quasi esclusivamente a mo' di newsletter di questo blog, sono con ogni probabilità ancora più penalizzati dal famigerato algoritmo di Meta di quanto non lo siano già da tempo per via degli argomenti trattati. Come avevo preannunciato, infatti, ho esercitato (qui accanto le prove) il mio diritto a oppormi all'uso delle mie informazioni "per sviluppare e migliorare i modelli di IA generativa". Che dovrà fare a meno di me, e lo farà senza fare un plissè, come diceva Jannacci: infatti, probabilmente nessuno di voi avrà fatto altrettanto, e sto parlando a qualche decina di persone decisamente fuori dal comune, fosse solo perché hanno ancora il vizio di leggere gli articoli di un boomer che si arroga di dover e poter fare il suo piccolo di controinformazione, non a "gente normale" nella cui platea chi sa che esiste la possibilità di sottrarsi, che la cosa è un suo diritto, e si prende il disturbo di farlo (ovviamente, è tutt'altro che semplice e intuitivo, devi andartelo a cercare tra le impostazioni), ammonterà nella migliore delle ipotesi a uno zero virgola zero qualcosina.

Questa specie di crociata contro l'Intelligenza Artificiale, che bolla chi la pratica come cadavere ambulante (un vecchio che si è rinunciato a convincere tanto presto uscirà dal mondo del lavoro e magari anche dal mondo tout court), non ha alcuna speranza, dunque, di "entrare in terrasanta" figurarsi "prendere Gerusalemme". Ma ciò non toglie legittimità al sentirsi in dovere di combatterla. Al grido di cui al titolo.

Si può, infatti, oramai farsi scrivere i testi col proprio stile di modo che nemmeno un amico fraterno sappia distinguerli dai testi scritti di tuo pugno. Ma si può non significa che si debba, o che sia giusto farlo. E lo stesso paradigma può (e deve) essere applicato a tante altre cose:

  1. si può agire per modificare il clima, magari col nobilissimo scopo di tentare di invertire o rallentare quel cambiamento climatico di cui si è sinceramente convinti, ma non è detto che sia una buona idea, e non tanto perché il cambiamento climatico a base antropica è tutto da dimostrare, o perché finché si hanno risorse sarebbe più saggio spenderle per affrontarne le conseguenze (come sempre gli umani hanno fatto, quale che fosse la causa: basta l'eruzione di un vulcano per regalarci decenni di inverni freddi ed estati mancate, altro che annullare il tanto strombazzato riscaldamento globale), ma perché magari a tentare di farlo questi novelli Frankenstein rischiano di procurare guai più grossi dei problemi che pretendono di risolvere ("potrebbe piovere", cit.);
  2. si possono spingere le aumentate capacità tecnologiche in materia di genetica al punto da "de-estinguere" un pericoloso predatore (manco non avessero visto Jurassic park), ammesso che la notizia che avete persino sentito al TG sia vera e non sia invece una boutade pubblicitaria, ma non è detto che sia una buona idea: sapevate che l'invasione dei cinghiali fino in città (di cui sono pieni i notiziari e sempre più frequenti le esperienze personali di ciascuno di noi) è dovuta a una sciagurata pratica di incrocio di esemplari selvatici coi ben più prolifici maiali da allevamento per fronteggiare la crescente domanda dei consumatori, cosicché è bastato che alcuni esemplari scappassero per ritrovarseli ovunque e fuori controllo? sapevatelo! e con gli orsi in trentino è successa una cosa simile, senza nemmeno la scusa commerciale, ma solo la pretesa scientifica di dovere (ed essere capaci di farlo senza problemi) ripopolare la regione importando esemplari dalla vicina ex-Jugoslavia;
  3. si può digitalizzare qualsiasi cosa, identità moneta lavoro eccetera, ma se non si ha l'accortezza di mantenere ("in back-up") le capacità e le copie fisiche nella misura in cui servono si rischia di legarsi mani e piedi e consegnarsi in mano a chi possiede il controllo dell'interruttore, che spesso non si sa nemmeno chi sia e comunque non è certo li per scelta democratica (sarebbe un guaio lo stesso, ma almeno sotto il formale controllo del "popolo"), cosicché un black-out più serio dell'evento spagnolo recente ci riporterebbe (per parafrasare il famoso aforisma di Einstein sulla quarta guerra mondiale) letteralmente all'età della pietra, costretti a tornare al baratto e a rapporti di forza che altro che il cosiddetto patriarcato di cui ci si riempie la bocca a cazzo come presunta causa dei femminicidi.

Allargando l'alone semantico dell'espressione, l'elenco delle cose che finché si può farle è bene quando si deve farle è male può allungarsi a dismisura: dai vaccini alla procreazione assistita, dal linguaggio politicamente corretto all'acquisto a caro prezzo di autoveicoli sperimentali di dubbia utilità, e il resto mettetecelo voi. Come dice Heather Parisi in questa lettera aperta all'ineffabile Burioni, "La scienza non è mai stata 'io ho ragione e tu devi stare zitto'. La scienza è dialogo, è ascolto. Se invece di spiegare, umili, se invece di convincere, attacchi, allora non stai diffondendo conoscenza.  Stai solo creando un branco. E il branco è pericoloso." 

E ora vi lascio a un paio di link di approfondimento, che è da qualche tempo che non lo faccio:

  • Glauco Benigni, una interessantissima digressione sui vari significati del termine Verità;
  • Massimo Mazzucco, una preziosa riflessione sulle origini comuni dei tre peggiori colonialismi della Storia.

domenica 14 aprile 2024

OGNI GUERRA...

Istruttiva immagine tratta da questo post di Comedonchisciotte
Certo che più che di funzionamento ottimale di alcuni servizi segreti sembra proprio il caso di parlare di preveggenza bella e buona. Un paio di giorni fa, il governo israeliano finalmente anche attaccato sul fronte interno ha avvisato che ci sarebbe stato un attacco iraniano, e questo non solo puntualmente si verifica, ma viene respinto "al 99%" senza fare un morto ma giustificando comunque qualunque rappresaglia. Poche settimane fa, la CIA avvisa che in Russia c'era il pericolo di attentati terroristici islamisti, e puntualmente questi arrivano. Ma non è una novità in cronaca, basta avere un po' di memoria per ricordare che un noto personaggio arricchitosi coi computer ma oramai impegnato a tempo pieno nel business della sanità aveva previsto una pandemia in una serie di incontri pubblici poco prima dell'inizio dello psicodramma chiamato Covid (la qual cosa peraltro ogni volta che egli stesso o qualcuno dei suoi ascari sparsi per il mondo riazzarda una previsione analoga ci passi un brividino per la schiena...). E un po' di più per spingersi ai servizi segreti ancora israeliani che avvisano i "loro" a restare a casa un fatidico 11 settembre...

Non occorre essere "complottisti" per sentire anche da lontano puzza di bruciato in tutto ciò, basta avere ancora qualcosa di funzionante tra le orecchie. In altre parole, ogni episodio della "guerra mondiale a pezzi" (Papa dixit) che stiamo vivendo sa di gioco delle parti, a prescindere da chi sia in questo gioco il burattinaio o il burattino. Per capire, bisogna fare qualche passo indietro e osservare dalla giusta distanza, magari con l'aiuto di qualche filosofo, scrittore, o artista.

Cesare Pavese, ad esempio, diceva che "ogni guerra è una guerra civile" e i morti sono tutti fratelli. Sartre spiegava che “Quando i ricchi si fanno la guerra, sono i poveri a morire”, e qualche decennio dopo Marco D’Eramo intitolava un libro "La guerra invisibile dei potenti contro i sudditi", inquadrando il concetto a livello di lotta di classe (alla rovescia) di cui la guerra guerreggiata è solo uno tra gli strumenti. A calare la cosa nella pratica degli avvenimenti in Palestina ci pensa Franco Cardini in due post da leggere integralmente: Le vere vittime di un conflitto, e Due pesi e due misure. E a spiegarci a voce “La scacchiera Medio-Orientale” ci pensa Alberto Negri, in un podcast segnalatomi da Pasbas.

Ma io vi voglio lasciare con un cantante/chirurgo, che traeva da una poesia di Brecht questo testo, che metto per esteso accanto al tube della canzone. Si chiama Il monumento, sentitela e fatela sentire a chi non capisce (e segue da brava pecora il tragitto indicato dal bastone e dal cane del pastore, magari verso una nuova guerra mondiale "intera"); è di Enzo Jannacci, tratta dal suo album più bello.

Il nemico non è, no non è
oltre la tua frontiera;
il nemico non è, no non è
oltre la tua trincea;
il nemico è qui tra noi,
mangia come noi, parla come noi,
dorme come noi, pensa come noi,
ma è diverso da noi.

Il nemico è chi sfrutta il lavoro
e la vita del suo fratello;
il nemico è chi ruba il pane,
il pane e la fatica del suo compagno;
il nemico è colui che vuole il monumento
per le vittime da lui volute
e ruba il pane per fare altri cannoni
e non fa le scuole e non fa gli ospedali
e non fa le scuole per pagare i generali,
quei generali
quei generali
quei generali

per un'altra guerra...

sabato 16 settembre 2023

VENGO ANCH'IO

Con ogni probabilità sarà passato presto in televisione, come è stato per tutti i docufilm del genere da quello su Pino Daniele a quello su Paolo Conte passando per quelli su Lucio Dalla, ma saputo che per tre giorni era in sala il tributo di Verdelli a Jannacci, presente peraltro a Venezia, non ho potuto esimermi da recitarne il titolo, e andarci "anch'io". Vi giuro, è bellissimo, sia se già conoscete più o meno bene l'opera del cantaudotttore terronmilanese, sia se non lo conoscete affatto (in tal caso, sarete sorpresi): state in campana, e alla prima occasione godetevelo. Per invogliarvi ulteriormente, in fondo trovate il trailer.

Vi si sottolinea, più di altre cose, l'aspetto forse meno noto, perché appositamente e grandemente dissimulato da Enzo stesso con il suo personaggio stralunato, del fenomeno Jannacci: l'essere stato in Italia uno dei più colti e geniali compositori di canzoni di tutti i tempi. Cosa che è da sempre risaputa tra tutti i suoi colleghi e gli addetti ai lavori, ma altrettanto ignorata dal grande pubblico. Ma il vostro affezionatissimo blogger, come dimostra fra l'altro la "promozione" a tag che Jannacci condivide con pochissimi altri fenomeni (De Andrè e Dalla, tutti gli altri li trovate sotto il generico Musica), ve lo aveva sempre detto, oltre ad avervi svelato nel 2009, vi giuro senza esserne a conoscenza soltanto deducendola dallo stile di scrittura, una affinità nientemeno (l'avverbio è solo per il gap di popolarità, anche tra i giovani) che con Vasco Rossi, che nel film viene non solo evidenziata ma anche abbondantemente documentata.

In attesa che possiate vedere il film (qui la bella recensione di Rockol), vi rimando per l'ascolto di alcuni capolavori al post apposito che feci uscire in occasione della morte del Nostro, giusto dieci anni fa. Buon ascolto e buona visione. 

sabato 6 maggio 2023

RADIOCIXD 67 - CCCP E INSOSPETTABILI DINTORNI

Molte volte su queste pagine abbiamo parlato della parabola dell'industria musicale, ad esempio nel 2009 qui (era stato appena eletto Obama, all'inizio aveva abbagliato anche me, ma la postilla finale che ne parla la potete saltare); oggi ci torno perché mi sono imbattuto, come talvolta capita, in un articolo definitivo sull'argomento (pubblicato su Popoff dal jazzista Iverson, qui accanto uno screenshot) non solo aggiornato fino ai giorni nostri ma anche decisamente dotato di una mirabile sintesi che consente, a chi si vuole prendere il disturbo di leggerlo, di comprendere in pochi minuti come e perché la musica è prima diventata redditizia e poi ha smesso di esserlo. Più o meno.

Come spesso capita, infatti, guardando le cose troppo da vicino ci si concentra sui dettagli ma non si capisce il quadro, come guardandolo troppo da lontano: occorre invece "la giusta distanza", ed è proprio quella a cui ci porta il contributo succitato. Ad esempio, ricordandoci che nella millenaria storia dell'umanità la musica c'è sempre stata, ma è solo per un secolo quasi giusto giusto che è stata un'industria che dava da campare a tantissime categorie di lavoratori, mentre arricchiva paurosamente alcuni soggetti. Prima l'indotto non c'era, e dopo la sua platea si è ridotta al minimo, ma sia prima che dopo uno che un modo per campare facendo il musicista, come l'artista in genere, si è sempre trovato e si troverà. Al limite, sapendosi accontentare.

Ecco perché non ho mai sopportato i talent show, fin dalla loro comparsa (non a caso, a fine parabola dell'industria musicale): perché vi si percepisce in modo palpabile lo straniamento e spesso anche lo strazio delle anime di quei ragazzi che vorrebbero anche loro arricchirsi o almeno mantenersi con diciamo così l'arte ma sono più o meno lucidamente consapevoli che la porta è sempre più stretta (e inoltre passa per l'omologazione agli stilemi dominanti, perché alti investimenti pretendono che si minimizzino i rischi). Ed ecco perché mi vengono in mente alcuni esempi "in cronaca", di segno completamente opposto.

Per il decennale della scomparsa di Enzo Jannacci, col figlio che lo celebra da allora e Elio ancora a teatro con le sue canzoni, è uscito un godibilissimo special su Rockol. Jannacci era di una di quelle "infornate" che "cantando dentro nei dischi" i soldi li ha fatti, ma non ha mai smesso di essere innanzitutto un medico, a volte assentandosi per anni dalla scena musicale (per ad esempio lavorare con Barnard, quello che ha "inventato" i trapianti di cuore) e sempre esercitando finché ha potuto. Mi sarebbe piaciuto vederlo alle prese con la gestione criminale della pandemia, ma almeno così posso immaginarmecelo come voglio. Di certo andrebbe spiegato ai ragazzi, uno come lui. Io ogni tanto ci provo, pur consapevole della estrema limitatezza del mio pulpito.

Roger Waters invece "è vivo e lotta assieme a noi", non rinunciando mai ad insegnarci quanto è necessario e urgente schierarsi contro le narrazioni imperanti anche a costo di rischiare il bando, e dire che a quasi ottant'anni un multimilionario certe cose potrebbe pure risparmiarsele, anziché girare il mondo per dirle ai concerti. A pensarci bene, è triste che sia quasi solo tra le voci fuori dal coro, a cercare la verità in questi anni di menzogne presentate come verità indiscutibili. 

Ma l'esempio migliore di questo approccio è uno per cui non solo bisogna fare musica per farla poi se vengono i soldi vengono, ma se ne vengono troppi bisogna fermarsi e chiedersi dove hai sbagliato: Giovanni Lindo Ferretti. Dopo gli anni diversamente punk dei CCCP, benissimo narrati in questo bell'articolo della Milani su illibraio.it, fonda con Zamboni Maroccolo e Magnelli i CSI (poi raggiunti dalla giovane Ginevra Di Marco), e quando ci si trova (col terzo album: T.R.E. appunto, che sta per Tabula Rasa Elettrificata, già peraltro recensito) in cima alle classifiche, decide di sciogliere il gruppo, rimpiazzandolo (dopo un paio d'anni di concerti memorabili, ve lo garantisco personalmente) con nuove incarnazioni sempre meno "commerciali" (come si diceva ai miei tempi). E dimostrandosi sempre capace, da allora in poi, di scelte personali coraggiose, e di prese di posizione politiche e sociali ci cui non si può non riconoscergli il coraggio e l'integrità nel sostenerle anche quando magari non si è d'accordo nel merito. E che forse sono meno incoerenti di quanto superficialmente sembrino, rispetto al comunismo militante degli esordi: diamoci un'occhiata.

Per giustificare l'inserimento di questo strano post nella rubrica RadioCixd, che di solito recensisce album brano per brano, o playlist quando non si parla di un solo album, volevo appunto scegliervi qualche video dei CCCP, meteora fertile del panorama musicale italiano, ma mentre cercavo mi sono imbattuto in questo, che basta e avanza a farvi un'idea poi se vi è scattata la curiosità cercate voi, e inoltre serve a farvene un'altra su cosa può essere la musica in TV e non è più stata (certo anche qui per miopia strategico-industriale). Si tratta infatti di un breve concerto live come quelli che ospitava regolarmente la mitica trasmissione DOC di Renzo Arbore e soci, condotta da Gegè Telesforo e Monica Nannini: averla seguita da giovane è una di quelle cose che consola di avere sessant'anni...

lunedì 1 agosto 2022

RADIOCIXD 60 - QUANDO PARLA GABER

Eh si: il dialogo tra i due "mi chiamo G", quello ricco
e quello povero, riuscì persino a farlo in Rai con Mina
A casa ho un rack stereo hi-fi degli anni 70 in perfetto stato, di quelli che oggi non si usa più comprare e comunque con quelle caratteristiche tecniche costa quanto un'utilitaria (vabbè, usato semestrale). Ma non lo ascolto mai. Durante il lockdown avevo ovviamente trovato il tempo di risistemare i collegamenti e fare qualche prova di ascolto (una bomba, infatti da ragazzi ci si facevano le feste in garage o in terrazzo), ma poi nisba. Magari quando vado in pensione, se mi tolgono la carota davanti al naso e arrivo a mangiarla, istituirò il rito dell'ascolto quotidiano di un ellepi. Ora, è molto più comodo attingere all'immensa mole di mp3 che in un modo o l'altro (nel rack c'è un pezzo più nuovo: un masterizzatore professionale per la conversione da analogico a digitale dei vinili) ho accumulato, per caricare una pennetta che poi rimane in auto fino a quando non ho ascoltato tutto il contenuto e la porto a casa per sostituirlo. Avendo il minuscolo aggeggio 32 giga di spazio, bastevole per quattro o cinque mila canzoni, anche passando due ore al giorno nel traffico di Roma ci vogliono mesi. E per metterti al pc a scegliere i brani per il rimpiazzo, devi ritagliarti qualche ora di tempo, anche se selezioni album interi. Così a volte, dopo un po' che scegli, magari tra le novità, ti arrendi e per fare prima ci infili tutta la discografia di qualcuno, che ami molto e vuoi riascoltare o magari che non hai mai ascoltato con attenzione e ti eri ripromesso prima o poi di farlo.

In questi giorni sto ascoltando praticamente tutta la discografia di Gaber, dove l'avverbio sta a indicare che è uno di quegli artisti per cui è difficile ricostruirla integralmente, perché vastissima e perché inizia in tempi in cui il concetto di album non si era ancora affermato (oggi è praticamente tramontato, ma per decenni è stato dominante) e i 33 giri erano solo raccolte spesso non coerenti e con duplicati vari. Tutta, dall'inizio alla fine, a puntate corrispondenti coi tragitti in auto. Mi rendo conto che si tratti di un'attitudine maniacale, e infatti mi vergogno un po' a confessarla, ma io non ascolto quasi mai tracklist miste, solo album dall'inizio alla fine, magari divisi tra una tratta in auto e l'altra. E se attacco una discografia completa, la finisco, ci vuole quello che ci vuole. Mi vergogno, o meglio mi vergognavo, finché non ho scoperto che in giro è pieno di gente, altrimenti all'apparenza normale, che si piazza davanti alla TV nottate intere o interi weekend per vedersi tutte di seguito ics stagioni di una serie. Per chi, come me, detesta anche quando un film per la TV te lo fanno in due puntate, è una cosa inspiegabile, quasi disumana. Per cui ad ognuno le sue manie, e faccio outing.

Di Gaber qui a radiocontroinformoperdiletto non abbiamo ancora parlato, proprio perché la sua produzione è talmente vasta ed eterogenea che è davvero difficile identificare un album da recensire. E però, consigliare a chi non l'abbia mai fatto di ascoltare Gaber è quasi un dovere civico. Jannacci, e va beh che erano amici, nella sua Se me lo dicevi prima, una invettiva contro la droga mascherata da canzone umoristica come il cardiochirurgo usava, mette "quando parla Gaber" tra le cose belle per cui vale la pena vivere. Già, perché il "teatro-canzone", termine coniato proprio da Gaber e Luporini per il tour teatrale de Il signor G del 1971 (e già questa scelta, per uno che ormai era di casa in prima serata sulla Rai magari accanto a Mina, come avrete senz'altro visto a Techetecheté, dimostra la statura dell'artista), era proprio un alternarsi costruito di canzoni e testi, dove questi ultimi constavano di affabulazioni in parte aderenti ad una traccia in parte modificate a braccio di volta in volta, talvolta brevi introduzioni del brano seguente talaltra digressioni che si allungavano a dismisura (ne Il grigio del 1989 arrivavano a fagocitare tutto). Per cui, o fate come me e vi ascoltate tutto, o ve le perdete. Si certo ogni tanto qualcuno (Dix, Marcorè, Paolo Rossi, ad esempio, e sicuramente Scanzi) prova a riproporlo a teatro, e magari con merito, ma non è la stessa cosa... Anche perché non credo che Gaber in scena oggi ridirebbe le stesse cose che diceva trenta o venti anni fa: ha cambiato sempre obiettivo per la sua satira feroce e impietosa, dalla borghesia all'individuo alla democrazia alla società, non vedo perché non avrebbe dovuto continuare a cambiarlo (i demiurghi della pandemia? i fautori della pace fornitori di armi? ciascuno ci metta il suo wish, tanto resta tale...).

Quindi, tenuto conto di quanto sopra, e cioè che comunque ne avrete un'idea parziale, vi propongo una tracklist commentata che pesca in decenni di carriera, e buon pro vi faccia:

  1. Io mi chiamo G - Celeberrimo duetto tra un bambino ricco e uno povero, clamoroso esempio di come si possa rappresentare una verità attraverso l'ironia. Il link punta alla versione televisiva, rara, e probabilmente dovuta a Mina che lo ha sempre considerato un amico, eccezione all'ostracismo totale che la Rai gli riservò per anni quando passò al teatro-canzone.
  2. I borghesi - Il brano fa a gara con Borghesia di Lolli a chi è più datato, tanto che Gaber a un certo punto ha smesso di farlo, e Lolli per farlo ci metteva un "forse" tra "il vento un giorno" e "ti spazzerà via". Ma è potente e diretto, e il fatto che nel 71 ci si potesse illudere che l'invettiva era verso altri e oggi non si possa che ritenerla rivolta anche verso noi stessi, non gli toglie valore, anzi.
  3. Un'idea - Qui la satira feroce è contro chi si sente progressista e avanzato, presentando una serie di personaggi che se ne vantano ma poi non finiscono proprio bene. E no, le idee non si mangiano, diceva mio nonno.
  4. Lo shampoo - Divertissement piuttosto noto ma certamente meno innocuo di quello che sembra a un ascolto superficiale.
  5. È sabato - Invece qui l'attacco è diretto, alle abitudini di coppia, al perbenismo, insomma ce n'è per tutti e nessuno si può chiamare fuori.
  6. La libertà - Il testo è un manifesto. Letteralmente: dovremmo stamparcelo e appiccicarlo in salotto, o in ufficio.
  7. Il conformista - Brano tra i più recenti, molto dopo che il Nostro era stato d'autorità arruolato tra i qualunquisti da quella sinistra da cui si era allontanato invece proprio perché lei aveva iniziato a tradire uno a uno tutti i valori di cui faceva bandiera. Ah, lo ha cantato anche Celentano.
  8. Il dente della conoscenza - Tolto il dente tolto il male. E' il vero problema della società di oggi, altrimenti il teatrino della pandemia non sarebbe potuto essere inscenato. E Gaber lo aveva capito decenni prima.
  9. La marcia dei colitici - Oggetto di questa satira giocosa sono le autoorganizzazioni e il culto del successo. Io però mi ci riconosco anche per una ragione più propria...
  10. L'elastico - Dentro il racconto di una esperienza extracorporale, c'è anche forse una frecciatina alla psicoanalisi...
  11. Quello che perde i pezzi - Meravigliosa allegoria. Il protagonista alla fine rimane solo con un testone e un testicolo. 
  12. La nave - C'era la metafora felliniana, e quella craxiana che opportunisticamente vi si accodava. Gaber ci rovescia sopra ettolitri di vomito, con la sua consueta abilità interpretativa sembra di sentirseli addosso...
  13. Le mani - Satira sociale a 360°, declinata attraverso tanti tipi di mani, con una chiusura senza tanti giri di parole.
  14. L'odore - Altra feroce introspezione. Quando l'ascolti, se ti senti colpito hai un problema, se invece non ti metti in discussione ne hai due.
  15. Il febbrosario - Nel 1974 si poteva prevedere la pagliacciata della pandemia? Ad ascoltare questo brano sembrerebbe in qualche modo di si. Scanzi avrà pure portato Gaber in teatro, ma forse questa o non l'ha ascoltata o non l'ha capita.
  16. La peste - Si, si poteva, questo brano dello stesso album lo dimostra. Ascoltatela con attenzione, prevede tutto, anche l'assuefazione in cronaca. Persino il "bacillo a manganello".
  17. C'è solo la strada - E qui, stesso disco, ce n'è pure per il lockdown: "Perché il giudizio universale non passa per le case dove noi ci nascondiamo: bisogna ritornare nella strada per conoscere chi siamo." Oppure, peggio, visto che dice che "appena un uomo si chiude in casa comincia ad ammuffire", chi ha architettato la gestione della pandemia il brano lo conosceva...
  18. Il comportamento - Questa feroce autocritica mi è sempre piaciuta. Sarà che anche mio nonno aveva un solo comportamento, e anche a me invece non mi è mai riuscito del tutto imitarlo...
  19. Le elezioni - Il perculamento del rito massimo della democrazia qui è totale, e culmina con una impresa che ammetto anch'io di avere sognato (che bella matita!) ma non so se davvero sia mai riuscita a qualcuno.
  20. L'America - Testo da sottoscrivere, ma l'attacco al mito americano ai tempi però si portava. Se vedo un rapper italiano o un trapper che ne fa la cover mi rimangio pubblicamente il mio disprezzo verso le categorie, giuro.
  21. Si può - Dire che è tratto dall'album Libertà obbligatoria già fa capire dove vuole andare a parare, ma il pezzo è molto noto, se si pensa che c'è persino una versione di Anna Oxa.
  22. Il suicidio - Questa esilarante affabulazione esiste in tante versioni quante tournée ha fatto, o forse quante serate, ognuna immaginando le modalità di farla finita delle personalità del periodo o in cronaca. Catartico.
  23. Quando è moda è moda - Il brano segna la presa di distanza dalla sinistra, e infatti ai tempi fu pesantemente contestato. Ma si adatta benissimo a ogni epoca, compresa questa.
  24. Io se fossi Dio - Quando fu rapito Aldo Moro avevo quindici anni e ogni volta che mio nonno (vecchio socialista antifascista impermeabile alla retorica democratica) rientrava in casa chiedeva serio "murìu Moru?", finché non tolse il punto interrogativo. Forse la cosa mi aiutò a maturare la mia posizione nei confronti della vicenda: tutti a parole volevano salvarlo, ma molti di questi lo volevano morto, così a esecuzione consumata era pieno di ipocriti (mandanti a parte) che ne ingigantivano a posteriori la statura politica mentre sotto sotto esultavano. Fu la prima volta che sperimentai l'ormai abituale sensazione di trovarmi da solo su una posizione alternativa mentre tutti gli altri facevano il coro alla narrazione ufficiale. L'anno appresso, da apprendista dj, misi le mani su uno strano vinile, inciso solo da una parte, con una canzone sola. Diceva quello che pensavo io, e non solo su Moro. Fu sequestrato, ma ormai in radio ce l'avevamo e io lo passavo. Poi ne girò una versione edulcorata. Ma il link che vi ho messo è quello alla versione integrale. Ascoltatevelo con concentrazione, se avete da fare rimandate a quando avete venti minuti di tranquillità per prendervi la vostra dose di "schiaffi di Dio" che "appiccicano al muro tutti".
  25. I soli - Questa ve la metto proprio qui perché a volte mi ha aiutato proprio in quella sensazione che vi dicevo. E parla di soli e non di single perché non parla solo di scelte sentimentali, e perché anche in due in fondo si è sempre soli, e chi pensa il contrario si illude.
  26. La democrazia - E questa perché la frase " io se fossi Dio di fronte a tanta deficienza non avrei certo la superstizione della democrazia" gli era evidentemente rimasto il bisogno di spiegarla nel dettaglio.
  27. Qualcuno era comunista - Essendosi trovato nel giro di pochi anni a passare da compagno coraggiosamente fustigante il sistema a volgare qualunquista, perché se uno mantiene fede a se stesso e alle proprie idee e tutti gli altri si tradiscono è lui che sembra spostarsi come il treno fermo in stazione mentre parte il nostro, il nostro a un certo punto evidentemente non ne poté più, e scrisse (sempre con Luporini) questa meravigliosa e idilliaca elencazione, al termine della quale dal vivo tutti ci si alzava applaudendo e sollevando il pugno, anche chi non aveva mai votato PCI. Se qualcuno vi accusa come talvolta capita a me di essere diventati "di destra", fategli sentire questa canzone, poi fate e dite come Mario Brega a Carlo Verdone, e mentre lo mandate a fanculo urlategli che semmai sono i compagni che sono diventati liberisti europeisti e destrorsi.
  28. Destra-Sinistra - Che poi è uno dei brani responsabili delle accuse di qualunquismo, ma solo perché si presta fin dal titolo a una lettura superficiale e strumentale. Se il partito più effettivamente di destra oggi è l'ultimo in elenco della linea di successione del PCI, e se il sovranismo monetario, precondizione a qualsiasi politica economica eretica rispetto al monetarismo eurista quindi anche a quelle socialiste o anche solo socialdemocratiche, viene invocato solo a destra, non è colpa di Gaber. E nemmeno mia.
  29. La strana famiglia - Divertentissimo pezzo di satira della società televisiva, peraltro scritto quando la deriva era ben iniziata ma lungi dall'arrivare ai picchi odierni. Ve lo propongo nella versione con l'amico di sempre Jannacci, che con la sua stralunatezza gli conferisce un plusvalore.
  30. Quando sarò capace d'amare - Uno così capace di scavare in qualsiasi contraddizione umana, è anche capace di un testo come questo, che impietosamente definisce l'amore nella sua essenza, consentendoci di scartare tutto il resto.
  31. L'illogica allegria - Quando l'autoanalisi e l'introspezione lasciano posto a una semplicissima presa di coscienza, di cui non vergognarsi.
  32. Il dilemma - Quadretto spietato ma dolcissimo di una coppia che sceglie l'unica maniera di avere l'ultima parola con la morte, o con la vita che è lo stesso. Difficile che troviate in una canzone, ma che dico in letteratura, un modo migliore di raccontare una vicenda come questa.
  33. Gildo - Idem, per una cosa peggiore della morte: la malattia. Gaber entra in ospedale (e qui forse c'è dell'autobiografia, visto che poi morì appena sessantaquattrenne di cancro ai polmoni -  e si: fumava...) e ci porta con se, facendoci quasi toccare con mano l'esperienza (al punto che chi l'ha provata ci si riconosce senz'altro) di quella forma di intimità e amicizia che si instaura tra codegenti di lunga durata, e la vergogna che prova chi di questi ne esce nei confronti di chi invece ci resta e non vedrà più. Un capolavoro assoluto.
  34. La stanza del bambino - A proposito di fumo, qui lo prende come spunto per una feroce satira contro il rincoglionimento e l'alienazione cui sottoponiamo e lasciamo che vengano sottoposti i nostri figli, placando la nostra coscienza col salutismo. E ancora non c'erano gli smartphone...
  35. Non insegnate ai bambini - E che ci troviamo in argomento, vi lascio con un altro capolavoro assoluto, ma nell'interpretazione magnifica di Alice, che gli aggiunge significato.

martedì 28 giugno 2022

MANCO 10 ANNI

Non mi sono mai iscritto a un partito o a un sindacato, e non solo per il noto aforisma di Woody Allen che poi citava Groucho Marx che poi citava qualcun altro, ma principalmente per quell'allergia tipicamente meridionale al venire schedati, irreggimentati, ditelo come volete. De Andrè diceva più o meno che non voleva morire per delle idee per magari scoprire solo un attimo prima che erano quelle sbagliate. Per questa ragione, la persistenza ultraquinquennale del banner del Movimento 5 Stelle in home di questo blog, dalla sua nascita al suo abbraccio mortale col PD, è stato per me un record personale di "appartenenza". Chi non mi vuole (più) bene, e/o chi è superficiale, ne approfitta per tacciarmi di incoerenza, ma anche chi mi vuole bene non rinuncia a rammentarmi di essermi fidato delle persone sbagliate. Ma le cose non sono andate esattamente così: semplicemente, io credevo fermamente nella indispensabilità per il nostro Paese di una serie di cose che guarda caso miracolosamente erano scritte nero su bianco sul programma di Grillo Casaleggio e soci, e ci credo ancora, sono loro che le hanno abbandonate, che ci posso fare? Ma non mi fidavo del tutto: infatti non mi sono iscritto al moVimento. E da subito (chi vuole controlli pure, è tutto qui, non cancello mai niente), assieme all'endorsement, ho espresso alcune perplessità rispetto ad alcune ingenuità costitutive: se metto un limite di due mandati (di qualsiasi tipo, peraltro) all'attività politica, cosa avrebbe impedito ai singoli, carneadi miracolati strappati all'anonimato e agli stenti da un'inattesa nuova modalità di selezione della classe politica, di lasciare il partito prima della scadenza, magari abbastanza prima da assicurarsi un proseguimento della carriera sotto altre insegne?

Certo, nemmeno Nostradamus poteva prevedere una parabola così rapida: dallo zero ad un terzo dei voti validi nel giro di un paio d'anni, un plateau di cinque durante i quali tradire uno a uno tutti i punti del programma iniziale, e un altro paio d'anni per sparire. Si perché di fatto lo scisma Di Maio sancisce la sparizione dei cinquestelle, ne chiude di fatto l'esperienza, senza mezzi termini. Non serve nemmeno andare a contare quelli che restando con l'ineffabile faccia tosta napoletano sperano di seguirlo anche nella durata della bella vita che si fa a guadagnare (e tanto) senza lavorare in cambio dell'approvazione disciplinata dei diktat della dittatura planetaria in fieri: alle prossime elezioni, la sparizione sarà sancita, perché a parte chi ha la vocazione all'appartenenza e casualmente la sua l'ha legata alle cinque stelle come una volta usavano alla falce e martello anche i figli di papà senza alcuna reale adesione al comunismo, nessuna testa pensante voterà per il m5s o per i dimaiani se ci saranno e comunque si chiameranno. D'altronde, perché sostenere gli imitatori, quando sono ancora li vivi e floridi gli originali, traditori della Patria, quei piddini che proprio Grillo si era ripromesso di cancellare quando fu respinta la sua candidatura alla segreteria?

Quello che serviva all'Italia, e che servirebbe ancora adesso, e allora era scritto nero su bianco nel suddetto programma grillino causando l'entusiasmo del sottoscritto assieme ad altri milioni di elettori, ed oggi se qualcuno lo proponesse sarebbe votato da me e da molti altri, era ed è semplice: recupero della sovranità monetaria, e suo utilizzo per una miriade di medie e piccole opere pubbliche (scartando a priori quelle grandi, forieri solo di grandi tangenti) utili a risanare il territorio e il tessuto socioeconomico italiano, unitamente ad un ridisegno della classe politica finalizzato alla riduzione a livelli fisiologici della corruzione, capace assieme all'evasione di impedire che la spesa in deficit si ripaghi da se a stretto giro grazie al maggior gettito. Traduciamolo in pratica, nella storia recente: i grillini al governo, secondo il loro programma, avrebbero dovuto immediatamente attivarsi per invertire la decennale rotta (fatta di chiusure nel pubblico e deviazioni del flusso economico verso il privato) di paternità eminentemente piddina in tema di sanità, chiedendo alla UE immediatamente tutti i fondi necessari ad attivare terapie intensive ovunque necessarie, e in caso di risposta negativa, attuando un altro punto del loro stesso programma, portare l'Italia trionfalmente fuori dalla UE con tanto di oceanico consenso popolare motivato dalle ragioni di salute pubblica. Invece, hanno lasciato la sanità al disastro in cui si trovava, aderendo alla narrativa imposta dalle multinazionali farmaceutiche e dai miliardari finti filantropi che ci stanno dietro, per calcolare improbabili parametri per le chiusure mettendola al denominatore così com'era ridotta. Mettendo in ginocchio l'economia e distruggendo la società.

Andando in cronaca, tra le battaglie grilline c'è stata quella per l'acqua pubblica (referendum stravinto, ricordate? carta morta, lo sapevate?), e nel loro programma c'erano una miriade di interventi sugli acquedotti colabrodo, sul territorio ormai incapace di tenere l'acqua e in genere di reggere gli estremi climatici, sui fiumi e gli invasi, sulla diffusione capillare delle energie alternative, eccetera. Avessero mantenuto il dieci per cento di quanto promesso, oggi non ci sarebbe crisi idrica, e non avremmo avuto alcun contraccolpo dalle sciagurate sanzioni boomerang alla Russia: un Paese in grado di autosostenersi dal punto di vista energetico, questo dichiarava di volere costruire Grillo, e Di Maio gli faceva eco. Cosa ne è stato di quelle promesse, lo vedete nel portafoglio e in casa vostra. Ah, e non sto menzionando l'uscita dalla Nato ("te la do io l'America!") e il ripudio della guerra eccetera eccetera, altri cavalli di battaglia oggi usati come pretesto per lo scisma in cronaca, chissà, forse finalizzato proprio a frenare l'emorragia trattenendo quegli elettori cinquestelle che già non digerivano Di Maio prima, figurarsi dopo che è diventato europeista (cosa gli avranno detto, dato o promesso colà dove si puote?) e guerrafondaio (se l'occidente non avesse mandato armi all'Ucraina, la guerra si sarebbe conclusa in due settimane come una baruffa di cortile, ma già: senza l'azione occidentale l'Ucraina avrebbe ancora il governo che aveva democraticamente eletto nel 2013 e non ci sarebbe stata alcuna guerra - e lo dico e ridico ben sapendo di non ritrovarmi nella lista nera solo per la mia irrilevanza).

Spero che il vecchio amico che mi ha pungolato per commentare la scissione grillina sia soddisfatto, e con lui tutti quelli tra voi che proprio non digeriscono quando mi metto a parlare di musica (ma ero in ferie, ho lasciato i CSI a farvi compagnia...). Tolte queste piccole magre soddisfazioni, tra l'altro, non è che ci sia molto altro in giro per cui gioire. L'anno scorso di sti tempi zero contagiati al giorno o quasi, quest'anno cinquantamila con nel frattempo quasi tutti vaccinati con tre dosi, eppure non è che constato in giro, del fatto che questi vaccini siano stati come minimo una truffa ad alto rendimento e non solo per i produttori, una presa di coscienza abbastanza diffusa da impedire che ai primi freddi si rimetta in piedi il baraccone, ammesso che nel frattempo non siano riusciti a mettere su quello della guerra dichiarata con tutto ciò che comporta, anche solo in termini di decrescita, ancora più efficace della pandemia.

Che poi se vogliamo proprio andare a cercare una coerenza in Grillo, perché a fare scemo l'avversario non è che ci si guadagni meglio forse immaginarselo furbo, è proprio nella decrescita: ai primi anni del blog aveva sposato quella "felice" di Latouche, poi pian piano si è convinto della maggiore efficacia di quella "infelice" dell'Euro, di Big Pharma e dei signori della guerra. A pensarci bene, già ai tempi in cui girava l'Italia inalando dallo scarico di una Fiat a idrogeno sui palcoscenici o spaccando computer, ci si poteva arrivare, in qualche modo: a me ad esempio capitò di vederlo a Catonateatro, pagando un biglietto piuttosto salato, e già doveva insospettirmi la presenza in prima fila dei politici cittadini (molti dei quali poi finiti nei guai con la giustizia) ben contenti di essere smerdeggiati e satireggiati dal comico (ma i satirici veri di solito vengono trattati diversamente, vedi Luttazzi), poi però si mise a piovere, forte, e il buon Beppe, trincerandosi dichiaratamente dietro la sua genovesità, rimase sul palco urlando che col cavolo ci avrebbe rimborsato, potevamo restare lì a bagnarci con lui se volevamo. Ma ovviamente la gente scappò, e lui si tenne il maltolto. Qualche anno prima sempre a Reggio a Jannacci gli organizzatori riferirono che avevano rubato l'incasso, e lui uscì a cantare lo stesso, gratis, e anzi siccome era incazzato il concerto gli venne meglio, e non lo finiva più. Per dire.

venerdì 13 maggio 2022

RADIOCIXD 56 - FABRIZIO DE ANDRÉ IN CONCERTO ARRANGIAMENTI PFM

Quando si dice uno spartiacque. Come dice anche Rockol, prima la canzone d'autore e il rock erano due mondi distinti, dopo diventano quasi indissolubili. Prima Fabrizio De Andrè per farlo salire su un palco bisognava menargli, dopo ci è rimasto sopra fin quasi alla fine (facendosi accompagnare sul palco, in quella che sapeva essere la sua ultima tournée, da entrambi i figli). Prima i dischi dal vivo erano registrazioni artigianali dalla qualità dubbia, dopo diventa usuale adoperarli per proporre versioni totalmente nuove e attualizzate di brani storici. E la lista si potrebbe allungare...

Consapevole del fatto di non essere come musicista al livello delle sue stesse idee, Fabrizio si è fatto sempre accompagnare da persone che invece riteneva in grado di sostenerle e valorizzarle. Faccio un elenco volutamente sommario: Reverberi, Piovani, Battiato, New Trolls, De Gregori, Bubola, PFM appunto, Pagani, Fossati. Alcuni li incrociò soltanto per la lavorazione di un album, altri ne influenzarono pesantemente la cifra stilistica a lungo, ma da tutti ha preso qualcosa, tanto che non si può dire che musicalmente parlando esiste "un" De Andrè, come magari pur con le naturali evoluzioni si può dire di altri, ma ne esistono tanti quanti gli artisti con cui ha scelto di collaborare. E chissà quanti altri ce ne sarebbero stati se il fato (o se preferite, le conseguenze di un vecchio vizio non abbandonato assieme ad un altro) non ce lo avesse tolto a 59 anni - l'età mia adesso, per dire...

Nel mezzo di questo flusso, dicevamo, lo spartiacque PFM. Io ero troppo giovane ai tempi di questo tour, ma ho visto quello successivo che ne manteneva l'impostazione, e con Mauro Pagani già sul palco (forse già a preparare la strada al capolavoro assoluto Creuza de mà). In mezzo, c'era stato il rapimento, ma ci hanno fatto pure un film con Marinelli e l'avete visto in TV: meglio ricordare che, dopo, Fabrizio ha perdonato pubblicamente i rapitori, rinunciando inoltre a costituirsi parte civile al processo, a rimarcare ancora una volta che lui "la differenza tra idee e azione" delle donne davanti al Gorilla non l'ha mai avuta.

E ora la consueta tracklist commentata, coi video solo in link e popup (niente schermino) perché gli album in realtà furono due (il successo del primo suggerì l'immediata uscita del secondo) e la lista è lunghissima, una sorta di sguardo d'insieme a tutto il primo blocco di carriera di Faber (al di là degli album singoli, alcuni dei quali abbiamo già trattato):

  • volume 1:
    1. Bocca di Rosa - Tra le tante versioni di questo classico della satira sociale, compresa quella di Ornella Vanoni, questa è forse la migliore, a dimostrare fin dal primo brano la felicità del connubio con gli alfieri del progressive italiano nel mondo. Ma è molto interessante anche quella in napoletano che Beppe Barra spesso ripropone dal vivo.
    2. Andrea - Scritta col giovane Massimo Bubola agli inizi della loro lunga collaborazione, questa canzone notoriamente affianca l'antimilitarismo di tanti altri brani precedenti ad una visione dell'amore a prescindere dal sesso degli interessati che è l'unico modo davvero efficace di affrontare correttamente queste tematiche, altro che l'ossessione lgbt eccetera di moda oggi...
    3. Giugno '73 - Difficile raccontare la fine di una storia d'amore in modo più efficace di così...
    4. Un giudice - Scritta col futuro premio Oscar Piovani, questa famosissima e divertentissima ballata (oggi impensabile, sotto l'imperio del politically correct) è uno dei brani in cui l'arrangiamento della PFM è diventato quello definitivo.
    5. La guerra di Piero - Forse il pezzo antimilitarista più citato della musica italiana, ma purtroppo spesso a cacchio, dimenticando cioè che il protagonista paga con la vita la mancata adesione all'istinto, primordiale, di combattere il nemico credendosi sempre e comunque dalla parte della ragione e percependo lui sempre e comunque come altro-da-sè. Esattamente il contrario di quelli che "siccome Putin è cattivo allora è giusto mandare armi e soldi agli ucraini che combattono dalla parte giusta della Storia" danno ragione a Draghi, magari col 45 giri di De Andrè in libreria.
    6. Il pescatore - Anche questo pezzo è oramai più noto con questo arrangiamento, e anche questo pezzo è tra i più travisati di sempre. Tradotto "in piano", è l'elogio dell'omertà di un (sacrosanto) ozioso, per cui l'assassino prima che essere tale (lo sarà per la società, magari, e comunque per chissà quali ragioni, che alla fin fine sono solo sue) è uno che gli ha chiesto da bere e mangiare perché ne aveva bisogno. E' solo senza dimenticare tutto ciò, che si può legittimamente immedesimarsi nel pescatore.
    7. Zirichiltaggia - Si torna nell'era Bubola (l'album Rimini era uscito da poco), con un pezzo che in qualche modo anticipa il Faber dell'era successiva, col suo testo in lingua sarda (ma, giuro, magari col testo davanti, un calabrese riesce a comprenderlo: potenza del Mediterraneo...) che rappresenta la lite tra due fratelli in merito all'eredità paterna (la "lucertolaia" del titolo è un terreno disastrato e poco fertile).
    8. La canzone di Marinella - Anche di questo brano è più frequente una lettura scorretta (come canzone d'amore) che quella autentica (è ispirato ad un fatto di cronaca, l'uccisione di una prostituta), forse per "colpa" di Mina che per prima lo rese famoso (strappando il Nostro all'avvocatura, come abbiamo raccontato anche di recente) e per ultima lo cantò assieme all'autore.
    9. Volta la carta - Tarantella buboliana a mascherare un testo serissimo, il brano conserva l'impianto originale di Rimini, senza però l'incantevole controvoce di Dori Ghezzi.
    10. Amico fragile - Brano dell'epoca degregoriana, e si sente - anche se la sua genesi è originale e l'ha spesso raccontata lo stesso Fabrizio. La sua versione migliore secondo me ce l'ha data Vasco Rossi al concerto in memoria di Faber (seconda solo ad Amore che vieni e amore che vai di Battiato, che scoppia a piangere e non riesce a finirla), forse perché in fondo parla anche di lui.
  • volume 2:
    1. Avventura a Durango - Cover di Dylan, migliore dell'originale (pur fedele al punto di inserire passaggi in un imprecisato dialetto italico laddove nell'originale erano in spagnolo), a suo tempo forse frutto di strascichi dell'influenza del Principe (che anni dopo canterà l'altra cover dylaniana di Fabrizio, Via della povertà, mantenendo la sua traduzione) - d'altronde, la Pivano a suo tempo dichiarò che non capiva perché si diceva che De Andrè era il Dylan italiano anziché viceversa.
    2. Presentazione - Di Cioccio ai tempi era già assurto a frontman della band, ben oltre l'importanza relativa nel sound della band della sua batteria, in forza della sua faccia di tolla nettamente superiore a quella degli altri. Se siete mai andati a un concerto della PFM (e se no, fatelo, "col catetere" ma suonano ancora), questa presentazione qui vi sembrerà molto sobria.
    3. Sally - Ballata scritta con Bubola, di bellezza struggente (se la gioca con la Sally più famosa, che conoscete tutti) e testo che oggi non sfuggirebbe alla tagliola dei nuovi benparlanti (ma fatela voi una poesia, scrivendo "nomadi di etnia rom" invece che "zingari"...).
    4. Verranno a chiederti del nostro amore - Scritto con Bentivoglio e Piovani come tutto l'album Storia di un impiegato (uno dei dischi più sottovalutati di Faber, e uno di quelli che in un modo o nell'altro torna ricorrentemente a raccontare la cronaca), il brano suona come una gragnuola di schiaffi a ciascuno di noi.
    5. Rimini - Si muove nei paraggi di Piccola storia ignobile di Guccini, usando però un pennello felliniano al posto dell'accetta. E non è che sia meno dura...
    6. Via del Campo - Il brano oggi risulta scritto a quattro mani con Jannacci, ma alla cosa si arriva dopo che entrambi, in epoca diversa e per testi diversi, avevano attinto all'insaputa l'uno dell'altro ad un motivo tradizionale lombardo. Data la caratura dei personaggi, l'accordo fu semplice, e al suddetto concerto in memoria di Fabrizio il brano lo canta Enzo, smozzicato e straziante come solo lui sapeva fare.
    7. Maria nella bottega del falegname - Gli ultimi due brani sono tratti da La buona novella, capolavoro assoluto di cui abbiamo parlato tempo fa, e che la PFM porterà in scena di recente, nel quarantennale del disco in cui avevano suonato quando ancora si chiamavano I Quelli (lasciando fuori il cantante, tale Teo Teocoli...). Questo è bellissimo....
    8. Il testamento di Tito - ...ma questo è un capolavoro assoluto, in cui il ladrone Tito (chissà, forse tra l'altro ispirando Pasquale Festa Campanile per il suo Ladrone molto bene interpretato da Enrico Montesano) snocciola demolendoli i dieci comandamenti. Un testo di quelli che si dovrebbe tenere in casa appiccicati al muro, in cornice.

giovedì 5 agosto 2021

L'ALBA DI OGNI REGIME - VERSETTI COVIDICI 90-93

La prossima versione del Green pass...
Il vaccino Pfizer, il principale rimasto in somministrazione perché gli altri danno troppi problemi, è esplicitamente controindicato per chi ha problemi al sistema immunitario e per chi usa cortisonici. Se appartenete a una di queste categorie, o come me ad entrambe, alle ragioni di principio per rifiutarlo si sommano delle ragioni diciamo così tecnico/sanitarie di evitarlo. Ma è difficile che il vostro medico vi aiuti, in tal senso: se non siete fortunati, la probabilità maggiore è che si tratti di un soggetto convinto, o di suo o per convenienza (si stanno arricchendo, ma questi almeno hanno un buon motivo...) o timore, della narrazione ufficiale, anche se questa è talmente piena di buchi logici che dovrebbe fare inorridire chiunque abbia pronunciato il giuramento di Ippocrate. E quindi vi risponderà come a me, con la solita giaculatoria:

  1. "Pfizer è sicuro"
  2. "non vedi che in giro ci sono tanti contagi ma quasi tutti asintomatici o senza sintomi gravi, e gli ospedali sono comunque vuoti"
  3. "tanto ormai dovremo tutti fare un paio di richiami l'anno per sempre"
  4. "occhio che già conosco gente che è stata licenziata per non essersi vaccinata."

Inutile, come sempre ma a maggior ragione visto il camice, ogni tentativo di rintuzzare logicamente punto per punto:

  1. se è sicuro perché devo firmare il sollevamento della responsabilità a chi me lo somministra?
  2. se ci sono tanti contagi non è che forse si dovrebbe concludere che non funziona (visto che ad esempio l'estate scorsa ce n'erano meno)? e non erano quasi tutti asintomatici o senza sintomi gravi anche i contagiati dell'anno scorso (salvo i primi mesi in Lombardia eccetera, e comunque sicuramente l'estate scorsa), quando non c'erano vaccini?
  3. è esattamente questo il motivo per cui non voglio cominciare col primo: chi si inietta questo siero nel sangue con ogni probabilità è condannato a fare richiami per sempre, e ogni tot mesi mica anni. Ma glielo dite, prima di fargli la prima dose?
  4. è esattamente questo il motivo per cui la campagna vaccinale è criminale ed autoritaria, vile e profondamente antidemocratica: non solo mi obblighi, ma non lo fai di diritto, prendendotene tu Stato la responsabilità, ma di fatto, costringendomi ad assumermele io altrimenti dei soggetti privati hanno il potere di privarmi dei miei diritti, da quello elementare di andarmi a divertire dove mi pare (essendo sano come un pesce - il green pass invece consente l'accesso a molti soggetti potenzialmente pericolosissimi) a quello fondamentale di lavorare, sancito addirittura dal primo capoverso della Costituzione. E senza che le associazioni di consumatori da un lato (mi sa che stavolta restituisco la tessera di Altroconsumo) o i sindacati dall'altro (qui meno male che sono diffidente da sempre, mica siamo in Francia...) abbiano fatto o facciano nemmeno un plissè, come diceva Jannacci.
Così adesso entra in vigore il Green pass, che ci divide in cittadini di serie A e serie B secondo un criterio peraltro arbitrario (e peraltro in aperta e palese violazione della stessa normativa comunitaria): secondo stessa ammissione (peraltro, su msn) dei maggiorenti del regime virologico, i vaccinati possono contagiare ed essere contagiati tanto quanto i non vaccinati, e sono già numerosi sia in cronaca che tra le conoscenze personali di ciascuno di noi i casi di comunità di totalmente vaccinati tutti nuovamente positivi e senza contatti recenti con non vaccinati, come sulla Vespucci, ragion per cui si può ragionevolmente prevedere che la quarta ondata (che arriverà di certo, perché arriva l'autunno: le ondate e le varianti smetteranno se e solo se la finiscono con questa contabilità assurda e magari incriminano chi l'ha incominciata) sarà colpa proprio dell'abbassamento della guardia dovuto al Green pass, e le varianti proprio all'adattamento naturale del virus ai goffi tentativi di fermarlo modificando il sistema immunitario. Ma, a differenza dei tanti fascistoni che si credono democratici, che inneggiano alla reclusione dei refrattari e auspicano la loro cacciata da scuola e il loro licenziamento dal lavoro, noi non ci auguriamo che i vaccinati muoiano come le mosche a causa di una nuova variante (non la delta, quella è come un raffreddore: ipse dixit) innescata proprio dalle vaccinazioni (ipse dixit), no: ci auguriamo che chiunque scelga liberamente (e magari davvero informatamente, cosa che purtroppo non è: vogliamo fare un sondaggio per capire quanti hanno davvero idea di cosa hanno firmato?) se vaccinarsi o meno stia bene e sia felice. Tanto per farci restare una sparuta minoranza basterà la propaganda, coi tanti vip a fare la fila per consigliarci la punturina, anche quelli che fino a ieri facevano gli antisistema (ma ce ne ricorderemo, eccome!).

Purtroppamente però questo è uno scenario altamente improbabile. Sarebbe possibile se davvero l'obiettivo fosse l'immunità di gregge: con questa "potenza di fuoco" nella persuasione, a non vaccinarsi resterebbe una quota di popolazione non sufficiente a impedirla. Ma l'obiettivo, l'obiettivo di tutto fin dall'inizio, fin da prima, è il Grande Reset sociale mondiale, talvolta ce lo scordiamo, per cui devono schiacciarci, o falliranno. Devono ridurci al silenzio e all'isolamento, finché non scompariremo e finiremo dimenticati, e con noi l'idea che una persona è portatrice di diritti suoi propri personali e inviolabili persino di fronte all'interesse collettivo, come quello all'autodeterminazione della propria salute ad esempio. Hanno fatto già così col diritto al lavoro: i nostri figli non sapranno che sia mai esistito. E' questo il paradigma. Avete letto anche voi quel post idiota che ironizzava sui mille modi in cui abbiamo già perso la nostra privacy, per dedurne l'assurdità di rifiutare l'app per il Green pass? Ebbene, provate a capovolgerlo: non è che l'affondo finale è stato proprio preparato così? Che ci hanno dato gli smartphone (senza, tutti saremmo usciti a vedere che succedeva) per poi poterci rinchiudere in casa (finché ce la lasciano...)? Che prima ci hanno rincoglionito con la TV per prepararci all'accoglimento entusiastico dello smartphone? E che con lo stesso espediente retorico, una volta accettata l'app, non ci diranno che allora siamo scemi se rifiutiamo il chip sotto pelle?

Liliana Segre, col suo vecchio
Green pass tatuato sul braccio

Il tocco di classe finale dei guru della propaganda è una vecchia ebrea, vittima del totalitarismo precedente, che anziché usare la propria testimonianza per fare da monito contro ogni schedatura, tatuata o cucita, su schermo o stampata, a forma di numero o di stella o di QRcode che sia, la usa per legittimare il totalitarismo incipiente. Non c'è che dire, le pensano proprio tutte. Io vi saluto per qualche giorno, sono stufo, vado al mare, viaggio con la mia vecchia auto (è quasi arrivata, ma la prossima mi cerco un vecchio diesel: per protesta contro l'ambientalismo obbligatorio, e perché sono convinto che la scelta più ecologia sia far girare le macchine vecchie quanto più a lungo possibile, se uno calcola bene), mangio fuori solo all'aperto, e ogni tanto vi posto una recensione musicale per farmi passare la nostalgia dei concerti dal vivo. Col ballo no, non c'è niente da fare. Ma se i vaccinati credono che per loro invece sia dietro l'angolo un ritorno alla normalità, vedranno sulla loro pelle quanto si sbagliavano, e quanto i potenti di cui si sono fidati li hanno presi per il culo.

Buone ferie, mi raccomando seguite tutti i link nel testo precedente, e nei versetti covidici qui appresso.

90. Ragionare per comprendere. Almeno, la posizione di un fino a ieri osannato premio Nobel come Montagnier...

91. Cosa sta succedendo. Un bellissimo articolo che fornisce un quadro generale della questione, da leggere tutto con attenzione. Mi raccomando di arrivare all'ultimo fondamentale capoverso, che aggiunge al titolo un punto interrogativo.

92. Elenco Eventi Avversi Da Vaccino Anti Covid. Sempre su comedonchisciotte, una estremamente meritoria rassegna stampa che raccoglie dalla cronaca quello che altrimenti fatichereste a unire, come i puntini della settimana enigmistica. Al momento, sono "solo" 17 pagine di 30 articoli ciascuna... Per quelli invece che preferiscono i numeri, eccoli qua.

93. Dottor De Donno: “suicidio” annunciato. E con retroscena economico annesso. Dove sono tutti i miei amici di sinistra che usavano il verbo suicidare in forma transitiva quando si parlava di Ustica? Cos'è, ora non si può più fare? Nemmeno coi leader africani?. Ebbene, De Donno è stato suicidato perché faceva quello che quasi tutti gli altri medici hanno smesso di fare, consegnandosi mani e piedi al regime covidiota e vaccinista: curare gli ammalati. Ma questo ve lo faccio dire da Stefano Re, che lo dice meglio di me, riportando uno spezzone da un suo post.

Hanno ucciso il dottor De Donno. Lo hanno ucciso i piccoli schiavi con le loro menzogne, con la loro cecità imposta, con il loro odio spacciato a reti unificate. La sua colpa è stata salvare delle vite, ma salvarle davvero, curando la malattia che li stava uccidendo, strappandoli da un protocollo che li avrebbe condannati. Non era accettabile, danneggiava il disegno criminale in corso d’opera che non poteva e non doveva fermarsi, e così lo hanno ucciso.

Non so se fosse un uomo giusto o buono, so che la sua colpa è stata salvare vite, fare quel che un medico giura di fare, quel cui dedica la sua esistenza. E so chi lo ha ucciso, come lo sapete voi, come lo sanno loro. Sappiamo perfettamente chi sta uccidendo milioni di persone, con virus reali o immaginari, protocolli medici fatti di attese e menzogna, decreti costruiti su numeri falsati e proclami al rilancio di odio e veleno. Lo sappiamo noi e lo sanno loro.

È bene che lo sappiano anche questi piccoli schiavi, questi assassini, questi terroristi in giacca e cravatta, quelli in camice bianco, quelli nascosti nelle redazioni e quelli incestati dentro uffici dai nomi altisonanti e pomposi. È bene che lo sappiano, che non possono farcela, e che non ce la faranno. 

lunedì 17 agosto 2020

RADIOCIXD 25: QUELLI CHE...

Di questo disco vi ho già fatto cenno, una sera di brutti presagi, perché di Jannacci vi ho parlato più volte, tanto che come De Andrè e pochi altri ha un suo tag, e in occasione della sua morte con un antologia che è un amorevole greatest hits e vi consiglio vivamente di andarvi a riguardare e ascoltare.
Ho deciso di dedicargli un capitolo di questa rubrica perché è un album atipico, anche rispetto alla produzione di Jannacci stesso figurarsi a tutti gli altri. Sarà perché c'è lo zampino del mitico Beppe Viola (avercene oggi, telecronisti così: riguarderei le partite di calcio), che pure recita in parecchi siparietti. O semplicemente gli è che ogni artista ha il suo top, anche chi si è tenuto per tutta la carriera a livelli qualitativi molto alti.
Si perché Enzo era un genio, un fuoriclasse vero. Uno che gli accordi li inventava, poi va beh si scrivano come si possono, tanto quando lui li ricantava li reinventava. Irriproducibile. Ma se ci provavi a cantare le sue robe a modo tuo, come hanno fatto ad esempio Mina e Milva, veniva fuori che erano delle melodie bellissime, anche se non somigliavano più per niente all'originale. Si lo so, l'ho già detto. Come ho già detto che quello che gli deve tutto, e lo sa, è Vasco Rossi, altro inventore di melodie mascherato. Ma non posso farci niente: penso che sia uno dei mostri sacri della canzone italiana, anche se ha fatto di tutto per non essere preso sul serio. Le robe serie non sono dentro nei dischi, amava ripetere, e siccome di mestiere faceva il chirurgo c'era da credergli. Sempre dalla parte degli ultimi, sempre incazzato ma che era buono lo vedevi (e infatti era amatissimo da noi bambini), scrisse questo capolavoro in una parentesi canzonettara della sua vita "altra". Così, come fosse niente.
Ovviamente, ho il vinile. Etichetta Ultima spiaggia, roba alternativa degli anni 70. E dovreste ascoltarlo tutto, sul giradischi, con la sola pausa necessaria a girare lato. Si, lo so che oramai non ce l'avete più, o non avete il tempo di adoperarlo, e volete la consueta tracklist commentata. E' stato un pochino difficile da trovare tutti i brani su youtube, ma vi voglio troppo bene...
1. La televisiun
Tre righe di testo, in milanese: "la televisiùn la ga una forsa da liùn / la televisiùn la ga paura de nisùn / la televisiùn la te ndurmenta come un cujùn / bah!". Ora, pensate che quando le ha scritte non c'era non dico Mediaset, ma nemmeno Raitre, e vedete voi quanto lontano era capace di vedere sto cacchio di svalvolato mezzo cantante mezzo chirurgo...
2. Quelli che...
Questa è la versione originale. Probabilmente mai eseguita tale e quale dal vivo, tanto il testo si presta ad adattamenti continui. Ne esisteranno mille versioni, i più la conoscono come sigla di una trasmissione sportiva cui ha anche dato il nome, ma anche lì la cambiava ricorrentemente. Un'autentica dimostrazione di genialità assoluta. Senza mezzi termini.
3. El me indiriss
Di nuovo in milanese, ma tranquilli si capisce. Anche Enzo ha la sua via Gluck, ma è meno romantica e più dura. Beninteso, anche il prato di Celentano faceva da cesso, ma Jannacci ha la faccia di dircelo.
4. Il monumento
Non era ancora di moda denunciare che i soldi che non si trovano mai per le cose che servono alla gente, si trovano sempre per le spese militari. Ma Jannacci era avanti, è stato sempre avanti, e sempre, per citare un suo titolo, "senza andare fuori tempo".
5. Borsa valori
Cosa c'è di meglio di un testo nonsense per sottolineare la mancanza di senso reale della borsa valori? La stessa domanda retorica devono essersela fatta anche Lucio Dalla e Roberto Roversi, se pensiamo che proprio lo stesso anno hanno fatto uscire un brano omonimo che usa espedienti simili. Chissà se ascoltandoli in sequenza l'effetto è potenziato...
6. L'arcobaleno
Qui il testo è di Cochi e Renato, la collaborazione col duo era bidirezionale. Lo stesso anno E la vita la vita di Enzo, sigla di una Canzonissima co-condotta dai due, andò prima in classifica. Il video non lo trovo, ma lo ricordo tutto: era esilarante...
7. Vincenzina e la fabbrica
Già colonna sonora di Romanzo popolare di Monicelli (e non è l'unica: il Nostro ha avuto frequentazioni nel cine, e anche come attore...), questo capolavoro molte volte coverizzato riesce a rendere il dramma persino con un memorabile riferimento calcistico/sociale ("sto Rivera che ormai non mi segna più, che tristezza: il padrone non ci ha neanche sti problemi qui..."): la sintesi è dono dei soli migliori.
8. Dottore...
Siparietto tra Enzo il dottore e Beppe il paziente, divertentissimo se non fosse che sappiamo che pochi anni dopo un malore avrebbe stroncato il cronista sportivo più sornionamente ironico di sempre.
9. Viva la galera
Come il primo brano, anche qui poche righe fanno da intro al pezzo seguente: "Viva viva la galera, che ti fa ben rozzo e nero [...] ti dà il pane verso sera [...] ti difende la frontiera [...]on ti porta via la pera, verso sera. Verso sera. Sull'aria di 'Summertime'" - Chissà perché proprio di Summertime...
10. Il bonzo
Ispirato a un fatto di cronaca, con lo zampino ancora di Cochi e del maestro Dario Fo, di cui Jannacci aveva interpretato e interpreterà altri capolavori, questo brano non ha tempo, per cui sembra scritto adesso. Che vi frega dei ristoratori, dei musicisti, dei piccoli negozianti, e di tutti quelli che sono stati inchiappettati da questo governo sciagurato con la scusa del Covid? Tanto voi avete lo smartworking, restate a casa vi vestite a metà e vi pagano per intero... Ma ve lo siete chiesti, quando toccherà a voi, o ancora no?
11. Nove di sera
Testo tradotto da Bardotti di un celebre brano di Chico Buarque, ancora sulla televisione. Sarà stato il DNA pugliese, ma Jannacci frequentava con profitto i ritmi latini...
12. Il karate
Un decalogo ironico, anzi autoironico (Enzo era cintura nera, lo sapevate?), che in pochi secondi con la scusa del karatè (che ai tempi ancora si pronunciava con l'accento finale) spazia dal patriottismo alla mafia, passando per il nazismo e la morte.
13. El marognero
Ancora nonsense a piene mani, su base latinoamericana, con voce arrochita a sottolineare il cazzeggio. In attesa del finale...
14. Il Kenia
Presa in giro sia dei viaggi esotici che degli stilemi della pubblicità, il testo chiude l'album ma io ve ne riporto solo il folgorante incipit: "Per andare in Kenia bisogna sapere dov’è. Per rimanere in Kenia bisogna essere armati fino ai denti. Per capire il Kenia bisogna essere dotati di una certa intelligenza. Per tornare dal Kenia bisogna essere in due: uno è amico di Friden, l’altro torna dal Kenia.". E quest'è.

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