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giovedì 27 agosto 2026

SE FAMO DU SPAGHI

Vorrei tanto non ripetere sempre le stesse cose, perché la cosa mi ricorda l’anzianitudine che avanza, ma è la cronaca che mi induce. In questi giorni, numerosi reportage da Amatrice (per esempio sulle sagre) e zone limitrofe, infatti, ci hanno raccontato una realtà così dura da sembrare incredibile: la ricostruzione nella cittadina a dieci anni dal sisma è ferma al 40 per cento circa, e nel centro storico nessun cantiere è al momento aperto. Un paio di anni fa vi avevo raccontato di una sconvolgente gita a Castelluccio di Norcia, rasa al suolo qualche mese dopo nello stesso 2016 e mai più ricostruita. Ora, non sappiamo per quale città o paese racconteremo la stessa storia, e non sappiamo tra quanto tempo, ma sappiamo con certezza che succederà, per la concomitanza di due fattori: essere quasi interamente l’Italia zona sismica, e disporre di un patrimonio abitativo ampiamente inadeguato.

Nella maggior parte dei casi, cioè salvo per eventi per fortuna molto rari come sismi così forti da aprire la terra e inghiottire persone e cose o capaci di originare tsunami disastrosi, non è il terremoto a uccidere, ma le case. Il terremoto di Amatrice (magnitudo 6.0, per altri 6.2) o anche quello di L’Aquila (5.9) o del Friuli (6.5) o persino quello più forte di tutti dell’Irpinia (6.9), sono regolarmente e ampiamente superati per magnitudo da terremoti in Giappone dove però (vedi la serie storica) da ormai decenni causano una piccola frazione delle conseguenze patite da noi. Il punto non è quanto presto e a che costo ricostruire, il punto è fare in modo che le case non crollino.

Per questa ragione, un governo degno di questo nome dovrebbe avere come primo punto del suo programma un piano di recupero dell’edilizia pubblica e privata in senso antisismico, costi quel che costi, e a deficit: tanto per loro natura i microinvestimenti a deficit sul territorio procurano un incremento di reddito da moltiplicatore keynesiano che a stretto giro genera maggiori entrate fiscali almeno pari al deficit innescante. E che ci troviamo, con lo stesso paradigma, come secondo punto un piano di recupero del territorio (argini, alvei, coste, alberi, eccetera) e come terzo il rifacimento della rete idrica con riduzione a livello fisiologico delle perdite. Invece, i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, spesso mancando a specifiche promesse elettorali, non hanno fatto altro che obbedire ai diktat di una istituzione non eletta che risponde solo agli interessi dei suoi mandanti nella finanza globalizzata, chiamata per ragioni pubblicitarie Unione Europea, che per le case impone standard ecologici nordici pure alle case mediterranee al solo scopo di espropriarne buona parte ai legittimi proprietari, e per gli investimenti in genere impone le sue scelte ideologiche a prescindere della reale utilità negli Stati membri. Insomma, quello che serve da noi magari non serve in Germania o Francia, su noi dobbiamo decidere noi, e se proprio dobbiamo restare nella moneta unica dobbiamo pretendere di poter emettere certificati di credito fiscale cedibili, quindi in pratica altra moneta, per finanziare i singoli proprietari di case da rendere antisismiche (innanzitutto, e solo dopo ecologiche), e di poter usare i fondi europei per gli altri due succitati megaimpegni di salvaguardia del territorio e delle sue risorse, e non per obiettivi calati dall'alto.

Recuperare almeno un po' di sovranità monetaria ed economico/finanziaria, insomma, si può e si deve fare subito anche se non si ha il peso politico di imporne un recupero totale e improvviso. Sennò non andiamo con la esterna RAI ad Amatrice per la sagra degli spaghetti, ma in tutte le altre sagre degli ennemila comuni italiani in cui mandiamo un inviato raccomandiamogli di dire "bello sto borgo, eh?! guardatevelo bene, magari prossimamente un terremoto lo spazzerà via..."

domenica 2 novembre 2025

A CONTI FATTI

Lo vogliamo per sempre così...
La Corte dei Conti ha "bloccato" il Ponte sullo Stretto. Le virgolette sono perché il parere non è vincolante per il governo, ma i rilievi sono concreti ed è difficile che questo abbia la forza politica per ignorarli bellamente. Il wishful thinking è che questo ennesimo stop sia finalmente quello definitivo, ma la torta è talmente grossa che difficilmente i felloni non cercheranno e magari troveranno un'altra strada per cercare di papparsela.

E' perciò utile, anche se l'argomento è uno dei più trattati di questo blog (basta seguire il tag), ricapitolare ancora una volta quali sono tutte le ragioni per cui il Ponte non può e non deve essere fatto, anche perché negli ultimi tempi, grazie anche alla sponsorship governativa (specie di uno a cui del sud non gliene è mai fregato niente, peraltro), gli argomenti a favore, per quanto fallaci, hanno trovato "buona" stampa facendo quindi breccia in una opinione pubblica sempre meno avvezza al pensiero critico.

  1. Fattibilità. Il ponte a campata unica più lungo mai costruito ha una campata lunga la metà di questo progetto. Il doppio più lungo non significa il doppio più difficile, magari: qui parliamo di un fattore difficilmente calcolabile. E certo che i progettisti dicono che si può fare, erano ingegneri, erano scienziati, anche Morandi e quelli del Vajont: non deve decidere chi è interessato. E chi deve decidere deve essere "marcato a uomo" per non essere corrotto.
  2. Terremoti. La resistenza al sisma del progetto attuale è di 7.1 gradi Richter. Ridicola. Nessuno può dire con esattezza quale fu la magnitudo del "big one" del 1908, e quale sarà quella del prossimo. Ma se fosse 7.2 non sarebbe lo zero virgola uno più forte, la scala è logaritmica, si parla di moltiplicare a ogni decimale, un 7.8 sarebbe UNDICI volte più forte del 7.1 per cui il progetto sarebbe tarato. Tutto ciò significa che è praticamente certo che, ammesso che riescano a ultimarlo, al prossimo grande terremoto, in una zona in cui ce n'è uno ogni secolo o due al massimo quindi ci siamo quasi, andrà in macerie (e se anche fosse l'unica struttura a resistere, come si vanta lo stesso Salvini, in assenza di interventi sul patrimonio abitativo dell'area dello Stretto, resterebbe a collegare due cumuli di macerie).
  3. Vento. Ma se un grande terremoto possiamo essere certi che arriverà ma non quando, i venti su quel tratto di mare, a decine di metri di altezza, sono la regola per moltissimi giorni all'anno. Un grattacielo, cioè un oggetto massiccio ancorato a terra e alto centinaia di metri, in cima deve oscillare di metri e metri per non crollare. Il Ponte, una struttura esile coi punti di ancoraggio lontani chilometri, per non crollare deve oscillare tanto da costringere a chiuderlo al transito in ogni giorno di vento. Immaginando che non ci siano più i traghetti, chi deve passare sta fermo agli imbocchi.
  4. Traffico. Si ma chi è che ci deve passare? Per giustificare la costruzione, si ricorre a previsioni di traffico vecchie di venti anni (lo stesso trucco della Torino-Lione), che la stessa CdC ha giudicato irrealistiche visti i tempi. Ma anche fossero giuste, la domanda è: ha senso nel 2025 realizzare una infrastruttura che sposterà ulteriormente i trasporti su gomma (mentre è in corso un'azione concentrica per farci abbandonare le auto, peraltro) da e verso un'isola che logica e ambientalismo vorrebbe fosse invece essere rifornita esclusivamente via mare, semmai investendo su porti commerciali e infrastrutture di trasporto interno?
  5. Tempi e costi di traghettamento. Si parla di un pedaggio di 10 euro a vettura e 20 a mezzo pesante. Ammesso che sia vero, e che si trovi il modo di non creare code agli imbocchi (salvo il vento, rivedi punto 3) risparmiando del tempo, visto che il tempo è denaro e che le code agli imbarchi attualmente si registrano solo per alcuni giorni all'anno (meno di dieci) quanto risparmierebbero gli utenti (escludendo pendolari reggini e messinesi, che se glieli lasciano continueranno a preferire gli aliscafi a 40 chilometri di strada) non ferroviari? 
  6. Treni. Unici mezzi che trarrebbero vantaggio dal ponte, su cui passerebbero dritto anziché fermarsi per essere "smontati" e traghettati. Peccato che anche calcolando, a voler essere generosi, in un'ora o due questo risparmio di tempo, esso deve essere parametrato a lunghe percorrenze col "continente" che includono le ottocentesche tratte siciliane e la tratta Reggio/Salerno per cui è stata appena riesclusa (viene fatto ricorrentemente, ad ogni tentativo di riproporla, perché l'orografia non perdona e costringe a costi altissimi) l'Alta Velocità: un conto è risparmiare un'ora su due, un conto una su dieci, o no? Quanto si accorcerebbero i tempi se si intervenisse sulle tratte a terra? A spanne, molto di più e spendendo molti meno soldi.
  7. Tempi e costi di costruzione finali. C'è mai stata una "grande opera" per cui in Italia alla fine si è speso quanto si era detto e ci si è messi il tempo che si era detto? E perché mai dovremmo credere che in questo caso si sfuggirebbe alla regola della moltiplicazione? Infatti, uno dei rilievi della Corte riguarda proprio la levitazione delle cifre rispetto al progetto in fieri, che non dimentichiamo è di vent'anni fa. E Salvini ha la faccia tosta di parlare di "natura politica" dei rilievi.
  8. Garantito duecento anni!!!! Un'opera che costa quanto una mega-manovra fiscale, e i suoi alfieri si vantano di garantirne una tenuta che magari a loro sembra lunga, a confronto delle loro miserevoli vite, ma che invece andrebbe paragonata non al ponte Morandi ma a ponte Milvio. E la garanzia peraltro è a patto di costi di manutenzione il cui calcolo approssimativo è appunto un altro dei rilievi della magistratura contabile (cosa non si fa, pur di falsare il bilancio costi/benefici!).
  9. Moltiplicatore?  La mistificazione maggiore è il ricatto morale che viene perpetrato ai danni di popolazioni storicamente tagliate fuori da investimenti produttivi (che non convengano a corrotti e corruttori): "retrogradi, osate essere contrari a una pioggia di miliardi che non può non avere enormi effetti moltiplicativi e ricadute sul territorio!" Bugia! Perché agisca, il moltiplicatore keynesiano, occorrono investimenti che insistono, sul territorio dove vengono fatti: piccole opere pubbliche a deficit che diano lavoro stabile a gente del posto o che vi si trasferisce, spendendo i guadagni sul posto e così via fino a che le maggiori entrate fiscali derivate dal maggior reddito non annullino il deficit iniziale. Un circolo virtuoso in cui una megaopera del genere per sua natura non farà sfociare che i rigagnoli, la quasi totalità del flusso ripartendosi tra general contractor, vari livelli di subappaltatori, grandi e piccoli corrotti e corruttori, e maestranze in massima parte straniere che manderanno a casa quasi tutti gli introiti e andranno via appena finito. In altri termini, se gli stessi soldi di questa unica opera gigantesca venissero ripartiti in cento iniziative sul territorio, ci sarebbe si un effetto moltiplicatore enorme; dal ponte, quasi nulla.
  10. Investimenti alternativi. Ferrovie locali, strade, porti, rete idrica, edilizia scolastica, ospedali (basterebbe la riapertura e riqualificazione dei tanti chiusi negli ultimi decenni), salvaguardia idrogeologica di zone a rischio, messa in sicurezza di coste e argini, incentivi diretti alla ristrutturazione edilizia privata (no superbonus in saccoccia alle banche e ai furbi) anche in chiave antisismica, e mi scordo di sicuro qualcosa. In tutta la Calabria, la Sicilia, e perché no il resto del Sud e isole. Con effetti moltiplicatori di molto moltiplicati, ripeto. E resterebbero soldi, rispetto a questo spreco.
  11. Mafia. L'ho lasciata per ultima non per importanza, ma perché è il fattore assieme più indiscusso e meno definibile. Di certo, è quasi impossibile tenerla lontana da pozzi senza fondo come questo. Ma il fatto che sia sul proprio territorio è solo una secondaria facilitazione: la cosa vale per qualsiasi "grande opera" ovunque si faccia. E si, vale anche per le opere più piccole, ma quelle attraggono pesci più piccoli, ed è più facile controllare che vengano ultimate senza eccessive ruberie. Sulla TAV, le privatizzazioni e le megaopere in genere, come diceva Pasolini, io non ho le prove ma so.
  12. Impatto ambientale. Consideriamola un post-scriptum, anche se è una delle carenze più pesanti rilevate dalla Corte. Per chi ama quel territorio, magari perché ci è nato, non è facile digerire lo scempio di due pilastri alti centinaia di metri e larghi decine, poggiati su colline vere o artificiali che siano, più decine di chilometri di raccordi stradali e ferroviari poggiati su altri pilastri non giganteschi ma numerosi, perché l'altezza del ponte (che dovrebbe essere sufficiente al transito delle mega navi, per non fare chiudere il porto di Gioia Tauro) è tale che con le rampe bisogna partire da lontano, coi treni da lontanissimo. Basta questo a chiudere la questione, i dettagli sono tanti ma sono in aggiunta. Tutto questo se lo finiscono e se resta in piedi. Perché visti i punti precedenti la cosa altamente più probabile è che vedremo per decenni un cantiere aperto e poi per secoli i resti di un cantiere chiuso di un qualcosa di mai ultimato o peggio ancora i ruderi di un qualcosa di ultimato e crollato per una delle ragioni di cui sopra, dai terremoti al vento allo scadere dei due secoli di garanzia. Un impatto ambientale colossale, uno scenario che si spera almeno sia da monito all'umanità, ammesso che questa si faccia davvero ammonire da qualcosa a non ripetere i propri errori.

Voglio chiudere con un ricordo personale, perché questo in fondo è un diario e perché spesso l'ultima parola in questioni serie la ottiene la risata. L'ironia, la satira, possono sgretolare il Potere, anzi spesso sono le sole forze a riuscirci o almeno a incrinarlo.

Mio papà Pepè fu protagonista, nel suo piccolo, dell'epopea delle radio libere negli anni 70. Certo, a Reggio Calabria, anzi nella frazione di Gallina, non a Bologna Roma o Milano, ma basta accontentarsi. Io gli andai a rimorchio, e ancora oggi mi vanto di avere nel curriculum di essere stato DJ, anzi come si diceva di avere "trasmesso in radio", dal 1979 al 1984. Ma nel 1976, ero piccolo, mio padre prese a telefonare a Radio Gallina Sound interpretando in diretta una serie di personaggi, figli credo come ancora oggi tanti di Alto Gradimento di Arbore e Boncompagni ma suoi originali, che gli valsero l'invito a passare dall'altra parte del bancone del mixer (vi sarebbe rimasto per vent'anni). Me ne ricordo bene due, vi giuro esilaranti: Gustavo, un omosessuale appassionato di culinaria col pallino per il pescestocco, e il professore Paolo Missineo, un saccente pieno di prosopopea che chiosava ogni suo intervento, di qualunque argomento si fosse parlato, col suo tormentone: "il ponte sullo stretto sarà fatto!". E raccontava che per sponsorizzarlo si faceva ogni giorno lo Stretto a nuoto andata e ritorno da Cannitello a Ganzirri.

Pontisti, pontofili: una risata vi seppellirà.

sabato 6 settembre 2025

PRO-METEO

I miti greci ci appassionano ancora in tanti per molte ragioni, la più importante delle quali, forse, è che raccontano ancora, incredibilmente per qualcosa scritto 2500 anni fa circa, tutte le sfaccettature dell'animo umano e dell'esperienza di vivere. Quasi come se il fatto che non venga più attribuito il valore religioso al politeismo ne potenzi anzichenò il valore metaforico.

Prendiamo Prometeo (ve la racconto in breve, i dettagli su Wikipedia): già dal nome è "colui che ci pensa prima", e ha un fratello che si chiama Epimeteo ("colui che ci pensa dopo") e fa un sacco di guai, ad esempio donando doti a caso agli animali (ecco che molti sono più forti veloci e resistenti di noi, nuotano meglio e volano) prima che il fratello in corner ci attribuisca le doti rimaste, intelligenza e memoria, a dispetto di Zeus che temeva le avremmo usate contro gli dei. Poi la fa ancora più grossa: ruba il fuoco agli dei e lo consegna agli umani. Ciò gli varrà una punizione orrenda. Mentre gli umani avranno qualcosa da custodire (ancora per i Romani il fuoco sacro aveva un ruolo di fulcro sociale) di simbolico e di utile per affrancarsi dal giogo degli dei. Guaio a cui Zeus rimediò in parte donando a Pandora, moglie di Epitemeo quindi cognata di Prometeo, un vaso con tutti i mali del mondo, che la sciagurata aprì per curiosità lasciando che fatica malattia vecchiaia pazzia passione e morte si propagassero.

Non sembra anche a voi che i migliori sceneggiatori di Hollywood non potrebbero inventarsi qualcosa non dico di meglio, ma anche di un minimo vicino all'efficacia di questa rappresentazione della condizione umana? E infatti, si potrebbe dire che quando trovate una storia efficace scava scava potreste scoprire che "pesca" in un mito greco e che dopo Omero non ci siamo inventati più nulla. Ma senza divagare, tornando a dove volevo andare a parare all'inizio, il mito di Prometeo è simbolo della presa di distanza dell'uomo dagli dei in entrambe le direzioni possibili: nel bene, perché il fuoco rappresenta l'archetipo di tutta la tecnologia via via padroneggiata (moltiplicando ogni volta il rendimento delle risorse naturali quindi la possibilità del pianeta di sostentarci), e nel male, perché ogni volta che saliamo un gradino apriamo un vaso di Pandora da cui fuoriescono e imperversano problemi che non siamo in grado di controllare.

Questo paradigma è in grado di farci comprendere l'odierna "moda" del "cambiamento climatico", mantra ripetuto a ogni piè sospinto per giustificare ogni tipo di politica redistributiva verso l'alto attuata e da attuare nel prossimo futuro. Zeus non si è mai rassegnato al furto del fuoco; allora usa i suoi superpoteri per convincerci a restituirlo, e il bello è che sembra pure che con molti ci stia riuscendo. Quando invece dovremmo usare il fuoco per fare quello che alla specie umana è riuscito meglio sin dai suoi albori e a cui deve il dominio sul pianeta: adattarsi al cambiamento. E, ad esempio, pretendere un piano massiccio di salvataggio del territorio dal rischio idrogeologico, che avrebbe risultati più certi e rapidi che abbassare di un grado le temperature medie riducendo le emissioni di CO2, ammesso che ci si riesca, a costi molto inferiori. O un piano integrato nazionale di riqualificazione degli acquedotti e riduzione al minimo delle enormi perdite della rete idrica, anziché tentare a ogni piè sospinto di annullare i risultati di un referendum popolare privatizzando l'acqua così poi manca solo l'aria. Tra l'altro, entrambi i progetti assieme costerebbero meno del famigerato ponte sullo Stretto, e a differenza di quest'ultimo (che per sua natura non ne avrà, e chi sostiene il contrario o è in malafede o non capisce Keynes) avrebbero fortissimi effetti di moltiplicazione del reddito, tali da azzerare a stretto giro il deficit acceso dagli investimenti (per il ponte invece un vero e proprio buco nero). E non ho citato gli indispensabili, in Italia, interventi di recupero del patrimonio abitativo in chiave antisismica, che costino quello che costino costano sempre meno delle interminabili e mai complete ricostruzioni a posteriori, e che lo stesso Salvini non si accorge di sponsorizzare quando dichiara che se venisse un nuovo terremoto tipo 1908 il ponte sarebbe l'unica cosa a restare in piedi (sic!). Al posto dei quali invece aderiamo agli assurdi diktat europei sulle cosiddette "case green", in pratica un esproprio parziale se non una confisca in quanto a carico dei proprietari. E chi osa protestare, come per la bufala senza mezzi termini delle auto elettriche, viene rintuzzato come antiambientalista che non vuole arginare il cambiamento climatico.

E torniamo a Prometeo, stavolta stravolgendo l'etimo del suo nome, come se fosse "a favore del meteo". Le previsioni, che una volta erano un rito preserale quasi sacro presieduto dal "sacerdote" colonnello Bernacca, oggi sono dovunque e comunque consultate di continuo, senza rendersi conto che: uno, ci pigliano a stento (e nelle 24 ore, quelle a giorni essendo solo probabili, e con forte decrescenza, quelle oltre la settimana equivalenti all'oroscopo); due, sottintendono di continuo il teorema "cambiamento climatico" cavalcando opposti allarmismi con capriole logiche spettacolari per acchiappare click da un lato e dall'altro obbedire al padrone che quel teorema vuole imporre. Così, ogni ondata di caldo è eccezionale, ogni acquazzone evento estremo: le oscillazioni normali del tempo non esistono più. E questi sedicenti scienziati, di una materia così complessa che i loro stessi modelli matematici mostrano (a chi lo vuol vedere, purtroppo anche qui funzionano le trappole mentali dell'oroscopo, per cui ricordiamo solo quando raramente ci piglia e non quando quasi sempre toppa) di non funzionare nelle previsioni, asseriscono di poterli usare per addirittura modificare il clima: riduco la co2 di un tot, diminuiscono le temperature medie di un tot, e rallento o azzero il cambiamento climatico. Altro che Prometeo, qui siamo al dottor Frankenstein, e pure Junior, cui bisogna sempre rammentare che le variabili in gioco sono troppe e con dinamiche troppo complesse per poter tentare di governarle, magari con una battuta: "potrebbe andar peggio, potrebbe piovere!". Erutta il Fuji, ed ecco che le temperature medie del pianeta calano al punto di innescare una mini-glaciazione, altro che riscaldamento globale...

sabato 23 novembre 2024

LE BUFALE DEL PADRONE 6 - IL PONTE SULLO STRETTO E LE GRANDI OPERE IN GENERE

Del proverbiale ponte abbiamo parlato tante volte su questo blog, d'altronde è duemila anni che se ne parla, e io sono nato da quelle parti... Ogni volta finisce che sembra ci si metta una bella e giusta pietra sopra, ma dopo un po' ecco che qualcuno ci riciccia, questo giro è nientemeno che il capo di un partito che voleva la secessione del nord Italia dal sud (che magari che l'avessero ottenuta ai tempi di Bossi e Miglio: nell'eurozona sarebbe entrato solo il nord e un sud ricco e sovrano oggi banchetterebbe sulle sue spoglie!). Roba difficile da spiegarsela, senza quella dose di dietrologia che noi "complottisti" fortunatamente sempre manteniamo: "cosa vorrà in cambio, di questa ipotetica pioggia di fantastiliardi sul sud?", ci chiedevamo, ma bastava attendere un po' e infatti è arrivata la risposta.

Il governo, infatti, ha varato quella che con una delle solite etichette ingannatrici hanno chiamato "autonomia differenziata", la cosa più vicina alla secessione che si può oggi ottenere, anzi meglio, che il sud non ne potrà nemmeno ricavare i vantaggi che potrebbe da una secessione vera. Se pensiamo che la Meloni dieci anni fa proponeva, con una iniziativa che se avesse mantenuto (magari assieme al no-euro degli esordi) forse gli avrei dato il voto anch'io, l'abolizione delle nefaste Regioni, abbiamo una ulteriore misura di quanto la coerenza conti in politica. Sicuramente meno del do ut des. Ma torniamo a bomba sul Ponte.

La notizia è che sono venuti fuori i documenti ufficiali della società che lucra da decenni sull'utopico progetto, parecchi decenni, e sta al Ponte come l'oste al suo vino, il che rende ancora più preoccupanti i passaggi cerchiati in immagine: è come se l'oste dicesse "comprate il mio vino, è fatto con le bustine" o giù di li. Non che fossero segreti, no, è semplicemente che la stampa mainstream si guarda bene da farli uscire, e stiamo parlando di un argomento in cui non è nemmeno tutta allineata (magari il Manifesto avesse usato lo stesso zelo ai tempi della "pandemia"...), figurarci quelli in cui la sinistra è più di destra della destra. Certo, bisogna saperli leggere:

  • dichiarare che il Ponte è in grado di resistere a un sisma di grado 7,1 Richter significa che NON è in grado di reggere a uno di grado 7,2 (non fatevi ingannare dallo 0,1: la scala è logaritmica), figurarsi a uno di 7,8 ritenuto possibile da esperti non interessati agli affari, che genera un'energia pari a undici volte tanto un 7,1;
  • dichiarare che l'area dello Stretto non è in grado di produrre terremoti superiori a quello del 1908 ha lo stesso grado di attendibilità di un oroscopo, e comunque nessuno può garantire che la misurazione del 1908 sia stata precisa come quelle che possiamo fare oggi;
  • dichiarare che un tale sisma ha un tempo di ritorno di duemila anni è una supercazzola indimostrabile, anche perché i terremoti catastrofici documentati nell'area in quei duemila anni sono stati almeno una decina e di nessuno di essi è possibile anche solo approssimativamente calcolare la magnitudo (ma solo gli effetti riportati dalle cronache delle varie epoche, mitigati dall'impatto antropico molto minore e comunque gravissimi), supercazzola che si possono permettere di sparare solo perché sanno, e dichiarano esplicitamente senza che nessun commentatore o politico a quel punto si alzi e faccia saltare il tavolo mandandoli a fanculo, che l'opera, con tutto quello che costa, durerà duecento anni (e lo dicono fieri come se fossero tanti, come il buon Morandi faceva coi suoi bellissimi viadotti di calcestruzzo). Avete capito bene: i vostri pronipoti al massimo potranno farsi le foto dal traghetto con le macerie alle spalle, e intanto oggi per farlo spendiamo tanti di quei soldi che invece ci si potrebbe riqualificare il territorio e le infrastrutture di tutta la Calabria e la Sicilia.

A proposito di soldi: il politico in questione, il codazzo che si è creato dietro a questa sua impresa, e la flotta di pesci pilota dell'informazione (tra cui spicca per attivismo becero e feroce una nota testata locale, spero almeno sia per soldi perché altrimenti è peggio), usano come clava l'argomento "enorme investimento pubblico con ricadute importantissime sul territorio", e perciò tocca smontarlo. Perché le opere pubbliche possano avere un effetto moltiplicatore keynesiano, infatti, occorre che si verifichino due condizioni: che i soldi spesi restino nel territorio, e che chi li guadagna ci paghi le tasse e il resto li rispenda nello stesso territorio, eccetera fino al punto in cui l'aumento di reddito prodotto sia tale da generare maggiori entrate fiscali tali da azzerare il deficit iniziale con cui si è fatto l'investimento. Sono cose che ai miei tempi si studiavano all'università e oggi non più, lo capisco, ma con un altro piccolo sforzo si arriva anche alla deduzione (peraltro spiegata bene nel programma dei cinquestelle prima che diventassero il sempre più evanescente "cavalletto" del PD) che queste condizioni si verifichino solo nelle piccole opere pubbliche locali e non già nelle grandi opere pubbliche. In altri termini, spendere miliardi di euro in quelle migliaia e migliaia di piccoli interventi di cui il nostro Paese avrebbe un bisogno vitale (acquedotti, case, alvei fluviali, coste, boschi, eccetera) sarebbe a costo zero e rilancerebbe l'economia (oltre che proteggere da eventi climatici e terremoti), viceversa spenderli tutti in un paio di opere giganti non avrebbe nessuno degli effetti virtuosi di cui sopra, perché il general contractor è una multinazionale, le maestranze spesso straniere, i subappalti vattelapesca.

E allora perché tutta la catena di comando politica (dagli amministratori locali all'ineffabile UE) privilegia le grandi opere, e trova sempre il modo di finanziarle, e per le piccole e indispensabili invece dice che i soldi non ci sono? Andreotti diceva che "a pensare male si fa peccato ma spesso si indovina": perché legare il proprio nome a una grande opera è un vizio dei potenti fin dagli albori della civiltà, ma almeno i potenti di una volta costruivano opere in grado di resistere al tempo, a questi interessa solo stanziare i soldi e avviare in qualche modo i lavori, poi se non regge, anzi addirittura se non viene ultimata, chissenefrega, tanto lo scopo era un altro. E cioè l'ennesimo travaso di risorse pubbliche nelle tasche di privati, lecitamente o meno che sia a seconda della fase del procedimento di cui parliamo. Più soldi ci sono in ballo, infatti, più è semplice che si creino sfridi invisibili e incontrollabili.

Ricapitolando, un ponte a campata unica lungo quasi il triplo del più lungo mai realizzato costituisce un'impresa tecnicamente tanto ardua da non essere praticamente realizzabile, ma se anche fosse è dichiaratamente progettato per resistere per soli 2 secoli (sottraendo alla collettività enormi risorse) a meno che non arrivi un terremoto di magnitudo superiore a 7,1 (evento possibile, se non probabile) o raffiche di vento superiori a 270 km/h (misura questa almeno nettamente superiore alla media, con un margine che dovrebbe essere adottato anche per i sismi, ma come fa a resistere? come i grattacieli, oscillando, ma vista la lunghezza di metri, probabilmente in misura da consigliarne la chiusura in tutti quei giorni in cui c'è vento forte "ordinario" - eppoi non c'era il cambiamento climatico, la tropicalizzazione? se ci passa sopra un piccolo uragano, che succede?). Poi se uno pensa che un'idea così balzana sia tornata in fase di attuazione solo per poter stanziare il denaro e originare tangenti, mentre conferisce a un politico in crisi una boccata d'ossigeno in termini di visibilità, è un terrapiattista...

venerdì 21 giugno 2024

CREDERE OBBEDIRE COMBATTERE

Sarà anche condensa, ma che cavolo avevano da passare e spassare
sul cielo di Santa Severa? Il reticolo, surreale abbastanza da rendere
credibile qualsiasi "complottismo", continuava anche dietro il dito...
Abbiamo avuto finora il giugno meno caldo da molti anni a questa parte, ma agli alfieri del cambiamento climatico da riscaldamento globale a base antropica non basta nemmeno che si possa esclamare "signora mia, ariecco le mezze stagioni!". D'altronde, le religioni sono così: tocca credergli ciecamente e poi capovolgere e ricapovolgere ogni logica con l'unico punto fermo di giustificare il proprio credo. Se vivi, o vinci la partita, devi ringraziare Dio che è con te, ma se perdi o muori allora dovresti incolparlo, e invece - opplà! - una bella capriola logica e devi ringraziarlo lo stesso.

Se dicessi queste cose in una platea in presenza sentirei già sibilarmi contro "negazionista": è tecnica antica ma molto in voga, basta che osi calcolare i morti palestinesi a fronte di quelli ebrei negli ultimi mesi come negli ultimi decenni e sei "antisemita" (che poi anche i palestinesi sarebbero semiti, non rileva), basta che osi ricordare che l'Ucraina fece da spalla all'invasione nazista dell'URSS e ha cominciato lei nel 2014 le ostilità contro la Russia e le proprie stesse regioni russe e sei "putiniano" (ed è Putin il nuovo Hitler, lo dice Zelenskij e il coro ripete), basta che osi dubitare di qualunque versione ufficiale dei fatti e anche se nella storia anche recente la versione ufficiale iniziale è stata quasi sempre sputtanata sei "complottista".

Non si tratta di negare che, ad esempio, i ghiacciai negli ultimi decenni si siano parecchio ritirati: peraltro, non si può, sono dati oggettivi. Ma è altrettanto oggettivo che nel librone di storia del pianeta, di cui la storia dell'umanità è una pagina, quella della civiltà un rigo e quella dello sfruttamento di massa delle risorse non rinnovabili una virgola, i ghiacci si sono espansi e ritirati molte volte di caterve di chilometri - ed è storicamente documentato che il susseguirsi di periodi di anni o decenni più caldi o più freddi è la regola, e per cause sempre diverse e mai attribuibili alle attività umane.

Ma non è questa ultima attribuzione l'arroganza più grave e pericolosa dell'ambientalismo di moda (che così svela di essere solo di facciata, avendo ben altri fini che la salvezza della specie umana e del pianeta), è l'ingenua e delirante deduzione che non solo agire sul nostro comportamento (che è giusto, per carità, fosse anche solo per educazione) possa davvero modificare qualcosa che magari ha cause molto più profonde, ma soprattutto che l'impatto della nostra azione sia scientificamente calcolabile in modo da far rientrare il fenomeno o quantomeno ad attenuarlo significativamente. I tappini attaccati alle bottiglie, le auto elettriche, la termovalorizzazione, insomma, sarebbero in grado di far riscendere la temperatura media di quel grado e virgola di cui sarebbe aumentata per causa nostra, e quindi di ricicciare i ghiacciai.

La scienza come religione, di nuovo. Quando invece essa sarebbe la casa del Dubbio: non è che i nostri patetici interventi sono in realtà inutili, o magari addirittura controproducenti? Se davvero siamo in grado di far calare significativamente la temperatura media del pianeta, siamo anche in grado di calcolare di quanto serve, per evitare magari di farla calare troppo? Non sarebbe meglio concentrarsi, ed investire risorse, su quello che ha portato la nostra specie fin qui, l'adattamento? e, ad esempio, varare un piano massiccio di investimenti pubblici per liberare i letti dei fiumi dagli insediamenti e mettere in sicurezza naturale le sponde, piuttosto che lamentarsi del cambiamento climatico alla prima pioggia che lava a valle case e strade che li non ci dovevano stare?

Sia mai, ho nominato gli investimenti pubblici, ecco stavolta il sibilo di "antieuropeista". Proprio in questi giorni è arrivata l'ennesima procedura di infrazione del deficit. Figurarsi se si può, che so, varare un piano per sistemare gli acquedotti (che perdono regolarmente un multiplo di volte acqua di quanto si possa imputare alla peggiore stagione di siccità), o incentivare sul serio la microproduzione elettrica da fonti rinnovabili (tra cui al primo posto l'idroelettrico, altro che minchiate modaiole). Il ponte sullo Stretto, inutile e dannoso da ogni punto di vista tra cui quello ambientale, quello si può: più soldi si stanziano per un'opera, meno il cittadino elettore può controllare a spanne quanto sfrido si rende disponibile per la mangiogna. Ma casa tua no, quella ti obbligano a ristrutturartela coi tuoi soldi, così di fatto abbattendone il valore commerciale dall'oggi al domani (e tu magari hai un mutuo calcolato sul vecchio valore, con un residuo superiore al valore attuale). "Eccerto, vorrai mica creare un buco come quello del superbonus facciate!" ti dicono, dimenticando che il buco c'è stato proprio solo perché hanno messo in mezzo esosi intermediari, regalando come di consueto soldi alle banche e favorendo la nascita di soggetti fittizi, il tutto con la scusa che lo Stato non può investire direttamente in deficit, nemmeno per rendere ecologiche le case dei propri sudditi, che dico nemmeno per renderle antisismiche.

A proposito, siete stati di recente a Castelluccio di Norcia? Mi è capitato, purtroppo, e ho trovato solo un mucchio di ruderi. Dal 2016 hanno al massimo solo portato via le macerie. I bancarellisti appostati attorno al cocuzzolo, a tentare di capitalizzare un minimo della immensa bellezza del sito naturale (la fioritura, le lenticchie, la caldera adattissima al volo amatoriale), te lo dicono con un velo di tristezza rassegnata che non si può raccontare. E ti raccontano che a Norcia va un po' meglio, ma ad Amatrice mica tanto.

Viva l'Italia, e soprattutto l'Europa, nostro novello sovrano senza controlli democratici, messo li dal capitalismo multinazionale (con la complicità pagata di molti ascari, il peggiore dei quali sta al Colle, e quella gratis dei troppi creduloni nostri concittadini) solo per riprendersi quello che ci avevano dovuto dare per averci raso al suolo nell'ultima guerra, e solo perché sennò diventavamo comunisti. Fino alla prossima, forse imminente, guerra guerreggiata, che tanto "è colpa di Putin", mica della Nato che ha eterodiretto un golpe in Ucraina dieci anni fa per mettere il naso alle sue porte. Immaginate che il Messico abbia ancora nei suoi confini le regioni messicane che fanno parte degli USA per via di una guerra, e che i russi riescano a mettere a capo del governo messicano un attorucolo televisivo che inizia a maltrattare in vario modo gli statunitensi di quelle regioni: secondo voi, gli USA aspettano dieci anni prima di intervenire, o lo fanno il giorno dopo e a tutta potenza, incuranti come al loro solito dei "danni collaterali"?

sabato 15 luglio 2023

A VALLE, DEL CAMBIAMENTO

Fa caldo, tanto caldo. E tra maggio e giugno ci sono state "bombe d'acqua" quotidiane che ci potevi aggiustare l'orologio, come fossero i temporali di fine estate di una volta, o i monsoni in India. E prima una siccità inaudita. La spiegazione è sempre la stessa: i cambiamenti climatici. Te lo ripetono di continuo, ad ogni TG e in ogni contenitore di intrattenimento: sono "fenomeni estremi" figli dei cambiamenti climatici. E come confutarli? mica sono un meteorologo, io! Se lo dicono, sarà vero.

Ma è proprio tutta questa insistenza, alla fine, a fare scattare l'allarme che madre natura ha installato nel buco del culo a me e quegli altri quattro gatti che siamo rimasti a rizzare le antenne ogni volta che ci sembra che qualcuno voglia proprio portarci da qualche parte, e magari senza quelle insistenze ci sarei già andato di mio ma intanto mollami il braccio e scostati, poi decido io se venirci. Ci chiamassero complottisti o come cavolo gli pare, ma finché siamo formalmente liberi di pensarla come vogliamo eserciteremo questo diritto, ce lo togliessero in punta di legge se hanno le palle dei veri dittatori, anziché la viscidità di quelli mascherati.

E allora ci penso. Quante volte mi sarà capitato di sentire così caldo? Tante. Non sempre a luglio, magari ad agosto, o a giugno, ma tante. E le alluvioni, come si chiamavano una volta? Beh mia nonna Maria mi raccontava che l'Aspromonte ne vedeva di ricorrenti, e allora mi ricordo del lago Costantino sotto Polsi (nella prima foto), nato da una frana e ancora li dopo mezzo secolo a testimoniarlo nonostante gli esperti lo abbiano sempre reputato effimero, e di Roghudi vecchia abbandonata (nella seconda), assieme a chissà quanti altri centri lavati via a valle da piogge torrenziali negli ultimi decenni (tipo Sarno e Atrani, per intenderci). Mentre mia nonna Carmela prendeva in giro tutti quelli che si lagnavano del clima: "e quandu faci friddu ti lamenti, e quandu faci caddhu ti lamenti... non si mai cuntentu!!!".

Con questo non voglio fare il negazionista a tutti i costi. Qualcosa ci sarà, non fosse altro perché siamo 8 miliardi e quando ero ragazzino non arrivavamo a 4, e il paradosso delle ninfee lo conosco bene. E ci starebbe pure un ragionamento sulle impronte ecologiche dei vari stili di vita, a indurre ciascuno di noi a comportamenti meno impattanti sulle risorse non rinnovabili del pianeta. Ma la propaganda terroristica quotidiana, quella non è uno strumento democraticamente accettabile. Anche se molti "sinistri" di mia conoscenza tradiscono una considerazione del popolo come fosse composto da bambini manco tanto svegli da indurre, a comportamenti virtuosi, non da adulti da convincere. Si: proprio una concezione berlusconiana, ma tanto ormai si è capito che Silvio era un falso nemico, un fantoccio di comodo, no?

D'altronde, è esattamente la stessa tecnica inaugurata con la cosiddetta pandemia. Tra qualche decennio, quando ci fosse consentito, a guardarle dalla giusta distanza le curve dei contagi e dei decessi non sembreranno che increspature delle serie di medio/lungo termini. Ma sul momento, venivano recitate giorno dopo giorno, a convincere i cittadini a rinunciare alle loro libertà personali, ad affrontare la rovina economica, all'autoreclusione volontaria e a sottoporsi a proprio rischio e pericolo a sperimentazioni farmaceutiche. Chi oggi si chiede quale sarà l'obiettivo della litania odierna sul clima, non è paranoico, è appena consequenziale. Farti accettare l'idea di svenarti con un giocattolo pericoloso, dalla vita breve e tutt'altro che ecologico, pena la perdita definitiva del diritto di mobilità privata? Distrarti con le calamità naturali dalle calamità innaturali con cui ci stanno circondando per "liberarci dal lavoro" una volta per tutte? Non lo so, ma so che "gatta ci cova".

C'è, però, un modo per stanarli. I cinquestelle ce le avevano nel programma, la miriade di piccole opere per il recupero del territorio e il rilancio keynesiano dell'economia che servirebbero, tra l'altro, a minimizzare gli effetti a livello di danni a persone e cose dei capricci del clima. E i compagni no-TAV e si-acqua-pubblica non dovrebbero faticare a comprenderlo, ma anche i centrosinistri in genere che ai tempi di L'Aquila e Amatrice ricordavano dall'opposizione che non sono i terremoti ad uccidere ma le case, che è molto meglio spendere poco prima che tanto dopo. Così, anche il paragone con l'India alla fin fine può aiutare, ragionando per assurdo: se anche ci fossero cambiamenti climatici tali da far diventare l'Italia una regione monsonica, com'è che loro bene o male riescono a conviverci da millenni e noi non riusciamo ad attrezzarci per farlo? E se il mediterraneo diventasse culla di uragani, la domanda giusta sarebbe: come fanno quelli che ogni anno li affrontano ordinariamente? E la risposta giusta attrezzarsi risanando il territorio costi quel che costi, non svenarsi per tentare di invertire un fenomeno come il clima con così tante variabili che non abbiamo idea di cosa succederà se ci mettiamo le mani. Certo, per farlo dovremmo avere una nostra moneta sovrana, e magari neanche troppa (perché anche chi sostiene che andiamo verso la tropicalizzazione deve però riconoscere che ne siamo ancora molto lontani), mentre noi invece ci sentiamo giustificati a restare inerti e non attrezzarci dal fatto che l'Europa non vuole (lei ci presta i dindi solo per fare quello che dice lei, Ponte del cacchio sullo stretto compreso). E al prossimo evento "estremo", riattacchiamo la litania...

domenica 19 marzo 2023

(DEBITO) PUBBLICO E PRIVATO

Credo di aver già detto queste cose, ma mai come in questo caso repetita iuvant, anche perché magari ti vengono parole diverse e più comprensibili, e anche perché "loro" come vedremo invece "ritornano" sempre "a coppe" su vecchi temi.

Sicuramente avrete sentito mille volte l'economia raccontata con una metafora ingannevole e falsa ma tanto semplice da farvi abboccare, perché tra l'altro trova conferme nella vostra esperienza quotidiana, e quindi vi fregano: lo Stato è come una famiglia, se volete una cosa in più di qua dovete rinunciare a una cosa di là, e se non potete dovete fare debiti, quindi questi trenta e rotti anni di politiche economiche restrittive e avanzi primari (leggi: complessivamente lo Stato prende dai cittadini più di quanto gli da) cioè al netto degli interessi passivi (leggi: senza gli interessi sul debito pregresso siamo di gran lunga lo Stato più "virtuoso" dell'intera UE, molto più di Francia e Germania, e il virgolettato si traduce "esoso coi suoi cittadini") sono perché abbiamo scialato prima, esattamente come una famiglia che "ha vissuto al di sopra delle sue possibilità" fino a un certo punto e da allora paga il giusto fio. Lo avete sentito, si?

E' falso, falso come una banconota da tre euro e cinquanta. Uno Stato, uno Stato sovrano, a differenza della famiglia è raffigurabile come un sistema "chiuso", dove le virgolette sono perché lo è fino a un certo punto (e nel mondo contemporaneo questo punto si è abbassato alquanto, si, ma non è sparito), mentre la famiglia non lo è mai stato, per gli umani già quando erano cacciatori e raccoglitori avevano per sistema minimo il clan, e con l'agricoltura e l'allevamento è arrivato lo Stato, sia pure in forme via via diverse nella Storia. Nello Stato, il sovrano può emettere tanta moneta quanta ricchezza complessiva è intrinseca al suo dominio, in "pezzi" dal valore singolo variabile secondo convenienza (la svalutazione se governata è neutra, internamente), e il buon sovrano lo fa esattamente nella misura in cui serve alla mole complessiva degli scambi tra i suoi sudditi necessaria a farli campare tutti. Deve essere bravo, o farsi aiutare bene, in questo, perché se sbaglia in un senso crea inflazione e nell'altro recessione, solo in mezzo c'è sviluppo e benessere. Ma se sbaglia i sudditi in qualche modo prima o poi lo puniscono, ed è una asineria pensare che ciò sia possibile solo in democrazia, anzi: la funzione nativa della ideologia democratica è proprio disinnescare i sudditi facendogli credere di essere loro a governare. La Storia, a saperla leggere, è proprio il susseguirsi di questi errori e conseguenti punizioni, con in mezzo periodi più o meno brevi di equilibrio sempre piuttosto precario.

Facciamo un esempio. Facciamo di essere in una di queste fasi di equilibrio e buona amministrazione, di uno Stato o di una famiglia, e facciamo che accade un Evento esterno traumatico. Che so, un terremoto, o una malattia. Alla famiglia crolla la casa, o uno dei membri si ammala e non porta più reddito; lo Stato subisce una distruzione diffusa di abitazioni, edifici pubblici e strade, o una pandemia (vera) gli riempie gli ospedali e decima i sudditi. La famiglia può solo attingere alle eventuali risorse accantonate negli anni e se le finisce o riceve aiuto dall'esterno, o si indebita (sempre aiuto esterno, ma oneroso), o crolla. Non può "stamparsi" i soldi che gli servono a risolvere quella crisi. Uno Stato sovrano invece può. Facendo attenzione, ma può. Perché qualunque deficit se produttivo e speso sul mercato interno si azzera da se per via dell'aumento di reddito derivante dall'effetto moltiplicatore (keynesiano) e dal conseguente aumento di gettito. Allora, i governanti di quello Stato in equilibrio dove è arrivato l'Evento a romperlo, devono anche loro aumentare il debito, ma a differenza della famiglia hanno due strade: o aumentano il debito pubblico, o in un modo o nell'altro (aumentando le tasse, o creando inflazione, o entrambe le cose) fanno aumentare il debito privato. Se scelgono la prima strada e operano bene, alla fine avranno utilizzato l'Evento avverso come volano di sviluppo dello Stato (che si ritrova con case e strade nuove, o con ospedali sovrabbondanti rispetto alle esigenze dell'emergenza), se scelgono la seconda lo sapete: è quello che accade almeno dal 1991.

Con un'aggravante: fino a un certo punto lo Stato era l'Italia, formalmente una democrazia in cui i cittadini avevano qualche speranza, almeno in linea teorica ma talvolta anche di fatto, di modificare i governanti o almeno influire sulle loro scelte. Poi fu deciso di abdicare, cedendo di fatto la sovranità (cedere quella monetaria comporta la cessione di quella economica, e quindi della sovranità tout-court) all'Europa. Cioè a una entità sovrastatale non meglio definita dove i cittadini votano solo per comporre un organo consultivo, mentre i poteri decisionali risiedono altrove. Che non è nemmeno la Commissione, organismo non elettivo ma al massimo espressione indiretta dei governi degli Stati membri, comunque più facile da manipolare (pochi soggetti sono meglio avvicinabili) e difficile da controllare da parte dei cittadini, ma l'ineffabile BCE, organismo privato che detiene la sovranità monetaria senza dover rendere conto a nessuno. Sicuramente, non ai cittadini. Nemmeno quando fallisce nel suo unico obiettivo dichiarato, il controllo dell'inflazione, per usare sempre le stesse armi anche quando le cause diverse ne richiederebbero tutt'altre.

E veniamo ad esempi concreti, in cronaca. Viene deciso che le case devono essere, da una certa data, da una certa classe ecologica in su. Benissimo: chi paga? Uno Stato sovrano illuminato, darebbe contributi a fondo perduto a tutti, a partire dei proprietari delle prime case messe peggio, sicuro che il maggior deficit rientrerebbe keynesianamente (vedi sopra), e la famiglia avrebbe avuto quell'aiuto esterno per cui alla fine avrebbe una casa migliore. Invece la UE non solo non finanzia nulla, decidendo per l'ennesima volta per l'aumento invece del debito privato (e chi non ce la fa, regala praticamente la casa agli speculatori, e va in affitto, se se lo può permettere, e se no cazzi suoi), ma persino impone a chi ha trovato degli escamotage per creare moneta (altro non era lo "sconto in fattura" dei creativi italici: soldi che girano, e alla fine entrate fiscali che aumentano, ma oggi fa comodo non contarle e prendersela coi furbi che gonfiano) di abbandonarli. E chi ha votato per un governo che combattesse contro queste logiche, si trova non solo con un premier che obbedisce ai diktat europei come tutti i suoi predecessori, ma anche con un partito come la Lega che già si presenta mettendo avanti il fido (per i grandi poteri UE) Giorgetti anziché i sovranisti Borghi e Bagnai (desaparecidos dell'antagonismo economico grazie a chissà quale incarico), ma poi getta definitivamente la maschera mettendo la faccia del suo leader sul più grande inutile e mafiofilo latrocinio della Storia, quel Ponte sullo Stretto che Salvini si vanta di aver fatto tornare in auge.

L'affare Ponte dimostra ulteriormente una cosa lampante a chi la vuol vedere: non è vero che i soldi non ci sono, uno Stato sovrano li crea, quindi li ha sempre. Solo, decide lui a cosa destinarli. Arriva una pandemia? Adottiamo un piano di emergenza fatto di terapie intensive nei quartieri fino a che non passa la fase acuta? No, costa troppo: fermiamo tutto, e che paghino i privati cittadini che devono chiudere le loro faticosamente mantenute piccole attività commerciali. Ma se le grandi case farmaceutiche arrivano con sieri sperimentali costosi e forse pericolosi, i soldi per pagarli e per propagandarli in modo da poterli imporre si trovano, e anche quelli che non si possono dire (ma prima o poi si scoprono). C'è una emergenza ambiente, l'acqua scarseggia e le piogge fanno danni? Finanziamo la ristrutturazione di tutti gli edifici ad alto impatto ambientale, rinnoviamo e potenziamo il parco mezzi del trasporto pubblico, magari pure con un occhio all'antisismicità, sistemiamo gli acquedotti che sono ormai dei colabrodi, lanciamo un piano di microopere pubbliche per sistemare alvei strade argini eccetera? Non si può, si sforano i sacri parametri: che siano i cittadini a cambiarsi per forza la macchina, a ristrutturarsi per forza casa, e se non possono vadano a piedi e in affitto (è un esproprio, sta cosa, non l'avete capito?), a patire i danni e persino a morire ogni volta che c'è un acquazzone tanto poi i tg raccontano che è colpa del cambiamento climatico. Ma se c'è da finanziare delle linee ferroviarie ad alta portata che non servono più a nessuno, se c'è da costruire un manufatto mai tentato in una zona talmente sismica e ventosa che ammesso che lo finiscano non può stare in piedi (così peraltro diceva ieri il suo maggiore sostenitore di oggi), con un impatto mostruoso sull'ambiente e sul territorio e come se non fosse antistorico incentivare il trasporto merci su gomma verso un posto circondato dal mare, i soldi si trovano eccome, anche quelli che servono ad ungere gli ingranaggi, e anche se è pacificamente assodato, peraltro, che per opere grandi così l'effetto moltiplicatore è quasi nullo perché il fiume di danaro si dirige per molte vie (dai contractors multinazionali agli operai necessariamente in maggioranza stranieri) direttamente all'estero.

Insomma, il nostro sovrano (re EU-genio primo) è un tiranno che non ha mai dubbi: per ogni problema, il conto lo paghino i sudditi. D'altronde, lui è nato, è costruito, per quello scopo. E nemmeno il peggiore dei suoi predecessori passati alla Storia per campioni di assolutismo e oppressione avrebbe osato tanto, perché i sudditi di una volta erano avvezzi a subire, si, ma quando il tiranno esagerava si incazzavano e lui rischiava la testa. Invece, ed è la cosa più frustrante in tutto questo, la percezione che l'Europa sia il Bene (visti dei manifesti col gioco di parole I love EU e il solito parallelo Europa= Democrazia, ché la regola n. 1 della propaganda goebbelsiana era e resta ripetere il falso abbastanza a lungo da farlo pensare vero) è ancora, benché in calo, grandemente maggioritaria presso i nostri compatrioti, ovvero presso le vittime di questo terribile oppressore mascherato. Così, noi minoritari consapevoli di questa truffa, non abbiamo nessuna speranza di fermarla, e man mano che arriva il conto (ha iniziato trent'anni fa, ma temo che siamo ancora solo all'inizio) paghiamo la nostra parte, con la sola misera consolazione che almeno gli altri se lo sono meritato.

venerdì 14 maggio 2021

C’È SANTORO E SANT’ORO - VERSETTI COVIDICI 70-74

Quando Michele Santoro andava per la maggiore io non lo sopportavo. O meglio, avvertivo che quel tipo di televisione che aveva inventato con Samarcanda avrebbe dato la stura al peggio del peggio dell'animo profondo degli italiani, come purtroppo è puntualmente avvenuto, e mi spiace soltanto che ai tempi non avevo questo blog e non lo posso dimostrare. Quando fu vittima del bando berlusconiano lo difesi, si, ma già avvertendo che rispetto ai suoi compagni di sventura, che come Daniele Luttazzi non avremmo più visto, lui se la sarebbe cavata, e infatti ha ricicciato presto e persino su Mediaset.

Se ne parlo adesso è perché mi sono accorto, da un video su facebook dove si lamenta che "ci hanno trasformato in una società di malati", che era di nuovo sparito, e stavolta da tempo e radicalmente; me ne sono accorto solo così perché la mia avversione per i talk show figli dei santoriani, tutti, non è cambiata nel tempo, quindi non ne guardo mai nessuno, ma proprio nessuno, e se giocando col telecomando atterro per sbaglio su uno qualsiasi di essi dopo pochi secondi quello che dicono e come lo dicono gli ospiti mi rammentano il perché della mia scelta, e cambio canale.

Ora, non so nemmeno quanto e come critica sia la sua voce rispetto al regime di dittatura sanitaria che si è instaurato, nemmeno guardando sul suo sito sono riuscito a capirlo del tutto, provateci voi, ma il punto è un altro: anche se lo fosse poco, nonostante la sua caratura viene emarginato, pensate la graniticità del blocco mediatico di regime. E un altro ancora: i miei amici sinistrorsi, che facevano a gara a chi alzava più gli scudi a difesa del prode Santoro contro il puzzone di Arcore, se ne sentisse uno oggi che l'editto bulgaro glielo ha fatto un blocco di cui il loro partito di riferimento è architrave.

Quando entrò in vigore l'Euro, Berlusconi finse di opporsi poi ne approfittò per un colossale travaso di risorse tra la platea dei dipendenti e pensionati, per cui veniva applicato il cambio ufficiale di 1:1936.27, e quella dei commercianti e piccoli imprenditori, guarda caso bacino elettorale forzitaliota, cui la sostanziale mancanza di ogni controllo consentì l'applicazione di un cambio reale di 1:1000. Oggi, con la scusa della pandemia, viene rasa al suolo proprio la seconda categoria, ma non. come potrebbe sembrare a uno sguardo superficiale, a favore della prima (allodole cui con lo specchietto dello smartworking si sta preparando un destino analogo), bensì delle multinazionali e dei soliti grand commis delle grandi opere, destinatari dei fondi europei battezzati "soccorso" (recovery) per ingannare i polli, ma che intanto tutto fanno tranne che soccorrere chi è stato colpito, e poi daranno modo, tramite l'enorme indebitamento che comportano, di riattivare la scure dei tagli ad ogni servizio pubblico sanità in testa e poi attaccare le piccole proprietà immobiliari e il risparmio privato.

Questo, nonostante noi italiani avessimo portato in pochi anni dallo zero al 33%  un movimento che dichiarava di volersi affrancare dal gioco della moneta unica, ed utilizzare la riacquistata sovranità monetaria per quella miriade di piccole opere pubbliche che servirebbero a questo Paese per risollevarsi come l'aria per respirare. L'Italia è un pullulare di zone terremotate mai ricostruite, alvei fluviali e versanti montani da riassettare anche per evitare che ogni pioggia forte si trasformi in tragedia, rete viaria secondaria e terziaria totalmente da sistemare, città senza spazi verdi pubblici decenti e con le strade disastrate, scuole e ospedali fatiscenti, scheletri di edifici industriali abbandonati usati come dormitori dagli irregolari, patrimonio artistico e archeologico abbandonato o non sfruttato, eccetera eccetera, e tutto ciò doveva essere oggetto di un piano di investimenti a deficit (che grazie al moltiplicatore keynesiano si richiuderebbe da solo) che desse lavoro a milioni di persone anche prima della pandemia, figurarsi adesso. E invece...

Per un esempio parlo della mia città di origine, Reggio Calabria, di cui pur da lontano non ho mai smesso di seguire le sorti. E' bastato fare un giro distratto sulla stampa locale, e ho trovato, nell'ordine:
Per costruire l'inutile dannoso e pericoloso ponte sullo Stretto, o meglio per proseguire la cinquantennale mangiatoia sull'ipotesi di costruirlo, si attingerà da voci a parte. Ma sempre sprecando in grandi operi e relative tangenti (entrambe cose che non attivano o inceppano il meccanismo deficit > moltiplicatore > entrate fiscali > rientro deficit) i fondi.

Insomma, il gioco di parole del titolo mi ha dato modo di parlarvi del "silenzio dei dissenzienti", e dell'assalto al buffet prossimo venturo, alla facciaccia di chi è stato o sarà annichilito dalle misure antipandemia e mai sarà né ristorato né tantomeno risarcito. E ora sotto coi versetti covidici, che mancano da un po'...

70. Lo studio che potrebbe riscrivere la storia del virus. Meno male che c'è Paragone. Se ha ragione questo studio, e sono cose che il vostro affezionatissimo perdisonno vi dice da un anno e mezzo, siamo stati contagiati a milioni, come per ogni influenza peraltro, quindi i tassi di mortalità e di infettività con sintomi da ricovero sono da ricalcolare. Demolendo una volta per tutte il castello di menzogne su cui hanno basato la demolizione economica e sociale del mondo globalizzato.

71. No obbligo vaccinale. Si tratta di una serie di eventi realizzati dal Movimento 3V (però, ragazzi, dopo la fine che ha fatto il 5S, non era meglio qualsiasi altro nome?), tra cui uno a Roma lunedì 17 pomeriggio (proprio mentre in parlamento si discute di tesserino di pura razza ariana) per cui mi è arrivato l'invito su Facebook. Non sarà decisivo, ma non sono i soli a organizzare la "resistenza", di altri abbiamo già parlato. E la battaglia sarebbe sacrosanta anche se i vaccini fossero davvero tali, funzionassero veramente, non presentassero rischi, e non ti chiedessero di assumerti tu la responsabilità facendoli. Figurarsi così.

72. Merkel difende Big Pharma e dice No allo stop ai brevetti sui vaccini. Che poi basterebbe poco, almeno a togliere il dubbio che qualcuno stia speculando sull'affare, se ne è accorto perfino Biden, ci si può arrivare: regalarli. Imputare il costo alla voce "pubblicità" e andarci in perdita secca, passando però alla Storia come i salvatori dell'umanità, e con questo passaporto passare all'incasso in futuro. Sul perché non lo facciano, e mandino la poliziotta cattiva a dirlo, si possono fare solo congetture, che vanno dall'inspiegabilità, allora, della ingiustificata cattiva stampa verso il vaccino russo, al davvero allora chissà cosa c'è dentro, passando per il dogma di marketing "se non lo paghi non gli dai importanza". 

73. Cure negate, per poter autorizzare i vaccini. Per non parlare del fatto che se davvero si voleva sconfiggere questa pandemia, si doveva adottare una strategia diametralmente opposta: lasciare libero ed evitare di inseguire per poi tamponare chi stava bene, e curare tempestivamente ed efficacemente chi aveva sintomi minimi, per ridurre al minimo chi aveva sintomi importanti, e infine attrezzare la sanità pubblica per gestire questi ultimi, costasse quel che costasse. Lasciati liberi di continuare a produrre gli uni, e a vivere gli altri, i cittadini avrebbero eventualmente accettato con gioia di contribuire a questa extra spesa anche con una tassa apposita, se necessaria. Ma questo scenario presupporrebbe che gli obiettivi non fossero altri: quelli che sono, e che vedremo tutti quanti realizzarsi sulla nostra pelle.

74. Covid: ritorno al feudalesimo. Tra quelli scomparsi dal video e quelli scomparsi del tutto, di giornalisti veri in giro ne restano pochi. Uno è il vecchio Fulvio Grimaldi, a cui occorre rivolgersi se si vuole sapere come stanno davvero le cose. A lui la parola:

domenica 29 novembre 2020

LA PATENTE - VERSETTI COVIDICI 24-25

La notizia però invece leggetevela qua, ch'é meglio
Voglio vedere come la mettono i covidioti ora che anche sul mainstream è comparso a tutta (prima) pagina un concetto che vi vado ripetendo da febbraio scorso. Certo, il Resto del Carlino ne trae le conclusioni sbagliate, ovvero sempre le stesse, convinto che dire che il covid19 ci ha contagiati a milioni da settembre 2019 in poi alimenti la narrazione dominante, e in effetti per i covidioti lo fa. Ma invece l'unica logica conclusione di questa notizia è un enorme abbassamento delle percentuali di sintomatici gravi e deceduti. Cosicché si può ripetere ancora una volta che di questo virus, che non è un influenza stagionale (lo preciso per togliere una di quelle armi retoriche che vengono usate contro chi tenta di ragionare, accanto all'augurio di contagio, allo sfottò e all'etichettatura di negazionista), si può dire che, come per ogni influenza stagionale:
  1. finisce per contagiare almeno il 10 per cento della popolazione;
  2. la quasi totalità dei contagiati non ha sintomi o ha sintomi lievi;
  3. qualche decina di migliaia (sotto l'1%) ha complicazioni (eminentemente dovute a incroci con altri problemi, spesso dovuti all'età avanzata) purtroppo letali;
  4. un numero intermedio ma molto più vicino al secondo che al primo ha bisogno di cure ospedaliere.
Ecco, si può affermare con certezza, e infatti lo ammettono anche loro stessi (per chi sa ancora leggere la sostanza delle parole dietro ai messaggi emozionali), che l'unico dei 4 fattori che davvero distingue il covid19 dai virus influenzali "normali" è l'ultimo. Il numero che genera allarme di questa pandemia, quello che giustifica le misure liberticide prese e riprese, è quello dei ricoveri, tanto è vero che sono finite in zona rossa regioni con numero di morti e malati gravi bassissimo in assoluto ma alto rispetto alla loro capacità ricettizia ospedaliera. 
Ora, non solo non c'è nessuno in TV, nemmeno i cinquestelle che li avevamo mandati al governo apposta, che ricorda che la colpa di tutto ciò è di chi negli ultimi decenni ha smantellato la sanità per obbedire alle folli politiche di disciplina di bilancio dettate dai nostri padroni stranieri, e si può capire perché in questo sono tutti correi, ma nemmeno c'è una sola voce che osi dire che se questa scusa poteva essere invocata a marzo, è certamente criminale farlo ancora adesso, dopo mesi in cui, anziché pretendere dalla BCE le risorse cash per attrezzarsi al previsto ritorno autunnale, si è accettato di mendicare prestiti di varia truffaldina natura e incerta erogazione comunque variamente procrastinata, vantandosene pure.
Coi soldi che non abbiamo preteso (e comunque non ci avrebbero dato, ma allora avremmo dovuto, uscendo dalla nefasta unione monetaria, stamparci da soli) avremmo potuto e dovuto risarcire (non ristorare: anche la scelta del termine è significativa, quello avrebbe implicato l'ammissione di avere creato un danno e l'obbligo di rifonderlo interamente, questo sa di elemosina, di elemosina micragnosa, e li devi pure ringraziare) quelli che si fosse stati costretti a fermare o comunque danneggiare, e attrezzare non i 10mila posti di terapia intensiva che si asserisce di avere (cosicché si grida alla catastrofe quando ci si avvicina ai 3mila posti occupati: vedete voi, un Paese civile di 60milioni di anime non si può permettere di avere 3mila ricoverati gravi....), ma 30mila, 50mila perchè no? costava troppo? perché quanto costerà la rovina dell'economia nel complesso? Ecco, in che mani siamo: per non poter spendere in deficit immediatamente qualche decina di miliardi quando serve (e si era già visto coi terremoti, chiedete agli aquilani o agli amatriciani...), si sottraggono alle tasche dei cittadini centinaia di miliardi, portandone a milioni alla rovina. E se lo dici sui social, ultima piazza accessibile, non solo gli algoritmi ti penalizzano (e ti propongono finti sondaggi per tracciarti un po' meglio), ma gli amici (tra impauriti, indottrinati, centrosinistri a prescindere, quasi tutti covidiotizzati) ti sfottono, ti etichettano negazionista, ti confutano capziosamente estrapolando a cacchio frasi del tuo discorso, insomma partecipano alla propaganda usandone magari inconsapevolmente le tecniche.
La nuova normalità, inquadrata (bene) da Fusaro
Quando allora continui a far girare le rotelle del cervello, arrivi al solito punto morto: come fa gente istruita e scetata a non capire questo? E da qui se ne deduce il solito aut aut (che se lo esterni perdi pure gli amici): i politici che hanno scelto di far pagare ai cittadini l'emergenza, quando in quanto tale pagarla toccava al sovrano (monetario), sono deficienti che non vedono che le centinaia di miliardi di danni al tessuto economico e quelli incalcolabili al tessuto sociale potevano facilmente essere evitati spendendo (per appena qualche decina) a deficit per attrezzare la sanità, o sono criminali che lo vedono benissimo ma avevano proprio l'obiettivo, per il quale da bravi sicari sono stati profumatamente e variamente retribuiti, di distruggere il tessuto economico e sociale? Chi crede alla seconda ipotesi, cari miei, non è complottista, è solo uno che pensa che politici deficienti siano ancora peggio che politici criminali, quindi si augura che sia tutto un complotto perché se così fosse se si riuscisse a smascherarlo ci sarebbe ancora speranza. Quindi fa quel che può per partecipare allo smascheramento: ad esempio, raccogliere versetti covidici.

24. Tarro: ma quale movida, le morti Covid sono colpa della folle gestione dell’emergenza. Ogni anno 650mila persone muoiono in Italia, prevalentemente anziane, alcune decine di migliaia per complicanze respiratorie innescate da un'influenza. Io lo so benissimo, è capitato a mia madre, per la quale a Reggio Calabria - nel 2019 - non si è trovato un posto in terapia intensiva . Molti di voi anche. Seguite questo virologo emarginato e denigrato (tranne che da pochi, tra cui un altro "paria" come Fulvio Grimaldi), la sua narrazione è quantomeno da prendere in considerazione: sicuri che tutti sti morti siano una novità o è una novità contarli tutte le sere al TG? Sicuri che non c'era un'altra strada, diametralmente opposta, che passava per la medicina di base anziché paralizzarla, per affrontare un virus più carogna del solito? Vi dicono di no, tutti i santi giorni da nove mesi, ma voi una testa pensante ancora ce l'avete?

No vax in fila per il sussidio di sussistenza, dopo
aver perso il lavoro e i diritti civili ed economici
25. Senza patente del vaccino non si viaggerà. Crisanti ha dichiarato che lui non si vaccinerà, Conte pure. Entrambi sono stati costretti a precisare che intendevano "prima di aver letto i report dei test", ma intanto fioccano le anticipazioni su cosa succederà a chi si rifiuta di vaccinarsi quando sarà avviata la campagna. I soliti complottisti dicono che dentro al vaccino sponsorizzato da Bill Gates ci siano dei nanorobot, ma anche volendo non crederci, lo sapete o no che un vaccino di solito viene sperimentato sugli animali per anni prima dei test umani, mentre stavolta la prima fase è stata saltata e la seconda ridotta a pochi mesi? E quando vi dicono che è efficace e sicuro al 90%, fosse anche al 95, e voi vi sentite rassicurati, vi rendete conto che state accettando percentuali di rischio dieci volte maggiori a quella di contrarre il virus con sintomi? L'articolo 32 della Costituzione non può essere abrogato per decreto, né aggirato di fatto, anche se la cosa piace agli alessandrigassman e a tutte le altre belle teste desinistra che auspicano sui social che i renitenti siano considerati cittadini di serie B quando non perseguitati. A Norimberga furono condannati a morte gli ultimi che hanno imposto trattamenti medici ad esseri umani, e il paragone non è esagerato. Anche perché, se non vi basta, gli effetti indesiderati delle vaccinazioni sono così probabili che l'Europa si sta attrezzando per le inevitabili azioni legali che dovrà affrontare, leggete per credere il "bando per un software che processi l'atteso alto volume di reazioni avverse al vaccino anti covid19", e se non sapete l'inglese fidatevi.

domenica 12 luglio 2020

50 ANNI FA

Se non sbaglio è il rione Marconi - bisognerebbe chiedere a Teo
Teocoli che ci è cresciuto - ma se no è un'altro di quei quartieri di
"baracche a cemento", casupole in muratura dove molti riggitani
hanno vissuto per quasi cent'anni dopo il terremoto del 1908...
Questo breve post è uno dei primi di questo blog, che aveva aperto da pochi giorni quando scoccò il 38° anniversario dalla Rivolta di Reggio. Oggi siamo al 50°, e la cifra tonda richiede più spazio.
Ho sentito al tg5, con mia grande sorpresa, una lettura dei fatti non lontana dalla realtà, quindi molto lontana da quella riportata a pappagallo per decenni da tutto il mainstream. Sarà proprio  il tempo trascorso, a consentire la cosa, ma è la prima volta che sento in TV qualcuno dire che l'etichetta di rivolta fascista fu posticcia, essendo i moti scoppiati all'inizio con una forte componente anarchica di sinistra e condivisi poi da tutta la popolazione o quasi, che aveva intuito che il capoluogo sarebbe stato probabilmente l'ultimo treno per una qualche forma di sviluppo occupazionale, perso il quale la città sarebbe stata al palo per decenni, come infatti è stato. Il servizio, visto nella rubrica "La storia" qualche giorno fa, ma poi ripassato in sintesi direttamente nel TG, lo trovate forse nelle teche web di Mediaset, sennò fidatevi.
All'epoca dei fatti avevo 7 anni, le donne a noi bambini ci tenevano prudentemente a casa in quei giorni d'estate; mio padre in quanto macchinista tornava spesso a casa sporco, con le mani proprio nere, per cui non so se anche lui sia stato o meno sulle barricate, ma ricordo benissimo la sua delusione per quel ceto politico del cosiddetto arco costituzionale, per cui lui pure aveva sempre votato, che stava compatto voltando le spalle alla città, inducendolo come a molti altri a diventare missino. Comunque, tornava a casa con delle copie di giornali semiartigianali che sostenevano la rivolta, e io mi divertivo a riprodurli su dei notes, chissà forse fu allora che cominciai a pensare che da grande volevo fare il giornalista - e meno male che non ci sono riuscito, altrimenti oggi starei pure io a scrivere menzogne per paura di perdere il pane.
Più avanti, diventato "comunista", presi le distanze da quella sua lettura dei fatti, e mi rifiutai di leggere quei libri e quelle raccolte di articoli e fotografie che gelosamente conservava. Ma poi mi capitò di collaborare con Parallelo 38, la rivista di quel Giuseppe Reale che era stato tra i pochi del suo partito a sostenere Reggio ai tempi, e poi ancora mi capitò tra le mani un libro di Fabio Cuzzola che mi diede da riflettere. Oggi ho quei suoi libri, tra l'altro proprio edizioni Parallelo 38, in libreria.
Certo, l'opportunismo della destra era stato almeno pari allo sciagurato tradimento del centro-sinistra (anche quello paradigmatico di quello che verrà. ai danni di tutta Italia). E si, il magma golpista che in quegli anni aspirava per l'Italia a una deriva greca (mi accorgo scrivendo che sinistramente la frase potrebbe descrivere l'attualità, anche se la declinazione è diversa) sicuramente fece di tutto per approfittarne. Ma la rivolta era e restò per tutta la sua durata sinceramente popolare, decisamente trasversale, e sicuramente giusta: perdere inopinatamente il capoluogo, che gli spettava per Storia ma anche secondo ogni manuale di geografica politica ed economica, sarebbe stato un danno economico da cui la città non si sarebbe ripresa per decenni. Un "pennacchio", invece, erano le promesse da marinaio con cui furono placati i cittadini: industrializzazioni fuori tempo massimo e infatti mai realizzate, se non nella misura in cui hanno consentito speculazioni mafiose con tanto di rovina del territorio.
Quei cittadini, gli unici del mondo occidentale nel dopoguerra ad essere affrontati militarmente, meritano di essere ricordati con orgoglio. A prescindere da chi si approfittò di loro per fare carriera. Avercene, oggi, di gente così fiera e consapevole delle manovre politiche che si fanno sulla sua testa: il ducetto che nei mesi scorsi ci ha rovinati non se lo sognerebbe nemmeno, di chiedere altri mesi di mani libere per poter completare l'opera.
...
Mi ero ripromesso di scrivere, per questo anniversario, solo una breve introduzione ad uno stralcio del mio Sushi Marina (magari vi viene voglia di leggerlo tutto, lo trovate qui - ma anche qui, qui e qui, e sennò sul sito di Leonida edizioni), in parte lo stesso scelto dall'editore per la quarta di copertina, perché in esso ho messo in bocca a uno dei personaggi, il padre di uno dei due ragazzi protagonisti, più o meno quello che penso io, con quel quid in più che la forma letteraria consente

E così Nino attaccò.
Raccontò di una città povera ma bella, dove i ragazzi giocavano per le strade, pulite perché gli spazzini le spazzavano (e non c'erano cassonetti perché per i rifiuti passavano porta a porta), interrotti più spesso dagli ambulanti che dalle auto. Giocavano a pallone, si gettavano gli uni sugli altri a scarricacanali, gareggiavano coi tappi in piste di gesso lunghe decine di metri, si lanciavano senza paura lungo discese infinite su tavole di legno che andavano su cuscinetti a sfera sballonzolando sui basalti (l'asfalto? quale asfalto?) senza freni. Il dopoguerra, in Italia, alla fin fine era durato 25 anni, durante i quali gli americani avranno avuto i loro buoni motivi per garantirci una ricchezza crescente. Certo, gli italiani erano stati molto bravi a indirizzare per il meglio quel flusso di aiuti. Ma tra loro i più rapaci cominciarono allora, ad organizzarsi nella casta autoreferenziale che conosciamo oggi: fu la fine dell'accelerazione postbellica che li rese più determinati a farlo. Si avvio il regionalismo, previsto dalla Costituzione e rimasto bellamente inattuato fino ad allora. È li che va cercato l'inizio del problema conti pubblici, mentre questi straparlano di federalismo, abolizione delle province e privatizzazioni. Le regioni fino al 70 c'erano solo sulle cartine a scuola, ciascuna col suo bel colore, la città capoluogo segnata in maiuscolo, grassetto, sottolineato, insomma evidenziata. In quelle cartine, il capoluogo calabrese era Reggio. E come poteva essere diversamente? Era di gran lunga la più antica delle città, la più grande, quella con l'economia più avanzata, e anche quella meglio collegata al resto del Paese e della regione. E in geografia politica ed economica, si sa, il centro non va individuato con la geometria, ma analizzando collegamenti e flussi economici, giusto? Ebbene, in tutte le regioni il capoluogo amministrativo restò quello segnato in quelle cartine. In Calabria e in Abruzzo no. Reggini e aquilani scesero in strada a protestare. Agli aquilani fu dato ragione, e forse avevano torto: Pescara aveva più carte in regola, ma vinse la Storia. Ai reggini fu dato torto, e avevano ragione sia per storia che per geografia. Avevano solo politici peggiori. Allora i reggini si incazzarono, tutti assieme forse per la prima e ultima volta della loro storia. Per rabbonirli e dividerli, gli venne detto che il capoluogo era in fondo solo un "pennacchio", che la città più grande e importante restava tale, anche perché era stato deciso che la sua provincia sarebbe stata un polo industriale, mentre quella di Cosenza sarebbe stata quello accademico e quella di Catanzaro solo quello politico. Ma i reggini non ci credettero. Non so quanti consapevolmente, ma tutti in cuor loro, sapevano che nei tempi a venire in Italia non ci sarebbe stato posto per nessun nuovo polo industriale e anzi molti allora fiorenti avrebbero chiuso, e che anche di tutto questo studiare per diventare tutti "ufficiali senza truppa" si sarebbe perso il senso, mentre invece anche in tempi di vacche magre chi amministra amminestra e anzi è proprio quando le cose vanno peggiorando che è importante stare dalle sue parti. Protestarono, e quando la risposta fu di repressione, sulle barricate ci andarono tutti, e quelli che non potevano sostenevano i rivoltosi nei fatti e nei pensieri, anche vecchi e bambini. E quando l'arco costituzionale fu unanime nella loro condanna, si legarono a quelli che non si unirono al coro, anche se li chiamavano fascisti. Ma chi c'era sa che all'inizio la rivolta fu persino comunista e anarchica, e i missini furono solo bravi ad approfittare dello spazio lasciato vuoto da tutti gli altri, e poi si, lo usarono pure per coprire altro. 
  • ...ma dovreste leggervi "quattro anarchici del sud" di Fabio Cuzzola, per capire bene.
  • .. e quindi quello che raccontano della rivolta di Reggio sono tutte fesserie, papà?
  • Abbastanza.
  • ...allura avi rraggiuni 'u zi Rroccu!
  • 'u zi Rroccu era fascista puru prima d'a rivolta 'i Rriggiu. A iddhu nci piacìu sempri mi jasa i mani, 'i quand'erimu figghioleddhi... Assulu futtiri, 'o zi Rroccu! C'a scusa d'a rivolta, eppi 'u sò mumentu 'i gloria, e avi quarantacinc'anni chi campa 'i chiddu...
  • Scusate Don Nino, ma allora qual'è la verità?
  • La verità, Paolo bello? La verità la scrive sempre chi vince, e noi allora abbiamo perso. E per forza: ci mandarono i carri armati contro, io ero piccolo ma me li ricordo! In occidente non è mai capitato nel dopoguerra, né prima né dopo. Sulu a nui. Due anni prima i russi lo avevano fatto a Praga, 14 anni prima a Budapest. Venti anni dopo lo fecero i cinesi a Tien-an-men. Eppuru, nt'a storia chi vi cuntanu, i bboni su sempri chiddi nterra, e i mali chiddi supra i carriarmati, menu chi a Rriggiu... A Rriggiu vi cuntanu chi i mali erumu nui... Insomma, non fu per coincidenza, se la città nei decenni a venire subi una progressiva marginalizzazione. Le industrie ovviamente non nacquero mai, e che sarebbe stato così lo capirono tutti già con la crisi del petrolio del 73. Ma i cantieri continuarono per decenni, quando c'è da mangiare fino a che si può si fa.

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