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lunedì 2 marzo 2026

DAI, VINCI

No, non parlo del festivalone, che ho visto meno del solito (che era già poco), e meno che meno del vincitore (con una canzone che sembra uscita dalla macchina del tempo tanto è vetusta proprio come impianto e concezione, peraltro), ma di un cartello che si è visto in galleria che giocava col suo nome per incitarlo. Parlo, anzi riparlo purtroppo, della guerra.

Se c'è una cosa certa della guerra di oggi, infatti, è che proprio non si può, vincerla: vista la natura delle armi in campo, si può al massimo o allungarla fin quando conviene usandole solo in parte, o usarle davvero e perderla anche se la si vince. Se non ci credete, citofonate a Putin. O pensate che non avrebbe potuto, se avesse voluto, radere al suolo l'Ucraina in un fiat? In altre parole, a nessuno conviene vincere un cumulo di macerie radioattive.

Poi c'è una cosa certa di tutte le guerre di tutti i tempi: che a guardare bene, senza farsi imbrogliare dalla propaganda, sono sempre state vinte dai potenti e perse dalla gente comune, trasversalmente ai confini. Sempre, non solo nell'epoca in cui i regnanti erano tutti parenti tra loro: volendo possiamo risalire a quando gli umani divennero agricoltori/allevatori da cacciatori/raccoglitori che erano, necessitando così di mura da difendere, e i maschi tolsero lo scettro della società alle femmine.

Se avessi degli hater, o anche dei critici tra i pochi follower, dopo i vergognosi attacchi in Nicaragua e Iran mi avrebbero detto "visto che il tuo Trump non era poi l'angelo portatore di pace che credevi?". Alla qual cosa io ribatterei che Trump non è "il mio" e che non ho mai detto fosse migliore degli altri, solo che preferivo un nemico vero a un finto amico, e soprattutto che preferivo di gran lunga una situazione in cui al mondo si fronteggiano due gruppi di potere piuttosto di una in cui il gruppo di potere è unico coeso e incontrastato. Ora, Trump questo è: l'espressione del gruppo di potere riconducibile al petrolio e a un quadro socioeconomico diciamo così tradizionale, che finalmente ha trovato con questo rozzo e discutibile personaggio il modo di contrastare il monoblocco che punta al reset dei diritti e delle conquiste economico-sociali usando come velo ideologico l'ecologia e l'intelligenza artificiale. Due squadriglie di avvoltoi pronti a banchettare sulle nostre viscere, mentre a noi resta quasi come unica speranza, di restare vivi un altro po', che litighino tra loro. Non è quindi un caso che gli USA con lui abbiano ripreso a "muoversi" sugli scacchieri petroliferi, quel Venezuela che da Chavez in poi aveva osato mettere in discussione il dogma che vuole i popoli sovrani esclusi dai benefici dello sfruttamento delle loro estrazioni (e a Maduro è andata ancora meglio che a Mattei...), e quell'Iran che costituisce di fatto l'unico serio contraltare a quell'avamposto degli USA nell'area chiamato Israele (che altro non è, con buona pace di chi ancora crede alle favole tipo terra promessa e risarcimento dell'Olocausto).

Trump sta dunque facendo il suo "mestiere", quello che hanno fatto praticamente tutti i suoi predecessori (sia repubblicani che democratici, senza alcuna differenza) da quando gli USA hanno soppiantato la Gran Bretagna nel ruolo di Impero mondiale: tentare di imporre con la forza il proprio modello. Quelli che tradiscono quello che sarebbe il proprio, di ruolo, sono quelli che esultano se uno straniero bombarda casa loro e uccide i propri capi. Come se la storia non avesse dimostrato già abbondantemente che quando questo succede le cose per il popolo di solito peggiorano, e non di poco, o se migliorano è solo parzialmente e di facciata. Ne sappiamo qualcosa in Italia, dove siamo ancora pieni di basi militari di quelli che ci hanno rasi al suolo per liberarci e però poi hanno lasciato ben saldi ai loro posti quasi tutti quelli che avevano fatto carriera prima e i loro successori, aiutandoli pure a costruire una rete segreta in funzione antisovietica e con quella organizzare attentati a ripetizione per mantenere la popolazione sotto il ricatto della paura. E non la abbiamo vista brutta come avremmo potuto se non ci fossero stati i partigiani a parzialmente contribuire dall'interno alla redenzione della Patria.

Perché i regimi intanto non nascono senza ragioni storiche (il nazismo le ebbe nel Trattato di Versailles e nel nascente sistema bancario internazionale, gli ayatollah in quello che avevano combinato lo Scià e gli americani), e non cadono mai davvero se non abbattuti dall'interno, e dalle fondamenta. Se pensi di vincere con l'aiuto dei bombardamenti americani, prendo in prestito il cartello sanremese e ti dico "dai, vinci!". Poi vediamo come ti trovi.

domenica 10 agosto 2025

HIC SALTA

Il modo di dire, che forse se lo ricorda solo chi ha l'età mia e ha fatto le scuole in un certo modo, eoni prima delle nefaste prove Invalsi, è tratto da una favola di Esopo in cui un atleta sborone sosteneva di essere stato capace di saltare da una gamba all'altra del Colosso erto all'ingresso del porto di Rodi, ma gli veniva risposto "hic Rhodus hic salta", qui è Rodi qui salta, ovvero dimostra adesso coi fatti quello che dici di valere.

Mi è venuto in mente, anche se non c'entrava nulla, mentre saltavo dalla barca nella finta baia di San Giorgio, ma questa ve la spiego dopo. Gli è che mi concedo, una delle rare volte, un post leggero, la condivisione di un paio di riflessioni di viaggio, prima di riprendere con i miei post di argomento serio e tono incacchiato. Rodi, chi ci era stato venti o anche dieci anni fa me l'ha raccontata come bellissima, per cui attribuisco le mie impressioni a una deriva recente. E sono:

  • un posto pieno zeppo di turisti quasi tutti italiani e di locali tutti uguali per fare mangiare quasi sempre le stesse cose o bere idem o noleggiare auto o moto o farsi mangiare la pelle morta dei piedi da pesciolini o stonarsi di musica assordante e di alcol magari davanti a una nuda che balla - l'ho scritto senza punteggiatura perché rende meglio l'idea non perché mi atteggio a Saramago;
  • un posto dove tutto quanto sopra costa come in Italia (e mica so fessi, questi che ti dicono una faccia una razza mentre ti abbracciano, campano di questo e i fessi siamo noi);
  • un posto dove se possono ti danno la sòla, come diciamo a Roma, e qui veniamo alla spiegazione promessa qualche riga indietro.

Un'escursione in una settimana ce la vogliamo permettere? e permettiamocela! La migliore: verso la coloratissima isola di Simi, ultimo avamposto dell'Unione Europea così vicina alla costa turca che l'operatore telefonico ti fa pagare il roaming. Ma come scegliere tra decine di offerte in ogni angolo di strada e spiaggia? Barca lenta veloce o velocissima, con sosta e bagno nella impareggiabile baia di St. George raggiungibile solo via mare o senza, con passaggio davanti al monastero di nonmiricordochi dall'altra parte dell'isola o senza, con due o tre ore di sosta nell'abitato principale? Dei venditori prescelti, una coppia, il marito aveva provato a dirci, in un italiano incomprensibile, che in quella baia le barche grandi non possono entrarci quindi tanto valeva scegliere una combinazione che non prevedeva il tuffo, ma la moglie, in un italiano perfetto, con un gesto che dava ad intendere non ascoltate quel poveretto qua la baracca la porto avanti io, ci ha venduto il tour completo. Quando abbiamo realizzato che quel mucchio di sassi lungo venti metri dove avevano attraccato era solo adiacente alla bellissima baia promessa, che da li peraltro manco si vedeva, eravamo tutti già in acqua a sbollire la rabbia assieme al calore accumulato nella traversata. Io, pensando, più che al cavaliere Antonio Trevi che vendeva a un turista americano la fontana di famiglia, alla settimana bianca organizzata fuori stagione dal fido Filini per l'ufficio sinistri al completo. Vadi lei, Fantocci!

Ah, e a parte un paio di calette deliziose e una spiaggia che appare solo in bassa marea a separare la parte con le onde a quella col solo vento peraltro fortissimo e quindi piena zeppa di vari tipi di surfisti, niente che sia all'altezza delle coste sicule sarde o della jonica reggina. Della serie "n'atra vota, statti aa casa!".

lunedì 2 giugno 2025

FUMA FUMA...

... non viri comu ti cumbinasti?! (non vedi come ti sei ridotto?! - modo di dire riggitano che si applica a tutte le situazioni in cui qualcuno ha preso una brutta abitudine, e il sarcasmo è il miglior modo di dissuaderlo.

Sono un asmatico da quando ho memoria: mi hanno riferito che a meno di tre anni dopo una bronchite forse curata male ho iniziato a respirare male specie di notte. Dopo avrei capito che tutti respiriamo peggio di notte, semplicemente perché la posizione orizzontale moltiplica la superficie su cui grava l'atmosfera sopra noi, ma della cosa se ne accorge solo chi ha problemi respiratori. Ricordo lunghe notti seduto quindi in mezzo al letto, con mia zia e mia nonna al capezzale (ho iniziato a dormire da loro per indicazione medica di scarsa salubrità degli ambienti dove abitavo coi miei) a farmi compagnia aspettando che facesse effetto il cortisone (i broncodilatatori non li avevano ancora inventati) e se no i miei andavano ad affittare per la notte una bombola d'ossigeno. Queste notti arrivavano specie se durante il giorno avevo sudato e/o ero stato esposto a correnti d'aria, di conseguenza io non potevo giocare per strada con gli altri bambini (ai tempi, lo preciso per chi ha meno di 50 anni, TUTTI i bambini stavano tutto il giorno a giocare per strada tutti assieme: erano geolocalizzati dalla collettività non dai telefonini...): devo a ciò probabilmente la mia inclinazione alla lettura e ai giochi da tavolo, ma anche il non aver mai imparato a giocare a pallone. Ma tutto ciò non mi impedì di crescere "normalmente", solo favorì la consapevolezza rispetto alla vita (aiutarono molto due periodi in cui per trovare le cause del mio problema fui ricoverato al Gaslini di Genova, durante i quali capii innanzitutto, guardando i bambini che avevo attorno, che io non avevo poi un problema così serio) e ad alcuni meccanismi che gli umani attivano senza pensarci e che invece pensandoci si possono correggere e migliorare, come appunto la respirazione. Mio padre, asmatico a sua volta come mia nonna mio zio e mio cugino e poi i miei nipoti e mia figlia (anche se nessuno grave come me, ma per dire la familiarità...), tentava di insegnarmi a "respirare piano", trasmettendomi una tecnica che poi ho letto in un libro di un professore russo (il metodo "Buteyko") e scoperto essere usato da cantanti e atleti. Ed eccomi sessantaduenne che forse sa già di cosa morirà ma intanto ancora gioca a tennis e fa cardiofitness in palestra (la seconda cosa per poter ancora fare la prima).

Raramente vi racconto carrettate di cazzi miei, e quando capita c'è una ragione. Oggi è perché il quadro dettagliato serve a sgombrare il campo da ogni equivoco: non ho mai fumato, perché proprio fisicamente non mi riusciva (e quando ho scoperto che Che Guevara era asmatico e fumava sigari perché non si aspirano era troppo tardi: i vizi si prendono da giovani), e anzi ho vissuto in un'epoca in cui era impossibile non soffrire del fatto di essere costretti al fumo passivo. Infatti, si fumava in casa (memorabili i Natali in famiglia coi vecchi al tavolo delle carte avvolto in una nuvola di Nazionali senza filtro e tu che ti avvicinavi a cercare di imparare e ogni tanto meritarti un paio di giri di "supplenza" che affrontavi con malcelato orgoglio), al lavoro, al cinema (lo schermo era avvolto nella nebbia), nei locali, ai concerti (molte canne), anche ai pochi che ho tenuto dal palco (rovinandomi le corde vocali, anche per via del fumo). La prima legge contro il fumo nei posti pubblici è del 1975, è quella ancora citata in tutti i cartelli, ma fu per due o tre decenni largamente ignorata, come i cartelli stessi peraltro; d'altronde le auto di Formula1 fino a pochi anni fa erano pacchetti di sigarette in movimento. Qualcuno fece allora una vignetta, e quella si faceva notare. Io me la ricordo ancora, e ve l'ho trovata (sta in cima al post).

Detto tutto questo, e mi sono tenuto breve, se uno come me vi dice che trova esagerato e allarmante il provvedimento che vieta di fumare anche all'aperto, il sospetto che ve lo dica per gusti o interessi personali dovrebbe essere tolto di mezzo. Il puzzo di ideologia (in senso marxiano: falsa coscienza, rappresentazione della realtà fasulla appositamente costruita per essere condivisa e così nascondere i veri rapporti di forza) è forte e lo soffro almeno quanto quello di fumo. E quando lo sento mi metto a cercarne le cause. Ho trovato questo, buona lettura. 

sabato 5 aprile 2025

BISOGNA TORNARCI A FREDDO

Che la percezione dello scorrere del tempo sia una cosa alquanto stranuccia è cosa risaputa. Ad esempio, in questi giorni cade il terzo anniversario della fine dello stato di emergenza Covid e ci sembra ieri, mentre lo stato di emergenza stesso è durato poco più di due anni e ci è sembrato, e ci sembra ancora a pensarci, una infinità. Ecco perché è il caso di tornarci adesso: da un lato è passato abbastanza tempo da poterci dire le cose da una distanza che consente forse di fare la tara alle tifoserie, diciamo così, dall'altro è ancora abbastanza attuale da provocare al pensiero il classico brividino alla schiena (anche se per ragioni diverse tra fedeli e non fedeli del Verbo Pandemico); in mezzo, o se preferite di lato, c'è che a prescindere se sia stato fatto apposta o meno il paradigma collaudato in quel periodo è ancora qui tra noi e minaccia di essere riutilizzato per ragioni (apparentemente, si dimostrerebbe) diverse.

Ecco dunque una serie di punti che potremmo dare per consolidati, su quanto è successo nel fatale biennio:

  1. non era la peste bubbonica, e nemmeno l'Asiatica o la Spagnola, ma un'epidemia con uno scostamento della curva delle "normali" vittime delle influenze annuali che può essere giudicato grande (guardando ai valori assoluti; guardando alla persone anche una sola in più è una tragedia) o meno (guardando alle serie storiche percentuali da abbastanza distante da vedere che è stato solo un increspamento della curva), ma di certo non ha niente a che vedere con le grandi pandemie della Storia;
  2. l'affermazione secondo cui il punto precedente sarebbe vero solo per effetto delle contromisure prese, tra cui i cosiddetti vaccini, è priva di fondamento, dal momento che né restrizioni né somministrazioni di sieri hanno fermato i contagi prima del naturale declino della curva, e se lo hanno agevolato è stato in misura non verificabile e non rilevante, e i protocolli di cura e profilassi alternative ai vaccini sono stati per volontà politica precisa praticamente inesistenti (e quelli esistenti, sorti spontaneamente qua e là, o fermati o privati di eco);
  3. la relativa inefficacia e la documentazione invece di nocività (per quanto proditoriamente e insistentemente insabbiata) dei sieri sperimentali sono talmente autoevidenti da rendere francamente imbarazzanti le giustificazioni posticce subito strombazzate (e indimostrabili) della serie "si però hanno ridotto i sintomi", e alla fine da aver fatto pessima pubblicità a un concetto, quello di vaccinazione, che è un altra cosa e ha avuto storicamente ben altri risultati (pur avendo storicamente un margine naturale di pericolosità tale da avere storicamente scoraggiato, fino a pochi anni prima del Covid con la Lorenzin, l'obbligatorietà delle somministrazioni);
  4. la proclamazione dei cosiddetti lockdown (terminologia carceraria: lapsus o autodenuncia?), sia generali che in zone denominate "rosse" sulla base del rapporto tra positivi (a tamponi non in grado di identificare i malati ma solo a evidenziare la presenza di anticorpi - o non ricordate nemmeno la differenza tra "sieropositivi" e "malati di AIDS"? eppure quest'ultimo, proprio come il Covid, è una "sindrome", cioè un insieme di sintomi, non una "malattia" in senso stretto) e posti letto in terapia intensiva disponibili in ogni area territoriale, è stata un esperimento sociale frutto come minimo della precisa volontà politica di agire sul numeratore di quella frazione (implicante la libertà personale di tutti i cittadini e la rovina economica di intere categorie di essi) diminuendolo piuttosto che sul denominatore aumentandolo (attrezzando costi quel che costi, cioè facendo ricorso ad indebitamento pubblico, nazionale o europeo non importa, tutti i presidi ospedalieri che servivano), nascondendosi dietro quei vincoli di bilancio (che ci hanno impoveriti tutti) di cui ci si sarebbe dimenticati in sede di PNRR e quel tabù degli eurobond che fa particolarmente rabbia vedere messo in discussione oggi invece per le armi;
  5. visto quanto sopra enumerato, la messa in discussione delle libertà individuali fondamentali, subordinandole a un concetto così facilmente manipolabile come quello di "salute pubblica" come peraltro i costituenti (freschi degli abusi del nazismo) avevano attentamente evitato di fare (ma con una Corte costituzionale a nomina politica, non c'era da sperare nella sua azione di salvaguardia), fino ad in pratica revocare l'habeas corpus, si rivela per quello che è: una prova generale di un nuovo modello di sudditanza, utile a definitivamente superare i concetti non più utili di democrazia e libertà - dello stesso novero è l'istituzione del Green Pass a soppiantare la libertà di circolazione e assieme il diritto ad esercitare la propria professione in qualunque modo lo si sia guadagnato: fummo in pochi a comprendere che era la fase di test di un impianto che una volta accettato poteva essere riutilizzato per qualsiasi altra ragione, e lo vedremo presto con l'ambiente e magari pure con la guerra.

Accettando anche solo la metà, ed anche solo in parte, di questi ragionamenti come plausibili, si potrebbe e dovrebbe mettere in stato di accusa una intera classe politica (e non dite che non si può fare, con tangentopoli si è potuto), e comunque chiedere scusa e giurare "mai più". Invece, come abbiamo appena delineato alla fine del punto 5, siamo pronti per il Green pass 2.0: sull'inseparabile telefonino, una patente a punti di sensibilità ambientale per togliere dalla circolazione chi non si riesce a convincere a disfarsi della macchina a gasolio (perché razionalmente pensa che è buona e ancora nuova, consuma poco, e impatta meno tenerla che comprare due tonnellate nuove di metalli cristalli plastiche e minerali rari, ma contro l'ideologia la razionalità ha sempre vita dura), non accetta di dover rifare il mutuo quasi estinto per adeguare la propria casa alle assurde normative europee o non avendone la possibilità non accetta di disfarsene svendendola e finendo i propri giorni nei loculi in affitto di stile europeo che stanno fiorendo in ogni dove, non smette di fumare o di adottare un qualsiasi stile di vita che potrebbe ricadere come spesa sanitaria sulla collettività, è meno che zelante nella raccolta differenziata, o magari di nuovo non sottostà a un trattamento sanitario obbligatorio pseudovaccinale o di natura diversa.

Con l'Intelligenza Artificiale che, lungi dall'essere imbrigliata (solo i vecchi brontoloni come me ritengono indispensabile che lo sia), entra oramai anche nelle applicazioni di uso più frequente e generalizzato di ogni device, a sedurre ogni recalcitrante magari anche solo titillando la più banale pigrizia, e intanto a perfezionare esponenzialmente la grande raccolta di dati personali sensibili e caratteristici iniziata da tempo, nessuno potrà sfuggire. E purtroppo, a questa velocità, nemmeno noi sessantenni abbiamo speranza di morire prima di vedere questa oscena distopia realizzata, a meno di morte prematura ovviamente.

sabato 7 dicembre 2024

STECCO DI LEGNO NELL'ONDA

Il titolo di questo post è un verso di una canzone che ho già recensito con tutto l'album di cui fa parte, il meraviglioso Automobili di Lucio Dalla, uno dei dischi più importanti del Novecento, il terzo dei tre coi testi scritti dal poeta Roberto Roversi, anche se prima dell'uscita i due litigarono (sull'opportunità di far uscire o meno nel disco alcune canzoni politicissime, che io infatti nella recensione vi inclusi) e il poeta ritirò la firma.

La canzone è Intervista con l'Avvocato, e nel 1976 diceva "da tutti è ormai confermato che l'auto è in crisi profonda, l'auto non ha futuro: stecco di legno nell'onda; dopo l'assestamento, le auto saranno più rare, e finiranno per scomparire come zanzare sul mare". Beh, che dobbiamo aggiungere?

Più avanti nel disco c'è però Il motore del 2000, che sembra tanto più ottimistico che la FIAT lo adottò per uno spot del motore FIRE (stava per Fully Integrated Robotized Engine, l'inglese faceva futuro), che attaccava così: "Il motore del 2000 sarà bello e lucente, sarà veloce e silenzioso, sarà un motore delicato, avrà lo scarico calibrato e un odore che non inquina: lo potrà respirare un bambino o una bambina". Sembra una premonizione, più che delle auto elettriche, di quelle ad idrogeno, di cui ancora si legge come futuribili, anche se Beppe Grillo negli anni 90 sul palco portava un modello targato e ci si faceva i suffumigi spalmando il vaporub sullo scappamento.

Ma l'album è pieno zeppo non solo di profezie e squarci sociopolitici, ma anche di quell'afflato eroico e passionale legato all'automobile fin dai suoi albori, che sta dietro da un lato al successo commerciale così clamoroso da divenire l'architrave del capitalismo occidentale, dall'altro al tifo negli sport motoristici, e in mezzo al rapporto che ciascuno di noi ha con la sua auto. Un afflato tale che deve avere una spiegazione "altra" rispetto al mero consumismo.

Gli esperimenti sui topi (rileggetevi questo post, please, e andatevi a guardare il film che cita e linka) dimostrano che la felicità o infelicità, o forse sarebbe meglio dire benessere o malessere, almeno di tutti i mammiferi umani compresi, dipendono essenzialmente dal grado di libertà percepito. Anche di questo abbiamo già parlato, qui (lo so, parlo sempre delle stesse cose, ma perché voi no? e comunque sto invecchiando, e vi invito a rileggere proprio per non ripetere), partiamo dalla fine: quello che mi rende felice (mi fa stare bene) non sono i soldi, la salute, l'amore o qualunque altro concetto astratto su cui possiamo disquisire o poetare (è lo stesso), ma il fattore che lega questi concetti, la libertà. Se ho più soldi, posso fare più cose che se ne ho meno, posso decidere liberamente quale strada imboccare a qualsiasi bivio, e se non è vero questo, come nel caso in cui per fare i soldi mi costringo in situazioni che la libertà me la diminuiscono, non sarò felice anche se ricchissimo. Anche la salute, se ci pensate bene funziona allo stesso modo: nella misura in cui manca, le cose che puoi fare si riducono. Idem l'amore: prima di vagheggiare un ritorno alla vita agreste, considerate che in quel mondo capitava raramente ci si scegliesse o almeno si pensasse di averlo fatto. Quando i limiti economici, fisici e relazionali sono invalicabili, è più felice chi riesce a farsene una ragione e a calcolare la sua libertà all'interno di quei limiti. Non potere volare, o vivere per sempre, è un limite che riguarda tutti, ma sono infiniti i valori possibili su quell'asse cartesiano, dalla coscienza di essere piccoli a quella di stare invecchiando, dagli handicap fisici alla semplice accettazione di avere un aspetto fisico non corrispondente agli standard di bellezza in corso.

Andiamo dall'individuale al sociale. Il capitalismo è fondato su una serie di meccanismi tendenzialmente autodistruttivi, lo diceva Marx e non ha mai smesso di essere vero: i soldi chiamano soldi, e a furia di concentrarsi nelle mani di pochi su scala sempre maggiore il sistema non può che smettere di funzionare. Il socialismo, e i sensi di colpa per la guerra mondiale, però, gli hanno dato una mano ad allungarsi la vita, inducendolo ad invertire per un po' la freccia della distribuzione delle risorse. Già prima, Ford era diventato Ford trovando il modo di costruire automobili che costavano così poco che i suoi operai se le potevano comprare, con paghe adeguatamente maggiori, e godere, nel tempo libero che derivava da orari di lavoro minori. I cinquant'anni circa dopo il 1945, di fatto, sono stati gli unici di tutta la storia dell'umanità in cui questa logica ha fatto premio. Tutte le nostre libertà, se ci pensate, derivano da questo: quella di far studiare i nostri figli anziché costringerli a lavorare fin da piccoli, quella di studiare, quella di giocare, quella di scegliersi chi amare (poi anche dello stesso sesso), quella di spostarsi per divertimento, quella di fare sport e divertirsi, eccetera. Il grado complessivo di queste libertà considerate (erroneamente) per acquisite nell'occidente contemporaneo è tale da fare invidia, se potesse osservarle con una macchina del tempo, a qualsiasi sovrano del passato, e comunque solo una ristretta cerchia di persone nella storia fino alla seconda guerra mondiale si poteva permettere un complesso di libertà lontanamente simili alle nostre standard.

Quello che è successo invece negli ultimi trent'anni, ed ha accelerato negli ultimi cinque minacciando di farlo ulteriormente nel futuro, è esattamente questo: che partendo dalla constatazione che il modello di sviluppo che consente tutto ciò è insostenibile per il pianeta (o se preferite costruendo artatamente il luogo comune di questa constatazione: all'atto pratico è lo stesso) si è invertita la freccia. E per evitare ribellioni o proteste che potrebbero inceppare il meccanismo, la velocità a cui si muove il fenomeno è complessivamente minore del fenomeno opposto: lo sboom è più lento del boom, spesso più lento delle vite di ciascuno di noi, e così più efficace. I nostri figli non avranno nessuno dei nostri diritti. Nemmeno quello di disporre di una estensione di se che occupa del terreno e vi si sposta sopra in autonomia. Questo è deciso e senza comprendere ciò (errore di certa sinistra convinta ancora di potere conciliare i suoi temi con l'ambientalismo in voga) non si può capire la logica assurda di certe decisioni, peraltro non democratiche, che stanno demolendo il settore trainante dell'economia.

Ammettendo il teorema del cambiamento climatico e della finitezza delle risorse che ci dovrebbe indurre ad accettare ogni diminuzione di libertà finalizzata alla salvezza del pianeta (o meglio della vita umana sul pianeta che il pianeta se ne fregherebbe di diventare come Venere o Marte), però, se la guerra fredda l'avesse vinta l'URSS e fossimo tutti nel Patto di Varsavia oggi saremmo immersi in una propaganda pervasiva e minacciosa che ci avrebbe costretto a girare tutti su una Trabant elettrica scaldare meno le nostre case eccetera: tutti uguale (tranne un pochino la ristretta cerchia del Partito). Siccome invece domina il capitalismo, questa erosione di diritti e di libertà avviene con le sue logiche: gipponi elettrici per i ricconi che hanno la casa in centro e manco gli servirebbero, tanto hanno pure le ciclabili (sempre vuote, come mai?), e chi vive in periferia lentamente indotto all'immobilità. Tanto le prove generali le abbiamo già fatte con la cosiddetta pandemia e lo smartworking e i delivery sono pronti alla bisogna. E senza auto sarà un problema anche tornare al paesello...

lunedì 15 luglio 2024

TUTTO GRIGIO, OK, MA...


Ho sia amici sedicenti di sinistra che amici sedicenti di destra, e da sempre: quando ci penso, o quando qualcuno mi fa notare la contraddittorietà della cosa, mi torna in mente una immagine, vaga, dei tempi del liceo: erano gli anni attorno al settantasette, anche se a Reggio Calabria non era certo come a Roma, con due compagni di scuola che andavano in due su una vecchia Vespa a distribuire ciascuno i propri volantini, extraparlamentari delle sponde opposte. Esatto, era proprio come nella canzone di Venditti: Nietzsche e Marx si davano una mano.

La spiegazione c'era, già allora, solo che era difficile capirla per un cazzoncello di quindici o sedici anni, anche se notava che il volantinaggio di opposte sponde non era solo lui a reputarlo "normale" scrollando le spalle, ma era quella la percezione generale. Avrei cominciato a comprenderla qualche anno dopo, durante i lavori della mia tesi sperimentale in Sociologia delle comunicazioni, un lavoro immane di calcoli statistici a mano per costruire somministrare e valutare un test nelle scuole che indagasse su "partecipazione politica e riproduzione sociale", per confermare o meno un assunto di un tale Althusser, dalla biografia che oggi ne giustificherebbe il bando - ma allora si capiva ancora che un conto era la vita privata un altro era il valore sociale del lavoro di una persona, altrimenti Hitler era un santo ed Einstein un usurpatore. Ed era più o meno questa: il discrimine è quanto una persona (o una generazione, un popolo, fate voi) ritiene siano affari suoi occuparsi di "politica", cioè ritiene sia suo dovere informarsi prendere posizione impegnarsi per una cosa che alla fin fine è la gestione della città in cui vive, etimologicamente parlando, non se questa passione impegno dedizione lo porta su posizioni che vengono etichettate transitoriamente come progressiste o conservatrici. Sull'avverbio torno dopo, ora preciso dunque che noi, cioè, stimavamo e rispettavamo un avversario politico che si vedeva che aveva lavorato su se stesso per prendere "partito", mentre disistimavamo un "compagno" che si faceva i cazzi suoi e si capiva che stava dalla nostra parte solo per caso o per conformismo. E ricordo che Vecchioni ci fece una canzone, al tempo, che se fosse stata di maggior successo gli avrebbe creato parecchi problemi: Canzonenoznac, si chiamava, qui il testo in fondo il tube.

Tornando all'avverbio, talvolta mi capita, e credo che capiti un po' a tutti, di trovare qualcuno che spiega una cosa che ti gira in testa da tempo molto meglio di quanto tu sia riuscito fin li a spiegare a te stesso, figurarsi agli altri. E' il caso di uno che scrive poco ma pesante, si chiama Stefano Re, e il post che vi invito a leggere si chiama Tempo di crescere e spiega bene, ma proprio bene, cosa è successo alla destra e alla sinistra a rimescolare le carte e mettere in crisi le posizioni di molti, almeno interiormente che poi invece fuori ci pensa il senso di appartenenza a rimetterci in riga (è successo mo' mo' ai francesi...), anche se così portandoci inconsapevolmente contro i nostri stessi interessi e le nostre stesse idee. Leggendolo, si capisce bene perché oggigiorno non ci sia niente più "di destra" in Europa che sostenere lo schieramento sedicente "progressista", e invece quel poco davvero "di sinistra" che si trova in giro stia proprio nei programmi di partiti che ci ripugna votare (dico nei programmi, perché poi anche quando gli elettori li portino al governo, appena in contatto col Vero Potere anche loro ubbidiscono ai dettami, tradendo il mandato e dissimulando la cosa con il solito ventaglio di fuffa superficiale, come la sinistra ma di segno opposto). E, come bonus, vista la chiave adottata, si capisce anche qualcosina di più su cosa è successo al Maschile e al Femminile, e perché.

A chi tentasse di ribattere che non c'è niente di male nella confusione e nel ribaltamento, e che il mio non è altro che il tipico sentimento di chi invecchia nei confronti di chi ha tutta la vita da vivere, occorre precisare che non di invidia si tratta, o di nostalgia per quando "ai miei tempi il bianco era bianco e il nero nero". Ho sempre pensato, infatti, che la realtà sia solo una infinita gamma di grigi, quindi siamo tutti sessualmente grigi e politicamente grigi, chi più scuro chi più chiaro: nessun manicheismo. Ma per ottenere quei grigi bisogna definire il concetto di nero e il concetto di bianco, e pretendere di rimescolare quei tipi non può che produrre disorientamento. Che forse, è proprio lo scopo, essendo un tipico strumento con cui il Potere si autoafferma... 

Ma ora sentiamo come ce la dice Vecchioni, a volte con la poesia si capisce di più.


domenica 4 febbraio 2024

RADIOCIXD 69 - PERICOLO GIALLO

La settimana di Sanremo impone di parlare di musica, rispolverando una rubrica, Radiocontroinformoperdiletto, giunta al sessantanovesimo post ma ferma da un po' di tempo, per ragioni implicite nella sua natura. Consta infatti di recensioni dal taglio decisamente personale di dischi per me storici, con rarissime eccezioni di playlist o di dischi in uscita, per cui gli è che semplicemente a un certo punto ho finito la lista, o quasi, e vi ho parlato di altro.

In questi giorni però sarete, saremo, bombardati dall'argomento, ed essendo difficile sottrarsi ci entro dentro a modo mio, a gamba tesa, recensendo un album di Giorgio Canali & Rossofuoco. Il ragazzo è noto ai cultori del genere per aver militato nei primi Litfiba poi nel percorso CCCP-CSI-PGR, esauritosi il quale ha però continuato nel solco con un suo gruppo. Scelgo lui, oltre che perché l'album è uno dei migliori dischi italiani del 2023, uno dei pochi buoni, anche perché mi consente di fare un discorso generale, agganciandomi, come al mio solito fuori tempo, alla tematica "quanto sono rock i Maneskin" che proprio da Sanremo iniziarono il loro decollo.

Anche a me ha fatto piacere sulle prime, infatti, che a vincere il festivalone fossero stati dei ragazzi che venivano dalla strada e la cui musica "suonava" rock. Ma, citando proprio Giovanni Lindo Ferretti, bisogna sempre ricordarsi di distinguere tra "forma e sostanza", anche nell'appiccicare etichette che possono sembrare scontate. Ci giocava Celentano, peraltro uno dei primi a portare in Italia il rock, in uno dei suoi celebri show tv, con le etichette di "rock" e "lento" attribuite alla qualunque. Ma anche se non si poteva essere d'accordo nel dettaglio con le sue scelte, sull'idea non c'è da scherzare: si può "arrangiare" rock un qualcosa che di anima rock non è, e può avere anima rock anche qualcosa che suona melodico e triste. Quasi tutto Luigi Tenco, per esempio, e per lo spirito della sua produzione non per la morte da rockstar.

Per chiarire meglio, occorre guardare da qualche passo indietro. Gli USA per soppiantare la madrepatria nel ruolo di imperatore del pianeta hanno messo sul piatto qualche milione di morti tra i loro ragazzi di due generazioni distinte, in due guerre mondiali. Nasce così la prima generazione "ribelle" verso i padri, e con essa il rock'n'roll. Così sbarazziamo subito il campo da un altro equivoco: la spensieratezza dei testi, la voglia di divertirsi, nel contesto giusto è "rock" tanto quanto l'impegno e la cultura del "messaggio" nei testi quando il contesto è un altro. Elvis ancora ci va, a fare il soldato, e ci fa pure i film sopra. Ma poi arriva il Vietnam, e la musica cambia, in senso proprio e in senso lato.

Per un paio di decenni, il rock in questa accezione, vestito da enne genere musicali diversi (dal blues all'hard, dal funky alla canzone d'autore, dal progressive al punk, ma l'elenco è onnicomprensivo e include anche tutti i mix possibili), domina. Finché le logiche insite del capitalismo, che è bene ricordarlo sono sistemiche (funzionano da sole, non serve postulare grandi manovratori occulti), non sono riuscite a inglobare anche "i giovani d'oggi" in una categoria di marketing: l'abbigliamento, col passaggio negli anni 80 dal casuale al casual, è un paradigma estensibile a tutti gli altri campi.

Negli anni 90 c'è stato l'ultimo tentativo di controcultura dal basso, i ragazzi delle ultime generazioni semplicemente hanno rinunciato, forse sordamente consapevoli di essere pochi e deboli, forse troppo bene imbrigliati nel loro ruolo di target da un mercato che con l'avvento di social e smartphone li arruola fin da piccoli. Fatto sta che si bevono le narrazioni ufficiali come acqua, e niente fanno per strappare alla musica il ruolo di entertainment che gli è stato affidato. Entertainment è il termine anglofono per industria dell'intrattenimento, del divertimento, ed è di una precisione terrificante, evocando gli stupri di gruppo o peggio gli allevamenti intensivi di animali che crescono fruttano e muoiono senza nemmeno sospettare che esista almeno in teoria una vita da liberi. E purtroppo tutto ciò nella loro musica traspare, e non solo in quella dei tanti giovani che ormai da anni passano da Sanremo o da altri format televisivi imperanti (non a caso ricorrentemente osmotici gli uni con l'altro), mentre "quando c'era il rock" andare a Sanremo era quasi considerata una "resa", e anzi pure guardarlo.

Per queste e altre ragioni, nella settimana del festival io vi propongo l'ascolto, e l'ascolto integrale (qui la tracklist completa) come si usava ai tempi del vinile, di un album di un ragazzo di 65 anni, lui si rock e lui si giovane. Come dimostra il testo di Inutile e irrilevante o quello di C'era ancora il sole, come racconta bene questa recensione che ho trovato, e come potrete facilmente constatare ascoltando con attenzione (se la ascolti distrattamente è la musica che ascolta te...) il tube del full album qui appresso. Magari ci fosse in giro un ragazzo che canta roba così, o anche solo uno che ascoltando questo "vecchio di merda" (come Canali si autodefinisce e forse ormai dovrei anch'io) gli fa un click la testa e gli viene voglia di "contagiare" i suoi amici. Perché triste è il tempo in cui gli antisistema sono sessantenni e non ventenni.

sabato 13 gennaio 2024

LE BUFALE DEL PADRONE 4 - LE GUERRE "GIUSTE"

Immagine tratta da Combat-COC.org, cliccandoci sopra si ingrandisce
L'argomento principe che i fautori della UE oppongono ai pochi che si rendono conto di quanto questa "organizzazione intergovernativa" (che altro non è e probabilmente e sperabilmente non sarà mai) sia nefasta, è che i "padri dell'Europa" dopo la seconda guerra mondiale si posero l'obiettivo di realizzare un qualcosa che evitasse al vecchio continente di continuare nella serie di guerre lunga secoli che lo aveva caratterizzato fin li, con cotanto tragico epilogo.

Se anche si vuole concedere a Spinelli e soci tale nobile intento, però, si dovrebbe subito dopo rilevare che quelli che si incaricarono di attuarlo sbagliarono completamente l'impostazione, decidendo di edificare la casa comune degli europei su fondamenta economiche prima che politiche e sociali, in una sorta di gigantesco equivoco del postulato marxiano su struttura e sovrastruttura. Marx, infatti, osservava come si comportano "in natura" le società umane, con l'economia a fare da primo motore a cose che pretendono di esserlo e invece ci vanno solo a rimorchio, ma la sua lezione era semmai che era appunto compito della politica di spendere tutte le enormi energie necessarie ad imbrigliare questo potere naturale. Partire dalla unione economica prima e monetaria poi, pensando che quella politica e quella sociale e valoriale sarebbero venute dopo, ha conferito alle istituzioni economiche, monetarie in primis, un potere abnorme, sottratto inoltre, per come è bilanciato l'ordinamento dell'UE, a qualsivoglia controllo democratico. Consentendo di fatto la prosecuzione delle guerre intestine in Europa, solo senza armi fisiche, e in pratica consegnando ad alcuni Stati europei il manico del coltello con la cui lama hanno sbudellato altri, tra cui l'Italia. Applicando peraltro, soltanto in modo inconsueto, il famoso assioma di Von Clausevitz.

Si tratta dello stesso paradigma, in minore, di quanto è capitato al mondo da quando un filosofo proclamò la "fine della Storia" per via del crollo di URSS e Patto di Varsavia, e tutti ripetevano a pappagallo la versione mainstream per cui chiusa la guerra fredda si apriva per il mondo un nuovo lungo periodo di pace. Solo un visionario come De Andrè, di cui ricorre in questi giorni il venticinquennale dalla scomparsa, ebbe il coraggio di dire la verità, che sul muro di Berlino ballava la polka la scimmia del quarto Reich e bastava andargli sotto per vederle il culo. Infatti, per non avere l'Impero Americano più un contrappeso, anziché un'era di pace abbiamo visto il via libera a quella che persino un Papa peraltro assai contraddittorio ebbe a chiamare "guerra mondiale a pezzi". Due o tre di questi pezzi sono in cronaca, anche se con un ben diverso trattamento: gli ucraini per dieci anni angariano le enclave russe, e quando i russi intervengono in loro difesa, peraltro mantenendo la loro iniziativa bellica ben lontana dal potenziale distruttivo che sarebbero stati in grado di esprimere (anche perché sempre di un popolo fratello si tratta...), sono loro gli aggressori e i distruttori; i palestinesi osano un'azione "terroristica" contro chi li opprime da decenni, esecrabile come tutte le azioni di guerra ma dai risultati relativamente limitati in termine di vittime e di ostaggi, e quando gli israeliani intervengono massacrando civili a migliaia (dovremmo aver superato quota ventimila, una rappresaglia di sproporzione ben peggiore di quella dei nazisti ad esempio alle Fosse Ardeatine) la loro reazione viene reputata quasi unanimemente legittima. Ma se torniamo al 1990, e cerchiamo di compilare un elenco anche solo a memoria, e benché il risultato non possa che essere molto parziale le cose si fanno davvero raccapriccianti.

Tentiamo, sottolineando anche come ogni volta, ogni cazzo di volta, chi vuole una guerra parli di "guerra giusta" o peggio ancora di "missione di pace", con quella inversione linguistica che per primo denunciò George Orwell: dalla prima guerra del Golfo (1990/1991) alla disgregazione della Jugoslavia (1991 e seguenti), dall'appoggio all'indipendenza del Kosovo con bombardamenti Nato su Belgrado (1998) alla invasione dell'Afghanistan per "rappresaglia" all'autoattentato dell'11 settembre (2001 e seguenti), dalla seconda guerra del Golfo con cattura ed esecuzione di Saddam col pretesto rilevatosi falso delle armi chimiche (2003) alle cosiddette "primavere arabe" con culmine nella cattura ed esecuzione di Gheddafi (2011), dalle cosiddette "primavere arancioni" in Europa dell'Est con culmine nel colpo di Stato in Ucraina del 2014 vera origine del conflitto in corso ai mille conflitti minori (ma non per crudeltà e assurdità) in Africa e Asia, non c'è un solo episodio in cui il "padrone" non ci abbia sommerso di bufale, bugie belle e buone che sono state prese per verità fino a passare a luogo comune dalla maggior parte dell'opinione pubblica. Per questo non riesco a condividere questo amaro sforzo di ottimismo di Fulvio Grimaldi ancora a proposito della Palestina. Viviamo in tempi di neolingua, nella distopia orwelliana in cui si può "esportare la democrazia" a suon di bombe, contare i morti con metro diverso a seconda di chi sono, partire "per portare la pace" armati di tutto punto e poi percepire come ingiusti attentati le sanguinose rare reazioni delle Resistenze locali. E a chi osa tentare di raccontare le cose diversamente, appiccicare il bollino di "complottista" e isolarlo se piccolo, neutralizzarlo se grosso, imprigionarlo o eliminarlo se davvero pericoloso per l'establishment. Vero, Julien?

sabato 16 dicembre 2023

LE BUFALE DEL PADRONE 2 - I FEMMINICIDI

Viviamo un'epoca in cui l''attenzione formale a certi fenomeni è inversamente proporzionale alla concreta attuazione di misure che magari potrebbero davvero attenuarli. Un clamoroso esempio è tutta la manfrina sull'identità di genere e il linguaggio politicamente corretto, e il suo di cui chiamato femminicidio. Se n'è accorto persino un blogger ("de sinistra") molto più seguito di me, che è in atto una smaccata operazione mediatica che ha altri obiettivi rispetto alla soluzione del problema di cui sembra occuparsi, e stiamo parlando di uno che la stessissima cosa non solo per la pandemia non l'ha rilevata, ma ha contribuito ad affermarla perculando i dissidenti.

Provo a metterla in piano. Il concetto di "maschile" è "femminile" si è formato in milioni di anni di evoluzione, a partire da differenze fisiche per finire in categorie sociali passando per caratteristiche neurologiche e psicologiche. Negarlo significa negare l'esistenza del nero e del bianco. Ma ammettere il nero e il bianco non significa dimenticare che nella realtà è difficile trovarli, dato che essa non è che una variegatissima scala di grigi, significa non privarsi della possibilità stessa di indagare sui grigi quindi sulla realtà. Ognuno di noi è un mix di maschio e femmina, e nemmeno lo stesso mix in tutta la vita e in tutte le situazioni, e questo basterebbe ad esaurire ogni discussione oziosa su LGBTQ+ e chissà quante altre belle letterine: ognuno è quello che è, è libero di sceglierlo, e non deve essere discriminato per quello che è. Ma nemmeno deve pretendere di imporre la propria ideologia a chi, ad esempio, vuole ancora mettere il nastro rosa davanti alla porta quando gli nasce una femminuccia. No, non è una battuta: hanno già vietato l'utilizzo del rosa e del celeste nelle immagini sui siti istituzionali.

Ma torniamo in tema. Non sto certo dicendo che non abbiamo il diritto e il dovere di mitigare con la cultura quelle pulsioni che ci vengono da milioni di anni di evoluzione: infatti, ben venga lo sport invece della guerra, urlare ai concerti invece che attorno al palo dove stiamo torturando il prigioniero, il gioco dell'amore e del sesso invece che l'appropriazione brutale della donna per essere certi di perpetuare il proprio patrimonio genetico dopo l'affermazione (sempre per ragioni oggettive: la scarsità di territorio e risorse che trasformano gli umani da cacciatori/raccoglitori/nomadi in allevatori/agricoltori/stanziali) del patriarcato. Sto dicendo che quando i cambiamenti culturali accelerano troppo, è da attendersi che siano in molti i singoli per cui si attiva un conflitto interiore difficile da gestire, con conseguenze imprevedibili. In questi casi, pretendere di imporre quei cambiamenti per legge (fino alla ridicola e inutile declinazione linguistica della cosa) non può che peggiorare le cose. Ignorare o dimenticare ciò, fa si che rinunciamo ad agire sull'unico piano che può dare risultati: l'educazione del singolo alla fortezza e all'equilibrio, l'introiezione del concetto filosofico (basilare in una società individualista) che ciascuno di noi è solo e nessuno di noi possiede nessuno mai, al massimo ci percorre un tratto di strada più o meno lungo assieme. Il pensiero "senza di te non posso vivere, la vita non ha senso" è il padre di ogni violenza, non il "patriarcato" che non solo non c'è più, ma che è proprio per non esserci più che disorienta i più deboli e meno strutturati eticamente di noi.

L'immagine simbolo della rubrica "Le bufale del padrone"

E allora perché si blatera di patriarcato e altre categorie sociologiche a due lire, perché si legifera sulla lingua (una cosa che non ha mai funzionato nella storia: la lingua ha la sua evoluzione i suoi tempi e i suoi meccanismi, e l'imposizione per legge non è tra questi), perché si propone di nuove miracolose lezioni scolastiche apposite (e magari nemmeno tanto): perché costa poco o nulla, ed è tanto facile quanto impossibile da misurare per efficacia. Molto più difficile e costoso attivare meccanismi per cui gli individui con problemi vengano identificati per tempo e aiutati ad impedirgli di fare del male a se stessi e agli altri. Bisognerebbe, infatti, andare ad intaccare un sistema di valori diffuso, fabbricato appositamente per neutralizzare il suffragio popolare rimbecillendo gli elettori, in decenni di azione comunicativa concentrica, prima eminentemente televisiva poi ancora televisiva (non c'è programma in cui tali valori non siano propagati, dai talent ai reality passando per Uomini e donne e affini) ma ulteriormente potenziata tramite gli smartphone. Di questo sistema, le donne sono complici dal momento in cui iniziano ad aderire al modello, e sono ancora preadolescenti purtroppo. Gli islamici si accorgono, di questa nostra contraddizione, ma a noi fa comodo rilevare in cosa è il loro sistema di valori ad essere sessista, non in cosa lo è il nostro.

Così, anziché cominciare a demolire questo sistema di valori aberrante, col tempo e la fatica che ci vuole, si individuano (uso ironicamente il femminile dispregiativo) "soluzionesse" a due lire, e si pompano "statistichesse" da nemmeno 18 all'esame di Statistica all'università. No, non ci sono più femminicidi oggi che nel passato, semmai ce ne sono di meno. E no, non c'è più violenza sulle donne rispetto a decenni o secoli fa, ce n'è molto di meno. Certo, si può e si deve ancora migliorare, ma partendo dalla realtà non dalla sua mistificazione strumentale a chissà quale obiettivo di medio-lungo termine del Potere, e agendo sulla realtà non imbellettandola di fuffa.

sabato 22 luglio 2023

RADIOCIXD 68 - LO STATO SOCIALE

Nonostante io vada per i sessanta, continuo a spulciare sul web in cerca di musica nuova, al punto che ho sorpreso un mio nipote meno che trentenne per avergli fatto ascoltare in macchina (lui direbbe "per avere nella mia playlist") cose che manco tutti i suoi coetanei conoscono. Le mie recensioni di questa rubrica, però, è circostanza rarissima se non nulla che esse riguardino dischi recenti, sia perché è il concetto stesso di "album" a sembrare oramai sorpassato (infatti Peter Gabriel, che ha superato i settanta ma trova sempre un qualcosa a dimostrare ancora che lui è ancora avanti: ora sta facendo uscire il suo nuovo disco a rate, superando in rilancio la moda ormai consolidata dei singoli da radio governandola anziché subirla), sia perché non ho finora trovato nulla di degno, mi direte che sarà l'età ma io mi ostino a vederci ragioni oggettive.

Più ascoltavo il nuovo album de Lo stato sociale, però, più brano dopo brano ero piacevolmente sorpreso di non registrare "cali di livello", perlomeno non drammatici, specialmente per quanto riguarda i testi. Cosa, si, piuttosto atipica in un periodo storico in cui anche chi passa per essere trasgressivo e up-to-date musicalmente tratta quasi esclusivamente temi triti e in modo trito (il cosiddetto amore nel 99% dei casi), e se fa eccezione è per un brano o due. E invece piuttosto tipica di un periodo storico in cui quello giovane ero io. E cosa che non può piacere ai ggiovanidoggi, a cui Rockol per ragioni di target evidentemente alliscia il pelo. Ma siccome uno dei lati positivi di essere piccolissimo e lavorare a gratis, o in altri termini di non avere target ovvero non cercare click, è quello di poter scrivere letteralmente quello che mi pare, da Rockol vi propongo le date dei prossimi concerti di questi ragazzi con il caldo invito ad andarci (anche perché, e direi anche giustamente, se non sei un superbig oggigiorno di musica campi solo grazie ai concerti), qui vi metto un link alla playlist dell'album Stupido Sexy Futuro al completo, e appresso vi propino una breve antologia di frasi estratte dalla discografia della band, a dimostrare quanto asserito sulla loro "odierna originalità". E perché leggere e ascoltare cose sensate fa sempre bene, da ragazzi giovani ancora meglio: non è che possiamo sempre leggere Maurizio Blondet (ad esempio questa raccolta di espressioni che dimostrano la statura morale e intellettuale dimostrata da troppi ai tempi degli obblighi vaccinali, titolata magistralmente Giornata della memoria) o ascoltare Roger Waters (che a ottant'anni ancora si deve difendere da accuse idiote, di chi non si è evidentemente nemmeno disturbato di seguirne i testi altrimenti se le sarebbe rimangiate, per avere l'unica posizione coerente sulla questione palestinese - e non solo - di tutto il cucuzzaro).

Ma basta divagare, ecco a voi il pensiero di una band che già dal nome (quello di una delle poche istituzioni realmente democratiche mai viste nella storia dell'umanità, non a caso in fase di smantellamento da un trentennio con accelerazione odierna) lo tradisce. Se vi va, qui i testi ci sono tutti, e meriterebbe di mettere su la discografia completa e accompagnarne l'ascolto con la stampa in mano (come si usava ai miei tempi con la copertina degli ellepì: non sapete che vi siete persi), intanto ecco la mia antologia:

  • Questo è combat pop, mica rock 'n' roll: nella vita si può anche dire di no alle canzoni d'amore, alle lezioni di stile, alle hit del mese, alle buone maniere.
  • La prima volta che vai a Sanremo sei una bomba che esplode in un convento, dalla seconda volta sei già un coglione che fa parte dell’arredamento. Ecco a voi cinque poveracci vestiti con gli abiti sponsor [...], era meglio se morivano giovani e stronzi. Fottuti per sempre, famosi per gioco, non è vero che la musica ti salverà: manca una consonante per indovinare il nome della nostra band e vincere l’Eredità. Nnon credere a niente quando tutto è una moda, spendi tutti i soldi e fotti la celebrità: non c’è niente di vero a a parte le canzoni che scrivi a sedici anni sopra ai cessi di un bar.
  • Pompa il debito, spendi i soldi che non hai, monetizza sui diritti e parla solo dei problemi dei ricchi. Una ricca donna milanese ti invita ad essere femminista comprando una t-shirt firmata da seicento euro, [...]il cosplay di David Bowie fa un discorso sull'inclusività con una giacca inclusiva da sei mila euro. [...] Ti piacciono gli uomini? Quella è la fila. Ti piacciono le donne? Quella è la fila. Ti piacciono tutti e due? Quelle con le lentiggini? Quelli pelati con la coda? I vigili urbani? Mettiti in fila e passa in cassa. E senti come sono buoni questi pomodori, un vero prodotto italiano, raccolti da braccianti italiani in schiavitù, anche loro un vero prodotto italiano. [...] Quando in giro ci sono ancora padroni e sfruttati, licenziamenti via SMS, fabbriche svuotate e quattro morti sul lavoro ogni giorno. Quando in giro ci sono sempre più persone deboli economicamente, che è il modo che hanno i ricchi per dire poveri. Ma stiamo divagando, meglio fare qualche nome: Agnelli, Elkann, Valditara, Cairo, Draghi, Berlusconi, Briatore, Moratti, Renzi, Boschi, Salvini, Letta, Calenda, Sgarbi, Meloni. Chi era ricco è diventato anche più ricco, chi aveva potere ha continuato ad averlo, chi aveva armi ha continuato ad averle. Diventa brand ambassador della tua schiavitù: pompa il debito.
  • Abbiamo vinto la guerra, e non era mica facile; e già che avanzavano cartucce siamo rimasti per vincere anche la pace.
  • Da oggi nessuno potrà avere un patrimonio di più di un milione di euro, sarebbe giustissimo: di soldi ne avrebbero tutti un po' di più. Niente fame nel mondo né guerre né crisi energetiche, nemmeno jet privé. Ma soprattutto niente ricchi di merda, scoppiassero tutti.
  • Mi sono rotto il cazzo di questa città, degli aperitivi a dieci euro, del clima di terrore a gratis, dei giovani di sinistra, arrivisti, bugiardi, senza lode: gente che in una gara di idiozia riuscirebbe ad arrivare secondo.
  • Han detto "la vita è pagare i debiti che fanno i ricchi, e aspettare pure il resto a calci in culo", e mi han detto che si chiamano profitti.
  • E alla fine è meglio essere liberi che furbi, meglio essere sprovveduti che intelligenti, [...]meglio essere vivi che vissuti, meglio essere sbagliati che incompiuti. Il resto sono solo scuse per sentirsi in fondo in compagnia nel rimanere soli con i propri alibi, mentre il tempo vince un altro solitario con te.
  • Meglio morire di bellezza che sparare stronzate, meglio godere senza vergogna che godere di reputazione: nasci rockstar e muori giudice ad un talent show, nasci artista di strada e muori imprenditore, nasci suonando gratis e finisci venendo giù dentro al sistema, come gli altri ma diverso.
  • Lo dicono i medici, le statistiche: la mia grinta è nell'affrontare il mondo. Faccio attività fisica così poi da vecchio posso morire in salute.
  • Mi piace la musica sporca, cantata e suonata male, fatta con tre euro, che ti spacca le orecchie e il cuore, la musica fuori dalle radio, dalle playlist, dalle classifiche virali, che non parla di quanto scopi, di quanto sei ricco e famoso, di quanto spacchi il culo, di quanto hai rotto i coglioni o ce li hai girati: la musica degli sfigati. Senza Tesla, Moët, Huarache, Ferragamo, Fendi. [...] Una musica fatta con amore, che non è mai sentimentale. Una musica fatta col culo, che non è mai volgare. La musica dei fuoricorso, dei fuorimoda, dei fuorisede, di chi non gira in fuoriseriе. Senza figli di papà che fanno finta di venirе dal quartiere, senza quelli del quartiere che ti fanno la morale. Una musica senza pagare, senza suonare, senza volere arrivare primi tra gli scemi, come quando godi, godi, godi, godi, godi, godi, godi, godi e poi non vieni. Di chi non passa i concorsi, di chi lavora otto ore, di chi prende psicofarmaci, di chi non sa scopare, di chi non ha successo, di chi si sente brutto, di chi si vergogna di spogliarsi anche al mare, a letto[...]. Mi piace la musica gratis, la musica che non fa campare. Ma piena di figli di puttana che non vanno alle sfilate, che non bevono tisane, che non si chiudono in una stanza (il mondo deve stare fuori ad ascoltare le loro crisi, i loro Xanax, i soldi spesi per dimenticare i problemi di erezione), di quelli a cui la gente non chiede mai una foto, ma conosce le canzoni, di chi ha paura, e lo ammette, delle donne e dell'amore, di chi lavora nei call center, di chi consegna pizze a ore, di chi è stato sgomberato, di chi è eterno laureato. di chi ha perso tutto, ma almeno un po', un po' si è divertito, di chi sta sveglio, chi si taglia, fuma benzodiazepine, di chi viene menato o ammazzato nelle strade perché nero, perché arabo, perché omosessuale, di chi l'ha preso in culo e non lo sa ridare.

domenica 4 giugno 2023

L'OBBEDIENZA NON È UNA VIRTÙ

Cade in questi giorni il centenario dalla nascita di uno dei personaggi più influenti del secolo scorso, anche se lui riderebbe di questa etichetta (o forse si arrabbierebbe, ma essendo morto prematuramente tanti decenni fa non lo sapremo mai), e anche se molti contemporanei non lo hanno mai nemmeno sentito nominare. L'affermazione è dimostrabile, ma prima di tentare metto le mani avanti dichiarando, questa volta senza possibilità di essere smentito, che perlomeno si tratta di uno dei personaggi che ha influenzato maggiormente il mio, modo di pensare. Anche se io sono dichiaratamente ateo da quando ero adolescente e lui era un prete. Sto parlando di Don Lorenzo Milani.

La contraddizione a me sembra solo apparente, e se no sticazzi. D'altra parte, anche un altro prete è stata una figura fondamentale per la mia formazione (e di tutta una carrettata di miei concittadini, e immagino sia stato lo stesso nelle altre città che ha girato finché ce l'ha fatta): Gernaldo, il mio insegnante di religione al liceo. Uno che a scuola ci raccontava le barzellette e ci faceva educazione sessuale, ma poi mezza città andava regolarmente a gremire le messe della sua parrocchia in collina, e si anche perché quando non esistevano i cellulari se volevi incontrare qualcuno dovevi andare dove sapevi che si ritrovavano in tanti (e in tante), ma soprattutto perché le sue omelie erano impagabili. E uno con cui parlare, come a un amico, era così bello e istruttivo che l'ora di religione volava, mentre magari altri ne approfittavano per andare a giocare in cortile o se era l'ultima uscirsene prima, a chiacchierarci di adolescenza o disquisire di teologia. E alla fine mi dava Ottimo in religione, a uno ripeto non credente.

Ma torniamo a Don Milani. Se vi capita, in queste sere stanno passando, specie su alcuni canali secondari del digitale terrestre, sia documentari che fiction sulla sua vita, tra cui un bel film in cui lo impersona Sergio Castellitto: se potete, soffermatevi a guardarli. Sarà istruttivo, anche se probabilmente nessuno di essi mostrerà fino in fondo (girandoci invece attorno) la potenziale dirompenza del suo pensiero e della sua azione (mai disgiunti). La scuola, come ogni altra istituzione di una data società, ha la sua funzione principale e fondativa quella di riprodurre quella società. L'alfabetizzazione di massa non è una bella concessione ai sudditi nel loro interesse, ma una conseguenza logica della rivoluzione industriale volta a una almeno minima riqualificazione della manodopera nell'interesse quindi dei potenti. Questo assioma marxiano, che ritroviamo in varie salse fino ai giorni nostri, era particolarmente palpabile nell'Italia del secondo dopoguerra, dove il sistema scolastico era dichiaratamente (e senza vergognarsene) estremamente classista. Ora, che il cristianesimo delle origini e il marxismo di base abbiano molti punti di contatto è certificato, più ancora che da ragionamenti filosofici, dalle barzellette (tipo quella in cui Marx chiedeva a Gesù come mai visto che ogni suo messaggio in fondo era simile ai suoi lui stava in paradiso alla destra del Padre mentre lui stava all'inferno, e Gesù rispondeva "perché tu hai detto che io non esisto"), che se non si basano su un fondo di verità non fanno ridere. Ma che fosse un prete di campagna, anzi mandato in campagna per punirlo di certe sue posizioni, a denunciare a parole e combattere a fatti questo classismo, ebbe una eco così grande che ai tempi in cui crescevo io non solo non si era ancora spenta (a oltre dieci anni dalla morte del protagonista) ma stava ancora dispiegando tutto il pieno dei suoi effetti.

Due sono i suoi scritti più famosi: la sua lettera di risposta ai cappellani militari che si schierarono contro la nascente obiezione di coscienza (la leva era obbligatoria, e chi si voleva sottrarre a questa inutile e assurda corvée o si faceva raccomandare, spesso riuscendoci, o si dichiarava obiettore, e all'inizio andava in galera, poi una legge lo consentì ma senza impedire angherie e ingiustizie: ai miei tempi una commissione sindacava volgarmente i tuoi principi e poi comunque ti facevano fare otto mesi di servizio in più, cioè se non avevi un lavoro allontanando il momento che potevi cominciare a cercartelo, se come me lo avevi togliendoti 20 mesi di stipendio, 26 se eri di marina, comunque otto in più), famosa per la frase che dà il titolo a questo post, è perfettamente adatta a descrivere anche quello che sarebbe successo nei decenni successivi fino alla guerra in cronaca; e la Lettera a una professoressa, scritta assieme ai suoi alunni, folgorava sulla via di Damasco noi ragazzi che la leggevamo in quegli anni. Anche voi che non seguite mai i link di cui dissemino i miei post, e siete la maggioranza, per i due di questo capoverso fate uno sforzo, è per il vostro bene.

La professoressa trattando tutti uguale credeva di essere giusta, ed era invece sommamente ingiusta in un contesto in cui le differenze di partenza erano enormi, e un famigerato articolo della Costituzione declamava che era compito della Repubblica neutralizzarle. Cos'altro sarebbe, se non questo, la democrazia? L'obbedienza non è una virtù, poi, se vogliamo è una stella polare, per l'esistenza di chi obbedisce a un ordine solo quando lo ha capito e in qualche modo condiviso, costi quel che costi. Cos'altro sarebbe, se non questo, la libertà?

venerdì 23 dicembre 2022

RADIOCIXD 65 - SO

No, gli anni Ottanta non sono stati solo quelli del Riflusso, del Disimpegno, della superficialità, della Milano da bere, del technopop, della batteria elettronica, delle giacche a un bottone con le spalline e dei capelli cotonati. Sono stati anche gli anni di Peter Gabriel.

L'ex frontman dei Genesis, che con loro aveva inventato un certo modo di stare sul palco (pare sia stato peraltro uno dei motivi di dissidio nella band), aveva già negli anni Settanta iniziato la carriera da solista con una serie di album senza titolo, subito disseminati di pezzi che dimostravano il suo avere qualcosa da dire. Ma fu a inizio del nuovo decennio che si spaccò la schiena a Sanremo cantando Shock the monkey appeso a una corda, che spiegò a Mister Fantasy come usava il neonato home computing per mettere nuovi suoni al servizio della sua musica, e che fece uscire quello che forse è il suo capolavoro.

Come lo traduciamo "So" in italiano? Messo in mezzo a una frase sarebbe "così", ma all'inizio, o peggio ancora da solo? Allora? Dunque? Ordunque? Comunque in inglese suona meglio, e Gabriel passa da niente titoli a titoli brevissimi, che non abbandonerà quasi mai (di lui e di altri suoi dischi abbiamo spesso parlato su queste pagine), a partire da questo album che inizia un discorso già appunto dal titolo e a finire con quello in arrivo, se venisse confermato il provvisorio "I/O".

Ordunque, stiamo parlando di un album senza quasi "cali di livello" nella qualità dei singoli brani. Tanto che, come spesso in questi casi, se ne consiglia l'ascolto integrale e consecutivo (peraltro, proposto sia nella tournée dell'epoca che in quella celebrativa di due decenni dopo). In alternativa, ogni titolo della consueta tracklist commentata apre in pop-up il tube corrispondente, che così potete ascoltare leggendo. Con una eccezione finale, decisamente motivata.

  1. Red Rain - Un attacco così, con la batteria di Stewart Copeland dei Police a svegliare pure i morti, valeva da solo il prezzo del disco, pensavi subito. Il testo onirico e ipnotico fa la sua parte, alla fine hai "tutti i muscoli del corpo pronti per" l'ascolto del resto del disco.
  2. Sledgehammer - Ed ecco infatti che subito arriva come sfogare l'energia accumulata. Vorresti essere una mazza da demolizione, e lo diventi. Il brano fu una hit clamorosa, grazie anche al video, autentico spartiacque in questa che allora era una nuova arte: plastilina e stop-motion, a sprizzare genialità da tutti i fotogrammi. Ve lo metto bello grosso in fondo a tutto, se l'avete visto lo sapete già, che merita, se no lo imparate adesso.
  3. Don't Give Up - Di questo autentico capolavoro, il cui testo è un atto di accusa al thatcherismo e un inno all'amore e al sostegno reciproco, esistono decine di versioni diverse cantate da Peter con partner differenti, e decine di cover di altri artisti, ma nessuna si avvicina neanche lontanamente a questa versione originale con l'immensa Kate Bush, sia per la sua interpretazione che per il meraviglioso video con oltre 6 minuti di abbraccio.
  4. That Voice Again - Per anni la fruizione di questo brano si è fermata alla superficie, e il fatto che si tratti di un altro brano musicalmente travolgente fa da attenuante. Poi ho scoperto che il testo parla della voce dei genitori che introiettiamo in noi e ci accompagna per tutta la vita, nel bene e nel male, neanche fosse un testo di analisi transazionale.
  5. In Your Eyes - Canzone d'amore come poche, adattissima a sottolineare un momento topico, che so il taglio della torta al matrimonio, in cui due si guardano negli occhi. Con Youssou N'Dour al controcanto: eh si, questo disco è tra l'altro uno degli atti di nascita della world music (il primo, secondo quanto affermato dallo stesso Gabriel, è Creuza de ma di De Andrè).
  6. Mercy Street - Intimo passaggio ispirato a un quasi omonimo libro di poesie. Ma è solo una pausa per prendere fiato.
  7. Big Time - Arriva infatti questo potentissimo brano, accompagnato da un bel video, con un testo che è una satira/invettiva proprio a quegli anni 80 di cui parlavamo all'inizio.
  8. We Do What We're Told (Milgram's 37) - Il sottotitolo fa riferimento a un famosissimo esperimento di psicologia sociale, e il titolo alla giustificazione principe dei nazisti al processo di Norimberga ("eseguivamo gli ordini"). Tutta roba così insita nella natura umana da essere destinata a tornare ciclicamente di moda, come ad esempio da ultimo nelle vicende della pandemia. Inutile dire che il testo stringatissimo e ripetitivo e il tessuto della base musicale fanno la loro parte nel passare il significato.
  9. This Is the Picture (Excellent Birds) - La chiusura è affidata a un duetto con Laurie Anderson, la geniale performer di O Superman! nonché moglie di Lou Reed. Il testo sembra presagire l'era degli smartphone, scusate se è poco. 

domenica 6 novembre 2022

RADIOCIXD 64 - TITANIC

Francesco De Gregori è uno di quegli artisti per cui è difficile individuare uno o due album/capolavoro, avendo invece disseminato canzoni bellissime lungo tutta la sua ormai enorme produzione. Se però mi mettete spalle al muro col solito giochino dell'isola deserta, forse dovendo portarmecene solo uno sceglierei questo Titanic del 1982, e non solo perché si tratta di un semi-concept destinato a rimanere attuale per sempre (ci sarà sempre una società che si sente inaffondabile e poi invece affonda mentre i musicisti continuano a suonare, toccherà anche a quella che soppianterà l'Occidente di cui parla il Nostro), ma anche per il livello medio elevatissimo dei singoli brani, anche oltre quei due o tre capolavori che conoscono tutti, anche quelli che quarant'anni fa non erano manco nati.

Profetico come molti veri artisti sono, il "Principe" se ne uscì con questo disco agli albori dell'epoca in cui la sua metafora di fondo si sarebbe realizzata, quegli sciagurati anni 80 che in Italia sarebbero coincisi con il craxismo (ai tempi non si poteva sapere che poi avremmo avuto qualcosa da rimpiangere, ebbene si,  anche in quello...) e l'incubazione del berlusconismo, dopo ben tre anni dalla trionfale tournée con Dalla con cui aveva ritrovato la voglia di cantare dopo che i settantasettini gliel'avevano levata altri due anni prima. Insomma, quando si cominciava a temere una nuova eclissi, eccolo qui a risplendere come il sole.

Per le tracce ho trovato un video unico, che vi embeddo in fondo così lo potete far partire per ascoltare l'album completo (peraltro, dura meno di 40 minuti: eravamo ai tempi del vinile...), che però in commento riportava anche il minuto d'inizio dei vari brani, così nella tracklist commentata accanto al titolo trovate un link per ascoltare in popup il singolo brano:

  1. Belli capelli (00:00) - Eppure questo album così "impegnato" (come si diceva una volta) inizia con una canzone d'amore. Anche se capace, come altre sue, di vette come quella della strofa conclusiva, con la sua rima tra vino e mattino.
  2. Caterina (03:29) - Ai tempi per amarla mi era bastato il verso "e la vita Caterina lo sai non è comoda per nessuno", e credevo che con le sue cinquecento catenelle citasse Reginella di Vecchioni, poi ho scoperto che era dedicata a una folksinger, Caterina Bueno, e ho cercato le sue canzoni popolari (alcune riprese poi anche da Ginevra Di Marco e Nada, per dire).
  3. La leva calcistica della classe '68 (07:32) - E questa è la prima hit intergenerazionale, forse per via della metafora calcistica. Se pensiamo che Nino, ammesso che sia davvero riuscito a fare il calciatore, al massimo avrà giocato ad Italia 90 ed oggi farebbe l'allenatore, e manco dei più giovani, abbiamo la misura dell'età di questa canzone, che ad ascoltarla senza sapere il titolo sembra invece scritta ieri.
  4. L'abbigliamento di un fuochista (11:48) - La trilogia del Titanic inizia con questo magnifico (e quasi altrettanto noto del precedente) pezzo di stampo folk (infatti ci canta anche Giovanna Marini, con cui Francesco qualche anno dopo farà addirittura un album con tanto di annessa tournée, a dimostrare che la dedica a Caterina non era una cosa a se stante), in cui il Nostro con pochi colpi di pennello ci racconta la povertà, l'emigrazione e la speranza, mentre la tragedia resta fuori (però la sappiamo noi, come nella migliore letteratura).
  5. Titanic (16:07) - Secondo brano della trilogia, rappresenta un mirabile affresco della popolazione di varia estrazione che stipava il transatlantico, con un efficacia che nemmeno Cameron riuscirà ad avvicinare. 
  6. I muscoli del capitano (20:26) - Ma l'apoteosi si tocca col brano conclusivo, anche se è il meno noto dei tre. Strumentalmente coverizza proprio la Bueno di un altro naufragio, prima di evocare la marcia inarrestabile della nave verso la fine. Ma è il testo a sfiorare il capolavoro, con echi di futurismo ad evocare quel movimento che faceva da contorno a quella fede nel progresso e nella tecnica che presto si sarebbe andata a infrangere contro le due guerre mondiali e tra di loro la grande depressione e i fascismi. 
  7. Centocinquanta stelle (24:29) - Erano gli anni dell'escalation degli euromissili, e tutti noi vivevamo nel timore che davvero a qualcuno scappasse di pigiare un bottone e ciao. Di opere letterarie, visive e musicali sul tema ce n'è a bizzeffe, De Gregori ci mette la sua, non a caso in questo album e in questo punto, partendo dall'ultima novità di cui si parlava sui media, la bomba al neutrone, che pare potesse uccidere le persone lasciando intatte le cose (gli scoiattoli, non so...). Speriamo davvero non torni d'attualità questa tematica, siamo lì lì...
  8. Rollo & His Jets (27:52) - Intermezzo rocchettaro legato apparentemente legato al concept soltanto col verso "le nere vele di una nave a vapore da consegnare alla posterità", che poi è una citazione per via metaforica (quali vele se no?) del mito di Egeo, suicida nel mare che prenderà il suo nome perché il figlio Teseo dopo aver ucciso il minotauro era troppo impegnato a scaricare Arianna (in Nasso, da cui l'espressione "piantare in asso") per ricordarsi di cambiare le vele. Poi uno ci pensa un attimo, ed ecco che la rock band evoca l'orchestra che continuava a suonare mentre...
  9. San Lorenzo (30:21) - La chiusura è riservata a un pezzo meraviglioso, che riparla di bombe ma non di quelle ipotetiche che verranno ma di quelle grevi e reali che il 19 luglio del 43 rasero praticamente al suolo il quartiere attorno allo scalo merci più importante di Roma: in tempi in cui quasi tutto arrivava via treno, era un obiettivo militarmente logico, se volevi minare la resistenza del nemico. Ma gli americani, si sa, quando c'è da bombardare non stanno mica li a fare i micragnosi, così oltre allo scalo distrussero tutti i quartieri civili limitrofi facendo migliaia di vittime. Quando i "danni collaterali" li fanno gli altri, invece, la velina dice di raccontarli uno a uno, come potete riscontrare seguendo qualsiasi TG sulla guerra in Ucraina. Agli occhi di chi vuole vedere le cose come stanno, anzi, l'attenzione che stanno mettendo i russi a limitare ogni danno non indispensabile a un popolo fratello è talmente alta che forse da sola (no, assieme agli improvvidi aiuti occidentali) spiega la durata del conflitto: gli americani al loro posto avrebbero risolto tutto con qualche bombardamento a tappeto (se non volete arrivare a Hiroshima chiedete a Dresda, che Roma in confronto è stato uno scherzetto) o al napalm (ma i film che raccontano la verità arriveranno non in tempo reale come per il Vietnam, ma decenni dopo come per il genocidio dei pellerossa o il caso Kennedy). Ecco, non so se era intenzione di De Gregori, ma a me ascoltare questa canzone mi fa questo effetto: a ripensare come gli angloamericani ci hanno "liberati", per poi toglierci la libertà in cambio di qualche decennio di crescita economica, mi metto a cantare "cadevano le bombe come neve il diciannove luglio a San Lorenzo", oppure Uh mammà di Mimmo Cavallo...

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