Fabrizio De Andrè è talmente importante non solo per la storia della musica d'autore o della della musica popolare o della cultura popolare o di quella con la C grande e senza aggettivi, ma direi per la storia del nostro Paese, da meritarsi qui un tag tutto suo e in genere una casellina a parte tra tutte le succitate, non essendo la sua dimensione riconducibile a qualunque classificazione. Nella sua produzione musicale le pietre miliari abbondano tanto da risultare impossibile mettersi d'accordo su quale sia il suo album migliore. E anche ripromettendosi di recensirne un po', è difficile decidere da quale partire. Se considerassimo il criterio della maggiore innovazione sul piano musicale e linguistico, dovremmo cominciare con Creusa de ma, che lo stesso Peter Gabriel considera il fischio d'inizio della world music e ammette di esserne stato influenzato. Ma l'album di cui parlo oggi:
è forse il primo vero concept della musica italiana;
tratta di un argomento ai tempi tabù, e nemmeno dopo mai più affrontato con lo stesso coraggio;
era ritenuto il suo miglior lavoro dallo stesso autore, o almeno così lo abbiamo sentito dichiarare.
La buona novella è talmente noto che qui più ancora che per altri album è importante evitare l'approccio divulgativo e invece virare sul personale, per evitare la ridondanza e invece dare un contributo al mantenimento della sua memoria incuriosendo chi non lo avesse mai ascoltato, trattandosi di un disco di quasi 50 anni fa. E' stato infatti ripreso in numerose iniziative, non solo musicali, ma limitandosi a queste ultime è stato portato in tournée da moltissime formazioni più o meno note, tra cui spicca nell'ultimo decennio proprio la stessa PFM, che ne ha pieno titolo non solo per aver accompagnato a suo tempo Fabrizio nel suo tour più noto, ma anche per aver suonato proprio in questo disco del 1970, quando ancora si chiamavano I quelli (e alla voce c'era Teo Teocoli, che quindi nel disco non c'è), assieme a Mauro Pagani (che proprio qui avrebbero imbarcato fondando la Premiata, e che qualche tempo dopo, uscito dalla Fonderia, sarebbe stato coautore arrangiatore e performer proprio del citato Creusa...). Non sembra, perché gli arrangiamenti sono quelli convenzionali di Gian Piero Reverberi (si, quello di Rondò Veneziano...), ma ai tempi nelle case discografiche si usava così, solo poco dopo le cose sarebbero cambiate, ma comunque qui dato l'argomento l'orchestrazione di GPR suona appropriatissima, tanto che nessuno dopo se n'è mai discostato troppo. L'idea dell'album fu di un certo Dané, che per anni ho creduto fosse un altro che invece era suo fratello, ma l'equivoco era favorito dalla grande cultura di entrambi, e dalla maggiore notorietà del Danè che conoscevo io, e non solo io visto che è quello di Giocagiò e di Paroliamo (per i meno che quarantenni, gli antenati - credetemi, mai raggiunti - delle trasmissioni per bambini e ragazzi e dei quiz con giochi di parole che conoscete voi). Si trattava di mettere in musica i vangeli apocrifi, e la scelta di De Andrè pare non fu nemmeno la prima. Ma quanto fu azzeccata: solo un anarchico può raccontare in modo credibile la storia possibile di un tizio che forse è davvero vissuto circa 2mila anni prima, se ci vuoi credere era figlio di Dio e di madre vergine, ma se gli togli la divinità il suo messaggio risulta molto ma molto più potente che se gliela vuoi lasciare. Non a caso la prima e l'ultima canzone della lista, che trovate qui sotto, sono quelle che sono: lo capirete da soli. Ascoltandovi qui i singoli brani (o se preferite, il full album che vi embeddo in fondo) mentre vi leggete le mie note:
Laudate Dominum -
Come vi dicevo, la intro è un corale che loda il Signore. L'espediente retorico di racchiudere i brani chiudendo il cerchio sarebbe inutile, essendo palese che si sta raccontando una storia dall'inizio alla fine, al solo scopo di paratesto ("questo è un concept album") che molte altre volte sentiremo. Infatti non è così (vedi brano 10).
L'infanzia di Maria -
Una bambina di tre anni viene affidata ai sacerdoti, forse per bisogno. Ma al primo ciclo, nove anni dopo, l'impura viene cacciata (assieme alla tentazione?) e data al miglior offerente come sposa. Ma forse perché sembrava ancora una bambina, non si trova di meglio di un vecchio (40? 50 anni? vecchio...) falegname che ormai non ci sperava più, e deve partire per un lavoro, che infatti se la porta a casa, la sposa e va via per quattro anni.
Il ritorno di Giuseppe -
Ovviamente, quando torna la trova donna. E forse non altrettanto ovviamente, ma non del tutto imprevedibilmente, la trova già incinta. Che fare? Gridare allo scandalo ripudiandola o magari uccidendola, per poi ritrovarsi solo nella vecchiaia incipiente? In fondo, ancora non si vede, sarà incinta da poco, può dire che è il suo, e crescersi un figlio magari maschio cui insegnare il mestiere, tanto lei non è mica andata via e ha l'aria così innocente, chissà che le è successo, sentiamo cosa ha da dire...
Il sogno di Maria -
Annunciazione! Annunciazione! Tu, Marì, Marì... Ahem, no, qui Troisi doveva ancora arrivare, a confezionare il vestito definitivo a questo evento nell'immaginario collettivo. Qui Maria ce lo racconta come un sogno, e noi ce lo immaginiamo quello che è successo, uno che si è approfittato di lei e della sua ingenuità, ma le crediamo lo stesso, come Giuseppe. Ci penserà Branduardi (che suona in questo disco) qualche anno dopo a dire la parola definitiva sulla paternità del feto, con Il ciliegio.
Ave Maria -
Una preghiera laica, che più che di una sola sembra che parli di tutte, e a tutte, le donne, "femmine un giorno e poi madri per sempre".
Maria nella bottega del falegname -
In questo brano, che sembra un pezzo di musical, Maria non parla col falegname che ha sposato, ma con quello che costruisce la croce in cui morirà (dopo aver insegnato "la guerra a disertare") colui che ha partorito.
Via della Croce -
Feroce requisitoria contro l'aspetto peggiore del cattolicesimo, il senso del peccato e la salvezza per pentimento, e per interposta sofferenza, introduce lo spostamento dell'obiettivo sugli occupanti delle altre due croci, che esploderà nelle due canzoni successive.
Tre madri -
Altro pezzo di musical, anzi qui quasi teatro. Tre crocifissi, tre madri, un dialogo atroce tra chi giustamente risponde recriminando che è proprio la natura divina del proprio figlio ad averglielo tolto, a chi giustamente rivendicava maggior diritto a soffrire della morte di chi non sarebbe risorto dopo tre giorni.
Il testamento di Tito -
E qui siamo all'apoteosi, al testamento di Faber, se vogliamo. I dieci comandamenti passati al setaccio da uno dei due ladroni, prima di incarnare quello "buono" del catechismo dolendosi della morte di Gesù. Non ne resta neanche una pagliuzza: il giusto e lo sbagliato sono solo nel cuore di ciascuno, se ci sono.
10. Laudate hominem -
Chiude il cerchio, come dicevamo, della storia del Cristo narrata senza raccontare di lui. Per lodare la di lui umanità, perché se anche crediamo che tutte le storie che raccontano sul suo conto siano vere, se poniamo che non sia figlio di Dio e Dio egli stesso, se poniamo che sia davvero morto su quella croce e mai risorto, allora si che rendiamo merito alla sua grandezza. Il coro ritornella "non voglio pensarti figlio di Dio
ma figlio dell'uomo, fratello anche mio", ma è il resto del testo, più difficile da seguire, che bisogna ascoltare con attenzione.
Insomma, se avete figli in età da catechismo, fategli invece sentire questo disco. Se diventeranno credenti, cattolici o di qualunque altra religione, saranno credenti migliori. Ma in ogni caso saranno adulti migliori.
Si sa, cominciando ad avere una certa età, quella che mio nonno aveva quando io ero piccolo e lo vedevo vecchissimo mentre ora io vado a giocare a tennis e mi vedo al massimo maturo (ognuno guardi se stesso e si dica se per lui non è la stessa cosa...), si fatica a restare a letto dopo una certa ora, anche se la notte prima si era fatto tardi magari a documentarsi per un post sul blog quando non a scriverlo. Insomma si dorme meno. E anche se in effetti si ha bisogno di dormire meno, il giorno dopo si va in giro con certe occhiaie che accentuano le rughe e quella distanza tra l'immagine che dai e quella che hai di te dentro di te: quel fenomeno per cui ti stupisci se quel ragazzo in palestra ti dà del lei o quella ragazzina ti cede il posto sul tram.
No, non sto parlando di situazioni patologiche, nemmeno lievi. Quindi non di chi ad esempio soffre di insonnia e passa la notte davanti alla TV, e/o ha troppi pensieri (il mutuo, la salute, i figli, il lavoro) o comunque è agitato per una decisione da prendere, e/o viene svegliato troppo spesso dallo stimolo e prima o poi deve decidersi a fare quell'esame lì. No, parlo di chi tutto sommato sta bene e, quando si decide a mettersi a letto, nel giro di qualche minuto, magari con l'aiuto di un libro o dando l'ultimo sguardo al telefonino che gli occhi fanno pupi-pupi, si addormenta. Ecco, costui/costei comunque dorme poco, meno di quanto vorrebbe, meno di quanto avrebbe fatto venti o anche solo dieci anni prima, non parliamo di trenta o quaranta, ed eccolo in piedi alle 7 o anche prima anche di sabato o domenica.
L'argomento di questo post mi ha cominciato a ronzare in testa dopo aver sentito per caso da qualche parte due mamme che parlavano (col classico tono da "signora mia, non me ne parli") degli orari "sballati" del sonno dei loro infanti, e della difficoltà di ricondurli alla norma. Mi era venuta voglia di intervenire raccontando loro di quegli esperimenti con gli speleologi, mi sono trattenuto per timore non tanto di sembrare molesto e inopportuno, quanto di leggere nei loro sguardi la frase "ma chi è questo, che vuole? mo glie risponno male... ah, no, è un anziano, mi trattengo e mi sforzo di dargli una risposta educata ma tale che però la smette...". Ho taciuto, ma il ronzio è rimasto, e voi siete lontani e indistinti, a voi non vi vedo in faccia e posso affliggervi come mi pare, tanto al massimo navigate altrove, magari anche voi a vedere se col black friday (dell'animaccia loro...) potete permettervi qualcosa che non avevate ancora capito vi era assolutamente indispensabile...
Partiamo dalla fine, poi vi rifaccio il ragionamento: quello che mi sembra di poter dedurre è che, stringi stringi, DORMIRE E' BRUTTO! Solo che in certe fasi della vita ci serve tanto che ci piace. Ma anche in quelle, la sensazione di stare per addormentarsi, di dover dormire, iniziare cioè una fase di almeno apparente assenza da sé, è talmente orrenda che sarebbe insostenibile, se il sonno non fosse ancora più potente intervenendo a risolvere la faccenda d'autorità. Nessuno di noi è mai morto, quindi ha idea di quale sarebbe la sensazione di morire, e quelli che te la raccontano per averla vissuta sono forse i meno indicati a dirla perché poi invece non sono morti e quindi semmai ti raccontano come si sente uno che stava per morire e non muore, che magari può essere anche l'opposto di quello che sente uno che muore veramente. Ma per quello che ne possiamo sapere, il momento in cui stiamo per addormentarci ci sembra somigli al momento in cui stiamo per morire, anche, anzi direi soprattutto, se non ce ne rendiamo conto. Ragion per cui la cosa riguarda anche i bimbi piccoli.
E rieccoci agli speleologi. E' stato dimostrato, proprio grazie ad esperimenti con persone che hanno vissuto isolate dal ciclo giorno/notte cui inoltre sono stati tolti anche i riferimenti surrogati allo scorrere della giornata (leggi: gli orologi e qualunque indizio segna tempo da PC e telefoni), che il ciclo sonno/veglia ottimale, quello naturale per l'essere umano, quello in cui sta meglio e ottimizza il suo bilancio energetico, è esattamente quello del neonato: ogni 4 ore, dormi ti svegli affamato mangi e bevi espelli gli scarti liquidi e solidi del ciclo prima, ti attivi per un po' poi ridormi. Dopo un po', ti scordi delle vecchie abitudini, che ti avevano inculcato quando avevi pochi mesi. Ed il bello è che in totale dormi anche molto meno delle 7/8 ore che ti servivano quando le dormivi consecutive, e sei sempre fresco e riposato (pare usasse così un tipino come Leonardo da Vinci...). E' probabile, quindi, che quando gli umani erano cacciatori/raccoglitori, ovvero quando erano nell'Eden se la vogliamo dire religiosa, usassero un ciclo giornaliero più simile a questo che al nostro, per quanto comunque influenzato dalla luce solare (di quel Dio Sole sulla cui immagine e somiglianza sono ricalcati moltissimi altri dei, quasi tutti quelli dei monoteismi, e segnatamente quello giudaico-cristiano-mussulmano), o comunque "lavorassero" mangiassero dormissero eccetera quando gli pareva, ma non è questo il punto.
Il punto è che dover dormire tutta la notte e niente il giorno (via via niente, perché il riposino pomeridiano ai bimbi non si toglie subito, e certe culture specie latine, ecco ancora il dio sole, includevano la siesta-pennica-pisolino postprandiale, sparito solo nei modi e tempi standardizzati della globalizzazione) è una cosa innaturale che imponiamo ai nostri cuccioli. Quindi è normale che ci siano tra essi alcuni che fanno più resistenza di altri, e forse sono quelli che sarebbero stati i migliori cacciatori del clan, e magari qualcuna delle doti connesse troveranno il modo di farla valere anche nel nostro sistema. E quindi è normale che ci siano molti adulti che hanno un rapporto difficile, e progressivamente sempre più difficile, con le ore che bisogna passare a letto di notte. Anche solo per questioni di postura.
Detto tutto questo, possiamo tornare dal fisiologico al filosofico. Mentre "imparano" che la notte si dorme, i bambini cominciano anche a intuire vagamente che razza di fregatura è la vita. Lo capiranno esplicitamente in pochi, forse da grandi, e alcuni di questi non reggeranno alla botta e se sono capaci diventeranno artisti sennò dei semplici disadattati che probabilmente in qualche modo moriranno (suicidi? per giochi estremi tipo la roulette russa coi treni? è ininfluente...) prima di riprodursi, per auto-salvaguardia della specie. Ma una vaga idea ce l'abbiamo tutti, e iniziamo ad averla proprio mentre prendiamo coscienza della nostra identità individuale. Non sto parlando dell'istinto di sopravvivenza, che riguarda tutti gli animali, o della concezione del presente in cui "sono vivo" che è massima in tutti i mammiferi. Sto parlando della consapevolezza (frutto della capacità tutta umana di "distorcere" la realtà fino a letteralmente creare il passato e il futuro, attraverso quelle elaborazioni che chiamiamo ricordo e immaginazione progettuale) che non si è stati sempre vivi e non lo si sarà per sempre (se non in avatar: leggete qui che orrore). Una cosa letteralmente angosciante, a un livello che non si può esprimere a parole. I poeti, ci provano, e i migliori a volte ci riescono. Talmente angosciante, che sopra le sue fondamenta si sono edificate religioni su religioni, solide talvolta fino a diventare istituzioni onnicomprensive e totalitarie (no, non pensate necessariamente all'Islam, il cristianesimo non ha niente da invidiargli in materia, anche se da qualche decennio ha cambiato stile...). Talmente, che per non pensarci dobbiamo affannarci in una serie di attività che ci impegnano tutto il tempo di veglia e magari ci sfiniscono, almeno da quando "avendo mangiato il frutto della conoscenza siamo stati scacciati dal paradiso terrestre e costretti a guadagnarci da vivere col sudore della nostra fronte" (cioè da quando siamo diventati allevatori/coltivatori/stanziali, da cacciatori/raccoglitori/nomadi che eravamo, per millenni felicemente ignoranti di dover un giorno morire: si, proprio come il vostro cane). Non è un caso che proprio da quando il progresso sociale e tecnologico ha progressivamente ridotto questi impegni, è iniziata a sorgere la necessità di passare il tempo residuo diversamente. E non a caso si chiama divertimento, ciò che facciamo per passarlo, e progressivamente è diventato l'industria più potente: divertirsi etimologicamente significa "girare la testa dall'altra parte", per non guardare in faccia una vita resa assurda dalla coscienza della morte. Religione e divertimento: due risposte opposte alla stessa domanda, ci avevate pensato? E infatti: a quale età mandiamo i bambini a catechismo? Proprio a quella in cui rischiano altrimenti di finire nel tunnel della consapevolezza, e d'altronde sono il massimo della manipolabilità (vero Francesco bello, papa-piacione? in quanti hanno notato questa tua autentica carognata?). Il catechismo sarebbe roba da telefono azzurro, da vietare e considerare reato penale, in uno stato laico...
Molti di loro già da qualche anno, e molti ancora per qualche anno, hanno paura del buio, e pretendono almeno una lucina in camera da letto. Perché quella lucina rende ciò che i sensi in via di intorpidimento riescono ancora a percepire come qualcosa di ancora significativamente diverso da quello che ci si immagina debba essere la morte, la non-coscienza, a cui il sonno, che tanto li attrae stanchi come sono a quel punto, tanto assomiglia.
Noi "grandi" non siamo poi tanto diversi, e di ciò troppo spesso ce ne dimentichiamo. Come pure d'altronde della deduzione logica, in quanto tale però faticosa e non immediata, che nel momento in cui sei non-cosciente non hai nemmeno più coscienza di non esserlo, e quindi quello che temiamo, e crediamo assomigli in qualche modo al sonno, è per sua natura assolutamente insondabile a noi. Ce ne ricordassimo più spesso, che finché esistiamo la morte non esiste, quindi ogni istante che dedichiamo a pensarla o temerla è tempo perso, e quindi ogni religione (o roba simile) è un costrutto inutile e senza senso, forse riusciremmo a vivere, sicuramente ad addormentarci, meglio.
Magari dopo aver letto un bel fumetto, ad esempio questo che parla di Morfeo (Sandman), della Morte e di altre questioncine così, capolavoro assoluto ogni-tempo che vi consiglio vivamente di andarvi a cercare...
Firenze, 1981. Quello a sinistra sarebbe il prete....
Ho iniziato a definirmi "ateo" da adolescente. Da adulto avrei smesso, preferendo il termine "agnostico" non so se per prudenza mia o maggiore precisione sua, o in genere per la considerazione elementare che anche l'ateo è un credente: crede che Dio non esista, e la cosa non è più dimostrabile del contrario. Cmq, al liceo ero ateo, e però avevo "ottimo" in Religione. Perché l'insegnante, Gernaldo Conti (uno che è rimasto un mito presso i ragazzi di tutte le città in cui ha operato, uno che ancora oggi, che è diversamente giovane e variamente acciaccato, ha una marea di followers dei suoi videomessaggi social, per dire...), un prete a dir poco sui generis al punto che la sua parrocchia di periferia durante le sue funzioni traboccava letteralmente di ragazzi perché era per loro un fratello maggiore che parlava la loro lingua e conosceva i loro problemi, riusciva a dialogare anche con un caprone come me, che lo ricambiava passando le ore di religione in classe con lui e pochi altri a disquisire di questioni teologiche ed etiche, mentre gli altri magari erano svicolati in cortile a giocare o addirittura via da scuola un po' prima, tanto era l'ultima ora...
Da quelle ore nacque una delle mie prime "fatiche letterarie" (le virgolette sono per pudore e autoironia...), un libercolo autoprodotto che mi pare si chiamasse Dialogo tra un ateo e un Papa, dovete capirmi come molti al liceo adoravo Leopardi in genere e le Operette morali in particolare, e se lo trovo, e soprattutto se vinco la vergogna, giuro che ve lo propino. Per ora accontentatevi di questa canzone, solo di qualche anno appresso, che vi invito (come per tutte le altre, anche se non ci spero più) a chiedermi in uso per musicarla. Per quello che può servire, io l'ho pensata come un giro blues-rock veloce, come chi ci capisce può persino intuire dalla metrica dei versi.
EPPUR SI MUOVE
Quando il vecchio disse “eppur si muove”
non aveva proprio tutti i torti:
“non c’è niente di nuovo sotto il sole”,
i venuti sostituiscono i morti,
i venuti sostituiscono i morti.
Sono uscito perché non ne potevo più,
quella gente mi guardava male:
mi sentivo a posto come un pesce
in offerta speciale da un salumiere,
come un occhio destro sul sedere.
Sono uscito fuori stamattina,
la comunità mi ha sconcertato,
tutta unita come si volesse bene
ma pronta a guerre esterne ed intestine
fuori dalla casa del signore.
E la musica esiste per caso,
fortunatamente un giorno è nata
dall’accoppiamento di un rumore
fatto col culo con uno della bocca:
le scoperte del genio umano.
E la musica mi salva ancora
tra due casse in olofonia,
ma il quartetto rosa è una follia,
il professore una mia invenzione,
il musicista genio una finzione.
E la musica la sento solo
perché solo è la mia aspirazione:
fondamentalmente un asociale,
ma la colpa è loro e non è mia,
non sopporto la loro compagnia.
Ed allora – visto? – sono uscito
dopo che ho cercato di dar senso
a parole che lo hanno soltanto
dietro una grossissima finzione:
che siamo qui per scopo e non per caso.
È affascinante pensare di esser nati
per volontà di un essere superiore:
ti fa sentire le spalle al sicuro,
libero di metterla nel culo
a chi è disattento per un poco.
Certo, c’è chi vive giustamente
il messaggio per il suo valore,
ma è perché è giusto già nel cuore:
quello che ho sentito nelle messe
resta al margine di chi non ama.
È questione di invertire il nesso
di causalità tra amore e dio,
di non farne un’identità
che rischia di fornire alibi a buon mercato
a chi in fondo sa di esser stronzo.
Carte e vento ci hanno circondato,
sono costretto a fare ciò che vogliono:
sono stato bambino troppo poco
e lo sono oggi troppo a lungo
per distinguere tra vita e gioco.
Carte e vento, distinguerle da amore,
centro mio di gravità permanente:
voglio riuscire a essere coerente,
carte e vento non ce la faranno
a distogliermi da questo amore.
Il mio impegno non è mai orientato:
non ho mai cantato una canzone,
forse non inciderò mai dischi,
non farà mai un concerto fuori
dalle mura del mio gabinetto.
E’ difficile riuscire a attuarla,
e la gente certo non lo vuole:
la mia utopia è la più utopia di tutte
è l’amore senza controvalore
è libertà senza l’altro mondo.
E quella gente mi resta indifferente,
voglio darci anch’io un taglio finale
e vedere l’altra parte della luna
senza che Gesù mi sogni ancora:
non cercarmi, dio, io non ci sono.
Ti perseguiti per sempre il dubbio,
amore, non abbandonarti alle certezze,
non sentirti mai tranquilla che sia giusto
ciò che fai, quello che dici e che ti inventi,
ciò che ami, ciò che odi e ciò che senti.
E ho urlato “amami Alfredo” stamattina
tra il basso la chitarra e la batteria;
la vittoria non è il mio obiettivo vero,
quello è stato per me sempre la follia
di amare, intanto vivere, e annullarsi.
Questo è il sogno del papà di Roger Waters:
sono uscito stamattina dalla chiesa
perché la gente crede solo per egoismo,
e il discorso è facile ora da concludere:
vaffanculo a tutti e brindisi a me solo.
E il discorso adesso è facile da concludere:
vaffanculo a tutti e brindisi a chi vuole.
Spero solo che ascoltando queste cose
venga a tutti un mal di testa come il mio,
da far schizzare il cervello dalle orecchie.
Ebbene si, sono stato un lettore di Repubblica dei primi giorni, ho persino in libreria la ristampa del numero 1. Quando si compravano ancora i quotidiani cartacei, era Repubblica il mio. L'Unità meno, non mi scappava mai solo quando aveva Cuore come inserto, e di Cuore ho la raccolta completa in chissà quale cantina.
Il suo fondatore era un vecchio azionista, ma questa la devo spiegare: il Partito d'Azione era stata la gamba laica della Resistenza, la più piccola ma quella con le meglio intelligenze, senza la quale forse i gamboni credenti, nella trinità o nella dittatura del proletariato poco cambia, non ce l'avrebbero fatta a marciare assieme, e il corpaccione della nascente patria democratica sarebbe finito o in pezzi, o preda di uno dei due dogmi, privo di quella dialettica che ne ha costituito l'architrave di quel che di buono che è diventato.
O dovremmo dire che era, diventato. Perché guarda caso quando Repubblica nasceva si stava svolgendo il tentativo più nobile di riunire le due colonne del Paese per finalmente svincolarlo, a trent'anni e passa dalla sconfitta militare, dalla tutela impostagli dai vincitori, e condurlo a una sovranità compiuta. Gli artefici erano due anziani statisti, uno dei quali morì per un coccolone in diretta pochi anni dopo, quando ormai il progetto era passato in mani altrui ed era diventato un'altra cosa, di valenza opposta, l'altro invece intanto era stato fatto fuori dai brigatisti.
Cioè, dai brigatisti... Sarebbe come dire che quel gol di Cristiano Ronaldo l'ha fatto il suo piede, anzi la sua scarpa, lasciando perdere sia il suo intero corpo perfettamente coordinato nell'esecuzione della rovesciata perfetta, sia il suo cervello che l'ha pensata e ha deciso di eseguirla, sia gli anni e il lavoro che ci sono voluti per forgiarli entrambi, a quel ragazzino che come tutti i suoi omologhi sognava da piccolo di diventare un campione. Moro lo volevano morto in troppi, perché la potesse scampare: gli ottusi e manovrati esecutori, i suoi compagni di partito contrari alla sua linea politica, i poteri forti di qua e di là dell'oceano. E tutti hanno fatto qualcosa o omesso di fare qualcos'altro, perché lui facesse quella fine, e l'Italia non avesse allora quella sovranità che poi non avrà mai più e chissà se adesso davvero si fa quel governo che potrebbe tentare di ridarcela, su mandato di oltre il 50 per cento dell'elettorato.
In tutto questo, Repubblica ha cominciato ben presto a tradire il suo iniziale tracciato di indipendenza e laicità, scodinzolando ai potenti del momento, ma noi non ce ne accorgevamo, intanto perché quando uno da la propria fiducia fatica sempre un po' a revocarla, e poi perché arrivò il catalizzatore Berlusconi, ad avviare una lunga stagione di unità del centrosinistra, quanto apparente lo si sarebbe visto presto.
La parabola del giornale si sarebbe conclusa, così in basso da rendere impossibile a un essere qualsivoglia pensante di consultarne la versione web se non per la cronaca spicciola lo sport o le spigolature, quando in pratica è diventato l'house organ del partito-bestemmia, il che equivale a dire la voce del padrone eurocentrico nella sua missione di smantellamento del tessuto industriale italiano e sottoproletarizzazione dei già cittadini ora di nuovo sudditi. Poche eccezioni meritavano una visita, di solito rubriche tenute da figure liberopensanti (tra cui purtroppo non si può più annoverare il già direttore proprio di Cuore, la cui libera acutezza dorme da anni sull'Amaca), tra cui si segnalava quella di Piergiorgio Odifreddi.
E' appunto la sua cancellazione che mi ha spinto a questo post, per come è maturata:
il fondatore, ormai da anni derubricato a terzopaginista per limiti di età, completata la sua mutazione (o è solo uno svelamento?) da bruco liberale laico a farfalla reazionario baciapile passando per crisalide renziana e sdoganatrice di ex cavalieri, si spertica in lodi a un Papa che egli stesso criticava da cardinale, quando serve attingendo alla sua fervida fantasia;
il commentatore, matematico divulgatore di successo e noto agnostico (come un tempo anche l'altro), credendo ancora alla sedicente indipendenza del giornale su cui scrive, si permette di criticare la fondatezza dei suoi assunti, definendoli appositamente fake news per giustamente evidenziare che tale etichetta si sposa altrettanto bene se non meglio al mainstream che a ciò per cui è stata creata (delegittimare le ultime fonti di informazione libera a disposizione degli esseri pensanti);
il direttore, che deve la sua notorietà alle sue disgrazie infantili anche se magari si sarà meritato tali vette per le sue doti giornalistiche, dimostra se ce n'era bisogna a che livello è sceso il suo giornale cacciando a metaforici e pubblici calci in culo l'audace commentatore.
Se trovate i due ultimi link non funzionanti, e non vedete più il blog di Odifreddi in colonna destra, sapete chi ringraziare.
E visto che ci troviamo, vi lascio una serie di link di approfondimento, e un video molto istruttivo, sul caso Moro:
Biondani, ovvero ma che traffico che c'era a via Fani!...;
In attesa di Sushi Marina, continua la pubblicazione dei racconti di Chi c'è c'è, raccolti da un
"geestre" direttamente dalle menti di 21 terrestri in animazione sospesa
su un astronave perduta nel cosmo, forse ultima testimonianza del nostro
pianeta ormai distrutto. Qualcuno ricorderà che alcuni dei racconti li ho "ricavati" partendo da testi di mie canzoni quando ho dovuto abbandonare il sogno di cantarle: qui pubblico prima il racconto, il sogno di un'astronauta egiziana, poi la canzone da cui è tratto, pensata come una ballata veloce ma musicabile a piacere da chi mi chiedesse di poter usare il testo...
10. PRIMO: NON BERE
Quando ero piccola, alla classica ed insulsa domanda “cosa vuoi fare da grande?” io rispondevo sempre “la dottoressa”, come tanti altri bambini, peraltro. Ma io volevo davvero fare il medico, ed avrei potuto, sul serio: mio padre era un ricco commerciante del Cairo, e poteva permettersi di farmi studiare. Accettò di pagarmi l’università in Inghilterra, ma mi orientò verso ingegneria aerospaziale, l’altra mia grande passione, perché -disse- “sarai una delle poche con quel titolo, in Egitto, ed essere rari è sempre bene”. Aveva ragione, anche troppo: divenni astronauta, il primo del mio paese a volare sullo Shuttle verso la costruenda stazione spaziale geostazionaria. Ma nel profondo del mio cuore io sarò sempre un medico mancato, più che un astronauta realizzato.
Mohammed veniva da un villaggio ai margini del deserto. Un posto che era rimasto molto povero nonostante la buona ripresa che il nostro paese aveva visto nell’ultimo decennio, in tono minore rispetto ad altri paesi nordafricani ma comunque buona, sì, direi. Anche suo padre era riuscito, con molti sacrifici, a farlo studiare. Ovviamente in Europa aveva dovuto arrangiarsi con dei lavoretti, ma ce l’aveva fatta: era medico. Medico!
Ci conoscemmo all’università, e diventammo subito amici, forse perché era chiaro che lui era diverso da tutti gli altri nostri connazionali che incontrai lì, forse perché lui era quello che avrei voluto essere io. E probabilmente questo fu anche il motivo per cui la nostra amicizia non finì, come tante, con la fine degli studi. Continuai a cercarlo, a chiedere notizie, a seguirne la carriera. Era molto capace. Si specializzò in cardiologia, entrò in ospedale, e vi fece carriera facilmente. Cominciò a mandare soldi a casa, invece che le solite lettere piene di nostalgia. Il padre gli aveva proibito di tornare, neanche per le vacanze. Non era solo per una questione di soldi, quello era semmai il motivo per cui non era mai venuto lui su ad Eton, ma perché lo conosceva bene, suo figlio.
Mohammed era cresciuto per strada, amava visceralmente ogni cantuccio del suo paesino d’origine, e ogni mendicante, ogni ragazzino, ogni vecchio che avesse calcato quella polvere. E non riusciva a digerire il grado di povertà e sottosviluppo cui quelle zone sembravano condannate. La mortalità infantile era altissima, le pratiche di contraccezione l’Egitto le aveva accettate ufficialmente, visto che erano la contropartita alla remissione graduale del debito internazionale, ma non aveva mai fatto realmente nulla per capillarizzarle, sia per tenersi buoni i partiti integralisti (che controllavano la “provincia”), sia perché comunque era difficile per chiunque avere dati reali su quei posti sperduti.
Inoltre vi era ancora diffusissima l’infibulazione, una pratica barbara legata alle peggiori tradizioni religiose nordafricane e non solo, consistente nell’asportare alle ragazzine la clitoride e talvolta anche le grandi labbra, la cui ratio sta nell’impedire loro di vivere una sessualità piena, da donne. Il controllo sociale, l’ordine: la preoccupazione dei vigliacchi di tutte le epoche. La riduzione della complessità per sedare la propria paura di vivere: è questa l’esigenza profonda di ogni razzista. Rendere le donne incapaci di provare piacere rende irrilevante la loro scelta in amore, le rende sottomesse per sempre. In più, se non bastasse tutto questo e quant’altro si può dire sulla cosa in sé, essendo la pratica dichiarata illegale e nello stesso tempo tollerata, non poteva giustamente essere praticata nelle strutture pubbliche, e veniva regolarmente eseguita in ambulatori fatiscenti da medici privi di scrupoli, se non addirittura in casa con mezzi di fortuna, con conseguente gran numero di infezioni, talvolta dall’esito mortale.
Troppe bambine mutilate che non saranno mai pienamente donne, troppi bambini nati, troppi denutriti, troppi malati, troppi morti, perché lui non ci pensasse di continuo. Dopo una decina d’anni aveva messo abbastanza soldi da parte, tra risparmi e contributi alla causa, per realizzare quello che aveva in mente da sempre. Un ospedale, con tanto di consultorio, ai margini del deserto, vicino casa sua. Quando comunicò le sue intenzioni al padre, questi dapprima tentò di convincerlo con le buone a desistere, poi gli intimò di non farsi in ogni caso vedere a casa che non gli avrebbe rivolto la parola. Non mantenne il punto, se lo mangiarono tutti di baci e abbracci non a pena si affacciò sulla soglia. A posteriori, avrebbe fatto meglio ad essere più convincente. Non che sarebbe servito, comunque, con quel testone!
Ebbe tanto facilmente i permessi e il terreno, quanto difficilmente trovò colleghi disposti a seguirlo nell’avventura; tanto facilmente riuscì a tirare su la struttura, quanto presto arrivarono i primi contrasti con l’autorità islamica locale.
Eppure fu subito pieno, l’ospedale, per quanto bisogno c’era di una struttura del genere in quel posto! Mohammed lavorava venti ore al giorno, e riusciva ad aiutare un numero di persone tale che sembrava ne lavorasse quaranta. Ma non era lui ad aiutare la gente, era la gente che aiutava lui. Semplicemente, ci sono individui che riescono a convivere col pensiero che esistano persone al mondo più sfortunate che avrebbero bisogno di loro, e altri che non ci riescono; tra questi ultimi, ci sono quelli che rimuovono quel pensiero dentro di se, e quelli che lo esorcizzano facendo tutto quello che possono, se non di più. Questi ultimi sono i più grandi e meravigliosi egoisti sulla faccia della terra: i missionari, le suore, o i medici come lui.
Solo che i missionari, bene o male, sono dei religiosi: lui addirittura era un laico, non lo si poteva tollerare minimamente. Cominciarono con piccoli sabotaggi. Poi arrivarono le minacce, prima a lui, poi ai pazienti che gli si rivolgevano. Quando sentì l’esplosione capì subito che era il suo ospedale ad essere saltato in aria. Col suo cammello giunse col cuore della notte giusto alla distanza necessaria per accertarsene. Era tutto distrutto, probabilmente c’erano molti morti. Si precipitò tra le macerie, fece tutto quello che poté per salvare delle vite, poi quando già lo tiravano via dicendogli che non c’era più nulla da fare, che erano ventiquattr’ore che scavava e che comunque non c’erano più dispersi, che sarebbe stato meglio se fosse andato a riposare un po’, allora girò su se stesso, rimontò sul cammello e sparì.
Lo ritrovarono morto nel deserto una settimana dopo. Il padre mi telefonò perché gli avevano trovato addosso una lettera indirizzata a me. Mi arrivò dopo qualche giorno. Era apparentemente frutto del delirio di un uomo smarritosi senza viveri né acqua nel deserto, ma non per me che lo conoscevo bene. Non era neanche un sogno, era la riflessione lucida di un uomo morente, era il messaggio per l’amica di studi con cui condivideva i valori. Significava: abbiamo ragione noi, vai avanti. Era un racconto, una parabola.
Diceva che dopo qualche ora in groppa al cammello cominciò a girargli la testa, forse per la stanchezza, finché non cadde di sella picchiando col capo in terra e perdendo i sensi. Non so quanto tempo dopo rinvenne, ma si ritrovò circondato da tre viandanti che si prodigavano a rinfrescarlo bagnandogli il viso e i polsi, facendogli ombra e sventolandolo. Quando si accorsero che aveva aperto gli occhi sfoderarono ognuno una borraccia e fecero per offrirgliela, contemporaneamente, così che quasi le picchiarono una con l’altra. Le ritrassero guardandosi in cagnesco, e solo allora Mohammed cominciò a vederli bene. Erano simili per aspetto fisico e corporatura, ma vestiti tutt’affatto diversamente: non fosse perché si trovava nel deserto avrebbe creduto si trattasse di un mullah, un prete cattolico, e un rabbino. No, non era possibile, forse era sconvolto dalla sete; meglio chiedere da bere ai tre strani viandanti. I tre si guardarono con odio, si alzarono in piedi, si tolsero i mantelli e... sguainarono le sciabole! Tre luminosissime sciabole di acciaio, argento e oro, ...e tre coltelli rossi nell’altra mano!
In un attimo, l’islamico fu sull’ebreo, e con una finta gli conficcò l’arma nel fianco sinistro, ma troppo profondamente, cosicché restò sul colpo quell’attimo in più che bastò al cristiano per pugnalarlo alla schiena. Poi il prete si avvicinò a Mohammed, dicendogli: “guarda, sono svaniti, era tutta una scena allegorica mostratati da Dio per farti capire dove sta il Giusto; tu hai fatto del bene in vita, ora giustamente l’unico, il vero Dio ti vuole accogliere nel suo seno, orientare finalmente nel senso giusto la tua ansia d’amore; ecco, bevi...”.
“Ma io, come sai, cara Fatma, non berrò mai di quest’acqua.”, queste le ultime parole scritte dal mio amico. Me lo immagino, con le secche labbra serrate, sufficientemente per non fare entrare l’acqua, ma purtroppo non abbastanza da non fare uscire l’ultimo respiro.
...
Quando Mohammed cadde dalla sella,
batté la testa e tutto scomparì;
non stava ritornando da una guerra,
ma dalla gente che non lo capì.
Aveva messo in piedi quattro tende
per fare entrare chi credeva in lui:
sembrava che curasse tanta gente,
ma era la gente che curava lui.
E ha fatto bene il padre
a dirgli "figlio non restare qua,
vattene su in Europa,
studia, fatti dottore e resta là"...
Mohammed ascoltò dapprima il padre,
ma poi non resistette e tornò giù:
voleva troppo bene alla sua gente
e alla terra della sua gioventù;
con quelle quattro tende e pochi soldi
faceva ciò che per lui era dovere,
ma la città ai confini del deserto
capiva solo i calci nel sedere.
E ha fatto bene il padre
a dirgli "figlio non restare qua,
vattene su in Europa,
studia, fatti dottore e resta là"...
Così dopo tre giorni di deserto,
in cui sentiva solo il vento e il nulla,
lo colpirono sole, nulla e vento,
e Mohammed cadde esausto dalla sella;
passarono di la tre viandanti,
tre, come le tre parche del destino,
congiunti da chissà quali accidenti:
un imam, un cattolico e un rabbino;
i tre lo videro e si avvicinarono,
gli diedero dell’acqua sulla faccia,
ma ognuno aveva una sacca per bere:
doveva sceglier lui quale borraccia.
L’arabo li guardò stupito e attento
e disse che non c’era differenza,
allora i tre si guardarono negli occhi,
e c’era odio più che diffidenza,
tirarono da sotto i tre mantelli
tre sciabole di luce argento e oro,
con l’altra mano presero i coltelli,
rossi come strumenti di lavoro;
l’islamico barbuto, con sveltezza,
con una finta sbalordì il rabbino,
ma, mentre gli premeva nelle carni,
la schiena porse incauto al suo vicino.
Si avvicinò a Mohammed il vincitore
e disse “io non ho ucciso, è stato dio
che ti ha mostrato queste false scene
per mostrarti che il giusto sono io:
tu hai cercato di fare il bene in vita,
ignaro di esser sulla via sbagliata,
ma dio accoglie ogni anima nel seno,
non chiede di che religione è stata,
tu non potevi sapere come fare
per mettere a buon frutto la bontà,
e invece di cercare nel tuo cuore
tentavi di cambiar la società”,
allora fece per porgergli l’acqua,
ma Mohammed serrò il labbro e poi spirò,
pensando “ho fatto il bene senza dio
e buono e senza dio io morirò”
E ha fatto bene il padre
a dirgli "figlio non restare qua,
vattene su in Europa,
studia, fatti dottore e resta là"...
L'undici settembre 2001 è una di quelle date così rilevanti che possono venire usate, e di fatto lo fanno, per esemplificare il funzionamento dei meccanismi dell'attenzione della mente umana: la stragrande maggioranza di noi, infatti, ricorda perfettamente dove si trovava e cosa stava facendo quel giorno, mentre alla stessa domanda riferita all'11 settembre di qualunque altro anno non lo saprebbe proprio dire. L'allarme suscitato dalla drammaticità delle immagini e dal timore per la propria stessa incolumità presente e futura che l'evento comportava, infatti, ha attivato in tutti le stesse scariche ormonali, e tutte le altre conseguenti reazioni fisiche e psichiche, che intervengono in caso di immediato pericolo, e che spesso riescono a salvarci la pelle facendoci compiere gesti che normalmente non riusciremmo a compiere - nel contempo attivando la registrazione degli eventi a frequenza moltiplicata, cosa che poi (a meno di traumi che li cancellino in blocco, definitivamente o meno) ci consente di ricordarli con estrema precisione, lentezza e dovizia di particolari. Chi di voi è sopravvissuto a un incidente "mortale" non può che confermare.
Molti ricorderanno persino l'accavallarsi delle sensazioni e dei pensieri durante la diretta televisiva, e infatti io ricordo ad esempio esattamente il momento preciso in cui la mente critica, la logica razionale, riuscì a rifarsi un minimo di spazio attraverso la tempesta emotiva che come a tutti mi attraversava: fu quando crollò la prima torre. Non fu subito un pensiero compiuto, ma un'impercettibile alzata di sopracciglio può essere immaginata, da chi volesse sceneggiare la cosa: com'era possibile quel crollo a quella velocità? L'intima convinzione che non quadrasse nulla, del raccontino che facevano, arrivò presto, qualche giorno dopo al massimo, quando annunciarono il ritrovamento dei documenti di identità dei terroristi in quella montagna di macerie. Quando annunciarono l'attacco all'incolpevole Afghanistan, fu anche chiaro il movente del crimine, sulle cui sfaccettature chi ha voluto ha avuto tutto il tempo di indagare a fondo. Chi no, si berrà ancora la storiella tutte le volte che vorrà. Sono passati sedici anni, il mondo ha visto susseguirsi una serie di guerre diventando sempre meno sicuro. In tutto questo, l'11 settembre ha un ruolo di architrave, e andrebbe citato ogni volta tra le cause. Nel mio ultimo post, sulla crisi coreana, l'ho fatto così:
In questi giorni si celebrerà il sedicesimo anniversario dell'evento spartiacque della nostra epoca, e sul mainstream sarà raccontata per l'ennesima volta la solita favoletta. Ma in questi anni la platea di chi crede che si sia trattato di un autoattentato è (magari divisa sui dettagli) è cresciuta consistentemente. E, potete giurarci, quando sarà trascorsa la giusta distanza di tempo sarà questa la verità storica ufficiale, un po' come per il genocidio dei pellerossa (che, è cronaca, in California è arrivato a essere la motivazione ufficiale della soppressione dei festeggiamenti per la scoperta di Colombo) che quando ero piccolo io si chiamava epopea del far west.
Ora, non è che io presuma di avere tutte le risposte, anzi. Ma ho tante domande. E ritengo che avercele sia il minimo sindacalmente accettabile per meritarsi la patente di essere umano pensante. Non accetto più di interloquire con chi ripete acriticamente le pappine così come gli sono state propinate. Se lo fa su un social network, ad esempio, non seguo più quella discussione, e se è sulla mia bacheca, che è "casa mia" e non una pubblica piazza, lo cancello. E non è censura del dissenso: questo è benvenuto, se è argomentato. Ma con chi recita la canzoncina, mi comporto come suggerisce una "canzonaccia": trovo molto interessante la mia parte intollerante.
Senza volersi infilare in disquisizioni filosofiche fuori portata sulla verità come concetto in fondo inafferrabile, basta accontentarsi di praticare la laica "religione del dubbio". Rifiutando di accogliere le Verità preconfezionate. Guardatevi questo filmato, non è brevissimo ma è una sintesi di uno molto più lungo che semmai affronterete dopo se vi va. Forse non tutto quello che dice Mazzucco è ugualmente condivisibile, ma se dopo che lo avete ascoltato con attenzione credete ancora che Bin Laden da una grotta dell'Afghanistan ha mandato 19 terroristi sauditi a schiantare 4 aerei contro il cuore dell'America riuscendo a violare la difesa più munita del pianeta, beh, a Roma si dice che siete de coccio, e pace all'anima vostra.
Ecco, si è allungata la serie degli attentati terroristici, come era facile prevedere. E siccome il modo con cui vengono riportati è sempre lo stesso, tanto che si potrebbero facilmente scambiare a piacere cronache filmati commenti e reazioni e nessuno se ne accorgerebbe, ritengo sia dovere civile (nonché l'unica cosa dignitosa in memoria delle vittime) fare altrettanto con la narrazione alternativa, l'unica compatibile con il mantenimento (o dovrei dire il recupero?) dello status minimo di essere pensante e soprattutto del sistema di valori che ha il suo centro nel libero pensiero e il suo corollario nella democrazia (e non il contrario, come spesso si crede).
Così, ripeto anch'io a macchinetta quanto detto tante (troppe, ma altre ne verranno: il piano di dittatura globale, in fase avanzata di attuazione, lo prevede) altre volte in occasione di episodi del genere:
non serve a nulla cercare di capire cosa è accaduto, se non ci si sforza di capire perché;
per riuscire a comprendere il perché bisogna rifiutare il modello "terrorismo" in favore di quello, peraltro da noi ben conosciuto, della "strategia della tensione", nel quale - si rammenti - gli esecutori possono essere identificati o meno, catturati o meno, consapevoli o meno di essere semplici pedine, ma i mandanti sono accessibili a chiunque: basta solo logicamente risalire a chi conviene;
poiché non esiste fisicamente modo di scampare a attacchi di questo tipo, se non il culo di trovarsi altrove (anche solo a centimetri di distanza di chi invece viene centrato), non serve assolutamente a niente nessun apparato di sicurezza di nessun genere (o meglio, non serve alla vostra sicurezza, serve invece a chi detiene il potere, e ha deciso che la democrazia non gli serve più come strumento per esercitarlo nascondendolo, per proseguire nell'opera di limitazione progressiva di ogni vostra libertà, mentre vi prende in giro ostentando le misure di sicurezza stesse - vera e propria ammuinadi franceschelliana memoria che dagli aeroporti si sta diffondendo alle stazioni e alle piazze, con quale utilità si vede benissimo);
l'unica cosa, allora, che può salvare se non la vostra vita almeno la vostra anima, se pensate di averla da qualche parte anche laicissimamente intesa, è morire, se vi dovesse toccare (perché di roulette russa a questo punto si tratta. per quanto ancora di un colpo fratto un tamburo di migliaia di cilecche - ai civili vittime dei bombardamenti occidentali dal 2001 a oggi è toccato un tamburo molto più piccolo, non lamentatevi), con la coscienza di avere se non fatto almeno pensato le cose giuste, e cioè...;
chiunque si professi democratico deve esigere dal proprio governo il ritiro immediato e incondizionato da ogni teatro di guerra in nord Africa e medio oriente, con successivo piano di risarcimento materiale dei decenni di vario colonialismo e varie tipologie di aggressione con milioni di vittime innocenti; chi non è d'accordo con questa affermazione perde - senza rendersene conto - lo status di cittadino di paese democratico (eventualmente vittima innocente di attentato) in favore di quello di suddito di potenza assassina (eventualmente vittima, legittimamente ritenuta colpevole, della reazione degli oppressi).
Con ciò, lo preciso anche se non dovrebbe essere necessario, non sto giustificando nessun vigliacco (perché solo questo appellativo merita chi colpisce a tradimento gli inermi), né rinunciando a rivendicare il diritto di continuare a credere che il mio sistema di valori, laico e individualista, sia secondo me oggettivamente superiore a quello di qualunque integralista religioso, anche non violento figuriamoci violento. Sto però mettendo in pratica l'ovvio ma troppo spesso dimenticato principio secondo cui nessun conflitto si può mai risolvere, non a priori ma nemmeno combattendo, se non applicandosi ad assumere il punto di vista degli avversari, quello per cui secondo loro hanno ragione loro. Ad esempio, a pensare vigliacco il modo di agire complessivo, ed ogni singolo attacco dall'alto, degli americani e dei loro alleati in tutti i teatri di guerra aperti negli ultimi decenni. Il terrorismo, ogni terrorismo, si sconfigge davvero solo se e quando vengono eliminate alla radice le sue ragioni di esistere. Ogni altro modo non solo è velleitario, ma finisce per alimentarlo: è così lampante che è naturale sospettare che questo sia esattamente il vero scopo di chi vuole e pratica la guerra. E se anche questa si concludesse con l'annientamento del nemico, questo può essere solo al prezzo di dimostrarsi molto peggiori di quanto si dica di lui. Che poi è esattamente quello a cui ci siamo ridotti, per non avere il coraggio e la consapevolezza di pretendere quanto specificato al punto 5, e cantato da quel visionario di Waters.
E se avesse detto la verità anche su Gesù bambino? la lapidazione?
Quest'anno il buon anno ce lo ha dato uno vestito da Babbo Natale a Istanbul: oramai siamo sempre connessi, lo abbiamo saputo tutti mentre facevamo il trenino (no, tutto, ma il trenino no!) dell'ennesima strage terrorista. Neanche un mese fa, l'attentato ai mercatini di Natale a Berlino. In mezzo, uno che forse non lavorerà più per aver detto a una platea di bambini che Babbo Natale non esiste, cioè la verità. So che l'accostamento rischia di sembrare blasfemo, abbiate pazienza.
E' che la verità, senza voler fare filosofia spicciola che non sarei manco capace, spesso non è piacevole sentirla, molto spesso costa fatica cercarla, e quasi mai è laddove te la servono comoda comoda. Devi farti venire il dubbio, rovistare in giro, o almeno leggerti pezzi come questo di Martinez, che forse ne intravedi dei pezzetti; se proprio sei pigro, accontentati di questo mio abstract:
l'anno scorso gli attentati jihadisti nel mondo sono stati 17 con 150 vittime; nello stesso periodo, 17mila attacchi aerei occidentali hanno ucciso oltre 2000 musulmani innocenti (e oltre 13 mila americani si sono ammazzati tra loro per quella loro mania delle armi); quella che vi raccontano i telegiornali, è la verità o solo una sua manipolazione con l'obiettivo spudorato di farvi accettare ogni giorno limitazioni delle libertà maggiori in cambio di una presunta maggior sicurezza, e chissà quali altri obiettivi nascosti?
Non pretendo sforzi di teorizzazione, vi chiedo solo di farvi una domanda: se l'Occidente fosse stato vittima di 17mila attacchi aerei arabi con 2000 morti e migliaia di feriti, per non parlare delle distruzioni materiali, con quale probabilità oggi voi sareste ancora in grado di razionalizzare, e con quale invece sareste pronto a credere a chiunque vi inviti a combattere in qualunque modo contro simili assassini per giunta vigliacchi? Guardate che se estendiamo le statistiche fino a comprendere il fatidico 11 settembre, le cifre levitano da entrambe le parti, ma la forbice si allarga e di molto: i nostri morti diventano migliaia, i loro milioni.
Vertigini? Torniamo rasoterra. Babbo Natale non esiste, ciascuno lo spieghi ai suoi bambini il prima possibile. L'allenamento al dubbio è il migliore regalo che potete fargli, l'abitudine alla credulità il peggiore. Anche se è comodo assecondarla, in quanto tendenza naturale figlia del bisogno di sicurezza dei cuccioli. Ah, è più presto i mass media tirano fuori l'Isis, più è probabile che la matrice di un attentato sia altrove, e più complessa. Specie se avviene in un ginepraio come la Turchia di oggi. Non occorre avere una spiegazione alternativa per concludere sulla mancanza di validità, logica e/o fattuale, di quella ufficiale. Diteglielo, a chi oggi addirittura briga di togliervi la libertà di pensare, demonizzando Internet perché a differenza del mainstream (dove è possibile, e infatti è frequentissimo, confezionare balle più o meno grosse, magari con la patente di maitre-à-penser) è difficile da controllare.
Ah, e che ci troviamo non esiste nemmeno il Capodanno, o almeno ne esiste uno per ogni calendario cioè per ogni religione strutturata: se avete detto "auguri" al negoziante indiano o maghrebino aperto il 1° gennaio, se vi ha risposto è per tattica commerciale. Ci serve dividere il tempo per esorcizzarne lo scorrere, tutto qui. E degli auguri ne abbiamo bisogno sempre...
In otto stagioni di blogging, ne ho prese di cantonate!... Una delle peggiori, torna d'attualità in questi giorni che si vota per il prossimo Imperatore: l'ho fatto meno di altri, ma l'ho fatto, esultare per il primo presidente USA nero per poi scoprire che era solo un bianco molto abbronzato (si, aveva ragione Silvio, ma non nel senso che intendeva lui...).
Per questa ragione, siccome mia nonna diceva "'na vota si futti 'a vecchia", stavolta non ci casco: la favoletta del primo presidente USA donna se la beva chi vuole, intanto perché quella è donna meno di me (e giuro che sono etero, almeno mi pare...), e poi perché la parabola di Obama ha dimostrato una volta di più che gli aspetti esteriori sono sempre i più illusori. Partito con proclami di pace tali da meritargli un Nobel "sulla parola", infatti, Barack si è rivelato guerrafondaio peggiore dei Bush, perfetto continuatore della strategia neocon di destabilizzazione politica a scopo di controllo delle aree del pianeta cruciali dal punto di vista energetico, a costo di avvalersi della collaborazione esterna dei terroristi più efferati e di minacciare in vari modi più o meno diretti la tranquillità e il modello di vita dei cosiddetti alleati europei. Una strategia folle e crudele, che ha brutalmente strappato dopo l'Iraq la Libia al novero delle nazioni che garantivano un certo livello di laicità e benessere ai propri popoli, rivolgendo quindi le proprie attenzioni alla Siria, non senza farsi aiutare dalla falsa coscienza indotta dal mainstream a cominciare dalle "primavere arabe" il tutto non può non spingere chi ragiona con la sua testa alla rivalutazione sul piano internazionale della Russia e del suo capo Putin, uno che, per quanto discutibile possa essere il suo passato, a confronto dei suoi omologhi occidentali rischia di sembrare un gigante e un simbolo di onestà e dedizione agli interessi del proprio popolo, pensate un po' (e infatti Renzi ci manda i soldati al confine, in cambio di un endorsement sul si al referendum).
Tutto ciò ha radici antiche, come ben sa chi ricorda bene la vicenda di Enrico Mattei, e come si scopre se si scava persino alle radici dell'unità d'Italia. E rischia di perpetuarsi se alla Casa Bianca ci va la naturale continuatrice della suddetta strategia, colei che l'ha ispirata negli anni di segretariato di Stato, ma già prima appresso al maritino giocherellone, che tra una stagista e l'altra ha fatto approvare la legge che, sapevàtelo, annullando la separazione tra banche d'affari e banche di credito ha precipitato il mondo nella crisi da cui non esce da nove anni. Ebbene, Donald Trump è un personaggio grottesco e a tratti impresentabile, e probabilmente perderà le elezioni proprio per l'eccessivo svantaggio che ha nei confronti della rivale nel bacino dei fissati con il politically correct. Ma come Berlusconi, per quanto l'ho odiato e criticato, era meglio di Renzi tanto quanto un nemico riconoscibile è meglio di un amico fasullo, così è meglio augurarsi che sfatando i pronostici vinca il sincero cafone e non la vipera falsa progressista. Se non altro, con quest'ultima è certo che la terza guerra mondiale strisciante, iniziata da Bush padre e proseguita da suo marito poi da Bush figlio e infine dal finto negro, continuerà e anzi conoscerà escalation dalle implicazioni tragicamente imprevedibili, laddove il miliardario cialtrone sembra (e probabilmente è) più propenso a mettersi d'accordo con russi e cinesi e accontentarsi, di fronte all'inarrestabile declino dell'impero globale, di guidare un impero d'Occidente che cerchi di convivere con quelli d'Oriente, piuttosto che trascinare il mondo alla rovina nel tentativo (peraltro vano, come la Storia insegna) di mantenere il dominio assoluto, cosa che di certo farà la Clinton.
Se non basta, Trump ha già dichiarato che ripristinerà il Glass-Steagal Act, cioè la legge bancaria abrogata da Bill Clinton, forse perché i capitalisti sono tutti parassiti, si, ma alcuni tra loro si rendono conto che se uccidono l'animale che sfruttano muoiono anche loro.
Daccordo sul superamento storico di certe distinzioni nominate in base al posizionamento nelle assemblee (che peraltro a Roma oggi è quello che è), ma se un caro amico mi dice più o meno "hai visto? ci siamo conosciuti che tu eri di sinistra e io di destra e oggi ci ritroviamo a gioire per la vittoria dello stesso partito!" una vocina dentro mi spinge a puntualizzare. A lui ho risposto che io sono sempre di sinistra, non è colpa mia se i partiti di sinistra si sono spostati. A voi, o meglio a chi ancora mi sopporta, sottopongo una riflessione analitica, che per maggior chiarezza utilizza una tabella:
questione
risposta "di sinistra"
risposta "di destra"
scuola e istruzione
scuola pubblica gratuita e destinataria di massicci investimenti per formazione e retribuzione dei docenti e per le strutture - scuole private a pagamento senza oneri per lo Stato, come da dettato costituzionale
finanziamenti pubblici alla scuola privata, di modo che uno possa scegliere dove mandare i propri figli - scuola pubblica su modello manageriale, aperta a finanziamenti privati
cultura
leggere libri è figo, come pure andare a teatro o vedere il cinema di qualità al cinema
tutta la Gultura è da sfigati, meglio il calcio, la tv (specie i talent show), i filmoni ammericani o quelli per ridere
musica
la libera circolazione della musica, finchè c'è stata, ha consentito l'enorme crescita del mercato che ha in pratica creato l'industria musicale, che poi miopamente per difendersi ha strozzato se stessa (leggi: la lotta alla pirateria non è giusta o sbagliata, è stupida) - la musica è un'arte e chi vuole campare d'arte deve sudarsela, peraltro producendo arte cioè aggiungendo il suo quid personale
la musica è solo intrattenimento, se è diventata un'industria come tale va difesa (se oggi vengono fuori dai talent solo novità fatte con lo stampino, pazienza, non è che fossero poi tanto originali i cantautori) tanto io comunque la ascolto poco e mentre penso ad altro - la musica colta è un'altra cosa...
mobilità sociale
deve essere garantito che chiunque possa scalare la società fino ad assumere la posizione che gli compete secondo le sue qualità, a prescindere delle condizioni economico/sociali della famiglia da cui proviene
è ovvio che uno cerchi di passare ai propri figli i privilegi che si è conquistato o a sua volta ha ricevuto, e la società deve difendere questo diritto altrimenti si disincentiverebbe l'iniziativa privata
(inter)nazionalismo
siamo tutti appartenenti alla nazione umana, gli Stati/Nazione sono un portato storico per fortuna sul viale del tramonto
occorre difendere innanzitutto i valori e le conquiste sociali all'interno del proprio Stato/Nazione, agli altri ci si pensa dopo e nella misura in cu ciò non intacchi questa difesa
migrazioni
bisogna accogliere tutti, anche i cd. "migranti economici", e magari rimuovere le ragioni storiche e geopolitiche che innescano le migrazioni - viva il multiculturalismo!
bisogna respingere tutti i migranti economici, e accogliere solo i pochi che hanno diritto allo status di rifugiati, salvo la prima accoglienza umanitaria, e anzi manco quella - aiutiamoli a casa loro, e comunque chi viene qui deve rispettare la nostra cultura
religione
ogni credo ha pari dignità (anche nessun credo), e nessuno in uno Stato laico dovrebbe essere privilegiato in modo da averne vantaggi economici e/o influenze sulla legislazione
la religione è fondamentale sia per gli individui che per i popoli, per cui lo Stato fa bene a tutelare la nostra e a informare ad essa le sue leggi
guerre e militarismo
l'articolo 11 parla chiaro, ogni guerra intrapresa sotto falso nome dal 1991 ad oggi è illegittima, e parlamentari ministri e presidenti che le hanno permesse sarebbero da processare per alto tradimento della costituzione - la produzione e la vendita di armi dovrebbe essere vietata
bisogna fare la propria parte nella difesa dei nostri valori cristiani e dell'occidente democratico, costi quel che costi - l'industria bellica è uno dei settori trainanti della nostra economia, e se a chi le cerca le armi non le vendiamo noi le vende qualcun altro
sicurezza
non sono disposto a cedere un millimetro delle mie libertà personali in cambio di una maggior sicurezza, trovo peraltro siano solo una ridicola ammuina i controlli in aeroporti stazioni strade
lo Stato deve garantire la sicurezza dei cittadini, a costo di militarizzare le strade, impedire concerti e altre riunioni di massa, bloccare Internet, chiudere i campi Rom, eccetera
politica economica e monetaria
l'obiettivo è la piena occupazione, o comunque che tutti abbiano di che vivere e magari elevarsi dallo stato di bisogno; gli altri fattori dell'economia, in particolare quelli monetari, devono essere trattati come variabili dipendenti e variare in funzione di questo obiettivo
l'obiettivo è la stabilità dei prezzi e il conseguente equilibrio del sistema economico, dal quale prima o poi necessariamente conseguirà una crescita in grado di farci tendere alla piena occupazione, e fino ad allora pazienza per chi non ce la fa, che è stimolato ad industriarsi
politica fiscale
la tassazione è progressiva, devono essere favoriti l'adempimento spontaneo e la compliance, la funzione sociale del fisco è di garantire il funzionamento del moltiplicatore keynesiano, per cui bisogna combattere evasione ed elusione
la tassazione ottimale è proporzionale, o meglio ancora regressiva, di modo da incentivare la competitività - la funzione sociale del fisco è di reperire le risorse per il welfare, per cui sarebbe meglio lasciare i soldi in tasca alle gente che poi decide se e come provvedere ai propri bisogni sociali
intervento dello Stato nell'economia
dato che l'obiettivo è la piena occupazione, lo Stato deve supplire laddove l'iniziativa privata non riesce; inoltre, deve regolare quest'ultima in modo che la sua azione sia orientata nello stesso senso
l'iniziativa economica è libera ma la legge deve garantirne la funzione sociale, consentendo l'arricchimento dell'individuo solo fino alla soglia in cui questo è funzionale all'arricchimento della società
occorre liberare l'iniziativa privata da ogni laccio e lacciuolo, solo così può svolgere davvero la propria funzione di volano della crescita, e prima o poi favorire l'arricchimento di tutti, anche quando quello di pochi sembra eccessivo
energia
bisogna orientare con aiuti pubblici la ricerca e lo sviluppo in modo da azzerare al più presto possibile l'utilizzo di petrolio e combustibili fossili, favorendo le energie alternative, solare in primis, in ogni modo, comprese auto e micro produzione
basta con ste menate sulle energie alternative - di petrolio ce n'è ancora a ufo, dicono che finisce da decenni ma non è vero, e se vogliamo affrancarci subito basta tornare al nucleare, e puntare al carbone pulito e agli inceneritori
trasporti/reti
le reti ferroviaria, stradale, telefonica, telematica, postale, idrica, elettrica, eccetera, sono per uno Stato l'equivalente del sistema neurale, sanguigno, linfatico, osseo, tendineo per un corpo umano, pertanto devono essere demaniali (restarlo/tornarci) e poter essere privatizzati solo i servizi che ci scorrono sopra, quando è conveniente che lo siano, pagando un canone allo Stato
tutto deve andare sul mercato, le cui forze naturali decideranno quello che deve restare in piedi e dove e come, e quello che no
privatizzazioni
bisogna lasciare (o far tornare) allo Stato tutte quelle attività che tendono a soddisfare bisogni della collettività, specie quando non possono per natura essere immediatamente redditizie, e tutte quelle che lasciate all'iniziativa privata finiscono per soddisfare i bisogni di alcuni a scapito di quelli di altri
bisogna privatizzare tutto il possibile, anche a costo di lasciare fuori dalla fruizione di servizi chi non può permetterseli, e anche in caso di beni e servizi primari, figurarsi negli altri casi
beni comuni
alcuni beni e servizi devono essere tenuti a disposizione di tutti gratis o a prezzo di costo (in primis l'acqua)
ogni bene è economico e va messo sul mercato, acqua compresa - resta fuori, per il momento, solo l'aria, ma ci stiamo organizzando
welfare State
da quando nasci a quando muori lo Stato deve prendersi cura di te in ogni bisogno fondamentale, devi essere costretto a ricorrere al mercato solo per il voluttuario o l'effimero
tutti i servizi sono sul mercato, lo Stato al massimo supplisce con qualcosa di base-base per gli indigenti
forma della Repubblica
parlamentare, con legge elettorale che tiri la coperta corta dal lato della rappresentatività, e grande attenzione all'equilibrio dei poteri democratici
presidenziale, con legge elettorale che tiri la coperta corta (tanto da strapparla: ecco la portata della truffa Porcellum>Italicum) dal lato della governabilità, con forte sbilancio dei poteri a favore dell'esecutivo
Si tratta chiaramente di uno schema grossolano, che potrebbe e dovrebbe essere ampliato e dettagliato, spiegato meglio e analizzato, ma è già troppo grosso e complicato così, ai nostri fini di oggi, sintetizzabili col romanesco "famo a capisse". Tanto per intenderci, cioè, lo schema serve a dimostrare facilmente, per chi voglia testarsi o testare, la posizione di una persona o di un gruppo di persone, ad esempio un partito o um movimento politico, nel continuum destra/sinistra. Chi voglia giocarci, scoprirà di se che forse non è esattamente dove si aspettava di essere (e magari dirà che è lo schema che è sbagliato), ed avrà contezza del fatto che, se proprio ci si tiene ancora a utilizzare quel continuum, è il movimento 5 stelle a posizionarsi a sinistra per quasi tutte le dimensioni, mentre il PD lo troviamo quasi sempre a destra. La tanto decantata Unione Europea, in questi giorni "minacciata dagli inglesacci vecchi brutti e cattivi" secondo la narrazione del mainstream (francamente ogni giorno meno sopportabile, la Pravda a confronto di qualunque TG di oggi era un modello di imparzialità), risulta un filino più a destra del nazionalsocialismo. Ma più subdola.
Per cui piano con le etichette, amici, sennò vi faccio rispondere da Mario Brega: io sto coi 5stelle non "anche se" ma "proprio perchè"...
Imitate chi parla in questa maglietta, ragazzi: se non vi basta l'argomento malattie, fatevi un giro in un qualsiasi presidio ospedaliero (ancora ce ne sono, e bisogna dire "meno male") in cui si praticano le cd. "interruzioni volontarie", guardando in faccia la varia umanità che è costretta a ricorrervi. E lasciate perdere zio Francesco, che ne dice fesserie...
La festività che quest'anno regala un ponte a chi di noi se lo può ancora permettere è di quelle che debbono necessariamente far discutere. Già ho ricordato (qui per chi vuole approfondire) che per "immacolata concezione" NON si intende quello che la stragrande maggioranza dei cattolici praticanti, figurarsi dei non praticanti, crede, cioè il concepimento senza peccato di Gesù da parte di Maria, bensì il concepimento senza peccato della stessa Maria da parte di sua madre Anna. Una assurdità parsa assolutamente necessaria per mantenere in piedi un'altra assurdità (la presunta santità di una che ha avuto un figlio senza essere toccata da suo marito, riuscendo poi a far credere alla sua pezza a colori sia a lui che poi a tutti gli altri) a una parte della Chiesa che la spuntò solo a fatica su un'altra grande fetta che invece credeva che l'assurdità primigenia fosse abbastanza e non era proprio il caso di sostenerne un'altra. Non voglio farmi nemico nessuno, ognuno crede a quello che vuole, e la storia di Maria poi è bella come un sogno (e come tale la dipinge De André), e a questi livelli di poesia si perdona tutto. Ma l'immacolata concezione no, quella mezzo mondo cattolico ha sempre pensato fosse una boiata per cui ho meno remore a ribadirlo...
La premessa mi serve per commentare un gravissimo fatto di cronaca, passato quasi liscio come tutte le notizie scomode: un preside è stato costretto a dimettersi per il bailamme seguito a una sua decisione ineccepibile stante la laicità della scuola e della Repubblica italiane, almeno quella dichiarata. Eh si, perché il fatto è che di fatto (perdonatemi il bisticcio) l'Italia è uno Stato confessionale, altrimenti a dimettersi avremmo visto chi lo ha ingiustamente attaccato.
Il presepe piaceva a Eduardo (a proposito, ciao Luca, che andandotene ci hai regalato la stupenda rappresentazione di un funerale laico) nel più famoso Natale del teatro, ma a casa sua ognuno è padrone di farsi piacere quello che vuole, invece la scuola pubblica non è domicilio privato né dei cattolici né dei fedeli di ogni altra religione. E' questa la linea del Piave superata la quale la presunta superiorità della cultura occidentale va a farsi fottere, quand'è che ve lo ficcate in testa? Se loro a casa loro non sono tolleranti nei nostri confronti e invece noi a casa nostra si nei loro, allora e solo allora abbiamo qualche diritto a blaterare di Civiltà. Il presepe a scuola, il catechismo strisciante anche ai cuccioli che i genitori hanno scelto di esentare dall'abominio che è l'insegnamento della Religione nella scuola pubblica, questo si chiama in un solo modo: integralismo. La sintassi è quella. E non ci conviene neanche fare dei distinguo sul piano quantitativo, ché nella Storia il numero dei musulmani massacrati in quanto tali dai cattolici probabilmente supera ma sicuramente è dello stesso ordine che l'inverso, e se ci limitiamo agli ultimi 25 anni, beh, stiamo in tragico enorme vantaggio, anche togliendo dal bilancio la questione palestinese.
Ovviamente non sto giustificando il terrorismo, ci mancherebbe, il primo che osa pensarlo si consideri tolto il saluto. Sto dicendo che il fronte, quello vero, non è alle nostre frontiere, non al confine tra una religione e l'altra, ma in quella sottile linea di fragile razionalità che separa chi si affanna ad affrancarsi dal bisogno di avere qualcosa di sovrannaturale a consolarlo della precarietà dell'esistenza, da chi si abbandona a questa paura primordiale consegnandosi mani e piedi nelle mani di chi usa gli dei per tenerlo buono, e all'occorrenza usarlo come carne da cannone. Ogni guerra ha motivi economici, tra le tante verità marxiane questa è la più inoppugnabile, ricordatevelo, e chiamatevi fuori da questa, che vi stanno imbrogliando a raccontarvi diversamente.
E torniamo alla cronaca. L'attuale successore di quello che 145 anni fa, quasi sottolineando come la breccia di Porta Pia confondeva le acque tra chi fosse invasore e chi invaso, sta spopolando al punto che un regista "de sinistra" gli ha persino dedicato un'agiografia in vita, roba da passare le giornate a grattarsi los cabasisos, capisciammè Francè. Ebbene, un paio di giorni fa a leggere Repubblica si poteva sobbalzare, e quasi capire Luchetti: un titolista paraculo faceva quasi sembrare che finalmente un Papa, e proprio nell'Africa devastata dall'AIDS, sdoganasse il preservativo. Solo la lettura integrale delle dichiarazioni consentiva di incasellare la faccenda come quella che è: da un lato un giornale oramai di destra che però deve ancora trattenere quanto può una certa fascia di lettori (ed elettori) con valori "di sinistra", dall'altra un comunicatore (F1) che mira a superare nel suo campo un suo recente predecessore (il penultimo, GP2, l'avete capito) aggiungendo al fascino mediatico una maggiore capacità di usare la tortuosità logico linguistica neolatina per affermare una cosa mentre sembra che dice il contrario. Come da sempre fanno i preti, anzi probabilmente i sacerdoti di qualsiasi religione, dagli sciamani in poi.
E ora vi saluto con la più bella di tutte le favole su Maria, canta Branduardi....
L'argomento era di moda negli anni 70 e si studiava all'università nel decennio appresso, quindi mi è familiare e caro, tanto che ci sono già andato su tempo fa, ora - tanto chi si ricorda - ci torno su riassumendo: la vita di ognuno di noi dei Paesi cosiddetti sviluppati è per circa un terzo formazione, un terzo lavoro, un terzo riposo; non c'è nessuna ragione perchè questa suddivisione resti longitudinale nella vita, anzi ci sono tutte perchè diventi trasversale. Woody Allen dice che gli uomini impiegano nove mesi ad uscire dalla pancia della madre e tutto il resto della vita a cercare di rientrarvi, ma anche con minore arguzia (e anche senza invertire poeticamente il verso della vita, come fa Vecchioni nella bellissima Madre) si può scherzare su quanto sarebbe meglio godersi la pensione in gioventù (cioè il pane finchè si hanno i denti) intanto che ci si alfabetizza, iniziare a lavorare di fisico intorno alla trentina intanto che si inizia a studiare per passare via via a lavori di mente, fino a dedicarsi dopo i 65 e fino alla morte (se serve, una "buona morte": eutanasia, letteralmente) al solo studio, così piacevole a quell'età, intanto che chi vuole e finchè ce la fa continua a lavorare s'intende.
Ci ho ripensato leggendo questo pezzo su Utopia Razionale, ispirato a teorie diverse ma sempre di quegli anni (per capirci, vintage): non vi piace il Reddito di cittadinanza dei grillini, perchè voi siete de sinistra e quelli sono qualunquisti e perchè se diamo soldi a ufo a tutti poi non fa più un cazzo nessuno? arieccovi il "lavorare meno lavorare tutti" di una volta. Il ragionamento è perfettamente consequenziale: se tutti gli umani hanno il diritto di vivere con dignità, e le risorse del pianeta non consentono di estendere il modello capitalistico/consumistico a tutti gli umani senza che arrivi presto la fine del mondo, l'unica è cambiare modello, adottandone uno in cui il tempo di lavoro quello di riposo e quello di formazione siano suddivisi nell'arco della settimana, a parità di reddito minimo garantito. Non si tratta di un annullamento delle logiche capitalistiche e di profitto, che chi vuole può continuare a perseguire a spese del proprio tempo libero e/o organizzando il lavoro altrui, ma di una loro temperanza oramai indispensabile, e pensarla così dovrebbe essere una specie di test propedeutico per poter usare la parola "sinistra" nel definire uno schieramento politico. Quanto ne sia lontano l'attuale PD, non vale neanche la pena ribadirlo: chi parla di crescita e lavoro nei termini correnti, vi sta fregando (anche gli esseri umani da un certo punto in poi devono smettere di crescere, e preoccuparsi solo di stare bene - perseguire il benessere - più a lungo possibile), ed è uno sporco servo dei padroni. Ripeto: sporco servo dei padroni, che stanno vincendo la lotta di classe con una moneta (l'euro; paradossalmente, europapare significhi qualcosa di ben irrigato dall'ampio sguardo, mentre oggi ci strozza miopemente con politiche restrittive a oltranza) come arma letale, grazie alla complicità dei politici alla connivenza dei mass-media e alla pigrizia e pecoronaggine del popolo. Il termine "utopia" nasce ambiguo, nel gioco di parole anglofono con eutopia: un non-luogo che è anche un buon-luogo, qualcosa che non esiste ma a cui bisogna tendere. Ed è ancora Utopia Razionale, con questa digressione sull'inesistenza di Dio, a suggerirmi a quale visione utopica bisognerebbe rapportarsi per salvare questo mondo sull'orlo della catastrofe. Mi era venuto in mente nei giorni di Pasqua, quando in un paio di occasioni tra familiari e amici mi è capitato di toccare con mano quanta feroce intolleranza c'è anche nel più mite nei credenti, anche quando pretende di argomentare logicamente sulla parità della partita tra non dimostrabilità e non indimostrabilità di Dio, anche quando pretende il rispetto del proprio primo comandamento anche riguardo a un innocuo e infantile calembour: nessuna differenza di sintassi coi tanto esecrati musulmani, solo di "volume", in questo momento storico e solo per alcuni di loro (magari pagati e addestrati per alzarlo). L'utopia che tutto ciò mi ha riportato in mente è quella lennoniana: nothing to kill or die for, and no religion too. Solo quando l'umanità si affrancherà dalla religione, confinandola nello spazio intimo e indicibile delle anime dei singoli e comunque escludendola per ferrea disposizione legislativa primaria da ogni istituzione politica e sociale, avremo iniziato il cammino verso la pace, altro che chiacchiere papali.