Visualizzazione post con etichetta trasporti. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta trasporti. Mostra tutti i post

domenica 26 luglio 2026

L'HAI VOLUTA LA BICICLETTA?...

Ai tempi si diceva "la Cina è vicina", ma si intendeva tutt'altro...
...E allora pedala!, dice un vecchio adagio che si rivolge a chi ci si è cacciato con le mani sue in una situazione di cui ora si lamenta. Lo userò a piene mani, se campo, quando, temo presto, sarà evidente agli occhi di tutti il piano, che oggi se lo additi passi per complottista, che ci vuole retrocessi da cittadini a sudditi, di cui fanno parte cosette come l'Intelligenza Artificiale, l'Unione Europea e il Riscaldamento globale a base antropica con annessi e connessi come terrorismo mediatico e scelte ecologiste assurde..

Tra queste, la proliferazione selvaggia di piste ciclabili a pene di segugio è un ottimo esempio, e se il furore ecologico non vi annebbia la mente impedendovi di seguire le mie argomentazioni capirete. Vi aiuto mettendo le mani avanti: amo andare in bici, da ragazzino asmatico era l'unico sport che potevo fare quindi la montavo per ore e ore, e uno dei ricordi più belli della mia infanzia è Monza piena di gente di tutte le età che la percorrevano in bici, come scoprii si usava in tutta la pianura Padana ma era impossibile in una città con l'orografia della mia Reggio. Ai tempi, se il TG si collegava con la Cina mostrava immense autostrade urbane piene zeppe di bici, e uno poteva pensare "come in Padania" ma non era lo stesso: era l'opposto.

Un conto è farsi un giro in bici quando ti va, o scegliere di andare in bici al lavoro quando casa tua dista pochi chilometri come ad esempio in qualsiasi centro storico di qualsiasi cittadina italiana escluse quelle con strade troppo ripide, un conto è essere costretti a muoversi in bici perché è l'unico mezzo che puoi permetterti. E infatti, quando i cinesi hanno potuto permettersele, le loro strade si sono riempite di auto, e se oggi la Cina è leader della cosiddetta transizione elettrica è solo grazie ad imposizioni di un regime che ha inoltre comprato mezza Africa per estrarre i metalli rari necessari a produrre le batterie e imporsi come leader anche sui mercati occidentali. Almeno, ha una sua logica.

Le scelte dei nostri politici, che oramai seguono il pilota automatico dei diktat di una narrazione imposta e data per scontata, sono invece del tutto illogiche quando fuori contesto. Ad esempio, chiudere il centro di una cittadina largo e lungo un paio di chilometri, vietando del tutto i veicoli a motore anche elettrico e lasciando (esclusi solo i soggetti con difficoltà motorie permanenti o momentanee) la sola scelta tra farsela a piedi e usare la propria bici o una a noleggio, è una scelta logica. Disseminare Roma e altre città così grandi di piste ciclabili è una scelta assurda, e invece in piena e massiva attuazione: è pieno di strade a due o tre corsie dove non c'era mai traffico ridotte a una corsia per fare spazio a una ciclabile magari con tanto di cordolo in cemento e parcheggi spostati in mezzo alla carreggiata, col risultato di tempi di percorrenza per le auto come minimo triplicati mentre le ciclabili restano quasi sempre invariabilmente vuote, anche perché i monopattinisti preferiscono invadere le corsie delle macchine magari contromano e attraversando come e quando gli pare (ah, quasi sempre in due su un solo mezzo). Ma come mai solo una bici ogni tanto? Beh, bisogna vivere a Roma, per capirlo. Ma non al centro storico, che oramai solo ricconi e bed&breakfast, e quello si che potete pure pedonalizzarlo, se volete. E nemmeno nella grande fascia semicentrale, dove proliferano le ciclabili ma se ci hai una casa o l'hai ereditata o sei ricco, e ti puoi permettere il SUV elettrico e anche, si, il balzello che ti hanno chiesto per circolare solo qualche mese dopo che ti hanno indotto a comprarlo col miraggio della libera circolazione in ZTL. Il target della ciclabilizzazione quindi la bici non la usa, e anche quando lo facesse stiamo parlando di una piccola frazione dei romani. La stragrande maggioranza dei quali invece vive in periferie pessimamente collegate dai mezzi pubblici e prende la macchina per non avere alternative, non potendo certo farsi ogni giorno 20 o 30 chilometri in bici ad andare e altrettanti a tornare, a parte i pochi allenati almeno a livello di squadra ciclistica amatoriale.

E allora perché le fanno? Non può essere solo l'obbedienza a un diktat dei padroni stranieri che prima ti tolgono i soldi poi te li ridanno in parte e solo per fare quello che vogliono loro (cos'altro è il PNRR sennò?). Bisogna capire il perché, di quei diktat, e quello vero. Serve un piccolo ripasso storico. Quando viene avviata la transizione da CEE a UE la Cina era emergente, e Prodi e company, rispolverando i manuali di economia classica, te la mettevano così: con la globalizzazione non c'è modo di difendere il sistema di vita instauratosi in Europa occidentale dopo la 2a guerra mondiale con le singole nazioni, vasi di coccio che ora viaggiavano assieme a un grande vaso di ferro, ma con una Europa unita si (e si cominciava ad unirla dalla moneta, cioè come se si costruisse una casa a partire dal tetto...). Era una bugia, hanno pure confessato. Il vero scopo era favorire la cinesizzazione dell'Europa a cominciare dal costo del lavoro (perché se no l'espansione della UE verso Est?) fino a inglobare uno a uno tutti i diritti economici fondamentali, inclusa la mobilità. Quella foto dei cinesi anni 70 non è il loro passato, è il nostro futuro: dovremo andare in bici per forza, anche chi deve fare tanta strada, anche chi non ce la farebbe, in auto ci andranno solo i potenti e i loro ascari, come in Cina i funzionari del partito.

Grazie al trojan horse chiamato UE, insomma, stiamo inesorabilmente avvicinandoci, e siamo davvero a buon punto, ad avere lavori sottopagati e senza diritti, controllo totale sulla nostra sfera privata fino ai pensieri, e autonomia azzerata in tutte le scelte fino alla mobilità privata: di nuovo sudditi, mai più cittadini. E col nostro consenso di boccaloni, che crediamo alle false narrazioni una via l'altra, dalla pandemia all'IA passando per il riscaldamento del pianeta per colpa nostra. I falsi rimedi rivelano i veri obiettivi. Le ciclabili finché restano vuote sono solo una spesa inutile e un aggravio per il traffico auto e quindi per l'ambiente, ma se e quando davvero nessuno si potrà più permettere l'automobile, le bici saranno tante da necessitare tutta la sede stradale, rivedi foto, e le ciclabili si confermeranno essere state una spesa inutile.

domenica 19 aprile 2026

IL VALORE DEI VALORI

Il titolo si può leggere in due modi diversi, ma legati: "il più importante tra i valori" (1) e "quanto valgono i valori" (2). La cosa mi sembra una utile sintesi per riparlare di una tematica suggerita, e credo non solo a me, dal tira e molla sulle trattative USA/Iran e relativo apri e chiudi dello stretto di Hormuz, con connesse e già velatamente apparse minacce di lockdown energetici di vario tipo. Quando ci si trova in una situazione di permanente surplus tra le risorse a propria disposizione e quelle indispensabili per vivere, infatti, ci si dimentica facilmente della stretta connessione tra le cose cui attribuiamo un valore etico e filosofico e la banale contabilità sul se ce lo possiamo permettere economicamente.

Ad esempio, a Roma, per gloriarsi della propria coscienza ecologica nell'usare esclusivamente la bike-mobility usando le tante ciclabili disponibili e future, e auspicarne la proliferazione, devi esserti potuta permettere, o averla ereditata, una casa in centro o in semicentro; se invece stai in periferia o peggio ancora in uno dei tanti aggregati satellite proliferati negli ultimi decenni, o ti muovi con la tua vecchia auto passandoci sopra più o meno comodamente tot tempo o manco quella hai e allora ti muovi coi mezzi passandoci sopra scomodissimamente due o tre volte tot.

Proviamo allora ad abbozzare un elenco di voci, alcune delle quali peraltro fanno tanto valori di sinistra, e per ciascuna di esse pensiamo però quanto sia intrinsecamente legata alla disponibilità di cose e/o denaro. Il matrimonio ci si arriva che è un bagno di sangue, ma una separazione/divorzio è molto peggio: se c'è di mezzo un mutuo o figli che magari vivono con la madre in altra città, o guadagni davvero bene o vivi in un garage e i figli non li vedi. A proposito di figli, se devi ricorrere alla procreazione assistita è un salasso anche quella passata dal SSN figurarsi quella privata magari all'estero. Logico chiudere il cerchio così, allora: più che consentire alle coppie non eterosessuali di sposarsi e avere figli o adottarli, e poi magari separarsi, la vera conquista delle civiltà sarebbe consentire le cose suddette allo stesso modo a tutti, a prescindere dell'identità sessuale si ma anche delle capacità economiche. E invece, beati i Tizianiferri.

Il paradigma vale purtroppo per tutti gli altri diritti e valori fondamentali. La salute. Lo studio e l'accesso alle professioni superiori. La mobilità intranazionale e intraeuropea. La casa, magari antisismica e a buon bilancio energetico. Eccetera eccetera. Diritti e valori enunciati, che però li hanno solo quelli che possono permetterseli. Allora vi faccio fare un esercizio logico: voi pensate che se il grande Reset arriva a meta, e nessuno di noi potrà più permettersi di vivere dove gli pare e andare dove gli pare, tutto sarà a noleggio e solo per gli abbienti e obbedienti e finché lo restano, e magari torneremo a vivere in campagna isolati se non per la falsa vicinanza del web, i più fortunati vivendo dei frutti della propria terra, una cosa di cui cui è di moda riempirsi la bocca come le pari opportunità avrebbe vita facile? In un mondo senza lavoro, grazie anche all'AI, dove se va bene una famiglia avrà di nuovo un solo reddito?

Senza indipendenza economica non c'è libertà, e più diritti sulla carta ci concedono senza che siano effettivamente raggiungibili da tutti più ci stanno, letteralmente e senza mezzi termini, pigliando per il culo. Sapevàtelo. I nostri padri costituenti lo sapevano, non lasciamo l'esegesi del loro lascito a un comico imbolsito. Non è che l'articolo uno viene prima del tre a caso: col primo si stabilisce che la Repubblica è fondata sul lavoro, e gli enunciati di principio dell'altro sono subito precisati nel secondo comma, in cui è suo compito "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese." Di fatto: accettando il futuro che stanno apparecchiando per noi e i nostri figli, dimostriamo di essercelo dimenticato.

domenica 1 febbraio 2026

IL NOSTRO CORPO

Oggi vi faccio giocare di fantasia. Immaginate il vostro corpo come se in trasparenza fosse possibile vederne i sistemi di cui è composto, un po' come nell'immagine qui accanto che però ne mostra solo tre, nervoso linfatico e circolatorio, perché non sono riuscito a trovarne una che mostrasse anche gli apparati digerente muscolare scheletrico eccetera. E ora immaginate di vendere uno o più di questi apparati o sistemi a un altro, che garantisce che li lascerà al loro posto a svolgere la loro funzione, anche nel suo interesse altrimenti morirebbe il suo acquisto assieme all'ex proprietario, ma gestendoli efficientemente e magari redditiziamente, a differenza di quanto oramai faceva il vostro vecchio corpaccione. Si lo so che non è perfetta, che qualcuno ha già iniziato ad alienare il proprio sistema neurosensoriale attraverso lettori che da esterni diventano interni convinto che la cosa rechi più vantaggi che rischi, e che l'habeas corpus ha chiuso la sua parabola con la pantomima della pandemia, ma io stavo facendo una metafora.

Aiutatemi, se uno Stato-Nazione è come un corpo umano, a cosa corrispondono la sua rete ferroviaria, elettrica, delle telecomunicazioni, sanitaria, scolastica, aeronavale, idrica, di presidio ambientale e del territorio, di pubblica sicurezza, giudiziaria, eccetera? Non importa che siate in grado di disegnare una tabella con corrispondenze biunivoche e inequivocabili, basta che abbiate capito l'antifona. Le privatizzazioni, non a caso partite con quella della Banca d'Italia e il suo divorzio dal Tesoro, hanno nel giro di qualche decennio ridotto il Paese a una gruviera con più buchi che formaggio: quasi niente di quello che era dello Stato, cioè della collettività, lo è ancora, anche se sembra svolgere le stesse funzioni, e se lo fa è per dissimulare e così impedire sollevazioni, mentre la sua vera funzione è arricchire il nuovo padrone a spese della collettività.

Si lo so che vi è scattato l'allarme che con tanta cura vi hanno installato in mente: "ecco il solito statalista veterocomunista ma quanto dobbiamo aspettare perché anche l'ultimo di questa generazione di privilegiati passatisti tiri le cuoia lasciando che il futuro faccia il suo corso senza doverci subire le sue lamentazioni!". Personalmente non so ancora per quanto, ma proprio per questo lo ritengo una specie di dovere civico (e non sono solo...). Uno Stato non è più sovrano se, grazie agli uffizi di criminali che prima gli hanno tolto il potere primigenio di stampare moneta poi hanno fatto diventare assioma la menzogna che per sopravvivere doveva vendersi i pezzi, non ha più quasi nessun sistema o apparato vitale, e si appresta a togliere quel quasi. E se lo Stato non è più sovrano, visto che la formula del Potere prevede che al numeratore ci sia sempre qualcuno o qualcosa, mentre al denominatore ci siamo noi anche se ci hanno fatto credere alla menzogna chiamata democrazia, chi è il sovrano?

Allora facciamo un altro gioco. Scoppia una guerra. Meglio: la terza guerra mondiale a pezzi (cit.) riunisce i pezzi fino a includerci, sembra impossibile ma è un attimo e accade. Morti distruzioni eccetera per tot anni poi finisce. Non serve molta immaginazione basta voltarsi in giro. Voi siete tra quei pochi illuminati che si trovano a gestire l'ingrato ma vitale compito di ricostruire, ed è ininfluente se avrete aiuti esterni o meno: ripartite da zero. Da dove ripartite? Una banca centrale che stampi moneta sovrana nella quantità che serve (non così poco da lasciare cose essenziali non ricostruite, ma non così troppo da innescare inflazione e svalutazione), esatto, e con quella: strade, ferrovie, porti, aeroporti, case, argini, crinali, boschi, acquedotti, reti informatiche, centrali elettriche (da noi, soprattutto idroelettriche), servizi pubblici, polizia, eccetera, e non le ho scritte in ordine temporale o di importanza ma solo per come mi sono venute in mente. Il corpo di uno Stato sovrano non è come il mio o il nostro, è come quello del ballerino del dottor Frankestin, può tornare in vita. Si. Può. Fare.

sabato 17 gennaio 2026

TIPO DIESEL

Mesi fa ho acquistato (spendendo la metà rispetto a una di moda) un'auto a gasolio seminuova fino a che se ne trovavano, già oggi è più difficile domani sarà impossibile. Il mio meccanico dice che ho fatto bene, che il diesel è il motore migliore con maggiore efficienza più ecologico più economico e a maggior durata, e il multijet della FIAT è uno dei migliori motori diesel per autovetture mai costruito. Se sono fortunato, posso farci oltre 300mila chilometri, che per me se continuo così sono solo una decina d'anni ma intanto con un'altra alimentazione non ce li farei (il benzina va al doppio dei giri quindi dura la metà, e il GPL accorcia la vita dei motori a benzina, mentre le ibride più sono davvero tali più devono essere imbottite di diavolerie elettroniche che aumentando la complicatezza del sistema ne accorciano la vita complessiva). Ma se voglio farlo, se voglio ostinarmi a decidere con la mia testa quale sia la scelta migliore, e dico anche dal punto di vista ecologico (che complessivamente se tutte le auto durassero decenni e non ci fossero obsolescenza programmata e direttive europee una dietro l'altra con ben altre finalità rispetto alle dichiarate, sarebbe si la scelta migliore per l'ambiente), devo pagare di tasca: dal 1° gennaio una rimodulazione delle accise ha reso stabilmente (i primi avvisi ci erano già stati) più caro il gasolio della benzina, e mi sa che non è finita qua.

Il tutto fa parte di un progetto complessivo di "appiedamento" delle persone, laddove le virgolette indicano la progressiva e forzata rinuncia a tutte quelle prerogative di libertà individuale che la generazione dei nostri padri aveva strappato al capitalismo grazie a una guerra da risarcire e a un comunismo da evitare, mobilità privata in primis. Se così non fosse, se fosse davvero un afflato ecologista a muovere questi tiranni a quel punto illuminati, il verso del cambiamento dovrebbe essere l'opposto di quello che ci impongono: prima doto le città di mezzi pubblici sovrabbondanti e gratuiti, poi le chiudo al traffico; prima ricostruisco una rete ferroviaria statale con collegamenti capillari ed economici, poi lascio le autostrade ai camion e ai soli automobilisti che nonostante il treno da nord a sud a Natale ricosti poco (avete saputo a che punto sono arrivati?...) preferiscano raggiungere magari il paesello in autonomia; prima sposto via mare i trasporti lungo tutta la penisola, lasciando a medio/piccoli camion modulari il trasbordo capillare, poi aumento il gasolio e i pedaggi ai TIR che si ostinassero. Invece, non solo fanno l'opposto, ma ci aggiungono cose come il Ponte sullo Stretto che è in perfetta contraddizione con la tendenza anti-auto da loro stessi imposta e con l'auspicabile abbandono del trasporto gommato su lunghe distanze. E inoltre, costa talmente tanto che liquida l'argomento "non ci sono i soldi" per le proposte suddette e qualunque altro progetto di spesa vi venga in mente, dal rifacimento della rete idrica nazionale, al risanamento capillare del territorio italiano, a una pioggia di incentivi cash per chiunque ristrutturi la propria casa in chiave ambientalista e antisismica. Ma già, mi vedo la scena: uno propone - che so - di potenziare la sanità pubblica in modo da essere in grado di affrontare una eventuale nuova pandemia senza chiuderci in casa, loro rispondono "non ci sono i soldi", uno ribatte "prendete quelli del Ponte", e così via. Dovremmo fare così, per qualunque cosa. E invece.

Invece accettiamo supinamente che riempiano la città di piste ciclabili inutili, e deserte mentre le poche bici e i monopattini a noleggio circolano dove gli pare, strisce pedonali e marciapiedi compresi, senza rispettare alcun codice tanto sono inidentificabili. Il tutto a presunto (leggi: solo teorico) beneficio di pochi ricchi e anziani residenti al centro, e chi vive in periferia se non in campagna per non potersi permettere una casa più vicina si fotta, e paghi caro e amaro il carburante per il suo diesel, retrogrado che non è altro. Rileggiamoci assieme, allora, e riascoltiamolo, questo bel brano di Finardi, che circa 50anni fa salutava la nuova motorizzazione comprendendo la cesura sociale che rappresentava, a superamento dell'operaismo. Tra l'altro, l'album è prodotto da Tofani, quindi "suona" Area a sufficienza.

domenica 2 novembre 2025

A CONTI FATTI

Lo vogliamo per sempre così...
La Corte dei Conti ha "bloccato" il Ponte sullo Stretto. Le virgolette sono perché il parere non è vincolante per il governo, ma i rilievi sono concreti ed è difficile che questo abbia la forza politica per ignorarli bellamente. Il wishful thinking è che questo ennesimo stop sia finalmente quello definitivo, ma la torta è talmente grossa che difficilmente i felloni non cercheranno e magari troveranno un'altra strada per cercare di papparsela.

E' perciò utile, anche se l'argomento è uno dei più trattati di questo blog (basta seguire il tag), ricapitolare ancora una volta quali sono tutte le ragioni per cui il Ponte non può e non deve essere fatto, anche perché negli ultimi tempi, grazie anche alla sponsorship governativa (specie di uno a cui del sud non gliene è mai fregato niente, peraltro), gli argomenti a favore, per quanto fallaci, hanno trovato "buona" stampa facendo quindi breccia in una opinione pubblica sempre meno avvezza al pensiero critico.

  1. Fattibilità. Il ponte a campata unica più lungo mai costruito ha una campata lunga la metà di questo progetto. Il doppio più lungo non significa il doppio più difficile, magari: qui parliamo di un fattore difficilmente calcolabile. E certo che i progettisti dicono che si può fare, erano ingegneri, erano scienziati, anche Morandi e quelli del Vajont: non deve decidere chi è interessato. E chi deve decidere deve essere "marcato a uomo" per non essere corrotto.
  2. Terremoti. La resistenza al sisma del progetto attuale è di 7.1 gradi Richter. Ridicola. Nessuno può dire con esattezza quale fu la magnitudo del "big one" del 1908, e quale sarà quella del prossimo. Ma se fosse 7.2 non sarebbe lo zero virgola uno più forte, la scala è logaritmica, si parla di moltiplicare a ogni decimale, un 7.8 sarebbe UNDICI volte più forte del 7.1 per cui il progetto sarebbe tarato. Tutto ciò significa che è praticamente certo che, ammesso che riescano a ultimarlo, al prossimo grande terremoto, in una zona in cui ce n'è uno ogni secolo o due al massimo quindi ci siamo quasi, andrà in macerie (e se anche fosse l'unica struttura a resistere, come si vanta lo stesso Salvini, in assenza di interventi sul patrimonio abitativo dell'area dello Stretto, resterebbe a collegare due cumuli di macerie).
  3. Vento. Ma se un grande terremoto possiamo essere certi che arriverà ma non quando, i venti su quel tratto di mare, a decine di metri di altezza, sono la regola per moltissimi giorni all'anno. Un grattacielo, cioè un oggetto massiccio ancorato a terra e alto centinaia di metri, in cima deve oscillare di metri e metri per non crollare. Il Ponte, una struttura esile coi punti di ancoraggio lontani chilometri, per non crollare deve oscillare tanto da costringere a chiuderlo al transito in ogni giorno di vento. Immaginando che non ci siano più i traghetti, chi deve passare sta fermo agli imbocchi.
  4. Traffico. Si ma chi è che ci deve passare? Per giustificare la costruzione, si ricorre a previsioni di traffico vecchie di venti anni (lo stesso trucco della Torino-Lione), che la stessa CdC ha giudicato irrealistiche visti i tempi. Ma anche fossero giuste, la domanda è: ha senso nel 2025 realizzare una infrastruttura che sposterà ulteriormente i trasporti su gomma (mentre è in corso un'azione concentrica per farci abbandonare le auto, peraltro) da e verso un'isola che logica e ambientalismo vorrebbe fosse invece essere rifornita esclusivamente via mare, semmai investendo su porti commerciali e infrastrutture di trasporto interno?
  5. Tempi e costi di traghettamento. Si parla di un pedaggio di 10 euro a vettura e 20 a mezzo pesante. Ammesso che sia vero, e che si trovi il modo di non creare code agli imbocchi (salvo il vento, rivedi punto 3) risparmiando del tempo, visto che il tempo è denaro e che le code agli imbarchi attualmente si registrano solo per alcuni giorni all'anno (meno di dieci) quanto risparmierebbero gli utenti (escludendo pendolari reggini e messinesi, che se glieli lasciano continueranno a preferire gli aliscafi a 40 chilometri di strada) non ferroviari? 
  6. Treni. Unici mezzi che trarrebbero vantaggio dal ponte, su cui passerebbero dritto anziché fermarsi per essere "smontati" e traghettati. Peccato che anche calcolando, a voler essere generosi, in un'ora o due questo risparmio di tempo, esso deve essere parametrato a lunghe percorrenze col "continente" che includono le ottocentesche tratte siciliane e la tratta Reggio/Salerno per cui è stata appena riesclusa (viene fatto ricorrentemente, ad ogni tentativo di riproporla, perché l'orografia non perdona e costringe a costi altissimi) l'Alta Velocità: un conto è risparmiare un'ora su due, un conto una su dieci, o no? Quanto si accorcerebbero i tempi se si intervenisse sulle tratte a terra? A spanne, molto di più e spendendo molti meno soldi.
  7. Tempi e costi di costruzione finali. C'è mai stata una "grande opera" per cui in Italia alla fine si è speso quanto si era detto e ci si è messi il tempo che si era detto? E perché mai dovremmo credere che in questo caso si sfuggirebbe alla regola della moltiplicazione? Infatti, uno dei rilievi della Corte riguarda proprio la levitazione delle cifre rispetto al progetto in fieri, che non dimentichiamo è di vent'anni fa. E Salvini ha la faccia tosta di parlare di "natura politica" dei rilievi.
  8. Garantito duecento anni!!!! Un'opera che costa quanto una mega-manovra fiscale, e i suoi alfieri si vantano di garantirne una tenuta che magari a loro sembra lunga, a confronto delle loro miserevoli vite, ma che invece andrebbe paragonata non al ponte Morandi ma a ponte Milvio. E la garanzia peraltro è a patto di costi di manutenzione il cui calcolo approssimativo è appunto un altro dei rilievi della magistratura contabile (cosa non si fa, pur di falsare il bilancio costi/benefici!).
  9. Moltiplicatore?  La mistificazione maggiore è il ricatto morale che viene perpetrato ai danni di popolazioni storicamente tagliate fuori da investimenti produttivi (che non convengano a corrotti e corruttori): "retrogradi, osate essere contrari a una pioggia di miliardi che non può non avere enormi effetti moltiplicativi e ricadute sul territorio!" Bugia! Perché agisca, il moltiplicatore keynesiano, occorrono investimenti che insistono, sul territorio dove vengono fatti: piccole opere pubbliche a deficit che diano lavoro stabile a gente del posto o che vi si trasferisce, spendendo i guadagni sul posto e così via fino a che le maggiori entrate fiscali derivate dal maggior reddito non annullino il deficit iniziale. Un circolo virtuoso in cui una megaopera del genere per sua natura non farà sfociare che i rigagnoli, la quasi totalità del flusso ripartendosi tra general contractor, vari livelli di subappaltatori, grandi e piccoli corrotti e corruttori, e maestranze in massima parte straniere che manderanno a casa quasi tutti gli introiti e andranno via appena finito. In altri termini, se gli stessi soldi di questa unica opera gigantesca venissero ripartiti in cento iniziative sul territorio, ci sarebbe si un effetto moltiplicatore enorme; dal ponte, quasi nulla.
  10. Investimenti alternativi. Ferrovie locali, strade, porti, rete idrica, edilizia scolastica, ospedali (basterebbe la riapertura e riqualificazione dei tanti chiusi negli ultimi decenni), salvaguardia idrogeologica di zone a rischio, messa in sicurezza di coste e argini, incentivi diretti alla ristrutturazione edilizia privata (no superbonus in saccoccia alle banche e ai furbi) anche in chiave antisismica, e mi scordo di sicuro qualcosa. In tutta la Calabria, la Sicilia, e perché no il resto del Sud e isole. Con effetti moltiplicatori di molto moltiplicati, ripeto. E resterebbero soldi, rispetto a questo spreco.
  11. Mafia. L'ho lasciata per ultima non per importanza, ma perché è il fattore assieme più indiscusso e meno definibile. Di certo, è quasi impossibile tenerla lontana da pozzi senza fondo come questo. Ma il fatto che sia sul proprio territorio è solo una secondaria facilitazione: la cosa vale per qualsiasi "grande opera" ovunque si faccia. E si, vale anche per le opere più piccole, ma quelle attraggono pesci più piccoli, ed è più facile controllare che vengano ultimate senza eccessive ruberie. Sulla TAV, le privatizzazioni e le megaopere in genere, come diceva Pasolini, io non ho le prove ma so.
  12. Impatto ambientale. Consideriamola un post-scriptum, anche se è una delle carenze più pesanti rilevate dalla Corte. Per chi ama quel territorio, magari perché ci è nato, non è facile digerire lo scempio di due pilastri alti centinaia di metri e larghi decine, poggiati su colline vere o artificiali che siano, più decine di chilometri di raccordi stradali e ferroviari poggiati su altri pilastri non giganteschi ma numerosi, perché l'altezza del ponte (che dovrebbe essere sufficiente al transito delle mega navi, per non fare chiudere il porto di Gioia Tauro) è tale che con le rampe bisogna partire da lontano, coi treni da lontanissimo. Basta questo a chiudere la questione, i dettagli sono tanti ma sono in aggiunta. Tutto questo se lo finiscono e se resta in piedi. Perché visti i punti precedenti la cosa altamente più probabile è che vedremo per decenni un cantiere aperto e poi per secoli i resti di un cantiere chiuso di un qualcosa di mai ultimato o peggio ancora i ruderi di un qualcosa di ultimato e crollato per una delle ragioni di cui sopra, dai terremoti al vento allo scadere dei due secoli di garanzia. Un impatto ambientale colossale, uno scenario che si spera almeno sia da monito all'umanità, ammesso che questa si faccia davvero ammonire da qualcosa a non ripetere i propri errori.

Voglio chiudere con un ricordo personale, perché questo in fondo è un diario e perché spesso l'ultima parola in questioni serie la ottiene la risata. L'ironia, la satira, possono sgretolare il Potere, anzi spesso sono le sole forze a riuscirci o almeno a incrinarlo.

Mio papà Pepè fu protagonista, nel suo piccolo, dell'epopea delle radio libere negli anni 70. Certo, a Reggio Calabria, anzi nella frazione di Gallina, non a Bologna Roma o Milano, ma basta accontentarsi. Io gli andai a rimorchio, e ancora oggi mi vanto di avere nel curriculum di essere stato DJ, anzi come si diceva di avere "trasmesso in radio", dal 1979 al 1984. Ma nel 1976, ero piccolo, mio padre prese a telefonare a Radio Gallina Sound interpretando in diretta una serie di personaggi, figli credo come ancora oggi tanti di Alto Gradimento di Arbore e Boncompagni ma suoi originali, che gli valsero l'invito a passare dall'altra parte del bancone del mixer (vi sarebbe rimasto per vent'anni). Me ne ricordo bene due, vi giuro esilaranti: Gustavo, un omosessuale appassionato di culinaria col pallino per il pescestocco, e il professore Paolo Missineo, un saccente pieno di prosopopea che chiosava ogni suo intervento, di qualunque argomento si fosse parlato, col suo tormentone: "il ponte sullo stretto sarà fatto!". E raccontava che per sponsorizzarlo si faceva ogni giorno lo Stretto a nuoto andata e ritorno da Cannitello a Ganzirri.

Pontisti, pontofili: una risata vi seppellirà.

sabato 21 dicembre 2024

CARO BABBO NATALE

Chi mi segue lo sa, che sono un miscredente e non credo in nessun essere superiore figurarsi in uno vestito di rosso dalla cocacola che prima era vestito di verde perché come molti altri americani veniva dall'Irlanda dopo aver fatto il giro di mezza Europa ma in fondo era San Nicola di Bari e non era nemmeno di Bari perché era moro. Dopo aver visto mio nipotino piangere per aver scoperto che sotto la barba finta c'ero io vestito strano, ho deciso che non avrei ripetuto quelle pantomime con mia figlia, alla quale fin dalla più tenera età inoltre ho raccontato la storia vera di Santa Klaus, padre degenere che non sono altro (lo so che qualcuno di voi lo sta pensando, e metto le mani avanti).

Ma dopo aver visto la pubblicità di quel nonno che la bimba gli chiede ma i nonni non scrivono a babbonatale e lui risponde certo che si e scrive caro babbo natale vorrei passare più tempo con la mia nipotina e lei lo aiuta a recapitare la letterina e di fatto esaudisce il suo desiderio, siccome non sono ancora nonno anche se anagraficamente potrei, e siccome mia figlia è entrata in quella fascia d'età che i genitori li si calcola poco e io devo solo aspettare che passi tentando di mantenermi vivo e magari decentemente, ma soprattutto siccome con l'età ci si commuove di più non solo coi bei film ma anche con i brutti spot, ho deciso che quest'anno avrei scritto la mia letterina anch'io. Anche se non so cosa chiedergli.

E già perché man mano che ti accorgi che la strada davanti è ormai molto più corta di quella dietro, e il fenomeno tende ad accentuarsi, scopri di avere sogni diciamo così sempre più "conservativi", del tipo mantenere la salute o cose del genere, e quello è il massimo di ottimismo che ti concedi. Certo, resta valido il meraviglioso verso di Vecchioni in Sogna ragazzo sogna ("la vita è così grande che il giorno prima di morire pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire"), ma per quanto sia vero e potente, perché proiettarsi nel futuro è l'unico modo reale che abbiamo di attingere in qualche modo all'immortalità (e perché se no si farebbero imprese memorabili, si farebbero i figli, si amerebbero le storie comunque le si raccontino?), si tratta di una forma di autoinganno che continua, nonostante sia consapevole, per non avere alternative. E allora vai sullo spicciolo: niente sogni grandi, meglio concentrarsi sulle piccole cose.

Solo che anche così la lista sarebbe così lunga che l'ufficio stampa di Babbo Natale la scarterebbe, eppoi lo sanno anche i bimbi più piccoli che nella letterina una cosa, bisogna mettere, anche se te ne vengono in mente tante, che se no quello è pure anzianotto e non ce la fa. Vediamo un po'... vorrei che quelli che pensano che la pace sia qualcosa dove vinciamo noi e il cattivo perde fossero i soli a patire le conseguenze di una escalation... no, troppo ambizioso. Allora vorrei che quelli che ci hanno rinchiusi in casa arbitrariamente per non avere ammesso che erano stati proprio loro a strangolare la sanità pubblica e che era quello il solo motivo per cui non ce la si faceva a fronteggiare un'influenza un po' più seria del solito fossero processati e rinchiusi in galera buttando le chiavi... no, troppi correi, non basterebbero le carceri, anche tenendo fuori i corrivi. Allora i diritti economici fondamentali, il ponte sullo stretto, la TAV che poi persino la sigla è arbitraria, la logica delle privatizzazioni e gli affari dietro di esse... no, ci vuole una cosa più precisa. Mi aiuto con un filmato:

Ecco, vorrei che quelli che credono a questo filmato, e quelli che lo hanno realizzato, e quelli che stanno dettando la linea che si vede chiaramente tra le righe, fossero davvero costretti per tutta la vita a spostarsi solo tramite un treno regionale, meglio del centro-sud ma va bene anche quelli del nord, perché non possono permettersi un'auto di quelle supercare che saranno le sole a poter circolare, né tantomeno una casa abbastanza vicina al lavoro da poterci andare in bici sulle costosissime e trafficogene ciclabili costruite per i privilegiati residenti. Così, anche per provare sulla loro pelle cosa vuol dire impiegare tre ore per un tragitto che in macchina ce ne vuole una, tutti pigiati uno sull'altro fin dalla banchina o dal mezzo pubblico preso per raggiungere la stazione, detestarlo, e sapere che la loro condanna è non uscirne mai fino a che campano. Che dici, Babbo, si può fare?

sabato 9 settembre 2023

LIBERI?

C'è un verso di Giovanni Lindo Ferretti  (che proprio oggi compie 70 anni: auguri!) di una bellezza atroce, nella splendida canzone In viaggio, fa:

Consumano la terra in percorsi obbligati i cani alla catena, disposti a decollarsi per un passo inerte più in là.

I cani domestici sono frutto di selezioni e incroci lungo migliaia e migliaia di anni, ma tutte le razze da qualche parte dentro mantengono qualcosa del lupo o del coyote, che assalivano i gruppi umani per mangiare, prima di imparare a servirli. Così, la stessa bestia che ti implora sotto al tavolo per un ciccetto, e non si sogna minimamente ti saltarci sopra per prenderselo (come farebbe un gatto se solo ti distrai un secondo, ma il gatto ha tutta un'altra storia), se solo gli metti una catena al collo e te ne vai comincia a percepire la limitazione di libertà e valicarla diventa bisogno primario.

Così è per noi (basta bloccare con un abbraccio troppo stretto i movimenti di un bimbo per verificarlo), e chi ha interesse a renderci sudditi lo sa benissimo, per questo le catene nel corso della storia si sono sempre più virtualizzate, dissimulate fino a renderle irriconoscibili. E il fenomeno ha subito un'accelerazione negli ultimi decenni, proprio come la curva della popolazione mondiale: la democrazia è infatti tanto più realizzabile quanto piccole sono le comunità in cui la si voglia applicare, e nella misura in cui esiste un "fuori" da queste comunità (le donne, gli schiavi, i barbari) da sfruttare per accrescere o quantomeno mantenere la ricchezza su cui la comunità si fonda. La globalizzazione (ma i BRICS ne sono una costola o un grimaldello?) questo ha fatto: portato dentro questo fuori, o meglio mischiato dentro e fuori in un recipiente più grande, cosicché l'azione politica che sarebbe stata necessaria (e che io stesso all'inizio ho creduto avrebbe svolto l'UE) cioè blindare il modello di sviluppo eurooccidentale per trasferirlo gradatamente fuori (ad esempio, accettando di commerciare solo con chi concedeva un livello di diritti economici e personali compatibile) è diventata presto impossibile (svelando presto, purtroppo ancora agli occhi di pochi, che non è che si è mancato di difendere il progetto ma invece proprio che il progetto era uno opposto).

Ma la libertà non è soltanto minacciata dall'evoluzione delle catene (l'ultimo modello di catena? lo smartphone, esatto...), è anche vittima di un processo di negazione valoriale, che ha trasferito omeopaticamente nel senso comune l'annacquamento, lo straniamento e lo svilimento del concetto. Così oggi chiamiamo libertà l'accrescimento di possibilità in questioni più superficiali, concesso proprio per farci digerire senza nemmeno accorgercene la diminuzione reciproca in questioni essenziali. Siamo liberi di sposarci tra uomini o tra donne, ma sposarsi o comprarsi casa o fare un figlio diventano sempre più fuori dalla portata di qualsiasi coppia non ricca, etero o gay che sia. Anche perché il lavoro inteso come parte fondamentale e centrale della vita di ognuno e della sua identità, oltre che come mezzo di sostentamento stabile e affidabile, è in via di completa sparizione, e hanno pure la faccia tosta di presentarci la cosa come progresso. Intanto, in cronaca abbiamo l'ennesimo esempio di disastro attribuibile, come causa prima, allo smantellamento del settore pubblico e alle esternalizzazioni: alle FS dei miei avi non c'erano schiavi ma operai assunti dallo Stato e salvaguardati, certo non spinti ad agire in spregio non dico alle norme di sicurezza ma alla più elementare logica. E fuori dalla cronaca l'elenco di episodi simili è talmente lungo da non essere necessario: basta la memoria di ciascuno di voi, anche il più distratto.

D'altro canto, invece, dimentichiamo quanto e come una serie di altre cose a cui teniamo siano stringi stringi da ricondurre proprio al concetto di libertà. Senza una prospettiva di sostentamento economico nel tempo (che non vuol dire necessariamente "posto fisso", ma anche ad esempio "persistente sovrabbondanza di opportunità"), infatti, la libertà di effettuare qualunque tipo di scelta di vita resta mero enunciato teorico. Senza automobili private il diritto alla mobilità torna, dopo una finestra di soli pochi decenni, ad essere privilegio di pochi (mezzi pubblici davvero efficienti e ridondanti, tra cui delle ferrovie statali che non possano abbandonare in quanto antieconomica nessuna tratta o stazione periferica, risolverebbero il problema solo rispettivamente per le grandi città e i centri medio-piccoli, non certo a livello capillare). Senza cultura, o se preferite grazie all'analfabetismo di ritorno progettato decenni fa e realizzato prima tramite la TV commerciale poi tramite i telefonini, anche la libertà di progettazione della propria esistenza viene vanificata, perché chi non sa non può, ma mentre chi sa di non sapere può imparare chi crede di sapere non imparerà mai, e i nostri figli oramai per qualsiasi cosa chiedono a google come prima opzione, come possono non uscirne omologati?

A proposito, racconto un episodio che chiarisce in qualche modo il concetto. Ad inizio "pandemia"  (ma siamo sicuri sia finita? il fatto che fosse statisticamente infondata è piuttosto garanzia che possa venire invocata a piacimento...) vengo invitato ad un webinar da un amico, che poco tempo prima del primo lockdown mi aveva onorato di leggere l'incipit del mio ultimo libro ad un incontro di presentazione, giù a Reggio. Forse presupponeva che condividessi la narrazione dominante, o perlomeno non immaginava che il mio dissenso fosse così totale, fattostà che quando esso emerse l'incontro fu concluso rapidamente, ma non prima che io avessi modo di indurli ad esplicitare uno dei corollari dietro quella narrazione: approfittando del fatto che uno degli altri partecipanti viveva in Svezia, gli chiedo come andavano le cose in uno dei pochi Paesi che avevano impostato le cose in modo diametralmente opposto, alla spirale liberticida che allora peraltro era appena iniziata. Il corollario era "gli italiani non sono svedesi", cioè non sono un popolo di adulti evoluti che possono essere lasciati liberi di decidere ciascuno per se, confidando nel senso di responsabilità e nel sentimento di collettività di ciascuno, ma sono un popolo "bambino" che in quanto tale deve essere guidato, a comportarsi virtuosamente, altrimenti non lo farà. Il luogo comune, che nemmeno si applica bene ai bambini e ai ragazzi veri (i quali invece vengono su responsabili in relazione diretta a quanto si ha il coraggio di responsabilizzarli precocemente), è un sentimento fascistoide che tanto danno ha fatto e che stupisce di aver visto così diffuso in persone sedicenti di sinistra. Per le quali la libertà non è un valore in se, dunque, ma un premio da ottriare a chi se lo meriti.

Finisco qui il mio sproloquio, e vi lascio con un paio di link di approfondimento, in linea con l'ultimo paragrafo:

  1. Stefano Re, ovvero i dossi stradali come metafora;
  2. Maurizio Blondet, ovvero hanno già deciso che dovremo fare a meno di auto, carne e latticini, e sono già passati dalle strategie di persuasione al terrorismo psicologico sul cambiamento climatico, alla fine l'obbligo sarà lo step "naturale".
E che cos'è la libertà, se come al solito piuttosto che chiarirvi le idee ve le ho confuse, ve lo faccio dire da uno che parla bene...

domenica 27 novembre 2022

QUI NON SI MUORE MAI

Chi mi segue sa che non sono un tifoso di calcio, ma di basket, e in particolare di quella Viola Reggio Calabria i cui colori sociali sono tra l'altro una costante nelle palette delle varie grafiche che questo blog ha vestito nel corso degli anni (ma mi sono spinto ben oltre, nella vita, e taccio per pudore).

Il titolo di questo post è il motto di quella squadra, coniato decenni or sono mi pare da un suo storico capitano e playmaker (ma potrei sbagliarmi, sono benvenute precisazioni a commento), che non smette mai di venire dimostrato dalla cronaca, che poi va a rimpinguare la storia. Vado a memoria (omettendo per brevità la maggior parte dei nomi, che vi giuro potrei recitare a rosario). Un ragazzo reggino che gioca a pallacanestro muore giovane, il fratello magistrato per perpetuarne la memoria compra la squadra in cui giocava, la chiama Piero Viola come lui, e la porta nel giro di soli diciassette anni dai cortili in mattonelle rigate delle scuole (anche la mia) ai parquet della serie A, facendo innamorare per sempre migliaia di ragazzi dell'epoca tra cui il sottoscritto.

In città non c'è un palasport adatto, per non perdere il titolo sportivo lo spostano a Catanzaro, tanto che per mesi alla Domenica Sportiva daranno i risultati della "Banca Popolare Catanzaro", ma nel capoluogo la squadra neroarancio non l'hanno mai vista: il giudice Viola è riuscito a erigere in estate un palazzetto prefabbricato omologato per la massima serie (destinato negli anni a seguire a ospitare anche il doppio del pubblico rispetto alla capienza, peraltro), struttura che tra l'altro è ancora li, fondamentale per lo sport di base cittadino.

Quasi subito arriva il salto in serie A1, da dove retrocede subito, in una delle poche stagioni con ben quattro retrocessioni, al quartultimo posto grazie a una pastetta tra Brescia e Varese, che attendevano la fine dell'incontro tra Reggio e Roma per inscenare mentre noi festeggiavamo la salvezza una megarimonta impossibile dei bresciani (peraltro in vantaggio negli scontri diretti per solo un punto, mezzo canestro, dopo aver giocato un bel tratto di partita in sei contro cinque: giuro, c'ero, tra gli altri ad urlare agli arbitri di fermare il gioco). Pochi giorni dopo, la morte torna a giocare il suo ruolo di leitmotiv: il giovane padovano Massimo Mazzetto, protagonista tra l'altro della suddetta vittoria contro il Messaggero e già nel giro della nazionale, scavalcando un muretto per rincasare precipita per qualche metro e muore. La strada oggi porta il suo nome.

Lo stesso il giudice fa crescere la società, per programmarne la crescita e la stabilità, e arrivano gli anni della massima gloria con campioni su campioni (tra cui un Kobe Bryant bambino) a vestire la maglia neroarancio e un impianto incredibile da 9000 posti sempre strapieno di pubblico, ma purtroppo la crisi internazionale dell'estate 1992 arriva proprio a rendere onerosissimi i contratti in dollari di alcuni di questi, e in una realtà economica come quella del meridione d'Italia il salasso è difficile da assorbire. La squadra però è talmente forte che può vincere il campionato, e allora magari attirare un qualche nuovo partner societario dal nord, chissà. Gli infortuni di Garrett e Volkov frenano la corsa peggiorando il piazzamento nella griglia dei playoff, ma rientrano a tempo per giocarli, e superata la Benetton ai quarti le avversarie in semifinale e finale sarebbero state squadre ampiamente surclassate durante l'anno; ma nell'incontro decisivo coi trevigiani la schiacciata vincente di Garrett viene giudicata fuori tempo massimo (era sulla sirena, rivisto milioni di volte: un furto come quello di Milano su Livorno per lo scudetto a qualche anno di distanza) e la Viola viene eliminata. Una sliding door che ci toglie lo scudetto, la partecipazione alla Coppa dei Campioni l'anno dopo e poi chissà che altro, e ci porta invece a un lento scivolamento di risultati fino al fallimento del 1997 (vicenda oscura mai chiarita del tutto, peraltro, e raccontata in un docufilm). Ma nemmeno stavolta si muore: interviene Santo Versace (fratello di Gianni, che da ragazzo ci aveva giocato), e grazie a Bologna che accetta di rinviare un incontro consentendo il riassetto societario la squadra può iniziare un nuovo ciclo.

Stavolta i campioni ce li andiamo a scovare da giovani, e dalla A2 torniamo rapidamente in A1 a giocarcela per lo scudetto grazie tra gli altri al più grande di tutti: Manuel Ginobili. Visti gli occhi del ragazzo al suo esordio, era facile preconizzare per lui gli anelli NBA che avrebbe vinto (e l'oro olimpico della sua Argentina, con mezza squadra che aveva giocato a Reggio). Contro la Virtus nei playoff, però, si fa male Montecchia, e passano loro. Portandosi via Ginobili, con cui l'anno dopo vinceranno tutto, già però "scelto" da San Antonio. E' un altra sliding door, il campionato successivo è una salvezza risicata, ma la società è sana e l'estate successiva attira un nuovo compratore. Non sapremo mai se la scommessa di Barbaro, che aveva ripreso Recalcati e contrattualizzato l'allora numero uno d'Italia Carlton Myers, talmente certo del suo grosso sponsor che quando questo tardò a pagare si accinse ad anticipare di tasca, sarebbe stata o meno vinta: l'imprenditore venne immediatamente interdetto legalmente su iniziativa dei familiari, e la società fu di nuovo li li per sparire.

Eravamo col lutto nel cuore, quando si materializzò un nuovo compratore, ma senza più i tempi tecnici per allestire una squadra per l'inizio del campionato. La prima si giocava a Roma, e la Viola si presentò a palaTiziano con giocatori letteralmente contrattualizzati a gettone negli autogrill lungo il tragitto. La vidi perdere 114 a 48, ma ero felice. Mentre veniva costruita, la squadra continuava a perdere: 13 volte a fila, mi pare. Ma a fine anno sfiorò i playoff. E l'anno appresso li fece, ancora una volta eliminata in gara 5 dei playoff ai quarti di finale da Treviso, che recuperava con l'aiuto degli arbitri un meno 7 a pochi secondi dalla fine. Altra sliding door, altra spirale negativa che si avviava, culminando nel 2007 in un nuovo fallimento. Dopo 24 anni consecutivi di serie A, non c'è nessuna Viola iscritta in un campionato di basket.

Comprando un titolo di B due anni dopo, la Fenice risorge ancora, e tornata in serie A2 per una serie complessa di combinazioni e ripescaggi, dopo qualche anno di sofferenza riesce addirittura ad allestire una compagine in grado di dominare il campionato e candidarsi ai playoff da favorita. Ma a gennaio si scopre che la fidejussione presentata nel luglio precedente in quanto necessaria per iscriversi al campionato era fasulla, e a nulla vale la denuncia del proprietario nei confronti del fidejussore truffaldino con contestuale peraltro copertura integrale dell'importo in contanti: la federazione rifiuta i soldi, mette sub judice la squadra consentendole di completare il campionato, peraltro dominando in casa e fuori, e poi le commina prima dei playoff esattamente i punti di penalizzazione necessari a mandarla in B. 34. L'avesse penalizzata subito, di un numero di punti ragionevole, persino di 32, la squadra almeno avrebbe potuto evitare la retrocessione a forza di vittorie. E perché avrebbe dovuto farlo? Perché esiste il principio per cui le pene nello sport (e non solo) si comminano in base a norme ("edittali") preesistenti al momento del reato, non in base ad un obiettivo per non poterlo legittimamente perseguire direttamente. E perché in molti altri casi analoghi era stata riconosciuta la buona fede della compagine sportiva, destinataria al massimo di una multa, semmai riservando la squalifica al dirigente colpevole. Ma la Viola deve morire, non è mica Misery. Alla fine, la proprietà molla l'osso, cedendo il titolo a Barcellona Pozzo di Gotto. Sarà la fine?

No: Coppolino, l'acquirente, non potendo per alcuni debiti pendenti della società precedente di quella città fissarvi la sede del titolo acquistato, decide di lasciarlo a Reggio, e vi inizia a costruire una squadra idonea a tornare subito in A2, ricevendo a parole il pieno sostegno delle amministrazioni cittadine (tra l'altro, proprietarie degli impianti, palazzo e centro sportivo con foresteria), mentre altre due società con Viola nel nome tentavano parimenti di muovere i primi passi (con la vecchia Scuola basket Viola, mai ceduta dalla società madre, fanno quattro viole, praticamente un'aiuola). Il personaggio, forse discutibile e infatti discusso, una volta constatata la vanità delle promesse di sostegno, toglieva il disturbo neanche due mesi dopo, rimettendoci di suo e lasciando però il titolo e la squadra allestita nelle mani della città. L'anno trascorreva tra promessi acquirenti e sponsor che comparivano e sparivano, mentre miracolosamente la squadra arrivava alle semifinali dei playoff, prima di chiudere bottega.

Ma durante la stessa estate 2019, la Pallacanestro Viola del Supporter Trust, in parte figlia di una delle tre altre viole dell'estate prima, riparte dalla serie C, la domina fino allo stop da Covid, e a fine anno acquista (ancora) un titolo di B: prima stagione interlocutoria, seconda già playoff, ma sempre soltanto raccogliendo spiccioli tra tifosi sostenitori e piccoli sponsor locali, tanto che di nuovo a fine campionato scorso pare non ci siano risorse per reiscriversi. Anche perché nel frattempo le istituzioni cestistiche hanno una pensata diabolica: mettono le squadre siciliane e l'unica calabrese nel girone non delle regioni confinanti, come era sempre stato per la logica considerazione che nei campionati minori bisogna consentire alle squadre di limitare i costi delle trasferte, ma in quello del lombardo-veneto, decuplicandoli. Chissà, avranno pensato che tanto che devono prendere l'aereo che gli cambia, come se avessero il jet personale e non si dovessero affidare a voli di linea in una città dove i lowcost non sono mai arrivati e nemmeno tratte diverse da Roma e talvolta Milano hanno mai retto più di tanto. O forse avranno pensato che muoiano, sti terroni di mmerda che ancora pretendono di giocare nei campionati nazionali di basket.

Ma la squadra miracolosamente viene allestita, seppur con ritardo enorme, e anche con elementi di livello (un paio proprio fuori categoria). Naturale che all'inizio perda, contro squadre che si allenano assieme da mesi: una due tre, sei volte. Alla settima, qualcuno comincia a scoraggiarsi, chiedendosi se ancora ha senso il motto di cui al titolo, se così si onora la memoria del mito Viola. Ma chi invece ha buona memoria, al punto ad esempio di essere in grado di scrivere un post come questo di getto senza quasi consultare il web (salvo che per fornirvi qualche link), sapeva che siamo venuti fuori da serie di sconfitte ben maggiori, che prima o poi anche questa sarebbe finita e la fenice risorta ancora. Infatti all'ottava si vince, ironia della sorte aiutati proprio dal fatto (quando si dice le armi a doppio taglio...) che i poveretti ospiti del Lumezzane in volo per Reggio sono stati dirottati a Brindisi e hanno dovuto raggiungere il Pentimele da lì in pullman (se siete del nord, non avete idea della strada), forse, ma non importa. E magari la prossima si perde, ma non importa. Intanto la Viola rivive, anche stavolta: qui, non si muore mai.

martedì 1 novembre 2022

NOLEGGIAMI QUESTO, 'TACCI TUA!

Lasciate ogni speranza, o voi che uscite...

Il giorno dei morti (e non Halloween, ma la festa ancestrale festeggiata ovunque, a Reggio ad esempio coi morticeddhi, biscotti di zucchero e cannella a forma di ossa di morto) è perfetto per un post con un titolo così, in romanesco, alla "quanno ce vò ce vò", con gestaccio implicito.

Si tratta, come diceva Totò, di un esipodio personale, ma che riguarda tutti e potrebbe essere accaduto o accadere a tutti. Non vi dirò il nome della compagnia perché non voglio fargli pubblicità gratuita ("parlate male di me, ma parlatene", diceva Lui) e perché temo che non sia molto diverso con qualsiasi altra. Una delle frottole più di moda è che la mobilità privata, la proprietà di un'automobile per intenderci, è fuori moda, contro l'ambiente, fornisce patente di egoismo e inciviltà, e tutto sommato manco conviene più, viste le comodissime ed ecofriendly alternative. Se avete anche voi la ventura di vivere in una grande città, o anche solo se vi ci siete recati per vacanza, avete visto anche voi torme di bici a pedalata assistita e soprattutto di monopattini elettrici sfrecciare silenziosi nel totale dispregio di ogni regola di logica elementare, prima ancora che di codice stradale: se ti sfragni con uno di quei cosi, infatti, ti giochi la faccia, se ti dice culo, se no la pelle. Ma per non passare da passatista, sopporto cristianamente, benedicendo tra me e me di avere ancora la fortuna di potermi permettere una vecchia macchina a gpl e sperando che non riescano a inventarsi qualcosa per farmela togliere prima degli ottant'anni, o comunque prima che io mi rincoglionisca del tutto. 

Vi racconto però la mia disavventura personale con una bici elettrica, cui ho avuto la bella idea di ricorrere pensando "perché no? magari faccio prima che con l'autobus". Dovete sapere che a Roma (ma se ci vivete lo sapete già) spostarsi coi mezzi pubblici è un mezzo inferno nella direttrice periferia-centro o viceversa, mezzo perché magari scomodi e stretti ma vi muovete in tempi tutto sommato accettabili (sempre peggio che con la macchina, ma con questa al centro non ci potete passare, e comunque dovete parcheggiarla...), ma è letteralmente impossibile tra periferie limitrofe, a meno di non accettare l'idea che è meglio far finta che siano diametralmente opposte e passare per il centro. Una volta guardavate la cartina e pensavate "cavolo, sta qua, con la macchina ci impiegherei cinque minuti, passerà un autobus prima o poi che mi porti dalla prenestina alla tiburtina!...", prima di bestemmiare per mezz'ora fermi alla fermata; oggi avete le app che ve lo dicono prima, che c'è quel tale autobus che passa tra tredici minuti (che diventano venti) poi vi lascia alla metro fate un tratto e con un pezzetto a piedi tra quaranta minuti siete arrivati, che poi è quanto ci impieghereste a farvi tutto a piedi, ma la macchina l'avete appena lasciata dal meccanico - è vecchia, non è strano - e mentre andate alla fermata eccola la, la bici elettrica!

Insomma, con tutta questa gente che le noleggia non può essere così difficile, e magari tra un quarto d'ora sto a casa che anche in smartworking l'orario di lavoro lo devo fare, dai. Installare l'app è un attimo, un po' più macchinoso fornire i dati della carta di credito, peraltro con quel minimo di friccico al culo che a noi anziani ancora ci viene sempre in questi casi (e si, anche noi compriamo cose online, e abbiamo studiato i numeri primi e sappiamo cosa significa "crittografia end-to-end", ma tant'è, la diffidenza non è mai troppa diceva mio nonno e i nonni hanno sempre ragione), ma... fatto: aggiusto il sellino, inforco la sella, e via anch'io verso il futuro!!!

Parto da vicino Villa Gordiani, attraverso la Prenestina, e proprio sulla Serenissima (che ha il guardrail a separare le carreggiate, ciascuna con tre corsie per senso di marcia: dettaglio importante per il seguito), proprio mentre comincio a godermi il viaggio senza fatica e a pregustare l'arrivo in tempi paragonabili all'auto privata, prima di poter pensare "hai visto che avevi torto, retrogrado che non sei altro?!", l'accrocco si spegne. In salita. Avrò fatto in tutto trecento metri, mica sarà che ho preso un veicolo scarico? e che sfiga, mi sa di si, va beh, pazienza, qui c'è la fermata dell'autobus, pago la corsa lascio la bici e consulto l'app per i tempi d'attesa. Peccato che il problema non era la carica, era che uscendo dalla zona di copertura del servizio il veicolo si spegne, si, ma quel che è peggio è che non ti consente di chiudere la corsa e pagare. Intanto, il "tassametro" gira, e se cedessi all'impulso di disintegrare l'accrocco a calci e morsi l'app comunque mi prosciugherebbe il plafond mensile della carta, forse. Tornare indietro per riguadagnare la zona in cui almeno posso chiudere la corsa? E come, contromano in una specie di autostrada urbana, che col guardrail raggiungere l'altro senso di marcia è impossibile? Inforco la bici, e con enorme fatica (non ha le marce e con quella batteria pesa più di un Boxer, quindi molto più di un Ciao - questo ammiccamento vintage per capirlo dovete avere cinquant'anni minimo, o cercare sul web aggiungendo Piaggio) faccio la salita sperando di poter inforcare al più presto, e magari senza venire impietosamente arrotato, un varco nello spartitraffico per fare inversione di marcia; poi ho un'illuminazione: la zona di servizio forse è frastagliata, magari si allarga vicino alla metro, e la stazione di Pietralata sarà un chilometro avanti, oramai che mi trovo, che sarà mai...

Tutto sudato, e meno male che non piove, arrivo vicino alla metro B e - cavolo, avevo ragione! - il motore riparte. Dai che magari arrivo a casa, penso, ma non faccio nemmeno in tempo a finire di formulare mentalmente la frase che si rispegne. Stavolta almeno c'è un marciapiede bello largo alla mia destra, torno indietro su quello, e appena si riaccende parcheggio, e per uscire da quell'incubo rientro nell'app. Mi rompe ancora un po' il cazzo dicendomi che non posso lasciare il veicolo in quella posizione (chissà, forse arriva a percepire la distanza dagli edifici ma non la larghezza del marciapiede), ma insomma spostandolo un po' verso il muro, 35 minuti dopo averla aperta, la corsa la chiudo. Poi compro un biglietto, prendo la metro, e torno a casa. A piedi, sarei arrivato prima, meno stanco, meno sudato e molto meno incazzato: mi toccherà pure allungare la giornata lavorativa in uscita, ma pazienza, mi è capitato per motivi peggiori.

Ma la storia non è finita. L'app del noleggio non mi dice affatto quanto ho pagato, ma tanto ho l'app della banca e presto lo saprò, e comunque che vuoi che sia una mezzoretta di noleggio... Minchia!: 5 euro e 42 centesimi, cui per calcolare il costo totale dell'operazione occorre aggiungere 1,50 di biglietto e fa quasi 7 euro. Contro 1.50 se avessi aspettato direttamente l'autobus, o 10 centesimi circa se avessi avuto la mia macchina. E abito lungo la linea B della metro, non a Torbella o a Cordiale: chissà quando le magnifiche sorti et progressive della mobilità 2.0 saranno disponibili anche per chi vive laggiù... Per ora sono offlimits anche per chi vive in semiperiferia, quindi riservate a chi si muove in centro o zone limitrofe, e a prezzi che a farlo tutti i giorni giusto chi è talmente benestante da vivere li se li può permettere, avendo inoltre il gusto di potersi atteggiare a ecologista difensore dell'ambiente. Il proletario ancora è costretto ad andare a gasolio, che in certe periferie romane l'isolato appresso è a un chilometro figurati quelli dopo, e allora che lo pagasse caro, sto privilegio, passatista che non è altro...

L'episodio raccontato può far sorridere, ma non è che un tassello del mosaico che hanno progettato per noi, anzi (gli ultimi a ricordare un mondo diverso spariremo dalla circolazione in un paio di decenni: nulla...) per le generazioni future. Niente auto di proprietà solo noleggi di vario tipo, niente casa di proprietà solo affitti temporanei e se sei solo condivisi, niente soldi in tasca solo una o più carte anzi nemmeno solo lo smartphone, niente lavoro fisso solo tanti piccoli segmenti di similschiavitù variamente inframmezzati da periodi di disoccupazione se va bene a sussidio (niente malattia nè ferie pagate peraltro), niente pensione che poi lavorare fino a vecchi è pure meglio ci si mantiene attivi, niente scuola pubblica tanto chi vuole sapere qualcosa gli basta googleare e i ricchi già non ci andavano più. Tutto questo, lo dico a chi ci dovesse trovare del positivo (è una malattia di moda, il pensopositivismo), rende il singolo "spegnibile" in un click e ogni resistenza inutile (come i Borg di Star trek) e anzi impossibile da praticare, E il peggio è che il piano è tutto alla luce del sole, altro che complottismo: infatti, te lo prospettano già in ogni dove, ovviamente tradotto in modo da sembrare magnifico, come in ogni ideologia che si rispetti. Li mortacci loro.

domenica 2 ottobre 2022

GAS-OLIO

L'efficacissima immagine è di Movmag
Per la rubrica "forse non tutti sanno che...", che chi ama l'enigmistica ha capito e gli altri si informino, due spigolature che fanno scopa anche se magari all'inizio non sembra:

  1. il prezzo dei carburanti è solo in parte determinato dal costo industriale più il margine di guadagno di tutta la filiera. Una parte decisamente minoritaria, inferiore al quaranta per cento. Avete capito bene: senza le accise e l'IVA un litro di benza costerebbe 70 centesimi. E anche un litro di gasolio. E vi dirò di più, anche un litro di GPL. Ovviamente, centesimo più centesimo meno.
  2. le tasse non hanno (solo) la funzione di rimpinguare le entrate dell'erario in modo da rendere possibili le uscite (anzi, secondo il dimenticato keynesismo sarebbe il contrario: permettono il funzionamento del moltiplicatore facendo rientrare le spese a deficit che appunto moltiplicano il reddito dei cittadini), hanno anche la funzione sociale di indirizzare i consumi verso prodotti ritenuti più accettabili di altri, tassando gli ultimi in maniera più onerosa dei primi.

Il combinato disposto di questi due fattori potrebbe rendervi ragione dell'imparpagliamento che provate in questo periodo quando vedete il prezzo del gasolio sopravanzare alla pompa di un buon dieci per cento quello della benzina, dopo decenni in cui era vero il contrario, e anzi in misura maggiore. La guerra in Ucraina può influire, infatti, solo sul prezzo industriale, che abbiamo visto pesa molto meno della metà (GPL a parte), e inoltre marginalmente perché non è da li che arriva il petrolio (il metano in parte si, ma questo è un altro discorso: i prezzi volano, anche di quello che non viene da la, perché oggi vengono determinati sui mercati finanziari, come peraltro anche quelli di quasi tutto il resto, prodotti agricoli compresi - è cioè speculazione fin dall'inizio). Ho detto potrebbe perché sarebbe logico, in tempi di in cui l'ambientalismo è di moda (e come tutto ciò che è di moda, è solo esteriore), che uno Stato responsabile e serio, una volta appurato che il gasolio inquina più della benzina, usasse la leva fiscale per scoraggiarne l'utilizzo. Ma sono tempi in cui la logica non sta di casa, per cui serve un supplemento d'indagine, da cui si scopre che da un lato ammettono che le accise sul gasolio NON sono state ridotte meno di quelle sulla benzina e restano più basse, e dall'altro chiamano in causa il gioco domanda/offerta (quindi la guerra), dimenticando che questo può influire sul prezzo finale molto modestamente.

Arriviamo al punto solo se rammentiamo il perché, le accise sul gasolio sono sempre state storicamente più basse: la benzina serve sostanzialmente solo alle auto private, il gasolio o a chi con la macchina ci lavora e fa tanta strada (girando più lento, il motore diesel consuma meno e dura almeno il doppio) o ai camion o ai pullman o alle industrie o alla piccola produzione elettrica. E questo era anche prima, poi e solo poi i costruttori si sono inventati le diavolerie necessarie a fare andare diesel anche le auto di tutti noi. Prima che si iniziasse ad attaccarne il potenziale inquinante, dimenticando che il particolato è solo un fattore, l'unico a sfavore del diesel, mentre i consumi minori, la durata maggiore, la robustezza fanno si che calcolando bene, uno che deve percorrere tanti chilometri inquina il pianeta molto meno se usa per dieci o più anni la stessa turbodiesel che se si compra ogni tre anni l'ultimo ritrovato in materia di ambiente (per costruire il quale serve acciaio, petrolio per le plastiche, eccetera eccetera, e oggi anche metalli rari per le costosissime batterie, anche dimenticando che in qualche modo bisognerà produrla tutta quella elettricità che faticosamente accumulano). Se dunque si voleva intervenire sulle accise in modo da continuare a far valere le ragioni storiche per cui il gasolio deve costare meno della benzina, bisognava, ammesso che le teorie sul costo industriale siano vere, agire sulle accise in maniera diversificata in modo da continuare a privilegiarlo. Se non lo si fa, quindi, è solo perché non si vuole. E perché non si vuole, visto che il maggior inquinamento è tra la balla totale e la percentuale difficile da calcolare e comunque minima?

Per rispondere è sufficiente scorrere la cronaca degli ultimi tre anni, fatti di gente chiusa in casa e attività economiche fatte fallire a migliaia. Per non volere affrontare una cosiddetta pandemia di nemmeno un ordine di grandezza superiore alle normali epidemie influenzali senza investire in deficit immediatamente e senza indugio in tutte quelle strutture sanitarie e procedure farmaceutiche che potevano combatterla senza causare sofferenze ulteriori alla popolazione e alla società civile. Poi, se uno pensa e dice che erano queste ultime l'obiettivo e la prima è stata solo presa a scusa per poterle attuare, gli si appiccica il bollino di complottista e lo si emargina. Sta di fatto, che con la scusa della guerra si moltiplica non solo il prezzo del gas, ma anche quello della luce anche se non è che le centrali vadano a gas, e anche quello dei carburanti in genere, e non solo anche del gasolio più della benzina (il che fa pensare che il GPL sia una soluzione solo fino a che non vogliono disincentivare pure quello). L'ineffabile UE che per trent'anni ci ha inflitto manovre asfittiche per contenere l'inflazione, non è minimamente in grado di fermare l'inflazione esogena, e nemmeno di adottare una strategia comune per l'energia (che poi era quella per cui era stata concepita all'inizio), con i tedeschi che come al solito però ai propri cittadini gli aiuti li varano eccome.

Dovete stare a casa. Un'auto con sette-ottocento chilometri di autonomia, che consuma poco e dura tanto, non la potete avere più. Una piccola impresa che vi da da vivere dignitosamente nemmeno. Questo è l'input, che se non l'hanno già fatto lo sussurreranno anche all'orecchio della Meloni: non avete scampo. I vostri figli non sapranno nemmeno che il lavoro è un diritto, anzi il primo: senza il quale nessun altro ha senso. Non è detto nemmeno che potranno riuscire a mantenere quella casa di proprietà che faticosamente gli avete lasciato, ammesso che ci siate riusciti. Ma intanto ci dovete stare, tanto c'è Glovo e la payTV e gli smartphone, che uscite a fare? Solo, a diciannove gradi e risparmiando corrente. Questo è il piano per l'Europa occidentale in genere, e per l'Italia in particolare. La storiella del denaro come bene scarso è appunto una storiella. La storia che c'è dietro ve l'ho raccontata già altre volte, ma mi sa che prima o poi ci torno...

P.S. Nel caso vi fosse venuto il dubbio, non ho un auto diesel. Anni fa sono passato a un usato a gpl, ma forse ora l'usato a gasolio si troverà a prezzi convenienti, magari ne approfitto...

sabato 25 aprile 2020

LIBERAZIONE? MAGARI...

Esatto: gira gira, non è che una enorme palla di mmerda...
Niente, il post definitivo sul coronavirus deve ancora aspettare: cresce come una palla di scarabeo stercorario, ed ha già superato le dimensioni compatibili con la soglia dell'attenzione anche dei lettori più interessati e pazienti. Facciamo che intanto vi butto li cosette più fruibili e legate all'attualità, e poi vediamo.
Oggi è il primo 25 aprile, dopo quello in cui avvenne la cosiddetta Liberazione dal nazifascismo, che si celebra senza gente nelle piazze. Sono riusciti anche ad attuare quello che è stato per decenni il sogno di alcuni nostalgici.
Guardate cos'è andato a scovare Diego Fusaro
tra i tweet del 25 aprile dell'anno scorso...
Chissà se l'anno prossimo torneremo a cantare Bella ciao saltando (perché chi non salta Berlusconi è) assieme nelle piazze e spingendoci l'uno con l'altro per arrivare primi al panino con la salsiccia! Sono scettico, c'è una nuova classe di sciacalli che ha assaggiato il sangue del potere (come in una sorta di replica in grande del famigerato esperimento di Stanford) e non lo mollerà facilmente: intanto nella fase 2 si potrà fare solo ciò che si può fare con guanti e mascherina e a due metri di distanza (scordatevi di andare a ballare o assistere a un concerto nel vostro solito localino), poi arriva l'autunno e se non vi vaccinate (di un vaccino che non servirà a niente, perché intanto il virus sarà cambiato) e non vi fate tracciare (l'app Immuni, o quella che sarà, farà le funzioni del giuramento di fedeltà al Duce, vedrete: preparatevi a perdere il lavoro, se non la installate e così accettate anche il rischio di venire arbitrariamente separato dai vostri cari) siete fuori dal consesso civile o quello che ne resta, ma occhio che hanno già messo le mani avanti e dichiarato che la pandemia con l'autunno potrebbe riproporsi, e anche se non fosse, visto che i numeri, nonostante i pompaggi e le manipolazioni statistiche, continuano a restare assolutamente all'interno di uno scarto statisticamente normale rispetto a quelli delle influenze di tutti gli anni, se l'anno prossimo faranno o non rifaranno la stessa manfrina dipende solo da un fattore: se avranno il potere o la voglia o l'interesse di farlo. Perché se e quando lo avranno, una qualsiasi influenza produce dei numeri sufficienti da consentirglielo. Ma ricordatevi una cosa, ficcatevela in testa: se lo avranno, è perché glielo avete lasciato voi. I nostri avi, quelli che il 25 aprile lo hanno fatto, avrebbero messo in gioco la vita pur di non consentire a chicchessia di sopprimere quelle libertà personali che avevano messo in gioco la vita per conquistarle.
Oggi si può solo sognare, di arrivare in piazza e ascoltare qualcuno che dice la verità. Quei quattro gatti, tra cui mi arrogo di annoverarmi pur avendo dimensioni infime, che hanno continuato a farlo in questi due mesi sono stati o ignorati o derisi o tacitati, con preferenza verso quest'ultima opzione ovviamente per quelli che avessero un'audience potenziale meno che irrilevante, come è il caso della webTV di cui vi mostro un estratto in fondo. Ma la controinformazione in toto raggiunge lo zero virgola della popolazione, l'informazione ufficiale tutto il resto, e quando è monocorde come mai si è vista (come in questo caso), si può solo sorridere beffardamente quando proprio quel TG che si fa pubblicità con "le notizie sono una cosa seria" titola sul proprio sito "morto Sepulveda, l'autore di Cent'anni di solitudine" (sic!), ma per il resto ad ascoltarla col cervello acceso ci si fa il sangue acqua, dalla rabbia.
Ad esempio, dopo i balletti sul MES, avete tutti sentito in tutti i TG che finalmente l'Europa cambia e sgancia (quanto hanno detto?) 500 miliardi di Euro. Ebbene, non è vero. Non si tratta di quello che servirebbe: erogazioni a fondo perduto. Sono prestiti (che peraltro avremo dal 2021, quando i soldi cash ai danneggiati servirebbero oggi, anzi ieri) che dovremo restituire. E intanto dobbiamo rimpinguare il relativo fondo, indovinate come: conferendogli soldi e quindi aumentando il nostro debito. Conte, coi suoi proclami trionfali a reti unificate, per vederlo sbugiardato dobbiamo andare a sentire un TG tedesco. Perché? Perché la linea del rigore verso di noi in Germania porta consensi, la Merkel è rifiorita. O muore l'Unione Europea o muore l'Italia, ecco cosa sogno io: sentire questa frase da un politico in un telegiornale. E' vero da sempre, ma ora è evidente. Solo che dobbiamo sperare che lo dica Macron, perché da noi il monoblocco è granitico e ingloba pure i grillini, che erano arrivati al 33% anche grazie al dichiarato euroscetticismo. Avessimo avuto uno Stato sovrano, avremmo speso qualche decina di miliardi nella sanità negli anni passati, anziché demolirla, ma bastava anche attrezzarsi come si deve da dicembre a marzo per essere in grado di gestire le polmoniti (che poi forse sono embolie ma una volta partita la fabbrica della Verità è difficile pure cambiare rotta in corsa - chissà se lo hanno almeno letto il rapporto "eretico" dei 735 medici dell'Anpas) senza un solo giorno di lockdown generalizzato. Quindi senza distruggere economicamente e socialmente il Paese.
Oggi leggete di deficit oltre il 10% e rapporto debito/PIL al 155%, e siamo solo alle prime stime. Ieri, se ve lo ricordate, il governo gialloverde ha rischiato di cadere perché osava passare dal 2% al 2,5%. Abbiamo ancora L'Aquila e Amatrice rase al suolo, perché non si poteva spendere in deficit. Quanti eravamo a dire che invece si poteva, e anzi si doveva, varare una manovra in deficit intorno al 10% per salvare l'Italia, e se la UE non ce la consentiva bisognava uscirne nottetempo senza annunci e senza esitazione? Oggi arriviamo a quei numeri, ma attraverso il calo del denominatore: un drastico abbattimento del PIL causato da un fermo assurdo che per alcuni tipi di attività si protrarrà, per altre avrà ripercussioni esiziali, e molte le ha già uccise. Invece si doveva e si poteva arrivarci per la strada opposta, l'aumento del numeratore: una spesa in deficit per investimenti fatta l'anno scorso, massiccia, avrebbe causato un aumento del PIL di alcune volte tanto (il famigerato moltiplicatore keynesiano), quindi l'abbattimento di deficit e rapporto debito/PIL per maggior aumento del denominatore, senza contare l'effetto diretto sull'abbattimento del deficit del corrispettivo aumento delle entrate fiscali. Cose che leggete da anni, su queste pagine e su quelle di pochi altri siti più grossi di questo, ma mai su un giornale mainstream.
Allora, se uno sospetta che lo hanno fatto apposta, ad approfittare di un virus influenzale un pochino più pericoloso della media, per finire di distruggere la piccola e media impresa italiana, svuotare il concetto stesso di democrazia, e creare le precondizioni per aggredire il risparmio degli italiani, quel qualcuno non è un complottista, secondo l'etichetta di comodo inventata per screditarlo (si fa da sempre, con i nemici), è solo uno che ancora ragiona. E complottista in italiano dovrebbe voler dire colui che i complotti li fa, non chi cerca di scoprirli e sventarli. Ebbene, è ora che in Italia lo si dica ad alta voce, quello che i mitteleuropei tra loro se lo dicono da anni: che gli italiani sono troppo ricchi, tra soldi da parte e questo vizio della casa di proprietà. Hanno fatto l'eurozona apposta per impoverirci, stringi stringi. Ma ognuno ha diritto di fare i propri interessi, il problema sono i collaborazionisti italiani che glielo hanno consentito, ingannandoci per anni, così da tenerci fermi mentre ci inchiappettavano. Qualcuno comincia già a redigere delle liste: sarebbe da loro, che bisognerebbe liberarsi.
Gli ultimi traditori di una fila troppo lunga sono proprio i parlamentari grillini, accodati docilmente ai piddini nello sfacelo in cronaca. Fino a ieri mi chiedevo: come è possibile che tra di loro non ci sia almeno qualcuno con un briciolo di dignità? Oggi, grazie a Byoblu, uno di quei siti che il Ministero della Verità prima o poi chiuderà, ho saputo che non è così. Ed è un bel 25 aprile, se mettete l'audio al massimo e vi gustate questo intervento alla Camera di una eletta col M5S uscitane per restare fedele a se stessa:

In evidenza

DEFICIENZA, NATURALE

Dell'argomento AI ne abbiamo già parlato come di uno di quei pericoli gravissimi verso i quali sarebbe opportuno porre argini non appen...

I più cliccati dell'anno