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sabato 25 ottobre 2025

LO SPORT DEL DIAVOLO

Non so chi abbia definito per primo il tennis come "lo sport del diavolo", ma la definizione piace ad Adriano Panatta tanto che la cita ricorrentemente, e io che ho iniziato a giocare per emulare lui (e tra l'altro l'aspetto migliore del fenomeno Sinner è la torma di ragazzini che ha preso ad invadere i circoli di tennis per la stessa ragione) non posso non farla mia, visto che i suoi commenti tennistici e sportivi in generale mi trovano quasi sempre d'accordo.

La ragione principale per cui la definizione è calzante risiede nel sistema di punteggio. Ce ne sono altre, ma sono comuni ad altri sport individuali "di situazione", come la boxe o la scherma, in cui l'azione è un continuo e veloce miscelarsi di azioni fisiche e pensiero (fin qui come molti altri sport) che però deve adattarsi di continuo e rapidamente alla risposta di un altro che usa lo stesso mix per batterti. Non corri contro un cronometro, non devi centrare un bersaglio, lanciare qualcosa più lontano o resistere in qualcosa a lungo e facendo prima di altri, eccetera eccetera, no: devi "fare punti" contro un altro che deve "fare punti" contro di te, nessuna azione è uguale all'altra, la situazione è in continuo cambiamento, ed è solo tua la responsabilità della lunga serie di scelte giuste o sbagliate che prendi durante un incontro. Gli sport a squadre hanno altri pregi, e anzi anche tutti gli altri tipi di sport hanno ciascuno il suo, non sto facendo a chi ce l'ha più lungo. Ma gli sport "a duello" hanno questo pregio, ed il tennis lo è. Poi però c'è il punteggio.

Ho visto in TV una partita in cui una professionista vinceva 6-0 5-0 e match point, e poi ha perso la partita. E non è che si è fatta male, no. E' che il sistema di punteggio, che non si sa nemmeno bene chi e quando lo abbia introdotto (gli antenati del tennis sono antichissimi, dalla pallacorda indietro, ma il punteggio a 15 potrebbe essere conseguente all'invenzione degli orologi a quadrante), è congegnato in modo che tu non sia mai sicuro di aver vinto finché non hai vinto l'ultimo punto. In altri sport non è così: a pallone se sei 4 a 0 avanti e mancano pochi minuti hai vinto, a basket già è più incerto ma fino a un certo punto (se sei avanti di venti, man mano che si avvicina la fine puoi far giocare i ragazzini), a boxe se sei nettamente sotto ai punti puoi solo sperare di mettere KO il tuo avversario ed è già qualcosa, perché a scherma invece devi rimontare non puoi infilzarlo. A tennis invece... Roger Federer a fine carriera ebbe a dichiarare: "Ho vinto quasi l'80% delle partite di singolare... Ma ho vinto solo il 54% dei punti.". E stiamo parlando di uno dei giocatori più vincenti di ogni tempo, per altri grandi campioni si può dire che i punti vinti restino attorno alla metà, mentre le partite vinte non sono quante Federer ma sempre molte di più della metà. E tutto ciò grazie al fatto che i "quindici" non sono tutti uguali, conta vincere quelli che contano. Infatti, spesso nelle statistiche di fine partita mostrano anche il totale dei punti vinti, e nelle partite combattute molto spesso capita che chi ha vinto il match non sia quello che ha vinto più punti. Faccio un esempio non estremo (che si può capire: se vinco 0-6 7-6 7-6 ho vinto due tiebreak ma solo 12 game su 18, quindi facile che ho fatto meno punti): ho vinto 6-4 6-4, ma i miei game li ho vinti sempre con due vantaggi (quindi 6 punti a 4) e quelli che ho perso li ho persi sempre a zero; come minimo, il mio avversario ha perso facendo 80 punti, mentre io ho vinto essendomi fermato a 72. Non so voi, ma io la vedo come una efficacissima metafora della vita, una cosa che apprenderla sul campo mentre ragazzino ti confronti impietosamente con te stesso prima che coi tuoi avversari non può che far bene.

Sinner dunque sta facendo un grande servizio ai ragazzi italiani. E lo fa anche se ogni tanto salta una convocazione in Davis. Chi ne approfitta per fare polemiche, come l'ineffabile Vespa, dimentica che il paragone non va fatto con le "mezze pippe" per cui la convocazione in nazionale è il massimo della vita, ma coi grandissimi della storia del tennis, cui il nostro roscio appartiene di diritto; ebbene, Federer su 45 convocazioni ha risposto si in 27 occasioni (vincendo peraltro il trofeo solo una volta) e no in 18, Djokovic sta solo un filo più su (37 si e 20 no) e Nadal molto dietro (24 si e 32 no). Sinner, se ancora non cambia idea, è solo al suo secondo no, di una serie lunga si spera quanto quella di titoli slam e settimane al numero uno, i conti li faremo alla fine. Queste semplici considerazioni razionali non impediscono al tifoso di essere deluso e magari sperare in un dietrofront. Magari dettato dalla semplice considerazione razionale che uno sforzo di una settimana in più stavolta non è richiesto quando dopo hai altri tornei importanti, ma esattamente prima delle ferie, che per carità anche vista la giovane nuova fidanzata è pure comprensibile volersele godere un minimo prima di iniziare la preparazione per la nuova lunga stagione, ma insomma non credo che la vittoria all'Australian open (e meno che meno nei tornei successivi) dipenda da qualche giorno di differenza nell'inizio dello "stacco". Diciamo così, ancora con Panatta: io tutto sommato uno sforzo lo avrei fatto.

Ma torniamo a noi. C'è almeno un altro senso per cui vale accostare questo sport a Belszebù, e ha a che fare col dottor Faust. Il tennis, infatti, a differenza di altri sport, si può praticare fino ad età avanzata, come sa bene chi ha continuato a frequentare i circoli nei decenni tra l'era Adriano e l'era Yannik, o ci si affaccia di mattina, gustandosi lo spettacolo di fieri vegliardi che si sfidano e sfottono in doppietti improbabili. Ora, nella mia testa ogni tanto lampeggia il desiderio che se proprio devo morire che sia dopo un punto fortunoso ottenuto con una volée in tuffo, e ancora sono solo un ultrasessantenne (ho conosciuto e conosco molti over 70 80 e oltre che ancora giocano): non so se capita anche ad altri, ma suppongo di si. La vecchiaia, come spiega il grande Massimo Fini in questo articolo, è un pessimo affare, ma avere la fortuna di poterla trascorrere su un campo da tennis la rende meno dura. E più invecchio più capisco mia madre, il cui tennis si chiamava "campagna", che ha continuato a zappare la terra irrigarla seminarla e coglierne i frutti fino a oltre 85 anni, e ha iniziato a morire solo quando un incidente le ha tolto la condizione fisica minima necessaria a poter proseguire.

domenica 8 settembre 2024

NE PARLIAMO DOPING

Non guardo le paralimpiadi. Nonostante nutra una grande ammirazione per chi si impegna a travalicare i propri limiti, a giocare al meglio con le carte che ha anziché lamentarsi di quelle che non ha, di cui chi ha a che fare con menomazioni di qualunque origine è un formidabile esempio, e quindi le paralimpiadi possano essere intese come una testimonianza utile a tutti su come vada intesa la vita, non ce la faccio. E non è per emotività, è proprio che un conto è arrivare col ragionamento a capire l'importanza di una cosa, un conto è essere attratti da uno spettacolo oggettivamente avvincente.

Viviamo tempi complicati, per avventurarsi in ragionamenti come questo: il rischio è che ti ritrovi immediatamente abile e arruolato nei retrogradi razzisti sessisti insensibili, come nei complottisti se osi discutere i dogmi del cambiamento climatico o della pandemia. Ma pazienza, perderò un altro paio di lettori, come sapete tutti col blog non ci faccio un centesimo altro che camparci. Il tennis è un buon esempio di partenza: lo pratico da una vita, è una delle poche cose che guardo in TV regolarmente, e le rivendicazioni di stampo femminista sulla retribuzione delle atlete risalgono agli anni settanta (riguardare La guerra dei sessi, storia vera di come tutto cominciò) e sono in buona parte state accolte. Ma giustamente: da qualche decennio, una partita di tennis femminile di alto livello può essere altrettanto godibile e anche esprimere contenuti tecnici di pari livello se non superiore (a volte tirare troppo forte è un limite da questo punto di vista). Prima, però, e anche adesso lontano dal vertice, non era così: se non giocava la Navratilova, rischiavi di annoiarti, come oggi con la Osorio, per dire, a furia di lunghi scambi fatti tutti di mezzi pallonetti.

Sul tennis torno dopo, parliamo di basket e pallavolo. Perché la pallavolo femminile è altrettanto spettacolare di quella maschile, e invece la cosa non è vera per la pallacanestro? Perché le donne nel volley giocano con una palla diversa e la rete più bassa, e in questo modo riescono ad eseguire quasi tutti gli stessi gesti tecnici dei maschietti, mentre nel basket a parte la palla leggermente più piccola è tutto uguale, e la differenza di fisicità si traduce purtroppo in un livello tecnico nettamente inferiore. Pensate un po', secondo me nel calcio il ragionamento si capovolge: la tecnica si vede meglio e più nelle donne, talmente esasperato è l'aspetto fisico negli uomini (ma se ne accorge solo chi ha l'età di ricordare il calcio di prima del pressing e del gioco corto).

Spero che questi esempi bastino, a sgombrare il campo da equivoci. Poi, magari arriveremo a stabilirlo per legge, che gli atleti diversamente abili devono percepire gli stessi emolumenti degli altri, ma questo non basterà a rendere le loro competizioni ugualmente attrattive per telespettatori e quindi sponsor. E anche per me: ci capito, penso le migliori cose di ciascuno degli atleti, poi però cambio canale. Ma cambiamo discorso.

Qualche tempo fa un corridore con le protesi ai piedi, tale Pistorius, prima di finire in galera per aver ammazzato la fidanzata, arrivò a competere a buon livello coi normodotati. La sua parabola interruppe l'esperimento, voglio sperare sia perché le autorità sportive abbiano compreso l'enorme rischio sotteso alla cosa: con il progresso tecnologico, quanto ci vorrebbe a realizzare delle protesi tali da battere regolarmente chi corre con piedi umani? E anche quando si imbrigliasse la tecnologia con delle regole, quanto potrebbe reggere questa briglia a cospetto del sospetto interiore di ciascuno sportivo costretto a confrontarsi con chi potrebbe partire avvantaggiato?

Questo semplice ragionamento dovrebbe fare premio su altre tematiche "di moda". Oramai è rimasta quasi sola, la creatrice di Harry Potter, chissà forse avere immensi patrimonio e popolarità aiuta ad avere coraggio, a dire fuori dai denti che no, non può essere ammesso a gareggiare con le donne chi prima gareggiava (e pure con successo) da uomo, solo perché nel frattempo si è sentito di dover cambiare sesso. E no, non per sessismo, semplicemente per salvaguardare la possibilità di competere delle donne "vere". Lo stesso ragionamento doveva essere utilizzato per escludere la pugile algerina: è donna, per carità, ma avere cromosomi e livello di testosterone da uomo le dà un vantaggio. O estromettiamo lei e tutte quelle come lei, o aboliamo l'antidoping e magari riabilitiamo le atlete della DDR (anche questa per capirla devi essere anzianotto...).

E torniamo al tennis, parlando del caso che riguarda il tipo che vedrete sullo sfondo di questo blog fino a luglio prossimo (cambio grafica una volta l'anno, ormai è tradizione), che oggi si gioca il titolo agli US open. Ieri sembrava che scadessero i termini per l'appello avverso alla sua sentenza di assoluzione, ma vista la giungla di norme sigle e gente che ci campa con questo carrozzone non si sa mai. E mi trovo a ribadire un concetto che espressi addirittura in uno dei primissimi post di questo blog, oltre sedici anni fa: bisogna smetterla di ragionare nello sport professionistico di doping e antidoping, ma parlare di medicina dello sport e fare tutto alla luce del sole. Gli atleti in genere, figurarsi se di vertice, hanno bisogno di essere trattati con una attenzione dedicata che non sia clandestina, e pazienza se certe sostanze o pratiche che fino a un certo punto si pensava innocue e benefiche poi si scopre che facevano male, quando succede si vietano e si cerca altro. Che poi è la stessa cosa che si fa correntemente: nella medicina, che sono più i farmaci tolti dal prontuario perché nocivi dopo essere stati di uso comune per anni di quelli in prontuario al momento, come nello sport, che è zeppo così nella sua storia di autentici miti che si prendevano più o meno di nascosto cose che poi sono state vietate e per cui magari altri sono stati squalificati. E parlo di giganti, di mostri sacri, che non voglio nemmeno nominare, ma la lista è lunghissima e vi sorprenderebbe scoprirci dentro proprio quel vostro idolo di gioventù. Per cui quelli che fanno la fine di Armstrong, o peggio di Pantani, sono vittime di un sistema che fa enne pesi ed enne misure per sua natura.

Il caso Sinner è assieme un cattivo e un buon esempio, di tutto ciò. Cattivo, perché il ragazzo è stato trovato con in corpo una quantità di farmaco vietato così infinitesima da indispettire Avogadro, altro che conferirgli un vantaggio sportivo, e per dosi così il processo non dovrebbe nemmeno iniziare. Buono, perché il fatto che il ragazzo non sia stato sospeso, o magari crocifisso, prima di assolverlo magari a stagione o a carriera compromessa, non deve essere usato, come hanno fatto tanti rosiconi e moralisti del piffero, per rinfacciargli un trattamento di favore, ma semmai per, al contrario, pretendere che da ora in poi le autorità competenti si comportino allo stesso modo per tutti. E cioè: se la dose di qualsiasi cosa è così bassa da non poter influenzare le prestazioni, il processo non cominci nemmeno. Se è più alta, si sospenda non solo il giudizio sportivo ma anche quello personale e sociale fino a istruttoria conclusa, facendo inoltre in modo che la stessa sia breve. E a regime, si faccia confluire il carrozzone dell'antidoping e quello del doping in una unica struttura che sperimenti alla luce del sole cosa si può fare per aiutare a competere gli atleti senza danneggiarli. Di modo che non ci siano vantaggi comparativi di nessuna natura, nemmeno ad esempio dall'avere un medico bravo che si inventa l'autoemotrasfusione: se e finché la medicina dello sport non comprende che fa male, la si fa a tutti. E nemmeno dall'avere un livello di testosterone che fa si che io sviti la testa con un cazzotto a chi quel livello non ce l'ha: non importa se lo assumi o ce l'hai di natura, sei fuori, o devo ammettere anche chi se lo inietta. Con buona pace dei benpensanti di vecchia e nuova maniera.

P.S. Se avevate ancora dubbi sul fatto che si tratti di un carrozzone che deve giustificare la sua esistenza, ecco le imprese dell'antidoping aggiornate a dopo la strepitosa vittoria di Jannik allo US Open...

giovedì 13 giugno 2024

SEI TU, ROMEO?

Della serie "forse non tutti sanno che", il nome Romeo, che in Italia come nome non è molto usato ma è noto a tutti grazie a un certo Scrollalanza ma come cognome è presentissimo specie dalle mie parti, deriva proprio da Roma. L'unico modo per fare i turisti quando non esisteva il turismo, infatti, era fare i "romei", cioè scarpinare fino a Roma per chiedere il perdono per i propri peccati, percorrendo perlappunto la via Romea, se venivi dalla Germania anzi praticamente dalla Danimarca, oppure la via Francigena, se venivi dalla Francia anzi praticamente dall'Inghilterra.

Quelle antiche vie sono oggi ricalcate da strade superstrade autostrade. Ma spesso sono ancora li anche gli antichi tracciati, magari sterrati, lungo e attraverso fiumi, per boschi valli e passi, e ripercorrerli in tutto o almeno in parte è diventato quasi di moda. Dove il quasi è perché non è mica facile: io ad esempio non ce la farei, anche avendone il tempo e i mezzi. Per cui, anche se lo fanno in molti, non sono così tanti da rendere probabile, statisticamente, conoscerne qualcuno. Ancora meno che questo sia un tuo amico e ti mandi pure qualche video. L'occasione non si può perdere, per pubblicare una volta tanto un post lontano dalla linea editoriale.

Ivano ha un paio d'anni più di me, buone gambe, una bici servoassistita, una videocamera, il tempo (è in pensione, beato lui), il coraggio e la visione sufficienti per decidere di partire, da solo perché nella vita è importante anche ogni tanto prendersi del tempo per stare da soli con se stessi, rifacendo praticamente tutto il tratto italiano della via Francigena. Se anche l'età non ve l'avessi detta, l'avreste dedotta dal piano di viaggio, che vi mostro così come me lo ha mandato, rigorosamente vergato a penna su un notes. Mentre vi scrivo è circa a metà tragitto, che per quanto possibile ha organizzato prima di partire, visto che certi tratti con la batteria scarica e senza essere ciclisti professionisti è difficile farli. Ma tutta l'operazione è da segnalare per lo spirito, decisamente da emulare: si viaggia, come diceva Faber (qui nella magnifica versione di Ginevra), "per la stessa ragione del viaggio: viaggiare". Conta il tragitto, non la conclusione, esattamente come per la vita.

Auguriamo buon viaggio a Ivano, guardando i suoi reportage, e ascoltandoli anche, se avete fatto allontanare i bambini, però: non sappiamo quali altri peccati abbia da farsi perdonare col suo pellegrinaggio, ma certamente qualche parolaccia si, e so che le peggiori non sono nei filmati. Forse ci verrà voglia di imitarlo, ma sicuramente lo ammireremo, ci faremo due risate, e verrà in mente anche a noi una vecchia suite dei Pink Floyd...

venerdì 6 ottobre 2023

PIPPI E I PIPPONI

Ditemi se non sono identici....
Se è vero che il tennis è uno degli argomenti ricorrenti in questo blog, anche se non tra i più frequenti, quando dedicargli un post se non in occasione del miglior piazzamento all-time nella classifica ATP di un giocatore italiano? Tanto lo sapete già, visto che sono queste le rare occasioni in cui uno sport diverso dal calcio diventa mainstream in Italia, che Yannik Sinner è diventato numero 4 al mondo eguagliando il record di Panatta del 1976: ne ha scritto praticamente ogni testata, l'ho visto persino su Il Sole 24 Ore...

Se la cosa vi ha interessato un minimo, e avete seguito qualche link anziché fermarvi ai titoli, sapete però già che Panatta prese quella posizione che era più grandicello del 22enne altoatesino oggi, e la mantenne giusto una manciata di settimane, ragion per cui, come lo stesso Adriano si affretta a prevedere (in un gustosissimo video sfoggia la sua consueta ironia), è altamente probabile che Sinner superi Panatta almeno quanto a durata a quel livello, se non in classifica proprio. Raggiungendo o superando anche quel Pietrangeli che è stato numero 3 per due anni vincendo anche due titoli dello slam a Parigi (come egli stesso sottolinea con la consueta rosica, "dimenticando" che ai tempi la classifica la faceva a manina un giornalista, e ne erano esclusi i professionisti, che fino al '69 giocavano in un circuito loro: un po' come se oggi togliessimo di mezzo diciamo i primi dieci, e il tredicesimo si sentisse in diritto di ricordare per decenni che lui è stato il numero 3 e ha vinto un paio di major ma omettendo che lo ha fatto senza i più forti avversari).

Con ciò non voglio togliere nulla ai due vecchi campioni di cui sopra: Pietrangeli già quando ho iniziato io era una "vecchia gloria" di cui ricordare le imprese e ammirare lo stile nei rari filmati di repertorio in bianco e nero che mamma Rai ogni tanto mandava in onda, magari per commentarne le gesta come CT della nazionale che vinceva la sua prima e unica coppa Davis; Panatta invece è una delle ragioni per cui noi ragazzini di allora abbiamo cominciato a giocare (la Rai non mancava mai di mandare il diretta le sue imprese, e noi lo ammiravamo - talmente bello era il suo stile di gioco - anche nei suoi ricorrenti clamorosi fiaschi) e io ancora a sessant'anni continuo, con impugnatura, serve-and-volley, slice, e panza, mutuati dall'Adriano nazionale (e un po' più di voglia di allenarmi di lui, ma è facile: lui non ne ha avuta quasi mai, e quando l'ha avuta ha vinto, e se ne avesse avuta abbastanza sarebbe stato forse numero 1 al mondo e a lungo). Ma Sinner è un'altra cosa. Sinner è:

  1. potentissimo - nonostante l'aspetto mingherlino, a dimostrare una volta in più che nel tennis la potenza è questione di leve e coordinazione, in altre parole di tecnica di esecuzione dei colpi;
  2. durissimo - il che non significa che non sia anche fragilissimo (avete presente il vetro? o il guscio d'uovo?): il suo atteggiamento serissimo in campo in contrasto con il carattere scherzoso e gioviale fuori dimostra che la sua solidità è frutto di lavoro e applicazione continui, quindi difficilissimi da mantenere sempre, e allora necessariamente talvolta gli capita una giornata storta o un momento topico che gli fa girare contro un match;
  3. giovanissimo - quindi se è fortunato (a non farsi mai male sul serio), bravo (a lavorare sul fisico), e ne ha voglia (il che non è detto, si può sempre fare la "fine" di Borg), lo vedremo ai vertici per almeno i prossimi dieci anni;
  4. tedeschissimo - per mentalità maturità serietà e quindi precocità.

Il combinato disposto di quanto sopra (e specie degli ultimi due punti) fa si che abbia ancora moltissimo margine per crescere, arrivando (anche presto) magari a vincere un Master, alcuni titoli dello Slam, e perché no anche quella coppa Davis per la quale è stato al centro delle polemiche nelle ultime settimane (tipico vezzo italico: Alcaraz, il ragazzo spagnolo ancora più forte e precoce di lui che ha battuto in semifinale a Pechino, ha dato forfait a settembre come lui e per le stesse sue ragioni, senza ricevere in patria nemmeno una piccola frazione delle critiche indirizzate qui al Nostro, e dire che la Spagna a differenza dell'Italia ha pagato l'assenza del suo campione con l'eliminazione, da finali che per giunta si giocano li quindi anche con remissione di denaro). E intanto ha vinto il torneo di Pechino battendo in finale uno con cui aveva perso sei volte su sei, dimostrando l'intelligenza di saper adattare il suo gioco quando serve: una trentina di discese a rete, quasi tutte vincenti, e senza avere la manina di Panatta. Niente male per un ragazzino che da piccolo sognava forse di essere il nuovo Alberto Tomba, vincendo come lui il trofeo Topolino di sci prima di optare per il tennis - perché, ha dichiarato, nello sci ogni piccolo errore significa gara persa mentre nel tennis si può sempre rimediare. E invece alla fine rischia di esserlo per un'altra ragione: portare un paio di generazioni sui campi da tennis, così come Tomba-la-bomba le portò sulle piste da sci, con tutto quello che ne consegue nell'indotto oltre che sul piano sportivo. Anche se per quest'ultimo poi ci vuole di base il talento, infatti, più si allarga la base più è probabile che se c'è emerga. E se no, pazienza: avremo comunque per alcuni decenni moltissimi nuovi pipponi che giocano a tennis avendo iniziato per emulare il roscio coi dentoni che proprio come Pippi Calzelunghe non si sa, secco com'è, dove la pigli tutta quella forza.

venerdì 16 settembre 2022

RICEVUTO, ROGER

Il folgorante incipit del post di Ubitennis che raccoglie
le reazioni dei sudditi all'addio del Re...
Di solito mi sottraggo ad accodarmi a lutti o congratulazioni già troppo condivise sul web, a meno di non avere un qualcosina di personale da aggiungere, perché è inutile aggiungere una goccia all'oceano. Ma sul ritiro di Roger Federer non riesco a trattenermi, perché gioco a tennis da sempre e chi gioca e/o ama il tennis semplicemente non può non amare (fino a definirlo "un'esperienza religiosa") come lo ha interpretato il campione svizzero e non essere triste perché non giocherà più, anche se prima o poi data l'anagrafe doveva capitare.

Qualche anno fa, dopo il suo ennesimo trionfo, avevo addirittura auspicato che si ritirasse da vincente, risparmiandoci di assistere a una parabola discendente (come ad esempio quella di Serena Williams, che gli ultimi anni a vederla giocare era una fitta al cuore) che avrebbe forse sporcato i ricordi. Ma non è successo: si è fatto male una prima volta (tra l'altro la prima di una altrimenti fortunata carriera: e si, ci vuole pure questo) ma quando è rientrato ha rivinto tornei anche di livello slam, e nell'ultima sua uscita ha rischiato di battere Djokovic in finale a Wimbledon, sprecando match point sul proprio servizio (è il suo tallone d'Achille, se dobbiamo trovarne uno, la mancanza di cattiveria nei momenti decisivi, rara in assoluto ma non in rapporto al livello), dopo aver battuto fior di campioni tra cui uno nostro che dopo aver preso la sveglia da lui per due anni a livello slam ha perso sempre solo da Nole, scusate se è poco. E poi si è fatto male una seconda volta, si è operato, ha tentato di rientrare, ha persino annunciato il suo rientro (in casa, e già qui tutti abbiamo pensato "per ritirarsi"), e poi finalmente il suo ritiro "in bellezza": in una squadra composta da tutti i fab four, in un evento da lui voluto qualche anno fa, snobbato dai tecnici quanto amato dal pubblico, che possiamo scommetterci farà il classico "botto" in termini di rilevanza mediatica. Con tanto stile da poter affermare che come minimo è consigliato bene.

Sullo stile in campo invece nessuno ha dubbi: magari è stato superato in qualcuno dei suoi incredibili record, ma difficilmente qualcuno di noi nella sua vita vedrà un altro giocare così bene. Così "bello". Merito, come lui stesso riconosce, di una sorta di "dono divino", si, ma non facciamoci ingannare: anche Carla Fracci ce l'aveva, e anche lei quando ballava sembrava non faticare e la cosa restituiva un senso di bellezza immediatamente comprensibile anche ai profani, ma è tutto merito della tecnica, anche la minor fatica, e che questa sembri da fuori ancora meno è il valore aggiunto della dedizione quotidiana volta a perfezionare quella. Senza contare che molto della facilità dei colpi di Federer è dovuto, e la cosa è risaputa ai tecnici anche se si nota meno di un movimento di braccio portato con eleganza, ad una velocità di piedi tipo Mohammad Ali da giovane. Ed ecco perché può incidere tanto un ginocchio non dico malandato, che quello a chiunque, ma anche solo che ti da un minimo di pensiero, abbastanza da rallentarti quel tot che fa la differenza, per quanto piccolo sia. La spiego meglio, da tennista (ma vale per qualsiasi attività complessa in cui ha la sua parte il corpo, tanto più quanto è rapido il suo svolgimento): i gesti che fai, sia che ti vengono naturali sia che li hai appresi con fatica, vanno ad alimentare una "libreria" di sequenze di movimenti che rimane a disposizione della tua mente profonda che ne pesca uno o l'altro in frazioni di secondo. Se ne hai tante, da un lato è più probabile che tu abbia quella giusta per ogni situazione, dall'altro è relativamente più lenta la ricerca in libreria. Musetti, per esempio, ha (per ora, e speriamo non per sempre) questo, come problema maggiore. Ma se hai un gioco di piedi che ti permette di arrivare ogni volta nel posto giusto una ulteriore sottofrazione prima, ecco che moltiplicata per tutti i punti un match la cosa fa la differenza tra una vittoria e una sconfitta, per tutti i match di una carriera la fa tra uno dei tanti giocatori di grandissima classe e uno che vince 103 tornei nessuno dei quali piccolo e 20 grandissimi.

Tornando al suo post di addio, chiuderei con una considerazione. L'uomo Federer è alla fin fine molto più insondabile dei suoi colleghi del triunvirato (Murray è un campionissimo, l'unico capace di tenere testa non sporadicamente ai tre quando erano al meglio, ma è un gradino sotto loro, e lui lo sa), che somigliano molto ai loro corrispettivi giocatori. Nadal sarà un pezzo di pane ma di cui non fidarsi mai del tutto, e Djokovic uno slavo irregimentabile ma a cui affidare la vita di un Paese. Federer.., Federer boh? Come tutti i "family man", non sai se non avrà mai un'amante o se invece si e povera lei. Ma quello che ci ha detto per salutarci è tanta roba, anche da rivendersi per proprio uso, non resta che rispondergli (in gergo militar/radiotelefonico) Roger: ricevuto.

P.S. Volevo chiudere il post con un video coi suoi "hot shots" ma ce ne sono troppi: vi consiglio di investire un po' di tempo a guardarvi tutti quelli che potete.

domenica 17 aprile 2022

GOTT MIT UNS

Durante la guerra fredda, col rischio dell'annichilimento nucleare sul groppone, a influenzare l'immaginario di un paio di generazioni (e io chi ero per sottrarmi? infatti...), non si era osato quello che si sta vedendo in questi giorni: la riduzione del Nemico a Criminale al punto da espellere "da tutti gli sport del Regno" le sue squadre nazionali, ed ammettere i singoli esponenti ma senza bandiere nei display o a bordo campo, e c'è già chi dichiaratamente pretenderebbe una esplicita abiura. Ora, secondo loro, e anche secondo me per il libero convincimento che mi sono fatto avendo studiato la storia e seguito i fatti, i Russi hanno ragione, mentre secondo quasi tutti gli altri hanno ragione gli Ucraini (anche se a essere precisi sarebbero Ucraini anche quelli delle regioni russofone ghettizzati e massacrati da 8 anni a questa parte dai neonazisti al potere grazie a un colpo di Stato a regia occidentale, ma lasciamo perdere): in questi casi, l'unico comune denominatore possibile è che in guerra tutti pretendono di avere ragione quindi logicamente nessuno ce l'ha tutta. Non bisogna dimenticarlo mai, nemmeno quando la guerra poi qualcuno la vince e allora riscrive la Storia in modo che risulti che la ragione ce l'aveva tutta lui. Pansa da ex comunista ci ha lucrato un bel po' sui "ragazzi di Salò", per dire...

Meglio. A voler tornare ancora più dietro, l'Italia vinse i suoi due primi campionati del mondo di calcio (si si, quelli con Vittorio Pozzo CT e Meazza e Piola in campo) quando era una dittatura conclamata che colonizzava il corno d'Africa e mandava volontari in Spagna a sostenere Franco contro il governo democraticamente eletto, e si accingeva a entrare in guerra appresso alla Germania, che pure lei si organizzò le sue belle olimpiadi in casa (si si, quelle con Jesse Owens il negro e le sue medaglie d'oro in faccia a Hitler, ci dicono, omettendo che erano in faccia anche a quasi tutti gli statunitensi bianchi e razzisti) tre anni prima di invadere la Polonia. Si fermò tutto, si, ma a guerra conclamata. Fino ad allora, i nostri atleti erano liberi di girare il mondo facendo il saluto romano al pubblico. Invece oggi le squadre russe sono fuori da tutte le competizioni da qua a fine anno e non rientreranno nemmeno la guerra finisse, e negli sport individuali ci sono dei ragazzi poco più che ventenni costretti a esibirsi col marchio dell'infamia sul groppone, pensando che il tifo contro non è solo per ragioni sportive. E infatti uno, il primo russo ad essere diventato numero 1 del mondo di tennis, ha deciso subito dopo di fermarsi per un piccolo intervento chirurgico che chissà se è vero, mentre un suo collega emergente ha inanellato una serie di sconfitte non in linea coi risultati dell'anno scorso, che forse sarebbero arrivate lo stesso (quella col nostro Sinner mi fa piacere pensare di si) ma il dubbio resta, che le dichiarazioni pacifiste peraltro male accolte dai peggiori dei colleghi restino a lavorare dentro all'anima del "cattivo".

Spezzo questa lancia a favore di Rublev (così si chiama l'ultimo, l'altro Medvedev), perché volevo criticarne un vezzo mettendo le mani avanti: non ce l'ho con lui. Peraltro, lo stesso vezzo, anche se meno carico di enfasi, ce l'ha anche Djokovic (da me difeso a spada tratta pochi mesi fa per essere stato messo all'indice per le sue scelte in tema di salute, e i tanti sportivi vaccinati nei guai gli danno ragione da un lato mentre l'andamento delle curve dei contagi glielo danno dall'altro: i vaccini anticovid non servono a un cazzo, e quindi per un principio basilare della medicina sono dannosi), e magari tanti altri in modo ancora meno visibile o addirittura intimo. Si tratta del gesto plateale di ringraziamento a gesucristo che fa ogni partita che vince. Non credo bestemmi quando perde, ma il punto è proprio questo: non sono credente, ok, ma se lo fossi sarei addirittura indignato per gesti così, altro che infastidito. Davvero, non capisco come dentro la testolina di quelli che pregano Dio di farli vincere o lo ringraziano per averlo fatto, non si affacci il pensiero appena razionale che se Dio è uno ed è il padre di tutti, negli sport dove si può dovrebbe fare pareggiare tutti, e negli altri qualcuno lo deve scontentare per forza.

Qualcuno risponderà: si va beh, prego Dio di vincere ma se non vinco lo ringrazio lo stesso, di non essermi fatto male ad esempio o comunque a prescindere (visto che comunque gli infortuni esistono, e anche le malattie e la morte, e un vero credente accoglie tutto come un dono di Dio, giusto?). Ma qui non stiamo facendo teologia, ma al massimo sociologia, spiccia. E allora viene in mente che lo sport contemporaneo addirittura nasce per essere quello che è: una metafora della guerra e della violenza che ha la funzione precipua (e per tutti: praticanti e tifosi) di valvola di sfogo omeopatica. E se è vero che tutti i potenti, tutti gli imperatori, hanno da sempre fatto marciare i loro eserciti sotto l'insegna di "Dio è con noi", inducendoli a combattere anche per avergli instillato questa convinzione, non c'è niente di strano che la cosa si sia traslata negli sport assieme agli inni nazionali. Ergo, se vogliamo davvero fermare la Guerra, estirparla dai nostri cuori e soprattutto agire in modo di estirparla da quella dei nostri discendenti, approfittiamo dell'ostracismo alle squadre russe per cancellare tutte le manifestazioni in cui gli atleti concorrono se non per se stessi o il loro club di tesseramento. Peraltro, la cancellazione dei mondiali di calcio farebbe comodo all'Italia in questo periodo, ma questa è solo una coincidenza.

Per chiarire meglio il senso di questo parallelismo che qualcuno potrebbe pensare esagerato, non c'è niente di meglio che affidarsi a un artista visionario. Per cui vi lascio con il video, con testo, di una canzone di quarant'anni fa quaranta dell'immenso Franco Battiato, L'esodo. E tanti auguri di Buona Pasqua, ma non prima di avervi ricordato che la Pasqua cristiana rievoca il martirio di Gesù avvenuto a Gerusalemme nei giorni in cui si festeggiava la pasqua ebraica, che a sua volta è la rievocazione allegorica (poveri agnelli, magari Gesù col pane azzimo e la favoletta dell'eucarestia intendeva proprio fermare "il silenzio degli innocenti" - e questa non ve la spiego) della strage dei bimbi egizi perpetrata dall'Angelo di Dio risparmiando le porte macchiate di sangue ovino dagli ebrei su indicazione di Mosè. Perché Dio è con noi e peggio per gli altri, giusto? E' vero, la Pasqua cristiana aggiunge il concetto di resurrezione (e di nuovo, solo un artista visionario come De Andrè poteva ricordarci, in Tre madri, che grazie al c... che mi sacrifico per voi e muoio se so di dover risorgere dopo tre giorni), ma voi intanto fate mente locale, magari assieme a un altro artista visionario e dissacratore come Troisi, e ricordatevi che per poter risorgere, forse, intanto dovete soffrire, e poi dovete, sicuro, morire.

mercoledì 25 novembre 2020

SAN DIEGO

Non sono tifoso di calcio. Lo ero da bambino, come tutti i maschi italiani, e come spesso capita tifavo la squadra per cui tifava mio padre. I meridionali, si sa, tifano per la squadra della propria città soltanto assieme a una squadra del Nord, perché la prima se va di lusso e gioca in serie A punta alla salvezza, se va ancora bene gioca in B, ma normalmente gioca nelle serie minori, e tu intanto devi tenere per una delle squadre che lottano per lo scudetto. Per cui circa metà dei terroni sono juventini, e gli altri metà interisti e metà milanisti. Un calcolo spannometrico, ma abbastanza attendibile. Ma solo se dai terroni togli i napoletani e limitrofi: loro a un certo punto hanno avuto lui.

Papà teneva per il Milan, forse perché gli capitò di lavorare per qualche tempo a Milano proprio negli anni in cui splendeva la stella di Gianni Rivera. Ma forse no, all'Inter c'era Mazzola e tra i due era solo questione di gusti, il livello era quello: avercene, oggi. I fantasisti, qualcuno li chiamava, i registi offensivi, i numeri 10. Quelli che con Sacchi e i suoi epigoni si sarebbero pian piano estinti, intrappolati in reticoli di venti uomini rinchiusi in venti metri. Con qualche eccezione: Baggio, Totti, qualcuno dice anche Del Piero. Messi e Cristiano Ronaldo ancora dovevano nascere, e anche ammesso che vogliamo considerarli a livello dei succitati, o di un Crujff per aggiungere un altro parametro, sono perle rare in un calcio che, sarò anziano pensatela come vi pare, è da decenni talmente brutto da non farsi rimpiangere, da chi ha deciso di seguire altri sport già una quarantina di anni fa. E poi c'era lui.

Uno che oggi ve lo avranno raccontato in mille modi in mille servizi televisivi. Non vi serve il mio coccodrillo. Forse vi sarebbe piaciuto quello di un mio amico suo tifoso che quando scrive di cose intime è molto più bravo di me, e gliel'ho pure chiesto ma nemmeno mi ha risposto. Mi piace pensare che sia per via della troppa tristezza. Quindi non vi dirò niente di Diego Armando Maradona, non sono titolato. Solo che di talenti come il suo ne nascono uno al secolo, e il Novecento ci ha dato anche Pelè è stato fin troppo generoso. Solo che purtroppo oltre che di un talento unico è stato testimonial di come non basta quello, nemmeno se ti arricchisce, se non hai la testa adatta a gestire le tue fortune (non parlo di intelligenza, come potrei, o di assennatezza, che non si può pretendere conviva col genio, parlo di quel minimo di opportunismo e di furbizia che l'avrebbero tenuto lontano dagli errori peggiori, mannaggiallui). E solo che non fosse stato così unico, e così tutto sommato breve la sua parabola, forse quelli come me sarebbero ancora tifosi di calcio. Uno sport che aveva la sua peculiarità, purtroppo perduta, nel racchiudere momenti di poesia. E chest'è.

giovedì 2 maggio 2019

FACCIO IL PILOTA

Il film di Ingmar Bergman in cui il protagonista per guadagnare
tempo sfida a scacchi la Morte è una pietra miliare della nostra
cultura, tra le più citate: persino da Vecchioni e dal sottoscritto
Il guaio del tempo che passa è che più passa più va veloce. Non ho bisogno di dimostrare questo assunto, chiunque abbia l'età giusta lo comprende al volo, e se non lo capisce è perché non ce l'ha. Ad esempio, ogni primo maggio è tra le altre cose l'anniversario della morte di Ayrton Senna, e quest'anno - non l'avrei mai detto - è il venticinquesimo. E io quell'incidente l'ho visto in diretta TV, ed ero già uomo fatto, mica come per quello di Villeneuve che me lo ricordo pure ma ero un ragazzo e non so spiegarvi come ma me lo ricordo diversamente, come se il registratore che abbiamo in testa funzioni come i supporti esterni, che riguardare un vecchio super8 un vecchio VHS o un vecchio DVD non è la stessa cosa, a cominciare dal fatto che capisci che epoca era prima ancora di entrare nel merito delle immagini...
Il Dio dei piloti è morto, se ricordo bene, perché qualcosa si è rotto nell'avantreno della sua auto impedendogli di sterzare e mandandolo a sbattere contro un muretto, al che un bullone si è staccato da qualche parte sparandosi verso il suo cervello, attraverso la visiera del casco e il bulbo oculare. Il giorno prima durante le prove era morto un altro pilota, e pare che ne fu molto scosso lo stesso Senna, ma fu solo dopo la morte di quest'ultimo che le cose cambiarono (e per sempre, se pensiamo che da allora ad oggi c'è stato solo un altro morto in pista) nella sicurezza della Formula 1, quindi al Nostro va ascritto anche questo merito postumo. Tra gli altri acquisiti in vita: ché per molti è il più grande di tutti i tempi anche se il destino gli ha impedito di diventarlo anche per le statistiche, dal momento che proprio quel giorno vinse la sua prima gara uno che dominerà a lungo riempiendone tutte le caselle.
A dire il vero non so se ancora oggi tutti i record sono ancora di Michael Schumacher, perché non seguo più le corse, e non perché le fanno in quelle pay-TV che non mi avranno mai, ma perché sono diventate nel tempo sempre più noiose, col fattore umano progressivamente ridotto all'insignificanza.
E non mi muove a parlare una nostalgia senile, ma una di un qualcosa che non c'è più e valeva tanto, lo dimostra la mole di produzione artistica di ogni tipo relativa alla figura del pilota di automobili (ma non solo), cavaliere moderno, nocchiero su ruote, semidio omerico in continuo bergmaniano dialogo con Nostra Signora dalla Grande Falce.
Ed eccovi il vostro fedele blogger che, come capita ogni tanto, vi fornisce anziché un elenco di link a noiosi testi di approfondimento, una serie di brani musicali di qualità da scoprire o riscoprire. Così celebriamo assieme questo venticinquennale da una tragica scomparsa, ripensando a quello che è stato e a quello che poteva essere e non è stato. Come sempre in questi casi.

venerdì 26 aprile 2019

LASCIATECI FOGNARE

A uno che si fa chiamare Fogna, disinnescando con l'autoironia gli sfottò, si può
perdonare di averlo visto troppo spesso in campo con un linguaggio corporeo a
dir poco irritante, ora però vince pure (immagine tratta dalla gallery di Ubitennis)
Torno a postare dopo una decina di giorni, tempo biblico per la Rete ma pazienza: dal blog non ci ricavo un centesimo e a giudicare dalle statistiche di lettura non siete in tanti ad averne sentito la mancanza, e non solo per il megaponte. Per un rientro soft, parlo di sport, e di quello che pratico, dato che la cronaca finalmente me ne dà occasione.
Come tutti saprete, infatti, nei giorni scorsi un italiano ha vinto un torneo tennistico di primaria importanza, anche se non uno dei primi 4 (detti "slam" perché una volta la gente bene giocava sia a tennis che a bridge) per cui attendiamo dal 1976 di Panatta, e meno male che nel frattempo ci hanno pensato le donne. Inoltre, subito dopo, è arrivata l'ufficialità in merito all'assegnazione alla città di Torino delle ATP finals nelle 5 edizioni dal 2021 al 2025: è il "Masters" maschile, la "finale" tra i migliori 8 dell'anno solare, insomma non proprio uno slam ma quasi. Si tratta di due eventi importantissimi, per gli amanti dello "sport del diavolo".
Fognini che vince a Montecarlo, infatti, potrebbe avere effetti nel medio/lungo termine ben più significativi di quelli di breve termine relativi all'interesse mediatico e social. In Italia più che altrove, infatti, funziona quel meccanismo di traino per cui negli anni 80 eravamo tutti sciatori appresso a Tomba-la-bomba: ecco perché chi vi scrive gioca ancora a tennis nonostante abbia 55 anni suonati e 2 ginocchia malandate, perché quando era ragazzo c'era un certo Panatta che vinceva a ripetizione, anche se molto meno di quanto il suo immenso talento gli avrebbe consentito (ma più, grazie proprio a quel talento, di quanto la sua scarsa voglia di sacrificarsi in allenamento avrebbe permesso a chiunque altro), attorniato da comprimari di tale livello che quell'Italia andò in finale di coppa Davis per cinque volte (anche se ne vinse solo una, che meriterebbe un post a parte, magari vi faccio un post-scriptum) in sei anni. Tra parentesi, gioco ancora, nonostante eccetera, anche proprio perché adotto lo stile di gioco di Adrianone, attaccando appena posso sia sul servizio che in risposta, cosa che richiede tocco e rapidità ma accorciando comunque la durata degli scambi alla fine risulta molto meno usurante. Ora, proprio Panatta ha dichiarato che la sua contentezza per la vittoria italiana è aumentata dall'aver visto uno che gioca di tecnica e fantasia prevalere su uno (si riferiva alla semifinale vinta strapazzando Nadal) che se gli capita di giocare "senza intensità è poca roba". E Sua Maestà Roger Federer sempre in questi giorni ha dichiarato che gli piacerebbe vedere almeno 20 dei top 100 scendere regolarmente a rete. In ogni caso, è possibile che se l'esplosione definitiva di Fognini, pur così tardiva (il nostro è trentaduenne...), dura abbastanza (...e ha una capoccia che magari al prossimo torneo perde da una pippa al primo turno) da inglobare in un ciclo unico quella di uno o più dei ragazzi che si stanno segnalando nel frattempo (più che Cecchinato, che ancora deve convincere di non essere una meteora, direi Berrettini, e almeno uno tra i due teenager Sinner e Musetti, ma magari dietro l'orizzonte c'è anche qualcun altro), il tennis italiano potrebbe registrare un nuovo boom di praticanti, dopo l'onda innescatasi negli anni 70 di cui ancora la cresta domina, infestando i campi di 50/60enni in attesa del "largo ai giovani".
Anche perché nel frattempo arriva il master a Torino. Provo a spiegare ai profani e agli antigrillini per partito preso la differenza con le Olimpiadi a Roma. Le olimpiadi moderne sono state almeno da Atlanta in poi un autentico bagno di sangue per città e Paesi che le hanno ospitate, avendo comportato interventi costosissimi per costruire strutture usate venti giorni e quasi sempre abbandonate subito dopo, risultando però un enorme affare per chi ha organizzato le prime e per chi ha realizzato i secondi: lobbisti di politica sportiva e grandi costruttori che infatti sono sempre in agguato appena fiutano l'occasione. Viceversa, le ATP finals si giocheranno in una struttura già esistente (anzi, ridandole senso prima che si deprezzi, non avendo ospitato sport dopo l'hockey olimpico se non occasionalmente) per almeno cinque edizioni, rispetto alle olimpiadi costando una frazione e generando per un multiplo ricadute sia economiche che sportive. Si tratta, infatti, di un evento di cui si parla in tutto il mondo per tutto l'anno, non solo nell'imminenza dello svolgimento e non solo tra gli addetti ai lavori o tra gli appassionati di tennis.
Detto che la concomitanza di ospitare in Italia il master maschile per un lustro e di avere finalmente un pacchetto di tennisti che possono vincere tornei non può che far crescere il numero di ragazzini che giocano a tennis, ci si potrebbe chiedere allora perché chi non è già un appassionato di tennis dovrebbe essere contento, della cosa. Provo a spiegarlo, anche se comprendo di non essere certo un osservatore neutrale e quindi predichiarando di esprimere solo un mio personalissimo parere, partendo da lontano. Premesso che qualsiasi sport svolto con costanza e applicazione fa bene a chiunque, e direi più allo spirito che al corpo, bisogna distinguere innanzitutto tra sport di squadra e sport individuali. In entrambi contano la tecnica e la preparazione atletica, ma i primi privilegiano valori come mettere la propria individualità al servizio del collettivo, sentire la responsabilità di gruppo e di ciascuno verso il gruppo, comprendere il proprio ruolo come parte di un meccanismo il cui funzionamento ottimale deve essere sempre tenuto presente come obiettivo da ciascuno e di tutti, sennò si perde anche se tu giganteggi. Nei secondi, invece, prevale l'impossibilità di scaricare ad altri la colpa dell'insuccesso (istinto naturale: per questo molti tennisti se la prendono con la racchetta...), e la necessarietà di trovare un equilibrio con se stessi prima di poter affrontare qualunque avversario. Ma fin qui, il tennis è come la scherma, il tiro a bersaglio, le immersioni, gli scacchi. Il confronto diretto con un avversario toglie dal novero quegli sport individuali dove non c'è, almeno non immediato, come le gare di velocità o resistenza di qualunque tipo, il livello di dispendio energetico e sforzo atletico tolgono anche gli altri sport di racchetta o altro attrezzo in mano, alcuni anche molto duri per carità ma in spazi e/o per tempi molto inferiori, lasciando il tennis in cima alla classifica degli sport individuali competitivi più duri in compagnia della sola boxe. Non a caso la preparazione atletica di un tennista somiglia alla prepugilistica. L'unica differenza, si potrebbe dire con un'iperbole, è che a tennis non si danno e non si pigliano pugni. Quindi se vi piace quest'ultima cosa, scegliete per voi o istradate i vostri figli alla boxe, altrimenti il tennis è la scelta migliore, per uno sviluppo armonico di mente e corpo, di una persona che è più portata a fare i conti con se stesso e a contare su se stesso, o che ha bisogno di migliorare in questo campo. Se invece ha più bisogno di socialità, ci sono gli sport di squadra, tra i quali si noti non ho mai nemmeno di striscio nominato il calcio, che così com'è gestito e insegnato in Italia perde tutti o quasi i benefici connessi alla pratica degli altri sport collettivi.
Se vi è rimasta la curiosità di sapere perché mai lo chiamino "lo sport del diavolo", ci aiuta la cronaca con un caso limite, di una meccanica però che in maniera meno eclatante si presenta spesso e volentieri, sia a livelli professionistici che sui campi dei circoli amatoriali: una tennista di Hong Kong, in un torneo internazionale anche se non di alto livello, sotto per 6-0 5-0 e match point contro, annulla quest'ultimo con uno smash che colpisce il nastro e va di là per poi schizzare sulla riga, e poi recupera e vince l'incontro (finale 0-6 7-6 6-3). Il bizzarro sistema di punteggio non perdona: a tennis non hai mai vinto finché non hai vinto. E non perché può sempre arrivare un colpo da KO o un episodio fortuito qualsivoglia. Perché l'avversario può sempre recuperare, e anche tu. Negli altri sport non capita.
...
Post scriptum. Nel 1976, l'Italia arrivò in finale di Davis battendo la forte Australia in semifinale a Roma, mentre l'altra semi non si giocava per il rifiuto dell'Unione Sovietica di incontrare il Cile di Pinochet. L'Italia si spaccò in due, lungo una linea però più frastagliata di quella allora netta tra sinistra e destra, o meglio tra comunisti e no. Panatta, ad esempio, veniva ascritto a sinistra, essendo tra l'altro un raro esemplare di tennista proletario, riuscito a fare quel mestiere da ricchi solo perché il padre era custode dei campi. Oggi racconta che fu proprio Berlinguer, segretario di un partito allora maggioranza relativa ma che gli accordi di Yalta imponevano all'opposizione - e di li a poco chi tentò di rompere il blocco (e ci avrebbe anche tenuto fuori dalla consorteria monetarista che sfocerà nello SME prima e nella UE a trazione Euro dopo) fu fermato da pallottole solo apparentemente proletarie, dicevo fu Berlinguer a consigliare ai ragazzi di partire perché nello sport si ricordano sempre solo i vincitori e loro erano l'unico ostacolo tra il Cile fascista e l'albo d'oro della coppa del mondo di tennis. Andarono. Videro. Vinsero. Entrando in campo nel doppio decisivo con una maglietta rossa al posto di quella azzurra.

martedì 23 ottobre 2018

OLIMPIA (LA MIA EX MOGLIE)

Cioè, se il secondo con quel distacco era il Figlio del vento, il
primo doveva necessariamente essere minimo Eolo in persona...
Il testo che vi propongo oggi (come per tutti gli altri, non voglio soldi per i diritti, basta chiedere, e per la musica siete totalmente liberi), mi è nato in testa come un valzerotto, tipo quelli di un Guccini dei primi tempi, ma chi ne capisce questo lo vede da se dalla struttura metrica, e sa anche che ciò lo rende estremamente adattabile. Era - ed è uno dei pochi in cui questa datazione è possibile con precisione - esattamente trent'anni fa: lo scrisse un venticinquenne idealista dopo l'inopinata squalifica di Ben Johnson che aveva vinto l'oro a Seul 1988 strapazzando quella specie di semidio a nome Carl Lewis e perciò attraendosi le simpatie di quelli che tengono sempre per l'antieroe. Certo, bastava guardargli le palle degli occhi giallognole per capire che c'era qualcosa che non andava, prima ancora che i muscoli improbabili, al Beniamino. Ma così è facile, dopo! bisognava saperlo prima (come cantava un mito vero), ma allora i muscoli di tutti hanno qualcosa di innaturale, e non solo certe performance ma anche la capacità di sottoporsi a certi allenamenti destano sospetti, quindi praticamente su tutti gli sportivi di vertice. Appunto: c'era di che generalizzare. E non era ancora arrivato il caso Pantani, che quanto e come ci ha colpiti tutti si deduce anche dalla relativa query...
OLIMPIA (LA MIA EX MOGLIE)
Mi rubasti il cuore facendo una finta,
fermando una guerra per darmela vinta.
Distribuisti allori ad uomini nudi.
Finisti per Roma con tanti saluti.
Un certo barone ti riportò indietro:
alquanto cambiata, giuravi il contrario,
ma agli appuntamenti arrivavi in orario,
a parte per seri motivi di guerra.
Olimpia,
ma dove eri finita? povero me!
E poi finalmente ti avevano accolta
tra i miti moderni, vestiti stavolta.
Ricordo i tuoi stracci colore bandiera
e i tuoi ammiratori vestiti da sera.
Filava normale il nostro ménage
tra Italia ed oriente odorosi di boom,
coi tuoi amanti neri, gialli rossi e blu:
se mancò qualcuno fu per boicottage.
Olimpia,
ma come sei finita? Povera te!
…
Adesso sei ricca e paghi i tuoi amanti,
ti droghi con loro, lo fan tutti quanti.
Non posso competere col loro vigore,
divorzio da te: spengo il televisore….

lunedì 23 luglio 2018

L'AVVENTURA DI UN RICCO CRISTIANO

Vediamo chi azzecca senza googleare di cosa è parafrasi il titolo
Come i lettori più affezionati sapranno, sono un appassionato di basket ma lo sport che ho scelto e pratico da una vita è il tennis. E' che ognuno è fatto a modo suo, e la distinzione tra sport di squadra e sport individuali è un autentico spartiacque, che dice immediatamente qualcosa delle persone che hanno scelto con decisione l'uno o l'altro percorso. Chi, ad esempio, detesta come me non essere personalmente responsabile nel massimo grado possibile della riuscita delle proprie attività, probabilmente preferirà cimentarsi in discipline sportive dove il risultato non dipende anche da altri (o se la volete vedere dall'altro punto di vista, non è possibile anche solo pensare che se non è andata bene dipende da errori dei tuoi compagni) come la scherma, la boxe, o appunto il tennis (e anche qui, limitando la pratica del doppio...); al limite, volendo escludere dalle variabili anche la prestazione dell'avversario, in discipline come il tiro con l'arco dove se fai tutti centri al massimo uno può raggiungerti ma non superarti.
Ragionamenti così possono tornare in mente quanto la cronaca, sportiva e non solo, è dominata dalla notizia che un certo campione, oggettivamente una spanna sopra tutti gli altri al mondo (tranne uno, ma la cosa è controversa), è stato ingaggiato a suon di milioni di euro da una squadra che, già detentrice del primato di scudetti nostrano, ha vinto di fila gli ultimi sette, senza però riuscire a ripetersi a livello europeo. Già, perché il Robin Hood che è in noi non può non attivare la modalità Gufo per rammentare, ai tifosi che già vedono la propria beneamata squadra vincitrice dell'ennesimo campionato italiano in accoppiata alla tanto agognata Champions League, non solo che negli sport di squadra un campione non sempre riesce a fare da solo la differenza (altrimenti Portogallo e Argentina si sarebbero divisi tutti i trofei internazionali degli ultimi anni) ma anche che non sempre l'apporto in un collettivo rodato di un individuo fuori scala conferisce un valore aggiunto proporzionale, e anzi talvolta può addirittura togliere qualcosa al valore complessivo della squadra. Insomma, vuoi vedere che proprio quest'anno che non possono proprio fare i consueti proclami agostani, la Roma o il Napoli, che si sono suddivise equamente il secondo posto negli ultimi sei anni, riusciranno a vincere l'Invincibile Armata bianconera, magari proprio perché i suoi equilibri interni ne sono risultati compromessi? Lo so che adesso mi sono attirato gli strali dei tifosi partenopei e capitolini, più scaramantici di una media già alta, ma ho calcolato il rischio: questo blog non è seguito prevalentemente da calciofili, e inoltre come qualcuno avrà già capito non è di calcio che voglio parlare.
Il capitalismo degli ultimi 40 anni, per aver rinunciato a governarne per via politica le tendenze innate, o se preferite per avere sussunto a verità scientifica il suo portato ideologico, ha riscritto progressivamente la società, sia a livello mondiale che a cascata nei sottolivelli, su un modello che tende a ottimizzare i risultati solo per una percentuale minima di persone, livellando verso il basso quelli per la restante enorme quota. Gli esempi sono ennemila, mentre scrivo decido se farvene o lasciarvene la ricerca come esercizio, ma il risultato finale è noto: la cosa non funziona. Può sembrare, che funzioni, a chi abbia il punto di vista dei beneficiari (e infatti loro questo fanno, attraverso il mainstream e i politici a libro paga: fare assumere ideologicamente ai "poveri" il punto di vista dei "ricchi", di modo che i primi agiscano nell'interesse dei secondi), ma anche per loro prima o poi arriveranno i guai. E non ci sarà nessuna rete sociale e salvarli dal precipizio, perché è esattamente quella, ad essere stata distrutta dal liberismo.
Quando Boeri parla di immigrati e pensioni, decreti governativi e loro impatto reale sul quadro occupazionale, lo fa considerando un dogma quella che è solo la teoria economica dominante, mentre invece la politica ha esattamente il compito (e il fatto che se ne sia dimenticata, è esattamente il problema da cui nasce l'affermazione dei cosiddetti populismi) di decidere quale teoria economica sia da applicare al periodo contingente - altro discorso è che il governo gialloverde abbia o meno la volontà e la forza di andare fino in fondo nell'attuazione di questo compito, ma finché ci prova i vertici amministrativi hanno l'obbligo di allinearsi o dimettersi, perché la loro terzietà di tecnici che non farebbero che applicare principi sovrastanti a quanto opinabile politicamente è solo presunta e sedicente. La verità è che gli immigrati "ci pagano le pensioni" solo finché restano semischiavi sottopagati che appena possono scappano, perché invece i tanti schiavi essendo in nero non ci pagano niente, e loro quando finalmente potessero essere pagati quanto giusto, cioè quanto un italiano accetterebbe (ma sono sempre di più gli italiani che già accettano paghe da semischiavitù, altroché), non andrebbero più via e poi gli si dovrebbe pagare una pensione decente anche a loro. E che tutelare in qualche modo dagli abusi del lavoro temporaneo finisce per far calare l'occupazione solo se si tollera, e anzi si difende quasi fosse un principio sacro, la concorrenza al ribasso nel mercato del lavoro come prassi consolidata per la competitività delle imprese: la politica invece avrebbe dovuto e dovrebbe stabilire, a livello europeo e sennò italiano (nella UE chi non rispetta le regole non siamo noi), un tetto minimo come soglia per adottare un sano protezionismo nei confronti di chi non la rispetta. Altrimenti, caro Boeri, cari quadri intermedi e professionisti che lodate la flessibilità del lavoro altrui protetti dai vostri lauti guadagni, prima o poi finiranno le risorse pure per alimentare questi ultimi, e sarà stata anche colpa vostra.
Ma per capire bene la portata del dramma bisogna salire in alto, bypassando il dentista che lavora associato per reggere la concorrenza dei low-cost e però loda il jobs act perché intanto suo figlio così lavoricchia, il grand-commis che non vede che a forza di erodere il pubblico impiego non ci sarà più posto nemmeno per lui, o il giornalista che da eco al vangelo liberista perché è già precario e se non lo fa lui troveranno facilmente un altro che lo fa al posto suo e ad ancora meno: loro sono rotelline, unte solo finché serve, di un ingranaggio che se non bloccato finirà per portare tutto il potere, economico e non, nelle mani di pochi uomini al mondo. Si, è di nuovo la storia dell'uno per cento contro il novantanove, ma le proporzioni e le declinazioni del fenomeno sono ancora più estreme. Non so se lo avete già letto da qualche parte: pare che sia in fase avanzata la possibilità di fare un back-up totale della coscienza di un individuo, che così in qualche modo sopravviverebbe alla morte del suo corpo fisico, e che i ricconi stiano già approfittando del fatto che loro possono permetterselo. Jobs per sua sfortuna l'ha lisciata, ma magari Gates ci sta pensando, o Bezos o Zuckenberg o Musk, che ne sappiamo? A parte gli aspetti filosofici, del tipo ma siete sicuri che questa coscienza possa continuare a pensare "io" in continuità col morto senza mentire a se stessa, si tratta di una esasperazione aberrante di una sintassi già ben presente a vari livelli: tolti i diritti economici fondamentali, pratici ed effettivi, i diritti civili non sono che teorici enunciati in realtà a disposizione soltanto degli abbienti, e in proporzione alla loro abbienza. Ed ecco che si consentono per legge i matrimoni gay (o le adozioni, o l'utero in affitto, eccetera), ma si toglie di fatto la possibilità materiale di mettere su casa e figliare a chi, etero o meno, non abbia risorse della famiglia d'origine a cui attingere: in pratica un progressivo assottigliamento di fatto a fronte di un reciproco ampliamento di diritto della fascia di persone che possono permettersi certe cose. Già prima di finire di smontare la sanità pubblica, e se non li si ferma lo faranno presto, sempre più gente smette di curarsi, ancora di più di fare prevenzione, e intanto i progressi della scienza medica illustrati dai media sono però appannaggio di fasce sempre più strette di "gente che può". Ed ecco che rientra in tema Cristiano Ronaldo: pare che il campione si sia potuto permettere grazie alla tecnologia una adeguata discendenza, cosa impossibile a chi pur amando i bambini più delle donne non abbia un conto corrente adeguato. Pare di ascoltare la vecchia barzelletta napoletana col figlio che si dichiara gay e il padre che lo interroga retoricamente sulle sue condizioni economiche per poi giustamente derubricarlo a ricchione. Il fenomeno può essere rappresentato adeguatamente guardando alle automobili: sempre più care e sofisticate quelle per i pochi, sempre più vecchie ed interdette al traffico per motivi "ecologici" quelle degli altri. La mobilità non è (più - nuovamente) un diritto di tutti ma un privilegio di pochi, chi ha ereditato o si è potuto comprare la casa in centro non deve far certo il pendolare e in caso si può anche permettere la fuoriserie elettrica, in periferia si fottano, affollino i mezzi pubblici e respirino smog.
A fermare questa e altre derive simili è stato chiamato il governo "populista". Sul se ci riuscirà o meno, ho già detto: dipende se ha il coraggio o meno di pretendere una trasformazione radicale dell'UE o sennò di uscirne. E' più facile prevedere questo piuttosto che se la Juventus col nuovo innesto si sia rinforzata al punto di confermare le aduse vittorie aggiungendone di nuove, ovvero rischi di vedere rovinati i suoi equilibri. Invece, restando nello stesso portafoglio (anzi, a pensarci bene, se non è fumo negli occhi ben architettato è una straordinaria coincidenza...), che l'Italia non avrebbe più avuto una sua industria automobilistica era scontato anche prima che i guai di Marchionne non sancissero il passaggio del volante in mani straniere, ora anche formalmente.

venerdì 1 settembre 2017

DOVE STA LO ZAR?

Se volete farvi un'idea di come funziona il giornalismo in Italia oggi, o anche se ce l'avete già ma volete un esempio per poterla illustrare facilmente a qualche amico da svegliare, dovete interessarvi un po' di pallavolo. Che poi è anche possibile che lo facciate già: stiamo parlando di uno degli sport più seguiti e soprattutto più praticati in Italia, anche se a leggere i giornali, appunto, non si direbbe.
Io normalmente non lo seguo, gli preferisco di molto il tennis e il basket, ma insomma ci sono gli europei, lo fanno in diretta in chiaro, gli butto un occhio, e subito mi accorgo che manca qualcosa, o meglio qualcuno. Il tipo in questione vuoi per l'aspetto fisico, vuoi per la personalità a pacchi, vuoi per il ruolo di "goleador" (per dirla ai calciofili), si fa notare, per cui anche solo avendo plaudito di sguincio all'argento olimpico dell'anno scorso, se quest'anno non lo vedo in campo prima penso che è un attimo in panca, poi quando non lo vedo entrare penso a un infortunio (mannaggia!), infine, visto che la cronaca va avanti e nessuno dice niente, benedico mentalmente l'era Internet e ci vado a guardare. E scopro una vicenda quantomeno surreale.
Pare che il tipo sia stato estromesso dalla squadra per una vicenda legata alla marca delle scarpe: una roba di sponsor personali e di squadra. Non ve la racconto nel dettaglio, vi metto il link, perché non è entrando nel merito che vi dico quello che vi volevo dire. La faccenda è stata gestita male, vergognosamente male, da tutti gli attori della stessa, dal giocatore al neopresidente federale passando per l'allenatore e i compagni della nazionale, tanto peggio quanto il livello di responsabilità del ruolo sale, ovviamente. Per cui, oggi, se i soggetti in questione avessero un minimo di pudore, dovrebbero dimettersi e andarsi a vergognare di se stessi da qualche parte di nascosto. Ma tutto questo è ancora un affare della pallavolo italiana, ad essa interno, e potrebbe tutto sommato non fregarcene niente. Senonché...
Senonché il punto è un altro. E' che per avere una qualche idea della vicenda ti devi appunto sbattere su Internet, e - provateci - manco è semplice. Ci si mette un po', per trovare l'unico pezzo che mette in relazione la disfatta, per come è maturata (il Belgio seleziona i suoi giocatori in una platea di praticanti inferiore a quella di una regione italiana. ma non di quelle grandi, e l'Italia ci ha perso male e per limiti caratteriali e di squadra ancor più che tecnici), con le assenze importanti e chi ne è stato causa, devi atterrare su OAsport, sul mainstream te lo scordi. In TV poi, non ne parliamo. Già dopo il primo contatto con la nazionale senza "zar", ho atteso invano che uno dei commentatori RAI dicesse qualcosa: niente, né all'inizio, né dopo la sconfitta con la Germania, né - figurarsi! - dopo le vittorie successive, né tantomeno durante la debacle ai quarti. Alla fine, l'episodio più istruttivo: uno dei due telecronisti attacca il pippone finale sul fare tesoro dell'esperienza per ripartire in vista dei prossimi mondiali che si giocheranno in Italia, "magari con qualche rientro...", e l'altro appena lo sente su quella china si affanna a bloccarlo parlandogli sopra "magari anche guardando avanti con qualche nuovo innesto" e cambia discorso.
Ecco dove volevo arrivare. Il muro di gomma che ha fatto di Zaytsev un innominabile sia in TV che sulla stampa generalista, persino mentre si mostrava l'evidenza della mancanza del suo apporto tecnico e caratteriale alla squadra, non può essere un caso. Le veline dei partiti della Prima Repubblica, come pure il quasi monopolio berlusconiano dell'informazione, al confronto del monoblocco attuale piddino impallidiscono. Se siano prezzolati, ricattati, impauriti o semplicemente conformisti non lo so, e non so peraltro cosa sia peggio. Ma è uno schifo, comunque. Ora, stiamo parlando di un torneo di pallavolo, e dietro c'è al massimo la nomina della persona sbagliata a capo di una federazione sportiva. Immaginate con quale autonomia questa stampa agisce quando in ballo ci sono interessi ben maggiori, come quelli delle banche o delle case farmaceutiche. Immaginatevelo, e se ancora siete tranquilli, ad esempio sulla faccenda dei vaccini, good night and good luck.

martedì 18 luglio 2017

CULU CHINU

Per comprendere come funziona l'inconsapevole propagazione della narrazione che ha svuotato di senso la democrazia, basta un giro su qualunque social network. E' pieno di persone degne, alcune addirittura amici fidati, che però senza pensarci troppo "condividono", cioè contribuiscono a far rimbalzare talvolta iperbolicamente, quello che ai padroni del vapore conviene faccia eco. Si fanno, così, untori inconsapevoli di falsa coscienza, correi colposi del delitto di civilticidio. Devono saperlo, è doveroso dirglielo, tentare almeno di fargli capire che sbagliano, poi continuassero pure se gli pare, tu almeno il tuo dovere l'hai fatto.
Occorre un esempio - che poi è stato proprio lo spunto di questo post. Ma prima, occorre un cappello apparentemente personale.
Avete presenti quelle frasi che vi dicono da bambini e vi restano dentro tutta la vita? Una di queste, a noi nipotini, la diceva nonno Luigi, quando facevamo capricci col cibo o non avevamo voglia di qualcosa che magari lui ce l'avesse avuta da bambino. Esclamava "u culu chinu!", il culo pieno, col tono che sottolineava l'intento esplicativo: non foste sazi, grazie a noi, di tutte le cose fondamentali, col cavolo che vi permettereste di fare gli schizzinosi con quelle voluttuarie! Stiamo parlando, in termini assoluti, di un tenore di vita che oggi starebbe molto al di sotto della soglia di povertà, ma per queste cose, presumo lo sappiate, valgono solo i termini relativi: per lui, erano lussi.
Riflettere su episodi come questo dovrebbe aiutarci a riconsiderare il concetto di "superfluo", anche volendo capovolgerne la logica: è il "culo pieno", se vogliamo, a consentire agli esseri umani ogni elevazione, comprese tutte quelle che oggi consideriamo facciano di noi persone socialmente apprezzabili (coltivare amicizie, tenersi in forma, fare sport, leggere libri, andare al cinema, fare beneficenza, avere empatia verso gli ultimi, eccetera). Senza culu chinu queste caratteristiche non si acquisiscono, o, se le si hanno, magari non subito, magari non tutte, si perdono.
Fine del cappello, veniamo all'esempio.
Su facebook un amico A (uno vero) ha postato una vecchia foto in cui una tipa in costume da bagno intero è in posa voluttuosa davanti al muso di un'auto, didascalia "Donna iraniana prima della rivoluzione islamica, 1960", sottintendendo il messaggio "lo vedi che prima che arrivassero gli islamici brutti e cattivi anche l'Iran era un Paese dove la donna si andava liberando, eccetera eccetera?". A commento, altri hanno esplicitato lo stesso messaggio. La narrazione è così condivisa da essere luogo comune, come tante altre del genere. Quando è così, essa viene "data per scontata", non si viene neanche sfiorati dal dubbio che in realtà le cose possano essere andate diversamente. E spesso non si hanno strumenti per saperlo, perché la stessa narrazione impronta sia i libri che l'informazione del mainstream, dove viene trattata come un dato di fatto a valle del quale, semmai, si fanno delle valutazioni.
Se sei diffidente, puoi ricadere nell'errore speculare: dare credito a narrazioni opposte solo in quanto tali, avendo oggettivamente gli stessi strumenti per validarle quanti ne hai per validare quella ufficiale, ma propendendo per le altre solo per via del "pregiudizio di menzogna" che nel tempo ti si è consolidato verso le verità prefabbricate. A me può capitare, ad esempio. Ma in questo caso no.
In questo caso ho la fortuna di avere un amico B (che A peraltro conosce) che non solo è iraniano, ma è anche stato torturato dal regime degli ayatollah, per cui avrebbe tutte le ragioni per aderire alla tesi sottesa dal post. Se la verità non fosse altrove. Dov'è, me lo racconta da trent'anni, da quando l'ho conosciuto e subissato di domande, io giovane italiota impregnato dalla narrazione del "nuovo medio evo in cui Khomeini aveva precipitato la società iraniana".
La dico in estrema sintesi. Gli scià di Persia tra otto e novecento non erano troppo diversi dai sovrani assoluti europei della stessa epoca, e infatti a un certo punto anche loro sono stati diciamo così costretti ad accettare il ridimensionamento a "monarchia costituzionale" se volevano restare in sella. Al culmine di questo processo troviamo, nel secondo dopoguerra, un primo ministro che da un lato costringe lo scià, già Reza Pahlavi, a un ruolo ornamentale Elisabetta's style, e dall'altro mira a redistribuire almeno in parte ai suoi concittadini la fortuna di essere seduti su un mare di petrolio, attraverso la nazionalizzazione di quell'industria. A danno delle multinazionali del petrolio in piena espansione. Mossadeq, in altri termini, voleva quello che un certo Mattei voleva per l'Italia. Avendo più ciccia di lui nel piatto, e alla fin fine più fortuna di lui: deposto da un colpo di Stato a guida CIA e MI5 (pensate, lo dice persino Wikipedia, altro che controinformazione! - accetto scommesse su quando, non su se, l'autoattentato delle Torri gemelle verrà finalmente presentato come tale...), morirà al confino qualche anno dopo, anziché subito in un "incidente" aereo. Con il suo esautoramento, Pahlevi ebbe mani libere per fare del suo Paese un protettorato angloamericano con ponti d'oro ai petrolieri, tanto benessere a pochi, tanto fumo negli occhi a livello di costume, e tanta povertà diffusa. E se non fosse stato così, nessun religioso avrebbe potuto portare tanta acqua al suo mulino nei decenni a venire, fino alla rivoluzione islamica. B sostiene inoltre che anche quest'ultima poté avere luogo solo perché utile agli, e quindi magari agevolata dagli, americani. Ma non occorre seguirlo fin qui, per decidere, la prossima volta, di non indulgere alla diffusione acritica di narrazioni fasulle.
Generalizzando, non è come vanno vestite le donne che fa la differenza. I costumi, da bagno o meno, sono solo un fattore esteriore, che, se non gli corrisponde un progresso interiore, consiste solo in una presa in giro. Ma dirò di più: la stessa cosa vale per tutto ciò che potremmo definire con l'etichetta di "diritti civili", mettendoci dentro la parità tra i sessi, il diritto allo studio, l'egualitarismo, l'antirazzismo e l'accoglienza del diverso, l'individualismo, il divorzio e in genere la progettazione non lineare della vita sentimentale e familiare, il sesso consapevole e l'accettazione sociale di ogni preferenza in materia, insomma tutto quanto quello siamo stati abituati a concepire come il corpus della nostra civiltà, e proteggiamo in ogni modo (linguisticamente con quel processo che definiamo "politically correct": assolutamente da leggere questo post di Lameduck che giustamente ne fa brandelli), ebbene, fino a che c'è la salvaguardia sostanziale dei diritti materiali è un loro naturale corollario che li porta a compimento dandogli senso, ma quando i diritti materiali sono di fatto abbandonati (come nell'Iran degli scià, si, ma come nell'Italia di oggi, e non dico "nell'UE" perché ciò non si verifica affatto dappertutto nella UE: è esattamente su questo terreno che si dimostra quanto il termine Unione sia menzognero, visto quanti figli e figliastri ci sono) resta solo la presa per il culo. Di cui la gente prima non si accorge (o meglio, se ne comincia ad accorgere la parte con meno reddito), poi comincia ad avere sorda consapevolezza, e alla fine si ritrova ad affidarsi mani e piedi a chiunque prometta credibilmente di accontentarla quanto più possibile sul piano materiale, anche se ciò comporta l'adesione a un piano ideologico che noi definiremmo dittatoriale o oscurantista. Succede. Spesso. Ovunque. Nella parabola fascista in Italia e nazista in Germania, ad esempio, oltre che in quella islamista in Iran, e poi altrove con declinazioni ancora più estreme. Conta prima la struttura, e poi la sovrastruttura, diceva un tizio con la barba che non era gesucristo, ma pure quest'ultimo sapeva che non poteva parlare a una folla affamata se prima non moltiplicava i pani e i pesci.
Per tutto quanto questo, cari amici, ricordiamo: tutto il sistema di valori che noi reputiamo "superiore" e definente la nostra "civiltà" non è altro che figlio del benessere che gli USA ci hanno regalato perché non diventassimo comunisti. Ma forse dovremmo dire prestato, giacché da quando non c'è più l'URSS l'ultimo ce lo stanno togliendo pezzo dopo pezzo, l'altro sta svanendo un po' per volta, a cominciare dai meno fortunati e dalle cose più rinunciabili. Quelli che protestano contro gli immigrati assegnati alla tal struttura del loro paesino non sono razzisti, sono poveracci che stanno cominciando a comprendere tramite il buco del culo, in modo del tutto inconsapevole al cervello, qual'è il disegno globalista che li ha messi nel mirino usando altri più poveracci di loro come armi. E una narrazione fasulla, farcita di parole false, come scudo.
Un progetto politico realmente progressista, quindi, dovrebbe avere come obiettivo, antitetico a quelli che stanno attuando il progetto opposto (arricchire i pochi) sotto le bandiere progressiste, di "riempire le pance" dei molti, nel nostro Paese intanto e magari anche nel resto del pianeta. Usi e costumi, a pance piene, in qualche modo (e qualunque va bene: uno vale l'altro) si eleverebbero. E non ci sarebbe più terreno fertile per nessun "terrorismo" e nessun "oscurantismo fondamentalista". Ne consegue che il primo obiettivo di ogni buon progressista dovrebbe essere contribuire in ogni modo alla sconfitta e alla sparizione del PD, dell'Euro e del progetto politico loro padre, quello mondialista governato dalle multinazionali. Ad aiutarli a diffondere le loro storielle, buone per vincere medaglie in piscina come qualche tempo fa l'handicap visivo per vincere Sanremo, ci pensano già quelli (stra)pagati appositamente.

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