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sabato 21 marzo 2026

HO DETTO NO

I nostri padri costituenti erano senza dubbio di tutta un'altra pasta rispetto a tutte le classi politiche che li hanno seguiti. Non solo hanno scritto la "Costituzione più bella del mondo" (le virgolette sono perché oramai Benigni ha sputtanato la definizione, coi suoi fervorini finto progressisti che fanno tanto rimpiangere quando cercava di spogliare la Carrà, sciorinando i sinonimi di patonza, oppure intonava l'Inno del corpo sciolto), ma hanno anche previsto che per cambiarla bisogna ricorrere a meccanismi alquanto complessi che assicurano, più o meno, che essa non venga stravolta ogni due e tre per solo capriccio o convenienza di una parte politica, imponendo o quasi il ricorso al referendum confermativo.

Ciò storicamente ha impedito (anche se purtroppo non tutte: il pareggio di bilancio in Costituzione fu inserito dal governo Monti senza bisogno del referendum col voto sotto feste e nottetempo dei parlamentari uniti dal terrore dello spread, che così hanno ceduto ogni rimasuglio di sovranità del nostro Paese) numerose porcherie. Ad esempio, a Berlusconi prima e a Renzi poi, col secondo che essendo enormemente più ingenuo del primo aveva giurato in caso di bocciatura di ritirarsi dalla politica (ma tanto, lo spergiuro sta a due lire e infatti sta ancora la a fare danni). Per l'elenco delle modifiche approvate (la maggior parte marginali) e respinte (alcune pesanti, come le due succitate) vi aiuta il web ormai integrato con l'AI, sennò leggetevi direttamente questo. Se avete prescia e vi fidate della mia memoria, invece, ve la sintetizzo così: ai vari referendum normalmente ha vinto il NO, perché i costituenti saggiamente previdero anche che per quelli confermativi non vale la regola del quorum come per gli abrogativi, perché anche la demotivazione al voto deve pesare, e di solito i sostenitori convinti di una riforma che faccia i porci comodi della propria parte politica non sono tantissimi. Con ogni probabilità andrà così anche domani, ma ad ogni buon conto cerco di schematizzare le ragioni per cui anche sto giro bisogna votare NO (anche nel dispiacere di trovarsi schierati dalla stessa parte di quegli sciagurati del PD).

La riforma proposta infatti consiste essenzialmente in tre punti:

  1. separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti (quando entri in magistratura in una delle due carriere non puoi mai passare all'altra);
  2. istituzione di un doppio CSM (l'organo di autogoverno della magistratura) per ciascuna carriera;
  3. nomina dei membri di ciascuno dei due CSM mediante un sorteggio a base qualificata.

Vi dico subito che se il quesito fosse solo il terzo, o se fosse possibile esprimere tre voti distinti, avrei votato SI: il sorteggio garantisce rappresentanza proporzionale in tutte le dimensioni, più di qualsiasi meccanismo elettorale per quanto perfetto (figurarsi di uno bizantino come quello per i membri del CSM attuale), e l'unica remora a propugnarlo anche per il Parlamento è che questo in teoria dovrebbe essere migliore della platea da cui è estratto (anche se in pratica storicamente è stato sempre peggiore). Ma essendo il voto unico gli altri due punti pesano molto di più. Il primo era scritto sui piani di Gelli e non era strano che un piduista della prima ora lo volesse fortemente. Il tentativo postumo è esattamente per la ragione negata dai sostenitori del SI e affermata da quelli del NO: una magistratura inquirente separata rigidamente è più facilmente assoggettabile al potere esecutivo (meno separazione di poteri uguale meno democrazia). E se non bastasse la cosa in se, c'è il punto 2 a dimostrare qual è l'obiettivo nascosto dei riformatori: a cosa serve sennò splittare il CSM? Aggiungo un altro argomento, che azzera gli argomenti dei sostenitori della separazione delle carriere: già adesso, le carriere sono unite per modo di dire, visto che un giudice può passare il Rubicone solo una volta in tutta la carriera. In TV non ve lo dicono, ecco perché ora siete stupiti.

C'è un altro autogol, poi, commesso da questa destra imbarazzante. Ogni qualvolta un giudice piscia fuori dall'orinale, come nel caso della "famiglia nel bosco", si alza la canea dell'"hai visto sti giudici di cosa sono capaci?", che nemmeno si accorge di dimostrare, semmai, che il fine ultimo della riforma è proprio avere dei giudici inquirenti che agiscono solo secondo le linee di governo, e senza nemmeno bisogno di ordini espliciti: chi sa che c'è un andazzo, e magari vuole fare carriera, si uniforma spontaneamente.

Che nostalgia, dei tempi in cui non era stata ancora inventata l'etichetta "toghe rosse", la magistratura era naturalmente di destra e Un giudice "una carogna di sicuro..." 

domenica 15 marzo 2026

TESTA 'I SCECCU

L'asino ha fama di animale inferiore, ad esempio rispetto a suo cugino il nobile cavallo. Ma è immeritata. Per certi aspetti, anzi, ha una dignità superiore. Collabora, col suo sedicente padrone umano, ma solo fin quando gli pare. Tanto che è così difficile fargli fare qualcosa che non vuole che la cosa è diventata proverbiale, e in tutti i dialetti (che nella società agricola che ha imperato per millenni e fino a qualche decennio fa l'asino era fondamentale) infatti si dice "testa d'asino" a chi è impossibile da convincere né con le buone né con le cattive.

Ma in reggino u sceccu, l'asino, entra pure in detti più complessi. Di una moglie o fidanzata riottosa, ad esempio (ma vale in tutti i casi simili, e indipendentemente dal sesso), si dice "quandu 'u sceccu non voli mbiviri...", quando l'asino non vuole bere, sottinteso non c'è niente da fare (se non ti ama più). E la lettura positiva di questo presunto difetto è anch'essa inscritta nel sentimento popolare, che ha trasformato l'antica ingiuria di essere testardi come muli in un moto d'orgoglio, ad esempio dei calabresi o dei sardi.

Ho comprato un'auto diesel nel 2025. Euro 6d, cioè al momento lo standard ecologico più avanzato. Ma diesel, perché faccio tanti chilometri e non ce n'è come il diesel per un compito del genere: consuma poco, dura tanto, è affidabile e robusto, e quindi mi consentirebbe di tenere l'auto a lungo prima di doverla sostituire. Tutti parametri che andrebbero considerati adeguatamente, nel valutarne l'impatto ecologico. Invece, la moda di considerare solo le emissioni per istante, divulgata peraltro pervasivamente, trascurando tutti gli altri fattori, emissioni in fase di produzione e materie prime e trasformate necessarie in primis, che ad occhi scafati tradisce immediatamente nient'altro che una scelta politica arbitraria adottata a monte e per rispondere ad interessi precisi, ha imposto il luogo comune che diesel è cattivo e antiambiente.

Non mi hanno convinto. Il mulo (cui peraltro la motorizzazione diesel è affine: alta coppia ai bassi regimi, potente ma non veloce) resiste. Bisogna bastonarlo. Ad esempio, rimodulando le accise, che per il gasolio erano più basse per la semplice considerazione che riguardava una platea di lavoratori o comunque contribuenti "di quantità". Non basta, il diesel consuma meno e dura di più: è conveniente anche a parità di prezzo con la benzina. Bisogna farlo costare di più, tanto di più; ma come fare? Ci vorrebbe un'occasione.

E siamo alla cronaca. C'è una guerra dissennata e scriteriata, l'ennesima in un'area cruciale per il petrolio, e guardando bene anche per tutta una serie di altre cosette che interessano anche la e-mobility e addirittura l'agricoltura. Perché non approfittarne? La dinamica è collaudata (solo il 1973 ne è fuori, e allora infatti i governi tentarono di calmierare i prezzi e in parallelo di convincere i cittadini a comportamenti parchi, io c'ero e me lo ricordo, quelle domeniche a piedi erano feste, e le réclame della DC per consumare meno e meglio, che allora suscitavano fastidio, ora suscitano nostalgia, dei tempi in cui i governi al massimo ti volevano convincere ma mai costringere), e la liberalizzazione dei prezzi ha aggiunto funzionalità al meccanismo: quando il petrolio rincara, il prezzo alla pompa dei carburanti si impenna immediatamente e in maniera già più che proporzionale al rincaro del greggio, figurarsi considerando che questo pesa solo in parte, e minoritaria, nel prezzo totale, che include accise raffinazione distribuzione e guadagni; ma quando la crisi finisce e il petrolio scende, il riflesso sul prezzo alla pompa avviene in maniera calcolata correttamente (essendo solo una parte del totale) e tenuto conto adeguatamente degli sfridi temporali (che una volta erano le scorte, ora ad esse si aggiungono i complessi meccanismi finanziari di determinazione del prezzo). Semplificandola: i prezzi calano? si ma io ho comprato a un prezzo maggiore, quando quello che compro oggi a un prezzo minore arriva alla pompa io applicherò gli sconti, non prima; i prezzi aumentano? applico subito gli aumenti e incamero maggiori guadagni avendo comprato a un prezzo inferiore. In italiano si chiama speculazione.

A questa, si aggiunge l'occasione di cui sopra: siccome gli iraniani brutti e cattivi intralciano lo stretto di Hormuz, la benzina aumenta di un tot, subito. Ma il gasolio, il gasolio aumenta di tre volte tot, arrivando a costare il 20 per cento in più della benzina. Una vigliaccata ai danni dei muli che si ostinano a usarlo, e non sarà l'ultima della serie. Perché siamo nel mondo del "chi non si vaccina niente cure mediche nemmeno al pronto soccorso e nemmeno per una ragione diversa dal morbo per cui non si è vaccinato, che so un incidente" - non me lo sto inventando, era la tesi di un noto figlio di papà che sennò col cazzo che faceva l'attore e ha pure un figlio cantante che se non era suo figlio eccetera eccetera.

Il tutto va inserito in un contesto in cui l'auto a gasolio è solo una delle tante variabili. Esiste un progetto preciso e codificato (il "grande Reset") di riduzione dell'umanità a schiavitù, almeno tale si può definire secondo le categorie di pensiero in cui siamo cresciuti un paio di generazioni. L'eterodossia non è contemplata, va disincentivata in ogni modo, disinnescata, estirpata. Il mulo che non vuole bere prima o poi morirà di sete, peggio per lui. La "famiglia nel bosco" non può essere lasciata in pace, anzi la sua parabola deve essere esibita a mo' di esempio. Non possederai niente, casa auto lavoro figli, e sarai felice; se ti metti in testa di disobbedire, anche infilandoti nel buco del culo del mondo, noi ti raggiungeremo e mostreremo la tua testa mozzata al nemico. Lasciate perdere chi sta approfittando della vicenda per motivare il SI al referendum come se avere le carriere separate avesse impedito a quei giudici di togliere i bambini alla coppia: non si accorge nemmeno che se ciò fosse stato vero sarebbe stato un buon esempio di quell'assoggettamento della magistratura all'esecutivo che resta la migliore ragione di votare NO. Ma di questo ne riparleremo tra qualche giorno. Ora vado a cercare, se la trovo, una pompa dove il gasolio stia a meno di due euro al litro. Da buona testa 'i sceccu....

venerdì 2 agosto 2024

CENTRALISMO INDIFFERENZIATO

Io la vedo così: essere stato ambientalista militante nei primi anni 80, mi da ancora più credito quando critico l'ambientalismo modaiolo di oggi, che non è dimostrato che il cambiamento climatico sia riscaldamento globale, principalmente a causa antropica, o che si traduca in eccesso di co2, mentre è dimostrato che i rimedi proposti siano controproducenti (le auto elettriche), miranti ad altro (l'agenda 2030) o vigliaccamente classisti per censo (pro ricchi).

Allo stesso modo, essere stato fautore dell'istituto dei referendum popolari quando ancora non potevo nemmeno votare (posso produrre un video che mi vede impegnato nella campagna per la legalizzazione dell'aborto - che non significa "a favore dell'aborto" semmai il contrario, non bisogna mai dimenticarlo - sul pullman di una gita al liceo, volendo), e averlo appoggiato fino a quando i radicali stessi lo sputtanarono inflazionandolo, mi autorizza in qualche modo ad esprimere le mie perplessità su quelli in cronaca senza passare per antidemocratico o comunque contrario agli istituti di democrazia diretta.

Ora, in questi giorni è capitato a tutti noi che un amico o un conoscente ci passasse un link per la firma (elettronica, i tempi cambiano...) per il referendum abrogativo della legge istitutiva dell'autonomia differenziata. Magari, chi ce l'ha mandato conosce bene il nostro fervore meridionalista o comunque la nostra annosa avversione al razzismo più o meno dissimulato della Lega di Bossi e Miglio. E devo dire che viene d'istinto di seguire il link e firmare, superando l'avversione (sicuramente dovuta all'anzianitudine) dovuta all'ennesimo utilizzo dell'identità digitale che ci è richiesto.

Infatti, non è quello che mi ha fermato. Forse però è quello che facendomi perdere qualche minuto mi ha spinto a riflettere. Ad esempio, da buon dietrologo d'antan, chiedendomi: chi c'è dietro sto referendum? chi lo promuove, e perché? La risposta era semplice: il partito-bestemmia (mica pensavate che PD significasse partito democratico...). Ora, si può legittimamente ritenere, io più volte l'ho fatto su questo blog pubblicamente, che quando una battaglia è giusta è giusta anche se comporta compagni di percorso che non vorresti con te a merenda, sennò financo la Resistenza non ci sarebbe stata e il problema dell'Italia disunita sarebbe stato risolto dagli Alleati ab origine. Ma altrettanto legittimamente si può ritenere che quando una campagna referendaria è sponsorizzata dal principale partito dell'opposizione, la sua funzione strumentale antigovernativa, per carità legittima, sia preponderante rispetto alla funzione propria della battaglia referendaria stessa.

Come districarsi da questo dilemma, a parte come si diceva una volta "lasciare libertà di coscienza" ai singoli? In questo caso è piuttosto semplice, direi: basta ripassarsi a memoria cosa ha fatto il centrosinistra negli ultimi decenni per favorire la deriva "devoluzionaria" a base regionale. Cioè tanto. Abbastanza per garantirci che, una volta raccolte le firme, e una volta vinto il referendum e abrogata l'autonomia differenziata salviniana, e una volta fatto cadere il governo e rimpiazzato FdI a palazzo Chigi, approverà qualcosa che chiamerà in un altro modo, ma somiglierà terribilmente al federalismo sotto mentite spoglie che ci affanniamo ad arginare. Perché il regionalismo è nato proprio nell'alveo di pensiero della sinistra italiana, e tutti i suoi nefasti potenziamenti nei decenni sono stati attuati col beneplacito, quando non con la regia, della sinistra. Per cui quello che sorprende, semmai, è che gli eredi dei fascisti diano spago ai berlusconiani e ai leghisti 2.0, anziché - come dovrebbero - fare abolire le regioni e riorganizzare gli enti locali attorno alla figura del Prefetto. Magari salvando il livello comunale per le questioni di quel respiro, ma senza rinunciare al centralismo per quanto riguarda la sfera finanziaria.

Si, è l'esatto opposto di quanto è stato fatto negli ultimi 50 e rotti anni. In cui tutto questo delegare non ha fatto altro che far uscire di controllo la spesa pubblica e impedire persino un suo reale monitoraggio, oltre che incentivare la corruzione a ogni livello. Quindi non ho alcuna speranza che qualcuno inverta la tendenza. Non i nipotini dei fascisti al governo, ma nemmeno i nipotini dei comunisti che usano la leva referendaria per arrivare sia mai a rimpiazzarli. Questo vecchio comunista morirà (e dire che a occhio e croce ancora una decina o ventina d'anni potrei campare...) senza vedere lo Stato ripotenziarsi, da un lato a danno delle nefaste regioni, dall'altro a spese della ancora più nefasta Unione Europea. Qualunque cosa votiate al referendum.

domenica 19 maggio 2024

MANIFESTO PER LA SOVRANITÀ E I DIRITTI DEI POPOLI

L'atteggiamento nei confronti della politica può essere di vario tipo, e già questo mi ha sempre stupito, sarà che ho una formazione anni 70, perché vivere in una poleis e non dare la conseguente giusta importanza alla sua gestione è lo stesso che farlo a qualunque altro livello, ad esempio con la propria famiglia.

Ma questo è, e allora schematizziamo per capire. Ci sono:

  • quelli che è tutto un magna magna la politica è un mestiere come un altro non voto oppure voto per chi mi restituisce in qualche modo una utilità diretta;
  • quelli che il partito è come la squadra di calcio si inizia ad amare da giovanissimi e non si cambia mai più, nemmeno se quel partito ha cambiato magari più volte nome e soprattutto linea politica, anche drasticamente;
  • quelli che hanno le proprie idee e vanno a votare solo in quei momenti storici in cui c'è qualche schieramento che le porta avanti.

E poi ci sono quelli che ogni volta si chiedono: tra gli schieramenti in lizza, chi si avvicina di più ad almeno promettere (realizzare è tutt'altra cosa, ma si sa da prima che verremo delusi, non si sa soltanto quanto presto e in quanta parte) le cose che vorrei? E votano per quello, anche se pure lì vedrete ci sarà qualcuno che è lì per fare carriera o peggio, anche se non è lo stesso dell'altra volta figurarsi della prima volta che hanno votato, e anche se pur essendo il più vicino è lo stesso abbastanza lontano dalle sue idee che la tentazione stavolta di mandare a fanculo tutti e andare al mare è fortissima. Specie se parliamo di elezioni europee, cioè di una consultazione messa li solo per poter dire che l'UE è una cosa democratica, ma che di fatto elegge un organo che non conta un ciufolo perché la linea politica dell'Unione è formalmente decisa da un direttorio di capi di governo a peso variabile, e sostanzialmente dai banchieri. Chi mi legge non ha bisogno che io precisi di far parte di quest'ultimo novero, e probabilmente (la "famiglia" dei lettori costanti di questo blog essendosi talmente assottigliata nel tempo da aver fatto selezione valoriale) anche lui/lei è "a bordo".

Giusto per chiarire, io nella mia vita ho votato radicale quando i radicali facevano le battaglie referendarie serie (prima di sputtanarsi inflazionandole), comunista quando è morto Berlinguer, PDS e poi DS (ma giuro mai PD, avevo visto subito come sarebbe finito, ben prima che Bersani lo legasse a "Monti senza se e senza ma"), cinquestelle (il cui programma, sacrosanto, è stato in home di questo blog per anni, prima che lo tradissero clamorosamente), e persino Paragone (l'unico a sembrare antiUE con una certa coerenza l'ultima volta, molti altri hanno votato Meloni per la stessa ragione ma si sapeva che li la coerenza non c'era, e si è visto subito e ripetutamente).

E stavolta, per chi votare? Il fronte "italexit" si è diviso (se l'atomo - parola che significa "indivisibile" - si può dividere, perché non uno schieramento politico già sotto la soglia?), i cinquestelle oramai fanno l'ala sinistra del PD (consentendogli di sopravvivere, loro che stavano per farlo finalmente scomparire), Giorgia fa pappa e ciccia con Ursula a negare i soldi dove servirebbero (sanità pubblica, infrastrutture, salvaguardia del territorio, acquedotti, eccetera) ma a concederli dove finiscono per metà in tangenti e per il resto in fondo al mare con contorno di macerie (il ponte Salvini ammesso che venga mai ultimato farà a gara di effimerità col ponte Morandi). E anche quando così non fosse, la domanda è: può un comunista per formazione e studi "ridursi" a votare per i nipotini di quelli con cui in gioventù ci si picchiava per strada?

La risposta, come spesso in questi casi, è: dipende. In questo caso, la risposta è no, ma per le ragioni spiegate (il finto antieuropeismo) non per quelle "estetiche" (il presunto neofascismo). Ma per trarne fuori una regola che valga tutte le volte bisogna cercare nella Storia, e in questo caso arrivare alla Resistenza. La Madre della Repubblica Italiana.

La resistenza fu un fenomeno forse ancora più elitario del risorgimento. In entrambi i casi, un manipolo di teste pensanti riuscì in un modo o nell'altro (e sempre con qualche aiutino esterno dal mondo anglosassone - tanto per cambiare) a portare l'Italia dove voleva (e dove la quasi totalità degli italiani non voleva). Ma se l'Unità d'Italia fu in pratica il furto con destrezza di uno staterello indebitato fino al collo, e per almeno metà dei sudditi una autentica sciagura (di cui ancora si paga l'eco), alla Resistenza invece dobbiamo se siamo rimasti uno Stato unitario e in qualche modo diventati uno Stato democratico nonostante aver cambiato alleati in corso di Guerra: senza i partigiani, la cosiddetta "liberazione" sarebbe stata solo una conquista militare straniera.

Ebbene, i partigiani non solo erano quattro gatti, rispetto a una popolazione che peraltro fino all'anno precedente era fascista al 99%, ma provenivano da culture politiche non solo diverse, ma anche opposte al punto di essere a tratti incompatibili. Non erano solo socialcomunisti, insomma, come spesso sceneggiatori distratti lasciano intendere, ma anche cattolici, liberali, azionisti, eccetera. Operai e padroni. Preti e mangiapreti. Ignoranti e studiosi. Assassini e santi. C'era da liberare un Paese, o perlomeno da fare in modo che non lo liberassero da soli gli americani (che comunque non ci siamo levati mai di dosso, ma allora figuratevi), e quando c'è un obiettivo primario non si guarda il capello. Tutti dentro, anzi senza nemmeno rivelare il vero nome, perché non si sa mai meglio non saperlo, e perché non conta.

Per tutte queste ragioni, la consapevolezza di essere rimasti a distinguere con precisione il Nemico, in pochi e diversi tra noi, non può bastare a fermarci, ora che il Nemico si chiama Unione Europea, capitalismo delle multinazionali, OMS, eccetera. E anche se in mezzo c'è un certo Alemanno, e chissà quanti altri con cui non dividerei niente (ma poi c'è anche il compagno Marco Rizzo), leggo sul sito di Cardini il testo di questo Manifesto, dal titolo "L'Italia e l'Europa contro la guerra", ed aderisco. Oggi è questo che serve: distinguere tra Europa ed Unione Europea, cioè tra il luogo in cui popoli diversi si incontrano liberi e l'istituzione oligarchica concepita e attuata per renderli schiavi. Comprendere che restituire agli Stati nazionali la loro sovranità e riconoscere a livello globale il multipolarismo come necessità e l'unipolarismo USA come sciagura sono i presupposti per rendere possibile l'attuazione della democrazia e della pace nel mondo. Leggetelo ed aderite anche voi, siamo quattro gatti e novantanove per cento saremo sconfitti e dimenticati, ma uno per cento salveremo il mondo.

domenica 3 marzo 2024

SENZA DIRLO

Se qualsiasi governo avesse indetto un referendum consultivo che chiedesse esplicitamente "vuoi entrare in guerra al fianco dell'Ucraina contro la Russia?", secondo voi il SI avrebbe vinto? Ok la domanda era retorica: è scontato che avrebbe stravinto il NO; allora la riformulo: secondo voi il SI avrebbe raggiunto il 10 per cento? Fatevi un sondaggio tra i vostri conoscenti, di persona o sui social, se avete dubbi, sarebbe in accordo con l'evidenza che no, quasi nessun italiano vuole entrare in guerra, e anche quando in vista del referendum la già vergognosa e infame campagna di stampa (inzuppata di menzogne come una spugna nell'acqua) venisse rafforzata, il SI alla guerra se anche superasse il 10% non arriverebbe al 20.

E però come denuncia persino l'Avvenire (scelgo questa di citazione, su imbeccata di Pasbas, così non dite che parlo così perché sono comunista...) la scelta politica verso la guerra è bella e fatta, e le decisioni anche economiche sono ad essa perfettamente consequenziali. D'altronde, è dal giorno dopo essere assurta a premier che Giorgia è passata da paladina della sovranità ad ancella di Ursula, e in quanto tale ovviamente non può che obbedire agli ordini e uniformarsi alle direttive di Bruxelles, in questo dimostrandosi degna erede (nel tradimento degli elettori) di Gigino.

Su Byoblu l'intervista all'autore
Ora, se la narrazione ufficiale non ha speranze di trasformare la maggioranza degli italiani in interventisti, è invece già riuscita a cancellare la verità storica, che continuiamo a raccontarci tra noi cosiddetti complottisti senza nessuna speranza di riportarla a galla sotto gli occhi di tutti ma con il solito mantra dell'ottimismo della volontà pur nel pessimismo nella ragione, che in volgare si traduce in "non si sa mai". Ebbene, mi perdoni chi seguendomi me lo sente dire per l'ennesima volta, la verità storica è che (lo ammette persino il New York Times, solo la stampa italiana no) in Ucraina non c'è un governo legittimo, ma uno frutto di un golpe eterodiretto di dieci anni fa, senza il quale non sarebbero nemmeno sorte le ragioni storiche alla base della richiesta di aiuto a Putin da parte delle regioni russe finite dentro i confini ucraini ai tempi dell'URSS.

Accanto a questa verità che bisogna raccontarsi, ce n'è una che basterebbe accendere il cervello per vederla, bella lampante: il fatto che l'intervento russo NON abbia intenti distruttivi, ma miri esclusivamente alla soluzione il meno cruenta possibile del problema causato dal governo golpista ucraino, è dimostrato al limone dal fatto che in oltre due anni, il livello di distruzione e il numero di vittime siano una frazione di quelli raggiunti dagli israeliani a Gaza in quattro mesi. E certo: questi ultimi hanno si intenzione di radere al suolo il nemico e sterminarlo, e avendone la potenza militare lo stanno facendo, ma anche i russi hanno una sproporzione di potenza a loro favore, se non la fanno valere è proprio perché non hanno alcuna intenzione di colpire un popolo fratello oltre il necessario a cui sono stati costretti dai suoi governanti (e traditori) burattini della CIA.

Se la guerra subirà una escalation, quindi, sarà colpa di chi l'ha voluta, sia l'escalation che la guerra stessa. Forse, l'unica speranza per il mondo al momento è, paradossalmente, che al trono dell'Impero venga rieletto Trump. Evento molto più probabile rispetto all'altra speranza, che gli agricoltori riescano a demolire la nefasta Unione Europea, gettandola al più presto dove dovrebbe stare da tempo: nella spazzatura della Storia.

sabato 9 aprile 2022

I NODI E IL PETTINE

Mi è arrivata una bolletta del gas di trecento euro e passa, e io vivo in un miniappartamento dove accendo poco i riscaldamenti (più di quando non c'era lo smartworking, ma sempre poco) e ho ancora il contratto a mercato tutelato: non oso immaginare chi sta sul mercato libero e ha una casa grande che chiede di essere scaldata tanto, e ho fatto questo inusuale outing proprio perché sono certo che ciascuno di voi in questi giorni sta sperimentando il mio stesso sgomento (lo so: state tutti alzando la mano). Il meccanismo è sempre lo stesso, da sempre sperimentato per i carburanti auto: il gas in bolletta è riferito in gran parte a prima della guerra, ma l'aumento si applica subito. Chiamasi speculazione: l'hanno acquistato a meno, approfittano degli eventi in cronaca per rivenderlo a tanto. E col cavolo che quando scende usano lo stesso paradigma: in quel caso, ti dicono che avendolo comprato a tanto, il calo dei prezzi ci vuole del tempo perché arrivi alla pompa, o al rubinetto di casa. Per fortuna arriva la bella stagione, ma stiamo certi che il prossimo inverno saranno dolori: vuolsi così colà dove si puote, la transizione ecologica la dobbiamo pagare noi di tasca, come è stato per la pandemia. E il bello è che la maggior parte di voi (o forse, tra noi "carbonari della verità" ci dovremmo dire "di loro") è convinta che sia davvero "forza maggiore", che sia colpa di un virus cattivo ieri e di un autocrate cattivissimo oggi. D'altronde, nessuna tirannia si è mai retta senza il consenso dei sudditi, ve lo ripeto da ormai oltre due anni...

I loschi figuri dell'Unione Europea, peraltro, ce lo dicono e ridicono in faccia da anni, sempre meno dissimulando: ci dobbiamo scordare, tutti, di avere diritto al lavoro, alla mobilità individuale autonoma, all'iniziativa economica, alla casa di proprietà, alla sanità e alla istruzione pubbliche, e in definitiva a ogni forma di progettualità di medio-lungo termine. D'altronde, la vita è breve, no? I figli?... I figli certe cose non sapranno mai che sono mai esistite, non ne soffriranno. Sono catastrofico? Complottista? Ve ne accorgerete, chi vivrà.

Intanto l'inflazione è ufficialmente attorno al 7%, il che vuol dire che di fatto galoppa oltre il dieci, e avere una certa età aiuta: è come negli anni settanta, accompagnata da stagnazione perché originata da fattori esogeni non dalla domanda interna, anzi peggio perché con le criminali misure antipandemia eravamo andati già in recessione (e il recovery fund non ha impatto reale essendo per metà soldi nostri e per metà prestiti pelosi e pericolosi) e a quell'epoca esistevano ancora tutta una serie di reti di protezione sociale costruite grazie alle lotte dei nostri padri che aiutavano a limitare i danni (smantellate poi col consenso criminale e corrivo dei sindacati). Chi si ricorda, oggi, che tutto il castello Eurolandia, in piedi da trent'anni e in costruzione da prima, con le fondamenta impastate del sangue e del sudore dei cittadini a forza di manovre restrittive, aveva ed ha la sua missione dichiarata nel contenimento dell'inflazione? C'è un politico, un giornalista, uno stronzo qualunque in televisione che dice a chiare lettere che averci affamato per anni col solo scopo di tenere bassa l'inflazione, e non essere in grado di impedirne il ritorno alla prima occasione, si chiama fallimento, e l'UE deve essere stravolta o smantellata o abbandonata OGGI? No, non c'è, perché quel poco di soldi che ancora girano vengono da li, e vanno a ungere per primi i politici di tutti i partiti e i giornalisti di ogni testata (i pochi grossi arricchendoli, i tanti piccoli e precari elemosinandoli in modo da tenerli sotto minaccia della fame). Ma questa verità è dura ma ancora accettabile, ciò che non lo è sono i milioni di concittadini convinti ancora contro ogni evidenza che il "vincolo esterno" ce lo meritiamo, che l'eurozona ci abbia salvati, eccetera eccetera. Cosa vogliano ancora, per capire di essere stati fregati, non si comprende. Quelli ad averlo capito non è che siamo in pochi: alle scorse politiche addirittura abbiamo portato alla maggioranza relativa un partito che cinque anni prima manco esisteva, solo che ora non sappiamo proprio a chi guardare.

Infatti il programma grillino recitava senza possibilità di equivoci che c'era bisogno di recuperare la sovranità monetaria, se necessario anche passando attraverso un referendum sull'Euro, e con quella bisognava avviare una serie di investimenti in deficit per finanziare una miriade di micro opere pubbliche in tema di recupero del territorio, energie alternative, acqua pubblica e altri settori di economia collettiva, e che si doveva farlo intanto sradicando, o almeno limitando al fisiologico, la corruzione dalla politica perché altrimenti questa avrebbe vanificato il suddetto recupero indirizzandolo male. Quanto serviva per realizzare tutto questo? Quanto serviva serviva, secondo il programma grillino quei soldi potevano essere chiesti a mamma UE, e se diceva no sfancularla e stamparseli da soli. Inflazione? forse, ma da crescita. Quindi riassorbibile facilmente, come il deficit attraverso il moltiplicatore keynesiano: se un deficit viene speso sul territorio, il maggior reddito innescato alla fine del ciclo avrà aumentato le entrate fiscali di almeno altrettanto. Se avessero mantenuto le promesse, loro e i salviniani (che giocano a fare gli antieuropeisti e ne imbarcano pure, ma poi hanno votato e votano tutti i capestri europei), saremmo arrivati non dico alla pandemia con la sanità riattrezzata dopo decenni di tagli (non si faceva a tempo, ma ad allestire una risposta diametralmente opposta si, attrezzando al volo la sanità pubblica a reggere la pandemia senza farla pagare ai cittadini rovinando l'economia) ma almeno con un piano energetico nazionale avviato all'affrancamento dalle fonti non rinnovabili di proprietà estera (non solo russa), si. Ripeto, era nei programmi grillini, ne avrò scritto decine di volte negli anni scorsi (i post se li cerchi chi vuole).

Invece, lo spiraglio costituito dai 5 stelle si è chiuso dopo i contatti degli stessi, ormai governativi, con quelli che comandano davvero da Bruxelles in su: chissà come mai. Così, abbiamo visto sgomenti sciogliersi come neve al sole i proclami del moVimento, che prima si sfiancava per ottenere dalla UE uno zero virgola di deficit in più, poi si esibiva in una serie di cambi di coalizione che manco la DC della prima Repubblica, e infine accettava e promuoveva una (criminale) narrazione della realtà opposta a quella per cui era stato messo li dagli italiani, scaricando sugli stessi i guai anziché proteggerli (anche lo Stato più virtuoso - e noi lo siamo da trenta e passa anni, ma famo di più - se arriva poniamo un terremoto può ricostruire soltanto o con debito pubblico o con debito privato, e il rimpiazzo del primo col secondo è precisamente la mission dell'UE fin dall'inizio), e finendo per questa ragione a trovarsi comunque nella situazione che in teoria il baraccone europea doveva evitare: deficit schizzato, inflazione alle stelle, e non per aver avviato una fase espansiva ma invece proprio durante una recessione causata dai suoi stessi provvedimenti.

In questo contesto, l'inflazione esogena (ripeto, perlomeno concausata dall'aver mancato alle promesse di investimenti a deficit in un nuovo piano energetico) è una mazzata definitiva ad ogni velleità di ripresa. Molti saranno costretti a tirare la cinghia, a svendere casa sperando di trovare da vivere in affitto, a tentare di guadagnare punti per quella "patente di bravo cittadino 2.0" che stanno sperimentando proprio a Bologna (la "rossa", la città che dimostrava che i "comunisti" al potere potevano starci e fare qualcosa di buono: il Cucciolo Alfredo che lodava gli "autobus biglietto gratuito regalo di un'amministrazione niente male" si starà rivoltando nella tomba) e che è la logica (e infatti prevista, da chi voleva vedere) prosecuzione del green pass.

Dite: ma c'è la guerra. E certo che c'è: ma per colpa di chi è iniziata, per colpa di chi sta proseguendo e proseguirà? Putin, dite? Nella migliore delle ipotesi è stato tirato dentro a forza, nella peggiore non ha fatto altro che recitare nel ruolo assegnatogli. Bisogna fermarla, dite? Certo, subito. Ma fornire armi all'Ucraina è il modo migliore perché continui per anni. Perciò stanno utilizzando il paradigma di manipolazione sperimentato con la pandemia per questa propaganda di guerra: perché vogliono che continui. Battiato ci aveva avvisato. L'unico modo per salvarsi l'anima è spegnere la TV (se avete pazienza, Grimaldi vi spiega perché) non credere a una parola di quello che raccontano. Tutti. E non basterà a salvarsi la pellaccia.

Ed ora, i soliti approfondimenti:

  • Blondet, ovvero il filo rosso che lega la strategia vaccinista e i suoi danni ai fabbricanti di armi e i loro interessi;
  • Crisanti, ovvero qualcuno comincia di sguincio ad ammettere il fallimento totale delle strategie "antipandemiche", ma dobbiamo andarvelo a cercare nei sitarelli;
  • Escobar, ovvero come e perché questa non è una guerra della Russia contro l'Ucraina ma degli USA contro l'Europa.

mercoledì 23 settembre 2020

LA QUISTIONE MERIDIONALE

Vi confesso, logicamente solo a posteriori, che non è che avessi soverchie speranze per questo referendum: troppo compatto e dominante il fronte del SI, che in questo tipo di consultazioni finora aveva perso sempre, ma ogni volta c'era uno schieramento deciso e organizzato per il NO, stavolta solo voci sparse quando non "libertà di coscienza". Il conto della ulteriore aristocratizzazione della carriera politica, però, arriverà per tutti, e sarò contento di vedere tutti i non aristocratici che hanno votato SI pagare la loro parte, ammesso che si renderanno conto di starlo facendo e poi anche di esserne stati concausa avallando decisioni, prese contro di essi stessi, per aver creduto alla loro presentazione mendace e dissimulatoria. Non c'è da stupirsi se torna alla mente allora il primo degli imbrogli, quello fondativo della nazione italiana: il Risorgimento con le sue buffonate tra cui i cosiddetti plebisciti, votazioni dov'era impossibile sottrarsi all'assenso senza rischiare la vita: non male, come attenuante...
Insomma, arriva come il cacio sui maccheroni il pezzo di Pasbas sulla questione meridionale vista da Antonio Gramsci, che ci aveva promesso quando ci parlò dei briganti. Infatti, tratta di due tradimenti paralleli: quello di una parte d'Italia da parte dell'altra, e quello degli epigoni del PCI nei confronti di uno dei suoi padri più nobili (quello che aveva tra le altre cose fondato il loro storico giornale, lasciato appunto morire tra mille traversie, e forse è meglio così che a continuare a raccontarvi menzogne a vantaggio del Capitale il tradimento sarebbe stato peggiore). Tradimento perpetrato anche consegnando mani e piedi gli italiani a un feroce predatore straniero, più o meno come era stato fatto con i terroni ai "piemontesi", con Gramsci tra i pochi ad aver capito e denunciato la cosa.
Al termine del post, che vi invito a leggere con attenzione,, vi saluto con il tributo ad Antonio Gramsci di un cantautore da poco scomparso e forse già dimenticato, uno che dello stare "dalla parte del torto" ne aveva fatto un manifesto artistico e politico: Claudio Lolli, Quello lì.

La Quistione Meridionale di Antonio Gramsci

di Pasbas

Per Gramsci (da qui in avanti G.) la Quistione Meridionale (da qui in avanti Q.M.) è strettamente legata alla storia del Risorgimento, così come narrata dalla retorica del potere piemontese. Lo stato di abbandono nel quale versa il sud (nei primi decenni del ‘900) è principalmente dovuto alla politica coloniale di predazione delle risorse industriali, finanziarie e naturali presenti nell'ex regno borbonico. L’analisi dell’insieme dei problemi del sud riscontrati nei primi due decenni del ‘900 è stata condotta inizialmente da G. con modalità e metodiche ancora frammentarie, attraverso articoli su diversi giornali di orientamento socialista e democratico (Ordine Nuovo, Avanti!). Questi appunti in ordine sparso, scritti tra il 1916 e la scissione di Livorno (1921), vengono sistematizzati e finalizzati da G. nello scritto (rimasto incompiuto) del 1926 “La Quistione Meridionale”. Nello scrivere intorno a questi temi emerge la sofferenza di Antonio, giovane sardo che si reca nella capitale industriale d’Italia per studiare all'università e porta con sé un bagaglio esperienziale tipico di una realtà contadina, isolana e isolata dal resto d’Italia. Questo sofferto provincialismo ha condizionato fortemente il giovane Antonio e traspare in modo evidente, soprattutto dai primi scritti sul Mezzogiorno e le sue problematiche post-unitarie.
La Q.M. ha visto molti intellettuali di inizio secolo misurarsi con le problematiche proprie del Sud; G. attento osservatore ne cita diversi: Francesco Coletti, economista e membro autorevole dell’Accademia dei Lincei, scriveva che “... l’unificazione delle regioni italiane sotto uno stesso regime accentratore, aveva avuto per il Mezzogiorno conseguenze disastrose”. E ancora G. scrive “l’unificazione pose in intimo contatto le due parti ... l’accentramento bestiale ne confuse i bisogni ... l’effetto fu la migrazione di ogni denaro liquido dal Mezzogiorno al Settentrione e l’emigrazione degli uomini all'estero (fino al 1861 l’emigrazione era appannaggio esclusivo del nord Italia) ... il protezionismo industriale rialzava il costo della vita al contadino calabrese ... le guerre eritree, quelle di Libia, ... assorbirono i risparmi degli emigrati (meridionali). Si parla ... di mancanza di iniziativa nei meridionali, è un’accusa ingiusta ...”. Aggiungerei, col rispetto dovuto ad Antonio, che infatti non è possibile spiegare altrimenti la imprenditorialità estremamente creativa ed efficace degli emigrati del Sud in  Canada, Stati Uniti, Australia, Venezuela, Messico, Europa! Emigrati che contribuirono loro malgrado, con i risparmi sudati spediti in patria alle poverissime famiglie e intercettati dall'insaziabile sete di denaro dell’indebitato stato italo-piemontese (le cui reiterate spese militari avevano aperto una voragine nei conti dello Stato), a ripianare l’enorme buco di bilancio creato dalle scellerate scelte militari di un colonialismo italicamente straccione .
Si evince inoltre da quanto sopra riportato che la propensione di G. per uno Stato organizzato in modo federale fosse implicitamente una scelta ponderata; a questo proposito scrive: “il Mezzogiorno non ha bisogno di leggi speciali e di trattamenti speciali. Ha bisogno di una politica generale, estera ed interna, che sia ispirata al rispetto dei bisogni generali del paese ... per compensare i danni che le regioni hanno subito per causa della guerra”. E inoltre: “Il protezionismo in Italia ... ha saputo abilmente rendere antagonisti gli interessi immediati delle campagne con quelli delle città e di una parte dell’Italia contro l’altra ... spetta ai proletari urbani ... meglio preparati alla lotta ... con la loro resistenza ed opposizione, anche violenta, di smontare la vecchia macchina camorrista”.
G. sbugiarda inoltre la propaganda populista basata sul motto “La terra ai contadini!”: gli agrari del Nord fanno fissare il prezzo massimo del grano sulla base della bassa produttività dei terreni del Sud; così facendo spuntano per i cereali prezzi molto alti se comparati alla grande produttività dei terreni padani, realizzando così guadagni enormi e prima impensabili. Il richiamo di G. è al proletariato del nord, pesantemente penalizzato dall'aumento immotivato del prezzo del pane: “Uno sciopero a Torino, per un minacciato aumento del pane, può salvare la Sardegna e la Calabria dalla mania disastrosa di tagliare gli alberi per seminare il grano” ( su terreni improduttivi), mentre gli stessi alberi sono “la vera e più redditizia fonte di ricchezza” (per il Sud).
Il potere degli industriali e dei grandi latifondisti approfondì la cesura tra nord e sud, mettendo in contrasto gli interessi dei contadini meridionali con quelli del proletariato industriale del settentrione. G. smascherò questa politica del divide et impera esortando più volte le masse proletarie del Nord ad allearsi con i contadini poveri del Sud, per costruire una forza politica rivoluzionaria in grado di rovesciare lo stato borghese “ ... anche in modo violento ...” e edificare la nuova società comunista. Per fare questo è però necessario, secondo G., che il contadino povero cambi la sua radicata psicologia, che lo costringe in una logica egoistica e che lo spinge quindi a fiammate violente di ribellione che non conducono mai ad un qualche duraturo cambiamento della realtà sociale. “Il contadino ... non comprendeva l’organizzazione, non comprendeva la disciplina ... era impaziente e violento selvaggiamente nella lotta di classe”.
Paradossalmente la prima guerra mondiale ha realizzato una sorta di unità d’Italia reale, basata sulle sofferenze, la solidarietà, il cameratismo e la ricerca del bene comune, creando così in trincea “... un’anima comune unitaria ...” tra i militari provenienti da ogni angolo d’Italia. I contadini poveri hanno alla fine “... concepito lo Stato”. E parlando delle alleanze strategiche : “il problema della unificazione di classe degli operai e dei contadini ... si fonderà sulla ... vita comune in trincea”.
Ed ancora sul rapporto strategico nord-sud: “.... gli operai d’officina ed i contadini poveri sono le due energie della rivoluzione proletaria. Per loro ... il comunismo rappresenta una necessità essenziale ... La rivoluzione comunista è essenzialmente ... organizzazione e ... disciplina ... è necessario saldare le città alla campagna”. Questa estrema attenzione verso il rapporto contadini-operai, città-campagna, Nord-Sud, nasce in G. dall'analisi delle enormi differenze tra la Rivoluzione Francese ed il Risorgimento: i giacobini vinsero includendo a pieno titolo i lavoratori agrari nel processo rivoluzionario, il Risorgimento invece, diretto e orchestrato dall'infame Destra Storica del Conte di Cavour, puntò sulla divisione netta tra ricchi e poveri, tra industria del Nord e agricoltura povera del Sud (alleandosi però strategicamente con i latifondisti del mezzogiorno ben foraggiati e protetti dal governo piemontese).
In G. comincia a farsi chiara l’idea che l’alleanza nefasta tra città e campagna, così come realizzata nel periodo post-risorgimentale da industriali e latifondisti, avrebbe portato presto (nel tempo presente) a sbocchi reazionari, cosa che puntualmente si verificò di lì a poco con l’avvento del fascismo. Il motto demagogico La terra ai contadini! , coniato dalle forze di conservazione, deve essere per G. svuotato dai contenuti originari e interpretato in modo progressivo: “... le aziende agricole e le fattorie moderne devono essere organizzate per azienda agricola e fattoria ... le terre a coltura estensiva devono essere amministrate dai Consigli dei contadini poveri ...”. Cosa ottiene il contadino che occupa una terra incolta non avendo credito bancario, né macchine agricole né abitazione sul terreno, né cooperative di supporto? Soltanto la disperazione e la rabbia violenta, indisciplinata e feroce, che lo escluderanno per sempre da qualsiasi ipotesi di lotta organizzata. “... Gli operai e i contadini rivoluzionari ... hanno visto ... il cretinismo parlamentare, l’illusione riformista ... la controrivoluzione. ... La borghesia settentrionale ha soggiogato l’Italia meridionale e le isole e le ha ridotte a colonia di sfruttamento .. le masse contadine meridionali asservite alla banca e all'industrialismo parassitario del settentrione ... il controllo operaio sull'industria rivolgerà l’industria alla produzione di macchine agricole .. stoffe e calzature, luce elettrica per i contadini”.
Qui G. fa un accenno alla “favola” dell’inferiorità biologica e culturale dei meridionali: il riferimento implicito è chiaramente al criminologo veronese Lombroso che da positivista sosteneva che i meridionali avessero una naturale propensione a delinquere, confermata dai loro tratti somatici che li indicavano come anello di congiunzione tra la scimmia e l’uomo; Lombroso fu consigliere comunale a Torino nelle fila (indovinate un po') dei socialisti! In feroce polemica con lui (e con i suoi sodali) G. sostiene che non c’è ovviamente nessuna evidenza scientifica che indichi nel meridionale tendenze criminali a priori o una presunta deficienza cognitiva, e aggiunge: “... invece di studiare le origini di un evento collettivo e le ragioni del suo diffondersi ... si isolava (il soggetto) e ci si limitava a farne la biografia patologica ... (infatti) per una élite sociale gli elementi dei gruppi subalterni hanno sempre un che di barbarico e di patologico”. E ancora: “è noto quale ideologia sia stata diffusa in forma capillare dai propagandisti della borghesia delle classi settentrionali: il Mezzogiorno è la palla di piombo che impedisce i più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia; i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semi-barbari o dei barbari completi, per destino naturale”. (N.d.R: non vi ricorda qualcosa? a me, la sintassi del cosiddetto "vincolo esterno", secondo cui solo l'Europa può alla fine salvarci da noi stessi...). G. scrive questo nel 1926 e il riferimento al criminale (altro che criminologo!) Lombroso è evidente. Per questo bastardo e viscido servitore della causa piemontese la Q.M. è così risolta: il malumore dei contini del sud, il brigantaggio? Un problema di strutture anatomiche, di atavismo criminale!
E’ dunque questo uno dei miti fondanti dell’unità d’Italia, cioè che il Mezzogiorno d’Italia sia popolato da barbari e feroci criminali? E se così è, si può pensare ad un’Italia veramente unita senza riformare la coscienza degli italiani, a cominciare dalla falsa narrazione del Risorgimento e senza interpretare correttamente il fascismo come prosecuzione necessaria della politica coloniale nei confronti di un sud derubato, a partire dal 1860, delle sue ricchezze, come i meridionali della propria dignità?

sabato 19 settembre 2020

IL 2O E L'8

E' un po' che non parliamo di Covid, ma da un lato l'argomento è così importante, e non certo per ragioni sanitarie, da meritare una qualche forma di attenzione sistematica (è una promessa, o se preferite una minaccia...), dall'altro l'agenda impone un post che è quasi una replica di uno di fine agosto, perché è dovere di ciascuno di noi fare quanto è nelle proprie possibilità perché si realizzi quanto è nel proprio convincimento politico, e anche se uno solo tra chi mi segue, o magari tra quelli a cui avranno inoltrato questo post quelli che mi seguono, sarà passato dal SI al NO, non sarà stato invano.

Il 20 e 21 settembre, infatti, si vota per il referendum confermativo della riforma costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari a 600 in tutto, dai quasi mille di oggi. Messa così, sembrerebbe un doveroso risparmio, e infatti è quello che vi dicono di continuo. Ma è un risparmio di spiccioli, talmente piccolo da non avere nemmeno valore simbolico. Molto inferiore di quello (peraltro anch'esso poco più che simbolico) che si avrebbe tagliando della metà tutti i compensi dei parlamentari, cioè trasformando in legge (ordinaria, peraltro) quella norma di buonsenso che i grillini hanno imposto a se stessi, finché ha tenuto (vedrete che presto sparirà, come ha già fatto il limite dei due mandati, ma già da un po' è variamente disattesa), ricevendo in cambio un bel po' di voti in più. In cambio, ipso facto, il taglio impone un innalzamento della soglia di rappresentanza tale da costituire di fatto un innalzamento dei costi di ingresso nella scena politica, sia dei singoli che dei partiti o movimenti che dir si voglia: devi attrezzarti per prendere più voti di prima, quindi spendere di più, quindi la politica è un affare per chi ha già soldi di suo o riesce a trovarli. Il contrario, insomma, di quello che prometteva l'esistenza stessa del movimento 5 stelle e della sua differente selezione della classe politica.

Che poi, fosse solo quello! I grillini sono arrivati da zero a un terzo dell'elettorato, me compreso, al grido di NO TAV, NO VAX, NO EURO e NO CASTA, specialmente NO PD. Con quale faccia tosta riescono a uscire di casa avendo tradito col botto praticamente tutti i loro mandati (ah, dicevano anche di essere per l'introduzione del vincolo di mandato, e infatti buttavano fuori dal loro schieramento chiunque secondo i loro tribunali interni avesse violato questo o altre "norme"), è un mistero. Ma guai a chi non conosce o comunque non applica la lezione della Storia. Come Fassino, che, quando Grillo decise di incanalare le enormi energie mobilitate col suo blog in un'azione politica tentando di scalare il PD, mentre lo escludevano dalla corsa gli intimò beffardo di fondarsi un suo partito... e poi hanno dovuto usare tutte le astuzie più e meno lecite per impedirgli di governare una volta diventato maggioranza relativa e poi neutralizzarlo nell'abbraccio mortale di questi ultimi tempi.

Qualche giorno fa era l'8 settembre. Lo sapete perché è sempre l'occasione per una serie di servizi televisivi più o meno storici, quasi tutti di autofustigazione dell'italianità. Siamo un popolo di voltafaccia, convinti di aver vinto una guerra perché abbiamo cambiato cavallo in corsa. Riguardatevi I due marescialli con De Sica e Totò, è stato girato pochi anni dopo ed oltre ad essere pieno zeppo di scene esilaranti è estremamente rappresentativo di questa vulgata (più ancora de I due colonnelli, altrettanto divertente), col culmine nella scena in cui il Podestà (l'immenso Gianni Agus, uno che oggi varrebbe ics volte gli attori da Oscar e ai tempi faceva il caratterista, lo ricordate tutti come contraltare di Fracchia, per intenderci), all'arrivo degli Americani, si stacca il contrassegno del Partito Fascista dal bavero e lo getta via guardandosi intorno circospetto. Ebbene, pensiamoci bene: la cosa ha il suo lato positivo. E' vero, ci lasciamo abbindolare: uno ci promette un posto al sole tra gli Imperi dopo che ci ha dato case lavoro e identità, e noi gli crediamo, tutti (o meglio molti ma gli altri lasciano fare e fingono di crederci pure loro), e lasciamo pure che inquadrino militarmente i nostri figli (della lupa) e le nostre piccole (italiane), e tolleriamo le leggi razziali tanto mica sono ebreo io e poi è per fare contenti i tedeschi noi poi qui mica li deportiamo e mio cugino comunque lo nascondo io. Ma quando si capisce che parlava a vanvera, quando la Storia presenta il conto, non si trova in giro più nessuno che sia, anzi che sia mai stato dalla sua parte. Tutti antifascisti. Tutti a tirare le monetine a Craxi, anche, anzi soprattutto quelli che in un modo o nell'altro erano stati beneficiati dal suo ostinato affidarsi alla spesa pubblica mentre già avevano sfilato la Banca d'Italia al controllo del governo nazionale (in favore di quello sovranazionale più o meno occulto sotto il quale ancora sta, con le altre banche centrali europee sotto la BCE).

Quante volte il continuum PCI/PDS/DS/PD ci ha portati in piazza in difesa della Costituzione, magari in funzione antiberlusconiana? Oggi lo sappiamo, era per tradirci meglio. Ma non ci pentiamo, e il 10 ottobre ci torniamo anche se non abbiamo capito bene chi organizza e a che scopo: intanto salviamo la Costituzione, poi vedremo. Se guardiamo la storia dei tentativi di riforma costituzionale fin dalla sua entrata in vigore, deduciamo che il ragionamento appena descritto deve essere in qualche modo maggioritario, tra gli italiani: per approvare una legge di riforma della nostra Carta fondamentale ci vuole una maggioranza parlamentare così ampia che solo una volta in 72 anni è stata raggiunta (per introdurvi l'obbligo di pareggio di bilancio, una vergogna che scredita per sempre tutti i votanti a favore, Lega compresa, agli occhi di chi capisce che è qui la causa di tutti i nostri mali, anche quelli legati al Covid e relativi disastri economici che avranno l'inesistente ricostruzione di tutti i terremoti), sennò bisogna ricorrere a un referendum confermativo. Come appunto quello in scena in questi giorni, si: senza quorum (che lungimiranza, i padri costituenti: se vuoi cambiare la Carta devi riuscire a far alzare il culo alla gente, se lo alzano solo quelli contro vincono loro, anche fossero due). Ebbene, ha vinto sempre il NO. Coda tra le gambe per tutti, da qualunque parte fossero: Berlusconi e Renzi ancora si leccano le ferite, e anche se non sono spariti di scena (e chi lo fa mai in Italia? Craxi fu un'eccezione, magistralmente raccontata da Gianni Amelio) il loro consenso non tornò più ai livelli di prima dell'azzardo. Noi italiani non neghiamo mai a nessuno il suo 8 settembre, il 20 settembre 2020 fate che sia quello di Beppe Grillo: venite a votare NO a una riforma che peraltro realizzerebbe il sogno di Licio Gelli.
Si lo so che gli schieramenti politici si sono schierati da una parte e dall'altra per le ragioni più disparate e si rischia di trovarsi compagni di schieramento indesiderabili (pensavo a +Europa, la UE è peggio di qualsiasi fascismo, anzi da sempre le politiche di rigore insensato sono le madri di tutti i fascismi) ma questo appunto vale comunque, e allora guardiamo a chi ha votato la riforma in parlamento, quasi tutti Lega compresa anche se stavolta non abbastanza, e capiremo meglio che al di là dei teatrini odierni, causati dagli interessi dei rivoli e dal fiuto politico di altri, questa cosa la volevano tutti e questo è un motivo in più per respingerla al mittente. Magari, infine, votare NO è il primo passo per riprendersi la sovranità, e pretendere il giusto risarcimento per la follia distruttiva dell'economia che ha animato i governi di mezzo mondo sotto la regia dei veri padroni del vapore sovranazionali. Intanto facciamolo...

domenica 15 marzo 2020

STARE A CASA FA DARE I NUMERI...


Locandina e citazione sono tratte da un documentario molto interessante:
ovviamente non si è visto nelle sale italiane, e nemmeno se ne è parlato...
Non volevo parlare del Coronavirus, perché sono scaramantico come ogni buon meridionale, o forse solo per non dover aggiungere, in caso lo contraessi, alla sfiga di esserne stato beccato anche lo scorno di averne parlato nei termini che leggerete. A Roma mi direbbero "t'aa sei tirata", a Reggio "ti jittasti 'u picciu": meglio aspettare. Ma poi arriva la Lagarde, e poi Johnson, e mi scappa da dire tante cose che non sapendo da dove cominciare mi faccio aiutare dalla Madonna di Lourdes... e do i numeri.
Leggete nella foto: sono dati ufficiali. Da quando qualcuno ha fiutato l'affare Bernadette, a Lourdes si sono recate più o meno 500 milioni di persone malate. Di queste, sono guarite in maniera non spiegata dai medici circa 7mila, meno di una su 70mila. Poiché la Chiesa si tiene giustamente a prudente distanza dal dichiarare "miracolo" una guarigione che i medici non sanno spiegare, lo ha ufficialmente fatto per soli 70 casi. In 160 anni. Uno su 7 milioni. Lo so cosa state pensando, specialmente se siete credenti: ecco il solito feroce materialista cui non importa se quell'uno era lui o un suo caro, e che non tiene conto della potenza della fede e della speranza su ciascuno dei pellegrini. Potrei chiedere aiuto a Troisi, ma non lo faccio. Dico solo che non ho niente contro chi si attacca a qualsiasi cosa pur di trovare la forza di resistere a un brutto male e magari guarire, ci mancherebbe altro. Esistono forze dentro ciascuno di noi che hanno bisogno di leve diverse dalla logica per essere attivate, e fanno si che ci sia sempre, per ogni morbo o accidente, una certa percentuale di guarigioni spontanee, che i medici non sanno spiegarsi. Si chiama "effetto placebo", e se a uno gli funziona, qualunque sia il motivo, buon per lui. Ma proprio perché esiste questo effetto, è a lui che ci si rapporta per stabilire, in sperimentazioni a doppio cieco (nessuno sa chi prende il farmaco e chi solo eccipienti), se un nuovo farmaco o trattamento sia efficace o meno: lo è quando le guarigioni sono in numero superiore in misura statisticamente significativa. Ebbene, le guarigioni inspiegabili per i medici, figurarsi quelle per la Chiesa che sono un centesimo, sono in percentuale inferiore tra chi si è recato a Lourdes che tra chi non ci si è mai recato. Il che, a chi non fosse un feroce razionalista, potrebbe portare alla conclusione che Lourdes, più che essere inutile, porta male. E in ogni caso, le spese per la trasferta non possono essere a carico del servizio sanitario nazionale.
Se vi volete togliere uno sfizio, googleate "dati statistici influenza 2019", segnatevi i numeri e ripetete la cosa per gli anni precedenti. Evitate le risposte recenti, che sono in ogni caso influenzate (ahem...) dal coronavirus in cronaca e da quello che il cronista ha in testa di voler dire, o gli hanno detto di dover dire. Scoprirete, ad esempio, che:

  • il Corsera il 5 novembre 2015, forse nel quadro di una campagna per convincere gli anziani a vaccinarsi, riportava che ogni anno si ammalano in Italia dai 3,5 ai 6 milioni di persone, di cui diverse centinaia muoiono per conseguenza diretta dell'influenza, e circa 7/8 mila per conseguenze indirette e complicanze (ma negli anni successivi cresceranno, e non di poco);
  • il Quotidiano.net del 10 gennaio 2019 riportava che nella prima settimana di quell'anno erano state contagiate 323mila persone (si noti: non 20mila in tre mesi...);
  • Pharmastar il 15 aprile 2019 calcolava che ogni anno in Europa si ammala di influenza tra il 4 e il 15 per cento della popolazione, con una media del 9, e muoiono circa 40 mila persone l'anno, il 90% over 65;
  • secondo il Sole24Ore del 22 agosto 2019 i contagiati l'anno prima in Italia erano stati 4.780.000, con qualche centinaio di morti quasi tutti over 65 (tra cui mia madre);
  • il Messaggero il 15 novembre 2019, il mese precedente i primi casi di Covid19 a Wuhan, riportava che l'influenza 2019 aveva già messo a letto 341mila italiani: a letto, non in giro con o senza sintomi che come si fa a contarli, e all'inizio della brutta stagione, che alla fine si sarebbero contati a milioni come sempre (infatti lo stesso pezzo riporta una dichiarazione ufficiale di Influnet, roba targata ISS e Ministero della Salute, che quantifica a 8 milioni i contagiati dell'anno prima, con 800 in terapia intensiva e 200 morti);
  • infatti, il bollettino di Influnet di quest'anno, al 16 gennaio, col Covid19 che si pensava ancora fosse una roba dei cinesi e col focus su "vecchi vaccinatevi e di prescia", recitava che i contagi dall'autunno scorso fossero già arrivati a 2.300.000, e puntavano a 3 milioni - significa, a rigor di logica, che: 1) i vaccini antinfluenzali sono inutili se intanto il virus cambia, 2) forse il coronavirus è arrivato prima di quanto si creda, oppure 3) da quando è arrivato per prima cosa si è pappato il virus precedente;
  • due mesi dopo, persino Il Giornale si affanna a dimostrare statisticamente che il Covid19 è diverso da una normale influenza, per giustamente accodarsi alle raccomandazioni governative (era il 7 marzo, i divieti assoluti e ubiqui dovevano arrivare), ma senza accorgersi che a leggere bene i numeri (per questo vi ho messo il link, a differenza degli altri che o vi fidate o ve li cercate da soli, tanto troverete cose simili) si evince il contrario.

Perché delle due l'una: o il numero dei positivi al tampone corrisponde al numero dei contagiati, e allora effettivamente rispetto a una normale influenza la percentuale di decessi è più alta (oltre il 7 per cento, calcolo a spanne) ma la malattia è molto meno contagiosa, oppure il numero dei contagiati è in realtà molto maggiore, dell'ordine di grandezza di una normale influenza, e allora però la mortalità è molto inferiore al dato riportato. Le frazioni si studiano in terza elementare, non bisogna essere esperti in statistica.
E allora, perché sottoporre il Paese a misure che nemmeno sotto i bombardamenti? Per fermare un contagio che o è molto più difficile di quello dell'influenza, visto che abbiamo passato i 20mila casi solo dopo due mesi di riflettori puntati, o in realtà è altrettanto veloce, ma allora non è poi tanto più grave? No, la ragione è un'altra, e a saper leggere la ammettono pure: perché la vera differenza tra questa e una normale influenza è nel numero di contagiati che finiscono in terapia intensiva, e le nostre strutture sanitarie non sono in grado di soddisfare un tale aumento di domanda, specie quelle nelle regioni meridionali.
Mettiamola in piano: per aver smantellato, anche se ancora per fortuna non del tutto, la sanità pubblica, anziché potenziarla con i giusti investimenti come si doveva (e si poteva, anzi si sarebbe potuto se non ci fossimo legati mani e piedi a un regime monetario dispotico ed eterodiretto nell'interesse altrui) fare, oggi siamo costretti a fermare l'economia, creando un danno immediato che ammonta a svariate volte la cifra che sarebbe bastata a non smantellare e anzi a migliorare la rete ospedaliera. Dico immediato perché i 25 (ma fino alla sventurata ma rivelatrice uscita della Lagarde erano ancora 7,5) miliardi di risorse che tocca spendere per tamponare i danni del fermo emergenziale sono solo una frazione di quelli reali nel breve periodo, a loro volta una frazione di quelli che si assommeranno nel medio, da calcolare applicando la dimenticata formula del moltiplicatore keynesiano con il segno meno dentro. Per una volta, "danno incalcolabile" non è un modo di dire. Tanto che i tedeschi, con dati molto più bassi dei nostri (anche perché a lungo tenuti, come forse si doveva fare tutti, compresi in quelli della normale influenza annuale), hanno usato il loro sistema di banche pubbliche (che loro si sono tenuti, mentre ordinavano a noi di smantellare il nostro) per stanziare aiuti per oltre 550, di miliardi.
In questi giorni deve essere firmato il MES, il trattato secondo cui l'Italia conferisce svariati miliardi a un fondo che poi quando lo invochi per sanare i tuoi sbilanci ti ripresta parte dei tuoi stessi soldi, ma a interessi e in cambio di "riforme strutturali" tipo un ulteriore innalzamento dell'età pensionabile oppure la privatizzazione della sanità. Se lo firmeremo, forse sarà la prova definitiva che una gestione così imbarazzante della crisi in cronaca aveva qualche ragione altrove, ma sicuro sarà il colpo di grazia alla nostra economia (con, anche, un numero di morti da fare impallidire quelli da virus, vedi Grecia). Ma se anche non pensiamo male, e consideriamo quindi i provvedimenti presi come a questo punto inevitabili, ce n'è abbastanza per intanto non firmare un bel niente, e poi approfittarne per chiedere la riforma dei trattati europei e se no l'Italexit. Per fortuna ho visto sui social in questi giorni molte persone aprire gli occhi in tal senso, forse da questa disgrazia alla fine potrà trarsi qualcosa di buono. Tra l'altro, erano cose più o meno scritte nel manifesto elettorale dei cinquestelle, prima che accettassero di tradirsi pur di restare al governo.
A proposito, nel frattempo l'Inghilterra ha dato prova per la seconda volta in pochi mesi di una maturità democratica che noi ci sogniamo, la prima essendo il plebiscito elettorale a favore di chi prometteva di attuare la Brexit, a stroncare anni di bagarre parlamentare che stava sabotando un referendum (continuamente denigrato dalla stampa specie italiana). Come un padre a dei figli responsabili, il governo ha detto ai sudditi di Sua Maestà che probabilmente prenderanno l'influenza, come ogni anno, ma che quest'anno sarà più pericolosa specie per gli anziani quindi di stare attenti, ed ha chiuso il circenses ma non il panem. Evitando al Paese un bagno di sangue, gli ha lasciato in mano le risorse per aiutare i più sfortunati tra i propri cittadini. Ovviamente, la nostra stampa in molti modi schiava ha iniziato a deriderlo e deformarlo, non contenta della malaviruta che aveva fatto nell'occasione precedente. Evidentemente, noi italiani preferiamo essere trattati invece come dei bambini piccoli e un po' scemi: avrete anche voi visto in giro tanti in macchina da soli ma con la mascherina su, o visto in TV gli inviti a restare a casa dei vip (a cui non cambia niente - neanche a me cambia niente a parte la rottura di scatole, potrei starmene zitto, ma penso a tutti quelli che lavorano in proprio che tra un po' non avranno da comprarsi il cibo, e specie ai ragazzi che tentano di darsi da fare in tempi in cui il lavoro come diritto è stato smantellato peggio dei piccoli ospedali), o letto sui social invocazioni a misure ancora più draconiane da parte di uno dei tanti a cui evidentemente piace essere schiavizzati (la paura da sola non basta a giustificare coglionate del genere).
Allora io sto in casa, si, perché costretto, ma continuo a ragionare e a scrivere. E non m'importa niente se mi ritrovo a pensare le stesse cose di persone che considero avversari politici: io so chi sono, non è colpa mia se gli schieramenti mi cambiano sotto il culo. Io sono socialista, come mio nonno che per non prendere la tessera del fascio venne licenziato dalle ferrovie. Se il craxismo ha spostato il socialismo altrove non potevo farci niente, tranne che restare fedele alle mie idee: penso da sempre alla nostra Costituzione come un baluardo e una bussola per la democrazia sostanziale, e che si sia fatto sempre troppo poco per attuarla e rispettarla. Se essa consente cessioni di sovranità, il suo dettato fornisce esso stesso i paletti entro cui tali cessioni possono operare. Se aver ceduto sovranità a una Unione di Stati ci impedisce di aiutare il popolo quando e quanto serve (lo pensai e lo dissi già per L'Aquila e Amatrice), ecco dimostrato anche ai muri che bisogna riprendersi quella sovranità. E certo, bisogna anche evitare, combattendo la corruzione, che questo potere sovrano venga usato per l'arricchimento privato. Ma accettare il vincolo esterno non ci ha salvato, come forse pensavamo: ha solo aggiunto danno al danno.
Vi sento, vi sento: "questo magari domani, ma ora che si può fare, che poteva fare il nostro governo?" Beh, prevedere, e immediatamente e senza esitazioni, non la chiusura di tutte le attività economiche e poi magari il contentino di sospendere le tasse (che quelle invece servono a tenere in piedi il meccanismo del moltiplicatore, attraverso il rientro all'erario della spesa in deficit una volta che ha creato il reddito atteso), ma l'erogazione immediata di quanto serve per fronteggiare l'emergenza (come hanno fatto i cinesi che infatti in due mesi sono fuori o quasi): centri di terapia intensiva attrezzati a tempo di record, mascherine e guanti gratis per tutti, erogazioni di contanti immediate a chiunque non possa sostentarsi, e con un po' di calma anche agli altri danneggiati dal fermo forzato, e una campagna di comunicazione adeguata, atta a far sentire la gente protetta e non terrorizzata. E domani, passata la bufera, miriadi di piccole opere a far ripartire l'economia, assunzioni nel pubblico impiego di giovani ovunque servano, ristatalizzazione di tutti i settori cruciali, edilizia scolastica e strutture sanitarie come se piovesse, e il prossimo virus lo assorbiamo con una scrollatina di spalle, piangendo quelli che nonostante gli sforzi di una sanità che funziona non dovessero farcela, ma con la consolazione di aver fatto tutto il possibile per ridurne il numero. Invece che non essere in grado di aiutarli e per questo bloccare il Paese causando una recessione con le sue chissà quante vittime più o meno dirette, ma lontane dall'attenzione morbosa del nostro malato sistema mediatico. O, visto che ha funzionato, fermare il Paese e sospendere la democrazia alla prima avvisaglia, perché "prevenire è meglio che curare"...

domenica 16 febbraio 2020

VIVA L'ITALIA, MUOIA L'UE

Inizio inconsuetamente un mio post con la citazione letterale di un brano di un post altrui (di quel Bagnai che averlo imbarcato, con Borghi, renderebbe addirittura votabile la Lega, non ci fossero troppi altri segni che portano alla conclusione opposta):
il problema principale non è nemmeno l'Unione Europea in sé (che comunque resta un progetto irrazionale e fallimentare), quanto il fatto che essa si presti (perché irrazionale e farraginosa) a essere strumentalizzata da una serie di ambiziosi despoti (mancati), la cui massima aspirazione è quella di poter conferire, con un po' di latinorum europeo, una vernice di modernità a un credo politico vecchio come il mondo. Tant'è che già due secoli fa un grande poeta l'attribuiva ar monno vecchio. 
Cioè quell'"io so' io, e voi non sete un cazzo" che tutti abbiamo sentito in bocca a Sordi quando si svela Marchese del Grillo e non carbonaio, rivolto ai suoi correi mentre lui sale in carrozza e loro vanno in carcere, ma è del Belli.
Ora, se volete credere che il sottoscritto, com'è normale, invecchiando si stia destrorsizzando, accomodatevi. Ma è vero il contrario. Più passa il tempo più mi girano. Per anni ho sostenuto, nel mio piccolo, l'avanzata di un movimento che, e perché, prometteva "legalità e sovranità", cioè due valori che solo se portati avanti assieme (uno si e uno no è peggio che niente) potevano e possono salvare il Paese dalla deriva. Tra l'altro, per anni ho lasciato ben evidente un banner in home col loro simbolo e una didascalia che riassumeva il suddetto concetto. Oggi non ho smesso di sostenerli perché mi sono ravveduto, o sono rientrato all'ovile del centrosinistra, o sono diventato leghista. Ho smesso perché loro hanno abbandonato, cedendo per non morire all'abbraccio quello si però mortale (come si è già visto e si vedrà presto meglio: le marce contro i vitalizi sono un ridicolo e vano teatrino) dei traditori europeisti della sinistra italiana, quel tracciato. Volevo il referendum sull'Euro che prometteva Grillo, non la riduzione a pantografo dei programmi per restare nei parametri dettati dal nemico europeo. E con me c'erano quasi tutti quelli che a un certo punto li avevano votati.
L'Italia è stata vittima di una guerra commerciale mascherata. Perché quella aperta la stava stravincendo. E, come spesso accade nella storia, ciò non sarebbe stato possibile senza traditori. Il PCI aveva bocciato il trattato di Roma. La colpa storica di Craxi non fu il troppo rubare, che altri avrebbero fatto di peggio, ma non aver capito che non poteva spendere a deficit senza prima annullare il divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro sancito da Andreatta e Ciampi poco prima dell'inizio della sua parabola politica. Il debito pubblico decollò dal 30 al 130 per cento in pochi anni, superando quel punto di non ritorno oltre il quale non c'è virtù di bilancio che tiene, perché la dinamica degli interessi sugli interessi oltre quel punto non si può fermare e basta, e chi vi dice il contrario o è ignorante o mente. Infatti, è dal 1991 che siamo in avanzo primario, cioè che la somma algebrica dei trasferimenti di ricchezza tra Stato e cittadini nell'anno (al netto degli interessi sui debiti precedenti) è a danno di questi ultimi, che quindi mediamente si impoveriscono, e il debito sale lo stesso. Si può ingenuamente credere che sia un errore, ma Occam insegna che è molto più probabile che sia una cosa voluta scientemente. Ci hanno voluto impoverire e non gli basta ancora, e ora anche i grillini gli danno una mano.
Si, sono sovranista. Ma Salvini e company non sono sovranisti, sono nazionalisti, anzi forse manco quello, sono opportunisti che per guadagnare voti fino a che serve si fingono nazionalisti e sovranisti, se serve imbarcando chi gli dia credibilità. Ma il sovranismo, quello vero, è di sinistra. Sinistra-sinistra, senza manco il prefisso centro a disturbare. Solo tramite questo sovranismo di sinistra si può, infatti, difendere la nostra Costituzione e attuare i suoi principi. Qui lo dicono meglio di me, leggetevelo (per i pigri inguaribili c'è l'immagine in fondo). Quindi in quanto sovranista di sinistra ora come ora non avrei per chi votare, alle politiche: li seguo con interesse, ma temo che quelli di VOX Italia non siano in grado di ripetere l'exploit dei cinquestelle e raggiungere nel giro di poco tempo una massa critica tale da incidere. Non ci resta che sperare che ancora una volta siano le dinamiche internazionali a decidere il nostro destino, stavolta in senso positivo. Fuori dai denti, che la Brexit non sia che il primo passo del disfacimento di quella entità sovranazionale antidemocratica e affamapopoli che chiamano UE, e che dalle macerie emerga qualcuno capace di guidare quel nostro spirito patrio che altre volte ha dimostrato di saper palesarsi proprio in situazioni del genere.



sabato 14 dicembre 2019

GOD SAVE THE QUEEN

Il primo strappo è prossimo. Ora speriamo che si dilanii...
Degli inglesi ho sempre invidiato poche cose (del resto il cibo è pessimo, il clima pure, l'aspetto fisico c'è molto di meglio, eccetera), ma una di queste è l'inno nazionale: diciamolo francamente, la nostra marcetta non aiuta certo gli atleti a mettersi sugli attenti seri pensando all'amore per la Patria, gli abbiamo fatto la testa tanta per convincerli ma di certo nessuno di loro pensa al testo mentre lo canta, altrimenti gli scoppierebbe da ridere. L'elmo di Scipio, stringiamoci a coorte siam pronti alla morte... ("aaaa cchi?" direbbe Totò "sarai te pronto alla morte, io sono giovane voglio campare ancora quei sessanta settant'anni..."), schiava di Roma, e cito solo brani dell'unica strofa che conosciamo tutti e infatti la ricantiamo al posto del seguito che nessuno conosce. Volete mettere l'inno della Gran Bretagna? Con quello si, che trovi la forza di resistere ai tentativi di invasione di Hitler, altro che della replica moderna dell'espansionismo tedesco che per fotterci hanno chiamato Unione Europea. Pensateci, ai partigiani che cantano l'inno di Mameli invece che Bandiera rossa...: col cavolo, che ci vanno sui monti!
Tra l'altro, ai britannici quando hanno un re maschio gli basta cambiare Queen con King, non ne soffre nemmeno la metrica figurarsi il senso, che è che la sovranità di un popolo è l'unica cosa che ne salva l'identità, e il destino quando occorre. Se poi il simbolo è in carne ed ossa, e viene mantenuto al centro di un teatrino piuttosto caro, significa solo che è reputato molto importante; e poi non è che il nostro teatrino costi meno (in fondo Mattarella vive in un palazzo reale, spesso ce ne dimentichiamo), è solo meno efficace, come scherzando e ridendo ci dimostra persino Cetto Laqualunque in questi giorni al cinema.
Tant'è, ma a prescindere del tipo di rappresentazione ideologica che scegli per incarnarla, e della sua maggiore o minore efficacia, la sovranità di un popolo è quello che gli consente di esercitare, se davvero ce l'ha, la sua prerogativa democratica di scegliere i politici che lo devono governare in base alle politiche che dichiarano di voler applicare, tra cui le più importanti, e di gran lunga perché senza di esse tutte le altre si riducono a presa per i fondelli, sono quelle economiche e finanziarie. L'UE stringi stringi questo è: una serie di trattati sovranazionali architettati con l'unico scopo di disinnescare le prerogative democratiche dei popoli degli Stati che sciaguratamente vi hanno aderito.
Mio papà mi ha insegnato, quando andavo crescendo e volevo andare in discoteca (ai miei tempi, era di pomeriggio...), che quando entro in un locale qualsiasi la prima cosa che devo controllare è dove sono le uscite. Con un occhio, magari senza pensarci, ma farlo. Abbiamo sentito in questi anni fin troppi fatti di cronaca in cui averlo fatto ha aiutato molti, accanto al sempre predominante "fattore C". Ebbene, fosse anche questo il solo motivo, che i trattati a cui si andava aderendo non prevedevano una via d'uscita codificata, la semplice prudenza avrebbe dovuto consigliarci di non entrarci.
Ma pazienza, ci hanno allettato, ci hanno promesso prosperità, ci hanno detto che eravamo troppo piccoli per difenderci da soli nel mondo globalizzato ma invece l'Unione avrebbe potuto salvare il nostro modello di vita e i nostri valori, e gli abbiamo creduto. Ma oggi? Oggi abbiamo visto ad una ad una tutte le promesse sgretolarsi come un intonaco messo male mettendo a nudo le architravi di un sistema costruito a solo vantaggio di una parte degli aderenti e a danno di altri tra cui noi. Abbiamo visto che se proviamo ad eleggere chi ci promette se non di uscire dalla trappola almeno di inceppare i meccanismi che fanno figli e figliastri, fanno di tutto ma proprio di tutto (leggi elettorali, denigrazione mediatica, serpi in seno, eccetera) per vanificare le nostre scelte democratiche (e si, magari c'erano pure difetti d'origine nel progetto grillino, ma era l'unico che c'era in campo no-euro, e ora ci è rimasto solo Salvini, forse) per neutralizzare la nostra volontà e sfiancarci. E soprattutto, abbiamo visto cosa succede a chi, avendo individuato finalmente con chiarezza i propri interessi e avendo votato democraticamente in tal senso, decide liberamente di uscire dall'Unione Europea, senza nemmeno trovarsi come noi al denominatore del rapporto di potere al suo interno, anche perché non aveva accettato le catene più grosse, quelle dell'unione monetaria. Succede che sono anni che li deridiamo perché a voler uscire si dimostrano stupidi, tentiamo di dividerli facendo leva sui loro nazionalismi interni e blaterando che sarebbero i vecchi babbioni che vogliono uscire rubando un futuro radioso ai loro giovani, li imbrachiamo in trattative estenuanti derivanti dalla succitata mancanza di regole prefissate per l'uscita, li sfidiamo a rivotare convinti che nel frattempo si sono "rinsaviti", ed ecco che una cosa decisa da un popolo nel 2016 si realizza solo nel 2020 (e facciamo gli scongiuri, "non dire gatto se non ce l'hai nel sacco": Trapattoni rules).
Ma, e qui c'è il lato positivo della faccenda, la lezione che dovremmo trarne, alla fine la Brexit si realizza perché gli inglesi, e Mussolini lo sapeva per questo tentava di sfotterli con la Perfida Albione, sono un popolo vero, e un popolo vero più cerchi di costringerlo a fare una cosa più anche solo per tigna fa il contrario (la sinistra anche li la votano oramai solo quelli coi soldi e la casa in centro). La loro sovranità è incomprimibile, è Dio che la salva, se lo ripetono ogni volta. E ce lo sbattono in faccia.
I nostri commentatori che prevedevano sciagure sono già serviti, se leggete come i famigerati mercati hanno reagito al plebiscito pro-tories e pro-exit. E non hanno visto ancora niente, perché senza legacci uno Stato sovrano può fare quel che vuole, e si: anche sbagliare, perché un popolo in democrazia ha anche il diritto di sbagliare. Ebbene, visto quello che ha potuto fare e che risultati ne avrà la Gran Bretagna, immaginate che noi potremmo scioglierci da legacci ben più stretti, ed avremmo ben più slancio da prendere. Non dimenticate (voi che avete l'età), e sappiate (voi che non ce l'avete), che prima che ci fregassero col monetarismo e l'Euro (leggete l'ultimo rapporto Censis e inorridite, please) gli inglesi li avevamo superati e i tedeschi li avevamo nel mirino. Non dico che possiamo puntare a tornare ad essere la quarta economia del pianeta, perché nel frattempo sono emersi altri attori, ma possiamo e dobbiamo giocare la nostra partita con le mani libere, le leve dell'economia e della moneta in mano a un governo eletto liberamente da noi perché faccia quello che vogliamo noi, e non perché ci convinca che nel nostro bene dobbiamo fare quello che decidono le banche altrui e nell'interesse altrui, come è da quasi 30 anni ormai.
Pochi giorni fa è stato il 50simo anniversario della madre di tutte le stragi, quella di piazza Fontana. Una bomba in una banca. Nello stesso giorno, bombe in altre banche, alcune con feriti altre fermate in tempo. Poco prima, un governo Moro aveva varato gli ultimi "biglietti di Stato a corso legale" d'Italia, le cinquecento lire, con la collaborazione proprio di quelle banche li, pare. Forse è una ricostruzione a posteriori, forse una coincidenza. Ma con quel boom finiva il Boom e iniziavano la strategia della tensione e gli anni di piombo, la separazione tra Tesoro e Banca d'Italia, il craxismo, e infine tangentopoli e le stragi cosiddette di mafia. Un lungo filo rosso con cui ci hanno indotto a rinunciare ai sogni con la paura. Un filo di cui Maastricht e l'eurozona sono il nodo e il fiocco, il MES la coccarda. Bisogna trovare il coraggio di tagliarlo. Gli inglesi hanno tracciato la via.

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