Visualizzazione post con etichetta Le ricette di nonna Carmela. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Le ricette di nonna Carmela. Mostra tutti i post

sabato 9 maggio 2026

FAI DEL BENE E TACI

Si, l'ha inventata lui, per aver fatto fortuna imitando le mosse di un distrofico
Ci ho pensato molto, prima di questa confessione pubblica, perché è un attimo e ti trovi seppellito dagli haters, oggigiorno. Ma coi pochi contatti che oramai racimolano i miei post, che pubblicizzo un minimo solo sui social più "da anziani", mi sono detto che se rischio rischio poco. Dunque eccola: non reggo le raccolte fondi benefiche. Piantine, corse, maratone TV, partite del cuore, eccetera. E nemmeno gli spot televisivi che le supportano, quelle o in genere le associazioni private a scopo benefico. Ma detta così è brutta, mi rendo conto di dover spiegarla meglio.

Innanzitutto, massimo rispetto per chi decide di destinare proprie risorse, economiche o di tempo, agli altri, anzi, ci mancherebbe. Solo preferisco chi lo fa senza dirlo. Chi se lo fa o non lo fa sono cavoli suoi, anche perché non dimentica mai che lo fa per se stesso, per tacitare la sua coscienza del culo che ha avuto a nascere qui ad esempio, non lo dice e anzi se si viene a sapere gli da fastidio, minimizza, si schernisce e cambia discorso. Io di mio ho fatto una unica eccezione a questo principio, per Le ricette di nonna Carmela e il sostegno a La svolta umanista per la costruzione di una scuola in Guinea, ma non era per vantarmi, era per giustificare il fatto che il libro di ricette di mia nonna lo vendevo anziché regalarlo, e infatti finita l'edizione cartacea l'ho regalato tramite questo blog e un apposito gruppo su Facebook.

Ma al rispetto per le singole persone non si riflette automaticamente sulle entità che hanno come ragione sociale la beneficenza, e devono per sopravvivere destinare alla propria organizzazione quote rilevanti dei fondi che raccolgono, con questa percentuale a fare da criterio di classifica delle peggiori. Certo, si dirà e si dice, laddove le istituzioni pubbliche sono carenti bisogna solo ringraziare quelle entità private che si incaricano di supplire, e queste in qualche modo devono finanziarsi. Ma questo non deve giustificare, come invece ormai sempre più scontatamente fa, l'assuefazione a considerare luogo comune il fatto che lo Stato non possa e non debba prendersi carico di talune situazioni quindi è dovere civico sostenere le associazioni private che vanno a riempire il "buco". La cosa, oramai, arriva a giustificare il buco stesso. Per un vecchio comunista, invece, sarebbe la sanità pubblica a doversi occupare ad esempio di ricerca sul cancro e le malattie rare, magari assumendo ricercatori, così come lo Stato a dover ricostruire in deficit le aree terremotate o disastrate o meglio ancora a riprendersi cura del territorio e annessi e connessi per minimizzare i danni di futuri sismi o alluvioni.

Ma se per le associazioni vale comunque il principio di libertà di iniziativa, e il diritto di discernere una per una chi ci sembra più meritevole da chi invece ci sembra più autoreferenziale, tutt'altro discorso va al terzo attore di questo teatrino, il peggiore: quelle entità, pubbliche o private che siano, che usano il sostegno alle associazioni e/o iniziative di cui sopra per rifarsi il look, per farsi belle agli occhi di tutti in questo modo invece che svolgendo al meglio i loro compiti istituzionali le prime, o proprio per coprire l'opacità e indicibilità dei propri veri obiettivi le seconde. Contribuendo le prime a rafforzare il luogo comune di uno Stato che non può spendere a deficit per il benessere dei cittadini ma invece sostiene col contributo entusiasta dei propri dipendenti quelle entità che devono supplire ai suoi compiti disattesi, le seconde ad alimentare quel sottobosco di intrallazzi che è il turbocapitalismo multinazionalista di oggi nascondendolo alla vista del popolo bue.

martedì 10 giugno 2025

QUINDICIMILA VOLTE GRAZIE

Ho aperto il gruppo FB sul libro Le ricette di nonna Carmela quando avevamo esaurito la tiratura, e costruito coi proventi di quella iniziativa, e di quella di cui era figlia e coronamento, una scuola in Guinea Conakry. La storia è raccontata per esteso in una delle pagine statiche di questo blog.

Per una delle insondabili dinamiche del web e dei social, anni dopo la sua creazione il gruppo suddetto ebbe una clamorosa impennata di iscritti, che ho commentato al tempo in un post che oggi potrei riscrivere, anche se la curva della crescita si è addolcita, perché abbiamo raggiunto una cifra tonda e le cifre tonde piacciono agli umani, non si sa perché.

Ma anziché ri-ragionare sulle dinamiche, e un po' anche per compensare la mia scarsa partecipazione al gruppo social (dopo avervi postato tutte le ricette del libro una a una, ho lasciato che fossero i membri a contribuire con le loro, limitandomi ad approvare le nuove richieste di iscrizione e fare un minimo di controllo sui post impropri e i pochi nuovi membri che provano a usare il gruppo per finalità diverse da quelle proprie, di condivisione a titolo gratuito di cultura culinaria tradizionale), oggi vi racconto qualcosa di nonna Carmela proprio. Anzi, delle storielle di lei bambina che amava raccontare a noi bambini, denotando quella autoironia che è materia propedeutica dell'intelligenza. Storie che ci catapultano nella Calabria ulteriore di oltre cent'anni fa, per dire.

Carmela era una bambina un po' tontolona che aveva una sorella furba, Pasqualina. La madre, consapevole di questa differenza, affidava di solito i compiti più delicati alla sorella, ma talvolta era costretta dalle circostanze ad investire Carmela, di solito avendosene a pentire. Come quando le lasciò in affidamento il pollaio e lei per sconfiggere la noia ubriacò le galline di vino (con tanto di imbuto e bavaglino) divertendosi a vederle barcollare (ma uccidendone alcune). O quando fu mandata a portare un uovo forse alla nonna e lei per strada si mise a lanciarlo in aria scommettendo di riprenderlo al volo con il davanti del suo grembiule, ovviamente non riuscendoci. O ancora l'unica volta in cui fu mandata lei a fare la spesa, con un fazzoletto nuovo pieno di monete per pagare, e lei mentre andava, notata una monetina arruginita su un gradino, memore di tutte le volte che la sorella furba era stata lodata per aver portato a casa ogni sorta di tesoro trovato per caso per strada, si ferma colma di gioia e corre a casa a esibire il trofeo... dimenticando il fazzoletto col gruzzolo su quel gradino, e ovviamente precipitarsi indietro non servì a nulla. Ma questi erano gli abstract, le storie ve le racconto in riggitano, con le parole in cui le ho sentite e risentite oltre cinquant'anni fa.

I JADDHINI

'Na vota me mamma mi lassau mi vardu 'e jaddhini. Ma dopu un pocu, jeu cuminciai mi mi siddhìu. Allura pinzai: s'i pigghiu a una a una, ci mentu na sirbietta nto coddu non mi si llordanu, e ci rugnu a mbiviri u vinu, virimu chi fannu. Siccomu n'o vulivanu, cciù calai pi fforza cu mbutu. Non ti dicu: appena mbivivanu, cuminciavunu mi firrianu tornu tornu chi era nu spassu. Ma poi carivanu ddanterra e parivanu morti, e jeu mi mmucciai. Quandu turnau me mamma, vitti i jaddhini morti e jeu chi non c'era, e pinsau chi era vinuta na faina e cuminciau mi grira e mi chiangi, cusì jeu niscia fora e ci cuntai a virità. Mi mmazzau i tumpulati....

L'OVU

'Na vota me mamma mi rissi "va portici n'ovu a to nonna chi m'u circau". Ma era luntanu e jeu p'a strata non mi mi siddhiu pinsai a nu jocu: "ora u tiru all'aria, poi quandu scindi apru u scossu ra vesta e u pigghiu". Mi mi cumbinciu, u ripitia un pocu i voti: "u tiru all'aria, poi quandu scindi apru u scossu ra vesta e u pigghiu". U tirai, iddhu cariu, apria u scossu, e n'o pigghiai.

A SPISA

Me mamma mi diciva sempri: "malantisa, to soru Pasca quandu a mandu a cacchi parti torna sempri chi truvau cacchiccosa, e tu non trovi mai nenti, pirchì iddha è dritta e tu si babbasuna". E a mia mi fazzu surbizza delicati non mi mandava mai. Ma na vota me soru non c'era e pi fari a spisa mandau a mia. Mi ressi un fazzolettu bellu novu novu tuttu rricamatu cu nu pocu i sordi arruvugghiati dda intra, mi rissi chiddu chi aviva a cattari, e mi mandau. Appena vutai l'angulu, supra nu bizzolu vitti un sordu, bruttu,vecchiu, tuttu ruggiatu. Mi ssittati m'u vardu. E pinsai: "si ciu portu subitu a me mamma non rici cchiù chi l'unica dritta è me soru!". E cusi fici. Quandu rruvai a casa, ciù purgia cu na risata tanta e me mamma mi rissi "e brava a Carmela" e mi stava randu na baciata, ma poi si fermau e mi rissi "e a spisa?" "non ghia ancora" "e u fazzolettu" "supra u bizzolu". Fujimmu, ma ndi truvammu dui, comu ricimu nui pi diri chi certu chi non c'era nenti. Dda vota i mbuscai peggiu i chidda r'i jaddhini...

Un vecchio adagio dice che le persone non muoiono finché i vivi le ricordano. Nonna Carmela secondo l'anagrafe è morta a quasi 95 anni nel 2003, ma è ancora qui e vi ringrazia uno a uno tutti e quindicimila.

domenica 7 luglio 2024

BUON COMPLEANNO CIXD

Come ogni anno ai primi di luglio, al mio blog per il compleanno regalo una nuova grafica, accompagnando la cosa con un editoriale che fa il punto su questo strumento di comunicazione e vi mostra per confronto la grafica precedente in immagine.

Il contatore dice che la media dei lettori di ciascun post è oramai nell'ordine delle decine, superato di recente solo dal primo report del pellegrinaggio di Ivano, ma sempre lontano dai picchi raggiungi oramai anni fa quando mi era scappato di indulgere ai commenti sulla cronaca nera, con quasi mille contatti. D'altronde, quali siano gli argomenti che "tirano" è cosa risaputa, e dimostrata ulteriormente dalla differenza di followers tra il gruppo FB di Controinformoperdiletto, dove linko tutti i post che pubblico qui a mo' di lancio (unica ragione per cui mantengo l'account sul social di Meta oramai al tramonto (almeno, a sentire cosa ne pensano gli adolescenti...), poche centinaia, e quello de Le ricette di nonna Carmela, che va verso i tredicimila.

La tendenza non è cambiata di molto durante la cosiddetta pandemia, che in queste pagine, come in poche altre, è stata trattata per quello che era davvero (una prova di totalitarismo raccapricciante, per farla breve), ed è già tanto - anzi probabilmente è proprio grazie agli scarsi contatti - che le potete ancora leggere liberamente. Della serie: il basso profilo, rasente all'irrilevanza, come veicolo di libertà. Va benissimo, e iniziamo allora la diciassettesima annata.

Anni addietro, la grafica era dedicata al tennista secondo me più grande di tutti i tempi (e sottolineo secondo me: come titoli complessivi è stato superato da uno più antipatico meno bello da vedere giocare ma forse più meritevole e sicuramente più da imitare per coraggio umano, e comunque ci sarà sempre chi preferisce diversamente da te), Roger Federer. Non potevo esimermi, ora che un italiano (ahem...) è arrivato al numero uno del mondo, di fare la stessa cosa per lui. Evitando di nominarlo, nonché di augurarmi che aggiunga proprio in questi giorni altri titoli importantissimi al suo palmares, per una questione, questa si tutta italiana, di scaramanzia.

Forza, roscio! E buon compleanno, Controinformoperdiletto!

sabato 23 dicembre 2023

TANTI AUGURI DA NONNA CARMELA

Questo post parla delle dinamiche della comunicazione via social. Tutti avrete sentito parlare di gente, magari senza talento, che diventa "virale" su youtube o qualunque altra piattaforma a livello tale che si arricchisce e ne fa un mestiere, ma quasi nessuno ha potuto sperimentare come davvero funzionano questi meccanismi. Io adesso posso offrirvi un piccolo esempio.

Come vi ho già raccontato all'inizio del fenomeno, nel 2011 ho scritto (in doppia lingua, italiano e riggitano) un libro con le ricette di mia nonna, morta nel 2003 a 95 anni (sic!), devolvendo l'intero guadagno per costruire una scuola in Guinea Conakry, e creando un gruppo Facebook per sostenere l'iniziativa, che ha raggiunto qualche decina di iscritti e si è fermato lì. Nel 2017, a libro fuori catalogo, ho pubblicato su questo blog le ricette una a una e postando i link nel gruppo Facebook suddetto, senza quasi nessun riscontro. Poi, inspiegabilmente, qualche mese fa ho cominciato a ricevere richieste di iscrizione al gruppo, prima qualcuna, poi decine, poi centinaia ogni giorno. Mi sono subito stupito e ve l'ho raccontato, ma quando l'ho fatto il gruppo aveva raggiunto 264 membri, e mi sembravano tanti. Ora guardate bene l'immagine a sinistra, cliccate che si espande. Sono oltre 11mila. Senza che io abbia mai fatto niente di niente a livello di promozione. E senza che io ci guadagni nemmeno un centesimo (volutamente, sia su FB che su questo blog, evito accuratamente ogni strumento che dia un seppur minimo rientro monetario).

Forse proprio anche grazie a questa mia inattività (mi sono limitato a ripostare qualche ricetta in evidenza, aderendo a numerose richieste di nuovi membri che, essendo le stesse sepolte indietro negli anni, non le trovavano), la curva da iperbolica che era divenuta si è ora attenuata, e quella delle richieste di iscrizione è divenuta decisamente parabolica: da centinaia di nuovi membri al giorno, a decine, a unità. Al punto che forse possiamo ricavarne un teorema: chiunque può avere subitaneo successo in questo mondo "virtuale", ma se non lo cavalca con sapienza e determinazione quello scema. Ma gli undicimila e rotti restano, qualcuno di loro ha cominciato a pubblicare le sue, di ricette, e va benissimo (sto invece bannando chi è entrato con scopi commerciali di qualsiasi natura, specie extraculinaria). Pertanto si meritano un saluto speciale.

Non sono certo originale nel dire che il Natale era un'altra cosa quando c'erano le famiglie allargate (e lo è ancora dove ancora ci sono). Per me bambino, il fischio d'inizio era quando nonno Luigi si presentava a casa (poi, nella casa più grande di zio Angelino) il 24 mattina con il lievito per fare i crispeddhi (pastella fritta che ha un nome diverso in tutta Italia, che da noi si mangiano a Natale e si fanno ripiene di alici o ricoperte di zucchero). La festa durava tre giorni, gli ultimi eroi si facevano anche il pranzo del 26, con una formazione variabile che aveva come membri fissi gli zii padroni di casa, noi bambini, e appunto i nonni, ma a rotazione ospitava alcune decine di persone. Ogni donna preparava qualcosa che sarebbe bastata per tutti, ragion per cui la quantità di cibarie a disposizione era impressionante. E tra di esse, non mancavano mai i carcioffuli chini, una prelibatezza di preparazione così difficile che non ho mai tentato di affrontare, su cui si svolgeva una piccola guerra a chi li faceva più buoni. E senza offesa per nessuno, vinceva sempre nonna Carmela.

Ecco, il Natale era quello, è quello. Per cui celebro il piccolo miracolo per cui una vecchina morta da vent'anni può raccogliere 11mila followers, per fare a ciascuno di loro, a ciascuno di voi che ha letto fin qui, tanti auguri da parte sua. Bon Natali, figghioli! E mbuccativi n'atra carcioffula, chi non mangiastuvu nenti!....

venerdì 1 dicembre 2023

(AUDIO)CRONACHE DA UN MASSACRO 2

Come promesso, continuano le clip di Pasbas che ci raccontano la guerra attingendo alla stampa internazionale: viste le condizioni in cui versa quella nazionale, ci pare un lavoro necessario, quasi un dovere civico, per quanto pochi possiate essere voi che ci leggete, ormai, e in questo caso addirittura ascoltate.

Se fossi alla caccia di click, basterebbe ripubblicare le ricette di Nonna Carmela (nel frattempo il gruppo Facebook relativo ha superato 11mila iscritti, senza nessunissima attività di promozione da parte mia, e ovviamente senza nessun guadagno), o anche solo accodarsi al coro italico di osanna a Sinner e soci a seguito del trionfo in coppa Davis (eppure qui scrivo ricorrentemente di tennis, ma quando mi pare e non quando ne scrivono tutti, pure quelli che non distinguono una racchetta da un retino per le farfalle).

Quindi, qui si parla di Gaza, almeno fin quando continua lo scontro impari in cronaca. Buon ascolto.

Scova la notizia (prima che la notizia scovi te!) - seconda parte

di Pasbas

clipargomenti
  • Cessate il fuoco e scambio prigionieri.
  • Il governo Netaniauh ad un bivio: dimettersi o riprendere la guerra.
  • Parte del popolo israeliano è per lo scambio tutti con tutti.
  • Quale il prossimo governo di Israele?
  • Annullamento di una intera generazione. 
  • Bimbi feriti e cure possibili.
  • Devastati gli ospedali pediatrici. 
  • Orfani, feriti nel corpo e nello spirito.

Leggiamo, invece, su Sinistrainrete, il perché dello sterminio in atto, e cosa si muove dietro le quinte.

venerdì 22 settembre 2023

APRIRE UN BLOG DI RICETTE

"Come fare i soldi facili" è un argomento così attraente che prima che l'oggetto di infinite mail di spam, e di una miriade di spazi web di ogni tipo, era in sostanza nel titolo di una marea di libri più o meno economici (e più o meno ciarlatani: se conosci il metodo per fare i soldi perché non li hai fatti tu e tenti invece di raccattarne un po' cercando di vendermi sto libro?) messi peraltro bene in vista anche dalle librerie più serie, perché vendevano molto di più della media dei romanzieri. Quello che vi sto per raccontare è la ragione per cui, se io oggi dovessi dare un consiglio, darei quello che ho messo per titolo a questo post.

Come sa chi mi segue, ho pubblicato tre libri, due di narrativa nel 1999 e nel 2019, e uno di ricette nel 2011. Manco a dirlo, quest'ultima impresa è stata l'unica con un utile, e meno male, perché l'intenzione fin da prima era di destinarlo ad altri: l'iniziativa ebbe origine in seno a "Fondazione Salsajazz", nata per indirizzare verso alcune adozioni a distanza (tramite a conoscenze dirette in una associazione che operava in Guinea Conakry) il giro di denaro che si originava nelle centinaia di feste di compleanno di un gruppo di salseri foltissimo, anziché buttare soldi in regali inutili. Quando la salsa cominciò a passare un po' di moda, e quel gruppo come spesso accade superò il vertice della parabola iniziando a calare di consistenza numerica e compattezza, gli stessi ragazzi dell'associazione ci proposero, se ne avessimo avuto modo e possibilità, di passare dalle singole adozioni alla costruzione di una scuola in loco. Serviva solo qualcosa per darci quella possibilità.

Mia nonna Carmela era una cuoca fantastica, almeno per noi nipoti. Come molte, concedo. Ma quando io lasciai Reggio Calabria per lavoro, non volendo fare "la fine" di quasi tutti gli studenti fuorisede (se va bene, pasta e tonno), presi a telefonarle per farmi dire come si cucinavano i suoi piatti, facendo pratica sia come "cuoco" che nel mio dialetto riggitano (che le nonne di una volta usavano di default). Mi piaceva tanto percepire la sua soddisfazione, che la chiamavo anche quando la ricetta me la ricordavo benissimo, e poi magari la richiamavo per farle ascoltare in diretta l'apprezzamento dei miei eventuali ospiti. Quando morì, a 95 anni e avendo cucinato fin quasi alla fine, scoprii che sua figlia, la mia amata zia "signorina", essendole stato sempre impedito dalla madre ogni accesso in cucina, negli ultimi tempi si era fatta dettare alcune ricette appuntandole in un quaderno. Appena visto il quale, lo chiesi in prestito e buttai giù di volata il libro di ricette di che trattasi, unendo i testi in italiano alle traduzioni in riggitano che venivano dalla mia memoria. Per realizzare il libro, mi serviva solo l'aiuto di un amico cuoco che preparasse i piatti magari presentandoli decentemente e fotografandoli, visto che per la parte grafica della pubblicazione e per la ricerca della casa editrice bastava la mia esperienza professionale. Il gioco era fatto. E l'operazione ebbe grande successo, la scuola dovrebbe essere ancora lì a testimoniarlo.

Quando ogni copia fu venduta, ho preso a pubblicare le singole ricette su questo blog, sotto l'apposito tag, mettendo i link ai post, oltre che nel gruppo Facebook di questo blog stesso, anche in un gruppo appositamente creato per il libro di ricette. Come sapete, il blog non ha scopo di lucro, non c'è nemmeno un bannerino di adsense, lo faccio solo per sfogare la mia grafomania con chi ha la bontà di seguirmi. D'altronde, se anche il banner ci fosse, col mio numero di contatti medi giornalieri, peraltro in continuo calo, non ci farei nemmeno un caffè, e va bene così (per il lavoro che faccio, peraltro, ogni attività extralavorativa remunerata dovrebbe essere autorizzata: meglio evitare del tutto). Ma il gruppo del libro di ricette, a distanza di oltre sei anni dalla ultima pubblicazione di una ricetta, e a distanza di dodici dall'edizione del libro, continua a raccogliere ogni giorno nuove adesioni. Ecco il perché del mio consiglio iniziale: è vero che ce ne sono già tanti, ma evidentemente il mercato è ben lungi dall'essere saturo, per cui se volete fare un po' di soldini col web, lasciate perdere il porno, che non tira più (sic), aprite un sito di ricette e pubblicizzatelo sui social. A me invece come remunerazione basta il pensiero che, se è vero che uno vive fino a quando un vivo se ne ricorda, allora la mia amata nonna è ancora viva vent'anni dopo il decesso anagrafico, vi guarda dalla testatina del gruppo e vi detta le sue semplicissime ricette.

Vi saluto con tre avvertenze ai membri del gruppo:

  1. se vi molestano i continui saluti ai nuovi membri, credo ci sia il modo di silenziare le notifiche;
  2. se volete le ricette, le trovate come post singoli scrollando nel gruppo stesso fino a giugno 2017 e indietro, oppure a questo link (abbiate pazienza, dalla seconda pagina in poi: andate in fondo e cliccate su "post più vecchi");
  3. se vi interessa l'aspetto culturale, ogni ricetta oltre che in italiano è scritta nella mia particolare (e al suo interno rigorosa) translitterazione del dialetto reggino, che poi usai per i dialoghi tra alcuni personaggi di Sushi marina.

sabato 15 luglio 2023

A VALLE, DEL CAMBIAMENTO

Fa caldo, tanto caldo. E tra maggio e giugno ci sono state "bombe d'acqua" quotidiane che ci potevi aggiustare l'orologio, come fossero i temporali di fine estate di una volta, o i monsoni in India. E prima una siccità inaudita. La spiegazione è sempre la stessa: i cambiamenti climatici. Te lo ripetono di continuo, ad ogni TG e in ogni contenitore di intrattenimento: sono "fenomeni estremi" figli dei cambiamenti climatici. E come confutarli? mica sono un meteorologo, io! Se lo dicono, sarà vero.

Ma è proprio tutta questa insistenza, alla fine, a fare scattare l'allarme che madre natura ha installato nel buco del culo a me e quegli altri quattro gatti che siamo rimasti a rizzare le antenne ogni volta che ci sembra che qualcuno voglia proprio portarci da qualche parte, e magari senza quelle insistenze ci sarei già andato di mio ma intanto mollami il braccio e scostati, poi decido io se venirci. Ci chiamassero complottisti o come cavolo gli pare, ma finché siamo formalmente liberi di pensarla come vogliamo eserciteremo questo diritto, ce lo togliessero in punta di legge se hanno le palle dei veri dittatori, anziché la viscidità di quelli mascherati.

E allora ci penso. Quante volte mi sarà capitato di sentire così caldo? Tante. Non sempre a luglio, magari ad agosto, o a giugno, ma tante. E le alluvioni, come si chiamavano una volta? Beh mia nonna Maria mi raccontava che l'Aspromonte ne vedeva di ricorrenti, e allora mi ricordo del lago Costantino sotto Polsi (nella prima foto), nato da una frana e ancora li dopo mezzo secolo a testimoniarlo nonostante gli esperti lo abbiano sempre reputato effimero, e di Roghudi vecchia abbandonata (nella seconda), assieme a chissà quanti altri centri lavati via a valle da piogge torrenziali negli ultimi decenni (tipo Sarno e Atrani, per intenderci). Mentre mia nonna Carmela prendeva in giro tutti quelli che si lagnavano del clima: "e quandu faci friddu ti lamenti, e quandu faci caddhu ti lamenti... non si mai cuntentu!!!".

Con questo non voglio fare il negazionista a tutti i costi. Qualcosa ci sarà, non fosse altro perché siamo 8 miliardi e quando ero ragazzino non arrivavamo a 4, e il paradosso delle ninfee lo conosco bene. E ci starebbe pure un ragionamento sulle impronte ecologiche dei vari stili di vita, a indurre ciascuno di noi a comportamenti meno impattanti sulle risorse non rinnovabili del pianeta. Ma la propaganda terroristica quotidiana, quella non è uno strumento democraticamente accettabile. Anche se molti "sinistri" di mia conoscenza tradiscono una considerazione del popolo come fosse composto da bambini manco tanto svegli da indurre, a comportamenti virtuosi, non da adulti da convincere. Si: proprio una concezione berlusconiana, ma tanto ormai si è capito che Silvio era un falso nemico, un fantoccio di comodo, no?

D'altronde, è esattamente la stessa tecnica inaugurata con la cosiddetta pandemia. Tra qualche decennio, quando ci fosse consentito, a guardarle dalla giusta distanza le curve dei contagi e dei decessi non sembreranno che increspature delle serie di medio/lungo termini. Ma sul momento, venivano recitate giorno dopo giorno, a convincere i cittadini a rinunciare alle loro libertà personali, ad affrontare la rovina economica, all'autoreclusione volontaria e a sottoporsi a proprio rischio e pericolo a sperimentazioni farmaceutiche. Chi oggi si chiede quale sarà l'obiettivo della litania odierna sul clima, non è paranoico, è appena consequenziale. Farti accettare l'idea di svenarti con un giocattolo pericoloso, dalla vita breve e tutt'altro che ecologico, pena la perdita definitiva del diritto di mobilità privata? Distrarti con le calamità naturali dalle calamità innaturali con cui ci stanno circondando per "liberarci dal lavoro" una volta per tutte? Non lo so, ma so che "gatta ci cova".

C'è, però, un modo per stanarli. I cinquestelle ce le avevano nel programma, la miriade di piccole opere per il recupero del territorio e il rilancio keynesiano dell'economia che servirebbero, tra l'altro, a minimizzare gli effetti a livello di danni a persone e cose dei capricci del clima. E i compagni no-TAV e si-acqua-pubblica non dovrebbero faticare a comprenderlo, ma anche i centrosinistri in genere che ai tempi di L'Aquila e Amatrice ricordavano dall'opposizione che non sono i terremoti ad uccidere ma le case, che è molto meglio spendere poco prima che tanto dopo. Così, anche il paragone con l'India alla fin fine può aiutare, ragionando per assurdo: se anche ci fossero cambiamenti climatici tali da far diventare l'Italia una regione monsonica, com'è che loro bene o male riescono a conviverci da millenni e noi non riusciamo ad attrezzarci per farlo? E se il mediterraneo diventasse culla di uragani, la domanda giusta sarebbe: come fanno quelli che ogni anno li affrontano ordinariamente? E la risposta giusta attrezzarsi risanando il territorio costi quel che costi, non svenarsi per tentare di invertire un fenomeno come il clima con così tante variabili che non abbiamo idea di cosa succederà se ci mettiamo le mani. Certo, per farlo dovremmo avere una nostra moneta sovrana, e magari neanche troppa (perché anche chi sostiene che andiamo verso la tropicalizzazione deve però riconoscere che ne siamo ancora molto lontani), mentre noi invece ci sentiamo giustificati a restare inerti e non attrezzarci dal fatto che l'Europa non vuole (lei ci presta i dindi solo per fare quello che dice lei, Ponte del cacchio sullo stretto compreso). E al prossimo evento "estremo", riattacchiamo la litania...

sabato 2 luglio 2022

SERVE ANCORA

Questo il design appena dismesso, per quelli prima chi fosse
curioso può guardare a luglio di ogni anno, ad esempio qui.
Diciamocelo francamente: quando ho aperto questo blog, nel luglio del 2008, non mi aspettavo di certo di tenerlo ancora quattordici anni dopo. E altrettanto francamente: oramai mi sono attestato su un numero di letture medie giornaliere tale (poche decine) che potrei tranquillamente chiuderlo senza quasi nessuno ad accorgersene. Ma poiché forse è proprio questa dimensione al limite dell'irrilevanza a da un lato continuare a garantirmi quella libertà di espressione che le sedicenti democrazie occidentali sbandierano formalmente per poi lasciarla operare sostanzialmente solo dove e finché non può nuocere alla struttura del Potere (che, ricordiamolo una volta ancora, soggiace a qualsiasi forma ideologica e a qualsiasi livello di società, financo di coppia, e se non lo sai sei un illuso), e dall'altro costringermi a cercare la motivazione a continuare altrove che nel seguito dei lettori. Allora mi rammento del significato originario del termine, "diario sul web", e anche della funzione originaria dello scrivere in genere, sia poesie che romanzi che testi di canzoni che post pseudogiornalistici, che è autoremunerativa. Altrimenti oggi non avremmo nessuno della miriade di poeti scrittori eccetera che da vivi non se li filava nessuno e sono morti poveri e pazzi: si scrive per se stessi, sempre, e chi scrive per essere letto di solito scrive peggio, perché inevitabilmente l'obiettivo diverso dal mero esprimere se stessi snatura l'autenticità interiore del messaggio. Di più: nessuno di essi nemmeno sperava di essere apprezzato almeno post mortem, non ci pensava proprio, scriveva per placare i propri demoni o le proprie esigenze interiori se preferite, sticazzi quello che succedeva dopo, saranno problemi di altri, degli eredi se ne aveva, semmai.

Terminato lo sbocco di megalomania, non mi resta che presentarvi la quindicesima grafica di controinformoperdiletto, che ci accompagnerà fino a giugno 2023, sperabilmente. Spero vi piaccia, in commento accetto suggerimenti tanto qualche giorno di assestamento è normale. Parleremo ancora di covid, purtroppo c'è da scommetterci, di guerra, speriamo di no ma visti i nostri governanti europei mi sa di si, di musica in RADIOCIXD, e di tutto quello che altro capita. Pubblicherò ancora i vostri racconti, nella rubrica YOSS, se me li mandate. E anche i vostri post, o articoli, se mi volete come "editore". Se invece mi preferite come scrittore, è ancora in vendita il mio terzo e ultimo libro, nonchè primo romanzo, Sushi marina, mentre i primi due, il libro di racconti Chi c'è c'è e il libro di cucina in riggitano Le ricette di nonna Carmela ve li ho già serviti gratis ai link appena riportati. Buona lettura, e ricordate: a un popolo col cervello acceso non potrebbero fare tutto questo.

mercoledì 5 maggio 2021

ME NONNU

Luigi Cugliandro, quello vero.
Mio nonno andava sempre in giro in giacca cravatta e panciotto, ma aveva solo due completi, uno per stagione, e li teneva finché duravano. Entrambi di lana, di diversa pesantezza, e per il freddo metteva la maglia a maniche lunghe e i mutandoni lunghi sotto, niente soprabito. Il cappello era buono sia per la pioggia che per il sole, quindi lo portava tutto l'anno. Diceva che col cappello si campava di più: visto che è arrivato a 88, porto spesso il cappello anch'io, non si sa mai.. 

Mio nonno andava sempre a piedi, e per tutta la vita, salvo pochissime eccezioni spesso solo di assoluta necessità, il suo universo era rappresentato dal raggio della distanza percorribile da casa a piedi in una mezz'orata.

Mio nonno non credo sia andato mai in vacanza da nessuna parte. Mia nonna mi raccontava di averlo accompagnato a Roma per una questione legata alla pensione, e che lei ne aveva approfittato per una passeggiata.. al Verano, per vedere la tomba di Mario Riva (sic!).

Mio nonno ha lavorato fino alla fine. Era diplomato, e non erano in tanti a Reggio della sua leva, e da vecchio lavorava in una cartoleria per architetti - credo gli abbia allungato la vita mantenersi attivo fino a 85 anni. Ma vi era stato costretto, perché le leggi del tempo non garantivano il ricongiungimento dei periodi assicurativi, e pur avendo sempre lavorato pigliava una pensione da fame.

Mio nonno mangiava sempre alla stessa ora, una volta al giorno, le cose cucinate da mia nonna (si. parlo proprio di lei), buonissime ma semplici e non certo variegatissime: un pasto completo, a colazione un caffè amaro, e a cena al massimo uno spuntino elementare (tipo pane e olio), ma al massimo, e presto, che ci si alza presto e si va a dormire presto e leggeri.

Mio nonno non beveva acqua minerale, di certo non in casa: il progresso per la sua generazione era l'acqua dal rubinetto. E a tavola beveva un bicchiere di vino allungato con un po' di gazzosa, il massimo del cocktail che abbia mai concepito.

Mio nonno non credo abbia mai mangiato una pizza, o sia mai andato a cena fuori con o senza famiglia. Al ristorante, con tutto il clan, ci si andava solo a pranzo la domenica un paio di volte all'anno, quasi sempre in occasione di ricorrenze (battesimi, comunioni e simili). Sempre lo stesso ristorante, per anni, così ci si sentiva a casa. E si aveva lo sconto.

Mio nonno non so se sia mai andato al cinema o al teatro, sicuro non nei vent'anni che l'ho incrociato io. Da giovane suonava la chitarra, faceva serenate a pagamento, una volta un mezzo mafioso deve averlo malmenato o minacciato per averne fatto una nonostante un diciamo così consiglio contrario, pare. Fattostà che non mi ha voluto insegnare.

Se è per questo mio nonno non guardava nemmeno la televisione, solo il telegiornale delle 20. La mattina la giornata era iniziata, però, col radiogiornale, "u comunicatu", di cui si fidava un pochino di più. Ma non tanto.

Come passatempo, mio nonno usava il cruciverba. Come detto, era relativamente colto, e che continuare ad esercitare la mente serva oggi lo dice la scienza ma lui lo capiva da solo. Mi ha trasmesso la passione per l'enigmistica, e non ha mai saputo che mi è stata più utile, anche per vincere i concorsi, di decenni di studi.

Mio nonno un vizio ce lo aveva: fumava. Decine di nazionali esportazione senza filtro al giorno. A casa non si poteva, e allora lui quando stava dentro teneva uno stecchino in bocca come simulacro di sigaretta. Fumava fuori, al bar dove passava prima e dopo il lavoro, seduto su dei gradini di fronte casa, o sul balcone, dove col vecchio del balcone affianco facevano a gara a chi ne fumava di più, buttando le cicche di sotto. Vinceva l'altro, una montagna di cicche, e mi sa che è pure morto ancora più vecchio di lui.

Il marciapiede però non restava sporco a lungo: lo spazzino (fino al settanta) passava tutti i giorni, e saliva anche a casa a prendere le buste della mundizza. Che era poca: non c'erano i supermercati, mio nonno comprava tutto sfuso sempre nella stessa bottega, dove gli segnavano su un quaderno cosa avrebbe dovuto pagare a fine mese. Si, mio nonno aveva la "carta di credito".

Mio nonno però una qualche volta doveva averla fatta grossa, non ho mai saputo cosa, ma io l'ho visto sempre dormire in soggiorno, e mia nonna prima di morire (oltre 15 anni dopo di lui) mi ha confessato che se ne era pentita, di averlo cacciato dal talamo, ma sempre senza dirmi perché lo aveva fatto. Ai tempi, il divorzio non c'era, ma la separazione si, solo che loro non l'avevano neanche presa in considerazione: era roba da ricchi, da gente con grilli per la testa. Le persone serie certe cose le gestivano in famiglia.

A mia memoria, mia nonna non lo chiamava di nome, ma di cognome: Cogliandro. Così lo aveva conosciuto, la U l'aveva fatta cambiare lui. Peraltro, Luigi, il nome che ha passato a tutti noi nipoti, per lui era il terzo, ma Francesco e Tiberio, i primi due, non gli piacevano. Un uomo deve decidere chi è, e quindi come si chiama.

Mio nonno quando noi nipoti ci lamentavamo di qualcosa diceva che era perché avevamo "u culu chinu", il culo pieno: l'agiatezza ci aveva rovinato i parametri (ne avevo già parlato in questo post di 4 anni fa, che vi consiglio di rileggere - fenomeno raro, lo risottoscriverei rigo per rigo).

Mio nonno era socialista non interventista, e non so come era riuscito a non partire per la prima guerra mondiale: era della leva di Caporetto, non sono tornati in tanti.

Mio nonno per non prendere la tessera del fascio perse il posto in ferrovia.

Ora, secondo voi, vi ho raccontato una storia del mio passato, o una del nostro futuro?

Per qualche decennio, per una lunga serie di ragioni storiche che partono dalla seconda guerra mondiale ma soprattutto vertono sulla guerra fredda, perché il capitalismo aveva bisogno di dimostrare ai suoi sudditi che era in grado di assicurargli condizioni materiali migliori del comunismo sennò quelli diventavano tutti comunisti, le condizioni materiali di vita dei nostri nonni (se avete l'età mia, bisnonni se siete più giovani) ci sono sembrate appartenenti a un passato destinato a diventare sempre più lontano. Per questo ve le ho elencate, non per un'operazione nostalgia. Ora, proviamo assieme a riscriverle in chiave contemporanea, in ordine di apparizione per agevolare il confronto:

  • è un anno e passa che ci vestiamo mediamente molto meno, alcuni stanno fissi in tuta, altri si vestono solo di sopra che per la webcam basta, d'altronde se gli altri non ci vedono per cosa cavolo ci agghindiamo a fare? peraltro, con questi chiari di luna, risparmiare sull'abbigliamento è indispensabile, e comincia a sembrarci insensato tutto quel rincorrere la moda a cui davamo tanta importanza;
  • tra lo smartworking che da emergenziale diventerà la modalità ordinaria di lavorare per molti settori, e l'accelerazione verso la transizione dell'automobile all'elettrico, che però non è alla portata di tutte le tasche, l'obiettivo è che chi proprio si deve muovere lo faccia a piedi, o con bici o altri mezzi di locomozione individuale ed ecologica, quindi per un raggio limitato - va da se che le grandi città perdono senso, anche perché di conseguenza non assolvono neanche più alla funzione di divertimentifici serali e notturni;
  • diciamocelo francamente, il turismo internazionale era un lusso odioso, io quelle poche volte che me lo sono concesso mi sono sempre chiesto con disagio interiore, e avevo evitato le mete per cui avrei avuto più ragione a farlo, cosa dovevano pensare di noi persone a cui il nostro reddito mensile sarebbe bastato a campare un anno o una vita, se non che erano contenti di vederci lì a lasciare loro parte di quelle risorse che inspiegabilmente ci erano state assegnate per nascita - ah, e gli aerei inquinano, era meglio quando erano un mezzo raro per soli ricchi, e sarà di nuovo così;
  • a proposito di lussi, le pensioni saranno sempre più basse e difficili da raggiungere, io stesso pur avendo lavorato sempre nello Stato non so ancora se mi hanno ricongiunto i vari periodi per enti diversi e mai lo faranno, ma io ho un'età e forse tra una decina d'anni avrò un assegno con cui riuscirò ancora a pagare il lungo mutuo che ho dovuto accendere per casa, chi ha meno di cinquant'anni se lo sogna: l'UE ha già detto che il recovery fund, l'elemosina che fanno passare per tesoro che ci prestano erogandocela a rate, è subordinato alla continua verifica della disciplina di bilancio, cazzi nostri, con l'unico lato positivo che lavorare fino a che campi, se ce la fai e se trovi, è buono;
  • mangiare poco e semplice fa bene alla salute, basta un pasto completo al giorno, magari non assunto tutto assieme: due biscotti la mattina col caffè, il primo a pranzo, secondo e contorno a cena, frutta per gli spuntini; specie stando sempre a casa, bisogna stare attenti a non sgarrare, altrimenti alla vecchiaia non ci si arriva proprio;
  • le confezioni da sei di bottiglie di plastica di acqua minerale diventeranno un ricordo, e giustamente: chi non ha una fonte di acqua buona vicino casa cui attingere riutilizzando i vuoti magari di vetro, e non ha in casa l'acqua leggera e i tubi nuovi, può sempre attaccare quei freschibuffi che la purificano e volendo gassificano; ah, un po' di vino buono ce lo si può concedere, ma gli spritz fanno male e i cocktail a base di superalcolici non ne parliamo, meno male che le occasioni per assumerli non torneranno mai quelle di prima;
  • anche sta moda di andare spesso a cena fuori, o all'apericena, o al brunch, oltre a fare male alla salute e al portafoglio, e a dare da vivere a una intera classe di parassiti evasori fiscali nella misura in cui riescono, è di certo odiosa vista con gli occhi di quegli immigrati che le nostre mafie importano a farci da schiavi a paghe da fame (che loro riescono lo stesso a risparmiare quasi tutte campandoci tutto il clan in patria), o degli abitanti di tutto quel mondo dove, come per mio nonno, resta una rara eccezione - della serie: la volevate la globalizzazione? è questa: tutti uguali, livellati verso il basso;
  • la stessa cosa vale per cinema, teatro e concerti: i primi dovranno chiudere e l'industria convertirsi alla produzione per la fruizione domestica, e sennò che li avevano inventati a fare smartphone e smartTV? il secondo era già una cosa per snob delle grandi città, pace all'anima sua, e i terzi si, all'aperto, in piazza, i musicanti col piattino, ma i concertoni e l'industria discografica avevano fatto il loro tempo da un po';
  • se siete snob come me, un telegiornale al giorno tanto per restare collegati col mondo e tenere bene a mente quanto imbroglioni e venduti siano quelli della stampa ufficiale, sennò continuate ad ammazzarvi di disinformazione, serie TV, fiction imbarazzanti, format ripetitivi e comici che non fanno più ridere; e comunque, la TV on demand rimpiazza il punto precedente, e stop;
  • chi vuole tenere acceso il cervello, cerchi mezzi propri, e li insegni ai propri figli, come per millenni di evoluzione umana;
  • il balcone come unico spazio all'aperto sempre liberamente frequentabile, da chi ha la fortuna di averlo: c'è bisogno di aggiungere altro? si, i tabaccai unico esercizio non alimentare o sanitario a essere rimasto sempre aperto;
  • consumando meno, produrremo meno rifiuti, e con la raccolta porta a porta della differenziata arriveremo, forse, a dimostrare che la freccia del progresso in molti casi aveva un verso opposto di quello che sembrava;
  • questa è più difficile da realizzare, se non avete seguito il link al mio vecchio post: la maggior parte delle cosiddette conquiste civili sono lussi, che non avendo surplus di reddito non ce li si può permettere; la famiglia patriarcale indiscutibile a costo di tutto si era affermata perché economica, ed è per questo che ha continuato a dominare nel mondo "non sviluppato" e si candida a tornare a farlo anche da noi;
  • e non è vero che la differenza di ruoli tra uomo e donna rispecchiasse necessariamente una rigidità nella struttura del Potere all'interno del Clan, perché invece a seconda dei campi loro al numeratore si avvicendavano, mentre invece noi con la foglia di fico della parità formale e linguistica (ma qui vi prometto un post a se, sono ferratissimo) tendiamo sempre ad opprimere il più debole, di qualunque sesso sia;
  • insomma non ci sono solo lati negativi dal non avere risorse da sprecare, e non ci sono solo lati positivi nella decrescita pesante che ci dobbiamo mettere in zucca è la conseguenza ineluttabile di una vera attenzione all'ambiente con riduzione dell'impronta biologica, altrimenti è solo un riempirsi la bocca di belle parole per atteggiarsi (e fino ad ora è stato quasi sempre solo così, da Greta fino all'ultimo dei gretini);
  • io non mi vaccinerò se non costretto, e in quel caso la liberatoria la devono firmare a me non io a loro, ma riconosco a ciascuno di voi la libertà di scegliere diversamente, chiedo solo che mi venga riconosciuto altrettanto, che se il vaccino funziona chi non si vaccina può fare del male solo a se stesso o ad altri come lui, se non è così vuol dire che non funziona, e se uccide voglio essere il solo a restare vivo, anche a rischio di restare il solo senza medaglia al valore sul petto (o sulla lapide);
  • io disapprovo e schifo in ogni modo lecito (perché io la legge la rispetto, è chi impone norme e marchi liberticidi che la calpesta) il passaporto vaccinale o comunque altro si voglia chiamare la nuova tessera di pura razza ariana.

Volevo numerare i due elenchi ma significava disistimare i miei pochi lettori. Ma chi si vuole prendere il disturbo di controllare scoprirà che la scansione è rispettata. Lo scopo è chiaro: dimostrare che si sta mettendo in atto un obiettivo evidentemente fissato decenni fa, che non è altro che azzerare tutto ciò che una parte dell'umanità ha conquistato (con o senza merito che sia) nelle ultime generazioni, creando o sfruttando uno stress pandemico cambia poco (e non si sa cosa è peggio: nel primo caso sono solo criminali, nel secondo anche vigliacchi e mentitori). Non vi sarà sfuggito che sia nel primo elenco che nel secondo ci sono degli aspetti che ciascuno di noi può considerare positivi e altri che può considerare negativi, e le nostre opinioni possono anche tranquillamente divergere su quali siano gli uni e quali gli altri. Il punto non è questo, perché qualunque cosa succeda la vita continua e i nuovi esseri umani cercheranno di vivere ed essere felici al massimo di quanto gli riuscirà, come sempre, e come sempre seppellendo i vecchi come sempre convinti che il loro mondo fosse migliore. Il punto è come, ci si arriva. Nella vita è sempre questione di come, perché invece a guardarne il se, l'esito è una guerra persa in partenza.

Se si fosse affacciato sulla scena un politico che mi avesse enumerato lo scenario a cui eravamo costretti dalle cose, dal fatto che siamo su un pianeta con risorse finite e non possiamo più sfruttarlo con un sistema economico che per funzionare presuppone che siano infinite, anche buttandolo giù più duro di quanto ho fatto io adesso, io probabilmente lo avrei capito e accettato, in parte in qualche modo già ci provavo, ma non c'è problema: se si deve e se è giusto si fa. Ma io non sono un target tipico, noi se siete arrivati fin qui. Le regole del marketing impongono di puntare al centro della curva di Gauss, ai "normali" che sono sempre la grande maggioranza, e loro non mollano l'osso manco morti, hai voglia a bastonarli col terrorismo, con la favola della moneta bene scarso da lasciare in mano ai tecnici, con l'ambiente da salvare. Solo se gli fai venire paura della morte, loro e dei loro cari, ci puoi riuscire. Ed eccoci qua: in pochi con me tra gli atipici a soffrire di questo crimine che si compie giorno dopo giorno sotto i nostri occhi, e tutti gli altri a bersi la favoletta quotidiana mettendosi in fila per la punturina, ignari del punturone che stanno subendo.

sabato 6 marzo 2021

RADIO CIXD 36 - PERCHÈ SANREMO È SANREMO

Questa è la settimana del festivalone e vista la reclusione serale è difficile evitare di curiosarci. Nel mondo di prima, spesso preferivo cose in quello di oggi impossibili come una serata al cinema, una cover band dal vivo, una pizza con gli amici o andare a ballare salsa, ma ogni tanto un po' di tempo, magari non tanto, davanti al festivalone ci stava sempre: se è vero, infatti, che il festival di Sanremo e la Musica come espressione artistica sono da sempre due universi ben distinti, è anche vero che questi due insiemi ricorrentemente hanno avuto uno spicchio di sovrapposizione, e dargli un'occhiata nella speranza che ricapiti (magari quasi sempre disillusa) non è una decisione incomprensibile.

Piuttosto, ad essere incomprensibili sono gli attacchi a cui è stata sottoposta l'organizzazione per la decisione di svolgere la manifestazione col pubblico, ben distanziato, come già si è visto per altri spettacoli televisivi. Lo sono sia quando provenienti dagli ultrà covidioti della segregazione, quei deficienti che cominciano a urlare all'untore non appena vedono dei ragazzi a un tavolino godersi secondo loro troppo vicini il consentito aperitivo a pranzo senza mascherina, ma questo era nelle attese, sia (ma molto meno comprensibili) quando provenienti da persone giustamente critiche contro gli assurdi liberticidi economicidi e controproducenti provvedimenti anticovid, che lamentandosi dell'eccezione concessa hanno indotto Amadeus e soci a rinunciare al pubblico: così, il festival è stato un esempio di "virtù" covidiota da additare, mentre lasciandogli ospitare il pubblico poteva essere un argomento per sbloccare la situazione altrove.

Altra questione mal posta è, secondo me, quella dei compensi. Che peraltro si ripete sempre uguale ad ogni manifestazione di questo rilievo, e sempre infondata: o sei coerentemente e rigidamente comunista, o se ammetti che certe cose le decida il mercato devi accettare che tra queste ci siano i cachet ai personaggi dello spettacolo. Quest'anno, in più, c'è la situazione contingente del mondo della musica e dell'arte in genere, annichilito dalle assurde chiusure: se la pandemia dura dieci anni, e c'è già chi preannuncia l'ondata di ottobre prossimo, ci rinunciamo per sempre, o troviamo un modo di conviverci come si doveva fare dall'inizio? Cazzi amari per tutti, ma chi aveva un minimo di notorietà da spendere, è da biasimare se in questi mesi ha tentato di ruspare qualcosa in ospitate televisive? Abbiamo visto persino Vasco da Roberto Bolle, non ci scandalizziamo per Avincola a Sanremo. Anche perché Rossi a suo tempo al festival ci andò e ci tornò eccome, sempre buscandole, e magari senza averlo fatto avrebbe avuto maggiori difficoltà a raggiungere la notorietà. 

Premiamo per riavere la musica dal vivo e le sale da ballo aperte, allora, e nel frattempo guardiamoci ogni tanto uno scampolo di festival sperando di essere testimoni di una delle, magari occasionali ma in 70 anni in totale tantissime, esibizioni memorabili. Ve ne elenco alcune, se li trovo coi link, senza alcuna pretesa di esaustività e oggettività, anzi vi faccio proprio la mia personalissima top 30, rigorosamente in countdown come da prassi:

  • 30. volevo risparmiarvela per troppa notorietà, ma parlando di musica popolare di qualità non si può non citare l'esplosione di Modugno nel 1958 con Nel blu dipinto di blu, perché propedeutica a tutto quello che è venuto dopo - la metto in coda solo perché è l'unica che viola il criterio della testimonianza personale;
  • 29. anzi no, anche questa l'ho vista solo dopo: 1968, Louis Armstrong, Mi va di cantare, non avendo capito (forse per via del cachet) che doveva fare un solo pezzo, Satchmo fu letteralmente cacciato via dal palco da Pippo Baudo mentre tentava di proseguire il concerto;
  • 28. questa me la ricordo: 1969, Lucio Battisti, Un'avventura, piazzato - Seppi dopo che la cantava in coppia con Wilson Pickett (che non era alla sua prima sanremata: l'anno prima aveva battezzato Fausto Leali), quello di The midnight our, un vero mito - e a proposito di miti, scopro che lo stesso anno penultimo in coppia con Gabriella Ferri fu un certo Stevie Wonder...;
  • 27. 1990, in coppia con Toto Cutugno per Gli amori, secondo, c'è un certo Ray Charles, che ne offre una splendida quanto irriconoscibile versione;
  • 26. 1992, Statuto, Abbiamo vinto il Festival di Sanremo, piazzato tra i giovani (ma segnalo anche gli Aeroplani italiani con Zitti zitti, eliminato subito): anche lo ska ha il suo momento sanremese;
  • 25. 1980, Benigni conduttore (quando era Benigni...), Decibel, Contessa, finalista, con il giovane Ruggeri alla voce e occhiali di plastica, perché lui è "stato punk prima di te";
  • 24. 1984, Gruppo italiano, direttamente da Mister Fantasy, Anni ruggenti, piazzato - penultimo Ruggeri con Nuovo swing;
  • 23. 1986 (anno del clarinetto di Arbore secondo dietro Ramazzotti), nelle retrovie troviamo Ruggeri con Rien ne va plus, Rossana Casale con Brividi, e soprattutto Zucchero ancora Fornaciari con Canzone triste, tutta roba di alta qualità anche in relazione al repertorio successivo degli stessi interpreti;
  • 22. del resto l'anno prima, 1985, Zucchero con la Randy Jackson band cantò Donne, e arrivò penultimo;
  • 21. finalmente nel 2001 Zucchero vince primo e secondo posto con Luce cantata da Elisa e Di sole di azzurro da Giorgia, ma io segnalo soprattutto i Quintorigo di John de Leo con Bentivoglio Angelina, assolutamente fuori contesto e di altra categoria;
  • 20. a proposito di fuori contesto, ma in altri sensi: 1994, Giorgio Faletti, Signor Tenente, secondo (minchia!);
  • 19. 2012, Chiara Civello, Al posto del mondo, eliminata subito: evidentemente, troppo sofisticata per un festival che si stava rilanciando premiando a raffica prodotti dei (nefasti) talent, anche della "concorrenza";
  • 18. 1972, Delirium, Jesahel, ben piazzato: voce e flauto Ivano Fossati, crew nutritissima vestita casual (ancora non si chiamava così, e a Sanremo non si usava, non si osava), colpì tanto il me bambino che me li ricordo ancora, mentre il me adulto avrebbe amato sia Fossati che il progressive anche quando presero due strade diverse;
  • 17. 1988: l'anno che vinse Ranieri con Perdere l'amore, c'erano Fiorella Mannoia con Le notti di maggio, ancora di Fossati, e Tullio de Piscopo con Andamento lento;
  • 16. 2017, Francesco Gabbani, vincente con Occidentali's Karma, ha sia il merito diretto di aver imposto un brano non convenzionale e ricco di citazioni colte, che quello indiretto di aver impedito che Fiorella Mannoia, molte volte piazzata male con canzoni bellissime, vincesse con una delle più brutte del suo repertorio;
  • 15. 1979, Franco Fanigliulo, A me mi piace vivere alla grande, ben piazzato: stralunato e dissacrante cantautore scomparso troppo presto, ho scoperto di ricordare questa sua canzone quando decenni dopo mi sono sorpreso a cantarla a memoria appresso ad Avincola che la coverizzava dal vivo;
  • 14. 2002, Daniele Silvestri, Salirò (ma anziché il live sanremese vi posto lo splendido videoclip originale, girato sotto le finestre dell'allora mio ufficio, peraltro), non il miglior pezzo del cantautore romano, ma di quel Sanremo fu il brano preferito di mia nonna Carmela, che lo chiamava 'Nchianerò in riggitano, e tanto basta;
  • 13. 1999, l'anno di Renato Dulbecco ad affiancare fabiofazio e la castà c'è Silvestri (dicevamo...) con Aria che ci porta nel braccio della morte, e tra i giovani ci sono Britti con Oggi sono io (ancora la sua canzone più bella, specie nella versione di Mina) e Gazzè con Una musica può fare;
  • 12. 1995, l'anno della consacrazione di Giorgia, c'è tra i giovani (dicevamo...) Daniele Silvestri con L'uomo col megafono, pezzo tra gli altri pregi anche piuttosto comunista;
  • 11. 2007, Simone Cristicchi, Ti regalerò una rosa, vincente: nonostante la tematica scomodissima, manicomio e suicidio;
  • 10, inizia la top ten. 1996, Ron e Tosca, Vorrei incontrarti tra cent'anni, vincono meritatamente (Tosca ha una voce sublime e doveva vincere l'anno scorso), ma tutti giustamente ricordano Elio e le storie tese secondi e premio Mia Martini con La terra dei cachi, e Carmen Consoli tra le nuove proposte con Amore di plastica;
  • 9. 2003, Sergio Cammariere, Tutto quello che un uomo, terzo: il cugino di Rino Gaetano, oltre ad aver scritto una delle più belle canzoni d'amore di tutti i tempi (infatti vi ho postato il video col testo), suona il piano talmente bene che gli ho sentito improvvisare in radio l'attacco di Firth of fifth dei Genesis, come se niente fosse, mentre ormai lo stesso Banks da anni lo salta, in concerto, per non sbagliarlo;
  • 8. 1978: seconda Anna Oxa giovanissima vestita da maschio con una meravigliosa canzone di Fossati (Un'emozione da poco), terzo Rino Gaetano con Gianna;
  • 7. 1971, Nada, Il cuore è uno zingaro, vincente in coppia con l'autore Nicola Di Bari: la Malanima (allora giovanissima, ma si era già ben piazzata due anni prima, praticamente una bambina, con Ma che freddo fa) sarà una delle artiste più cazzute dei cinquanta anni successivi;
  • 6. 1971, Lucio Dalla, 4/3/43, terzo: Lucio erano anni che ci provava (l'anno di Tenco tacciato di essersi suicidato per via dell'esclusione dalla finale, cantava Bisogna saper perdere...), questa canzone nel testo di Paola Pallottino si chiamava Gesù bambino ma la censura impose il cambio di titolo e il colpo di genio fu metterci la data di nascita del cantante - la cover sincera dei Negramaro è forse il momento più alto di Sanremo 2021;
  • 5. 1989, l'edizione peggio presentata è una di quelle con più cose da ricordare: a parte Mia Martini con Almeno tu nell'universo (solo nona, ma premio della critica, quel premio che oggi si chiama Mia Martini), c'erano Raf con Cosa resterà degli anni 80, Jannacci con Se me lo dicevi prima, Paola Turci con Bambini e i Ladri di biciclette col brano omonimo, e persino in gara Renato Carosone;
  • 4. 1981, Alice, Per Elisa, vincente: forse il più netto trionfo della qualità in tutta la storia del Festival, questo brano scritto per la bellissima e bravissima Carla Bissi dall'allora suo partner Franco Battiato;
  • 3. ed eccoci al podio: 1991, Enzo Jannacci (in coppia con Ute Lemper), La fotografia, undicesimo, uno dei tanti brani misconosciuti del maestro, e uno dei più toccanti;
  • 2. 2000, Avion Travel, Sentimento, vincente inatteso ma meritato (anche secondo mia nonna), anche se sono da segnalare anche almeno altri due brani: In bianco e nero, piazzato con Carmen Consoli, e La tua ragazza sempre della premiata ditta Rossi-Curreri, secondo con Irene Grandi;
  • 1. peggio era andata a Rossi-Curreri nel 1997 con E dimmi che non vuoi morire cantata magnificamente da  Patty Pravo, ottava nonostante sia forse tra le canzoni italiane più belle di ogni tempo. Questo è il mio brano vincente nella classifica sanremese all-time, e so di non essere originale.

sabato 4 luglio 2020

ANCORA QUI?

Tra pochi giorni questo blog compie 12 anni, e inizia il suo tredicesimo anno di pubblicazioni. Francamente, non credevo che sarebbe durato tanto, specie considerando il fatto che non ho ancora nessuna intenzione di chiuderlo. Certo, avere un qualcosa dove poter sfogare senza fare troppi danni il proprio esibizionismo e la propria grafomania può essere una buona spiegazione, ma forse c'entra anche la percezione opprimente, aggravatasi in questi mesi bui, che gli spazi per una democratica e libera espressione del pensiero si stanno così tanto stringendo da configurare come un delitto, davanti alla propria coscienza, il non insistere a mantenerli aperti finché si può e quanto si può. Insomma, prendetemi in giro se credete, ma questo per me è un vero e proprio dovere civico.
Ma un blog per essere "vivo" ha bisogno di post non dico frequenti ma almeno ricorrenti. Negli anni ho usato alcuni stratagemmi, come pubblicare una a una le mie canzoni, le mie storie brevi e le ricette di Nonna Carmela, di recente mi sono inventato RadioCIXD, una rubrica di recensioni musicali personalissime, e YOSS, uno spazio dove chiunque di voi può vedere un proprio racconto online, e anche ho ripreso a pubblicare post non miei, con un mio "cappello", per cui vi invito: imitate Pasbas e L'elio e mandatemi novelle o articoli da pubblicare. Non avrete migliaia di lettori, ma un paio di centinaia magari si, hai visto mai.
E qui apro una parente, approfittandone per ribadire un concetto: da questo blog non ci ricavo, per scelta originaria, nemmeno un centesimo. Non c'è l'ombra di un banner, nemmeno di quelli che il signor Google volendo ti mette lui customizzandoli automaticamente. E questa scelta non è solo perché ho per fortuna un lavoro fisso e di quelli per cui è vietato avere altri redditi. E' anche che non ne vale la pena: con un sito come questo ci si comincia a guadagnare qualcosina quando le letture si contano a (parecchie) migliaia, non a centinaia figurarsi a decine. E per arrivarci, alle migliaia di click, bisogna scrivere di cose che interessano le masse, inseguire il consenso, tutte cose che per carità saprei pure come si fa, in teoria, ma non c'entrano nulla proprio con l'intenzione primigenia di aprire un blog, avuta nel lontano 2008. Eppoi, basta guardarsi intorno: è pieno di siti di informazione, mainstream e no, che per poter continuare a campare ripetono tutti la stessa narrazione, terrorizzati dalle conseguenze che avrebbe un minimo discostamento. Io campo d'altro, qui voglio (e quindi posso) dire quello che penso (e quella che penso sia la verità: le cacchiate sono già in tanti a raccontarvele), e mi basta che siate in pochi a seguirmi. Ma anche i blog e i siti che cercano di acchiappare click perché chi li tiene ci deve campare, oramai hanno vita difficile: i soldazzi adesso si fanno: con altri strumenti che girano su altri device, e abbassando ulteriormente il livello della comunicazione. E no, non sto facendo come la volpe con l'uva: è che so bene che ci vogliono il fisico e l'età, e avendoceli la voglia e la capacità, per fare l'influencer. Di cui peraltro ce ne sono già troppi e il mercato inizia a saturarsi.
Chiudo la parente, e arrivo al punto. Come ogni anno, "regalo" al mio blog una nuova grafica, a rispettare un antico precetto del web secondo cui un sito che non si rinfresca regolarmente è presto vecchio. Nella immagine a fianco, la vecchia grafica (ma basta curiosare a ogni inizio luglio per ritrovare quasi tutte le precedenti). La nuova, spero vi piaccia.

domenica 2 febbraio 2020

(RI)ESCE SUSHI

Sento parlare di editoria italiana in crisi da quando ancora andavo a scuola e l'editoria non era ancora in crisi. O almeno, avendo saputo come finiva con l'avvento di Internet e smartphone, non avrebbe osato dirsi in crisi... Eppure, da grande volevo talmente scrivere un libro che a un certo punto ne pubblicai uno, non proprio con un editore a pagamento ma insomma col patto che tra parenti e amici sarebbe andata via una certa tiratura. Inoltre la casa editrice fece comunque in modo che Chi c'è c'è fosse nelle librerie almeno delle città in cui vivevo o avevo vissuto, per cui alla fine non ci fu da lamentarsi, ma nel 1999, pur non avendo ancora letto Umberto Eco sull'argomento (non leggo i bestseller se non dopo qualche anno, di solito...), mi promisi che non avrei mai più rifatto quel tipo di esperienza, mi fosse anche costato di non pubblicare mai più niente.
D'altronde, non scrivo "facile" quando si tratta di letteratura, sul blog di politica musica e altre amenità si, ma ho troppo rispetto del genere per ritenermi all'altezza di frequentarlo spesso. Sono, come forse si dice in gergo, uno scrittore stitico. Insomma, tengo molto al fatto di essere uno che scrive un libro ogni dieci anni mentre intanto ne legge dieci all'anno: se tutti si attenessero a una proporzione simile, sarebbe smentita la boutade per cui in Italia ci sono più scrittori che lettori, e le cose andrebbero un po' meglio.
In vent'anni, ho violato le consegne solo una volta e solo per una buona ragione: realizzare in proprio (o quasi, se non era per Pino che cucinava e fotografava i piatti!...), dai testi alla grafica alla stampa alla distribuzione, il libro Le ricette di Nonna Carmela, ci ha consentito praticamente di ultimare un progetto di beneficenza che era iniziato con adozioni a distanza ed è finito con la costruzione di una scuola in Guinea, senza trattenere un centesimo oltre le spese vive. Abbastanza per autoassolversi, direi.
Ma quando si è trattato di cercare un editore per la mia terza opera, e primo romanzo seppur tecnicamente "breve", ci ho tenuto a trovarne uno magari piccolo ma "vero",  che non mi imponesse nessuna quota di preacquisto, e fosse legato al territorio di elezione della storia, peraltro scritta in parte in dialetto riggitano. Si chiama Leonida, forse alludendo a grandi imprese a partire da piccoli numeri. Se non l'avessi trovato, avrei magari lasciato perdere, oppure optato per il self-publishing: le piattaforme oramai sono tante e alcune molto buone e serie, e tra lettori del blog e amici di facebook in tanti avreste potuto scaricarvi l'e-book o ordinarvi la stampa, avvisati dalle mie numerose e ricorrenti segnalazioni. Invece, avendo scelto l'editoria tradizionale, vi ho lasciato in pace fino ad oggi, limitandomi ogni tanto a un post interlocutorio.
Adesso invece finalmente è ufficiale: il 22 febbraio prossimo a Reggio Calabria, presso i locali della libreria Spazio Open di via Filippini 23, alle 17.30, a cura dell'associazione Anassilaos, una realtà ormai consolidata del panorama culturale reggino, la stessa che vent'anni fa ebbe a premiare il mio Chi c'è c'è come opera prima, verrà presentato a chi vorrà esserci Sushi Marina.
I non reggini possono già da qualche mese ordinarlo online, magari a prezzo scontato e senza spese di spedizione come su mondadoristore, ebay, lafeltrinelli, ibs o eprice (ho fatto un giro pochi giorni fa, controllate prima di procedere). Ma ai reggini do appuntamento in libreria. Ndi virimu vjatu, figghioli!

domenica 6 gennaio 2019

PROSSIMAMENTE A CASA VOSTRA

Evidentemente siete stati buoni, la Befana quest'anno porta qualcosa anche ai meno piccini... Come vi avevo annunciato tempo fa sto per pubblicare il mio terzo libro (il primo è del 1999 il secondo del 2011, e siccome oramai fuori catalogo li ho anche postati qui un po' per volta: tag rispettivamente Chi c'è c'è e Le ricette di nonna Carmela). La casa editrice reggina Leonida, piccola ma autentica, mi dice che finalmente siamo in dirittura d'arrivo e che davvero il romanzo sarà disponibile tra pochi  mesi in libreria oppure on-line, non mancherò di dirvi con maggior precisione. Ma io volendo posso preacquistarne delle copie a prezzo di favore, per cui chi ne volesse una dalle mie mani e con la mia preziosissima (un minimo di autoironia è necessaria) dedica, mi contatti che gliela tengo da parte. Ma subito, che l'offerta vale pochi giorni ancora.
La storia racconta le peripezie di due ragazzi reggini di oggi, ma attraverso i loro parenti vedremo degli squarci anche della Reggio di qualche tempo fa. Potrebbe piacervi...

mercoledì 1 agosto 2018

INTERLUDIO - ESTRO 1>8

Ed eccoci arrivati a completare, con il lungo e articolato cappello finale, la pubblicazione di Chi c'è c'è . Chi ha seguito il tutto, sa già che avevo dei racconti pronti, ma il premio letterario a cui ero stato spinto a partecipare era per un'opera unitaria, per cui mi trovai a dovermi inventare in fretta un racconto che potesse racchiudere gli altri, non trovando di meglio di un'astronave con 21 membri di equipaggio in animazione sospesa (si, lo so, vedevo troppa fantascienza) contattati telepaticamente da un extraterrestre, precisamente il mozzo di un cargo spedito a bordo della nave terrestre dal capitano un po' vile della nave aliena che la aveva intercettata, nave terrestre che poi era in pratica un estremo tentativo della razza umana di propagare se stessa altrove nello spazio e nel tempo dopo aver distrutto il proprio pianeta (si lo so, ero troppo ecologista, come tanti ai tempi). Finiti i racconti, restava il problema di come chiudere il contenitore, e anche qui non trovai di meglio che una sorta di ipertesto ante-litteram, un esercizio di stile anch'esso senza pretese di originalità: otto finali diversi, di cui uno peraltro obliquamente ed "alienogeneticamente" profetico, tra cui il lettore potesse scegliere liberamente.
E ora spero proprio di tornare a parlarvi di narrativa all'uscita di Sushi Marina, la mia seconda fatica letteraria (non volendo considerare tale Le ricette di Nonna Carmela) e prima vera storia intera. Ho quasi 55 anni, direi che è il tempo giusto.

INTERLUDIO 2

Si, mi sarebbe piaciuto chiudere tutto con il grido di battaglia di Che Guevara. Ma da una parte mi sembrava troppo ruffiano, dall'altra ho lasciato troppi fili sciolti fra intro 1 e 2, interludio 1, e racconti vari. Ad esempio: che fine ha fatto l’alieno telepate? Lo hanno salvato, o è morto di fame e sete? Ha svegliato i terrestri? Ha denunciato il suo capitano? Eccetera eccetera…
La realtà è che, a me personalmente, non me ne frega niente. Ragion per cui, dopo molta titubanza, ho deciso di ricorrere ad uno stratagemma abusatissimo, da ultimo da Stefano Benni in uno dei più riusciti racconti di “Bar Sport Duemila”, quello di lasciare il finale aperto, a discrezione del lettore.
Ho deciso perciò di chiamare questi possibili finali con una radice che richiami impropriamente l’inizio, e propriamente la qualità cui ci si deve affidare da qui in poi.

ESTRO 1

L’indiana suggerisce al Secondo come procurarsi da mangiare, ma questi, una volta ingerito il cibo terrestre, muore avvelenato, o per la sua scarsa qualità e/o cattiva conservazione, o per la sua propria incompatibilità organica. Il Capitano allora, venutolo a cercare e trovatolo morto, si persuade definitivamente dell’esistenza di un virus misterioso a bordo dell’astronave terrestre, ed in preda al panico scappa sulla sua nave e, prima di mettersi in decontaminazione, traccia una rotta qualsiasi e disintegra il relitto terrestre, convinto di essere un eroe.

ESTRO 2

Il cibo fa schifo, e non potrebbe essere diversamente, ma il geestre lo trova buonissimo. L’indiana riesce a svegliarsi, e i due, subitaneamente innamorati, cominciano a copulare selvaggiamente, scoprendo un’inaspettata quanto piacevole compatibilità biomeccanica: i geestri, infatti, sono un po’ più piccoletti di noi, ma oltre a essere ben dotati (per la famosa regola cosmica della “L”) hanno un piccolo organo erettile supplementare dietro lo scroto, che usano per agganciare per via anale la loro partner. L’indiana pare aver gradito molto: i due si sposeranno entro l’anno, ma si ignora se fra le due razze ci sia anche compatibilità genetica. In altre parole, non si sa se dall’accoppiamento verrà fuori qualcosa di vivo, e, se si, che bestia sarà.

ESTRO 3

I due, combinando anche le loro non elevatissime intelligenze, riescono ad attivare il computer centrale dell’astronave terrestre, a risvegliare gli altri, e a contattare la nave raccoglirifiuti. Il capitano Fulvio, per fortuna, pensa che ci sia abbastanza gloria per tutti, e chiama le autorità politiche, scientifiche, e soprattutto massmediologiche del suo pianeta, che arrivano per rotte subspaziali in poche ore. I due diventano ricchi e famosi, e i terrestri, scoperto che gli omosessuali sono in realtà tre, e che quindi fatti i conti restano in sei maschi e dodici femmine, siccome fra l’altro i geestri suscitano l’invidia degli uomini e l’orrore (misto ad inconfessabile attrazione) delle donne, ottenuto un territorio da colonizzare, si inventano una religione per cui sono vietati i matrimoni interrazziali e ad ogni uomo spettano due donne, senza tenere conto dei problemi che ciò comporterà alle generazioni future, così dimostrando una volta di più che il lupo perde il pelo ma non il vizio.

ESTRO 4

Il capitano Fulvio, purtroppo, una volta messo al corrente di tutto, mette in atto il suo diabolico piano: si inserisce nelle coordinate del trasmettitore del Secondo (non chiedetemi come, non so che cazzo sto dicendo), e fa rapporto a Gea prendendosi tutti i meriti, poi richiama a bordo il fesso, lo uccide simulando un incidente, mette su una scena vomitevole di finta disperazione per i terrestri e gli scienziati geestri e... viene incastrato dall'indiana, che come noi sappiamo aveva intuito tutto, non appena questi ultimi riescono a tarare i traduttori interstellari.
Passerà il resto dei suoi giorni in una nuovissima colonia penale, un pianetino quasi spopolato, bello ma ostile, che da Gea si vede benissimo (è rossastro misterioso e affascinante), ma solo dall’emisfero australe. I terrestri hanno suggerito di ribattezzarla Port Cook, o Sidney.

ESTRO 5

Comunque vada a finire tra i due spazzini spaziali, i terrestri vengono svegliati dagli scienziati geestri, ma non appena entrano in contatto con l’atmosfera di Gea, con cui pure era stata verificata la compatibilità, muoiono ad uno ad uno per un comunissimo batterio, innocuo per gli indigeni.

ESTRO 6

Il batterio comunissimo lo espirano loro, e uccide in un’epidemia epica tutti i geestri, lasciando ai terrestri un pianeta da ripopolare.
Allora fondano una religione basata sull'amore libero e la procreazione incontrollata, che per qualche tempo andrà benone. Poi ci sarà, ovviamente, il diluvio universale.

ESTRO 7

Gea non era altro che la terra millenni dopo, e i suoi abitanti erano i discendenti dei superstiti l’olocausto. Eh si, la guerra nucleare totale c’era stata davvero, ma i nativi oramai ne conservavano un ricordo mitico.
La cosa viene scoperta casualmente: durante una partita a pallone in spiaggia (il regista era Salvatores) uno inciampa in un sasso che non è un sasso, ma è qualcosa di metallico, e scava scava si scopre che è la punta della fiaccola della statua della Libertà (l’attore principale era Charlton Heston). Vengono indetti quaranta giorni di feste e balli per i padri prodighi, e ovviamente questi ultimi ne approfittano per prendere il potere.
Diamogli un secolo o due, e in poche generazioni riporteranno la Terra allo stato in cui l’avevano lasciata. Uno stato pietoso, cioè. Anzi, no: stavolta faranno peggio. La ridurranno allo stato liquido, o facciamo gassoso, va’…ma si, colloidale! Un gigantesco albume, una pozzanghera di sfaccimma. Una vera schifezza, insomma.

ESTRO 8 - QUI MADRE TERRA

E’ vera la quiete di questo posto e non annuncia nessuna tempesta, ora tutto tace e il mio respiro non mi stordisce più, mentre poco fa era il solo compagno di viaggio in questo mio ultimo cammino stanco.
Sono seduta in cima alla montagna, sotto la croce, vecchio e ferroso testimone di un’antica religione. Da qui vedo i tetti delle case, piccole scatole colorate in quel mare verde di sotto che è la mia collina. Questa è la mia terra. Sono nata e cresciuta qui, ed oggi, come quando ero bambina e soffrivo un po’ o non capivo, mi sono rifugiata sotto la croce.
Brillano di meno i miei occhi, certo, ma le mie mani sono ancora quelle di una bambina, e mia madre forse aveva ragione quando guardandole mi diceva: “Non sarai mai una donna vera, guarda che mani piccole che hai!”
Oggi ho trent’anni e sono corsa qui perché è uno degli ultimi posti al mondo dove il famigerato “progresso” non ha toccato niente, e c’è come un confine netto oltre la collina laddove comincia il mondo del ventunesimo secolo, e dove questo finisce .
Ad esempio, oggi fa caldo, ed io sto a piedi nudi; oltre il confine non sanno cosa si prova a camminare a piedi nudi: c’è una legge che obbliga l’uso delle scarpe, per una questione di sicurezza, come per le cinture in auto! Io invece sono qui, scalza, e ripenso al mio passato, come fanno tutti quelli che hanno appena perso o trovato qualcosa .
Io qualcosa ho trovato e qualcosa ho perso e sono qui a pensarci, a pensare a me e al mio futuro. Avevo un uomo. Ne ho avuti tanti, ma nessuno come lui. Prima, con gli altri, quando finiva mi buttavo per giorni sul letto a guardare il soffitto chiedendomi dove avessi sbagliato, decidendo così di mascherare il mio mal di vivere sotto uno strato massiccio di falso dolore. Adesso, invece, tutto questo! Il sole e il profumo dell’erba alle sei del mattino, ed io qui a pensare a quante volte non ho avuto il coraggio, a quante volte ho amato chi mi disprezzava, a quanti ho ferito volutamente in nome di un amore mai ricevuto, di un calore che a volte ancora mi manca.
Ho combattuto per anni, per distruggere quello che non andava in me e nel mio prossimo pur amandolo troppo spesso più di me stessa, così disobbedendo per eccesso ad un comandamento antico! Ho bruciato energie senza mai costruire, prima, …e poi è arrivato l’amore, quello vero, quello che sta andando via.
Sono salita quassù perché sono vicina al cielo, che anche se c’è qualche  nuvola da qui è ancora blu, e non viola come il cielo del territorio oltre il confine, laggiù. E’ da qui che vedrò mandare in orbita quella nave. E il mio uomo è lassù: uno dei pochi, cavie o eletti, che partecipano a quel folle programma.
Egoisticamente, come è giusto, non volevo che partisse e mi lasciasse qui. Ho pure partecipato alla preselezioni, ma la prova preliminare era veramente troppo difficile per me. Non per lui, purtroppo. Ho sperato fino all’ultimo che fosse escluso per qualche motivo, ma invece, come sempre succede in questi casi, è stato prescelto. Si, ma per cosa? Ho sentito dire che l’invenzione dei propulsori per viaggi interstellari è un bluff, come pure la storia dell’animazione sospesa, per dare l’illusione a noi che restiamo che qualcuno qualcosa ha fatto, per salvare la nostra genia, e invece su quel razzo non c’è nessuno. Davvero non si sa a chi credere. Forse li hanno già uccisi, e conservati a pezzetti in qualche banca degli organi. Comunque, per me non cambia niente: la realtà è che sono rimasta sola, e forse non mi rimane altro da fare che pensare a me e a tutto quello a cui fino a poco tempo fa pensavamo in due; all'unica cosa che lui ha desiderato veramente!
Ne abbiamo parlato per anni, immaginando i suoi colori, i suoni, il profumo, le sue dimensioni, ed ora finalmente... il grande sogno, un desiderio nascosto. Mai svelato troppo arditamente l’un l’altro quello che pensavamo, quello che sognavamo: era un segreto nascosto, un tesoro ben seppellito sotto strati di tenerezza, chiuso dentro dall'ansia e dal pudore dei nostri reciproci imbarazzi. Temevo che mi leggesse negli occhi, o nella mente, la voglia di scoprirlo un giorno ubriaco d’amore.
Gli strappavo i vestiti, lo facevo spesso! Lui faceva finta di non capire che avrei voluto strappargli anche l’anima e farla mia. Mi amava infatti, ma come si ama una donna con i seni grandi. Una così è madre, amica e amante. Sogna, ride, e riempie tutti i giorni. Fa l’amore come nessun’altra, ma non acceca anche se brilla di luce propria, e non brucia pur essendo fuoco. La verità è che non può avvicinarsi a chi ha paura anche del ghiaccio! Eppure qualcosa di unico ci teneva uniti e qualcosa di noi continuerà ad esistere.
Sono qui, a piedi nudi, in cima alla montagna, e ora fa freddo; vedo una scia di luce fortissima che squarcia la cupa atmosfera del “cielo viola” laggiù.
Quella è la nave, lui è lì. Ed io sono ferma ad aspettare che si smorzino le fiamme dei razzi, o che io non le veda più, ormai troppo lontane. Il mio uomo farà rotta per chissà dove, ed io resterò qui. Accarezzo i miei seni, ancora più grandi del solito, e con le mie mani piccole, ma finalmente da donna, scendo a toccarmi il ventre. Fra pochi mesi nascerà Gea.
Lui non lo sa, non lo saprà mai. Sarà nostra figlia, quella tanto desiderata, il nostro sogno, il segreto nascosto: sarà figlia di una donna dalla mentalità ancestrale, estasiata dalle stelle immerse nel blu romantico del cielo, e di un uomo che è in rotta per un futuro che non conosce, per cercare una nuova vita. Per trovare, forse, un’altra Gea.

In evidenza

DEFICIENZA, NATURALE

Dell'argomento AI ne abbiamo già parlato come di uno di quei pericoli gravissimi verso i quali sarebbe opportuno porre argini non appen...

I più cliccati dell'anno