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lunedì 6 gennaio 2025

BACALAU

Guardando la cartina del Portogallo si direbbe che Lisbona sia una città affacciata sul mare a ovest, come la mia Reggio, ma già zoomando si capisce invece che:

  • è affacciata a sud, come Genova;
  • è affacciata su un fiume, o meglio sul suo cicciotto estuario.

I blog di viaggi sono molto più numerosi, e fanno più soldi, di quelli porno, e sono secondi solo a quelli di cibo; quelli di controinformazione stanno molto più indietro in entrambe le classifiche. Ma non ho intenzione di cambiare linea a questo, perché, risalendo la graduatoria:

  • solo scrivere complicato di cose difficili soddisfa il mio ego;
  • bisogna avere requisiti di facciatosta e diciamo così freschezza;
  • bisogna avere tempo e soldi per viaggiare, e capacità e voglia di fare tante foto e video per raccontarlo;
  • idem, sostituendo cucinare a viaggiare.

Ora, non so se capita anche a voi, ma a me da quando ho in mano un accrocco che fa foto quando e come voglio è passata la voglia di farle e soprattutto di guardarle. Siate sinceri con voi stessi, non era meglio quando prima di fare click ti studiavi bene tutto, perché una foto costava, e poi quelle poche decine di immagini che avevi raccolto le dovevi portare a uno che dopo qualche giorno te le stampava e anche quell'attesa le impreziosiva, e poi anche la sorpresa di come erano venute? Certo che poi le migliori le incollavi in un album, o mettevi in un raccoglitore, e riguardarle era un rito che ti ritagliavi ogni tanto il tempo di farlo ottenendone un piacere sempre diverso. Qualunque cosa che non costi fatica non può dare soddisfazione, anche la vita stessa se fossimo immortali non avremmo possibilità di comprenderne il valore e ci verrebbe a noia.

Avendo speso qualche spicciolo di filosofia per tradurre la mia pigrizia, quindi, niente foto di Lisbona. Ma qualche altra riga per raccontarvela, questa capitale che fu di impero coloniale e si vede, dal mio punto di vista, quella si che la spendo volentieri. Lisbona merita una visita, perché:

  • è tutta una ripida salita, e spostarsi a piedi offre, oltre a scorci bellissimi tra splendide case quasi tutte piastrellate in facciata, una sessione di cardiofitness lunga quanto la vacanza compresa nel prezzo;
  • vi si è radicata l'usanza di mangiare il merluzzo conservato per i lunghi viaggi in mare, come in tutte le città toccate dai normanni (uno dei soprannomi dei reggini è "piscistoccari"), e qui il bacalau lo mangi dovunque e se cerchi bene anche cucinato da Dio;
  • vi si parla una lingua musicale, che anche se non la conosci in qualche modo la afferri, coi suoi echi tra spagnolo e genovese, e tutte quelle U come nel riggitano (e dicono "eu" per "io", tanto per dire);
  • il claim acchiappaturisti che la vuole città da 300 giorni di sole l'anno non deve essere così esagerato, se può capitare di starci sei giorni tra dicembre e gennaio con massime medie tra 15 e 20 gradi (di nuovo, comu a Rriggiu) e quasi senza una nuvola;
  • il 25 aprile qui non è divisivo, anzi, è celebrato ovunque come data fondativa della democrazia, a ricordare al mondo che una "rivoluzione dei garofani" è possibile.

Il fondatore della dittatura il cui successore fu deposto quel giorno del 1974 aveva dato il nome (oggi si chiama appunto 25 aprile) al ponte sospeso più lungo d'Europa, che attraversa l'estuario del Tago con la campata maggiore lunga circa 1000 metri. Un Salvini potrebbe essere tentato di portarlo ad esempio della fattibilità del "suo" ponte sullo Stretto di Messina, ma è vero il contrario: una campata lunga il triplo è impossibile stia in piedi, e sia regolarmente percorribile per quanto dovrebbe oscillare per non cadere, checché ne dicano i novelli Morandi che certo che dicono che se po fà, volete che l'oste dica che il suo vino non è bono?

Insomma, visitare Lisbona è un buon modo di spendere due spicci. Uno pessimo, è invece dotarsi della Lisboa card, che la differenza di prezzo col semplice biglietto multigiorno dei mezzi non è giustificata dai siti e musei gratuiti e scontati che comprende.

Buon 2025 a tutti.

sabato 18 novembre 2023

PRIVATI DI TUTTO

Ho già fatto altre volte questo ragionamento, ma in questi casi repetita juvant - anche perché il Nemico usa ordinariamente ripetere le sue bugie ridondantemente e incessantemente fino a che non diventano luogo comune. Ad esempio, la metafora "Stato=famiglia", su cui si basa la narrazione che ci impone l'austerità, è falsa. Lo Stato è proprietario a titolo gratuito (a guerre di conquista chiuse) del territorio di cui è Sovrano e delle sue risorse. La famiglia no: deve pagarsi l'affitto o il mutuo della casa in cui vive, a meno che non l'abbia ricevuta in eredità da qualcuno che però se l'è pagata prima, nonché il sostentamento vitale (almeno, poi anche il "superfluo", in cui però sono incluse tutte quelle attività che noi consideriamo "superiori" come studiare, fare sport e frequentare nel tempo libero luoghi di divertimento e/o di cultura - Blondet la chiama "meravigliosa utilità dell'inutile"). Ciò comporta che se una famiglia riesce a fare tutto quello che vuole con i mezzi di sostentamento che ha, va in pari, sennò o risparmia o deve fare debiti. Per uno Stato sovrano non è così. Lo Stato ha da un lato le sue risorse proprie, dall'altro la sua potestà tributaria. Se gestito correttamente, va in pari o in avanzo. L'Italia, ad esempio, è in avanzo "primario" (al netto degli interessi sui debiti precedenti) quasi ininterrottamente da trent'anni.

Facciamo un esercizio logico. Da una parte abbiamo uno Stato retto bene, dall'altra una famiglia retta bene, per anni, senza sgarrare mai. Ma accade qualcosa: una calamità, un evento esterno imprevedibile, che colpisce tutto il territorio nazionale o una sua parte. O lo Stato si accolla le spese impreviste, o se le devono accollare le famiglie di quel territorio. Uno Stato sovrano, può emettere moneta sovrana quanta ne vuole, finché questa si spende sul suo territorio e va in tasca ai suoi sudditi che a loro volta spendono sul territorio, perché l'aumento di reddito generato dal moltiplicatore keynesiano è enne volte l'uscita e da questo maggior reddito derivano a giro abbastanza maggiori entrate fiscali da compensare la spesa. Quindi è possibile (e il contrario è un'altra menzogna bella e buona) ricostruire dopo un sisma, realizzare un piano dettagliato di messa in sicurezza del territorio dalle calamità naturali (ordinarie, checché ne dicano i terroristi del cambiamento climatico), finanziare la ristrutturazione di tutti gli immobili che lo necessitino (per l'efficienza energetica, o per divenire antisismici - no, il 110% non è stato un salasso per i conti pubblici, altra falsa narrazione, è stata creazione di base monetaria non autorizzata dai padroni di Bruxelles, che le case ce le vogliono far perdere, non ristrutturare), rifare tutte le strade e rinnovare i mezzi pubblici rendendoli gratuiti o quasi (di modo da rendere antieconomico, andare in giro con la propria auto, non illegale come sarà a breve). Perché allora non lo si fa (nemmeno i grillini, che lo avevano messo nero su bianco nel loro programma)?

Perché l'ideologia dominante, anche sui pensieri dei sudditi danneggiati ormai, ha fatto prevalere il luogo comune di cui sopra, e ha inoltre legato mani e piedi i cittadini elettori attraverso la cessione di sovranità monetaria a un ente privato sovranazionale controllato dal grande capitale. Per cui, lo Stato italiano non può più creare moneta, può al massimo prenderla a prestito, pagando interessi. Da noi, iniziò nel 1981, col divorzio tra Tesoro e Banca d'Italia, e il debito schizzò dal 30 al 130 per cento del PIL nel giro di pochi anni (lo avrebbe fatto anche senza la collaborazione di un ceto politico corrotto, ma questo di certo gli ha dato una bella mano). E prese una dinamica tale che nemmeno 30 anni di bilanci virtuosi, tra i più virtuosi al mondo, ha potuto fermarla. Ad ogni necessità, i governanti del nostro Stato-non-sovrano dal 1982 possono solo ricorrere al debito, potendo solo scegliere tra debito pubblico e debito privato. E qui arriva la seconda parte del problema.

Non so se è chiaro, schematizzo:

  1. la scellerata adesione al progetto sovranazionale antidemocratico chiamato Unione Europea impedisce allo Stato di praticare una politica economica e finanziaria diversa da quella imposta dall'estero, anche se fortemente voluta dalla stragrande maggioranza degli elettori;
  2. il monopensiero monetarista spadroneggiante fa si che negli ultimi decenni ogni qual volta (in conseguenza del punto 1) sia stato necessario indebitarsi la scelta sia stata imporre l'indebitamento privato.

Peggio, nel tentativo impossibile di rientrare dal debito pubblico, non solo si è deciso che da un certo punto in poi dovevano essere i cittadini ad impoverirsi e se serve indebitarsi, si è anche deciso di vendere (meglio sarebbe dire "svendere") uno a uno tutti i "gioielli di famiglia" dello Stato. Le cosiddette privatizzazioni, accompagnate dall'altra balla ideologica secondo cui "privato uguale efficienza e risparmio, pubblico uguale spreco", hanno così "privato" lo Stato una a una di tutte le sue ricchezze, che garantivano la sua possibilità di creare base monetaria o comunque debito sovrano. In pratica, volendo tornare un attimo dentro la loro metafora, hanno fatto comportare lo Stato come un padre di famiglia scellerato che mano mano svende le sue proprietà fino al punto che non avendo più garanzie non trova nemmeno più una banca disposta a fargli un prestito.

L'ultima perla è la rete TIM, ma la lista è lunghissima. Lo Stato italiano aveva le sue ferrovie, le sue poste, la sua compagnia aerea, la sua rete elettrica, la sua rete telefonica poi telematica, il suo patrimonio immobiliare, eccetera eccetera. Tutta roba passata per quattro soldi nelle mani di privati, senza che peraltro quasi mai si avverasse la promessa di maggiore efficienza e risparmi per gli utenti finali. La sanità, già disastrata con la regionalizzazione, è nella lista delle prossime ruberie (la sanità privata: si cura solo chi ha i soldi). La scuola, con edilizia fatiscente e pericolosa come regola quasi senza eccezioni, è intanto aziendalizzata nella filosofia, in attesa del passo successivo. Gli rimangono, ancora chissà per quanto, i beni culturali, che sarebbero il nostro petrolio, il nostro oro: quella base "reale" sulla quale potrebbe fondarsi qualunque politica monetaria espansiva - senza rischio inflazione, se adottata in parallelo a un'azione politica volta a ridurre e mantenere a livello endemico la corruzione. Anche se quella che l'Italia possiede il 75% dei beni culturali del pianeta fosse una sparata, resterebbe comunque il primo posto al mondo, con enorme distacco, per concentrazione degli stessi rispetto al territorio, una proporzione tale che noi italiani dovremmo viverci tutti, direttamente e indirettamente, di attività connesse al loro sfruttamento recupero restauro valorizzazione, a beneficio del resto del pianeta pagante. Invece facciamo ponti e altre opere ciclopiche, con la quasi totalità dei mostruosi investimenti che finiscono in mani straniere e in maxitangenti, e quindi nessun effetto moltiplicatore a ricadere sugli italiani.

Nessun complottismo, solo voler tenere conto delle lezioni della Storia. Che è piena zeppa così di situazioni che si sono dimostrate nel tempo anche peggio di quanto i cosiddetti "complottisti" temevano e denunciavano, tanto: abbastanza da legittimare ogni sospetto in cronaca. Oggi è Draghi che confessa che l'Euro ha fatto perdere competitività all'Europa, ieri era Prodi che ammetteva che si forse si era accettato un tasso di cambio un tantino penalizzante per la nostra autonomia, domani, per chi campa, la truffa UE sarà studiata come un caso da manuale di inganno collettivo e conquista disarmata, proprio come oggi si fa finalmente con la truffa chiamata Unità d'Italia (e a prescindere se si voglia o meno smontare l'unione). Allo stesso modo, domani sarà lampante che l'11 settembre 2001 è stato un autoattentato, che lo stesso giorno del 1973 sono stati gli ultraliberisti americani a pilotare l'instaurazione di una delle più lunghe e sanguinose dittature del secolo scorso, che l'Intelligenza Artificiale è il colpo definitivo del piano di renderci tutti schiavi (perché "il lavoro rende liberi" è una verità elementare, anche se viene affissa nei cancelli dei campi di prigionia), di cui fanno parte l'identità digitale, la moneta digitale, e l'analfabetismo di ritorno, anche digitale, dovuto all'abuso del digitale a cui siamo indotti, e che la cosiddetta Pandemia è stata la prova generale di questo scellerato piano.

sabato 14 ottobre 2023

VOLTA E RIVOLTA

Il cosiddetto "diritto all'autodeterminazione dei popoli" è senz'altro una bella etichetta: vista da sola non si può non apprezzarla come valore assoluto. Il problema come sempre è passare ai casi pratici, e allora si scopre ben presto che la coerenza è un lusso che non molti si possono permettere, evidentemente. E si, perché capita ricorrentemente che gli stessi che lo invocano per alcuni popoli se ne dimentichino totalmente per altri, senza alcuna logica intellegibile che possa giustificare tale incoerenza. Gli esempi sono millanta, dalla storia antica alla cronaca: un elenco non può che essere incompleto, si può al massimo tentare uno schema esemplificativo.

Popoli che secondo la narrazione dominante...

...hanno diritto all'autodeterminazione ...NON hanno diritto all'autodeterminazione
Israeliani, nei confronti dell'Occidente cristiano che li ha per millenni "ghettizzati" e infine ha cercato di cancellarli, al punto di ottenere a titolo di risarcimento di riprendere possesso dei territori da cui erano stati cacciati dall'Impero Romano un paio di millenni prima. Palestinesi, nei confronti di quello Stato di Israele appositamente creato come avamposto dell'Occidente cristiano in Medio Oriente.
Ucraini, assieme a tutti gli altri popoli delle Repubbliche ex sovietiche (spesso disegnate a tavolino all'interno dell'URSS). Abitanti delle regioni russe dentro i confini (come detto, arbitrari) dell'Ucraina.
Croati e sloveni, nei confronti della Jugoslavia, poi cristiani nei confronti della Bosnia e Kosovari nei confronti della Serbia. Abitanti delle regioni serbe dentro i confini (disegnati in seno alla Jugoslavia) del Kosovo.
Italiani, anche se a sentirsi tali erano i soli membri di una ristrettissima élite acculturata e spesso più o meno consapevolmente eteroguidata, a fronte di moltitudini di persone di lingua cultura e tradizioni diversificate nel corso di millenni. Sudditi del Regno delle Due Sicilie, nei confronti degli occupanti Piemontesi sedicenti unificatori dell'Italia.

Gli accostamenti in tabella sono tendenti a evidenziare al meglio lo stridìo di certe logiche. La domanda da porre a chi le sostiene, infatti, sarebbe facile facile: qual è il criterio per poter dire di un popolo che ha diritto all'autodeterminazione?

  • Lo stanziamento stabile e prolungato su un territorio? Allora quello dei palestinesi sulla Palestina è un diritto molto maggiore di quello degli ebrei, che dalla Diaspora al reinsediamento passano tanti di quei secoli che giusto un popolo capace di rinchiudersi e proteggersi nel suo credo poteva conservare così bene lingua cultura e memoria delle proprie origini.
  • La lingua e la cultura? Allora hanno ragione i russi del Donbass (peraltro oppressi per un decennio prima di ottenere l'aiuto di Putin) e i serbi nel Kosovo, a volersi affrancare così come si sono affrancati gli ucraini dalla Russia e i kosovari dalla Serbia.
  • La legittima sovranità e il "tesoro del Re" (o se preferite statale)? Allora aveva più diritto il borbone a unificare l'Italia sotto il suo regno che l'indebitatissimo Savoia, che ci è riuscito solo grazie all'interessatissimo apporto esterno (cooptato anche contribuendo alla guerra di Crimea: vi dice qualcosa?), e ha poi prima depredato l'erario e le industrie del regno di Napoli e poi ha imposto la narrazione per cui il sud era sottosviluppato da prima (creando e mai più risolvendo la Questione Meridionale), nel frattempo etichettando come brigantaggio la resistenza popolare.
  • La lingua, la religione e gli altri fattori "culturali"? Allora hanno ragione i baschi, i catalani, i corsi, i leghisti della prima ora, l'IRA, eccetera eccetera, o se quelli hanno torno lo avevano anche i croati e gli altri secessionisti della Jugoslavia (peraltro culla di un esperimento di convivenza interculturale durato decenni, con una fortissima quota di rapporti di amicizia e anche familiari interreligionari e interlinguistici, messi in crisi dalla guerra - innescata dagli occidentali, non dimentichiamolo - ma non da essa distrutti del tutto).

Se avete una risposta univoca, beati voi. Se non ce l'avete, allora chiediamoci: come mai la narrazione ufficiale (con tanto di censura ai dissenzienti) fa valere una volta un criterio una volta un altro, magari al suo opposto? Qual'è la logica? La risposta non può che essere una: la convenienza dei centri di potere occidentale. Basta ammetterla, e tutto si incastra perfettamente senza contraddizione. Quando conviene all'Imperatore vale un criterio, ma se gli conviene il criterio contrario vale quello. Ovunque e in qualunque situazione.

Ora fatevi un esame di coscienza: siete d'accordo? Allora continuate pure a commuovervi, come è giusto che sia, per i poveri ragazzi uccisi da Hamas nei recenti attacchi, e giudicate pure legittima la rappresaglia israeliana, unendovi al coro. Ma se invece vi viene il dubbio che anche i palestinesi uccisi nella rappresaglia siano vittime innocenti, come peraltro tutti i morti di questa guerra ormai ultrasettantenne, certo molto più numerosi tra i palestinesi che tra gli ebrei ma possiamo anche sorvolare su questo "dettaglio", allora accanto alla commozione deve trovare posto l'analisi storica delle origini del conflitto, di questo come di ogni altro. E la ricerca di un criterio diverso da quello dell'Imperatore e dei telegiornali suoi servi.

Ad esempio, il popolo, per usare una parola antica. Se un popolo è acquiescente, può esserlo per mille motivi, tra cui la pigrizia di gregge o la bravura del pastore nel pascolarlo col bastone della propaganda. Ma se un popolo si ribella, che sia manipolato o meno, strumentalizzato o meno, un fondo di ragione ce l'ha sempre. Se adottiamo questo, come metro, può darsi che riusciamo a trovarla, quella ragione, e che allora ci sottraiamo al coro che il mainstream ci induce a intonare.

Quando ero piccolo a Reggio Calabria ci fu una rivolta popolare, durò molti mesi e ci furono dei morti. A sette anni, non puoi certo capirci qualcosa. Ma le cose che vedi poi te le ricordi. Ed io ho visto coi miei occhi i carri armati per strada, sotto casa. La rivolta nella narrazione ufficiale era manipolata dagli stessi neofascisti che intanto organizzavano un golpe per prendere il potere a Roma come i colonnelli ad Atene poco prima, quindi lo schieramento in massa delle forze di polizia e dell'esercito era consequenziale. Ma gli stessi che postulavano per i riggitani l'eterodirezione e quindi la non spontaneità delle motivazioni, poco prima ai praghesi riconoscevano l'autenticità della ribellione e quindi l'illegittimità dell'intervento dei carri armati sovietici: la propaganda non ha bisogno di coerenza, ammette qualsiasi capriola, anche doppia, se si pensa che l'ineffabile Napolitano (il peggiore Presidente della storia della Repubblica Italiana, e dire che il livello degli altri è quello che è...) qualche anno prima a Budapest teneva per i blindati russi. A studiarsi bene la cosa, invece, si può scoprire che specie all'inizio la rivolta di Reggio era autenticamente popolare, trasversale al continuum destra/sinistra al punto che cinque ragazzi anarchici furono assassinati mentre portavano a un giornalista (si, ai tempi si scriveva e si portava fisicamente, come Borsellino la sua Agenda rossa, parimenti "misteriosamente" sparita) le prove del complotto delle "mosche cocchiere", buttati fuori strada da un camion addirittura intestato a soggetti vicini ai golpisti di cui sopra, con sopra qualcuno che ovviamente ha fatto sparire il dossier prima che arrivasse un qualche soccorso. E a saper leggere la storia, cioè il buco nero in cui è finita Reggio Calabria a partire da quella emarginazione politica a cui i suoi cittadini si ribellavano, e da cui non è mai davvero più uscita, si capisce che quelle ragioni di fondo c'erano, eccome, e il popolo reggino le aveva intuite.

E allora sforziamoci di cercarle, ogni volta e non solo a corrente alternata, quando fa comodo al Padrone si e quando gli fa comodo il contrario no. Tra l'altro, è proprio l'ONU che sancisce, in una pronuncia colpevolmente dimenticata, il diritto di ogni popolo all'insurrezione armata quando ritiene che sia minacciata la sua esistenza e/o il suo radicamento a un territorio. Di ogni popolo, non solo di quelli che hanno in qualche modo avuto la fortuna e/o la capacità politica di riuscire ad essere intestatari di uno Stato/Nazione.

Insomma, quelli di Hamas, anche a voler escludere l'ipotesi che siano pagati e armati per mantenere l'instabilità in una zona la quale che resti instabile conviene a tutti, anche magari a chi vuole una scusa per scaricare adesso Zelenski (che se n'è accorto, e infatti baccaglia), sono gente disposta a combattere senza pietà, come ce n'è in tutti i popoli e in tutte le latitudini ed epoche: normalmente, questa gente viene disinnescata solo eliminando le condizioni in cui prospera. E non è certo quello che è stato fatto in Palestina negli ultimi settanta anni. O vogliamo dimenticare che quando un leader israeliano e uno palestinese avevano imboccato un percorso di pace, meritandosi persino un Nobel, qualcuno ha trovato il modo di toglierli di mezzo, facendo sparare il primo e avvelenare il secondo? Ora, chi plaude all'escalation israeliana e la incita, o è consapevole del fatto che così se non riesce davvero a completare il genocidio l'unico risultato sarà incentivare e giustificare che in campo avverso emerga qualcosa di peggio di Hamas, oppure è il solito idiota utile a chi vuole la guerra permanente.

venerdì 22 settembre 2023

APRIRE UN BLOG DI RICETTE

"Come fare i soldi facili" è un argomento così attraente che prima che l'oggetto di infinite mail di spam, e di una miriade di spazi web di ogni tipo, era in sostanza nel titolo di una marea di libri più o meno economici (e più o meno ciarlatani: se conosci il metodo per fare i soldi perché non li hai fatti tu e tenti invece di raccattarne un po' cercando di vendermi sto libro?) messi peraltro bene in vista anche dalle librerie più serie, perché vendevano molto di più della media dei romanzieri. Quello che vi sto per raccontare è la ragione per cui, se io oggi dovessi dare un consiglio, darei quello che ho messo per titolo a questo post.

Come sa chi mi segue, ho pubblicato tre libri, due di narrativa nel 1999 e nel 2019, e uno di ricette nel 2011. Manco a dirlo, quest'ultima impresa è stata l'unica con un utile, e meno male, perché l'intenzione fin da prima era di destinarlo ad altri: l'iniziativa ebbe origine in seno a "Fondazione Salsajazz", nata per indirizzare verso alcune adozioni a distanza (tramite a conoscenze dirette in una associazione che operava in Guinea Conakry) il giro di denaro che si originava nelle centinaia di feste di compleanno di un gruppo di salseri foltissimo, anziché buttare soldi in regali inutili. Quando la salsa cominciò a passare un po' di moda, e quel gruppo come spesso accade superò il vertice della parabola iniziando a calare di consistenza numerica e compattezza, gli stessi ragazzi dell'associazione ci proposero, se ne avessimo avuto modo e possibilità, di passare dalle singole adozioni alla costruzione di una scuola in loco. Serviva solo qualcosa per darci quella possibilità.

Mia nonna Carmela era una cuoca fantastica, almeno per noi nipoti. Come molte, concedo. Ma quando io lasciai Reggio Calabria per lavoro, non volendo fare "la fine" di quasi tutti gli studenti fuorisede (se va bene, pasta e tonno), presi a telefonarle per farmi dire come si cucinavano i suoi piatti, facendo pratica sia come "cuoco" che nel mio dialetto riggitano (che le nonne di una volta usavano di default). Mi piaceva tanto percepire la sua soddisfazione, che la chiamavo anche quando la ricetta me la ricordavo benissimo, e poi magari la richiamavo per farle ascoltare in diretta l'apprezzamento dei miei eventuali ospiti. Quando morì, a 95 anni e avendo cucinato fin quasi alla fine, scoprii che sua figlia, la mia amata zia "signorina", essendole stato sempre impedito dalla madre ogni accesso in cucina, negli ultimi tempi si era fatta dettare alcune ricette appuntandole in un quaderno. Appena visto il quale, lo chiesi in prestito e buttai giù di volata il libro di ricette di che trattasi, unendo i testi in italiano alle traduzioni in riggitano che venivano dalla mia memoria. Per realizzare il libro, mi serviva solo l'aiuto di un amico cuoco che preparasse i piatti magari presentandoli decentemente e fotografandoli, visto che per la parte grafica della pubblicazione e per la ricerca della casa editrice bastava la mia esperienza professionale. Il gioco era fatto. E l'operazione ebbe grande successo, la scuola dovrebbe essere ancora lì a testimoniarlo.

Quando ogni copia fu venduta, ho preso a pubblicare le singole ricette su questo blog, sotto l'apposito tag, mettendo i link ai post, oltre che nel gruppo Facebook di questo blog stesso, anche in un gruppo appositamente creato per il libro di ricette. Come sapete, il blog non ha scopo di lucro, non c'è nemmeno un bannerino di adsense, lo faccio solo per sfogare la mia grafomania con chi ha la bontà di seguirmi. D'altronde, se anche il banner ci fosse, col mio numero di contatti medi giornalieri, peraltro in continuo calo, non ci farei nemmeno un caffè, e va bene così (per il lavoro che faccio, peraltro, ogni attività extralavorativa remunerata dovrebbe essere autorizzata: meglio evitare del tutto). Ma il gruppo del libro di ricette, a distanza di oltre sei anni dalla ultima pubblicazione di una ricetta, e a distanza di dodici dall'edizione del libro, continua a raccogliere ogni giorno nuove adesioni. Ecco il perché del mio consiglio iniziale: è vero che ce ne sono già tanti, ma evidentemente il mercato è ben lungi dall'essere saturo, per cui se volete fare un po' di soldini col web, lasciate perdere il porno, che non tira più (sic), aprite un sito di ricette e pubblicizzatelo sui social. A me invece come remunerazione basta il pensiero che, se è vero che uno vive fino a quando un vivo se ne ricorda, allora la mia amata nonna è ancora viva vent'anni dopo il decesso anagrafico, vi guarda dalla testatina del gruppo e vi detta le sue semplicissime ricette.

Vi saluto con tre avvertenze ai membri del gruppo:

  1. se vi molestano i continui saluti ai nuovi membri, credo ci sia il modo di silenziare le notifiche;
  2. se volete le ricette, le trovate come post singoli scrollando nel gruppo stesso fino a giugno 2017 e indietro, oppure a questo link (abbiate pazienza, dalla seconda pagina in poi: andate in fondo e cliccate su "post più vecchi");
  3. se vi interessa l'aspetto culturale, ogni ricetta oltre che in italiano è scritta nella mia particolare (e al suo interno rigorosa) translitterazione del dialetto reggino, che poi usai per i dialoghi tra alcuni personaggi di Sushi marina.

sabato 9 settembre 2023

LIBERI?

C'è un verso di Giovanni Lindo Ferretti  (che proprio oggi compie 70 anni: auguri!) di una bellezza atroce, nella splendida canzone In viaggio, fa:

Consumano la terra in percorsi obbligati i cani alla catena, disposti a decollarsi per un passo inerte più in là.

I cani domestici sono frutto di selezioni e incroci lungo migliaia e migliaia di anni, ma tutte le razze da qualche parte dentro mantengono qualcosa del lupo o del coyote, che assalivano i gruppi umani per mangiare, prima di imparare a servirli. Così, la stessa bestia che ti implora sotto al tavolo per un ciccetto, e non si sogna minimamente ti saltarci sopra per prenderselo (come farebbe un gatto se solo ti distrai un secondo, ma il gatto ha tutta un'altra storia), se solo gli metti una catena al collo e te ne vai comincia a percepire la limitazione di libertà e valicarla diventa bisogno primario.

Così è per noi (basta bloccare con un abbraccio troppo stretto i movimenti di un bimbo per verificarlo), e chi ha interesse a renderci sudditi lo sa benissimo, per questo le catene nel corso della storia si sono sempre più virtualizzate, dissimulate fino a renderle irriconoscibili. E il fenomeno ha subito un'accelerazione negli ultimi decenni, proprio come la curva della popolazione mondiale: la democrazia è infatti tanto più realizzabile quanto piccole sono le comunità in cui la si voglia applicare, e nella misura in cui esiste un "fuori" da queste comunità (le donne, gli schiavi, i barbari) da sfruttare per accrescere o quantomeno mantenere la ricchezza su cui la comunità si fonda. La globalizzazione (ma i BRICS ne sono una costola o un grimaldello?) questo ha fatto: portato dentro questo fuori, o meglio mischiato dentro e fuori in un recipiente più grande, cosicché l'azione politica che sarebbe stata necessaria (e che io stesso all'inizio ho creduto avrebbe svolto l'UE) cioè blindare il modello di sviluppo eurooccidentale per trasferirlo gradatamente fuori (ad esempio, accettando di commerciare solo con chi concedeva un livello di diritti economici e personali compatibile) è diventata presto impossibile (svelando presto, purtroppo ancora agli occhi di pochi, che non è che si è mancato di difendere il progetto ma invece proprio che il progetto era uno opposto).

Ma la libertà non è soltanto minacciata dall'evoluzione delle catene (l'ultimo modello di catena? lo smartphone, esatto...), è anche vittima di un processo di negazione valoriale, che ha trasferito omeopaticamente nel senso comune l'annacquamento, lo straniamento e lo svilimento del concetto. Così oggi chiamiamo libertà l'accrescimento di possibilità in questioni più superficiali, concesso proprio per farci digerire senza nemmeno accorgercene la diminuzione reciproca in questioni essenziali. Siamo liberi di sposarci tra uomini o tra donne, ma sposarsi o comprarsi casa o fare un figlio diventano sempre più fuori dalla portata di qualsiasi coppia non ricca, etero o gay che sia. Anche perché il lavoro inteso come parte fondamentale e centrale della vita di ognuno e della sua identità, oltre che come mezzo di sostentamento stabile e affidabile, è in via di completa sparizione, e hanno pure la faccia tosta di presentarci la cosa come progresso. Intanto, in cronaca abbiamo l'ennesimo esempio di disastro attribuibile, come causa prima, allo smantellamento del settore pubblico e alle esternalizzazioni: alle FS dei miei avi non c'erano schiavi ma operai assunti dallo Stato e salvaguardati, certo non spinti ad agire in spregio non dico alle norme di sicurezza ma alla più elementare logica. E fuori dalla cronaca l'elenco di episodi simili è talmente lungo da non essere necessario: basta la memoria di ciascuno di voi, anche il più distratto.

D'altro canto, invece, dimentichiamo quanto e come una serie di altre cose a cui teniamo siano stringi stringi da ricondurre proprio al concetto di libertà. Senza una prospettiva di sostentamento economico nel tempo (che non vuol dire necessariamente "posto fisso", ma anche ad esempio "persistente sovrabbondanza di opportunità"), infatti, la libertà di effettuare qualunque tipo di scelta di vita resta mero enunciato teorico. Senza automobili private il diritto alla mobilità torna, dopo una finestra di soli pochi decenni, ad essere privilegio di pochi (mezzi pubblici davvero efficienti e ridondanti, tra cui delle ferrovie statali che non possano abbandonare in quanto antieconomica nessuna tratta o stazione periferica, risolverebbero il problema solo rispettivamente per le grandi città e i centri medio-piccoli, non certo a livello capillare). Senza cultura, o se preferite grazie all'analfabetismo di ritorno progettato decenni fa e realizzato prima tramite la TV commerciale poi tramite i telefonini, anche la libertà di progettazione della propria esistenza viene vanificata, perché chi non sa non può, ma mentre chi sa di non sapere può imparare chi crede di sapere non imparerà mai, e i nostri figli oramai per qualsiasi cosa chiedono a google come prima opzione, come possono non uscirne omologati?

A proposito, racconto un episodio che chiarisce in qualche modo il concetto. Ad inizio "pandemia"  (ma siamo sicuri sia finita? il fatto che fosse statisticamente infondata è piuttosto garanzia che possa venire invocata a piacimento...) vengo invitato ad un webinar da un amico, che poco tempo prima del primo lockdown mi aveva onorato di leggere l'incipit del mio ultimo libro ad un incontro di presentazione, giù a Reggio. Forse presupponeva che condividessi la narrazione dominante, o perlomeno non immaginava che il mio dissenso fosse così totale, fattostà che quando esso emerse l'incontro fu concluso rapidamente, ma non prima che io avessi modo di indurli ad esplicitare uno dei corollari dietro quella narrazione: approfittando del fatto che uno degli altri partecipanti viveva in Svezia, gli chiedo come andavano le cose in uno dei pochi Paesi che avevano impostato le cose in modo diametralmente opposto, alla spirale liberticida che allora peraltro era appena iniziata. Il corollario era "gli italiani non sono svedesi", cioè non sono un popolo di adulti evoluti che possono essere lasciati liberi di decidere ciascuno per se, confidando nel senso di responsabilità e nel sentimento di collettività di ciascuno, ma sono un popolo "bambino" che in quanto tale deve essere guidato, a comportarsi virtuosamente, altrimenti non lo farà. Il luogo comune, che nemmeno si applica bene ai bambini e ai ragazzi veri (i quali invece vengono su responsabili in relazione diretta a quanto si ha il coraggio di responsabilizzarli precocemente), è un sentimento fascistoide che tanto danno ha fatto e che stupisce di aver visto così diffuso in persone sedicenti di sinistra. Per le quali la libertà non è un valore in se, dunque, ma un premio da ottriare a chi se lo meriti.

Finisco qui il mio sproloquio, e vi lascio con un paio di link di approfondimento, in linea con l'ultimo paragrafo:

  1. Stefano Re, ovvero i dossi stradali come metafora;
  2. Maurizio Blondet, ovvero hanno già deciso che dovremo fare a meno di auto, carne e latticini, e sono già passati dalle strategie di persuasione al terrorismo psicologico sul cambiamento climatico, alla fine l'obbligo sarà lo step "naturale".
E che cos'è la libertà, se come al solito piuttosto che chiarirvi le idee ve le ho confuse, ve lo faccio dire da uno che parla bene...

sabato 29 luglio 2023

STRANO ACCOSTAMENTO DI COCCODRILLI CANORI

Ovvero, non è colpa mia se nel giro di un paio di giorni registriamo la scomparsa, sia pure per cause diametralmente opposte, di due musicisti che forse occupano due caselle tra loro lontanissime del panorama musicale. Forse.

Perché Otello Profazio era forse il più rock del panorama folk italiano, uno dei pochi ad essere mai riuscito a portare spesso il suo genere di nicchia nel mainstream, e Sinead O'Connor forse la più visceralmente territoriale delle popstar/rockstar, una che da sola faceva una nicchia e la occupava tutta.

Di lei, che ho amato e stimato moltissimo e non solo musicalmente, vi ho già parlato recensendo il suo album più famoso, e approfittandone per dire già allora tutto quello che si potrebbe dire oggi e infatti avete sicuramente sentito e letto in queste ore. Se avete o avete avuto tra i vostri cari persone depresse condividete la mia ritrosia a commentarne la depressione, se non con l'espressione riggitana "non gabbu e non maravigghia" a sigillare le labbra (sta per "non oso esprimere alcun giudizio su cose che possono capitare a chiunque, sperando scaramanticamente che non capitino mai a me"), in cui invece sguazzano i media a proposito di lei, e (se non mi credete leggete qui Morrissey) non solo adesso che è morta ma le hanno scassato la minchia per decenni. Posso però proporvi di rileggere un altro mio vecchio post, scritto a proposito di Dolores O'Riordan e Mia Martini, estensibile in larga parte anche alla povera Sinead, dato che tutte e tre avevano "in comune la capacità di squarciarti l'anima, mostrandoti la loro, appena aprivano bocca."

Di lui, a dimostrare quanto asserito sopra, posso non solo consigliarvi l'ascolto di alcuni estratti del suo repertorio, tra contributi originali e meritori recuperi dalla tradizione, ma anche mostrarvi i video di una sua celebre apparizione televisiva con alcuni giganti che evidentemente lo consideravano loro pari, e della sua sigla di uno sceneggiato televisivo di quelli che non se ne fanno più e che se paragonati a qualunque "serie" di oggi ne evidenzierebbero la pochezza. Buona visione.



giovedì 19 gennaio 2023

TIATRU

Sono giorni ormai che ci fracassano i santissimi con la mirabolante impresa dell'arresto del Capo dei Capi in carica, quasi sempre con annessa retorica della lotta del Bene-Stato contro il Male-Mafia col primo che finalmente trionfa, qualche volta (i più furbi) dando voce ad alcuni dei tanti dubbi così lampanti da non aver nemmeno bisogno di accendere il cervello per coglierli (com'è che ci hanno impiegato trent'anni visto che viveva tranquillamente in zona? quale Dio della sincronia è così efficiente da farglielo ritrovare trent'anni esatti dopo la cattura del Capo dei Capi precedente, mentre in Rai danno la nuova fiction su Dalla Chiesa?) stando però ben attenti che le risposte non arrivino o se si vengano annegate nella consueta caciara dei programmi TV di questo genere o alla peggio incasellate nell'etichetta "complottismo" o peggio ancora "disfattismo" (per una volta che lo Stato ne fa una giusta, stai li con le solite tiritere anziché festeggiare, disfattista! si, so tutti d'accordo come sempre, qualunquista e complottista che non sei altro!).

Ho usato apposta l'aggettivo "disfattista" perché era uno di quelli maggiormente in vigore ai "bei tempi", come meravigliosamente ci ricorda Troisi ne Le vie del Signore sono finite, il primo stadio di un attacco a chi osava pensare diverso, che poi se insisteva venivano gli altri (prigione, confino - non dimenticherò mai la meraviglia di me adolescente nel leggere di Pavese a Brancaleone - e se non bastava eccetera). L'ho fatto perché ragionare in termini di fascismo o antifascismo, laddove su altri è volutamente fuorviante, su temi come questo ancora può venire utile proprio per via delle radici storiche della mafia moderna, spesso dimenticate e quindi che è dovere civico ricordare ogni volta che si può.

Nella retorica di destra, infatti, il primo Prefetto di Ferro in Sicilia lo mandò Mussolini ad estirpare la mafia antica, quella che nei secoli aveva costituito quella continuità anche culturale nell'amministrazione spicciola del potere prosperando nei vasti interstizi che lasciava il passare da una dominazione all'altra. No, non sto adottando l'altra retorica fintomeridionalista che arriva a sfiorare le lodi alla "mafia di una volta", sto semplicemente usando la formula reale del Potere (quella che l'umanità si porta appresso dalle scimmie e che vuole che ci sia sempre una minoranza al numeratore e gli altri al denominatore) per inquadrare correttamente le cose. E quindi smontare la retorica prima di una parte poi dell'altra. Semplicemente, il fascismo, ambendo ad occupare senza veli ideologici il numeratore come ogni dittatura che si possa chiamare tale, non poteva tollerare che da qualche parte ci fosse qualcun altro nella stessa casella. Quindi no, Mussolini non era un cattivo che nella questione mafia stava dalla parte dei buoni, la combatté per necessità intrinseca. E fu parimenti per una questione di necessità intrinseca che chi voleva strappare l'Italia al nazifascismo prima e tenerla lontana dalle grinfie del comunismo poi utilizzò il potere mafioso, che era così capillare e permeato (anche nella mentalità, o se preferite nel sistema di valori) da poter sopportare potature anche ampie sopravvivendo silente.

Come spesso capita, a distanza di decenni si può dirlo liberamente pure nei film, ma i primi che osarono svelare che la trattativa Stato-Mafia era iniziata durante la seconda guerra mondiale e cioè prima ancora della nascita del nuovo Stato democratico italiano, e che la conquista dell'estremo sud da parte degli Alleati poté avvenire in modo così rapido e relativamente incruento solo grazie all'apporto della Mafia reclutata grazie alle sue vaste ramificazioni americane, furono bollati come complottisti (con altre parole: il termine non era ancora di moda) e variamente emarginati quando non eliminati. La retorica fascista fu soppiantata da quella democrista, e questa prevedeva la negazione dell'evidenza come pratica mantenuta con zelo e tenacia fino ai più alti livelli. Noi ragazzi degli anni 70 lo leggemmo dallo Sciascia degli anni 60, che in Parlamento la verità ufficiale era che "la mafia non esiste". Erano anni in cui la diffusione della cultura in strati sempre più ampi della popolazione favoriva lo svelamento delle ideologie, e infatti sarà fatto di tutto nei decenni a seguire, dal riflusso agli smartphone passando per la TV, per ridurre al massimo il nocciolo duro di chi continua a pensare con la sua testa. Ma i primi colpi bisogna darli forti, ed ecco che parallelamente iniziò la lunga stagione delle stragi, a compattare il gregge con la paura. La distinzione tra quelle "di Stato" e quelle "di Mafia" è ancora una volta soltanto ideologica, c'è bisogno di dirlo?

Con i morti per strada, però, la retorica della negazione non può più funzionare, e viene soppiantata da quella, ancora in auge, della contrapposizione di cui a inizio post. E che terrorismo e mafia siano solo etichette è drammaticamente dimostrato dal fatto che uno dei pochi che credeva davvero che quella retorica fosse una rappresentazione reale e non ideologica, e quindi credeva sul serio di rappresentare lo Stato nella lotta contro il Male, fu mandato ("disarmato") sul fronte prima contro il primo poi contro la seconda senza quasi soluzione di continuità. I bookmakers non avrebbero accettato scommesse, su come sarebbe (ed infatti è) finita. Per lui e per tutti quelli che come lui ci credevano, su su fino ai due Grandi Martiri della Trattativa, che ogni anno da trent'anni piangiamo nel rito catartico che la retorica imperante vuole, per farci dimenticare che su quelle stragi fu edificata l'Italia dei decenni successivi, a cominciare da un premier che senza la mafia sarebbe rimasto un piccolo palazzinaro milanese, anzi manco quello: il figlio fimminaro di un piccolo banchiere. E che ancora oggi fa da architrave a una maggioranza di governo, come la vignetta mostra (ma il denaro non è, non è mai stato, davvero suo), e lo ha fatto anche quando non compariva nelle vignette (o pensate davvero che si sia fatto disarcionare ogni volta a gratis, senza restare in qualche modo comunque al numeratore?).

Chi era consapevole di queste dinamiche già trent'anni fa non poteva stupirsi del fatto che a un certo punto nell'ambito della trattativa entrasse anche la consegna del vecchio boss fino a un minuto prima per decenni detto introvabile nonostante gli si muovesse sotto il naso. E nemmeno che ci si dimenticasse di presidiare il covo cosicché le carte segrete, che chissà potevano sputtanare qualche attore della trattativa stessa, fossero trafugate liberamente: è storia, non è un'aggiunta fantasiosa da due soldi degli sceneggiatori scarsi di una fiction. Quindi oggi, ditemelo, come si fa ancora a credere alle favole? Non hanno catturato nessuno, ma la trattativa continua ha previsto la consegna di un vecchio boss malato perché quelli operativi possano lavorare meglio, e per non ripetere lo stesso copione (che poi magari poteva sgamarli pure qualcuno meno sveglio) stavolta le carte pare che le abbiano trovate, ma state pur certi che se qualcuno finisce sputtanato, foss'anche il vecchio puttaniere di cui sopra (col bonus che tolta l'architrave magari crolla la volta), è perché è stato classificato come sacrificabile e non più utile. Come diceva PPP (che infatti è finito male), io so, non ho le prove ma so. Godetevi la fiction, o come direbbe Montalbano 'u tiatru. Oppure fate come me, che, come in questi ultimi anni quando il TG attaccava la litania prima della pandemia poi della guerra, quando attaccano questa recita cambio canale o spengo.

venerdì 5 agosto 2022

LETTURE PER L'ESTATE

Non so se sia ancora così, ma temo di si: a scuola il fattore "C" con gli insegnanti è determinante, non solo per la carriera scolastica stessa, ma anche per le scelte di vita successive. Avendo dimostrato una certa attitudine a maneggiare i numeri (che mi è rimasta, a dispetto della mancata coltivazione), fu naturale scegliere il liceo scientifico, e addirittura al biennio mi ritrovai come insegnante di matematica lo stesso simpatico geniaccio che avevo alle medie (doppia coincidenza, il passaggio simultaneo e finire nella stessa sezione) e che, avendomi capito, ogni tanto veniva a spettinarmi con la mano chiamandomi "furiusu" per via della mia abitudine a fare di getto gli esercizi senza mai tornarci su se non venivano, tanto poi li avrei rifatti in classe in caso fossi stato chiamato a mostrarli. Ma la fortuna tende a girare, e al triennio mi capitò una insegnante di matematica e fisica di quelle che ti leggevano in classe la spiegazione dal libro, e si incazzavano se facevi domande, di cui non conoscevano mai la risposta. Risultato: gli esercizi continuavano a venirmi, ma non ne capivo il senso (di limiti, derivate, logaritmi, funzioni analitiche, eccetera) e mi disamorai. Nel frattempo alla bellissima insegnate di italiano e latino del biennio, fonte di tutti i sogni erotici di tutti i maschietti delle sue classi (si, esattamente come nei film sexy degli anni 70, quelli con Vitali Banfi Fenech Rizzoli Cassini Guida eccetera, che non erano affatto campati in aria), era seguita nel triennio una che apparve subito meno avvenente ma si sarebbe rivelata più decisiva per alcuni di noi, sicuramente per me. Già durante l'anno, infatti, ci aveva dato dei libri di letteratura contemporanea italiana non solo da leggere, ma anche da recensire in forma di "scheda", ed in gruppo: una cosa che ci faceva sentire tanto giornalisti e quindi ci ingrifava parecchio. Poi, per l'estate, ci consegnò una lista di libri da leggere nelle vacanze, tornando con le schede stavolta individuali. Parlo di Verga, Pirandello, Silone, Strati, Pavese, Levi, eccetera. Non so quanti di noi uscirono dal liceo come appassionati lettori, ma io sicuramente si, e il mio primo libro da scrittore (di tre, resto sempre e comunque soprattutto un lettore, anche se ormai la presbiopia mi fa preferire il lettore ebook, che ho impostato a caratteri grande e dove ho caricato migliaia tra classici e contemporanei, abbastanza per alcune vite) nel 99 lo portai in dono proprio a quella professoressa oramai anziana, e anche col sottile timore di avere un brutto voto, credo.

Tutto questo pippone perché accingendomi a fare qualche giorno di vacanza, dopo anni come tanti di voi, vi lascio con una serie di articoli da leggere, pescati qua e la nel mare magno del web, in ossequio alla funzione primigenia di questo blog: fare da media, farvi da filtro (certo, il mio filtro, ma se non vi va bene cambiatelo o usate il vostro personale), tirare su la rete risparmiandovi mezza fatica - che quella di scegliervi il pesce spinarlo e mangiarlo resta la vostra, se e quanto vi va.

  • Tensioni in kosovo... - Nel tentativo di espandere il conflitto che ha avviato in Ucraina nel 2014, la Nato ci mostra con evidenza non solo la sua natura guerrafondaia e imperialista, ma anche le contraddizioni in cui rischiamo di finire se ascoltiamo troppi TG. Mi spiego. Se in una nazione sovrana c'è una regione che è abitata a maggioranza da un'altra etnia (che so, ad esempio la Moldavia con la Gagauzia), ha diritto quella nazione ad angariare quella etnia? e se lo fa hanno diritto le nazioni limitrofe a impicciarsi e intervenire? Se rispondete si, abbiamo fatto bene a bombardare la Serbia nel '99 fino a ottenere l'indipendenza del Kosovo, e però ha fatto bene anche Putin ad intervenire in Ucraina oggi per liberare il Donbass (leggere qui per ricordare chi sono i neonazisti ucraini), e farebbe bene oggi la Serbia a intervenire in Kosovo dove stanno discriminando pesantemente le minoranze serbe nelle regioni di confine. Se rispondete no pensando al cattivone Putin o giustificando un nuovo intervento in Kosovo, occhio che un minimo di coerenza allora vorrebbe che rivalutassimo di 180° la lettura storica delle vicende nella ex Jugoslavia. Oppure, restate pure iscritti al partitone degli opportunisti secondo cui il criterio guida è che hanno sempre ragione i nostri (e magari UE e USA fossero davvero i nostri...).
  • Il caro-energia... - Mattei lo hanno ammazzato perché tentava di smarcare il nostro Paese dal colonialismo americano, di cui oggi la sua Eni è uno degli ascari migliori. Venendo adeguatamente retribuita con la scusa della guerra.
  • Draghi, missione compiuta - Quando era alla BCE, mister "whatever it takes" ha munificamente riempito di soldi la pancia delle banche ben sapendo che il teorema delle ricadute positive della cosa sui cittadini comuni era fasullo, le banche hanno usato il tesoro in regalo per fare incetta di titoli di Stato e gli Stati sono stati spinti ancora più di prima sotto il taglione del debito e dei parametri UE. Non bastava, serviva un catalizzatore e - miracolo! - è arrivata la pandemia. I traditori di Lega e M5S al governo hanno imboccato la strada del "farla pagare ai privati", mancando alle loro promesse. Ma non bastava ancora, doveva intervenire direttamente Lui: distruzione delle PMI, incaprettamento del Paese al PNNR, aumento vertiginoso del debito pubblico, sterzata guerrafondaia con conseguente innesco dell'inflazione da materie prime, bastano solo queste grandi linee a capire con che razza di killer abbiamo a che fare. "Eppure conosco brave persone, italiani plurilaureati e di buona volontà, che considerano ora più che mai Draghi come l’unico possibile 'salvatore della Patria', assurdamente silurato da un parlamento ingrato e traditore..." Mah...
  • Heather Parisi - Quando ero ragazzo mi sarebbe piaciuto stare li a sollevargli la gamba (dire così oggi è sessismo, ma io sto raccontando di quando ero adolescente...), oggi se la incontrassi le stringerei calorosamente la mano per ringraziarla: è una mosca bianca di autonomia di giudizio e dissonanza dalla narrazione imposta, in un mondo dello spettacolo e della cultura mai così disciplinatamente uniformato come oggi. Questo post è da sottoscrivere e divulgare in ogni modo. Il suo sito da oggi va di diritto in colonna destra.
  • Vaccini e morti improvvise - Se metti "morti improvvise" su Google e leggi i risultati, a vaccinarti non ci vai. Ok, non ce la dimostrazione statistica che l'impennata sia collegata alle vaccinazioni di massa. Ma c'è ancora meno per l'asserita riduzione dei sintomi in caso ti contagi e di decessi di contagiati. Molto meno. Eppure ho sentito con queste mie orecchie persone peraltro stimabili e intelligenti che recitano il mantra del "però non muori" quando provi a fargli notare che vaccinando tutti i contagi si sono moltiplicati per mille, quindi se anche non vogliamo dire che è per colpa dei vaccini, sicuro possiamo dire che sono perlomeno inefficaci. Che siano "insostenibili e non salutari" pare se ne sia accorto persino il Corriere..  Ma poi c'è il caso che muori, che un giudice certifica il vaccino come causa del decesso, e però nega il risarcimento perché non eri obbligato e hai firmato volontariamente: guardare per credere. D'altronde, se gli effetti avversi non vengono denunciati dai medici di base, per non perdere il posto (che poi magari il giudice ti reintegra - e Facebook censura chi posta la sentenza! - ma intanto passi i guai), come se ne esce?
  • Viglione - Ma un'alleanza elettorale tra le forze politiche antiglobaliste (quindi anche anti guerre Nato e anti gestione dittatoriale della pandemia), no?
  • Lameduck - Bentornata "papera zoppa". Come aveva promesso, la Tampieri ha ripreso a postare sul suo blog, stavolta con una lucidissima analisi della questione elezioni anticipate.

martedì 7 giugno 2022

IL DOTTOR DIVAGO

Di coccodrilli su di lui ne trovate a millanta, in qualunque media, in questi giorni, sia per la sua notorietà, fuori scala per un giornalista sportivo, sia per la sua età, che quando superi gli ottanta cominciano a scriverli e li tengono al pizzo solo i più previdenti, ma quando superi i novanta lo fanno proprio tutti. Ve ne linko un paio, dal sito di Ubaldo Scannagatta, uno che raccoglie alcune dichiarazioni, ed uno più personale che ha tra l'altro il pregio di riportare virgolettati alcuni passi del Nostro e un link a un suo articolo degli anni novanta, piuttosto rappresentativo del suo stile unico, valsogli, assieme alla pubblicazione di alcune opere letterarie sul tennis più ambiziose e più amate nel mondo, l'ammissione alla Hall of fame del tennis mondiale, unico italiano assieme a Nicola Pietrangeli.

Ma Gianni Clerici non era solo un giornalista enormemente competente e colto, anche se mai serioso e supponente. Le sue telecronache in coppia con Rino Tommasi stanno al tennis, infatti, come quelle di Dan Peterson al basket: egualmente corresponsabili dell'aver fatto innamorare dei rispettivi sport generazioni di telespettatori. Quello che nel calcio avrebbe potuto fare e non ha fatto solo perché non ha fatto a tempo (non tutti arrivano a novantun anni, alcuni nemmeno a 50) il grande Beppe Viola - è a lui che va accostato il "dottor Divago" (soprannome che dice tutto: mai un commento didascalico, di quelli che ti dicono inutilmente le cose che hai appena visto), non a Gianni Brera (grande, ma di un altro tipo).

Insomma, e sto per dirvi una cosa che probabilmente pensate anche voi, se avete più di quarant'anni e seguite il tennis da un po', io da grande volevo giocare come Panatta, e scrivere come Clerici. Ovviamente non ci sono riuscito, ma parlare in TV come lui non ho mai nemmeno osato pensarlo. 

mercoledì 8 dicembre 2021

CH'È SÌ CARA

A giudicare dal numero di letture degli ultimi "versetti covidici", forse dovrei lasciar perdere, che anche solo a cantarcela tra noi, "noi" siamo ormai talmente pochi che rischiamo il ridicolo. Bisogna ammetterlo: hanno vinto. Secoli di conquiste sono state avviate all'azzeramento, o comunque alla riduzione ai minimi termini, o se preferite ai termini che vengono decisi chissà dove e come, usando come grimaldello una cosa che ha accompagnato l'umanità fin dalla nascita, in continua evoluzione come e più di essa: il virus dell'influenza. Va dato atto alla genialità.

Il capolavoro è costituito dal fatto, indispensabile peraltro per la predetta vittoria, che gli accoliti di questa nuova religione, che essendo forse il 95% annoverano tante ma tante persone fino a ieri stimabili e ritenute intelligenti e consapevoli, non si accorgono minimamente di esserlo. Credono sinceramente di stare seguendo solo prescrizioni empiriche di governanti preoccupati per la nostra salute che tutto sommato non avevano alternative ai provvedimenti via via adottati, vista l'emergenza (o se preferite Monti lo "stato di guerra"), che domani, finita l'emergenza, passeranno, anche se nessuno ancora gli ha mai detto quand'è questo domani (nessuno ad esempio confronta i dati di oggi con quelli antecovid, per scoprire che allora potevamo essere in emergenza da 50 anni, per non dire da sempre), e ignorando che glielo stanno spostando davanti al naso come la carota legata al bastone davanti a quello dell'asino.

Di fronte a ciò, accolgo molto ma molto volentieri lo "zibaldone" che mi ha mandato Pasbas, intanto perché mi consente non dico di cambiare argomento ma di spostarcisi di lato, eppoi perché ci azzecca eccome. Ho lasciato il suo titolo alla raccolta di citazioni, ma per il post ne ho scelto un altro, anch'esso citazionista, e non vi dico nemmeno di chi, che dovreste saperlo.

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Popolo di sana e robusta Costituzione? Sulla Libertà.

di Pasbas

L'uomo è schiavo perché non usa la ragione, unico strumento che conduce alla Libertà. (Spinoza)

La Libertà è Responsabilità ed è proprio questo che alcuni temono. (Sartre)

Si potrebbe pensare un piacere e un'energia nell'autodeterminazione, una Libertà del Volere in cui uno spirito prende congedo da ogni certezza. Un tale spirito sarebbe lo spirito libero per eccellenza. (Nietsche)

Tre le fasi di evoluzione del concetto di Libertà: (1) momento più basso, Libertà appannaggio di pochissimi [Tesi]; (2) processo evolutivo che estende la Libertà a parte dell'umanità [Antitesi]; (3) Libertà patrimonio dell'intera umanità [Sintesi]. (Hegel)

La Libertà è il più grande dono ma anche il più grande fardello, essa implica la tragicità: essere liberi di perseguire il bene o il male, ciò provoca nell'uomo insicurezza. (Dostoevskij)

La Libertà si basa su un rapporto non conflittuale tra cittadino e legge ma anche sulla capacità di dare leggi a se stessi. La legge non può essere accettata supinamente in virtù di altro. (Rousseau)

La vera Libertà non è obbedire ad altri ma essere trasparenti con se stessi. La Libertà si basa sull'io intellettuale e sull'autodominio, cioè l'anima che domina il corpo, la razionalità che domina l'animalità. L'uomo libero è capace di dominare i propri istinti, lo schiavo ne diventa vittima. (Socrate)

[La Libertà vera è] quella che consiste nell'essere cittadino per mezzo di giuste leggi e stabili istituzioni assicurato..contro ordini tirannici del potere.. - Chi solo amò di Libertade il nome o appena il profferì, dai sacri lari strappato e trascinato è per le chiome - E i servi trasformar puote in eroi... E non teme il fragor di tue ritorte, o Tirannia, né de' metalli tuoi; non quella cieca che si chiama sorte che i vili in Ciel locaro e fecer Diva; e scritto ha in petto: o libertade o morte. (Manzoni)

Noi vogliamo una filosofia libera, una libera ricerca scientifica, mentre voi imponete la vostra volontà di sopraffazione. Noi vogliamo l’autonomia del pensiero e della scienza da ogni autorità religiosa, civile o accademica, voi volete soffocare ogni manifestazione dello spirito. Così, così così così possono essere scacciati dalla Sorbona e da ogni università i bigotti ed i pedanti, amen, amen, amen. (Giordano Bruno)

La natura offre al fanciullo un ampio spazio da cui attingere le diverse conoscenze, anche in maniera ludica, sperimentandola in assoluta libertà. la repubblica è analoga ad un organismo vivente, capace di proteggere l’uomo e non annientarlo; approccio unitario delle problematiche all’interno della comunità, per la messa in evidenza dell’accordo tra i cittadini, come fondamento del vivere civile. . tentativo di immaginare un modello di società giusta e solidale, nella quale la formazione dell’uomo «perfetto e armonico». (Campanella)

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E, a proposito di filosofia e di libertà, guardatevi questo video:

mercoledì 19 maggio 2021

RADIOCIXD 40 - ESSERE FRANCO

Ammettiamolo, quando ci chiedono "qual è il tuo cantante preferito?" ci sentiamo come quei bambini a cui chiedono se vogliono più bene al papà o alla mamma: interdetti e anche un po' incacchiati. Poi magari in fondo al cuore uno ce lo abbiamo, ma magari cambia nel tempo, o comunque è più di uno a seconda dell'umore o del periodo che stiamo attraversando. Io siccome proprio non lo so, uso questo blog per propinarvi, anche se sono quasi sempre i post meno letti, delle recensioni di alcuni degli album sia italiani che esteri che sono stati per me maggiormente significativi. Per molti artisti questa scelta è difficilissima, per Franco Battiato è praticamente impossibile.

L'artista siciliano, la cui scomparsa era purtroppo da qualche anno piuttosto annunciata, è infatti un simbolo assoluto di poliedricità. Anche volendo fermarsi soltanto alla musica, e non si potrebbe perché il Nostro è stato anche regista cinematografico apprezzato oltre che pare buon pittore (ha fallito solo in politica, troppo retto per restare a lungo in cotanta compagnia), ha infatti toccato ogni genere: melodico convenzionale, elettronico d'avanguardia, contemporaneo sperimentale (vinse il premio Stockhausen), progressive, lirico, sinfonico, da balletto, pop (sempre sofisticato, però), rock, etnico, eccetera, spesso consentendo a tutto questo background di infiltrare l'un genere dell'altro, alla fin fine creando una propria originalissima marca stilistica sempre immediatamente identificabile e spesso imitata (quasi sempre indegnamente: fa eccezione la canzonatura amorevole del conterraneo Fiorello, che ha finito per farli diventare amici). Insomma, la sua cifra stilistica è così multiforme che fa di lui un esempio perfetto del concetto che "la musica è una", se ve ne serve uno. Quando ha fatto le "canzonette", è stato per scommessa (letteralmente: era un artista di culto ma di nicchia, e alcuni critici hanno insinuato che fosse perché era incapace di scrivere canzoni da classifica), e questo mi da modo di dare a questo post l'unico taglio che ha senso, visto che di coccodrilli biografici (e di saluti social di colleghi di ogni genere) in questi giorni sarete sommersi su ogni media: quello dei ricordi personali.

La prima volta, infatti, che ho visto Battiato in concerto era nel campo di calcio di Pellaro, una frazione a sud di Reggio. Precisazione per i non meridionali: ho detto campo e non stadio perché non stiamo parlando di tribune e manto erboso, ma di terraccia col palco su un lato. Era appena uscita La voce del padrone, avevo 18 anni e facevo il DJ radiofonico: non potevo mancare. Ma in radio c'erano anche i vinili del "primo" Battiato (le virgolette sono perché era già il secondo: il primo, su cui lui ha sempre glissato, faceva canzonette invendute e campava arrangiando per le case discografiche milanesi, è così che conobbe prima Gaber, poi De Andrè e i Quelli prima che diventassero PFM), quelli che suonava con lo stesso preistorico synt dei primi Pink Floyd e con cui le tv private ma anche la RAI ci facevano le sigle, che se le sentite le ricordate anche se non avete mai saputo che erano le sue. Ma noi eravamo ragazzi e volevamo sentire le hit del nostro beniamino, così lui ci perculava dal palco (giuro, ho avuto questa precisa sensazione, anche se me la sono spiegata solo anni dopo) mettendosi gli occhiali da sole (di notte) mentre sfotteva chi lo fa "per avere più carisma e sintomatico mistero", e accennando i suoi improbabili balletti alla Cochi e Renato ma con la faccia impassibile di un Buster Keaton. Il successo stava arrivando (la "voce" avrebbe superato il milione di copie), la scommessa era vinta.

Un paio di anni dopo, quando tornò a Reggio, gli diedero lo stadio della Reggina. Lui forse si andava già stufando del proprio "periodo pop", sta di fatto che dopo un paio di hit cominciò ad eseguire i suoi pezzi dell'epoca precedente, con mia enorme e gradita sorpresa (nel frattempo mi ero comprato quei vinili, e ancora li ho) e contemporaneo crescente fastidio di qualche migliaio di miei concittadini che non capivano che cosa stesse succedendo (qualcuno avrà pure pensato che stesse accordando a lungo gli strumenti, immagino...). Quando cominciò ad avvertirsi qualche mormorio e partire qualche fischio di troppo, ecco Battiato fermarsi, attaccare un lungo mix delle hit più note, e andarsene quasi senza salutare. Insomma, non ho visto le famose esibizioni di musica sperimentale degli anni 70, dove pare che abbia rischiato di prenderle, ma questa l'ho vista.

Negli anni successivi, lo sapete, ha trovato un equilibrio ancora migliore, e ancora più suo, della commistione tra "alto" e "basso" che gli aveva dato il successo commerciale facendo canticchiare ai giovani testi colti di cui non sapevano l'origine, e ha preso a sfornare un capolavoro dietro l'altro, mentre dal vivo poteva capitare di vederlo (io tante di quelle volte che ho letteralmente perso il conto) in concerti i più disparati, da quelli unplugged e rarefatti in cui stava per ore seduto su un tappeto, a quelli in cui si scatenava sull'accompagnamento di una rock band di ragazzine. Incasellabile. Incommensurabile. E ora siccome vi voglio bene, mi azzardo a una selezione di meraviglie da ascoltare imprescindibilmente, escludendo appositamente quelle già molto note, e sapendo da prima che è impossibile non lasciar fuori (anche in una lista lunga come questa, ragion per cui non vi embeddo i video) qualcosa di altrettanto imperdibile:

  • Fetus - Un album così, tra l'altro interamente ispirato ad uno dei più grandi scrittori di fantascienza distopici di tutti i tempi, quell'Huxley che i registi dell'operazione coronavirus sicuramente conoscono a memoria, non può non essere ascoltato per intero, se ce la fate;
  • Beta - Vi cito solo un verso, che dice tutto (e non solo di Battiato): "Dentro di me vivono la mia identica vita miliardi di microrganismi che non sanno di appartenere al mio corpo. Io, a quale corpo appartengo?";
  • Pollution - Come si fa a parlare di inquinamento in una canzone? Facile: leggendo la formula di fisica che regola la portata dei condotti...;
  • Aria di rivoluzione - Che vi propongo nella versione dal vivo tratta da Giubbe Rosse del 1989;
  • Propriedad prohibida - La conoscete, la conoscete, è stata la sigla per anni di Tg2 Dossier;
  • Il re del mondo - Inserita in due album, vi propongo la versione più recente perché l'arrangiamento mi piace di più;
  • Stranizza d'amuri - Clamoroso pezzo dialettale del 79, struggente e sofisticato;
  • Alexander Platz - Per Milva - scomparsa peraltro pochi giorni fa - scrisse un intero album, di cui questo è solo il brano più noto;
  • Un'altra vita - Come vi avevo premesso e promesso, ho saltato gli album più noti e venduti. Questa piccola perla dell'83 è di una attualità clamorosa;
  • Mal d'Africa - Squarcio nella memoria degli anni 50/60, in cui non si fa fatica a riconoscersi specie se meridionali;
  • L'animale - Uno dei tanti suoi pezzi che in due minuti ti spiegano la natura umana - forse quello che ci riesce meglio;
  • Veni l'autunnu - Ancora il siciliano, stavolta con coda araba, pertinente in assoluto ma decisamente non inattesa in Battiato. Passaggio cult: "è inutili ca ddrizzi e fai cannola, lu santu è di marmuru e non sura", decisamente più efficace che dire "stai sprecando la fatica";
  • Il mito dell'amore - "Vieni a casa, ti presento i miei" - "Mi tocchi il cuore, e la libertà, ma solo l'idea mi fa sentire prigioniero" - un pugno nello stomaco, su un tappeto musicale così elegiaco che manco te ne accorgi - "ti accorgi che è finita da quando cadi nell'indifferenza: ciò che ci unisce ci dividerà...";
  • E ti vengo a cercare - Lo so, questa la conoscete, ma probabilmente non in questa versione clamorosa dei CSI di Giovanni Lindo Ferretti, con un cameo di Battiato in coda - io peraltro l'ho sentita, con enorme gradita sorpresa, prima dal vivo ad uno dei tanti concerti di quella fantastica band che ho visto in quegli anni;
  • Giubbe rosse - "Ci vuole un'altra vita" non era un vezzo: il Nostro torna in Sicilia, va a vivere sulle pendici dell'Etna (invoglierà l'amico Lucio Dalla a comprarsi una casa accanto alla sua...), e celebra la cosa con questa meraviglia;
  • Atlantide - Si può cantare l'ascesa e la rovina di una civiltà - di qualunque, civiltà, badate bene - in meno di quattro minuti? Se ti chiami Franco Battiato evidentemente si. Questa è senza alcun dubbio la mia canzone preferita, il che con un repertorio del genere dice tutto;
  • Breve invito a rinviare il suicidio - Uno dei brani più belli della lunga parentesi in cui mette in musica i testi del filosofo Manlio Sgalambro, che era uno spasso vedere sul palco accanto a lui, sempre meno imbarazzato;
  • Di passaggio - Questo è rock (ve l'avevo detto), dall'album della più nota La cura che però avete sentito già citata da tutti;
  • Il ballo del potere - In questo pezzo del 99 riprende i suoi stilemi ritmici degli anni 80 mescolandoli con un che di etnico, su un testo, ancora di Sgalambro, antropologico folgorante;
  • Shakleton - Storia vera, di eroismo vero, che richiede oltre otto minuti per essere raccontata - ma tranquilli, volano via come le storie senza fine che vi raccontava la nonna;
  • Amore che vieni, amore che vai - "Fleurs" sono tre album di cover uno più bello dell'altro, ma questa canzone io ve la linko nella versione che Franco cantò all'evento in memoria dell'amico Fabrizio registrato nell'album tributo "Amico fragile": i due erano amici fin da giovani, e Battiato non ce la fa a finire di cantarla, strozzato dal pianto - in questi giorni Dori Ghezzi non ha mancato di ricordarlo;
  • Impressioni di settembre - Tra tutte le cover, vi segnalo questa perché connessa logicamente alla precedente per il tramite della PFM, e perché si tratta probabilmente della canzone più bella della musica italiana in assoluto - ma il mio giudizio potrebbe essere leggermente viziato dall'essere cresciuto ai tempi del progressive;
  • Come un sigillo - Tra i tanti pezzi che ha cantato con Alice, e i tantissimi che ha scritto in prima battuta per lei, con cui forse ha avuto una storia d'amore ma sicuramente una lunghissima amicizia, vi segnalo questa, recente e minore rispetto a tutte quelle che già conoscete, ma forse ancora più bella;
  • Le aquile non volano a stormi - No, non è quella (meravigliosa) Le aquile che conoscete, ma una bellissima perla recente con musica scritta a quattro mani con un musicista giapponese, e il testo che se vi sentite anche voi uno che rifugge il gregge vi consolerà un pochino;
  • Torneremo ancora - Perché è l'ultimo brano inciso da Battiato, quando già stava male e anzi uscito quando oramai non credevamo più che uscisse, dandoci peraltro false speranze; perché il testo è una sorta di testamento spirituale; e perché è così bello, la canzone è così bella, che anche a un miscredente viene voglia di crederci.

giovedì 11 marzo 2021

SUPERATA LA RICORRENZA...

Nostalgia canaglia!
Gli amici di Stazioni Lunari ieri mi hanno mandato il link di una diretta streaming dell'8 marzo con Ginevra Di Marco e Gaia Nanni. Il video dovrebbe restare in visione fino al 15, salvo proroghe, per cui affrettatevi a guardarlo che ne vale la pena. Specie se come me siete "a rota" di spettacoli dal vivo in genere - e in particolare con Ginevra, che avrò visto una decina di volte almeno, numero da raddoppiare o triplicare se estendiamo il filtro a tutta la galassia di artisti comunque collegabili al continuum CCCP/CSI/PGR.

Non voglio approfittare dell'occasione per riparlare (lo faccio già troppo) di covid19 e  strategie sbagliate, inutilmente penalizzanti alcuni settori, peraltro cruciali per definire la vita per come faticosamente si era potuti arrivare ad intenderla, come la musica e l'arte in genere. Ma invece si, visto l'argomento, per ribadire l'importanza di una ricorrenza che, per come la vedo io, deve avere come obiettivo finale il proprio stesso superamento, o se no non ha senso e si riduce a rituale vuoto e autoreferenziale, come troppi altri ce n'è oggigiorno. Trovo quindi sia una piacevole coincidenza trovarmi a parlare di 8 marzo con voi un altro giorno, magari lo rifaremo non a due giorni di distanza, ma a due o sei mesi. Due anni fa, mia madre, protofemminista per molti aspetti del suo carattere e delle sue scelte, parve avere scelto apposta la data per lasciare questa valle di lacrime e mascherine. A lei, che d'altro canto aveva radici ben piantate nella civiltà contadina e ancestrale, questo video sarebbe piaciuto. 

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