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venerdì 22 settembre 2023

APRIRE UN BLOG DI RICETTE

"Come fare i soldi facili" è un argomento così attraente che prima che l'oggetto di infinite mail di spam, e di una miriade di spazi web di ogni tipo, era in sostanza nel titolo di una marea di libri più o meno economici (e più o meno ciarlatani: se conosci il metodo per fare i soldi perché non li hai fatti tu e tenti invece di raccattarne un po' cercando di vendermi sto libro?) messi peraltro bene in vista anche dalle librerie più serie, perché vendevano molto di più della media dei romanzieri. Quello che vi sto per raccontare è la ragione per cui, se io oggi dovessi dare un consiglio, darei quello che ho messo per titolo a questo post.

Come sa chi mi segue, ho pubblicato tre libri, due di narrativa nel 1999 e nel 2019, e uno di ricette nel 2011. Manco a dirlo, quest'ultima impresa è stata l'unica con un utile, e meno male, perché l'intenzione fin da prima era di destinarlo ad altri: l'iniziativa ebbe origine in seno a "Fondazione Salsajazz", nata per indirizzare verso alcune adozioni a distanza (tramite a conoscenze dirette in una associazione che operava in Guinea Conakry) il giro di denaro che si originava nelle centinaia di feste di compleanno di un gruppo di salseri foltissimo, anziché buttare soldi in regali inutili. Quando la salsa cominciò a passare un po' di moda, e quel gruppo come spesso accade superò il vertice della parabola iniziando a calare di consistenza numerica e compattezza, gli stessi ragazzi dell'associazione ci proposero, se ne avessimo avuto modo e possibilità, di passare dalle singole adozioni alla costruzione di una scuola in loco. Serviva solo qualcosa per darci quella possibilità.

Mia nonna Carmela era una cuoca fantastica, almeno per noi nipoti. Come molte, concedo. Ma quando io lasciai Reggio Calabria per lavoro, non volendo fare "la fine" di quasi tutti gli studenti fuorisede (se va bene, pasta e tonno), presi a telefonarle per farmi dire come si cucinavano i suoi piatti, facendo pratica sia come "cuoco" che nel mio dialetto riggitano (che le nonne di una volta usavano di default). Mi piaceva tanto percepire la sua soddisfazione, che la chiamavo anche quando la ricetta me la ricordavo benissimo, e poi magari la richiamavo per farle ascoltare in diretta l'apprezzamento dei miei eventuali ospiti. Quando morì, a 95 anni e avendo cucinato fin quasi alla fine, scoprii che sua figlia, la mia amata zia "signorina", essendole stato sempre impedito dalla madre ogni accesso in cucina, negli ultimi tempi si era fatta dettare alcune ricette appuntandole in un quaderno. Appena visto il quale, lo chiesi in prestito e buttai giù di volata il libro di ricette di che trattasi, unendo i testi in italiano alle traduzioni in riggitano che venivano dalla mia memoria. Per realizzare il libro, mi serviva solo l'aiuto di un amico cuoco che preparasse i piatti magari presentandoli decentemente e fotografandoli, visto che per la parte grafica della pubblicazione e per la ricerca della casa editrice bastava la mia esperienza professionale. Il gioco era fatto. E l'operazione ebbe grande successo, la scuola dovrebbe essere ancora lì a testimoniarlo.

Quando ogni copia fu venduta, ho preso a pubblicare le singole ricette su questo blog, sotto l'apposito tag, mettendo i link ai post, oltre che nel gruppo Facebook di questo blog stesso, anche in un gruppo appositamente creato per il libro di ricette. Come sapete, il blog non ha scopo di lucro, non c'è nemmeno un bannerino di adsense, lo faccio solo per sfogare la mia grafomania con chi ha la bontà di seguirmi. D'altronde, se anche il banner ci fosse, col mio numero di contatti medi giornalieri, peraltro in continuo calo, non ci farei nemmeno un caffè, e va bene così (per il lavoro che faccio, peraltro, ogni attività extralavorativa remunerata dovrebbe essere autorizzata: meglio evitare del tutto). Ma il gruppo del libro di ricette, a distanza di oltre sei anni dalla ultima pubblicazione di una ricetta, e a distanza di dodici dall'edizione del libro, continua a raccogliere ogni giorno nuove adesioni. Ecco il perché del mio consiglio iniziale: è vero che ce ne sono già tanti, ma evidentemente il mercato è ben lungi dall'essere saturo, per cui se volete fare un po' di soldini col web, lasciate perdere il porno, che non tira più (sic), aprite un sito di ricette e pubblicizzatelo sui social. A me invece come remunerazione basta il pensiero che, se è vero che uno vive fino a quando un vivo se ne ricorda, allora la mia amata nonna è ancora viva vent'anni dopo il decesso anagrafico, vi guarda dalla testatina del gruppo e vi detta le sue semplicissime ricette.

Vi saluto con tre avvertenze ai membri del gruppo:

  1. se vi molestano i continui saluti ai nuovi membri, credo ci sia il modo di silenziare le notifiche;
  2. se volete le ricette, le trovate come post singoli scrollando nel gruppo stesso fino a giugno 2017 e indietro, oppure a questo link (abbiate pazienza, dalla seconda pagina in poi: andate in fondo e cliccate su "post più vecchi");
  3. se vi interessa l'aspetto culturale, ogni ricetta oltre che in italiano è scritta nella mia particolare (e al suo interno rigorosa) translitterazione del dialetto reggino, che poi usai per i dialoghi tra alcuni personaggi di Sushi marina.

sabato 2 luglio 2022

SERVE ANCORA

Questo il design appena dismesso, per quelli prima chi fosse
curioso può guardare a luglio di ogni anno, ad esempio qui.
Diciamocelo francamente: quando ho aperto questo blog, nel luglio del 2008, non mi aspettavo di certo di tenerlo ancora quattordici anni dopo. E altrettanto francamente: oramai mi sono attestato su un numero di letture medie giornaliere tale (poche decine) che potrei tranquillamente chiuderlo senza quasi nessuno ad accorgersene. Ma poiché forse è proprio questa dimensione al limite dell'irrilevanza a da un lato continuare a garantirmi quella libertà di espressione che le sedicenti democrazie occidentali sbandierano formalmente per poi lasciarla operare sostanzialmente solo dove e finché non può nuocere alla struttura del Potere (che, ricordiamolo una volta ancora, soggiace a qualsiasi forma ideologica e a qualsiasi livello di società, financo di coppia, e se non lo sai sei un illuso), e dall'altro costringermi a cercare la motivazione a continuare altrove che nel seguito dei lettori. Allora mi rammento del significato originario del termine, "diario sul web", e anche della funzione originaria dello scrivere in genere, sia poesie che romanzi che testi di canzoni che post pseudogiornalistici, che è autoremunerativa. Altrimenti oggi non avremmo nessuno della miriade di poeti scrittori eccetera che da vivi non se li filava nessuno e sono morti poveri e pazzi: si scrive per se stessi, sempre, e chi scrive per essere letto di solito scrive peggio, perché inevitabilmente l'obiettivo diverso dal mero esprimere se stessi snatura l'autenticità interiore del messaggio. Di più: nessuno di essi nemmeno sperava di essere apprezzato almeno post mortem, non ci pensava proprio, scriveva per placare i propri demoni o le proprie esigenze interiori se preferite, sticazzi quello che succedeva dopo, saranno problemi di altri, degli eredi se ne aveva, semmai.

Terminato lo sbocco di megalomania, non mi resta che presentarvi la quindicesima grafica di controinformoperdiletto, che ci accompagnerà fino a giugno 2023, sperabilmente. Spero vi piaccia, in commento accetto suggerimenti tanto qualche giorno di assestamento è normale. Parleremo ancora di covid, purtroppo c'è da scommetterci, di guerra, speriamo di no ma visti i nostri governanti europei mi sa di si, di musica in RADIOCIXD, e di tutto quello che altro capita. Pubblicherò ancora i vostri racconti, nella rubrica YOSS, se me li mandate. E anche i vostri post, o articoli, se mi volete come "editore". Se invece mi preferite come scrittore, è ancora in vendita il mio terzo e ultimo libro, nonchè primo romanzo, Sushi marina, mentre i primi due, il libro di racconti Chi c'è c'è e il libro di cucina in riggitano Le ricette di nonna Carmela ve li ho già serviti gratis ai link appena riportati. Buona lettura, e ricordate: a un popolo col cervello acceso non potrebbero fare tutto questo.

sabato 26 marzo 2022

RADIOCIXD 54 - ALBUM CONCERTO

Gli album dal vivo ormai da tempo "suonano" almeno come quelli in studio, tanto importanti sono diventati nell'era dei singoli e delle raccolte (o se preferite delle playlist) a cui li accomuna l'offerta di un "pacco" di brani noti quindi attraenti e da cui li distingue il "vestito nuovo" degli arrangiamenti. Ma nell'era dei computer la cosa è quasi scontata, la fase di ritocco informatico in postproduzione essendo oramai preponderante rispetto all'esecuzione materiale, sul palco o in studio che sia.

Negli anni 70 invece ancora un live era la registrazione dal vivo durante uno o più concerti, più o meno come veniva veniva, risultando da un lato immediatamente avvertibile la minore qualità del suono, e dall'altro quasi palpabile la sensazione di autenticità e unicità. In questo album famosissimo e iconico, infatti, Guccini e i Nomadi sono degli amici che si ritrovano assieme a suonare sul palco, e si sente. Anzi, si vede pure fu registrato anche il video delle stesse esecuzioni, solo senza i (fantastici) parlati e con la scaletta diversa, e si trova ancora facilmente sul web, tanto che ve lo ripropongo in coda al posto dei singoli tube.

Narra la leggenda, infatti, che il giovane Francesco non si iscrisse subito alla SIAE, per cui i suoi primi brani se li intestarono amici della futura Equipe84 (band che per prima inciderà Auschwitz) o dei Nomadi (che poi, chissà forse anche per risarcirlo, quando lui finalmente si registrò come autore incisero un paio di album di canzoni sue, ben prima di questo qui). Il disco di cui parliamo oggi, quindi, non è solo archeologico per noi adesso, lo era anche per quelli che ci suonarono ai tempi, essendo una ventina d'anni che si "praticavano". E si sente.

Lo spirito con cui va riascoltato è dunque quello con cui ci si accosta da dietro a un divano in cui siedono alcuni vecchi amici che sfogliano delle loro vecchie foto, sfottendosi a vicenda per non commuoversi: curiosità divertita, commozione, e comunque ammirazione per quello che sti vecchi rimbambiti erano capaci di fare da giovani.

Le canzoni, infatti, quasi tutte meritatamente arcinote, sono così belle e mature che ci si scorda (o se non lo si sapeva non ci si crede) che a suo tempo le scrisse un ragazzo di vent'anni. Per cui come al solito vi snocciolo la tracklist commentata, si, ma pigliatevi il tempo di guardare e ascoltare il video in fondo, che supera la mezz'ora di poco.

  1. Canzone per un'amica -  La motorizzazione di massa era al di là dal venire, e già il ragazzo ci cantò quasi in soggettiva un tragico incidente autostradale (il primo titolo del brano, per fortuna presto cambiato, fu "In morte di S.F."). A chi non la conoscesse se ne sconsiglia l'ascolto guidando, o perlomeno si avvisa di approcciarla pronti a reprimere l'istintivo moto di entrambe le mani verso i maroni, non fosse altro onde evitare di diventare - avendo lasciato il volante - materiale buono per una riedizione aggiornata (che poi chissà chi la scrive, e voi nemmeno la ascoltereste). In questo commento ho adottato appositamente uno stile gucciniano (quello che lui ha sempre usato nelle lunghe affabulazioni dal vivo tra un brano e l'altro, col bicchiere di vino in mano), anche perché la canzone gli è così cara da averci sempre invariabilmente aperto tutti i concerti (che sempre e invariabilmente poi chiudeva con La locomotiva).
  2. Atomica - Anche questo brano ebbe un suo primo titolo, con l'attributo "cinese" che poi cadde, a generalizzare il discorso, estendendolo di validità. Di quanto, purtroppo, basta guardare qualsiasi telegiornale per toccarlo con mano. Ai tempi, Guccini dichiaratamente sperava che questo ed altri brani su guerra e dintorni fossero già diventati obsoleti, chissà cosa pensa oggi che sono attuali ancora cinquant'anni dopo.
  3. Noi non ci saremo - E' talmente "da Nomadi" questa canzone, che sentirla con l'inconfondibile contributo vocale del compianto Augusto Daolio (purtroppo pertanto impossibile da rimpiazzare, come dovettero constatare Carletti e soci tra un tentativo e l'altro: la tecnica è una cosa, la personalità un'altra) è impagabile. Segnalo però (e perciò) un'altra versione notevole di questo brano, dovuta a un altro artista dalla personalità marcatissima: Giovanni Lindo Ferretti coi CSI.
  4. Per fare un uomo - Anche qui Daolio ci mette del suo. Citazione da poster: "E cade la pioggia e cambia ogni cosa, la morte e la vita non cambiano mai; l'inverno è tornato, l'estate è finita, la morte e la vita rimangono uguali".
  5. Primavera di Praga - Altro brano purtroppo condannato a ritrovare sempre in qualche modo attualità. Dietro l'angolo, però, c'è sempre il rischio di fermarsi al parallelo più semplice e intuitivo. Per evitarlo, ricordo che quei ragazzi "comunisti" cui Guccini scrivendo questo pezzo in pratica diede voce stigmatizzando i carri armati sovietici per le vie di Praga (in occidente li vedremo solo a Reggio Calabria due anni dopo, come faccio raccontare a uno dei protagonisti del mio Sushi marina...) erano i fratelli minori di quelli (tra cui il futuro bipresidente Napolitano) che plaudivano ai carri armati sovietici per le vie di Budapest. Oltre che i nonni di quelli che oggi accettano supini l'associazione di idee comunisti-Putin dimenticando quella nazisti-Zelensky.
  6. Dio è morto - Ho un vago ricordo da bambino di una Hit parade radiofonica in cui veniva citato questo brano ma poi non veniva mandato, ma forse è la classica ricostruzione postuma a partire dalla storia - vera! - di questa canzone: censurata dalla RAI (forse senza nemmeno sentirla fino alla fine, evidentemente) e invece passata da Radio Vaticana col beneplacito di Paolo VI in persona, cui pare piacesse parecchio.
  7. Canzone del bambino nel vento (Auschwitz) - Anche per questo brano valgono due cose già dette per altri: è purtroppo sempre attuale, e purtroppo spesso in modo travisato. Ci sono infatti due modi di ricordare questi eventi, con o senza riferimento alla "giornata della memoria": quello sbagliato, e purtroppo molto più diffuso, è cristallizzare gli ebrei nella parte dei buoni e i nazisti in quella dei cattivi (curiosamente, però, facendo salvi i tedeschi anche quando attuano mire imperialistiche attraverso la loro UE e i nazisti persino sedicenti tali quando fanno comodo alle stesse mire come quelli ucraini), quello giusto è ricordare che sempre tutti corriamo il rischio di rientrare tra i gassati come tra i gassatori, tra quelli che passano per il camino come tra quelli che attizzano il fuoco. Come dimostra persino la storia e la cronaca dello Stato di Israele.
  8. Noi - Ovvero, quando una generazione possedeva e coltivava una sua identità, e pensava fosse suo diritto e dovere usarla per cambiare le cose. Dopo, "il sistema", forse avendo imparato la lezione, ha scientemente sistemato le cose in modo che questo fenomeno sociale non si ripetesse mai più, sennò col cavolo che chiudevano in casa o costringevano alla rovina economica, poi a vaccinarsi e a munirsi di patentino verde, dei ragazzi che avevano lo zero virgola zero qualcosa di probabilità di avere danni seri da un presunto virus letale.
  9. Statale 17 - Nel pistolotto introduttivo (mannaggia, speriamo che nel video ci sia...) tra le risate si apprende il retroscena dell'amicizia cui si deve tutto l'album: anni di divertimento "povero ma bello" ambientati lungo una via Emilia che sembra la Route66 (infatti "tra la via Emilia e il west" si chiamerà il live successivo), tra millecento che si vorrebbero Pontiac e personaggi dai nomi che gli tarpano destini alla Kerouac e alla James Dean. Comunisti che sognavano l'America, scrivendo testi politici su ballate dylaniane o talkin' blues. Che tenerezza, boia d'un mond lader!

venerdì 26 novembre 2021

RADIO CIXD 49 - CREUZA DE MÄ

Che Fabrizio De Andrè sia da annoverarsi tra i giganti del Novecento è convinzione diffusa, e non solo del cantautorato o della musica in genere, come dimostra anche il fatto che qui ha un suo tag e seguendolo si trovano i post più disparati. Tra questi, alcuni parlano di canzoni del piccolo meraviglioso album di cui trattiamo oggi, che per qualcuno (tipo me) è da considerarsi tutto sommato come il migliore dell'intera produzione di Faber, anche se è talmente difficile la scelta che va bene qualsiasi altra e comunque nessuna classifica è con distacco. Forse, però, se stringiamo la valutazione alla importanza del linguaggio, sia musicale che testuale, si può affermare che questo lavoro sia non solo il disco migliore del Nostro, ma anche forse dell'intera musica leggera italiana. O almeno nel suo Olimpo.

Per questa ragione, vi propongo l'ascolto completo dell'album, che non arriva a 40 minuti (come si usava ai bei tempi del vinile) ma tanto lo riascolterete a manetta, e ciò è ancora più certo per chi non lo conoscesse già. Nella consueta tracklist commentata, dunque, accanto ai titoli dei brani non trovate i singoli video, e nemmeno (come talvolta è capitato) al click sul titolo: stavolta, questi conducono ai testi tradotti, presi direttamente dal sito ufficiale della Fondazione De Andrè. Così potrete ascoltare il disco, lanciando il tube in fondo al post e coi testi in mano, come facevamo noi con gli ellepì dei nostri tempi, che avevano quasi tutti il foglio coi testi dentro. Per chi non l'ha mai fatto, è un'esperienza da non perdere, per gli altri da ricominciare a fare (e lo dico anche a me stesso).

Io però ai tempi sta cosa co sto disco la feci poco, meno di quanto usassi in genere, e ciò nonostante fosse interamente in dialetto, e in un dialetto che non era il mio. L'approccio a quest'opera che preferii, e che raccomando, fu infatti quello di lasciarmi investire dai suoni, tra cui si gli arrangiamenti di Mauro Pagani che hanno praticamente (per ammissione esplicita, sentita con queste recchie, di Sua Maestà Peter Gabriel, che si schermiva dal ruolo di suo creatore) inventato la world music, con quella strumentazione misto ancestrale ai tempi così innovativa, ma anche la lingua genovese deandreiana, con quest'ultimo aggettivo a sottolineare l'arditezza e la cifra particolare dell'esercizio stilistico e sostanziale. Inoltre io ai tempi, non sapendo come fosse possibile, mi trovai così facendo ad addirittura capirle, le parole, oltre che ad impararle a memoria a partire dal suono come con le canzoni in inglese. Oggi penso che forse ciò è merito del Mediterraneo, mare talmente nostrum da avere dato la sua impronta a tutte le civiltà che vi insistono e quindi alle loro lingue, nei millenni in cui navigare è stato di gran lunga il mezzo di comunicazione più rapido: è la ragione per cui un reggino e un messinese parlano la stessa lingua, mentre un reggino e un catanzarese no, ed è la ragione per cui noi magnogreci sentiamo familiare il portoghese e non il lombardo, il genovese e non il piemontese. Ma allora successe e basta, e spero capiti anche a chi lo dovesse oggi ascoltare per la prima volta.

Data questa assonanza linguistica, ha cominciato a capitarmi di cantarci sopra, ma non in genovese: in riggitano. E funzionava. Così oggi, per sfizio, ho preso quattro dei testi e li ho tradotti, ma con la tecnica della cover: cercando si di mantenere il significato ma anche salvando la metrica e le assonanze, di modo che chi volesse potrebbe ricantarli senza perdere il filo, e magari un ascoltatore distratto non genovese né reggino potrebbe non accorgersi della differenza. I testi calabresi ve li metto dopo il video, però...

  1. Crêuza de mä - Come non sempre capita, la title track è il capolavoro. Già l'attacco è folgorante, ma, come invece sempre capita coi capolavori, il primo ascolto completo ti convince, e ogni altro ascolto successivo ti rivela qualcosa che non avevi notato. La creuza è intraducibile in italiano, è quel sentiero tra due proprietà agricole delimitato dai due muretti in pietra a secco che fanno da confini, ma invece, a dimostrare che una lingua rappresenta solo i concetti che conosce (e tutti, come gli eschimesi e le loro tante parole per "ghiaccio"), in qualsiasi dialetto del Mediterraneo si.
  2. Jamin-a - Perfetto esempio della differenza tra erotismo e pornografia, questa canzone è tanto sconcia quanto bella, e la musica è perfettamente congegnata al testo nel veicolarne i significati.
  3. Sidún - Di questo brano ho già scritto. Perché purtroppo è da sempre e per sempre attuale, visto che parla di bambini uccisi in azioni di guerra. Sul come ne parla, lascio il giudizio a voi; a me fa piangere ogni volta.
  4. Sinán Capudán Pasciá - Cito testualmente: "Nella seconda metà del XV secolo in uno scontro alle isole Gerbe tra le flotte della repubblica di Genova e quella turca insieme ad altri prigionieri venne catturato dai Mori un marinaio di nome Cicala che divenne in seguito Gran Visir e Serraschiere del Sultano assumendo il nome di Sinán Capudán Pasciá."
  5. ‘Â píttima - Il protagonista di questo brano sembra uscire da un film dii Garrone. Come rappresenta anche De Crescenzo nel suo Bellavista, che ci mostra nel ruolo un malato di cuore, era usanza diffusa mandare a riscuotere crediti diciamo così non troppo legali un soggetto inoffensivo fin dall'aspetto. Faber arriva quasi a farcelo amare.
  6. ‘Â duménega - Seguito ideale di Bocca di rosa, questa canzone racconta lo struscio delle prostitute nel dì di festa. Qui però la dimensione metropolitana e la multietnicità di Genova fanno da scenario indispensabile, forse solo Napoli potrebbe permettere altrettanto.
  7. D’ä mæ riva - Vera e propria "barcarola" fin dalla struttura musicale, questa breve cantilena contribuisce a lasciarci con la voglia di rimettere il disco daccapo. Non resistiamo.

Ed ora, le mie traduzioni in dialetto reggino (trascritto secondo le convenzioni usate per Sushi marina, casomai qualcuno se ne ricordasse...) dei primi quattro brani. Se ne raccomanda la lettura in simultanea con il riascolto:

  1. VINEDDHA ‘I MARI
    Umbra di mussa, mussa ‘i marinari / r’aundi viniti aund’aiti a gghiari? / R’un postu aundi a luna si mmustra ‘a nura / e a notti ndi puntau ‘u cuteddhu aa gula? / A nchianari nto sceccu ristau sulu Ddiu / e ‘u riavulu si fici ‘a fulea nto cielu. / Nui niscimu r’u mari a sciugari l’ossa ‘i Limitri / aa funtana r’i palumbi nta casa ‘i petra, / e nta casa ‘i petra, ddha intra, cu nc’è / nt’a casa i Limitiri chi marinaru non è? / genti i Catanzaru c’a faccia tagghiata, / chiddi chi d’a spinula nci piaci l’alata: / figghi di famigghia r’u sciauru bonu / ca li poi vardari senza lu nguantu. / E a sti panzi voti chi nci voi rari? / cacchicosa i mbiviri o puru i mangiari: / nnannata fritta e vinu janculinu, / ciriveddhu i gneddhu nto stessu vinu, / pasta ncasciata china ‘i carni a rraù, / e cunigghiu oo furnu ‘i chiddi chi sai tu. / E ca barca r’u vinu apoi finimu nte scogli, / emigranti chi rirunu ch’i chiova ntall’occhi, / anzinu ch’a matina apoi ti ricogghi, / frati d'i garonfuli e d’i figghioleddi / patruni d’a corda fracita r’acqua e sali / chi ndi ttacca e ndi porta nta na vineddha i mari…
  2. GIACUMINA
    Chi focu Giacumina / lupa i peddhi nira / c’a bucca spalancata / muzzicata i carni rura / stiddha nira chi ddhumi / mi vogghiu ricriari / nt’o duci umiliatu / r’u meli chi mi dai / Soru Giacumina / pirdunami si poi / si non sugnu nimali / comu i pinzeri toi / Vatindi Giacumina / mussa i mureddhi janchi / fatti vardari bonu / ddha cosa mmenzu all’anchi / E a faccia nto sururi / zzucu di sali e cosci / a pilu tu si na / rriggina r’i bagasci / Vai chianu Giacumina / ch’a barca u pigghia i latu / prima c’a vogghia, nchiana e sdindi, / non mi jetta all'ancallariu / L’urtimu ciatu Giacumina / rriggina i tutti i sambi / m’u tegnu pi nesciri vivu / d’u ruppu r’i to gambi
  3. SIDONE
    'U me figghiolu, u meu, u meu / mussa rossi oo suli, ‘i meli, ‘i meli / tumori ruci benignu i to mamma / sprenatu nt’a calura d’a stati, d’a stati / e ora mbrischiu di sangu ricchi e denti di latti / E l’occhi r’i surdati, cani rraggiati / c’a schiuma aa bucca, cacciaturi ‘i gneddhi / chi currjanu i cristiani comu sarbaggina / anzinu a quandu u sangu non ci carma 'u preu/ E u ferru nt’a gula e poi i ferri r’u turriuni / e nte piaghi a sumenza d’a deportazioni / pirchì accussi non mi nesci nenti ccchiu / ‘o chianu ‘i nostru: né arburu, né ranu, né figghiolu / Ti salutu, figghiu meu, l’eredità si mmuccia / nta sta città chi brucia, chi brucia / nt’a sira chi sta scindendu / e nta sta randi luci di focu / p’a to morti picciriddha
  4. SINÁN CAPURÁN PASCIÁ
    Testi nfasciati nta navi / i spadi si jocanu 'a luna / e a mia ‘a rassai aund’era / pi non catugghiari a furtuna / Ammenzu a mmari nc’è / un pisci tundu / chi quandu a viri nira / scindi ‘o fundu / ammenzu ‘o mari nc’è / un pisci palla / chi quandu a viri bbona / 'nchiana a ngalla / E a scangiu cull’anni, i me riciannovi, / si pigghiaru i me gambi e i me bbrazza novi / e i tandu ‘a canzuna a cantau 'u tamburu / a sunari nu cantu i travagghiu duru / Rema pirchi ha’ rremari galiotu / e spingi spingi u rremu nzina 'e peri / rema pirchì ha’ rremari ubitu / e tira e tira u rremu nzina ‘o cori / E chista è ‘a me storia / e t’a vogghiu cuntari / prima chi la vecchiaia / mi mi pista nto murtaru / e chista è a memoria / a memoria i don Cicala / chi nte libri si chiama / Sinàn Capuràn Pascià / E suttu li stiddhi d’u cielu / c’a facci nt’o cuscus c’u broru / na notti c’u friddu ntall’ossa / ti muzzica i carni e mbisicca / e u Bey pensa a Mecca ssittatu / nzunnandusi i virgini i latu / nci giru u timoni a libici / sarbanduci a vita e u sticchiu / Amuri amuri meu a spurtuna è nu ceddhazzu / chi gira ntornu a testa r’u testicazzu / amuri amuri meu a spurtuna è un ruppu i pizza / chi vola intra 'o culu i cu nciu mpizza / E chista è ‘a me storia / e t’a vogghiu cuntari / prima chi la vecchiaia / mi mi pista nto murtaru / e chista è a memoria / a memoria i don Cicala / chi nte libri si chiama / Sinàn Capuràn Pascià / E dinci a cu mi chiama nfamu e tintu / chi tutti i ricchizzi, l’oru e l’argentu / Sinan i purtau nt’a sacchetta e ‘o suli / jastimandu ad Allah ambeci r’u Signuri / Ammenzu a mmari nc’è / un pisci tundu / chi quandu a viri nira / scindi ‘o fundu / ammenzu ‘o mari nc’è / un pisci palla / chi quandu a viri bbona / nchiana a ngalla

domenica 4 luglio 2021

CIxD, INIZIA LA STAGIONE 14

Non crediate che non mi chieda di continuo chi me lo fa fare. E nemmeno che non mi dia una risposta sincera: la vanità. Non so nemmeno quanto malriposta. Ma mi è sempre piaciuto scrivere, sempre piaciuto come scrivo, sempre rileggermi, e si: per esibizionismo, e fino a che non salta fuori uno strumento migliore di questo a questa bisogna, il blog vivrà. In questi giorni compie 13 anni ed entra quindi nel suo quattordicesimo anno di pubblicazioni. Visite medie sotto le cento al giorno, e forse questa è la sua salvezza, dato che a volte ho scritto cose che se avessero avuto eco maggiore mi avrebbero messo nei guai. "A volte", fino a un anno e mezzo fa: da allora quasi ogni giorno.

E qui arriva la seconda "mezza messa": confessati i veri motivi profondi per cui scrivo, e spiegato molte volte altrove che scrivo qui e non tanto sui libri per via delle caratteristiche oramai inveterate dell'editoria specie italiana (ma il mio terzo in vent'anni e ultimo libro Sushi marina è ancora in vendita, assicura l'editore: accattatevello!, ad esempio su ibs, lafeltrinelli, libreriauniversitaria, libraccio o unilibro), restano validi anche i motivi da sempre dichiarati. Internet è un mare magno con dentro di tutto, navigarci con una qualche speranza di ricavarci qualcosa non dico di assolutamente valido (che la verità non esiste e chi vi dice il contrario mente) ma almeno di utilizzabile per formarsi una opinione propria magari diversa da quella che vogliono inculcarvi quelli che vi manipolano di professione (spesso con enorme successo, come la vicenda covid dimostra ampiamente), è difficile, al di sopra delle capacità anche di chi trovi il tempo e abbia i mezzi culturali per tentare l'impresa, figurarci per chi va in Rete occasionalmente e distrattamente perché magari ha (di meglio) da fare. Ragion per cui il gratuito lavoro di mediazione (ecco perché si parla di "media") che tento di fare qui da 13 anni, credo davvero e fermamente che possa essere utile a qualcuno. Poi, per alleggerire la faccenda, intermezzo la controinformazione con articoli che parlano di musica (in particolare con la rubrica Radiocontroinformoperdiletto, da qualche tempo), cinema e letteratura, fino a pubblicare (nella rubrica YourOwnShortStories) racconti vostri, quelle rare volte che me li mandate (a proposito, è in arrivo una new entry di livello...).

Il tutto, rispettando tra le altre anche una tradizione autoimpostami in obbedienza ad uno degli assiomi della comunicazione via web ("ciò che non si rinnova periodicamente è vecchio", più o meno): ogni anno a luglio cambio grafica. Qui sotto alcune delle più recenti, ma i più curiosi scavando in archivio nel mese di luglio di ogni anno troveranno un pezzo come questo con gli screenshot del passato.








mercoledì 9 giugno 2021

YOSS 4: IL RESPIRO DEL FARAONE

Il mondo del self-publishing è ormai talmente variegato che è facile scoprire una piattaforma (Bookabook) che prima non conoscevi. In questo caso è grazie alla pubblicazione da parte di un affine (sia evidentemente nel gusto di scrivere libri che nel senso di parente acquisito) del romanzo che vi segnalo, con un post che inserisco nella rubrica YOSS (che ricordo è l'acronimo inglese di "i tuoi racconti", che continuo a invitarvi a mandarmi specie se del tutto inediti) mostrandovene uno stralcio, quello stesso inserito dall'autore nella piattaforma di cui sopra.

La (gradita) novità di questo modello è che unisce i pregi dell'autopubblicazione con quelli del crowdfunding, costituendo così una valida alternativa all'editoria a pagamento, autentica piaga denunciata in quanto tale già da Umberto Eco nel suo "pendolo" e poi in una arcinota risposta a una lettera di un aspirante scrittore, purtroppo tardi per il sottoscritto che ci incappò da giovane (per avere già allora il vizio di leggere i bestseller solo se continuano ad incuriosirmi anche anni dopo il lancio di ovvio successo). A mia parziale attenuante, invoco il fatto che fui irretito da un premio letterario pubblicizzato addirittura in prima pagina da Repubblica, partecipando al quale fui contattato da un editore fiorentino che mi propose la pubblicazione del mio Chi c'è c'è in cambio del preacquisto di 200 copie (che è vero prevendetti in parola agli amici e a i parenti, sconzandoli tutti, ma i soldi li dovetti prendere in prestito con la garanzia di papà) su 1200 di tiratura, che poi stai a vedere se fu realizzata tutta, fattostà che dopo un paio di anni l'editore mi contattò come da copione proponendomi, in cambio dei proventi della vendita di mille copie, la spedizione delle 200 restanti che altrimenti andavano al macero (e mi è andata bene, di solito ti chiedono altri soldi), e so figli tuoi non lo puoi consentire. Per questa ragione, quando decenni dopo ho avuto l'occasione di scrivere un altro libro, Sushi marina, ho giurato che se mi proponevano una cosa del genere l'avrei lasciato inedito o al massimo pubblicato da me, e con questa riserva mentale ho cercato un editore della mia città d'origine, di cui il libro parla e nel cui dialetto è parzialmente scritto, magari piccolo ma che si accollasse il rischio d'impresa. Non pensavo di trovarlo invece si, e non so ancora come finirà, ma se sapevo da prima che avrebbe venduto poco, invece non potevo immaginare che pochi giorni dopo la presentazione sarebbe arrivata la cosiddetta pandemia, a congelare ogni altra iniziativa promozionale, e soprattutto a rendere superata la trama (che racconta di due ragazzi che aprono un ristorante: oggi suona fantascientifico).

La strada intrapresa da Marco Palumbo è come vi dicevo un'altra, innovativa: a questo indirizzo è possibile preordinare una copia de Il respiro del faraone, cartacea anche senza costi di spedizione o e-book, ma l'edizione parte solo al raggiungimento dell'obiettivo (immagino calcolato sulla base del punto di pareggio tra costi e ricavi) di 200 copie. Io ho aderito, e vi invito a fare altrettanto, magari dopo aver letto, come vi ho preannunciato, un estratto che vi invogli...

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Capitolo 1: Jonathan e Jada

Il ticchettio di un orologio a pendolo segnava inesorabile lo scorrere del tempo, echeggiando all’interno di una fredda soffitta dove raramente qualcuno faceva visita. Un pomeriggio Jonathan, un fanciullo di appena 13 anni, mentre rovistava in una vecchia panca all’interno di quella soffitta trovò tra i vari ricordi della sua famiglia (che aveva perso quando aveva appena 8 anni) vari manufatti, tra cui un papiro scoperto tanti anni prima da suo padre, un archeologo a cui piaceva non stare dietro una cattedra, ma vivere l’esperienza sul campo.

Jonathan viveva con i suoi zii in una periferia dello stato della California. Non era facile per Jonathan tenere in mano quel reperto, come vedere tanti quadretti con fotografie della sua famiglia quando era piccolo. Alla sua tenera età Jonathan, non avrebbe mai pensato che avrebbe seguito le orme di suo padre, anche se gli zii non avevano dubbi, visto lo spirito di osservazione e la curiosità che lo contraddistingueva. Laureatosi in letteratura antica, si specializzò in archeologia e antropologia. Cosa c’era di tanto misterioso in quel papiro tenuto nascosto per tanti anni e custodito con tanta cura da Jonathan? Fin quando non fu in grado di tradurre quei segni, quei simboli, quei geroglifici che tanto lo avevano affascinato non ne fece parola con nessuno.

Il papiro in oggetto, citava: “In un certo anno… del terzo mese d’Inverno, nella sesta ora del giorno… gli scribi della Casa della Vita videro un cerchio di fuoco che arrivava dal cielo… Il suo corpo era lungo e largo una pertica (5 metri). Era silenzioso, gli scribi si spaventarono a causa di esso; poi si buttarono a terra a faccia in giù … Si recarono dal Faraone… per riferire la notizia. Sua Maestà ordinò che tutto ciò fosse scritto nei rotoli di papiro, sua Maestà stava riflettendo su ciò che succedeva. Dopo che furono passati alcuni giorni, queste cose diventarono più che mai numerose nei cieli. Brillavano nel cielo più del Sole e si estendevano nei quattro lati del cielo. L’esercito del Faraone stava a guardare, con lui in mezzo. Improvvisamente, i cerchi di fuoco, salirono in alto verso sud… il Faraone fece bruciare l’incenso perché ci fosse pace in Terra. Ciò che accadde fu segnalato negli annali della Casa della Vita… in modo che fosse ricordato per sempre”.

Jonathan, rileggendo una sera quella pergamena, si recò da un suo collega a cena e, nel parlare del più e del meno, il discorso si spostò sul loro lavoro. Jonathan non perse occasione per parlargli di una sua teoria. Secondo lui una civiltà aliena scese sul nostro pianeta millenni fa, istruendo alcune delle civiltà che misteriosamente progredirono nella loro sapienza oltre lo specifico periodo della loro era. Thomas, una persona molto rigida e attaccata ai canoni scientifici, rimase un po’ perplesso, non aveva mai sentito tante “anomalie” messe insieme, ma, senza scomporsi gli promise che ne avrebbe parlato con sua moglie Anna, un’astronoma del monte Palomar, in California, dove vivevano anch’essi.

Una sera, mentre Jonathan era disteso sul suo letto, uno squillo di telefono lo fece sobbalzare, assorto nei suoi pensieri. Era Thomas, che aveva parlato con sua moglie, la quale, se pur anch’essa un po’ perplessa per tali teorie, gli confermò che aveva sentito parlare di qualcosa del genere: sapeva che alcune civiltà possedevano conoscenze astronomiche fuori dal comune.

domenica 12 luglio 2020

50 ANNI FA

Se non sbaglio è il rione Marconi - bisognerebbe chiedere a Teo
Teocoli che ci è cresciuto - ma se no è un'altro di quei quartieri di
"baracche a cemento", casupole in muratura dove molti riggitani
hanno vissuto per quasi cent'anni dopo il terremoto del 1908...
Questo breve post è uno dei primi di questo blog, che aveva aperto da pochi giorni quando scoccò il 38° anniversario dalla Rivolta di Reggio. Oggi siamo al 50°, e la cifra tonda richiede più spazio.
Ho sentito al tg5, con mia grande sorpresa, una lettura dei fatti non lontana dalla realtà, quindi molto lontana da quella riportata a pappagallo per decenni da tutto il mainstream. Sarà proprio  il tempo trascorso, a consentire la cosa, ma è la prima volta che sento in TV qualcuno dire che l'etichetta di rivolta fascista fu posticcia, essendo i moti scoppiati all'inizio con una forte componente anarchica di sinistra e condivisi poi da tutta la popolazione o quasi, che aveva intuito che il capoluogo sarebbe stato probabilmente l'ultimo treno per una qualche forma di sviluppo occupazionale, perso il quale la città sarebbe stata al palo per decenni, come infatti è stato. Il servizio, visto nella rubrica "La storia" qualche giorno fa, ma poi ripassato in sintesi direttamente nel TG, lo trovate forse nelle teche web di Mediaset, sennò fidatevi.
All'epoca dei fatti avevo 7 anni, le donne a noi bambini ci tenevano prudentemente a casa in quei giorni d'estate; mio padre in quanto macchinista tornava spesso a casa sporco, con le mani proprio nere, per cui non so se anche lui sia stato o meno sulle barricate, ma ricordo benissimo la sua delusione per quel ceto politico del cosiddetto arco costituzionale, per cui lui pure aveva sempre votato, che stava compatto voltando le spalle alla città, inducendolo come a molti altri a diventare missino. Comunque, tornava a casa con delle copie di giornali semiartigianali che sostenevano la rivolta, e io mi divertivo a riprodurli su dei notes, chissà forse fu allora che cominciai a pensare che da grande volevo fare il giornalista - e meno male che non ci sono riuscito, altrimenti oggi starei pure io a scrivere menzogne per paura di perdere il pane.
Più avanti, diventato "comunista", presi le distanze da quella sua lettura dei fatti, e mi rifiutai di leggere quei libri e quelle raccolte di articoli e fotografie che gelosamente conservava. Ma poi mi capitò di collaborare con Parallelo 38, la rivista di quel Giuseppe Reale che era stato tra i pochi del suo partito a sostenere Reggio ai tempi, e poi ancora mi capitò tra le mani un libro di Fabio Cuzzola che mi diede da riflettere. Oggi ho quei suoi libri, tra l'altro proprio edizioni Parallelo 38, in libreria.
Certo, l'opportunismo della destra era stato almeno pari allo sciagurato tradimento del centro-sinistra (anche quello paradigmatico di quello che verrà. ai danni di tutta Italia). E si, il magma golpista che in quegli anni aspirava per l'Italia a una deriva greca (mi accorgo scrivendo che sinistramente la frase potrebbe descrivere l'attualità, anche se la declinazione è diversa) sicuramente fece di tutto per approfittarne. Ma la rivolta era e restò per tutta la sua durata sinceramente popolare, decisamente trasversale, e sicuramente giusta: perdere inopinatamente il capoluogo, che gli spettava per Storia ma anche secondo ogni manuale di geografica politica ed economica, sarebbe stato un danno economico da cui la città non si sarebbe ripresa per decenni. Un "pennacchio", invece, erano le promesse da marinaio con cui furono placati i cittadini: industrializzazioni fuori tempo massimo e infatti mai realizzate, se non nella misura in cui hanno consentito speculazioni mafiose con tanto di rovina del territorio.
Quei cittadini, gli unici del mondo occidentale nel dopoguerra ad essere affrontati militarmente, meritano di essere ricordati con orgoglio. A prescindere da chi si approfittò di loro per fare carriera. Avercene, oggi, di gente così fiera e consapevole delle manovre politiche che si fanno sulla sua testa: il ducetto che nei mesi scorsi ci ha rovinati non se lo sognerebbe nemmeno, di chiedere altri mesi di mani libere per poter completare l'opera.
...
Mi ero ripromesso di scrivere, per questo anniversario, solo una breve introduzione ad uno stralcio del mio Sushi Marina (magari vi viene voglia di leggerlo tutto, lo trovate qui - ma anche qui, qui e qui, e sennò sul sito di Leonida edizioni), in parte lo stesso scelto dall'editore per la quarta di copertina, perché in esso ho messo in bocca a uno dei personaggi, il padre di uno dei due ragazzi protagonisti, più o meno quello che penso io, con quel quid in più che la forma letteraria consente

E così Nino attaccò.
Raccontò di una città povera ma bella, dove i ragazzi giocavano per le strade, pulite perché gli spazzini le spazzavano (e non c'erano cassonetti perché per i rifiuti passavano porta a porta), interrotti più spesso dagli ambulanti che dalle auto. Giocavano a pallone, si gettavano gli uni sugli altri a scarricacanali, gareggiavano coi tappi in piste di gesso lunghe decine di metri, si lanciavano senza paura lungo discese infinite su tavole di legno che andavano su cuscinetti a sfera sballonzolando sui basalti (l'asfalto? quale asfalto?) senza freni. Il dopoguerra, in Italia, alla fin fine era durato 25 anni, durante i quali gli americani avranno avuto i loro buoni motivi per garantirci una ricchezza crescente. Certo, gli italiani erano stati molto bravi a indirizzare per il meglio quel flusso di aiuti. Ma tra loro i più rapaci cominciarono allora, ad organizzarsi nella casta autoreferenziale che conosciamo oggi: fu la fine dell'accelerazione postbellica che li rese più determinati a farlo. Si avvio il regionalismo, previsto dalla Costituzione e rimasto bellamente inattuato fino ad allora. È li che va cercato l'inizio del problema conti pubblici, mentre questi straparlano di federalismo, abolizione delle province e privatizzazioni. Le regioni fino al 70 c'erano solo sulle cartine a scuola, ciascuna col suo bel colore, la città capoluogo segnata in maiuscolo, grassetto, sottolineato, insomma evidenziata. In quelle cartine, il capoluogo calabrese era Reggio. E come poteva essere diversamente? Era di gran lunga la più antica delle città, la più grande, quella con l'economia più avanzata, e anche quella meglio collegata al resto del Paese e della regione. E in geografia politica ed economica, si sa, il centro non va individuato con la geometria, ma analizzando collegamenti e flussi economici, giusto? Ebbene, in tutte le regioni il capoluogo amministrativo restò quello segnato in quelle cartine. In Calabria e in Abruzzo no. Reggini e aquilani scesero in strada a protestare. Agli aquilani fu dato ragione, e forse avevano torto: Pescara aveva più carte in regola, ma vinse la Storia. Ai reggini fu dato torto, e avevano ragione sia per storia che per geografia. Avevano solo politici peggiori. Allora i reggini si incazzarono, tutti assieme forse per la prima e ultima volta della loro storia. Per rabbonirli e dividerli, gli venne detto che il capoluogo era in fondo solo un "pennacchio", che la città più grande e importante restava tale, anche perché era stato deciso che la sua provincia sarebbe stata un polo industriale, mentre quella di Cosenza sarebbe stata quello accademico e quella di Catanzaro solo quello politico. Ma i reggini non ci credettero. Non so quanti consapevolmente, ma tutti in cuor loro, sapevano che nei tempi a venire in Italia non ci sarebbe stato posto per nessun nuovo polo industriale e anzi molti allora fiorenti avrebbero chiuso, e che anche di tutto questo studiare per diventare tutti "ufficiali senza truppa" si sarebbe perso il senso, mentre invece anche in tempi di vacche magre chi amministra amminestra e anzi è proprio quando le cose vanno peggiorando che è importante stare dalle sue parti. Protestarono, e quando la risposta fu di repressione, sulle barricate ci andarono tutti, e quelli che non potevano sostenevano i rivoltosi nei fatti e nei pensieri, anche vecchi e bambini. E quando l'arco costituzionale fu unanime nella loro condanna, si legarono a quelli che non si unirono al coro, anche se li chiamavano fascisti. Ma chi c'era sa che all'inizio la rivolta fu persino comunista e anarchica, e i missini furono solo bravi ad approfittare dello spazio lasciato vuoto da tutti gli altri, e poi si, lo usarono pure per coprire altro. 
  • ...ma dovreste leggervi "quattro anarchici del sud" di Fabio Cuzzola, per capire bene.
  • .. e quindi quello che raccontano della rivolta di Reggio sono tutte fesserie, papà?
  • Abbastanza.
  • ...allura avi rraggiuni 'u zi Rroccu!
  • 'u zi Rroccu era fascista puru prima d'a rivolta 'i Rriggiu. A iddhu nci piacìu sempri mi jasa i mani, 'i quand'erimu figghioleddhi... Assulu futtiri, 'o zi Rroccu! C'a scusa d'a rivolta, eppi 'u sò mumentu 'i gloria, e avi quarantacinc'anni chi campa 'i chiddu...
  • Scusate Don Nino, ma allora qual'è la verità?
  • La verità, Paolo bello? La verità la scrive sempre chi vince, e noi allora abbiamo perso. E per forza: ci mandarono i carri armati contro, io ero piccolo ma me li ricordo! In occidente non è mai capitato nel dopoguerra, né prima né dopo. Sulu a nui. Due anni prima i russi lo avevano fatto a Praga, 14 anni prima a Budapest. Venti anni dopo lo fecero i cinesi a Tien-an-men. Eppuru, nt'a storia chi vi cuntanu, i bboni su sempri chiddi nterra, e i mali chiddi supra i carriarmati, menu chi a Rriggiu... A Rriggiu vi cuntanu chi i mali erumu nui... Insomma, non fu per coincidenza, se la città nei decenni a venire subi una progressiva marginalizzazione. Le industrie ovviamente non nacquero mai, e che sarebbe stato così lo capirono tutti già con la crisi del petrolio del 73. Ma i cantieri continuarono per decenni, quando c'è da mangiare fino a che si può si fa.

venerdì 26 giugno 2020

IL BAAARATRO!

Immagine dal sito Ovidio news
Sentito dire a questi facciatosta che non dovremmo lamentarci: la manovra che stanno facendo ammonta a oltre 50 miliardi, la più grande del dopoguerra. Ovviamente, il cronista che riportava la dichiarazione, avendo come tutti i suoi colleghi da tempo abdicato per campare anche al minimo sindacale di etica professionale, non si è sognato nemmeno di obiettare, o chiosare, che la manovra ammonta però a meno di un decimo del danno fatto bloccando indiscriminatamente tutte le attività economiche del Paese per fronteggiare una presunta emergenza di una zona circoscritta (quella in cui si sono riscontrati gran parte dei nuovi contagi anche in fase 2 e 3).
A guardarmi attorno, temo che resterà un sogno, ma almeno i sogni non sono ancora vietati, e io sogno che un giorno questa gente venga chiamata davanti a un tribunale a rispondere delle proprie colpe, che potrebbero andare dall'alto tradimento, ove venisse dimostrata in qualche modo la loro eterodirezione magari dietro compenso (sui piddini in realtà le prove sono abbondanti e annose, sui grillini mai me lo sarei aspettato e ben mi sta, e i presunti fondi chavisti hanno tutta l'aria di una fake news messa li a coprire ben altre provenienze e destinazioni), alla seminfermità mentale, ove si dimostrasse che davvero credevano necessario, per combattere una influenza più tosta del solito, infliggere più danni di un conflitto bellico senza avere la minima intenzione, poi, di fare l'unica cosa che bisognava fare per ripararli: uscire dalla UE (vota Paragone, non mi fido più nemmeno di Di Battista) e stampare soldi. 
Ma intanto che sogno resto sul dettaglio, e vi parlo di alcune cose spicciole (di cui una mi riguarda da vicino), casomai aveste ancora bisogno di convincervi che siete guidati da criminali o da deficienti, e non si sa cosa è peggio delle due cose.
Editoria. Già l'Italia non era un posto dove si leggeva molto. Ma i dati dell'impatto del lockdown sull'industria del libro sono da bombardamento a tappeto: dimezzati persino gli acquisti on-line, che in altri settori sono stati gli unici a resistere, in libreria siamo attorno a un taglio di due terzi. Il fatto che la promozione editoriale del mio Sushi marina si sia svolta nel mese di febbraio (ho preso uno degli ultimi aerei da e per Reggio per presentarlo) è solo una gocciolina nel mare, ma per me, capirete, conta: non che contassi di farne un best seller, ma un "che sfiga!" lasciatemelo dire. E poi magari cercate di procurarvelo da qualche parte, vi giuro che amaro ma si ride, vi volerà tra le mani.
Vaccino. Siamo alle barzellette. Un qualunque farmaco perché venga inserito in prontuario necessità mesi o forse anni di sperimentazioni in doppio cieco: si prendono due gruppi di malati statisticamente simili e a uno si somministra il farmaco all'altro solo eccipienti, senza dire a nessuno cosa gli si è dato, poi si confrontano statisticamente i risultati. L'ho detta semplice, e un po' più complicata ancora è con gli effetti collaterali e le controindicazioni. Questi, tradendo la loro intenzione primigenia, vogliono iniettare ai nostri figli un qualcosa testato in fretta e furia: attenzione, ce n'è abbastanza per un classico "dovranno passare sul mio cadavere". Anche perché: (1) questo virus non è pericoloso per i giovanissimi, (2) quello che girerà l'anno prossimo sarà come minimo quel tanto diverso che il vaccino sarà inutile, e (3) pare che le zone dove c'è stato il livello di contagi e mortalità che ha spostato le medie nazionali siano proprio quelle dove poco prima era stata fatta una massiccia campagna di vaccinazione antiinfluenzale. No pasaran!
Distanziamento. Per le stesse ragioni di cui sopra, costringere i nostri figli a stare a scuola senza toccarsi o abbracciarsi, magari separati da plexiglas, o peggio di peggio per ore con la inutile e anzi perniciosa mascherina, è una follia da combattere in ogni modo. Anche senza condividere il timore che si tratti proprio di manovre volte a cambiarne le attitudini sociali, leggi impecoronirli fin da piccoli, è una impostazione da sperare fino alla fine che non passi, e se no combattere con tutte le forze. . 
Economia. Non ci sono cazzi. Se ci sarà ancora consentito di votare in libere elezioni, dobbiamo sostenere qualunque schieramento che si dichiari apertamente, convintamente, motivatamente e senza equivoci, di ispirazione keynesiana. Non riusciremo a cambiare i trattati UE in modo che ce lo consenta, arrendiamoci e molliamola. E qualunque altro discorso, quindi in primis tutte le fesserie che Conte e sodali strombazzano in tutti i TG ogni giorno, sono bugie patentate, fumo negli occhi che ha come unico obiettivo confonderci e prendere tempo, fino a che, avendo chiesto altri prestiti in qualunque forma sia, non sia troppo tardi. A quel punto ci toglieranno gli ultimi contratti di lavoro garantiti, la casa, e i risparmi privati. Vedrete, e io vi dirò che ve l'avevo detto, senza pietà. Anche prima di questa cosa che ha avuto l'impatto di una guerra mondiale, ma a maggior ragione dopo, serviva una banca centrale vera, che stampi i soldi che servono e li inietti nell'economia reale, non in quella finanziaria come fa la BCE. Anche se siete europeisti, e vorreste che questa banca fosse la BCE stessa, arrendetevi al concetto elementare che non essendo questa cosa utile a tedeschi e sodali non ce la concederanno, e dobbiamo fare da soli, o uniti agli altri Paesi mediterranei. Non c'è alternativa: o questo, o il baratro.

lunedì 13 aprile 2020

YOSS 2: TESTA CHINA SUL PIATTO

E' il secondo racconto di questa nuova rubrica, Your Own Short Stories, a cui vi rinnovo l'invito a partecipare: aprite i cassetti, non abbiate pudore, se serve cercatevi uno pseudonimo, e scrivetemi. Non rende niente, ma non costa niente. Ed è meglio che stare sul divano davanti alla TV o a cucinare e stramangiare, che a fine arresti domiciliari saremo tutti obesi. Aspetto anche la risposta esatta al quesito relativo al nesso logico tra i titoli del mio Sushi marina, ma dovreste almeno averne una copia e mi sa che non siete in tanti.
Anche questa storia ha la caratteristica di "commuovere", etimologicamente suscitare in noi una emozione analoga a quella che ha spinto l'autore a scrivere, in quanto a tutti evoca un ricordo in qualche modo simile. E' una delle funzioni della letteratura: quando qualcosa che leggiamo ci piace, è spesso perché dice una cosa che anche noi abbiamo dentro, ma in un modo che maledizione è così bello che vorremmo averlo trovato noi. Quando è così breve ed efficace l'invidia è doppia, ma non riesce comunque a raggiungere la gratitudine. Grazie, Lè, aspettiamo il prossimo. E voi tutti, fatevi sotto.

Testa china sul piatto

di L'Elio

Testa china sul piatto a capo tavola, all'altro capo con altrettanta testa china mio padre. Silenzio assordante, quasi imbarazzante interrotto dal tintinnio delle posate sui piatti.
Prendo coraggio ed affronto, con l’intento di imbastire uno straccio di conversazione, l’unico argomento su cui qualche volta siamo riusciti a comunicare: la squadra di calcio del Napoli.
“Hai visto la campagna acquisti del Napoli? Mi pare buona, hanno comprato un paio di giocatori decenti, vero?”.
Immobilità totale, nessuna risposta.
Comincio a sudare freddo e a sentire la solita sensazione di oppressione al petto messaggera della moltitudine di sentimenti negativi che mi assalgono quando mi capita, anche solo per un momento, di confrontarmi con mio padre, dai sensi di colpa all'impotenza passando per i vari complessi di inferiorità.
Sto per alzarmi dalla tavola e scappare via, nella speranza assurda che le mie parole non siano state sentite, quando il capo di mio padre lentamente comincia a muoversi, come un girasole che volge il suo sguardo verso la luce del giorno, i suoi occhi penetrano, affilati, i miei ed una voce rauca tossisce:
“Tu, rivolgimi la parola quando sarai diventato veramente un uomo”. 
Avevo vent'anni ed avevo deciso di partire per una stagione da animatore turistico in Sardegna insieme ad altri amici piuttosto che sostenere l’esame di diritto privato come si sarebbero aspettati i miei genitori, i quali reagirono in modo diverso rispetto a tale decisione: mia madre mise in scena una performance degna delle più struggenti sceneggiate napoletane di meroliana memoria, mentre mio padre adottò una vera e propria risoluzione di embargo nei miei confronti in quanto stavo venendo meno all'impegno da me assunto, davanti a Dio e agli uomini, nel momento in cui mi ero iscritto alla facoltà di giurisprudenza.
Sul traghetto verso l’agognata Sardegna i miei amici facevano festa bevendo e scherzando, io trascorsi tutto il viaggio sul ponte della nave guardando con occhio lobotomico il mare, delirando sull'efferatezza del “crimine” che stavo perpetrando.

Sono passati vent'anni da allora, io sono sempre ad un capo della tavola e tu, babbo, all'altro capo, ma questa volta ti guardo mentre con mani tremanti stai sbucciando una mela.
Ricambi timidamente il mio sguardo con occhi tondi e umidi.
Vorrei parlarti di me, delle mie aspettative, delle mie delusioni, finanche dei miei amori, di quanto sia stato difficile ma, al tempo stesso, affascinante cercare di comprendere qualcosa della mia vita anche attraverso la tua.
Vorrei chiederti se ricordi quella sera di vent'anni prima e le parole sferzanti che mi dicesti quella volta e altre volte ancora.
Vorrei immergermi con te in un fiume purificatore che ci consenta di mondare le nostre anime dalle ferite e dalle remore profonde che hanno sempre impedito una vera comunicazione tra di noi. Ma dopo un finto colpo di tosse riesco solo a chiederti:
“Hai visto che bella partita ha giocato il Napoli domenica scorsa?”

mercoledì 1 aprile 2020

YOSS 1: LA VECCHIA E IL BAMBINO

Inizio oggi una nuova rubrica di questo blog, che francamente spererei crescesse molto, ma non dipende da me: io posso solo insistere sui social ad esortarvi a collaborare, il resto dovete farlo voi. Inizio oggi con PasBas perché ha già pubblicato qualcosa qui, come dimostra il relativo tag, e perché mi ha mandato un racconto che ci azzecca eccome col mio post scorso, come capirete leggendo. Non sto spoilerando, e d'altronde quello che vi sto dicendo io lo capite da soli dopo poche righe di lettura: il valore del testo sta altrove, nella capacità di evocare in ciascuno dei lettori una eco interiore, luoghi visti e vissuti, persone che ci portiamo dentro finché campiamo, ben oltre la loro dipartita. Così, io ho messo una foto del posto che è venuto in mente a me, e forse pure a Pas, ma ciascuno di voi penserà ad altro e si riconoscerà.
Il titolo di questo racconto evoca, forse non per caso, quello di una vecchia canzone del Maestrone, in cui un nonno mostra al nipote il paesaggio post disastro nucleare cercando di sovrapporgli a parole il paesaggio precedente, che il piccolo non ha mai visto. Ebbene, molti di voi ricorderanno come finisce la canzone: col bimbo che, affatato ma non convinto, risponde all'avo "mi piaccion le fiabe, raccontane altre".
Ecco, io vi invito a imitare PasBass, mandandomi in posta i vostri racconti. All'inizio, sarà un modo per sfangare il coprifuoco, ma poi magari ci prendete gusto e continuate. La rubrica si chiamerà YOSS, Your Own Short Stories, le vostre storie brevi, perché l'inglese negli acronimi è meno ridicolo dell'italiano, con cui ho forse dato il massimo per l'altra rubrica, RADIOCIXD.
Ogni racconto sarà introdotto da un mio breve corsivo, prometto più breve di questo primo, al termine del quale, a proposito di narrativa, vi ricorderò che ancora potete procurarvi il mio Sushi marina, e che chi lo ha per le mani può partecipare alla sfida a chi indovina per primo qual'è il nesso tra i titoli dei capitoli.
Ed ora, buona lettura, e poi fatevi sotto...
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Cerasari, "a faddha randi": da qualche parte anche quassù c'era una casupola.
L'immagine è tratta dal sito dell'azienda agricola Tenuta Surace, visitatelo...

La vecchia e il bambino

di PasBas

“Ecco, ma cos'è? Ma si è una casetta bassa bassa, ai confini del bosco. La vedo in lontananza, di profilo che lavora, è tutta vestita di nero, lo stesso nero del bosco; ha un fazzoletto sul capo, con colori molto molto vivaci, direi sgargianti; come risaltano sul vestito nero, in questo primo sole primaverile! Sembra molto molto vecchia ma sicuramente in forma e piena di energie. Chi sa la sua vita come è stata, com'è e come sarà. Quasi quasi la chiamo e le chiedo aiuto, sono piccolo, capirà!”
E Piero, il piccolo Piero, si avvicina emozionato alla casupola. “Che tetto basso e che porta bassa, come farà la povera vecchina a vivere lì dentro? Io comunque mi avvicino, mi faccio vedere e la chiamo forte forte da qui, sono un piccolo bambino impaurito, sono sicuro che capirà.”
Così ragionando il piccolo Piero, il Piero piccolo e confuso ragionava; passo dopo passo, cautamente, una gamba avanti e l’altra dietro, percorre l’ultima parte del sentiero, si ferma e saluta sventolando il fiocco bianco che si è sfilato dal colletto del grembiule. E si perché come avrete capito, il nostro Piero è uno scolaro appena uscito dalla scuola col suo grembiule azzurro, il fiocco candido e profumato di bucato, la cartella a zaino regalo della tanto amata nonna e che tanto lo riama.
Preso di nuovo dallo sconforto, tra le lacrime che gli rigano il volto, tra sé e sé pensa: “dove sei adesso nonna cara, adesso che ho tanto bisogno di te, adesso che ho smarrito la strada di casa? Tu si che sapresti risolvere l’enigma che mi angoscia, hai sempre la soluzione per tutto tu!” La invoca e la cerca collo sguardo ma la dolce e affettuosa nonna è lontana, troppo lontana. Preso da una cupa angoscia grida forte verso la vecchietta la sua richiesta disperata d’aiuto; “ora si girerà verso di me – si dice – si girerà verso di me e mi farà segno di avvicinarmi e mi accoglierà nella sua casetta; c’è un bel sole ma ho tanto freddo, non capisco è come se fosse pieno inverno; ma dove sono? questo strano luogo mai visto, come ci sono finito?”
La vecchietta lascia l’aia e apre il cancello col solito grosso pulsante, ormai consunto dal tempo.Piero, il piccolo, supera il cancello e... “ma che accade? Tutto è cambiato! E i colori, quei colori?! Esistono gli alberi blu, i prati di questo rosa intenso e gli uccellini a strisce bianche e nere, esattamente come le zebre nei documentari? Davvero non capisco...”
Noi abbiamo lasciato la vecchina che armeggiava col pulsante, ma adesso esce dalla piccola nuvola (la porta) e torna ad occuparsi della legna.
“È primavera, a cosa le servirà tutta quella legna?” Ragiona così il piccolo Piero (il diminutivo Pierino sarebbe fuorviante, non trovate?) avanzando nel giardino in direzione della casupola dipinta con i colori dell’arcobaleno. La vecchina, sempre affaccendata con la legna, e dando le spalle al bimbo, con una voce calda e tenue lo accoglie così: “che succede piccolo mio, Piero ti sei forse perduto nel Bosco Nero?” “Si gentile signora – risponde – era tutto buio e tetro e ho smarrito la direzione di casa.” Poi il dubbio arriva: “come fa a conoscere il mio nome? E poi mi ha parlato stando di spalle... Ah ora si! Lei mi ricorda quella favola che papà mi raccontava sempre per farmi addormentare. Il titolo era... umh... forse ‘La piccola casa nel b...’ no no assolutamente no. Eh già. Ora ho capito, la memoria mi ha aiutato: ‘La vecchia e il bambino’".
Così ragionando Piero si rende conto, il bambino Piero – ma sarebbe più giusto dire: il Piero bambino, capirete perché – si rende conto che d’un colpo angoscia, paura ed ansia sono sparite. Guarda ancora la casa arcobaleno, la porta a forma di nuvola, immersa in un cielo di un azzurro così intenso da far girar la testa ed ecco il ricordo affiora, sempre più chiaro di fronte ai suoi occhi, proiettato come in un film,esattamente come il documentario sulle zebre! Ricorda improvvisamente la Gita, quella Gita bellissima e unica, quando la nonna lo condusse su in montagna, tra i verdi boschi a cercar funghi. Il colore del cielo, la forma incredibilmente bella di quella nuvola che osservava sdraiato su quella soffice erba. “Come è mai possibile? – pensava tra sé e sé – e poi quella voce morbida e melodiosa cosa chi mi ricorda?”
“Entra caro, scaldati al fuoco e rifocillati, senza cibo non si va lontano.” Ancora qualcosa di familiare, ma cosa? Quella ultima frase che suona come un proverbio dove l’ha già sentita? Apre la porta-nuvola e entra nella casetta, tutto pulito, tutto in perfetto ordine; “caspita somiglia alla casetta dei sette nani; i loro nomi... mmmhh... ah si, Eolo, Brontolo e poi il piccolino, quello con le orecchione... dai devo ricordarlo, devo. Ah, già Mongolo ecco il nome, no no non così... Mamma aiutami, Mammalo ecco il nome... no no, quasi, ma è diverso. Mammolo, siii, è lui! E gli altri quattro? Non riesco a ricordare". Il Piero piccolo sorride, certo papà glielo diceva spesso “invecchiando la memoria si indebolisce .vedrai!” Ma lui non è certo vecchio, ha solo 9 anni.
Così ragionando prende dal fuoco la minestra calda e profumata e la versa nella ciotola di legno d’ulivo. Prende il pane dalla madia, profuma ed è ancora caldo. È davvero affamato, mangia avidamente ma...ancora quella vocina: “Mi raccomando mangia tutto, in Africa i bimbi come te muoiono di fame. Ricorda il cibo non va mai sciupato!” Quella voce, quelle frasi che somigliano a proverbi antichi, fuori dal tempo, dove li ha già uditi?
Pian piano i pensieri si appannano, svaniscono e sazio e sereno si addormenta sulla piccola sedia. “Quanto tempo è trascorso, un’ora forse due, un giorno, non so. So solo che devo correre a casa, mamma e papà saranno in ansia; chiederò la strada alla vecchina.” Esce e la chiama più volte, e niente! Dove sarà andata? Il bosco, ricordate vero quella selva spaventosa e oscura, quasi dantesca, nella quale Piero si è smarrito? Bene, il Bosco Nero è sparito di colpo, non è più lì eppure... ma ecco appare la strada di casa, larga e rassicurante. “Cosa sta accadendo, dove mi trovo?” D’istinto si gira indietro: “la casupola dov'è, dov'è finita?” urla, vuole capire, vuole sapere.
La nuvola! È esattamente la nuvola che aveva visto prima sulla porta; quella c’è ancora, al centro una piccola e fragile figura: ne è certo, si tratta della vecchina che lo ha accolto. Questa volta lei si gira lentamente e... noo non può essere, è la cara nonna! Allora risente quei profumi delicati e familiari, adesso li può identificare e poi quel tepore così magico da scaldare il cuore. “Caro Piero sono venuta per aiutarti, ho sentito le tue richieste disperate e sono accorsa; piccolo Piero io ero qui accanto a te ma eri troppo scosso e agitato per riconoscermi. Mi raccomando caro, non ti perdere ancora è molto, molto pericoloso! Ti mando un bacio e ti prego, segui sempre la direzione che il tuo cuore ti indica. Ti amo nipote mio, con te e solo grazie a te ho capito cosa voglia dire felicità. Ogni volta che avrai bisogno io sarò lì accanto a te, non avere paura. Addio”. Corre verso la nonna il piccolo Piero (o forse sarebbe più giusto dire, Piero il piccolo?!), ma la fragile figura sta pian piano svanendo; quando la raggiunge è scomparsa, resta solo la nuvola nel cielo di un azzurro intenso, tanto intenso da far girare la testa.
Piero si incammina verso casa chiedendosi se non stia sognando, ragiona e rimette in ordine i fatti accaduti, uno dietro l’altro come perle nella preziosa collana del tempo. “Ma si, è stato un sogno, cos'altro sennò?”
Sulla strada del ritorno, la strada che conosce così bene, c’è adesso una sbarra mai vista, di uno strano giallo. “Ah questa poi, qui fino a stamattina non c’era alcuna sbarra, cos'è uno scherzo forse? E poi il metallo brilla come fosse d’oro – si avvicina ancora – ma è, d’oro! Oro, legno, ferro io comunque devo superarla in un modo o nell'altro, devo tornare da papà e mamma, saranno in pensiero”. Adesso ha paura, non sa cosa l’attenda al di là dell’insolito ostacolo, il sole si è già abbassato sotto l’orizzonte e sta anche per diventare buio. Facendo appello a tutto il suo coraggio, lancia la cartella oltre la sbarra e la supera quasi strisciando. La tensione, le intense emozioni della giornata, la stanchezza accumulata gli procurano un crescente torpore; prosegue per un po' ma è esausto, è costretto a fermarsi sotto una grande quercia, compagna di giochi sua e dei suoi amichetti di scuola. È esattamente lì sotto che si fermava a pensare e fantasticare in giornate con un cielo azzurro così intenso come oggi. Così rassicurato dalla grande e accogliente pianta, si accovaccia vicino al tronco di questa grande mamma-quercia, poggia la testa su una grossa radice affiorante e si addormenta profondamente.
Sognando (?) riconosce la sua cameretta ma con colori e mobili assai diversi, direbbe ‘da grandi’, una luce abbagliante che filtra dal finestrone. C’è un uomo giovane e ben vestito, seduto alla sua scrivania (questa si è rimasta la stessa) e che scrive qualcosa su un quaderno a righe, scrive continuamente senza fermarsi ma il foglio continua a rimanere bianco! Piero si sforza di leggere la prima riga, l’unica con caratteri leggibili e capisce che si tratta del titolo: “La vita”. Il giovane continua a scrivere ma il foglio rimane bianco, sempre bianco. L’uomo all'improvviso, sognando ad occhi aperti, vede l’immagine di una casetta ai margini del bosco; tenta di catturare questa immagine descrivendola sul foglio ma niente, il foglio continua a rimanere bianco, invariabilmente bianco, solo il titolo, sempre lo stesso titolo: “La vita”. Si trova allora a camminare verso la sbarra d’oro quando si imbatte in qualcosa di familiare, una cartella di cuoio che gli sembra di riconoscere, apparentemente abbandonata sul ciglio della strada.
Ecco che, accanto al tronco della grande mamma-quercia scorge un bimbo addormentato che sorride soddisfatto nel sonno. “Chissà cosa avrà da sorridere e cosa stia sognando il piccolo Piero? Ma perché lo chiamo così se neanche lo conosco?” si chiede, mentre si avvicina mezzo addormentato. “Chissà che il bimbo non stia fantasticando sulla sua vita, ma credo che ci sia solo un titolo sul foglio bianco che sta riempendo nel sogno, immagino qualcosa come 'La vita'”.
Ad un tratto il suono del cellulare fa trasalire Piero che, ancora scosso ed emozionato per il sogno (?) ad occhi aperti cerca di far tacere quel ben-mal-edetto cellulare che, come ogni giorno, cade sul pavimento ronzando come un minaccioso calabrone impazzito. È iniziata così un’altra giornata come tante, accenderà il fornello sotto la Bialetti tre tazze, farà le sue solite abluzioni mattutine e si vestirà; berrà poi il caffè e mangerà due fette biscottate, bacerà i due gemellini Ludovica (il nome della cara nonna) e Marco e poi la moglie Lucia e quindi diritto al lavoro.
Ma uscendo dal portone ha un ripensamento, tira fuori la chiave, le due mandate per riaprire, di corsa verso la stanzetta dei gemellini, prende Ludovica tra le braccia e la bacia, la bacia come mai aveva fatto. Esce, richiude il portone di casa con due mandate e si avvia diritto al lavoro come ogni giorno, solo più pimpante e allegro, come non lo era stato da tempo. Una giornata come le altre, sempre la stessa da sempre ma...

martedì 25 febbraio 2020

PER CHI NON C'ERA

Come dimostra la foto, mia
sorella è un angelo custode
Come probabilmente saprete, il 22 scorso giù a Reggio si è svolta la presentazione di Sushi Marina. L'evento, per cui ringrazio l'editore Leonida, l'associazione Anassilaos, la struttura ospitante (la libreria Spazio Open, è prezioso che esistano ancora posti così) e ovviamente tutti i presenti, è stato divertente e rilassante come una chiacchierata tra amici, merito anche di Carlo Menga, lettore designato di alcuni brani, e Nino Mallamaci, improvvisato e strepitoso interprete dell'incipit. Un ringraziamento speciale va invece alla relatrice e intervistatrice Daniela Scuncia, che dimostrando da subito e in vari modi di avere apprezzato l'opera e compreso il suo spirito e anche parecchio di quello che c'era dietro, è andata ben oltre quanto le era richiesto dal ruolo: non era scontato, anzi.
Non so perché non sono riuscito a caricarne una versione più lunga, chiederò aiuto a qualcuno più bravo di me. Ma intanto, a beneficio di chi, nonostante gli inviti ridondanti e la buona campagna stampa (grazie ai buoni uffizi dell'editore, ecco ad esempio Strill e Strettoweb, due delle testate online più seguite di Reggio), non c'era, posto questo video che inizia quando, com'era prevedibile e previsto, mi è stata chiesta ragione della scelta del sushi e della coincidenza che la stessa sia stata fatta anche da Checco Zalone, proponendomi in sostituzione, si dovesse mai trarne una sceneggiatura, un ristorante vegano (la qual cosa mi ha fatto subito pensare a Fiore calabro di Lillo e Greg..., e quindi tra le risate ne ho ammesso l'impraticabilità, e meno male che nel libro l'impresa è solo una scusa per raccontare l'intorno e il seguito della storia):



Approfitto, inoltre, per lanciare una sfida, che a dire il vero avevo in mente già mentre scrivevo il libro: vediamo se qualcuno tra i lettori ha colto, e sa spiegare agli altri, il nesso tra i titoli dei capitoli. Potete postare un commento qui sotto, oppure su Facebook, o scrivermelo personalmente. Il premio non lo so ancora, ma ovviamente sarà in linea con tutta l'operazione, in quanto a realizzo economico: simbolico.

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Nel frattempo sono riuscito a caricare una versione più lunga. Quella corta la lascio per i meno pazienti, ma qui c'è anche l'incipit letto da Nino...

mercoledì 19 febbraio 2020

RISUSHITARE

Finalmente arriva l'appuntamento con la presentazione ufficiale di Sushi Marina, a cura dell'associazione Anassilaos. Sabato 22 febbraio alle 17.30 allo Spazio Open di via Filippini 23 (in cima al tapis roulant, per intenderci) farò una chiacchierata con la relatrice designata Daniela Scuncia e immagino con chi altri vorrà intervenire, e sarà possibile acquistare una copia che quindi potrà essere impreziosita dalla dedica dell'Autore (se non capite l'autoironia, peggio per voi...). Si chiude così la gestazione di un progetto nato addirittura nel 2017, nella mente dello sceneggiatore Peppino Crea, allora a me sconosciuto, che mi contattava chiedendomi se me la sentissi di sviluppare in romanzo una sua idea (di mezza pagina word) perché sentiva che così l'operazione di trarne una sceneggiatura gli sarebbe stata più semplice. L'idea mi è parsa subito così accattivante da scrivere il romanzo (breve) quasi di getto, dopodiché è iniziata la suddetta fase che si conclude sabato, con tappe intermedie il deposito in Siae di romanzo e trattamento, l'invio a editori reggini del romanzo (vista la scelta stilistica di alcuni dialoghi in dialetto riggitano), il contatto da parte dell'editore Leonida e la pubblicazione dell'opera.
Ve l'ho voluto raccontare perché ieri mi è capitato di vedere l'ultimo film di Checco Zalone, che numeri alla mano immagino molti di voi hanno già visto, e prima di annoiarmi e irritarmi (si, è una pallida replica senza sussulti dei divertentissimi film precedenti, sarà per averlo girato senza Nunziante) ho sussultato sulla poltrona per una delle scene iniziali, perché la scelta fallimentare dell'imprenditore bislacco impersonato stavolta da Luca Medici era (SPOILER) di aprire un ristorante di Sushi in una cittadina pugliese, e meno male che (ARISPOILER) è solo uno dei tanti fili di sceneggiatura che restano appesi li e il film poi va su tutta un'altra strada, perché sennò uno che non conosca i tempi della piccola editoria italiana in genere (e in particolare la storia che vi ho raccontato al capoverso precedente) potrebbe pure pensare che Gino Cugliandro si è messo a scrivere libri copiando gli spunti dai comici di grido.
Non so se Sushi Marina diventerà mai un film (cioè, in pratica lo so: è 99% periodico no, ovviamente), ma se dovesse farlo sarebbe una commedia, non una farsa. E dovrebbe evitare di parlare di sushi (e quindi anche cambiare titolo), che la cosa è ormai sputtanata alla grande, reincarnandosi, per la sua eventuale nuova vita, in una bestia diversa. Per ora godiamoci questa sua prima vita appena nata per quello che ci può dare (che tanto anche qui sappiamo già al 99% che non sarà un best seller), a partire dall'incontro di sabato prossimo: ora in un modo o nell'altro vi ho invitati tutti, ci vediamo lì.

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