10 ANNI SENZA FABER

Dieci anni fa ci lasciava orfani Fabrizio De Andrè (qui lo speciale del Corriere). Era il più grande, e non come si dice di tutti quelli che muoiono presto. A chi lo voleva poeta rispondeva citando Benedetto Croce: a diciott'anni tutti scriviamo poesie, dopo lo fanno solo i poeti e i cretini. Perciò preferiva cantautore, un termine adesso passato di moda. La sua statura di poeta però non è confermata solo dal suo inserimento nelle antologie scolastiche di letteratura contemporanea, già avvenuto con lui in vita e che molto lo imbarazzava, ma anche dall'estrema lucidità di alcune sue profezie: volete sapere cos'è l'Italia di oggi? rileggetevi La domenica delle salme, scritta nel 90! volete sentire nelle vostre carni cosa succede oggi in Palestina? risentitevi Sidùn, ispiratagli dagli attacchi israeliani in Libano del 1982. Dopo il filmato c'è il testo in italiano: Creuza de mä, l'album del 1984 da cui è tratta, è cantato interamente in genovese. Chi non lo conosce, se lo procuri: si tratta del disco italiano migliore di tutto il novecento. E costituisce anche l'esempio di come si comporta un artista: avesse voluto, Fabrizio poteva sfornare un ellepì l'anno delle ballate che gli avevano dato il successo; invece negli ultimi 15 anni di carriera ha partorito a fatica tre album, primo censore di se stesso e dei suoi intenti solo incidentalmente commerciali. Sapendo di non essere un vero musicista, si è fatto affiancare da artisti che hanno dato le loro diversissime impronte alle varie fasi della sua carriera, da Reverberi a Battiato, da De Gregori a Bubola a Fossati passando per Mauro Pagani, quello con cui ha riscoperto i suoni del Mediterraneo, inventando (lui, non Peter Gabriel...) la world music.
Sidone non a caso è l'antichissima città dei Fenici, primi navigatori del Mare Nostro e primi a scrivere con un alfabeto. Culla di una civiltà che sta morendo sotto le bombe, ancora in questi giorni sotto i nostri pigri occhi...

Sidone
Il mio bambino, il mio
il mio
labbra grasse al sole
di miele di miele
tumore dolce benigno
di tua madre
spremuto nell'afa umida
dell'estate dell'estate
e ora grumo di sangue orecchie
e denti di latte
e gli occhi dei soldati cani arrabbiati
con la schiuma alla bocca
cacciatori di agnelli
a inseguire la gente come selvaggina
finché il sangue selvatico
non gli ha spento la voglia
e dopo il ferro in gola i ferri della prigione
e nelle ferite il seme velenoso della deportazione
perché di nostro dalla pianura al modo
non possa più crescere albero né spiga né figlio
ciao bambino mio l'eredità
è nascosta
in questa città
che brucia che brucia
nella sera che scende
e in questa grande luce di fuoco
per la tua piccola morte.

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