NATI PER VOLARE?

A chi non piace spostarsi in poco tempo e spendere poco? Se facessimo un sondaggio su quale delle invenzioni di Star Trek vorremmo che fosse attuata davvero, ammesso che non l'abbiano già fatto, sicuramente vincerebbe con distacco il teletrasporto. Si, quella che roba che ti smaterializza da una parte e ti ricostruisce da un'altra istantaneamente. Peccato che tra le varie diavolerie inventate dagli sceneggiatori di un telefilm stracult per molti giustificati motivi, alcune così realistiche da avere addirittura innescato l'innovazione (ad esempio i telefonini, tanto che una nota casa costruttrice ha chiamato StarTac il primo modello a conchiglia proprio in onore della serie tv - e vale la pena leggere a proposito il bel libro La fisica di Star Trek), il teletrasporto sia tra quelle in teoria scientificamente possibili e in pratica mai realizzabili.
Bisogna arrendersi, all'evidenza delle cose: è questo, che contraddistingue le persone davvero adulte.
All'epoca in cui Roddenberry immaginò i viaggi interstellari, a gestire il modo più veloce di muoversi in un mondo non ancora globalizzato erano essenzialmente le grandi compagnie aree nazionali. E fare un viaggio in areo costava talmente tanto da essere uso frequente solo di persone da un certo reddito in su, mentre i comuni mortali vi ricorrevano solo in casi di effettiva necessità e urgenza. Una delle tante illusioni di onnipotenza del Dio Mercato ci ha fatto credere che introdurre la libera concorrenza avrebbe portato la cosa alla portata di tutti, e forse per qualche decennio è stato così: tutti ci siamo potuti permettere questa comodità, e l'aumento del rischio dovuto alla necessariamente conseguente contrazione dei controlli di sicurezza è rimasto tutto sommato accettabile, e l'aereo è ancora il mezzo più sicuro per viaggiare, statisticamente parlando.
Ma il picco del petrolio oramai raggiunto e forse superato, unitamente alla speculazione finanziaria, ha portato il prezzo dei carburanti a una corsa che probabilmente non si fermerà più. E le compagnie low cost, dopo aver ucciso le compagnie di bandiera, stanno morendo una ad una per impossibilità materiale di proseguire la loro politica: la crisi di Ryanair è su tutti i media, e non è la prima nè l'ultima.
Nel frattempo le compagnie nazionali che volevano sopravvivere hanno cominciato a consorziarsi e accorparsi. Tutte tranne una: la nostra. Una cronistoria esaustiva del cosa e chi, davvero trasversale, abbia impedito ciò, ce la offre come al solito La storia siamo noi in una puntata del marzo scorso. Ma il peggio è successo dopo: il leader dell'opposizione e sondaggi alla mano premier in pectore ha di fatto sabotato un accordo con il gruppo AirFrance/Klm (tuttora definito dai suoi sgherri "svendita") che sarebbe costato 2000 esuberi ma avrebbe lasciato il trasporto aereo nazionale in mano a una compagnia sovranazionale franco-italo-olandese in grado di reggere la concorrenza con altri gruppi come il nascente anglo-spagnolo. La montagna promessa da Berlusconi sta invece partorendo (ammesso che lo faccia) il solito topolino di una newcompany nostrana depurata dai debiti per atto politico (indovinate chi li paghera?) incapace anche dopo essersi liberata dai dichiarati 5000 esuberi di reggere una concorrenza che sarà sempre più spietata.
Insomma, siccome siamo cresciutelli dobbiamo rassegnarci:
  1. non avremo mai il teletrasporto;
  2. il vaso di coccio, ammesso che si costruisca, si romperà tra quelli di ferro e noi non avremo più una compagnia di bandiera;
  3. viaggiare in aereo tornerà pian piano ad essere roba da ricchi, come forse è giusto che sia.
D'altronde, come si dice anche "siamo realisti"? Teniamo i piedi per terra.

IL SENSO DI COLPA E' LA NOSTRA ULTIMA SPERANZA

Non so se avete presente la sensazione: tu pensi una cosa, la dici in giro, la scrivi qua e la, ti documenti, precisi la tua opinione, la ridici e la riscrivi meglio... poi un giorno leggi un articolo (o un libro, o ascolti un'intervista) di uno che dice esattamente quello che pensi tu, ma MEGLIO.
Non conosco Carlo Bertani, non so nemmeno se sono daccordo con tutto quello che dice (ogni tanto vado sul suo come su altri blog, segnalati qui a destra e non, senza necessariamente esplorarli a fondo), ma questo pezzo è folgorante.
Se idee come queste prendessero piede in questo nostro pezzo di mondo, saremmo tutti migliori. Anzi, direi che forse l'ultima speranza di salvare la nostra cosiddetta civiltà passa per una presa di coscienza come questa. Che tutto ciò che abbiamo è il sottoprodotto di una secolare attività criminosa. Che non abbiamo lezioni da dare a nessuno.
Perciò il post di oggi è poco più di una gratuita marchetta, un link to con poche righe di commento e due foto indistinguibili se non per il colore, che rappresentano le nostre contraddizioni.

E' ROBA DI OGNI GIORNO

Appena postato sul caso Riccò al Tour de France, arriva la notizia della squalifica della giovane ciclista di Lariano e campionessa del mondo in carica Marta Bastianelli. La ragazza è stata trovata positiva alla fenfluramina, prodotto non ammesso che però sarebbe contenuto in un prodotto dietetico assunto da una tipa peraltro già magrissima (e - dicono - ossessionata dalla cosa come tante sue coetanee). Il controllo era avvenuto ai recenti campionati europei under 23, in cui era arrivata terza.
Rileggendo il post di ieri alla luce di questa notizia, verrebbe da riscriverlo pari pari.
Ma il caso ci ricorda un altro ben più illustre, di un tipo non solo campione del mondo, ma considerato quasi unanimemente il più grande calciatore di tutti i tempi, almeno da chi non ha visto Pelè e altri precedenti. Diego Armando Maradona, per chi non lo ricordasse, il suo canto del cigno lo visse ai Mondiali del 1994, siglando uno splendido goal nella partita vinta dall'Argentina sulla Grecia per 4 a zero, quello restato negli occhi di tutti per una esultanza incontenibile in faccia alla telecamera (mi spiace ma non ho trovato un fermo immagine migliore). Subito dopo, venne squalificato ed escluso dai campionati perchè positivo ad efedrina, una sostanza contenuta in molti farmaci per il raffreddore e in qualche energy drink.
I benpensanti lo crocifissero, e la sua parabola personale da quel momento in poi (ma per la verità anche prima) diede in parte loro ragione: il ragazzo è un esempio negativo da manuale, di come si può ricevere un dono esclusivo ed essere lo stesso infelice. Ma (giuro: non mi piace il calcio, non tifo Napoli, e Maradona mi è personalmente antipatico in quanto evasore fiscale incapace di selezionarsi gli amici) è riuscito ad essere il più grande calciatore perlomeno della sua epoca nonostante giocasse spesso sovrappeso, imbottito di farmaci, drogato di roba che non facilitava certo le sue prestazioni, e senza aver bisogno di nessuna efedrina per dimostrarlo.
La sua parabola è allo stesso tempo lo spot migliore contro il doping, e l'atto di accusa migliore contro l'antidoping. Speriamo che la Bastianelli possa dimostrare la sua buona fede ed essere alle olimpiadi, che però guarderemo comunque con l'occhio sghembo di chi non si fida di nessuno. Pizzicati o meno. Bisogna cambiare radicalmente sistema, l'abbiamo già detto.

BOMBA O NON BOMBA?

Ieri si è concluso il Tour de France, la corsa ciclistica per antonomasia, che non vede un protagonista italiano dai tempi di Marco Pantani.
Per la verità stavolta un italiano si era pure fatto notare, tale Riccò, ma è stato squalificato per doping e le sue vittorie di tappa annullate. Ma già due volte hanno annullato pure la vittoria nella classifica generale, due anni fa all'americano Landis e nel 1996 al danese Riis. La vittoria di Pantani nel 1998 invece resta valida: lo scalatore romagnolo fu "pizzicato" solo l'anno dopo durante il Giro, alla fine di una strepitosa quanto "viziata" vittoria in salita, mi pare in Val Gardena.
Ero passato in auto per quelle strade e la macchina faceva fatica, per cui mi ero chiesto come cavolo facessero a farla in bici, e magari il giorno dopo un'altra montagna. Pantani poi, quando scattava in salita facendo sembrare gli altri a piedi e lui in motorino, era sportivamente esaltante; ecco, io non è che abbia mai seguito questo sport con particolare passione, ma il Pirata mi piaceva, e come per tanti altri il giorno della sua squalifica è stato anche l'ultimo che ho guardato il ciclismo.
Da allora in poi le squalifiche eccellenti si sono susseguite incalzanti, in un altalenarsi con le vittorie che persino il cane di Pavlov avrebbe smesso di seguire le corse. La domanda allora è: come cavolo fa ancora, il tifoso di ciclismo, ad esaltarsi per un suo beniamino che sta compiendo un'impresa, quando è quasi certo che è dopato e ha diciamo il 50% delle probabilità che il giorno dopo lo squalifichino? Mi sono espresso per iperbole, ma non so poi quanto...
Stamattina a radio due hanno intervistato in merito Alfredo Martini, coach decano della Nazionale italiana, che rivendicava al ciclismo addirittura una maggior pulizia rispetto ad altri sport, in sostanza dicendo "qui le magagne si scoprono perchè i controlli si fanno"...
Ma c'è un'altra intervista storica che mette in discussione questa posizione, è quella a Fausto Coppi nel 1954 (sentire per credere da La storia siamo noi - ma ci sono battute anche in Totò al Giro d'Italia), in cui il Campionissimo ammetteva candidamente (l'antidoping non c'era) di far uso quasi quotidiano di una cosiddetta "bomba", miscela di simpamina (stimolante cardiaco, credo) e altra roba, della cui libera e democratica circolazione ci sono svariate prove per molti anni a venire. La prendevano tutti, quindi vinceva il migliore. Poi morì un inglese in corsa, mi pare proprio al Tour, e cominciarono i controlli, anche se non cattivissimi (fu pizzicato pure il "cannibale" Mercks, ma non ne ebbe la carriera stroncata), e con essi la fuga in avanti della scienza del doping. Che inventa cose nuove, come quell'autoemotrasfusione che fruttò un record dell'ora a Moser (e, pare, un record del mondo a Mennea che restò imbattuto per decenni), e quando queste vengono dichiarate illecite ne inventa altre e così via.
A questo punto la differenza tra gli sport non è questione di controlli, ma di natura dello sport stesso, e del tipo si sforzo che richiede. Peggio del ciclismo, solo discipline come pesistica e culturismo. Per altri sport come il tennis, il doping può meglio trovare applicazione nella preparazione atletica che negli incontri. E tra questi due estremi troviamo il calcio e tanti altri sport. Il punto è questo: tanto più la pratica del doping è direttamente importante per il risultato, tanto più è usato fin dalla pratica dilettantistica. Perchè fin da quando inizi sai che se vuoi sfondare devi prendere qualcosa: fatevi un giro di prova nelle palestre, e vedrete quanti ragazzini inghiottono pugni di "aminoacidi". Tra l'altro, il doping è tanto più pericoloso quanto è dilettantesco, e le vittime sconosciute, specie se non muoiono ma si ammalano soltanto, non escono sui giornali...
E allora? e allora ci sono solo due soluzioni, entrambe estreme:
  1. chiudere al professionismo, e quindi impedire che siano fonte di guadagno, il ciclicmo e tutti quelli sport in cui il doping dia vantaggi prestazionali immediati;
  2. ammettere senza ipocrisie che lo sport professionistico si pratica sotto "assistenza medica avanzata", tanto per cambiare un'etichetta sputtanata, il che da un lato aiuterebbe a diminuire le conseguenze indesiderate e forse a controllare il fenomeno per i non professionisti, e dall'altro ci ridarebbe campioni come Pantani, che a parità di doping aveva una marcia in più, ed è stato solo meno furbo di altri plurivincitori precedenti e successivi.
L'unico errore sarebbe continuare con questa lotta di retroguardia che ha l'unico effetto di stimolare la ricerca nel doping verso sostanze più efficaci e meno riconoscibili, e con questa ipocrisia che ci porta ad esaltare un giorno e stigmatizzare il giorno dopo un campione dopo l'altro.

PER ME DECIDO IO

La notizia, se vogliamo anche abbastanza "buffa", è il tentato suicidio di un centotreenne, che dal tuffo in Arno non ha ricavato forse nemmeno un raffreddore.
Tra le altre cose del proprio programma che non è stato capace di fare lo scorso governo c'è una moderna legge sul testamento biologico, se proprio culturalmente non siamo pronti per affrontare il concetto di eutanasia (per approfondire, liberauscita.it).
Ma forse se anche l'avesse fatta, l'attuale monolitica maggioranza avrebbe trovato il tempo e il modo, tra una legge ad personam e l'altra, di abrogarla. Esiste infatti su questo Paese, e a maggior ragione su questo governo, una pregiudiziale cattolica sempre più pesante e oppressiva.
Intendiamoci, niente contro i principi enunciati dai testi sacri e le impostazioni dottrinali di qualsiasi chiesa: chi vuole, deve essere libero di seguire qualsiasi precetto che non sia contrario all'ordinamento legislativo. Ma quest'ultimo, anche per garantire la libertà religiosa di tutti, e anche di chi liberamente ha deciso - o ha capito - di non credere, non deve essere ispirato a nessun principio di nessuna religione.
Così se è giusto "non uccidere", è altrettanto giusto che ciascuno di noi possa liberamente decidere cosa è "vita" e cosa no, per se stesso. Paletti? se vogliamo metterne parliamone, ma che non siano dettati da un anziano teologo tedesco e ispirati a a un concetto di vita deciso da lui. Concetto peraltro molto confuso e contraddittorio: in nome della sacralità della vita si pretenderebbe di costringere un corpo inerte a continuare a "vivere" grazie solo a un supporto tecnologico, mentre iniziare a vivere grazie alla tecnologia è peccato e quindi la fecondazione assistita è tabu. Interrompere l'alimentazione forzata (che dura da 15 anni) ad Eluana è omicidio, mentre Giovanni Paolo II ha potuto decidere di rinunciare alle ultime inutili cure e tornare dal Gemelli a morire al Vaticano senza nocumento per la sua prossima santificazione. L'aborto è un delitto, e quindi si combatte una legge che di fatto ha ridotto in maniera drastica gli aborti solo perchè di principio li legalizzerebbe.
Ma se anche queste contraddizioni non ci fossero, se la posizione cattolica fosse perfettamente coerente e consequenziale, sarebbe lo stesso una posizione liberamente sceglibile da chiunque, e altrettanto liberamente rifiutabile, se le Leggi dello Stato non gli si uniformassero sempre più.
Libera chiesa in libero Stato: dobbiamo ancora rimpiangere Cavour...

FIRMA LA PETIZIONE PER LA RICERCA

Tra le nefandezze dell'ormai famigerato decreto 112, una di cui si parla poco è una serie di tagli all'università e alla ricerca che costituisce la classica goccia che fa traboccare il vaso di una situazione già drammatica di suo. Di traverso, si intravede una privatizzazione strisciante delle università, mediante la possibilità di trasformarsi in fondazioni che per quelle senza ossigeno risulta quasi un obbligo.
Quella delle privatizzazioni è una faccenda turpe, sposata troppo spesso anche dal cosiddetto centrosinistra, su cui bisognerà tornare.
Ma oggi bisogna firmare una petizione al Presidente del Consiglio e ai due Ministri responsabili, perchè rivedano almeno in parte l'impostazione delle norme suddette. Non servirà a nulla, neanche ad averla a posto, la coscienza, ma questa starebbe peggio se non lo facessimo.

DEMOCRAZIA O STEGOCRAZIA?

Vorrei mantenere la linea editoriale di questo blog su post brevi e vari, che rimandino altrove per approfondimenti seri degli argomenti.
Temi come il Signoraggio, cui accennavamo ieri, sono infatti troppo complessi per una sede come questa. Però si può fare cassa di risonanza, perchè il guadagno sull'emissione della moneta (minimale definizione del termine) è una questione che riguarda tutti noi, e sta alla base dell'effettiva democrazia. Cercate signoraggio su youtube e troverete di tutto, da Grillo e Travaglio a Porta a porta passando per la Gialappa's, oppure andate direttamente su signoraggio.com, oppure su signoraggio.it, o sul blog di Carlo Bertani, o sul sito di Eugenio Benettazzo, o su disinformazione.it, e fatevi un'idea di chi in realtà abbia il Potere anzichè il Popolo.
Detto questo, per inquadrare l'indignazione conseguente all'avvenuta presa di coscienza, leggetevi questo pezzo di Antonella Randazzo, e poi questo di Gino Nobili. Si perchè una volta stabilito che la democrazia è un'etichetta per tenerci buoni, possiamo deprimerci e chiuderci nel nostro privato, incazzarci e passare dalla parte del torto senza neanche avere la più lontana speranza di coagulare attorno a un grumo di incazzati politicamente significativo, oppure... Oppure sfruttare gli spazi che gli stegocrati sono costretti a continuare a lasciarci per mantenere in piedi la maschera che chiamano democrazia.
Si perchè ad ogni tragedia, ad ogni avvenimento irreparabile, deve seguire l'elaborazione del lutto, e il confronto con la realtà: mi dai questo spazio? e io lo sfrutto, tentando magari pian piano di ampliarlo. Altro non si può fare. Il nocciolo della democrazia è dunque solo l'arte del possibile, di volta in volta. E' questo che intendo con "united we stand", non retorica dello stare uniti, ma pratica dell'individuare di volta in volta il nemico peggiore e gli alleati meno peggiori per combatterlo, anche se temiamo che siano stegocrati mascherati. Se la sinistra l'avesse fatto davvero, non avremmo avuto quindici (magari!) anni di Berlusconi.

TOGETHER WE STAND, DIVIDED WE FALL

Sul blog di Antonella Randazzo, che trovate nella colonna di destra tra i siti che "controinformano davvero", etichetta scelta in contrapposizione al titolo di questo blog invece davvero dilettantistico, è comparso un attacco a Marco Travaglio, altro personaggio che stimo tanto da inserire nello stesso elenco il suo sito.
Su quest'ultimo infatti era apparso un pezzo che sarcasticamente asseriva la superiorità democratica rispetto all'Italia di realtà come gli USA in cui il presidente Clinton è stato ripetutamente processato senza protestare teoremi e farsi approvare lodi, e addirittura l'Albania ha nella Costituzione alcune norme precise sul conflitto di interesse. La Randazzo bolla l'intervento come superficiale castroneria, giustamente rimarcando il fatto che non è affatto vero che il sistema giudiziario americano sia più libero del nostro mentre l'Albania al di là degli articoli della Costituzione è un coacervo di mafia e corruzione che non può dare lezioni a nessuno. E in risposta ad alcuni commenti all'articolo, porta anche numerosi esempi che dimostrerebbero la non cristallinità di Travaglio e quindi la correttezza del proprio attacco allo stesso.
Mi sbaglierò, ma a me sembra invece che il sarcasmo di Travaglio su Usa e Albania sia evidente, e che il pezzo incriminato contenga inoltre passaggi molto seri che dimostrano che nessun altro Paese democratico vede scenari di immunità simili a quelli approvati ad personam in questi giorni in Italia.
Poi certo, anche Travaglio ha i suoi limiti, e magari non si occupa di argomenti come il Signoraggio e l'11 settembre, cari oltre che alla Randazzo stessa, a Giulietto Chiesa, Dario Fo e tanti altri. Ma anche Grillo ha tanti limiti, e spesso ha ragione chi lo taccia di populismo; ciò però non toglie che la sua voce sia importante (anche il suo blog è linkato a destra, pur non avendone certamente bisogno...).
Insomma, il quadretto appena delineato dimostra ancora una volta quanto a sinistra siamo purtroppo portati ad attaccarci l'un l'altro, proprio mentre una destra monolitica sta uccidendo la democrazia. Il momento è critico e cruciale, il regime è incipiente: nessuno di noi è portatore della Verità, ma serve il contributo di tutte le voci fuori dal coro, ciascuna per quello che fa meglio. Non siamo ancora alla Resistenza al nazifascismo, ma dovremmo prendere esempio da loro anzichè fare a chi è più vergine. E fare come dice Roger Waters dei Pink floyd nella frase finale di Hey You che riporto nel titolo.

LA TRISTE PARABOLA DEL SINDACO DI BOLOGNA

La notizia è così squallida che mi limito al link, da repubblica.it; il titolo è: Piercing vietato nelle parti intime l'ultima crociata di Cofferati.
Sarà stato per tenere conto degli umori di una città che prima di lui aveva eletto per la prima volta nella sua storia un sindaco di destra, l'ex capintesta della CGIL ha in numerose occasioni prima di questa superato a destra il suo predecessore Guazzaloca.
Chissà se avrebbe avuto questa deriva se fosse stato incoronato leader del centrosinistra quando nel 2002, ad un anno dall'inizio del secondo mandato berlusconiano, raccolse tre milioni (ho detto 3.000.000! - la foto non rende l'idea, ad esserci era letteralmente impressionante) di persone a Roma, riempiendo il Circo Massimo e tutte le vie prospicenti, fino alle terme di Caracalla da un lato e oltre il Colosseo dall'altro.
Ovviamente, per non tradire la propria vocazione a perdere, il centrosinistra gli preferì leader di ben altra statura come Fassino, patetico in questi giorni nel reagire alle rivelazioni di Tavaroli usando le stesse parole di un Berlusconi ma svariati toni sotto, o Uolli Veltroni, capace in soli quattro mesi di resuscitare il Cavaliere, far cadere il governo Prodi, perdere le elezioni e far sparire la sinistra dal Parlamento. Ma almeno, o almeno per ora, tra le imprese veltroniane (peraltro prevedibili, come dimostra questo pezzo di Gino Nobili su Contrappunti) non risulta in programma spiare le pudende dei cittadini per vedere se ci hanno messo l'anellino e, nel caso, togliergli l'assistenza sanitaria.

ACQUA E OLIO ALLA CAVEA

Si può fare una critica alla direzione artistica dell'Auditorium di Roma? Si può, e si deve.
Come si può programmare nella stessa serata due concerti che non hanno nessun punto di contatto tra loro? E' così difficile immaginare che così il pubblico che interviene per uno dei due artisti potrebbe annoiarsi a morte con l'altro, e viceversa?
Eppure, è proprio quello che è successo ieri, ma almeno i (pochi) fan di The Niro, finita l'esibizione del loro beniamino, sono potuti andar via, mentre i tanti accorsi a sentire i Radiodervish si sono dovuti sorbire un'ora di una roba totalmente diversa dalla colta rarefatta e raffinata world music che si attendevano.
Non è questione di valori in campo, anche se possono sembrare indiscutibili, era proprio un genere completamente diverso che suonava il giovane romano dal nome cinematografico, un pop anglosassone (e canta in inglese) sofisticato un po' Coldplay un po' Radiohead con schitarrate post punk e falsetti stile Vibrazioni (uno stilema piuttosto diffuso, purtroppo...).
Insomma, puo' piacere, a molti piacerà, ma non al pubblico dei Radiodervish, che ha accolto i suoi beniamini con un applauso liberatorio; a domanda "come state?" del leader Nabil Salameh si è sentito più di un "ora, bene!".
Anche perchè il ragazzo, al secolo Davide Combusti, che non nasconde di dover la propria passione (e forse anche qualcosaltro...) al padre noto bassista, è oltretutto decisamente antipatico, tanto è serioso pieno di se e convinto di essere davvero bravo. Ieri ad esempio per due volte avrebbe fatto meglio a tacere: arrivando, quando ha detto più o meno è molto bello trovarsi in uno spazio come l'auditorium con tutta questa gente anche se qualcuno sarà qui per i Radiodervish, e uscendo, quando ha detto più o meno facciamo un altro brano solo perchè devono suonare anche i Radiodervish. I quali hanno meravigliosamente ripagato:
  • lui, evitando anche la minima citazione di cortesia che talvolta si usa ai gruppi spalla: a Roma si dice "never covered, mai coperto";
  • noi, dell'ora e passa di spocchia piatta che ci era stata inflitta, suonando meravigliosamente il Mediterraneo intero (nella foto la significativa copertina dell'ultimo album).

PARLI COME BADI

L'incidente dell'altra notte a Roma all'incrocio tra via Nomentana e viale Regina Margherita ha fatto parecchio notizia, perchè alla tragicità dell'evento in se si aggiunge la circostanza sfortunata che pochi giorni prima nello stesso incrocio altre persone sono rimaste vittima di un episodio analogo, ed è automatico e doveroso unirsi al cordoglio dei familiari delle vittime.
Lo sciacallaggio di chi approfitta di notizie del genere per il proprio gioco politico è pertanto davvero deplorevole, vorrei dire schifoso e vomitevole. Leggete qui il virgolettato di Gianni Alemanno, ad esempio. Peggio ancora dei politici, che almeno ci hanno il loro bel tornaconto (ci hanno vinto le elezioni, creando un "caso sicurezza" statisticamente inesistente!), sono i giornalisti che (a meno di non voler immaginare tornaconti di altro tipo) al solo scopo di alimentare il filone "dagli all'extracomunitario" che è di moda e fa vendere, scrivono titoli del tipo Moldavo investe uomo. Non sto esagerando, l'ho sentita a un tg locale, e con una rapida ricerca su google news si trova questo e questo, oltre a quello di prima.
Le parole sono pietre, e qui si sta lapidando la nostra umanità. Parlo da non credente, in un paese che si dice cattolico, cioè di una religione fondata da un tipo che dalla lapidazione salvò una prostituta.
A proposito, quando leggeremo per ogni figlio o padre di buona famiglia che approfitta della schiavitù di una delle migliaia di giovani straniere irregolari che affollano le nostre strade di notte, Italiano zozzone approfitta di adolescente albanese, rumena moldava o nigeriana?

CAPAREZZA OVVERO IL SUD SALVATO DAI SALVEMINI

Gaetano Salvemini da Molfetta è stato lo storico ad avere coniato il termine "questione meridionale". Michele Salvemini da Molfetta è il classico caso di artista multilivello. La prima volta che lo senti non è ancora lui (a Sanremo 10 anni fa coi capelli corti si chiama Mikimix e giustamente non se lo ricorda nessuno), la seconda ti fa zompettare con la sua musica divertente (Fuori dal tunnel, assurta a sigla di una notissima trasmissione tv comica), la terza cominci quasi per caso a notare che le parole non sono poi così banali (la stessa fuori dal tunnel è paradossalmente una critica a quella civiltà del divertimento che la adotterà), la quarta ti ricordi che hai sentito altre cose interessanti, la quinta vai sul suo sito o su wikipedia e a cercarti tutti i testi dei suoi pezzi scoprendo che non sono mai banali, la sesta vai a un suo concerto (ieri a Villa Ada) e ti compiaci di vedere di nuovo (te li ricordi negli anni 70, poi quasi più) un artista che tra un brano e l'altro dialoga col pubblico e spinge a riflettere - e te ne vai con un po' più di ottimismo sul futuro (ci sono ragazzi che pensano, qualcosa di buono succederà).
La settima scrivi un post sul tuo blog (non che abbia bisogno di pubblicità, ma checcavolo...) e ci metti pure l'ultimo video da youtube. In cui il suo livello di contaminazione (sarebbe un rapper, ma mischia di tutto) arriva alla taranta, e guardate un po' chi è la guest star... Ah, sentite le parole, che anche qui è come per il tunnel: sembra una tarantella scacciapensieri, e invece è un'invettiva sui mali del Sud.

VIA D'AMELIO STRAGE SPARTIACQUE

Sedici anni fa, il 19 luglio, l'assassinio del giudice Paolo Borsellino e dei ragazzi della sua scorta che gli stavano accanto in via D'Amelio.
Quell'avvenimento è il vero spartiacque della storia italiana recente. La cosiddetta seconda repubblica, nel bene (poco) e nel male (tanto) cominciò quel giorno, nonostante vi abbiano raccontato cose diverse. E morì sul nascere la destra democratica italiana. Si perchè non molti ricordano che, mentre Falcone veniva accreditato di simpatie politiche di centrosinistra, Borsellino era dichiaratamente uomo di destra. E' notorio invece quanto i due fossero grandi amici e collaborassero in nome della legalità e dello Stato di diritto. Cose che stanno facendo di tutto per farci dimenticare, in nome di una malintesa sicurezza.
Ma basta parole: ascoltiamo direttamente Borsellino, intervistato da due giornalisti francesi poco tempo prima di morire (qui c'è la trascrizione).

L'intervista è stata trasmessa dalla Rai per la prima volta oltre dieci anni dopo e a notte fonda. Solo i pochi (si, non lasciatevi incantare: è di moda parlarne come un fenomeno di massa, ma a girare su Internet a informarsi è ancora una minima parte di italiani) che smanettano in Rete l'hanno vista. Merita: parla tra l'altro di un tizio a cui gli italiani (la maggioranza, qui si) hanno dato già tre volte mandato di governo.
Se dopo avere ascoltato le parole di Borsellino siete ancora lucidi, e avete il cuore in salute, andatevi a leggere questo documento: è un decreto del Tribunale di Caltanissetta, un atto ufficiale. E' di archiviazione, ma fa venire i brividi, almeno a chi ritiene che un conto sia la responsabilità penale e un conto quella politica. Se avete ancora a cuore la democrazia, stampatevene qualche copia, e andate a farvi una passeggiata alla festa dell'unità (lo slogan è Ciao, bella! che inversione significativa, specie a Roma...) e consegnatele ai cosiddetti leader del PD che vi doveste incontrare...

IL GASOLIO E L'ANTITRUST

Gira una email di un tale Avvocato Ugo Lenzi, riportata senza verificare (errore blu) anche da alcuni siti (un esempio) e persino da Giulietto Chiesa, che pretende di dimostrare che l'effetto composto del rincaro del barile del petrolio in dollari e del deprezzamento del dollaro rispetto all'euro sarebbe addirittura neutro. La benzina, cioè, dovrebbe costare quanto nel 2000!
Non è vero, basta una verifica sul sempre all'erta sito antibufala di Paolo Attivissimo per trovare i conti fatti bene: diciamo, per arrotondare che tanto sia oggi che nel 2000 cambiano ogni giorno sia i prezzi del carburante che i tassi di cambio, che il prezzo del barile si è triplicato, da 33 a 100 euro. Lenzi smascherato, si, ma si può dire "ok il prezzo è giusto"?
Il prezzo dei carburanti alla pompa è determinato solo in parte da costi e guadagni di petrolieri e distributori. Oltre la metà finisce direttamente all'erario sotto forma di accise e tasse varie, più naturalmente l'Iva. Ma se quest'ultima è naturalmente percentuale, le prime sono in quota fissa, cresciute nel tempo (qui da Wikipedia la tabella di dettaglio al 19 maggio scorso). Significa, per restare nell'ipotesi di un comportamento corretto dei petrolieri, che se riduciamo di un terzo il prezzo industriale e ricalcoliamo l'Iva, dovremmo ottenere facilmente, a occhio e croce, un prezzo simile a quello del 2000.
A quel tempo però un litro di verde veniva circa un euro e dieci centesimi, di gasolio novanta centesimi. C'era cioè una differenza di circa il venti per cento, corrispondente più o meno alla differenza di tassazione, premiante per il gasolio. La qual cosa ha spinto moltissime persone, per risparmiare, a comprarsi la macchina diesel. Se facciamo i conti all'indietro, alla carlona, troviamo dunque che il prezzo industriale, tasse escluse, della benzina è cresciuto in maniera compatibile con l'aumento del barile, tenuto conto dell'apprezzamento dell'euro. Invece, il prezzo industriale del gasolio, in un periodo (che coincidenza!) in cui quasi tutti hanno comprato vetture diesel, è cresciuto di un 25/30 per cento in più, il che con le tasse più basse ha portato il prezzo alla pompa alla pari con quello della benzina, recuperando il 20% di differenza.
Due domande:
  1. se ci fosse davvero concorrenza nel settore, questa evidente speculazione sarebbe stata possibile?
  2. se passassimo tutti al GPL, quanto tempo trascorrerebbe prima che petrolieri e distributori si mangino la differenza di prezzo dovuta anch'essa essenzialmente alla minore tassazione?

LA STORIA SIAMO NOI

Visto ieri notte il reportage de La storia siamo noi di Gianni Minoli sulla Salerno - Reggio Calabria.
Sembra un periodo semplice semplice ma invece va commentato punto per punto.
Visto ieri notte. Se tutte le sere, magari non a mezzanotte, la Rai mandasse in onda un reportage del genere, anche di argomento più frivolo ma trattato con lo stesso rigore professionale, si accetterebbe di pagare il doppio del canone, o magari lo stesso ma volentieri.
Il reportage. Morto Enzo Biagi, e purtroppo anche prima che morisse, questo fondamentale genere giornalistico è scomparso dalla televisione italiana. La storia siamo noi costituisce un'eccezione. Neanche il tanto lodato Report di Milena Gabanelli è all'altezza: è secondo in classifica ma con distacco, perchè ha registrato più di una caduta di stile e qualità dell'informazione (nel senso tecnico del termine: vicinanza alla fonte - se riporti cose dette da altri senza verificarle la qualità scende), e dietro c'è letteralmente il vuoto.
La storia siamo noi. E' un periodo che le frasi di DeGregori dimostrano in maniera lampante la loro profetica verità. Meglio di questa, portata su dal risultato delle ultime elezioni politiche, solo "legalizzare la mafia sarà la regola del duemila, sarà il carisma di Mastrolindo a organizzare la fila".
Gianni Minoli. E' questa la notazione più significativa. E prescinde da chi siano i bravi professionisti che hanno realizzato il programma: ce n'è tanti, ma se possono o meno fare bene il loro mestiere dipende dal Direttore. E qui è Minoli, craxiano di ferro, in Rai da una vita. Ai suoi tempi, era il peggiore, tanto da essere oggetto di una feroce quanto azzeccata caricatura di Corrado Guzzanti. Oggi, è il migliore. E, a parte qualche aggiustamento dei toni forse dovuto all'età, lui non è cambiato. Quanto fa due più due?
La Salerno - Reggio Calabria. Il reportage ha detto tutto: deviata dal suo percorso naturale per le pressioni politiche per interesse elettorale e personale del socialista cosentino Giacomo Mancini, i lavori iniziano nei primi anni 60 e praticamente non finiscono mai; la ristrutturazione avviata nel 1996 dall'allora ministro Di Pietro finalizzata soltanto a continuare a chiamarla autostrada secondo i canoni europei (visto che per 400 dei 443 chilometri resterà a due corsie!), sullo stesso tracciato della precedente (farla altrove sarebbe costato meno, avrebbe avuto impatto zero sul traffico, e alla fine avrebbe lasciato due percorsi alternativi), oggi si dice sarà completata nel 2012. Ma il giornalista se l'è fatta tutta in macchina e ha mostrato a tutti, e non solo ai poveretti che sono costretti a percorrerla, che ciò non sarà mai possibile. La parte più bella? La gragnuola di dichiarazioni dei vari ministri succeduti a Di Pietro, e dello stesso Berlusconi a Porta a Porta, sulla data di completamento, sempre qualche anno dopo la dichiarazione stessa. E l'alternanza dei due volti di un ingegnere, 37enne all'avvio dei lavori e anziano oggi, disincantato e ironico adesso, convinto allora nell'asserire che "da Salerno a Reggio si passerà dalle 10 ore di prima dell'autostrada alle 4 scarse dopo". Si, llallero! Da qualche anno a questa parte se non sei fortunato impieghi delle ore per arrivare a Reggio da Gioia Tauro...
La logica deduzione alla visione del programma, per i pochi che erano davanti alla tv a quell'ora, sarebbe un argomento in più al NO AL PONTE SULLO STRETTO. Forse è per questo che non vedremo mai programmi simili in prima serata.

STORIE DI SPORT CHE FU

Luglio è da qualche anno il periodo in cui cadono le compagini sportive, come ad ottobre dagli alberi le foglie.
La notizia è la sparizione dallo sport professionistico della squadra di calcio di Messina, per la seconda volta in dieci anni. Gli attuali dirigenti, che avevano addirittura riportato in serie A una città finita già una volta tra i dilettanti, hanno gettato la spugna, sepolti dai debiti.
Tre anni fa sempre a Messina sparì la squadra di basket, una meteora che però lascia alla città un bel palasport, così come il calcio un nuovo e bellissimo stadio: due cattedrali nel deserto, ora, come tante altre nel sud.
A proposito: dirimpetto, a Reggio Calabria, c'è un palazzetto di 9mila posti in progressivo sfacelo, da quando la squadra di Basket, l'anno scorso in questi giorni, ha definitivamente lasciato il panorama sportivo.
La vicenda è del tutto simile a quelle succitate, se non fosse che la Viola era oramai una realtà consolidata: in serie A dal 1983, aveva raggiunto numerose volte i playoff, superando spesso dei turni (una volta contro la Milano di Meneghin e McAdoo), e per ben due volte sfrangiando contro Treviso fondate speranze di scudetto. La squadra fu fucina di campioni assoluti, primo tra tutti quel Manu Ginobili più volte campione del mondo, e per lungo tempo, quando la Reggina calcio languiva nelle serie minori, unica espressione sportiva di vertice della Calabria e unica squadra di basket di vertice a sud di Roma.
La sua parabola è dunque un paradigma: sparita un anno fa, quasi nessuno ne parla più. Mi direte "embè?". Vi rispondo con un episodio.
Fine anni 80, Reggio è in piena guerra di mafia (centinaia di morti all'anno per le strade), e siamo in piena stagione di rapimenti. La Viola gioca a Pavia, partita difficile. I giocatori entrando in campo vedono uno striscione: "ridateci Cesare Casella". L'allenatore della Viola è un goriziano di ferro, Tonino Zorzi, una specie di Mazzone con ancora più carattere. Richiama la squadra negli spogliatoi: oggi niente riscaldamento, arringa i giocatori coi suoi modi bruschi, qualcosa come "oggi siamo tutti reggini, mostriamo a questa gente la faccia buona della città", e li lascia li a riflettere. Quelli tornano in campo e stravincono, giocando in maniera perfetta e inoltre correttissima, e uscendo tra gli applausi del pubblico di casa.
Questa era la Viola: la faccia buona della città, quando la città aveva una faccia buona...
P.s.: chi si dovesse chiedere perchè questo blog è nero e arancio, guardi bene la foto di Ginobili con la maglia della Viola...

LUGLIO COL BENE CHE TI VOGLIO

L'arresto di Ottaviano del Turco fa riflettere, sia perchè era un po' di tempo che un pizzicato non finiva in galera (per giunta, in isolamento...), sia perchè il giudice della procura di Pescara che ha guidato l'inchiesta è Nicola Trifuoggi, nientemeno colui che nel 1984 spense le tv di Berlusconi.
La cosa è un problema per i commentatori filoberlusconiani, e non tanto perchè non siano capaci (lo hanno più volte dimostrato) di risolvere l'empasse logico di essere contro i giudici quando hanno nel mirino quelli della loro parte e a favore quando inquisiscono esponenti del centrosinistra. Almeno, non solo. E' una sorta di chiusura del cerchio della vicenda apertasi coi soldi nel cesso di Chiesa nel 1992, nel cerchio più grande che è la sua collocazione naturale, cioè la lunga storia d'amore tra Berlusconi e l'Italia.
Infatti le leggi ad personam, per chi non lo ricordasse, non sono cronaca di questa legislatura, sono storia: la prima è il cosiddetto (appunto) decreto Berlusconi, con cui l'allora Presidente del Consiglio Bettino Craxi, compare in più di un senso dell'uomo di Arcore (in italiano si dice padrino, ma è meglio evitare il termine...), risolse proprio il nodo legislativo in base al quale Trifuoggi aveva oscurato le tv private che illegalmente trasmettevano in diretta nazionale.
Forse sarebbe il caso anche di ricordare che Rete4 e Italia1, fondate da altri editori, erano state da poco acquistate da Berlusconi, fondatore di Canale5, a quattro soldi: il perdurante divieto di diretta nazionale rendeva l'impresa poco redditizia. Chiaramente, sapendo che sarebbe stato rimosso i quattro soldi erano spesi benissimo...
Sarebbe il caso se non fosse che oramai un sospetto si è trasformato in certezza: quello che le furbizie al limite della legalità, e spesso oltre questo limite, tipiche dell'agire imprenditoriale e politico dell'uomo di Arcore, siano parte fondamentale del consenso che raccoglie. Gli italiani si riconoscono in questo difetto, che per loro semmai è un pregio, e anzi invidiano chi riesce a portarlo a quel livello. Perlomeno, una buona maggioranza di italiani.
Sono invece una minoranza quelli il cui senso di giustizia e legalità è così sviluppato da andare eventualmente anche contro l'interesse privatissimo. Per cui quando esplose Mani Pulite, è evidente che dietro all'unanime consenso (con tanto di monetine tirate in testa al deposto Re Craxi) per i giudici, c'era invece una grossa fetta di opportunisti (ad applaudire il boia c'è stata sempre una maggioranza di delinquenti), che mentre inveivano contro i padrini deposti già si guardavano attorno per cercarne di nuovi. E Silvio era lì, pronto da tempo, aiutato dal controllo sui mezzi di comunicazione di massa, come prevedevano i piani di Gelli.
Da allora, in quindici di attività politica, svolta con uguale efficacia dal governo come dall'opposizione, il filo rosso del berlusconismo è stato infatti l'attacco alla magistratura, e all'equilibrio tra i poteri di stampo liberale. In attesa della separazione delle carriere tra magistratura inquirente e giudicante con la prima sottoposta all'esecutivo (anche questa la trovate nero su bianco nelle carte della P2), peraltro velatamente prevista anche dal programma del Partito Democratico (si, siamo senza speranza), è di questi giorni il tentativo di strangolamento prima procedurale (la blocca processi, brandita per ottenere il lodo Alfano, avrebbe di fatto paralizzato i tribunali per anni) ed ora economico: i tagli alla Giustizia sono di tale portata che renderanno irreversibile una situazione già disastrata. Ma forse agli italiani va bene così, forse ha ragione chi rintraccia nella mancanza assoluta del senso di responsabilità personale il vero nocciolo dello spirito italico.
Tornando a Del Turco (Ottaviano, non Riccardo, che ci ha prestato il titolo del pezzo), infine, giova forse ricordare che il personaggio, adesso a capo di una giunta di centrosinistra, nasce sindacalista, e passa per la Commissione Antimafia e il Ministero delle Finanze dopo essere stato esponente di punta del PSI.
Quanti cerchi si chiudono, oggi.

ANNIVERSARIO DI RIVOLTA

Oggi 38 anni fa iniziava la Rivolta di Reggio Calabria, lo spartiacque di una storia cittadina. Sono state fatte molte letture della vicenda, ad uso politico di chi le ha fatte. Pochi però hanno sottolineato che probabilmente il senso intimo della faccenda era autenticamente popolare, e che la circostanza storica che furono i missini a capire questa cosa ha fatto si che Reggio diventasse "per sempre" una città di destra, quando invece se avessero fatto la stessa cosa i comunisti Reggio probabilmente sarebbe diventata "per sempre" una roccaforte rossa. Forse. Sicuro all'inizio dei moti c'era una componente anarchica, come dimostra il bel libro di Fabio Cuzzola, Cinque anarchici del sud. Una storia negata, Edizioni Città del Sole 2001. Che fra l'altro rende ragione di intrecci che sembra non ci fossero invece c'erano.
Resta il fatto che il sentimento popolare aveva ragione: il capoluogo non era un pennacchio, era il volano dell'unica forma di sviluppo che avrebbe visto il Sud negli anni a venire, quello legato ai potentati politici. Il polo universitario cosentino sarebbe rimasto un'isola nel deserto, il polo industriale reggino un'eterna (e sbagliata) promessa. Che giunge fino ai giorni nostri con l'assurda proposta di riconvertire i rottami del Liquichimico di Saline Joniche in una centrale a carbone.

BLOGICAMENTE

Le canzoni e le poesie non si spiegano. Le testate si. Controinformo per diletto più che una testata è una dichiarazione d'intenti. Che deriva da un modo di essere: così curioso da aver provato tante cose, e svagato da non avere fatto una professione (o anche solo una rendita, un ricavo) di nessuna di esse, o quasi. Dilettante, si, ma poliedrico.
Di conseguenza, non so quanti altri blog ho provato a tenere: sono troppo pigro per aggiornarli regolarmente e li lascio morire. Stavolta ci provo con maggiore convinzione, visto che la conclusione di altre esperienze comunicative mi rende necessario uno spazio espressivo. Vedremo se dare un minimo di organizzazione alla cosa mi aiuterà nel tentativo. Di ciascuno dei miei interessi piano piano che ci sarà qualcosa da dire verrà fuori una categoria di questo blog: cinema, libri, musica pop rock, salsa, tennis, basket, politica, economia, comunicazione, e quant'altro verrà in mente a me o a chi volesse interagire con me.
A presto.

LA VITA COMINCIA...

Come fare quando vuoi mandare un pensiero pubblico a qualcuno che non ama i social , non è nemmeno su facebook , e forse nemmeno più segue ...