UNITA' D'ITALIA, FU VERA GLORIA?

Arriva il 2 giugno, e come sempre per i molti giorni precedenti i romani si debbono sobbarcare un surplus di traffico dovuto ai palchi montati su via dei fori imperiali perchè una moltitudine di "privilegiati" (ma de che? sai che palle dev'essere sta cosa, come dimostra il berlusca nella foto...) possa assistere comodamente alla parata militare.
Di buono c'è solo che dopo qualche anno in cui era stata tolta hanno reintrodotto la giornata festiva e dunque non si lavora. Per il resto si tratta solo della riedizione di una pagliacciata che, non dimentichiamolo, inaugurò in quella location il predecessore dell'attuale "
dittatore con troppo poco potere" (ipse dixit), al secolo Benito Mussolini, che distrusse un quartiere storico della Capitale e tutti i reperti archeologici che ci stavano sotto per fare bella figura con Adolf Hitler in "una giornata particolare"... Già soltanto questo sarebbe un ottimo motivo per non celebrare la festa della Repubblica con una sfilata di quel genere in quel posto, ma vabbè oramai è tradizione...
Quest'anno in più c'è il fatto che questa ed altre manifestazioni già retoriche di per se avverranno nel quadro delle celebrazioni del 150mo anniversario dell'Unità d'Italia. Un uragano di insopportabili luoghi comuni ci investe proprio mentre una linea politica dettata da un partito separatista fa strage della nazione italiana vera, quella nata dalla resistenza al nazifascismo che aveva fondato lo Stato sociale nei decenni successivi. Abbiamo già parlato della faccenda federalismo e dei suoi per niente remoti terribili rischi, ma credo che ci torneremo spesso. Oggi, con il contributo di un lettore, che come si dice "
riceviamo e volentieri pubblichiamo", perchè come diceva con efficacissima sintesi il mio professore di storia e filosofia al liceo "Garibaldi è partito da Quarto con mille avanzi di galera smorbillati, come non si sà è riuscito a conquistare tutto il Sud, poi il re dei Savoia gli ha detto 'dammelo subito', lui gli ha risposto 'obbedisco', e ci ha rovinati!".
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Caro Cugino, in questa stagione di celebrazioni retoriche sull'Unità d'Italia vorrei cercare di fornire un punto di vista “non ufficiale” e fuori dal coro, rispondendo a questa domanda, io credo legittima: la spedizione antiborbonica del 1860 rappresenta realmente il mito fondante della nostra italica patria o c’è anche dell’altro? Non ho la pretesa di fornire verità definitive quanto piuttosto stimolare nel lettore curiosità legittime e invitarlo all’approfondimento critico di quello che i libri di scuola ci hanno imposto come certezza storica.
Curiosità e domande, dunque.
  • Partiamo da una considerazione di carattere temporale: nove mesi furono sufficienti a spazzare via, azzerandolo, un regno importante e secolare, ricco e organizzato, in taluni casi tecnologicamente all’avanguardia, il Regno delle Due Sicilie. Tale fu il tempo intercorso tra lo sbarco dei Mille a Marsala e la resa dell’esercito borbonico a Gaeta. Il ricorso postumo a plebisciti-farsa (noi italiani siamo considerati in questo degli specialisti) aveva dato copertura internazionale ad una machiavellica operazione di esportazione della democrazia ante litteram. Erano veramente “buoni italiani” quelli intervenuti a liberare i loro sfortunati fratelli del sud, vessati da una monarchia arretrata e straniera (ed era veramente tale, questa monarchia)? E come mai le truppe regolari piemontesi, entrando nel Regno delle Due Sicilie dagli Abruzzi, non dichiararono mai guerra a quello stato sovrano, invadendolo in violazione di ogni più elementare legge del diritto internazionale?
  • La democrazia forzosa, basata sul sistema di censo piemontese, garantiva il voto ad una ristretta cerchia di nobili e ricchi borghesi, promuovendo al parlamento delegati eletti con poche centinaia di voti: era questo il desiderio e la priorità delle masse popolari del sud?
  • Il ruolo internazionale dell’Inghilterra e le sue mire sul Mediterraneo fornì alibi politici e denaro contante per l'avventura garibaldina (e le corruttele che piegarono la resistenza della macchina bellica borbonica): questo rappresentava realmente l’interesse del popolo italico nel suo insieme (nord, centro e sud)?
  • L’esercito dei vinti, formato in gran parte da contadini, carbonai, pastori del meridione, pagò un forte tributo di sangue in quella che dovrebbe essere considerata la prima guerra civile italiana: 2700 morti, 20000 feriti, migliaia di dispersi e migliaia di deportati al nord, in carceri con condizioni di vita a volte disumane (situati sulle Alpi a oltre 2000 m. di quota, senza alcuna forma di riscaldamento). Molti di questi deportati non fecero mai ritorno alle loro case. La domanda qui è: chi ha inventato i campi di concentramento?
  • Tra il 1861 ed il 1865 gli sbandati dell’esercito borbonico, coloro che non vollero arrendersi ai piemontesi, si riunirono sulle alture appenniniche di Lucania, Campania e Calabria per resistere, con la  guerriglia, all’invasore piemontese. Assieme ai civili che ne ingrossarono le file, furono considerati “briganti”, e subirono una scientifica eliminazione che allungò il tributo di sangue del sud: 5200 morti, 5000 arrestati, 3500 consegnati alle forze piemontesi, per un totale di oltre 13000 uomini messi fuori gioco. Quanto sopra detto è verificabile dagli archivi militari italiani, da quelli borbonici e dai carteggi privati di militari delle due parti in conflitto. Non resta traccia nei documenti, ma nella memoria popolare ("arrivano i piemontesi!") si, dei contadini che venivano considerati fiancheggiatori e sterminati: interi paesi rasi al suolo, con stupri e saccheggi. In ogni caso, di tutto questo nella storiografia ufficiale, e quindi nei testi  scolastici, non si fa alcuna menzione: perché?
A chi ha ancora un cervello pensante l'onere di darsi le risposte. Secondo me, molto modestamente, l'unità d'Italia è solo l'ennesima occasione in cui il motto “guai ai vinti” ha dimostrato la sua universale valenza.


Pasbas

COME SI CAMBIA

Questo blog nasce nel luglio 2008: la ristrutturazione grafica arriva pertanto oltre ogni limite temporale indicato da qualsiasi manuale del buon uso del web. Ma l'utility di blogger che lo consente è neonata: prima per modificare il layout ci volevano conoscenze tecniche che io, che ovviamente col computer smanettoperdiletto, non ho.
Comunque, ci siamo. Mantenendo il neroarancio di omaggio alla Viola Basket, quella di una volta non gli usurpatori di oggi, e il viola di ossequio sia a quel nome che alla resistenza antiberlusconiana, cambia quasi tutto il resto. Mi piacerebbe sapere se vi piace, ma è già tanto avere raggiunto, grazie anche alla piattaforma Net1news, qualche decina di lettori giornalieri, figurarsi se mi aspetto sfilze di commenti...
Tanto comunque questa è una dittatura, a differenza di quella politica che si fa passare per democrazia, dichiarata: qui comando io.
A proposito, negli ultimi tempi ho aggiunto alcune pagine sotto la testata, che costituiscono una specie di declinazione in dettaglio (la musica, il tennis, il ballo, l'adozione a distanza, e in arrivo i libri) del mio profilo di dilettante per vocazione: fatevici un giro, se volete sapere chi sono, o perlomeno chi dico di essere....

PARALLELO 38

L'attualità della legge bavaglio e la realtà di anni di precariato dicono che non sarebbe stata una scelta saggia, ma io, già da piccolo, da grande volevo fare il giornalista. A poco più di vent'anni, universitario idealista, mi imbattei in Giuseppe Reale, ai tempi già ex deputato impegnato con una casa editrice e una rivista dallo stesso suggestivo nome, Parallelo 38. Esponente democristiano all'epoca di una certa notorietà anche nazionale, figlio adottivo innamoratissimo della sua città di adozione, Reale era stato tra i pochi dell'arco costituzionale a schierarsi con Reggio Calabria nella disputa per il capoluogo di regione, e forse per questo quando lo conobbi io era piuttosto fuori dai circuiti politici dominanti. Tant'è che cominciai a lavorare con lui, nonostante fossimo opposti per età, esperienza, credo religioso e fede politica.
Parallelo 38 aveva per anni combattuto la battaglia ideale dell'europeismo, parliamo dei tempi in cui si sognava una unione politica ed economica prima che monetaria, ma quando mi ci avvicinai io la sua linea editoriale era virata sul mediterraneismo, a seguito della presa di coscienza del fatto che Italia e Calabria fossero periferia d'Europa ma centro del Mediterraneo, e che la geografia e la storia stesse suggerivano dove bisognasse guardare. L'immigrazione era appena cominciata. In quest'ottica, un manipolo di ragazzi entusiasti, tra una correzione di bozze e un'etichettatura manuale per la spedizione, scriveva di sogni come la democrazia elettronica, la lotta alla corruzione e alla mafia, l'elezione diretta del sindaco, per nessun compenso che non l'autoremunerazione ideale e la crescita personale sotto cotanta guida. Così, quando Reale nel 93 accettò di farsi nominare sindaco da un Consiglio comunale in preda alla bufera giudiziaria, di fatto portando Reggio dall'essere probabilmente la prima città a sperimentare un sindaco eletto dal popolo (con la nuova legge elettorale che avevamo salutato come una nostra vittoria) ad essere l'ultima, decisi che non c'era ragione per continuare a collaborare...
Reale è morto 92enne in questi giorni (qui il commiato di Giusva Branca su Strill), ma non ne parlo per rendere pubblico il mio personale cordoglio, pur essendo un blog una sorta di diario pubblico e quindi lecito questo tipo di operazioni. Il fatto è che rintraccio nella cronaca di questi giorni un filo che può riallacciarsi al percorso ideale di Parallelo 38 (nella foto la stele fatta erigere da Reale al passaggio del parallelo, con gli stemmi delle città più famose da lui attraversate: Atene, Smirne, Seul, Cordoba, San Francisco e appunto Reggio Calabria), appena ricordato.
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La crisi greca, infatti, ha messo a nudo la fragilità di una costruzione europea basata essenzialmente sulla moneta, e le contromisure prese sembrano proprio sempre le stesse opportunistiche catene con cui le autorità finanziarie mondiali stanno imprigionando tutti i principi in cui ci hanno insegnato credere. E se non vogliamo sbrigarcela come Barnard, che nel corso di una delle sue analisi peraltro lucida afferma che Prodi è un criminale dimenticando che a farlo si sta in pessima compagnia, dobbiamo essere alquanto analitici.
Della questione greca, e di quella italiana ad essa strettamente connessa, come adesso ammette per interposta persona anche chi trasuda sempre ottimismo per scelta di marketing, c'è infatti da fare una doppia lettura: da un lato, va bene rimarcare - come ho fatto anch'io qui nei giorni scorsi - l'eccessivo potere degli organi monetari sovranazionali e la legittimità di un pensiero politico che miri a ridimensionarlo, attraverso magari anche quella riforma della finanza che si spera non resti un pennacchio elettoralistico di Obama; dall'altro, occorre ritornare con la mente al dibattito sull'introduzione dell'euro e al perchè molti di noi allora furono favorevoli. L'accesso alla moneta unica, infatti, era in quella fase subordinato al rientro in una serie di parametri che implicavano la riduzione drastica del deficit corrente e del debito pubblico: si sperava, allora, in un momento in cui stavamo davvero sfiorando la bancarotta, che la costrizione "fisica" della moneta unica fosse l'unico strumento con cui era possibile ridurre gli italiani a un comportamento virtuoso. Questo non si è compiuto, nonostante incoraggianti inizi, ma per tutta una serie di ragioni che con le sciagurate politiche dell'FMI entrano poco; infatti:
  • gli italiani hanno sopportato per pochissimo tempo di essere governati da chi si ponesse il problema dei bilanci pubblici, mettendo per ben tre volte in sella chi prometteva loro di fregarsene;
  • nel dettaglio, occorreva una morigerazione della dinamica stipendiale dei dipendenti specie pubblici, una riforma delle pensioni, una seria e prolungata lotta all'evasione e alla corruzione; ebbene, la concertazione ha bloccato gli stipendi, mille riforme hanno portato il pubblico impiego a standard accettabili, le pensioni sono state riformate più volte fino a farci smettere di desiderare di campare a lungo, ma l'evasione e la corruzione sono sempre più fuori controllo, toccando vertici mai visti in democrazia, ed ancora oggi si annunciano manovre con questo impianto complessivo: perchè bloccare gli stipendi e non piuttosto, ad esempio, stangare chi ha aderito allo scudo fiscale? è vero, si  mancherebbe alla parola data, ma anche l'adeguamento degli stipendi all'inflazione programmata era stato promesso, ed è meglio ingannare ricchi delinquenti che poveri onesti cittadini;
  • nel frattempo, è stato creato quello che Marx chiamava "esercito industriale di riserva": precarizza di qua, flessibilizza di là, non c'è quasi nessuno in Italia sotto i trent'anni con un lavoro fisso e dignitoso - poveri ragazzi che vengono utilizzati anche per esternalizzazioni di servizi prima pubblici, che guardano in cagnesco quelli più grandi di loro che hanno uno stipendio fisso, e che per avere una casa propria devono sperare nei soldi dei genitori o nella loro dipartita precoce;
  • per guidare l'introduzione dell'Euro il governo Prodi aveva istituito una Commissione che si sarebbe dovuta occupare di gestire la transizione; si trattava di metter su iniziative tipo una verifica generalizzata e dettagliata dei prezzi al consumo e all'ingrosso prima e dopo lo switch-off, ma non sappiamo se la Commissione le avrebbe avviate o meno, perchè questa fu sciolta dal neonato governo Berlusconi appena insediato, al solo evidente scopo di consentire a una parte di cittadini, presumibilmente elettorato proprio, di arricchirsi alle spalle di un'altra parte (fu così che il commercio in pratica applicò un tasso di cambio di 1000 lire un euro), col non trascurabile sottoprodotto di poter dire ai defraudati che la colpa era di chi aveva voluto l'introduzione della nuova moneta (il "criminale" Prodi);
  • il disegno unitario europeo nel frattempo subiva un ulteriore stravolgimento: si preferiva ampliare piuttosto che approfondire, ed anche se l'allargamento dell'Unione non si estendeva automaticamente all'area euro, esso da un lato privava via via di senso i parametri di Maastricht (mettere sullo stesso mercato soggetti con vincoli diversi in termini di virtuosità di bilancio è come mischiare mele marce e mele sane nello stesso cesto: prima o poi avviene un allineamento in basso) e dall'altro allontanava sine die il lato "politico" del progetto, quello che doveva portare dall'unione monetaria all'unione di politiche economiche e fiscali all'unione politica.
In questo contesto, all'interno peraltro di un contesto mondiale di eccessiva finanziarizzazione dell'economia che prima o poi era facile prevedere avrebbe mostrato la corda, l'attacco speculativo ai carri più deboli del carrozzone era solo questione di tempo. Ed eccoci infatti alla cronaca del caso greco, ed alla sua "soluzione" tanto assurda quanto interna alle logiche stesse che hanno portato alla sua esplosione. Prestiti ad interesse, questo stiamo dando ai greci; ma se l'UE fosse uno Stato unitario dovrebbe aiutare le sue regioni più deboli per salvare se stesso, non far si che le regioni meno deboli facciano da strozzine, in attesa che qualcun altro debba fare lo stesso a loro e così via fino ad aver consegnato al Governo Monetario Mondiale le chiavi dell'Unione e delle catene dei suoi sudditi.
Infatti, pochi giorni dopo aver partecipato al "salvataggio" della Grecia recitando il consueto mantra dell'ottimismo, del "noi siamo stati i migliori del mondo nei confronti della crisi per questo ci ha colpito meno di altri" che ci propina da due anni grazie al monoblocco informativo che gli fa da endo ed esoscheletro, Berlusconi improvvisamente ci manda a dire che servono "lacrime e sangue" per "non finire come la Grecia". E di nuovo punta a distribuire lacrime e sangue dove crede di colpire meno il suo elettorato e gli interessi suoi e dei suoi sodali (leggete bene la manovra, è quasi incredibile la faccia di tolla). Deve ringraziare, ancora una volta, soltanto il fatto di non avere di fronte un'opposizione credibile, che in qualsiasi altro paese civile avrebbe fatto occupare le strade e le piazze dai milioni di cittadini che vengono tartassati per consentire ai soliti noti di continuare un altro po' ad ingrassarsi. A parte Vendola, il PD tace (peggio, parla di opposizione responsabile, a un governo di irresponsabili) : non è colpa di Grillo se dobbiamo sentire da lui che prima di toccare i pensionati e togliere l'elemosina agli invalidi bisogna congelare la TAV e il Ponte sullo stretto, abortire il progetto nucleare, abolire TUTTE le province e stoppare il federalismo fiscale almeno fino a che non si scopre la verità su quanto diavolo ci costerà, dimezzare le prebende della Casta e non limarle di un 10% che sa di presa per il culo, eccetera. Ci fosse un soggetto politico con questa linea, quanto elettorato conquisterebbe di quello emerso, e quanto di quello dormiente?
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Torno sulla traccia: dall'Europa al Mediterraneo. Non è vero che il progetto Unione Europea è figlio della globalizzazione a guida finanziaria, perché invece sua madre è la notte di tragedia culminata con la seconda guerra mondiale e suo padre il consesso di idee volto a impedire di ripiombarvi. I monetaristi sono arrivati dopo, ad appropriarsi prima dei Paesi a capitalismo più maturo poi del progetto unionista. Non è un caso, se ammettiamo che il monetarismo e la finanziarizzazione dell'economia sono tentativi estremi del capitalismo di sfruttare fino in fondo, ben oltre la soglia di schiavizzazione dei lavoratori, un modello di sviluppo che ha i suoi limiti nella fisica, perchè è iperbolico laddove il sistema di riferimento in cui agisce è finito, come dimostra da ultimo l'incidente della piattaforma petrolifera in America, che non è casuale ma figlio dell'esigenza di andare a prendere il petrolio dove si è al limite della capacità tecnica per farlo e ben oltre la capacità economica di sostenerne i rischi. Ma il consesso di idee di cui sopra, di cui è figlia anche la nostra Costituzione, sapeva bene queste cose: non a caso l'articolo uno della nostra Carta dice che l'Italia è fondata SUL LAVORO. E' su questo pilastro che avevano fatto leva persino i regimi nazifascisti: la società deve avere a suo fondamento l'elementare concetto che esistono alcuni diritti fondamentali che devono essere garantiti per ogni suo membro, e un lavoro su cui ciascuno possa fondare la sua progettualità è il primo di questi. Gli altri elementi del sistema capitalista devono pertanto essere trattati da variabili dipendenti: è se ciascuno ha un lavoro retribuito sufficientemente e relativamente stabile, che tutto il resto prima o poi va a posto, semmai, se no gli cambiamo posto. Se invece tagli gli stipendi, o fai in modo che non si possa mai averne uno fisso, come diavolo pensi che possa sussistere una domanda interna ad assorbire una qualsivoglia produzione?
Per cui, se si vogliono evitare scenari catastrofici su scala mondiale come quelli descritti qui, delle due l'una: o si fa in modo che l'Europa torni ad essere quella che i suoi padri fondatori avevano immaginato, fondata sul lavoro il welfare e i diritti civili dei suoi cittadini, o il progetto è destinato a fallire miseramente. Se metti a contatto due sistemi, uno in cui i lavoratori sono garantiti e uno dove non lo sono, presto o tardi i lavoratori non saranno garantiti nemmeno nel primo, altrimenti le sue imprese non saranno in grado di competere. L'Unione economica europea nasce perchè questo proposito, se vogliamo protezionista, potesse realizzarsi in un'entità con una massa critica tale da poter esportare il suo modello e contagiare i sistemi con cui veniva in contatto piuttosto che viceversa, ed è esattamente questo che è mancato nella globalizzazione. Si doveva tenere duro, per far si che americani prima e cinesi poi adottassero il nostro modello, anche se questo significava crescere meno sia come numero di Stati membri che come PIL. Non so se siamo ancora a tempo per riprendere quell'antica traccia, ma la crisi mondiale potrebbe essere un'opportunità per farlo. Altrimenti non resta che il piano B: ognuno pensi per se, e l'Italia smetta di guardare all'Europa, metta (cito Reale) un compasso con la punta su Reggio Calabria e il pennino a Milano, e cominci a immaginare un'entità sovranazionale che comprenda i Paesi anche di poco dentro quel cerchio. E chiami - non è una battuta - Chavez come consulente.

LA NOTTE E' MAGGIORENNE

Come oggi diciotto anni fa iniziava la lunga notte che stiamo attraversando. In un "attentatone" di tipo parabellico, perché da sempre la mafia comunica anche attraverso le modalità in cui uccide, morivano Giovanni Falcone la moglie e parecchi elementi della sua scorta. Neanche due mesi dopo, sarebbe stata la volta del suo amico e sodale nella lotta Paolo Borsellino, con modalità simili. Com'è andata davvero lo sapranno, se sono fortunati, i nostri nipoti. Sappiamo che la mafia decise di alzare il tiro dopo che i moribondi partiti cui era storicamente avviluppata erano stati costretti da tangentopoli a tagliare i cordoni della borsa e dall'opinione pubblica a stringere quelli della legge. La prima vittima simbolica fu l'andreottiano Salvo Lima, per decenni tramite tra la mafia e una delle correnti fondamentali della DC. Andreotti, ancora oggi venerato senatore a vita, ha affrontato (e si, il fatto che lo abbia fatto, e con dignità, mentre altri non hanno fatto altro che sottrarsi, è già una cosa...) un lungo processo che si è concluso con una sentenza che il mainstream riporta di assoluzione, ma che a leggerla fa venire i brividi: statuisce nero su bianco la sua contiguità con la mafia dandola per dimostrata ma prescritta fino al 1980 e poi non più sufficientemente dimostrata. Poi fu guerra, prima contro i capi tribù Falcone e Borsellino, con pura logica da film western, poi con attentati terroristici a ripetizione, nel cuore dei centri d'arte. Infine, qualcuno convinse la cupola che c'era un'altra strategia possibile alla distruzione dell'aereo che avrebbe fatto precipitare tutti anche i distruttori, entrare direttamente nella cabina di pilotaggio mettendo ai comandi un fantoccio, abilissimo peraltro nel marketing e quindi a creare consenso tra i passeggeri.
Andò così? Ripeto, sarà la storia a dirci com'è andata davvero: oggi siamo solo alle prime inquietanti rivelazioni. Noi adesso ripensiamo a quei giorni con gli occhi del figlio di Borsellino, grazie a questa splendida intervista di Repubblica. E poi ce la cantiamo, coi Modena City Ramblers, la storia di quel sogno che nel 92/93 ci parlava di un'Italia che, finalmente libera da Yalta, poteva affrancarsi dai suoi vecchi padroni, mafia e USA, e dai suoi endemici mali, in parte derivanti proprio dalla situazione di blocco prolungato cui soggiaceva da 45 anni, corruzione e irresponsabilità. Il sole di quel sogno si è interrotto, la notte è iniziata 18 anni fa con nubi di tritolo, ma finché c'è memoria non si sa mai...

DEMANI E DEMONI DI DOMANI

Siamo senza speranza e ogni giorno arrivano di ciò nuove dimostrazioni.
Oggi in commissione è stato approvato il federalismo demaniale, primo passo verso il federalismo fiscale. Ora, il grave non è che il dieci per cento dei votanti, cioè il 6 per cento degli italiani, concentrati in poche regioni, possa per un gioco di ricatti incrociati decidere per il restante 94 la vendita dei gioielli di famiglia, gli ultimi dopo vent'anni di privatizzazioni selvagge che non si sono mai dimostrate di una qualche utilità al cittadino e spesso di molto danno (mentre invece favorivano i soliti noti), appicicandogli un'etichetta demagogica e fasulla. Il grave è che dietro a questa colossale panzana corrono tutti, da quando un tipo rozzo e incolto ha biascicato la parola federalismo la prima volta, e infatti oggi l'approvazione del sacco del demanio italiano ha visto il voto favorevole dell'Italia dei Valori e l'astensione del Partito Democratico. Che non esista un'opposizione parlamentare e quindi nemmeno una democrazia formale era già dimostrato, ma fa male constatarlo una volta di più e su questioni così importanti.
La faccenda, detta facile facile, è questa: tutti i beni demaniali che non abbiano estensione sovraregionale diventano di competenza dell'ente locale nel cui territorio insistano. Il problema è che si tratta di enti quasi tutti con enormi difficoltà di bilancio (grazie anche all'abolizione dell'ICI sulle case dei ricchi, su tutte le altre l'aveva già tolta Prodi ma nessuno lo dice mai...), e che si tratta di beni quasi sempre dai costi di gestione proibitivi anche per enti senza problemi finanziari. Di conseguenza gli enti locali si affretteranno a venderli agli anemoni di turno, ottenendo di respirare un po' mentre si fa un favore agli amici degli amici: mica male, no? Salvo che siamo davvero al fondo del barile, e anche se questo fosse lo strumento per un risanamento definitivo ci sarebbe da essere perplessi sul suo utilizzo; di fatto, per di più, storia e cronaca ci insegnano che laddove risanamento ci sarà i suoi effetti saranno momentanei, e il prossimo buco si potrà tapparlo solo aumentando le tasse locali (intanto dovrebbe essere approvato il federalismo fiscale, no?), come una famiglia dopo che ha venduto i gioielli e i mobili non può che rivolgersi al cravattaro pure per fare la spesa...
Nel frattempo, viaggia ad ampie falcate anche la formale fine della libertà di stampa e di parola. Dal divieto di pubblicare gli atti giudiziari rivolto soltanto alle testate giornalistiche cartacee o telematiche, già di per sè assurdo e antidemocratico, si è arrivati pian pianino alla censura verso il più piccolo blog che "fomenti odio" (sic!), tramite obbligo di rettifica e pene pecuniarie astronomiche per i blogger e sufficienti per fare scattare i provider. Che dire? Io sono in difficoltà persino per una multa di divieto di sosta, se passa la legge o scrivo di minchiate o chiudo il blog. Intanto mi sono fatto un backup dei contenuti, non si sa mai potrei andare in Zimbabwe e farmi pubblicare un libro per tramandarli ai posteri, e invito tutti a fare lo stesso con uno dei tanti programmini freeware disponibili sul web. Poi sarei propenso ad accogliere la proposta di Carlo Bertani, lasciando in home un post con su "pubblicazioni sospese per legge: ci risentiamo al ripristino della libertà di opinione" in attesa di tempi migliori. Questo, signori, potrebbe succedere nel giro di pochi giorni, a meno che Fini non decida finalmente di crescere, dando un seguito concreto al teatrino di poche settimane fa, e voti contro magari riuscendo a far cadere il governo, semprechè ovviamente non arrivino i nostri di UdC PD e IdV a soccorrere i liberticidi. E non è un'ipotesi peregrina, purtroppo...

COLPEVOLI EVASIONI

Molti hanno commentato i dati pubblicati da contribuenti.it, secondo cui l'evasione fiscale in Italia ammonterebbe a oltre 150 miliardi di euro l'anno. Quasi 400 miliardi di reddito imponibile occultato, tra economia sommersa (135), economia mafiosa (180), grandi imprese (30) e società di capitali medio-piccole (il resto). In particolare, oltre 4 su 5 di queste ultime dichiara redditi negativi (53%) o inferiori a 10 mila euro (28%) l'anno. In pratica, 650mila società tramite cui riescono a trovare il modo, più o meno legale poco importa, di non pagare le tasse, soggetti che girano col cayenne e fanno la bella vita mentre voi non arrivate a fine mese. Ad essi andrebbero aggiunti una marea di lavoratori autonomi e piccole imprese che dichiarano redditi da fame e allora non si capisce com'è che continuano a tenere aperto un negozio in cui lavora un tizio che secondo l'erario o è più ricco di loro o non esiste, ma li teniamo fuori sia perché in totale fanno "solo" 10 dei 150 miliardi di cui sopra, sia perché tra essi c'è tanta gente che fatica davvero a sbarcare il lunario, sia perché non è proprio il caso di rinfocolare la guerra tra capponi (chi non capisce si cerchi Renzo quando va dall'azzeccagarbugli, ne I promessi sposi) coi lavoratori dipendenti specie pubblici, come fa chi raccatta popolarità spicciola straparlando di fannulloni.
No, il fronte è comune. E lo si capisce ancora di più se alle immense somme di cui sopra aggiungiamo quelle, solo in parte sovrapponibili, relative alla corruzione, di cui spesso l'evasione è premessa necessaria. Il solito Travaglio mette in filo logico le cose, per chi ce la fa a seguirlo. Ma in un Paese deberlusconizzato Travaglio sarebbe uno di destra, come Di Pietro, di una destra rispettabile per cui si potrebbe anche votare, ma sempre di destra. A sinistra invece l'ultimo che la diceva chiara su corruzione e moralità è stato Enrico Berlinguer. Dopo, hanno flirtato con le banche e cercato di scalarle, anziché additarle come dovevano a responsabili ultimi dei latrocini. Se facessimo un sondaggio, la percentuale di chi sa che le banche centrali sono private e non statali, e che gli azionisti delle banche centrali sono in gran parte quelle banche private che dovrebbero esserne controllate, sarebbe irrisoria.
Ora, se teniamo presente che il debito pubblico è frutto esattamente del signoraggio bancario (i soldi sono di banche private che li prestano a interesse agli Stati), della corruzione e dell'evasione fiscale, allora a sinistra basterebbe uno anche un po' ignorante che dicesse "ragazzi, se votate per me non toccherò mai pensioni (la gestione pensionistica e contributiva dell'Inps è sanissima, lo sapevate? se riportassimo l'assistenza sotto la fiscalità generale non ci sarebbe mai stato bisogno di una riforma pensionistica) e redditi da lavoro dipendente, ma sarò spietato contro i medi e grandi evasori (per i piccoli, Studi di settore condivisi e "rafforzati" fino a configurare quasi un forfettario) e contro la corruzione pubblica e privata", uno così stravincerebbe le elezioni anche domani. E quando i signori della finanza mondiale osassero attaccarlo con la speculazione, rinazionalizzerebbe la Banca d'Italia e regolamenterebbe sistema bancario e mercati finanziari,  e se quelli insistono dichiarerebbe default e non pagherebbe i debiti, mandandoli falliti e lasciando intatta la propria capacità di onorare i sottoscrittori di titoli di stato a medio e lungo termine, ancora da noi in gran parte famiglie italiane. Sembra un ritratto di Chavez, mi rendo conto, come mi rendo conto dei rischi che si corrono a mettersi contro FMI  e compari, ma per fortuna già ci sono altri soggetti che di questa gente cominciano a infischiarsene, come il Venezuela e tanti altri Stati dell'America latina, la Russia, l'Iran, la Cina stessa, l'India. I prossimi padroni del mondo, insomma: si tratta di scegliere bene e presto da che parte stare. Gli americani, prima di crollare, cercheranno in tutti i modi di trascinare con se, e magari al posto loro, chi non si sottrae dal loro abbraccio.
Ma una sinistra degna di questo nome non c'è, e allora eccoci con questa "destra" che si prepara a salassarci dopo aver vinto le elezioni criticando i salassi altrui, colpendo i soliti noti ma lasciando liberi i mafiosi di controllare 4 regioni e il traffico di droga mondiale, gli intrallazzisti di riportare in Italia i soldi sporchi a prezzo scontatissimo (in pratica, un incentivo a portare tutto all'estero anziché pagare le tasse), i corruttori di corrompere e i politici e affini di essere corrotti, le società di falsare i bilanci e di magheggiare per non pagare le tasse, in compenso impedendo che in futuro cose di questo genere le possiamo mai più venire a sapere.
Io ho firmato, contro il bavaglio all'informazione e alla rete, blog ininfluenti come questo compresi, fatelo anche voi qui. Anche se fanno quello che vogliono e quindi firmare magari non serve a niente, fatelo, o sarete complici del fatto che non saprete nemmeno più che uso stanno facendo dei soldi che vi continuano a rapinare dalle tasche.

LA MOSTRA E IL MOSTRO

Quando è partita l'abbiamo salutata, mentre viaggiava ogni tanto gli si dava uno sguardo, ora che è arrivata, la Marcia mondiale per la pace e la non violenza, dove si saranno cacciate le istanze che portava, visto che ovviamente sono tutt'altro che risolte?
Beh, ad esempio a Roma in via Appia Antica 42, dove dal 15 al 22 maggio dalle 9 alle 18 è possibile visitare la Mostra didattica per la pace e la non violenza, ingresso libero: fotografie installazioni grafiche dipinti scritti proiezioni poesie, insomma per dirla con un termine abusato, multimediale. La sede è quella del Parco Regionale Appia Antica, l'organizzazione del Terzo Istituto Statale D’Arte di Roma, l'obiettivo - ambizioso come è doveroso che sia a quell'età - "consegnare al futuro immagini che siano d'ispirazione per un mondo libero dalla paura del prossimo e dall'assurdità della guerra".
Tra i vari appuntamenti, il 16 maggio alle 17,00  un reading musicale sul risentimento e le esperienze guidate, il 20 maggio alle 10,00  un incontro sulla nonviolenza con le associazioni promotrici della Marcia Mondiale e a seguire il concerto "interattivo" di percussioni  Drum Circle.
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Non serve essere a Roma invece per andare a vedere Draquila della Guzzanti. Anche di questo ho già parlato, ma sulla fiducia; ieri invece l'ho visto, e vi assicuro che è non solo il lavoro migliore di Sabina, ma supera per qualità anche gli ultimi lavori del maestro del genere cui viene accostata, Michael Moore. Il documentario, infatti, oltre a scivolare via a dispetto dell'etichetta di genere, è staordinariamente equilibrato, anzi: è proprio lasciando voce ai berlusconiani sfegatati che prova meglio le tesi da cui parte. Che poi sono dimostrate anche a priori, dal fatto stesso che, prima ancora di stabilire chi ha torto e chi ha ragione, per sentire l'altra campana in Italia oggi devi sperare in una matta che giri un film e riesca a distribuirlo. Grazie anche allo straordinario contributo degli anatemi istituzionali ricevuti, che gli hanno fruttato una enorme pubblicità e incassi altissimi subito e una diffusione mondiale a breve.

VECCHIA PICCOLA MISOGINIA

Se dite "Claudio Lolli" il 99% dei vostri interlocutori con meno di 45 anni risponderà "chi?". Eppure è stato il più giovane della leva cantautorale italiana degli anni 70, conterraneo di Dalla e Guccini e ai tempi non meno famoso.
Giovane, poi...: in realtà, a guardarlo, sembra non lo sia mai stato, meno che mai adesso che si porta malissimo i suoi 56 anni e si presenta malvestito e spettinato sul palco. Il fatto è che nella dimensione "forma-sostanza" lui è stato sempre sbilanciato verso la seconda, al punto che i primi lp erano praticamente privi di accompagnamento e arrangiamenti (e costavano la metà, la copertina del primo album  - nella foto - ne era un manifesto programmatico), e d'altro canto il Nostro è stato così integralista nel salvaguardare la propria verginità artistica che è forse l'unico di quel gruppo a non essersi arricchito e aver ancora bisogno di lavorare per campare.
E' però per questi stessi motivi un modello, al punto che uno dei siti migliori nella disanima della musica d'autore e di qualità italiana di ieri e oggi, con un attentissimo occhio alle nuove leve, fonte insostituibile di conoscenza e approfondimento anche per il sottoscritto tanto da metterlo nella colonna di destra di questo blog tra coloro che "controinformano davvero", si chiama in suo onore Brigata Lolli. Ecco come "bielle" parla del concerto cui ho assistito lunedì scorso. Io di mio vi aggiungo che è stato un evento commovente, come c'era da attendersi non di facile ascolto, ma non pesante, anche perché alleggerito di sovente dall'autoironia di Claudio stesso, che ha imparato a giocare col pubblico, anche quando presenta arrangiamenti minimali alle frontiere col jazz, forse nella bellissima e potente tournée col Parto delle nuvole pesanti in cui ha riproposto in chiave combat-folk quello che resta il suo lavoro migliore: Ho visto anche degli zingari felici.
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Non ancora abbastanza depresso, dico restando nell'ironia di Lolli, il giorno dopo sono andato a vedere Agorà al cinema. Come al solito rimando a commenti di altri (in questo caso Micromega) per un'analisi davvero seria, mentre di mio vi aggiungo le impressioni in soggettiva, questo almeno credo possa essere il mio modesto "servizio agli amici". Amenabar conferma il coraggio di The others e Mare dentro, e sfrutta benissimo i mezzi economici che comincia ad avere per confezionare un film che ti carezza gli occhi, per le ricostruzioni sceniche e le scelte registiche - per non parlare della sconcertante bellezza della protagonista, mentre ti riempie di pugni allo stomaco. Meno male che non ho creduto alle recensioni negative, evidentemente condizionate dall'attacco diretto al cristianesimo che la storia pare contenere; ma a parte che la stessa non è inventata, anzi il regista sceglie un approccio light anche quando avrebbe potuto impressionarci più di Mel Gibson (Ipazia è stata smembrata viva, non lapidata morta), in realtà l'attacco è contro ogni integralismo e fondamentalismo da dovunque venga e verso chiunque sia diretto. I popoli tendono ad avere memoria strabica, altrimenti non potrebbero trasformarsi così rapidamente da oppressi a oppressori come è capitato appunto ai cristiani sul finire dell'Impero Romano e ad esempio agli ebrei dopo la seconda guerra mondiale. Inoltre, guardacaso, c'è un tratto comune in tutte le forme di tirannia più o meno cruenta si siano affermate da quando siamo diventati Abele (agricoltori-allevatori-stanziali-patriarcali) da Caino (cacciatori-raccoglitori-nomadi-matriarcali) che eravamo: la misoginia. Ed è qui che guarda Amenabar, non scordandosi neanche di sottolineare che neanche il mondo classico dominato dalla "filosofia" ne era esente, Ipazia costituendo di fatto una delle non frequenti eccezioni, mentre svolge le tracce principali del suo tema storico pieno di frecciatine alla cronaca.
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Infatti il sistema di valori imperante nella civiltà occidentale odierna, analfabeta di ritorno per via televisiva, tende in ogni modo ad azzerare le conquiste delle donne in tema di dignità personale degli ultimi decenni, e non solo per via dell'immagine femminile pornografica imperante (ma ovunque, nelle conduzioni televisive come in politica, nella pubblicità come su facebook, più ancora che nei film porno stessi) e dell'offensiva ecclesiastica di stampo preconciliare che nulla ha da invidiare all'integralismo islamico. Soprattutto, invece, nella squalificazione dell'amore a una paccottiglia di concetti romantici stravolti e riciclati, che chiamerei moccianesimo ma solo per intenderci perché il povero Moccia ne è solo immagine riflessa (anche se ci è arricchito). Ed è qui che ci azzecca l'accostamento con Lolli: nel suo ultimo disco, da cui nasce questa tournée, ricanta - distorcendole ancora - le sue poche canzoni d'amore di una carriera piena di canzoni politiche e sociali. Ma l'amore che canta lui è una cosa così alta che quelli che straparlano d'amore nelle canzoni, nei libri, nelle trasmissioni tv, non sanno nemmeno che esiste. E' un incontro da pari a pari, una dialettica difficile e indicibile, una lettera inserita in una busta con fuori scritto "non aprire mai".

C'è come una tela di ragno diceva, in cui mi sento prigionera,
ho sulla pelle qualcosa o qualcuno che senza stancarsi mai ci lavora,
mi copre di fili d'argento e mi lascia da sola a camminare in mezzo alla gente,
vivere in fondo non è necessario, ma certo non è sufficiente.
Ed è per questo, diceva, che io per me preferisco non dover scegliere mai,
l'inizio o la fine e nessuna storia, la serenità non sa convivere con la memoria.
Non mi sono mai conosciuta, diceva, e scommetto che non mi conoscerò,
non saprei mai rigirarmi nei miei angoli ottusi, nei miei angoli acuti,
preferisco svegliarmi per caso di notte e poi sparire in bocca al metrò,
io preferisco i mesi agli anni, le ore ai giorni, i secondi ai minuti.
Ed è per questo, diceva, che io non avrò paura di non aver niente da dire
e di non credere mai a quello che dico, di essere sola o di avere più di un amico.
Nei buchi neri del mondo è difficile perdersi completamente,
c'è sempre un momento in cui si ritorna con le mani nervose a domandare di niente,
ma lei c'è riuscita, diceva, non credo che ti ricorderai,
mentre ridendo mi lasciava una busta con scritto non aprire mai.
Ed è per questo che noi da oggi, abbiamo smesso di cercarla,
avrà certo fatto ancora molte volte l'amore,
avrà certo passato il confine straniero,
starà certo aspettando da sola il suo grande sospiro.

MAGNO GRECO

Chi si informa prevalentemente tramite la televisione, purtroppo, ha della crisi Greca come una eco lontana, come dello tsunami. Guardi, un po' inorridisci, ma in fondo pensi: meno male, non è a me. Gli amici che sanno di questo blog, e di come io spenda parte del mio tempo libero a parlare di queste e altre amenità apparentemente lontane dalla quotidianità, pensano di me che sono un bravo ragazzo ma con la fissa della politica, pooraccio.
Che la parola politica sia nata proprio in Grecia, derivata dalle poleis, le città-stato culla del concetto stesso di democrazia, altra parola greca, è come un cerchio che si chiude. Ai miei amici, ai colleghi, a tutti quelli che posso, in questi giorni faccio una semplice domanda: e se capitasse a te? di vederti lo stipendio ridotto del 30%? di vederti decurtata la già misera pensione acquisita? di scoprire che ti hanno mentito e che non c'è nessun futuro roseo finché il tuo paese sta attaccato a un carrozzone a guida dei soliti noti delle banche che non ha in nessuna considerazione il benessere dei cittadini cioè il loro diritto a un lavoro a una casa a progettarsi un futuro? il tuo amatissimo presidente del consiglio, direttamente o per bocca del suo ministro delle finanze, continua a dirti che non è vero, che noi siamo diversissimi dalla Grecia e quel destino non ci toccherà mai, ma tu gli credi? guardami negli occhi, gli credi davvero? e se dovessimo dimostrare che la Grecia in fondo stava meno peggio di noi, con un debito pubblico proporzionalmente uguale ma di valore assoluto molto più modesto, e solo pochi anni di scialo mentre noi ci comportiamo irresponsabilmente da una trentina, con solo brevi parentesi di virtuosità di bilancio (che abbiamo tanto maledetto e penalizzato...)? e che il suo crollo è stato appositamente provocato da un attacco speculativo mirato a colpire l'Euro cioè tutti noi, volutamente indirizzato al due di coppe per far capire al sette di denari che è sotto tiro e solo per stavolta non si è voluto fargli la bua? sei ancora così tranquillo?
I Greci hanno il solo torto di aver creduto a chi gli ha detto che potevano lasciarsi alla svelta alle spalle secoli di povertà e organizzare le Olimpiadi a debito. Più una certa innata propensione alla corruzione, micro e macro. Ci somigliamo molto, noi e loro. Loro sono più piccoli e hanno avuto meno tempo di noi per incancrenirsi, per cui occhio che il mirino è già sul pesce grosso. Noi. Quelli che dopo un paio d'anni di virtù erano già stanchi e si sono affrettati a mettere in tolda il compare del ladro che avevano preso a monetine in faccia a mo di capro espiatorio.
L'Europa interviene tardi male e disunitamente, ma già si può pensare all'Unione europea come a un'occasione persa: non si poteva fare l'unione politica prima di quella monetaria? si doveva fare subito dopo, e con l'obiettivo di fare quadrato attorno ai valori inalienabili frutto di secoli di guerre e di lotte di classe, lavoro e welfare, per costituire un modello così blindato da essere lui destabilizzante dei modelli debitorio-finanziario americano e sfruttatorio dei lavoratori cinese, e non viceversa come accade. E dovevamo essere noi, ciascuno di noi, occupandosi di politica per non lasciare che lo facessero altri al posto nostro, a imporre questa linea eleggendo solo persone che se ne facevano portatrici. Invece gli europei tutti sono oramai vittima di egoismo miope e autolesionista, e gli italiani sono in testa a questa speciale graduatoria.
Amo mangiare greco, e una volta a un ristorante al Pigneto il proprietario si avvicinò a chiacchierare. Mi spiegò il significato di Calabria e quello del mio cognome, di chiare origini greche, gli raccontai che da noi c'è ancora una zona in cui si parla un dialetto del greco antico, poi gli chiesi se si avvicinava a tutti o se aveva capito qualcosa o sentito qualche discorso. Mi rispose "una faccia una razza". Speriamo che non sia anche "un destino".

I RAGAZZI DI TERZA CLASSE

Quando ascolto musica leggera, più che al genere musicale bado al lavoro che c'è dietro. Ho fatto il deejay in radio da adolescente, ai tempi d'oro delle radio libere, quando chi stava dietro i microfoni (si parlava rigorosamente "al buio": senza musica sotto, non tagliando sfumando o disturbando i pezzi), con una mano preparava il disco dopo e faceva il preascolto, con l'altra rispondeva al telefono, con l'altra regolava il mixer, con l'altra risolveva un qualche problema tecnico, ma quante mani avevamo? Più grandicello ho cantato in una band, senza speaker, in locali fumosi, col batterista che picchiava, il pianista che gli stava accanto che non si sentiva e alzava il volume, il chitarrista idem, il bassista pure, e il povero cantante che urlava e gli schioppavano le corde vocali: carriera stroncata, anche perchè tecnica, che ve lo dico a fare, zero. Ma tutta questa frequentazione con la musica mi ha fatto presto sviluppare una specie di sensibilità: quando uno canta, riesco a distinguere quasi subito le sue intenzioni. Se cioè il pezzo che mi propone ha dietro un lavoro da artista, o è solo artigianato (magari ottimo), o peggio solo commercio. Meglio: se davvero il lavoro dietro ha una necessità comunicativa, se il tipo ha esaurito quel tipo di necessità ma ormai vende e quindi si limita a riprodurre se stesso con maestria, o se invece è tutto studiato a tavolino dal marketing team della casa discografica.
Un'altra cosa che è facile capire quando uno si è fatto l'orecchio (bisogna avere il pacco immerso dentro al secchio, diceva Jannacci) è che diavolo ascoltasse da piccolo quell'artista. alcuni esempi di estrema notorietà italiana, per capirci:

  • Carmen Consoli, i Cranberries
  • Elisa, Alanis Morrisette
  • Mark Knopfler dei Dire Straits, Dylan
  • De Gregori, sempre Dylan, e infatti i suoi pezzi arrangiati elettrici sembrano dei Dire Straits
  • Bersani, Dalla (da vicino)
  • Dalla , James Brown
  • Capossela, Conte, e Tom Waits
  • Caputo, Buscaglione
  • Elio e le storie tese, Frank Zappa
  • Bandabardò, (tra gli altri) Rino Gaetano
  • Petra Magoni dei Musicanuda, Mina
  • Battiato, i Pink Floyd
  • Morgan, Battiato e Modugno
  • Gazzè, i Police (questo poi, scommetto ne avesse una cover band)
  • Ligabue, Springsteen
  • Vecchioni, Neil Young
  • Pino Daniele, o Bluse.

Già, il blues. Se continuiamo questo esercizio, e risaliamo pe li rami, il blues è quello che ascoltavano da piccoli tutti quelli che fanno rock (e pop-rock), o almeno i loro emuli: in altre parole, o in primo o in secondo grado troviamo nel background di chiunque faccia rock e pop-rock gli standard del blues.
Chiedo a Pasquale Morabito dei Terza classe, una band romana che ha un repertorio che spazia
dagli standard blues come Key to the highway, Hoochie Coochie Man, One Scotch One Bourbon One Whiskey a pezzi rock come Cocaine, Honky Tonky Women; Brown Sugar, Proud Mary , fino a ballad come Wonderful tonight, periodo storico dai 40 ai 70, se è daccordo con questa linea:
Io credo che la risposta sia, anzi debba essere, affermativa. Come recita un famoso pezzo di Muddy Waters “The blues had a baby and named it R&R”, da cui si evince come  le radici della musica contemporanea siano da ricercarsi lì, nel blues rurale cantato dai neri nei campi di cotone, nelle carceri e nelle chiese. E nel blues si trovano, sapientemente mescolati, melanconia (I feel blue, today) e socialità (i canti di tipo call&answer), disperazione (I’ll be blue always), impulso amuoversi, il viaggio  come metafora della vita (I got the key to the Highway), ribellione, gioia, speranza e depressione: il blues è null’altro che un grande contenitore di emozioni.
Saresti in grado di allungarmi la lista? Secondo te, chi tra gli artisti più noti del panorama contemporaneo italiano e straniero ascoltava da piccolo pezzi come quelli che suonate voi?
Se ti riferisci ai pezzi blues, puri e duri, si deve tornare ai vari Muddy Waters (I’m ready, Trouble in mind etc..), John Lee Hooker (Boom Boom), Elmore James (Wang Dong Doodle), Robert Johnson (il padre di tutti i bluesman moderni, con Sweet Home Chicago, Crossroad, Love in vain etc…); ma per non fossilizzarsi troppo sulle radici, il nostro repertorio fa un saltino in avanti (anni 60-70) riprendendo hits dei CCR (Proud Mary, Have you ever seen the rain?, Bad Moon raising),  dei Rolling Stones (Jumping Jack Flash), di J.J.Cale (After Midnight), di CSN&Y (la bellissima Teach your children), mischiando così le caratteristiche “nere” di questa musica con le sue contaminazioni “bianche”. Quanto alla seconda parte della domanda, mi trovi veramente impreparato e poco aggiornato, ma credo di non sbagliare se dico che i migliori gruppi italiani degli anni 60-70 si sono formati ascoltando interpreti quali quelli sopra menzionati.
Se dovessi definire il blues in poche righe, cosa diresti? è un giro armonico, uno spirito, o cosa?
Questa è veramente la domanda clou: provo ad essere sintetico nella risposta. Il blues è una particolare struttura armonica, composta da accordi di I, IV,V nella loro forma minore e/o maggiore (ma esistono blues modali, con un solo accordo). Il blues è un modo di esprimere, in musica, i sentimenti che l’artista prova nella realtà e che cerca di condividere socialmente (trovo che l’aspetto sociale del blues sia il suo carattere maggiormente distintivo). Il blues è soprattutto “mood”, “feeling”, approccio costruttivo alla realtà (anche la più dura e spietata), socializzazione di paure e gioie, disperazione e speranza, fantasia e concretezza.
Grazie, Pasquale. Chi volesse saperne di più vada a sentire i terza classe dal vivo, perchè tra un classico e l'altro un paio di volte si fermano a chiacchierare proprio sul significato del blues e l’origine di alcuni pezzi.
Il prossimo concerto è al Brikke, un locale con una sua filosofia, come si può vedere qui, originale ed alternativo, da provare. Magari proprio l'8 maggio prossimo col blues dei Terza classe.

IL CONCERTO DEL 2 MAGGIO

Ogni anno dico che non ci vado, che oramai sono troppo vecchio per queste cose, e davvero restare in piedi per ore e ore sbattacchiati da quelli che devono passare (o si muovono tutti, o si muovono in pochi e passano tutti vicino a te...) non è facile nemmeno con venti anni di meno. L'anno scorso alla sirena-Vasco avevo resistito, a fatica, quest'anno Capossela ha vinto. Vinicio è probabilmente il più grande artista venuto fuori sulla scena musicale italiana negli ultimi quindici anni, e con la promessa di un set di quaranta minuti non si può mancare.
Arrivo che c'è Cristicchi, uno come il vino - migliora invecchiando. Subito dopo mi sorbisco quattro pezzi dub, un genere che non riesco ad apprezzare, ma questi so giovani e ballano. Ancora sono fresco e resisto a non usare lo sgabellino da campeggio, regalo di amici premurosi - è una figata, si piega fino fino e sta a tracolla, ne approfitto per guardarmi attorno. Che spettacolo...
Non ce quasi nessuno che guarda verso il palco, pochi dimostrano con i movimenti del corpo di sentire almeno la musica, alcuni si cantano la propria in coro tanto che se vuoi sentire il concerto devi spostarti, eppoi ballando ti urtano con gli zaini. Il tutto sopra un mare di bottiglie vuote, molte rotte. Li guardo meglio: sono tutti ubriachi. Le canne hanno lasciato il passo, ogni tanto se ne vede o se ne sente una, ma le bottiglie di plastica piene di vino di evidente pessima qualità sono migliaia e migliaia, e passano di mano in mano. A terra anche vuoti di rum, altri distillati, e una di cointreau: alle 6 di sera, scolata, una zozzeria che ti buca lo stomaco anche dopo una cena pesante.
Quest'anno il tema era "tutti i colori", e già un megapalco tecnologico cambiava tinta di continuo. In piazza, due palloncini blu per il referendum sull'acqua pubblica (firmatelo, se volete avere un futuro, e spingete il PD verso le posizioni di Vendola, se volete che la sinistra abbia un futuro), alcuni striscioni, due bandiere rosse di conto. I sindacati sono a Rosarno, daccordo, e hanno fatto pure bene; ma il primo maggio, perdindirindina, non era una manifestazione di sinistra? E allora perchè se googlo le origini del primo maggio mi spunta per primo un pezzo del Sole24ore?
Il disagio continua. Fanno fare tre pezzi a Bennato, uno che si era perso negli anni del craxismo (Viva la mamma e l'inno ai mondiali sono peccati che non si perdonano...) ma oggi è tornato a fare onesto rock'n'roll, solo qualcuno gli dicesse di non tingersi i capelli che tanto lo sanno tutti che ha sessant'anni. Poi c'è la pausa. Mi pare di ricordare che negli anni scorsi nelle pause qualcuno si preoccupasse comunque di intrattenere il pubblico, comunque centinaia di migliaia di persone è sempre meglio non abbandonarle anche solo per motivi di ordine pubblico, ma niente. Vado a mettere qualcosa sotto i denti, quando torno c'è l'orchestra sinfonica. Poi pausa. Poi Carmen Consoli. Poi pausa. Dopo ogni artista c'è pausa. Ma hanno pure il palco girevole, perché? Ah, già! La pubblicità! Siamo in prima serata, siamo in televisione! Il pubblico è cornice, come negli studi tv, ed ecco perché il concerto si fa ancora, quando i sindacati sono altrove, del lavoro non frega niente più a nessuno, la partecipazione politica una macchia nell'onore e non un dovere. Il concertone cammina sui suoi piedi, quelli di un evento televisivo capace di attrarre milioni in pubblicità, altro che manifestazione popolare...
Nutini è bravo, Capossela il solito istrione, e ha il merito di chiamare sul palco Enzo del Re (l'unico in tutto il concerto che avrà nominato B., ma ha l'aria del vecchio matto e ai vecchi matti tutto è concesso, e poi reclama il diritto di lavorare poco e piano, decisamente fuori mercato oramai) e l'immensa Ginevra Di Marco, ma fanno un pezzo lento e in questo marasma si sente qualcosa solo quando la musica sale. Zompiamo tutti assieme il ballo di San Vito, poi pubblicità, poi i bravi ma algidi Baustelle, poi pubblicità, poi Roy Paci che è uno tosto, prima ha duettato pure con Peppe Voltarelli e suonato con Vinicio, ma è condannato a fare la sigla di Zelig a vita... Lo sento mentre già sto andando via.
In serata il pubblico era più attento, ma la sensazione che resta è ancora quella di amaro in bocca. I giovani, anche quando dicevo "noi giovani", e io l'ho detto per poco perché per formazione culturale sono uno degli anni settanta e i ragazzi del riflusso erano solo di pochi anni più piccoli ma per me erano già un'altra generazione, erano "i giovani d'oggi" e io avevo 22 anni, i giovani dicevo sono stati sempre difficili da trattare. Non è l'alcol e le pasticche contro le sane vecchie canne di una volta. E' che fino a quindici anni fa, guarda tu il caso, i giovani  avevano un destino davanti che le generazioni precedenti avevano programmato per loro, poi potevano ribellarsi o adattarsi a quei piani e la cosa avveniva a cicli alterni, ma i piani c'erano: i padri pensano ai figli, al loro lavoro, al loro futuro, e anche i più scapestrati prima o poi capiscono e incassano. Chissà se i padri di oggi sono consapevoli del fatto che, avallando favorendo o anche solo accettando passivamente la politica del  lavoro e della cosa pubblica che si è praticata in Italia dall'avvento del berlusconismo in poi ed anche da parte del cosiddetto centrosinistra, stavano letteralmente privando i propri figli di un futuro purchessia. Non sanno nemmeno che una volta esisteva la possibilità di averlo, un lavoro fisso su cui basare la propria vita. Sentono, anche se non capiscono, di essere fuori dai piani di questo patto sociale, in cui il loro ruolo è quello di sfruttare fino a che possono le risorse accumulate dai loro genitori. E infatti lo fanno. Non sono loro i bamboccioni, sono quelli che li hanno messi in quelle condizioni, credendo che bastasse flessibilizzare il lavoro per averne per tutti, ignorando infantilmente che il capitalismo è come un adolescente scapestrato: se non gli fai rispettare delle regole, può rovinarsi e trascinarti nella rovina. Passa sta bottiglia, vah, questa musica fa schifo...

LA VITA COMINCIA...

Come fare quando vuoi mandare un pensiero pubblico a qualcuno che non ama i social , non è nemmeno su facebook , e forse nemmeno più segue ...