DRILLOCOCCO

Fonte: pagina Facebook di Roberto Vallepiano
Francamente è insopportabile l'abitudine a incensare chiunque diparta, diffusa a tutte le latitudini ma particolarmente radicata nel giornalismo italico. Ovviamente, il rispetto dovuto a tutti i viventi non deve certo mancare nel momento che muoiono. Ma se uno era tondo da vivo, non è che siccome muore diventa quadrato.
Tra i preponderanti incensamenti esagerati e fuori luogo, con mezzi telegiornali dedicati a elencare cose fatte e cose non fatte (o peggio, fatte all'opposto), e i pochi (ma sempre troppi) post offensivi, si segnala per equilibrio il provocatorio post che riporto in immagine (perché non tutti hanno FB). Si tratta di una mera elencazione di fatti, alcuni notori altri da verificare ma plausibili, che sul mainstream non avete sentito.
L'uomo aveva il suo valore, al punto che ai primi tempi la sua direzione industriale poteva trarre in inganno chiunque (anche me, ecco un post di cui ancora mi vergogno), ma agiva completamente all'interno di logiche aberranti, di varia scala: nel micro difendeva le tasche del suo datore di lavoro non l'industria automobilistica italiana (che infatti non esiste più, la scelta del successore lo certifica), nel macro incarnava (talvolta ispirandolo: Renzi aveva lui a modello quando pensò al Jobs act) il credo neoliberista e globalista che ha distrutto il sogno del dopoguerra dell'intero Occidente e dell'Italia in particolare.
Quel credo per cui l'Italia oggi ha la disoccupazione che ha, e la sottoccupazione e la sottoretribuzione pure, e per cui necessiterebbe di un piano straordinario di assunzioni nel pubblico impiego (l'esatto opposto di quanto fatto negli ultimi decenni e ordinato da Bruxelles), quel credo per cui in Grecia si muore per non avere nemmeno quasi più pompieri e quei pochi averli senza mezzi ed equipaggiamenti.

L'AVVENTURA DI UN RICCO CRISTIANO

Vediamo chi azzecca senza googleare di cosa è parafrasi il titolo
Come i lettori più affezionati sapranno, sono un appassionato di basket ma lo sport che ho scelto e pratico da una vita è il tennis. E' che ognuno è fatto a modo suo, e la distinzione tra sport di squadra e sport individuali è un autentico spartiacque, che dice immediatamente qualcosa delle persone che hanno scelto con decisione l'uno o l'altro percorso. Chi, ad esempio, detesta come me non essere personalmente responsabile nel massimo grado possibile della riuscita delle proprie attività, probabilmente preferirà cimentarsi in discipline sportive dove il risultato non dipende anche da altri (o se la volete vedere dall'altro punto di vista, non è possibile anche solo pensare che se non è andata bene dipende da errori dei tuoi compagni) come la scherma, la boxe, o appunto il tennis (e anche qui, limitando la pratica del doppio...); al limite, volendo escludere dalle variabili anche la prestazione dell'avversario, in discipline come il tiro con l'arco dove se fai tutti centri al massimo uno può raggiungerti ma non superarti.
Ragionamenti così possono tornare in mente quanto la cronaca, sportiva e non solo, è dominata dalla notizia che un certo campione, oggettivamente una spanna sopra tutti gli altri al mondo (tranne uno, ma la cosa è controversa), è stato ingaggiato a suon di milioni di euro da una squadra che, già detentrice del primato di scudetti nostrano, ha vinto di fila gli ultimi sette, senza però riuscire a ripetersi a livello europeo. Già, perché il Robin Hood che è in noi non può non attivare la modalità Gufo per rammentare, ai tifosi che già vedono la propria beneamata squadra vincitrice dell'ennesimo campionato italiano in accoppiata alla tanto agognata Champions League, non solo che negli sport di squadra un campione non sempre riesce a fare da solo la differenza (altrimenti Portogallo e Argentina si sarebbero divisi tutti i trofei internazionali degli ultimi anni) ma anche che non sempre l'apporto in un collettivo rodato di un individuo fuori scala conferisce un valore aggiunto proporzionale, e anzi talvolta può addirittura togliere qualcosa al valore complessivo della squadra. Insomma, vuoi vedere che proprio quest'anno che non possono proprio fare i consueti proclami agostani, la Roma o il Napoli, che si sono suddivise equamente il secondo posto negli ultimi sei anni, riusciranno a vincere l'Invincibile Armata bianconera, magari proprio perché i suoi equilibri interni ne sono risultati compromessi? Lo so che adesso mi sono attirato gli strali dei tifosi partenopei e capitolini, più scaramantici di una media già alta, ma ho calcolato il rischio: questo blog non è seguito prevalentemente da calciofili, e inoltre come qualcuno avrà già capito non è di calcio che voglio parlare.
Il capitalismo degli ultimi 40 anni, per aver rinunciato a governarne per via politica le tendenze innate, o se preferite per avere sussunto a verità scientifica il suo portato ideologico, ha riscritto progressivamente la società, sia a livello mondiale che a cascata nei sottolivelli, su un modello che tende a ottimizzare i risultati solo per una percentuale minima di persone, livellando verso il basso quelli per la restante enorme quota. Gli esempi sono ennemila, mentre scrivo decido se farvene o lasciarvene la ricerca come esercizio, ma il risultato finale è noto: la cosa non funziona. Può sembrare, che funzioni, a chi abbia il punto di vista dei beneficiari (e infatti loro questo fanno, attraverso il mainstream e i politici a libro paga: fare assumere ideologicamente ai "poveri" il punto di vista dei "ricchi", di modo che i primi agiscano nell'interesse dei secondi), ma anche per loro prima o poi arriveranno i guai. E non ci sarà nessuna rete sociale e salvarli dal precipizio, perché è esattamente quella, ad essere stata distrutta dal liberismo.
Quando Boeri parla di immigrati e pensioni, decreti governativi e loro impatto reale sul quadro occupazionale, lo fa considerando un dogma quella che è solo la teoria economica dominante, mentre invece la politica ha esattamente il compito (e il fatto che se ne sia dimenticata, è esattamente il problema da cui nasce l'affermazione dei cosiddetti populismi) di decidere quale teoria economica sia da applicare al periodo contingente - altro discorso è che il governo gialloverde abbia o meno la volontà e la forza di andare fino in fondo nell'attuazione di questo compito, ma finché ci prova i vertici amministrativi hanno l'obbligo di allinearsi o dimettersi, perché la loro terzietà di tecnici che non farebbero che applicare principi sovrastanti a quanto opinabile politicamente è solo presunta e sedicente. La verità è che gli immigrati "ci pagano le pensioni" solo finché restano semischiavi sottopagati che appena possono scappano, perché invece i tanti schiavi essendo in nero non ci pagano niente, e loro quando finalmente potessero essere pagati quanto giusto, cioè quanto un italiano accetterebbe (ma sono sempre di più gli italiani che già accettano paghe da semischiavitù, altroché), non andrebbero più via e poi gli si dovrebbe pagare una pensione decente anche a loro. E che tutelare in qualche modo dagli abusi del lavoro temporaneo finisce per far calare l'occupazione solo se si tollera, e anzi si difende quasi fosse un principio sacro, la concorrenza al ribasso nel mercato del lavoro come prassi consolidata per la competitività delle imprese: la politica invece avrebbe dovuto e dovrebbe stabilire, a livello europeo e sennò italiano (nella UE chi non rispetta le regole non siamo noi), un tetto minimo come soglia per adottare un sano protezionismo nei confronti di chi non la rispetta. Altrimenti, caro Boeri, cari quadri intermedi e professionisti che lodate la flessibilità del lavoro altrui protetti dai vostri lauti guadagni, prima o poi finiranno le risorse pure per alimentare questi ultimi, e sarà stata anche colpa vostra.
Ma per capire bene la portata del dramma bisogna salire in alto, bypassando il dentista che lavora associato per reggere la concorrenza dei low-cost e però loda il jobs act perché intanto suo figlio così lavoricchia, il grand-commis che non vede che a forza di erodere il pubblico impiego non ci sarà più posto nemmeno per lui, o il giornalista che da eco al vangelo liberista perché è già precario e se non lo fa lui troveranno facilmente un altro che lo fa al posto suo e ad ancora meno: loro sono rotelline, unte solo finché serve, di un ingranaggio che se non bloccato finirà per portare tutto il potere, economico e non, nelle mani di pochi uomini al mondo. Si, è di nuovo la storia dell'uno per cento contro il novantanove, ma le proporzioni e le declinazioni del fenomeno sono ancora più estreme. Non so se lo avete già letto da qualche parte: pare che sia in fase avanzata la possibilità di fare un back-up totale della coscienza di un individuo, che così in qualche modo sopravviverebbe alla morte del suo corpo fisico, e che i ricconi stiano già approfittando del fatto che loro possono permetterselo. Jobs per sua sfortuna l'ha lisciata, ma magari Gates ci sta pensando, o Bezos o Zuckenberg o Musk, che ne sappiamo? A parte gli aspetti filosofici, del tipo ma siete sicuri che questa coscienza possa continuare a pensare "io" in continuità col morto senza mentire a se stessa, si tratta di una esasperazione aberrante di una sintassi già ben presente a vari livelli: tolti i diritti economici fondamentali, pratici ed effettivi, i diritti civili non sono che teorici enunciati in realtà a disposizione soltanto degli abbienti, e in proporzione alla loro abbienza. Ed ecco che si consentono per legge i matrimoni gay (o le adozioni, o l'utero in affitto, eccetera), ma si toglie di fatto la possibilità materiale di mettere su casa e figliare a chi, etero o meno, non abbia risorse della famiglia d'origine a cui attingere: in pratica un progressivo assottigliamento di fatto a fronte di un reciproco ampliamento di diritto della fascia di persone che possono permettersi certe cose. Già prima di finire di smontare la sanità pubblica, e se non li si ferma lo faranno presto, sempre più gente smette di curarsi, ancora di più di fare prevenzione, e intanto i progressi della scienza medica illustrati dai media sono però appannaggio di fasce sempre più strette di "gente che può". Ed ecco che rientra in tema Cristiano Ronaldo: pare che il campione si sia potuto permettere grazie alla tecnologia una adeguata discendenza, cosa impossibile a chi pur amando i bambini più delle donne non abbia un conto corrente adeguato. Pare di ascoltare la vecchia barzelletta napoletana col figlio che si dichiara gay e il padre che lo interroga retoricamente sulle sue condizioni economiche per poi giustamente derubricarlo a ricchione. Il fenomeno può essere rappresentato adeguatamente guardando alle automobili: sempre più care e sofisticate quelle per i pochi, sempre più vecchie ed interdette al traffico per motivi "ecologici" quelle degli altri. La mobilità non è (più - nuovamente) un diritto di tutti ma un privilegio di pochi, chi ha ereditato o si è potuto comprare la casa in centro non deve far certo il pendolare e in caso si può anche permettere la fuoriserie elettrica, in periferia si fottano, affollino i mezzi pubblici e respirino smog.
A fermare questa e altre derive simili è stato chiamato il governo "populista". Sul se ci riuscirà o meno, ho già detto: dipende se ha il coraggio o meno di pretendere una trasformazione radicale dell'UE o sennò di uscirne. E' più facile prevedere questo piuttosto che se la Juventus col nuovo innesto si sia rinforzata al punto di confermare le aduse vittorie aggiungendone di nuove, ovvero rischi di vedere rovinati i suoi equilibri. Invece, restando nello stesso portafoglio (anzi, a pensarci bene, se non è fumo negli occhi ben architettato è una straordinaria coincidenza...), che l'Italia non avrebbe più avuto una sua industria automobilistica era scontato anche prima che i guai di Marchionne non sancissero il passaggio del volante in mani straniere, ora anche formalmente.

CAMBIARE RADICALMENTE LA UE, O USCIRNE

Mica ci ho la palla di vetro, io....!
Un amico che mi segue mi chiede una previsione sulla durata del governo "gialloverde". Volendo, avrebbe potuto estrapolarla dai miei post di anni, perché non ho cambiato idee solo perché lo schieramento che ho sostenuto è andato al governo, ma voglio stare al suo gioco, che probabilmente è quello di un sano vecchio pungolo, e rispondendo a lui chiarire la mia idea agli altri per una volta sinteticamente.
Quando i grillini accettarono di partecipare alla corsa al Campidoglio come unica squadra a schierare un cavallo vincente, mentre tutte le altre giocavano a perdere ben conoscendo le condizioni drammatiche a cui avevano ridotto la Capitale e i suoi bilanci noti e meno noti, io scrissi che avevano fatto male, che nessuno poteva fare nulla di sostanziale nel disastro romano senza avere le leve del governo nazionale in mano, al massimo poteva limitarsi a piccole, a volte significative ma sempre non decisive, operazioni di discontinuità, che però l'opposizione, che oltre al governo nazionale aveva in mano quasi tutto il mainstream, avrebbe avuto buon gioco a mettere nell'ombra del gigantesco ammontare dei problemi persistenti, peraltro quando poteva attribuendoli bugiardamente a chi li aveva trovati li, inoltre ingigantendo eventuali ulteriori magagne invece attribuibili alla nuova amministrazione.
La ragione era la stessa che sottende oggi le mie previsioni sul governo nazionale: non si può risolvere niente senza avere in mano la leva monetaria, e avere la determinazione di usarla esclusivamente per il bene comune, reprimendo e sennò punendo draconianamente ogni deriva corruttiva e tangentizia.
Ora dunque ripeto per punti quello che ho detto a governo ancora in fieri.
  1. Il governo di M5S e Lega non è l'ideale, è solo il meno peggiore di quelli possibili - ma la politica è scienza empirica, o se preferite arte del possibile, altrimenti è ideologia, tifo, autocompiacimento, tutte cose non utili a governare una comunità a qualsiasi scala.
  2. Il contratto di governo, essendo frutto di compromesso, contiene cose che piacciono a quelli come me e piacciono meno ai leghisti, e viceversa.
  3. Ma NON si può attuare, se non in parti trascurabili e pertanto facilmente sminuibili da chi ancora ha in mano il mainstream, se non prima recuperando la sovranità monetaria, e poi avendo intenzione di usare quest'ultima senza nessuna concezione alle logiche della prima e della seconda repubblica, altrimenti gli unici effetti sarebbero quelli potenzialmente negativi agitati come spauracchio. Niente reddito di cittadinanza, nemmeno in questa versione che sarebbe meglio chiamare sussidio di disoccupazione perché quello è e non un vero reddito di base, e niente flat tax, nemmeno in questa versione che sarebbe meglio chiamare semplificazione delle aliquote e accentuazione dell'attuazione della progressività attraverso le detrazioni.
  4. Queste e quasi tutte le altre cose che servono, dentro e fuori dal contratto di governo, si possono fare solo se prima si va in Europa e si dice, senza tentennamenti: abbiamo bisogno di tot milioni di euro, non dite che non potete stamparceli perché con il QE ne avete stampati a tinchitè per le banche, ce li date? Si? benissimo: abbiamo cambiato l'Unione Europea, viva l'Europa, l'Italia è salva, il governo dura. No? benissimo: lasciamo l'eurozona e se serve anche la UE, facciamo da noi (con Savona, Bagnai e Borghi), l'Italia è salva, il governo dura. Se non si va in Europa a dire questo o anche solo se si tentenna, mi spiace, ma l'Unione Europea resta l'istituzione oppressiva e reazionaria che è, l'Italia è spacciata, e il governo non arriva a Natale.
Il paradigma è lo stesso che per il tema migrazioni.
  1. I rifugiati, quelli che hanno diritto ad asilo, devono essere riconosciuti come tali prima che partono, e allora fatti viaggiare comodamente in aereo. L'ho sentito dire a Salvini stesso, mentre stimava il loro ammontare a circa il 10% del totale, il che è spannometricamente realistico.
  2. Ma il traffico degli schiavi messo su con la complicità, spiace dirlo, di organizzazioni a libro paga di soggetti che teorizzano e praticano la globalizzazione come via all'appiattimento verso il basso delle condizioni del 99% dell'umanità, quello va stroncato.
  3. Nel frattempo che non ci si riesce, il problema umanitario esiste, certo, ma delle due l'una: o l'Europa esiste e allora questi sbarcando nei nostri porti sbarcano in Europa e il problema è europeo, o questi sbarcano in Italia e allora il problema è italiano però l'Europa non esiste.
  4. Quindi, si deve andare in Europa non a mendicare l'accoglienza di quote effimere, per poi spacciare la cosa come successo diplomatico, ma a descrivere con estrema chiarezza la suddetta alternativa, pronti a uscire dall'Unione se non vuole essere tale se non quando conviene a tedeschi e affini. Di nuovo, se l'Europa accetta, abbiamo salvato l'UE, viva l'Europa, abbiamo speranze di gestire il problema migratorio (mirando alle cause, s'intende), e il governo dura. Se rifiuta, lasciamo l'UE, gestiamo quello che possiamo, e il governo dura anche se spinto ancora più a destra ma nel pieno consenso popolare. Se tentenniamo, l'UE continua a mollarci la maggior parte delle grane, e il governo non arriva a Natale, anche sotto le bordate di umanitarismo spicciolo di un mainstream in perfetta malafede.
Ancora più in sintesi, quindi: c'è un futuro, non solo per questo governo ma direi per l'Italia, solo fuori da questa UE, cioè uscendo dalla Unione o minacciando di farlo così credibilmente che l'Unione per sopravvivere cambia radicalmente.

IL MONDO ASPETTA NOI

Della serie "Come passa il tempo..." (Foto presa da Rockol.it)
Continuo nella pubblicazione dei miei testi di canzoni, anche se ormai dispero che mai qualcuno me ne chiederà uno in uso per musicarlo. Questo è giovanile, quindi ingenuo, ma meno datato di quanto quindi ci si aspetterebbe, sarà per l'argomento... Erano i tempi di Sergio Caputo (che è tornato a pubblicare un disco e a cantare e suonare nei concerti, benissimo, anche se ora fisicamente sembra un Mario Biondi sovrappeso), quindi il ritornello lo pensai come uno swing, ma a ricantarmela in testa nelle strofe sento ancora maggiore l'influenza del Claudio Lolli di Extranei, tanto per capirci (per quei due o tre che la citazione li aiuta....).
IL MONDO ASPETTA NOI 
Noi per strada fermiamo le macchine, specie quelle antipatiche, e per giunta le mangiamo,
come quando fuori piove giochiamo a poker, ma molto spesso perdiamo (poveri noi),
nasciamo quando la volontà di giustizia si fa forte di un atto d’amore, e con amore veniamo su, viviamo e moriamo
e non ci piace vedere i viscidi, gli indifferenti non li sopportiamo,
e quando un giorno potremo cambiare cambieremo, per ora aspettiamo, ma vogliamo cambiare,
e pensiamo che cambieremo tutto, perché questo farà almeno cambiare qualcosa, ma cambieremo tutto lo stesso,
e ci arrabbiamo se si fuma, vogliamo l’aria pulita, noi, noi respiriamo,
le sigarette le lasciamo ai viscidi, il fumo è la loro arte, il mondo no:
il mondo aspetta noi
ma noi non lo aspettiamo,
veniamo un po’ episodici e anche peggio ce ne andiamo,
e quando verrà il buio
- a pensarci, che paura! -
lasceremo come sola eredità quest’avventura
da leggere e capire anche perché…
perché noi siamo giusti e per questo intransigenti come dio, e dio non esiste
(è come quando fuori piove: si sta dentro a giocare, ma uscirà il sole, e allora…)
e ci arrabattiamo a dimostrarci l’un l’altro l’esattezza delle nostre teorie,
restando alla fine convinti – com’è giusto – che siano tutte valide allo stesso modo,
la nostra strada è un’altra rispetto alla tua, fratello, ma non temere: in ogni caso morirai
lo sai anche tu che il regno dei cieli bisogna costruirlo in terra, no? dài, vieni con noi!
libereremo la gente, la nostra democrazia sarà più giusta, senza burocrazia,
il nostro vangelo può essere Fromm, il nostro Gesù Pavese, il nostro Pietro può variare, ma c’è tempo:
il mondo aspetta noi
ma noi non lo aspettiamo,
veniamo un po’ episodici e anche peggio ce ne andiamo,
e quando verrà il buio
- a pensarci, che paura! -
lasceremo come sola eredità quest’avventura
da leggere e capire anche perché…
e in fondo il nostro modo d’amare non è il peggiore, anche se forse è il più equivoco,
ma non siamo struzzi: lottiamo per noi e anche per quelli che ci deridono, forse
e abbiamo tanti pregi: siamo fessi, odiamo chi idolatra portati storici, ci illudiamo di essere in tanti invece siamo tutti soli,
amiamo la nostra donna e dietro di lei il mondo, ma sappiamo che non siamo immortali, e il tempo ci passa veloce sotto i piedi, e il mondo…
il mondo aspetta noi
ma noi non lo aspettiamo,
veniamo un po’ episodici e anche peggio ce ne andiamo,
e quando verrà il buio
- a pensarci, che paura! -
lasceremo come sola eredità quest’avventura
da leggere e capire anche perché…
il mondo aspetta noi...
P.S. Stesso palco di Caputo (gratuito, o meglio pagato per vie traverse dagli spettatori che sono stati occasionalmente clienti del centro commerciale e altrimenti non lo sarebbero stati), pochi giorni dopo, è la volta di un altro senatore della musica italiana. D'altra parte, il tempo passa per tutti e se sono diventato anziano io, che quando Ron cantava a Sanremo in coppia con Nada ero proprio piccolo, Ron è un vecchietto che se li porta bene, sicuramente meglio di Caputo che all'anagrafe sta a metà strada. Ebbene, quasi come Cristiano De Andrè per suo padre Fabrizio, se c'è uno che legittimamente può ricantare il repertorio di Dalla è proprio Rosalino Cellamare, con tutti quegli anni di convivenza fisica e decenni di connivenza artistica. Ora, il disco da studio è stato francamente deludente, tanto soporifero e piatto quanto sorprendente e vulcanico era Lucio. Ma dal vivo la cosa cambia: è assolutamente da vedere. Il giusto mix tra nostalgico e attuale, commovente e divertente, rispettoso e irriverente. Ma soprattutto, col valore aggiunto della presenza quasi fisica di Dalla, che si avverte per tutto il tempo, con l'apice nella decisione filologica e a posteriori direi ovvia di risuonare dal vivo con la band Com'è profondo il mare sulla base della traccia audio di Lucio che canta, tratta proprio dal vinile del 77: manco una delle milioni di registrazioni successive, dal vivo o no, che sicuramente ci sono. Dalla, da morto, che canta dal vivo. E tu che torni esattamente a quei giorni li, era dicembre, avevi poco più di 14 anni, che con una cinquemila lire appena elargitati dal nonno corri al negozio, e compri il tuo primo vinile, ma proprio il primo, quello che fra l'altro sta ancora li praticamente nuovo nonostante l'uso compulsivo di allora, lo metti sul piatto, alzi il volume, chiudi a chiave così non rompono che devi abbassare, spegni la luce, e ascolti quel fischio...

DEMOCRAZIA? NO, DEMIARCHIA!

Tra tante cantonate che ho pigliato in dieci anni di blogging, per non parlare del resto della vita, c'è almeno una questione su cui avevo visto lungo, certo aiutato da reminiscenze scolastiche ma c'è chi nonostante studi recenti e ben più corposi dei miei ancora non riesce a capire, ad esempio, che razza di trappola che è l'Eurozona, quindi non vuol dire. Parlo della questione democrazia a sorteggio, o più propriamente "demiarchia": oggi che ci è tornato su Grillo (grazie al suo nuovo ruolo di battitore libero, o forse anche conscio che se continua così col cavolo che la sua creatura rivince le elezioni), l'argomento è tornato di moda al punto da meritare analisi dotte con tanto di varianti applicative transitorie, ma io posso dimostrare di averlo ricicciato in tempi in cui in giro non se ne parlava affatto (dicembre 2011).
Gli argomenti a favore dell'inserimento almeno parziale (Grillo propone solo per il Senato, Rosso solo in proporzione al non-voto ma per entrambi i rami del Parlamento) di questa modalità di elezione sono tanti:
  1. rende inutile quella estensione a tutti per legge del limite di due mandati, attualmente imposto per regolamento interno ai soli grillini, che sarebbe fondamentale per scardinare il concetto stesso, ormai inveterato nel Paese, che intraprendere la carriera politica sia un modo per "svoltare" per sempre, spesso magari ormai pure l'unico;
  2. rende inutile ogni ragionamento su quote rosa e simili: la legge dei grandi numeri garantirà anzi piena parità di genere, almeno per la quota per cui si adotta questo sistema (se integralmente, sarebbe totalmente);
  3. per le stesse ragioni statistiche, un Parlamento sorteggiato integralmente (e se non integralmente, per la quota per cui è sorteggiato, quindi costituendo un importante "fattore di correzione") rappresenterebbe la società italiana anche secondo tutti gli altri fattori demografici: età, livello di istruzione, fasce di reddito, provenienza geografica, eccetera; ma anche, e direi soprattutto, secondo altri fattori come propensione all'onestà o alla delinquenza (o vogliamo dire scrupoli?), tendenze politiche, capacità relazionali, competenza - l'attuale sistema di selezione della classe politica (grillini esclusi, almeno per ora), invece, finisce per favorire persone di sesso maschile (o di sesso femminile di un certo tipo) che hanno conoscenze, soldi per affrontare la campagna elettorale (o hanno chi glieli dà), pochi scrupoli, eccetera, e senza nemmeno nessuna garanzia sulla competenza (che anzi è accessoria e quasi mai decisiva), argomento spesso usato contro la stessa regola grillina dei due mandati prima che contro il sorteggio, come se tutta questa competenza, ammesso e non concesso ci sia, abbia fermato la corruzione e i soprusi di quella che non a caso si può definire "casta";
  4. favorisce l'ingresso nel senso comune (non ci vuole tanto: un paio di decenni al massimo) del concetto che la politica non è una opzione occupazionale permanente, ma solo un servizio temporaneo occasionale che i più fortunati tra quelli che sono sorteggiabili e si mantengono disponibili al sorteggio (l'elettorato passivo dovrebbe essere regolato da leggi ferree, e tra i maggiorenni escludere chi vuole fino a che lo vuole e chi ha subito una condanna, per sempre o temporaneamente a seconda se è definitiva o meno) svolgono per un periodo che leggi probabilistiche vorranno normalmente corrispondente a un mandato e raramente a due (ma se si vuole evitare scherzi statistici, basta escludere dal bacino chi è stato già sorteggiato due volte).
Sempre con riferimento alla competenza, ricordiamoci che stiamo parlando del potere legislativo: per l'esecutivo i parlamentari della maggioranza potrebbero facilmente (come già peraltro succede spesso) chiedere la collaborazione di soggetti esterni al parlamento che giudicano competenti tra quelli che sposano la loro linea politica. Si potrebbe addirittura pensare a un "albo dei ministri e degli assessori" nazionale, per iscriversi al quale ci vorrebbe un concorso dello stesso livello (ma per competenze diverse) di quello per la magistratura, in cui il Parlamento sorteggiato potrebbe pescare, come pure gli enti locali. E già, perché a questo punto il sistema aleatorio potrebbe essere applicato a tutti i livelli, fatto salvo forse per i sindaci per cui la legge elettorale attuale funziona benissimo, e non è incompatibile con un consiglio comunale di sorteggiati l'eventuale premio di maggioranza che prevede.
Vero è che una questione come questa non ha le caratteristiche per imporsi in una agenda politica fin troppo densa, ma è anche vero che Di Maio e company avrebbero tanto bisogno di contrastare in qualche modo l'iperattività di Salvini, abilissimo ad approfittare della pornografica offensiva valoriale orchestrata dai registi del mondialismo (non vuoi accettare il nostro progetto di graduale sostituzione dei viziati europei con docili schiavi africani? beccati queste immagini di bimbi morti, se sei insensibile sei un mostro), oscena e grottesca, per incrementare i propri consensi grazie al fatto che a certi discorsi abboccano oramai solo gli affluenti, la gente comune avendo oramai compreso, come minimo confusamente ma spesso sempre più chiaramente, in che pericolo si trova e grazie alla complicità prezzolata di chi. Quindi bene farebbe Giggino a spingere col reddito di cittadinanza, gli interventi complessivi sul metodo di selezione della classe politica, appunto, e magari anche la messa in discussione dell'Europa non solo sul tema immigrazione, ma anche su quelli economici e di bilancio, per ottenere tutte le risorse che servono al rilancio del Paese minacciando, anche solo velatamente e magari negandolo, l'uscita dall'eurozona (leggete anche qui Stiglitz) e se serve dall'UE (e quindi il loro crollo) se non accettano.

21 - CHI “CHE” C’E’

Come promesso, approfitto del cambio di grafica che ogni anno faccio a inizio luglio come regalo di compleanno al blog (è il decimo, mizzica!), per mettere in sfondo le immagini, una minima frazione di quelle che si potevano trovare, ancora molto meno di quelle che io e altri tifosi storici ci portiamo dentro, della mitica Viola Reggio Calabria, che vedrete anche stavolta risorgerà dalle ceneri in cui è stata volutamente ridotta.
La cosa non è fuori tema, dato che il basket è anche l'argomento dell'ultimo racconto (prima del lungo e articolato cappello finale) di Chi c'è c'è (mia prima e unica opera di narrativa fino all'uscita di Sushi Marina nei prossimi mesi), che è anche l'ultimo scritto, già nel 1999. Manu Ginobili ancora doveva sbarcare a Reggio Calabria, dove giovanissimo avrebbe già dimostrato la sua enormità prima di esplodere in una carriera incredibile che ancora continua oltre vent'anni dopo, per cui non è a lui che mi ispiravo. C'entra invece la mia già annosa allora passione per il basket in generale e la Viola Reggio Calabria in particolare, e in qualche modo l'avere sfiorato (e non senza rimpianti) la generazione di chi il poster di Che Guevara a casa proprio non gli poteva mancare. Così mi è nata l'idea che uno dei 21 campioni chiamati a rappresentare la chance di perpetuazione della razza umana fosse un asso dello sport, condannato dall'animazione sospesa a sognare e risognare di quando, alla sua prima consacrazione nel gotha del basket mondiale, fece l'outing della sua eroica ascendenza. Vencereemos, aadelante-e!

21 - CHI “CHE” C’E’

Ecco, lo speaker sta chiamando tutti gli altri uno per uno, e il pubblico esplode in ovazioni! Dio, quanta gente! Ma perché mi emoziono tanto? Calmo, ragazzo: oramai è dall’inizio del campionato che hai a che fare con platee del genere! Ma, Cristo, qui tengono tutti per me…! E ci sono centinaia di milioni di telespettatori al mondo che ci guardano. Ho il cuore in gola. Non mi pare vero, solo un anno fa…
Non ti distrarre, stronzo: tocca quasi a te.
“20 anni, ala forte, 2 metri e 12 per 113 chili, da Cuba, per i Miami Heat, RICARDO GUEVARAAAAAA!”.
Non capisco più niente. Sono io, qui, in mezzo a questi campioni che qualche anno fa guardavo in TV? In mezzo a questo pubblico? Sentili: “RICKY, RICKY, RICKY”….sono io. Li saluto, a braccia alzate. Vincerò la gara delle schiacciate con queste braccia, nell’intervallo: sono sicuro! E a fine stagione sarò il rookie migliore della Lega. Così, in mezzo al rombo della folla, mi gira tutto intorno, e rivivo l’ultimo anno e mezzo in un flashback come quelli del cinema.
L’infortunio alla caviglia, non grave, all’inizio della mia seconda stagione con la St.Louis University (nella prima, trionfale, avevamo vinto il titolo, io avevo 18 anni ed ero stato eletto MVP), cadde quasi sotto Natale: io mancavo da casa da tanto tempo, così decisi di rientrare al mio villaggio nei pressi dell’Avana. La povertà in quelle periferie non era diminuita molto dalla fine dell’embargo, almeno a sentire nonno Enrique, e d’altra parte quella situazione veniva difficile immaginarsela molto peggiore. Con la morte di Castro, mi diceva, non c’era più nessuno a difendere la Révolucion, e piuttosto che finire in mano a un dittatorucolo i cubani avevano deciso che tanto valeva provare a fare a modo loro. Degli americani, cioè. Si sono “democratizzati”: si dice così: Libere elezioni.
Risultato? Come previsto: i ricchi erano più ricchi, i benestanti più numerosi, ma i poveri erano sempre poveri, e in più andavano perdendo quella speciale solidarietà che li aveva aiutati a sopravvivere sotto il cappio americano alla fine del secolo scorso. Io non mi interessavo di politica, ma non ci voleva molto a capire queste cose.
Inoltre non vedevo mio nonno da anni: mio padre mi aveva portato via da Cuba che ero bambino, per sottrarmi al mio destino diceva, e per lo stesso motivo non era voluto mai tornare. Ma io ora ho i miei soldi, e l’infortunio mi ha dato il tempo, così eccomi a tu per tu col mio amato Enrique. Che ovviamente se ne approfitta: prima mi lavora ai fianchi con le condizioni materiali dei miei fratelli, raccontandomele e facendomele vedere, poi affonda con la storia di suo nonno Ernesto.
Ed ecco che io anziché tornare in America prendo un aereo per Buenos Aires, compro una moto e cominciò a vagabondare. Ho un libro in tasca, ma non ne seguo le tracce, non letteralmente almeno. Non serve: troppe cose sono simili, troppe le riconosco senza averle mai viste. Risalgo le pampas, attraverso le Ande ed entro in Perù; mi fermo sempre dove capita, ma non mi perdo Cuzco: io sono nero ma lì mi sento indio, anzi non percepisco più la differenza. Perché, dov’è? Poi, sul libro non c’è (non ci può essere, a pensarci bene) ma io lo trovo lo stesso, un certo posto di polizia nell’entroterra boliviano.
Arrivo in Messico, e improvvisamente mi rendo conto che sono passati dei mesi: chiamo Saint Louis senza neanche essermi preparato cosa dire, ma non serve. Sono felici di sapermi vivo e sano, credevano mi avesse rapito chissachì. Sto per dirgli la verità, ma mi fermo un attimo, faccio cadere la linea. Cosa debbo fare della mia vita, Ernesto, cosa, nonno Enrique? Cosa devono rispondermi, se non quello che voglio sentire, quello che è giusto, quello che è nei miei valori prima che in quelli che proietto in loro? Sii te stesso, fai bene ciò che sai fare, e non scordarti mai dei tuoi fratelli. Anche se hai l’asma, e la barba ti cresce in un certo modo, non puoi essere il Che, se non a modo tuo.
Così decido che da oggi in poi guadagnerò il doppio di quanto desidero, e darò la metà dei miei guadagni ai miei fratelli. Torno, mi alleno, rientro per i play-off, poi in estate sono sesta scelta assoluta, e lascio anticipatamente il college per la W.B.A.. Inizio di stagione travolgente, ed eccomi qui per questa incredibile convocazione!
Intanto si è cominciato a giocare, ed io come in trance ne butto dentro una dopo l’altra. 45 punti finali, MVP al mio primo All Star Game: vengo chiamato al microfono. “RICKY, RICKY, RICKY”, fa il pubblico del Madison Square Garden. Li calmo, agitando le mie manone aperte a palme in giù, e dico “grazie, grazie davvero. Ma non chiamatemi Ricky, vi prego: il mio nome non è Richard, è Ricardo. Se volete un nomignolo, ve lo do io, è anche più breve: chiamatemi Che”.
Lo pronunciano bene, penso, chissà come lo scriveranno, e chissà se qualcuno di loro si ricorda di ciò che significa. E continuo: “dedico questo premio, come tutti gli altri che verranno, al popolo cubano, e a tutti i diseredati del mondo. Hasta la victoria siempre!”.

SOMMA INGIUSTIZIA

Quando si dice due pesi e due misure: ecco a voi l'ingiustizia sportiva!
Se capite di fisco o conoscete qualcuno che ci capisce, capite meglio il mio esempio. Esiste un principio, tra quelli che hanno guidato le riforme tributarie degli ultimi 20 anni, che dice sostanzialmente che un controllo fiscale non deve mai produrre complessivamente effetti sproporzionati rispetto al danno sociale del comportamento scorretto del contribuente. Prima dell'adozione di questo principio, se c'era un vizio formale in 200 bolle ti veniva applicata 200 volte la sanzione prevista, dopo le sanzioni meramente formali (senza "danno fiscale") non ci sono proprio. Ma anche in caso di violazioni sostanziali, tutto il complesso normativo e di prassi è volto a cercare quanto più possibile di evitare che il soggetto controllato sia costretto magari a chiudere baracca, anche solo per via della considerazione banale che se chiude di tasse non te paga più, né passate né future. Certo, la legge è legge e il controllo si fa, ma sempre la legge fornisce all'amministrazione finanziaria una serie di strumenti per far partecipare il controllato al contraddittorio, arrivare a una pretesa fiscale ragionevole, agevolarne l'adempimento in ogni modo rateazioni comprese, e sempre rispettando anche un altro sacro principio giuridico, per cui ogni legge che prevede una sanzione deve indicarne la misura minima e quella massima.
Il ragionamento non cambia se ci si sposta dal diritto tributario a quello amministrativo, civile, o penale. Cambia solo nel diritto sportivo, ma sarebbe ora di dire che quando questo succede la cosa costituisce una violazione di principi generali dell'ordinamento giuridico che è francamente inaccettabile. E non perché stavolta, per una volta di troppo direi, ne ha fatto le spese la mia, di squadra del cuore.
La vicenda la riassumo molto in breve per evitarmi ulteriori sofferenze: il proprietario della squadra ha presentato fidejussioni false da 100mila euro per due anni di seguito, ma il primo anno dapprima non aveva proprio trovato in tempo utile una fidejussione e in cambio aveva depositato i previsti 100mila in contanti, poi aveva presentato il documento poi risultato falso ottenendo i 100mila indietro, l'anno dopo aveva presentato la seconda fidejussione per l'iscrizione al campionato, e scoperto il falso si era dichiarato truffato e aveva denunciato l'intermediario alla magistratura ordinaria e ridepositato i 100mila, che però gli sono stati restituiti e la squadra penalizzata, non essendoci pene edittali previste nella norma, giusto di tutti i punti necessari a retrocederla, in tutti e tre i gradi di giudizio. Durante questo biennio, il proprietario aveva allestito e mantenuto due squadre per due campionati, il primo quasi fallimentare e pertanto più costoso (se cambi mezza squadra in corsa pur di salvarti...) del secondo invece trionfale (terzi in classifica, primi nel girone di ritorno, favoriti o quasi per la vittoria ai playoff per la A1), spendendo in totale cifre stimabili come un centinaio di volte superiori a quelle che avrebbe risparmiato per avere scelto scientemente di optare per le fidejussioni false, secondo la tesi accusatoria sancita oramai definitivamente. In altre parole, sarebbe un deficiente. Uno che per risparmiare circa 10mila euro mette a rischio investimenti per 500mila se non ancora molto oltre. Ma la cosa peggiore è che, a una follia del genere, i sedicenti tifosi della squadra, in parte rilevante e comunque troppo consistente.... credono! Mi viene da impazzire. Da che mondo e mondo, i tifosi di tutte le squadre di qualsiasi sport, prima di dare addosso a uno che ha preso la loro amata bandiera dal fango e l'ha riportata fin quasi alle stelle, certo sbagliando tanto ma reggendo sostanzialmente tutto il peso economico sulle spalle, lo avrebbero difeso anche oltre la logica, sennò che tifosi sarebbero: il tifoso ama, è il semplice simpatizzante semmai che riesce a razionalizzare. Ma qui è peggio: sono sei mesi che in troppi danno addosso al reo, reputando giusta la inopinata sanzione.
Oggi, dopo una lunga eclissi consigliatagli dai legali finché in pendenza di giudizio, l'accusato, che ricordiamo in tutto questo frangente si è reputato truffato e dichiarato colpevole solo di aver delegato una questione ritenuta marginale (ed economicamente, lo abbiamo già rimarcato, lo era eccome), e però si era anche detto pronto a combattere ripartendo se serve dalla B, si è finalmente fatto sentire, dichiarando di voler rinunciare al titolo sportivo (se qualcuno da Reggio si facesse avanti, glielo regalerebbe, altrimenti lo vende) per ripartire con i ragazzi (in questi anni ha fra l'altro ricostruito un invidiabile settore giovanile, magari in prospettiva degno di una grandissima tradizione) dalla serie C, avendo così le mani libere di denunciare in sede ordinaria Lega e Federazione. I sedicenti tifosi urlano al tradimento, ma io francamente visto il veleno che gli sputano addosso da mesi (anzi, già negli anni scorsi al minimo errore di programmazione, solo quest'anno si erano placati di fronte alla squadra migliore allestita dai tempi di Silipo e Lardo) credo che è già tanto che non smonti baracca e burattini e mandi a fanculo tutti (e forse non lo fa solo nella speranza di recuperare qualcosa dei tanti soldi spesi fin qui nel progetto)!!! Il giudice ordinario, tra l'altro, potrebbe anche riconoscere che è stato truffato, ripetendo a distanza di anni il paradosso, già subìto da Reggio ad esempio ai tempi di Scambia, di una riparazione quando il danno sportivo era cosa fatta e irreparabile. Quindi la denuncia agli organi della pallacanestro italiana è direi a questo punto sacrosanta, almeno se e quando il giudice ci darà ragione riavremo il maltolto e magari anche un grosso risarcimento (pare abbia intenzione di chiedere 2 milioni di euro, a occhio e croce ci stanno tutti) per farci forse lo squadrone, e nel frattempo meglio continuare coi giovani, si, piuttosto che magari perdere i derby di B con Lamezia e Catanzaro, che già sono più avanti di noi nella costruzione della squadra.
Si perché il comportamento degli organi dello sport non è discutibile soltanto nell'aspetto giuridico: in quello sostanziale è ancora molto peggio. Non solo la sanzione è stata "inventata", non avendola prefissata, ma anche la tempistica della sua irrogazione e della stessa calendarizzazione dei giudizi è stata a dir poco vergognosa. Da gennaio che iniziano i rumors sul web, tra deferimento e prima sentenza si arriva al 9 aprile, ma se l'appello è stato fatto di prescia (c'erano i playoff in ballo...) perché allora fissare il giudizio CONI al 26 giugno, con i termini per l'iscrizione a qualunque campionato pochi giorni dopo? Come fanno a non aver pensato che questo avrebbe portato all'annientamento della società, innescato dall'azzeramento dell'avviamento, anche in caso di ribaltamento della sentenza? Infatti, quasi tutti i giocatori hanno a quel punto cominciato a firmare altrove, capitano compreso: due soltanto sono stati così corretti da aspettare, accasandosi dopo. A questo punto, l'alternativa è tra una serie B raffazzonata, con gli under e qualche acquisto, e una C coi ragazzi e le mani libere per denunciare i carnefici; in ogni caso, la A2 sarebbe stato impossibile programmarla anche se assolti dal CONI. Ancora qualcuno ha il coraggio di chiamarla "giustizia sportiva"?
Altri tifosi sostengono che Muscolino a questo punto, anzi già da un po', avrebbe dovuto consegnare la società alla città, nelle mani del sindaco. Sai che affare! Come se dalla ingrata Reggio qualcuno in questi 8 anni si fosse mai fatto avanti per entrare in società o comunque sostenerla. Comunque, se c'è e si fa avanti in questi giorni lui ha detto che gliela regala. Vedrete che fila!
I club storici qualche giorno fa avevano annunciato il loro sostegno alla squadra qualunque categoria si trovasse a giocare. Ecco subito che sono messi alla prova, andassero a tifare i nostri ragazzi in serie C, a me dispiace solo che sia in ambito regionale sennò le trasferte a me più prossime cercherei di non perdermele, come da trent'anni in qua a qualunque latitudine in qualunque categoria. Ora e sempre, forza Viola!

P.S. Nella immagine in alto, il dettaglio del dispositivo della sentenza di un caso molto simile al nostro, di un paio di anni fa nel volley. Il "falsario", che nemmeno si era dichiarato truffato, sospeso per mesi e non per anni, alla società 300 euro di multa. Questa la sentenza completa, tanto per apprezzare bene a che punto si può arrivare quando non si prefissano le sanzioni. Come se, per tornare all'esempio iniziale, in campo fiscale si potesse decidere di volta in volta, per fattispecie identiche o perlomeno molto simili e comunque ripeto non impattanti sul piano sostanziale (la fidejussione non è stata escussa, i giocatori non correvano il rischio di non essere pagati e invece dopo si, e in ogni caso erano stati ridepositati i 100mila a garanzia), se fare un buffetto al contribuente o fargli chiudere la ditta mandando a spasso tutti i dipendenti.
P.S.2. Non conosco il signor Muscolino, non sono il suo avvocato difensore né un tifoso accecato dalla partigianeria. Sono solo uno che cerca di seguire una logica, e mi sembra che se si deduce che se fosse stato mafioso o vicino a quegli ambienti non avrebbe avuto nessuna difficoltà a reperire una fidejussione autentica, forse non si sbaglia. Mi sembra che nemmeno Mimmetto avrebbe rischiato di mettere a repentaglio otto anni di investimenti cercando di truffare le istituzioni per risparmiare qualche spicciolo. Quel Mimmetto che ci tolse il sonno 17 anni fa, si, e che però nella sua follia se lo avessero lasciato fare forse magari ci riusciva, a farci fare il botto, la storia è piena di folli fortunati in mezzo a mille volte tanto folli sfortunati. Qualcuno glielo dica, non si sa mai, che c'è un fesso che regala la Viola in B a chi se la piglia...
P.S.3. Non vedrò la mia Viola in campo, l'anno prossimo, quasi sicuramente. Allora me la riguarderò, e voi con me, ogni giorno sullo sfondo del blog, dalla prossima annuale ristrutturazione grafica, in occasione del decimo compleanno del sito.

È IL CAPITALISMO, STUPÌDO!

Visto al cinema il biopic su Stanlio e Ollio , divertente e commovente al tempo stesso, grazie anche alla scelta di inquadrare un piccolo ...