DRILLOCOCCO

Fonte: pagina Facebook di Roberto Vallepiano
Francamente è insopportabile l'abitudine a incensare chiunque diparta, diffusa a tutte le latitudini ma particolarmente radicata nel giornalismo italico. Ovviamente, il rispetto dovuto a tutti i viventi non deve certo mancare nel momento che muoiono. Ma se uno era tondo da vivo, non è che siccome muore diventa quadrato.
Tra i preponderanti incensamenti esagerati e fuori luogo, con mezzi telegiornali dedicati a elencare cose fatte e cose non fatte (o peggio, fatte all'opposto), e i pochi (ma sempre troppi) post offensivi, si segnala per equilibrio il provocatorio post che riporto in immagine (perché non tutti hanno FB). Si tratta di una mera elencazione di fatti, alcuni notori altri da verificare ma plausibili, che sul mainstream non avete sentito.
L'uomo aveva il suo valore, al punto che ai primi tempi la sua direzione industriale poteva trarre in inganno chiunque (anche me, ecco un post di cui ancora mi vergogno), ma agiva completamente all'interno di logiche aberranti, di varia scala: nel micro difendeva le tasche del suo datore di lavoro non l'industria automobilistica italiana (che infatti non esiste più, la scelta del successore lo certifica), nel macro incarnava (talvolta ispirandolo: Renzi aveva lui a modello quando pensò al Jobs act) il credo neoliberista e globalista che ha distrutto il sogno del dopoguerra dell'intero Occidente e dell'Italia in particolare.
Quel credo per cui l'Italia oggi ha la disoccupazione che ha, e la sottoccupazione e la sottoretribuzione pure, e per cui necessiterebbe di un piano straordinario di assunzioni nel pubblico impiego (l'esatto opposto di quanto fatto negli ultimi decenni e ordinato da Bruxelles), quel credo per cui in Grecia si muore per non avere nemmeno quasi più pompieri e quei pochi averli senza mezzi ed equipaggiamenti.

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