COME SE PIOVESSE

Apprendo solo adesso che, in un colpo di coda di ragionevolezza degli attori di questa commedia, è evitato, (almeno per ora, ma forse definitivamente: prima o poi dovrà pur ripiovere), il razionamento dell'acqua a Roma. Essendo nato e cresciuto a Reggio Calabria, avevo però una certa esperienza sia della gestione pratica che delle cause di situazioni come quella romana odierna.
Per quanto riguarda la prima, noi si riempiva la vasca da bagno quando l'acqua c'era e si usava una bacinella di plastica per prelevarla da lì e fare almeno le più indispensabili abluzioni e l'imprescindibile scarico del wc. Per bere e cucinare, si faceva la fila alle fonti, abitudine che resta, anche se in molte zone della città oggi l'acqua è potabile, perché per decenni non lo è stata in tutta la città. Per cui, mi sono attrezzato di fiaschi e bottiglie in quantità che ora giacciono in giro per casa sia mai il razionamento lo fanno davvero.
Per le seconde, tenete presente che Reggio ha una montagna di 2000 metri alle spalle, con fonti di acqua buonissima e cristallina che sgorgano in ogni dove. Non è la sicilia centrale dove forse si può parlare di scarso approvvigionamento con qualche ragione. L'acqua non arriva(va) - la parentesi c'è perché i problemi non sono risolti in tutta la città - nelle case perché si perdeva prima. Poi i lavori della ferrovia hanno fatto il patatrac: falde salinizzate e acqua del tutto inutilizzabile per bere o cucinare, e poco gradevole per lavarsi, per trent'anni almeno. Con questa esperienza, bisogna ammetterlo, si parte avvantaggiati. Ci sarà anche il riscaldamento globale e quest'anno avrà anche piovuto meno del solito, ma le ragioni bisogna cercarle altrove. Nelle perdite lungo il cammino. Nelle beghe politiche per fregare la sindaca grillina. Nelle manovre sabotatorie del referendum sull'acqua pubblica. Non entro nel dettaglio perché alle volte a guardare il quadro troppo da vicino non si capisce cosa rappresenta. Ma soprattutto perché non volevo parlare di questo, poi ho letto dello scampato razionamento e ho pensato che ci azzecca.
Volevo parlare della porcheria appena subita da parte della Francia coi cantieri navali, e di cosa significhi e comporti.
Sono trent'anni che ci sfracagnano i cosiddetti che statalizzare è peccato e proprio non si può, e che l'Europa liberista è un'occasione imperdibile di crescita per un'imprenditoria italiana che però sappia rendersi competitiva, e altrettanti che m'incavolo e mi danno per spiegare come e perché sono assunti fasulli e ingannatori, ed ecco che arriva un esempio mirabile, più efficace di mille parole: quando sono gli altri che comprano pezzi di imprese italiani (magari appena privatizzate a bella posta, o non statalizzate perché non si può) tutto bene, quando è una impresa italiana che può e vuole fare la stessa cosa con gli altri, questi nazionalizzano. Dal nodo logico risultante, sia se si veda o non si voglia vedere la contraddizione, si deduce che:
  1. l'Europa non esiste ma è solo una giungla in cui i furbi mangiano i fessi tenendoli fermi con un teatrino per gonzi;
  2. allora pure noi potremmo nazionalizzare ad esempio le banche in sofferenza o perché no l'Alitalia, cosa che peraltro costerebbe meno degli aiuti a fondo perso con tanto di incamerazione della bad company (la strada praticata da noi sempre) comportando inoltre un aumento del patrimonio pubblico:
  3. tutti quelli che si sono spesi per mettere su il teatrino e propugnare le privatizzazioni osteggiando le nazionalizzazioni sono traditori prezzolati che andrebbero sottoposti a legge marziale. Tutti.
Ho detto che i grillini a Roma avrebbero passato i guai qualche mese prima delle elezioni, sulla base della semplice considerazione che non si può amministrare un mostro come Roma senza avere in mano le leve del governo nazionale. E, di più, non si può amministrare più nessuna realtà locale se prima non si capovolge radicalmente l'impianto aziendalistico che purtroppo ancora si espande e mira ad assaltare la roccaforte dei Ministeri e delle poche altre amministrazioni pubbliche rimaste, e se prima non si recupera la piena sovranità monetaria in parallelo alla induzione per via legislativa e giudiziaria al mutamento radicale dell'etica pubblica. I Comuni non hanno più un soldo, il territorio è stato abbandonato, incendi alluvioni sete terremoti non sono eventi diversi o magari opposti, sono le facce che assume lo Stato che non c'è più. Bisogna ricostituirlo. Subito. Stampare tutti i soldi che servono per sistemare acquedotti, fiumi, coste, case, eccetera, e ridare alla giustizia il ruolo di impedire che la corruzione esuli la quota fisiologica delle cose umane, per impedire che serva stampare il doppio dei soldi necessari perché la metà tanto se la ruba qualcuno, come sempre si è fatto in Italia. Prima un governo così, poi qualunque sindaco va bene. Senza un governo così, invece, non la Raggi, manco Gandhi riuscirebbe in qualcosa, manco gesucristo.
Buona estate, per un paio di settimane ci sentiremo soltanto per racconti o testi di canzoni. Buonanotte, vado a farmi una doccia.

CANZONI CON LA MUSICA IN TESTA

Diceva Benedetto Croce che prima dei 18 anni tutti scrivono poesie, dopo i 18 solo i poeti e i cretini. Così, non sentendomi dell'una e non volendo rientrare nell'altra categoria, con la maggior età ho preteso da me stesso che, se volevo ancora mettere su carta i pensieri, dovevo costringerli in una gabbia formale più rigorosa di quella della poesia "ermetica" (cioè, per come è stata ampiamente intesa "senza metrica" - ah, i guasti della destrutturazione nelle arti! e non tanto per chi l'ha operata, quanto per gli epigoni, incentivati appunto dalla apparente mancanza di regole): dovevano essere musicabili. Come tutta la poesia da Omero a De Andrè, peraltro.
Nacquero così un centinaio di "canzoni con la musica in testa", che però avevano lo stesso problema delle poesie e di qualunque altra forma artistica masturbatoria contemporanea: come uscire dal cassetto? Per una serie di eventi che sintetizzai qui e non ripeto per non annoiarvi, le mie semplicemente non lo fecero; alcune diventarono racconti finendo dentro Chi c'è c'è, edito nel 1999 e da poco tempo pubblicato qui a capitoli, e poi basta.
Ho sempre seguito la musica e sono sempre curioso di scoprire cose nuove, approfondendo quelle che mi piacciono di più, finendo per avere dei gusti alquanto diversi da quelli dei miei coetanei. Ma l'ultima epoca in cui è stato facile "esplorare l'ignoto" è stata quella in cui era consentito il noleggio dei CD, e infatti risale ad allora l'ultima infornata di personaggi in grado di vendere dischi ancora oggi: la miopia dell'industria discografica è esiziale, e oggi non le rimane che un modo per affermare nuovi soggetti, il business dei talent, che però richiede investimenti enormi e pertanto comporta di correre meno rischi possibili dal punto di vista dell'originalità dell'offerta (mio cuggino direbbe "so' tutti uguali", con maggiore efficacia). Se fosse stato così il panorama editoriale degli anni 70, per dire, non avremmo mai ascoltato un disco di nessuno dei cantautori che hanno fatto i miliardi per decenni da allora (e continuano, morti compresi).
E si, oggi c'è Internet. Ma è un mare così grande che non è facile orientarcisi, anche usando dei siti "nocchieri" come Brigata Lolli, Rockol o L'isola che non c'era. Per non parlare dei social network...
Ecco, volevo introdurre la pubblicazione dei miei testi di canzone (abbiate pazienza, d'estate controinformo un po' meno...) e sono finito a rifare il pistolotto ai discografici e ai loro talent show. Sono proprio un anziano brontolone. Ma i testi li ho scritti a venti/trenta anni, e magari qualcuno ancora è attuale. Oggi ne metto uno corto, poi ogni tanto un altro. In SIAE sono depositati tra gli inediti, se a qualcuno ne piace qualcuno (la musica ce l'ho in testa, ma mi va bene quella che gli venisse a chi legge il testo) mi contatti che ci mettiamo d'accordo: sono più vanitoso che esoso.
...
AL DI LÀ DELL’ORIZZONTE
(rock ballad lenta)
avevo buone ragioni per convincere quell’uomo a non partire
e mi premeva che quel viaggio non avesse a rovinare la mia nave
e poi diceva l’equipaggio che era troppo duro e troppo sentimentale
e aveva un occhio del colore della preda dei suoi sogni e uno del mare
e mi era sempre stato poco simpatico con quella sua gamba mozza
con quel suo puzzo inconfondibile di carogna ancora prima di morire
con quel suo scarso senso degli affari e quell’innato suo idealismo
e con il suo accento sprezzante un po’ da eroe ma molto più da incosciente
e c’è chi l’ha visto
per ore
fisso sul ponte
a cercare chi non c’è
per me Moby Dick non c’è
e così quella mattina sono andato per convincerlo a mollare
ero deciso e mentre andavo ripassavo nella mente le parole
e le gettai tutte d’un fiato e mi son parse pure belle da ascoltare
ma scivolarono su Achab come il vento, senza cioè poter entrare
ed era come se il suo tutto fosse qualcosina in più delle sue parti
e il resto rimaneva in piedi anche smontando tutti quanti gli altri pezzi
e non capivo perché però provavo una sorta di deferenza
e l’incertezza bastò perché il capitano desse la partenza
e più non l’ho visto
tornare
ormai da cent’anni
e non tornerà più
certo non tornerà più
e avevo buone ragioni per spiegare tutto ciò cui ragionavo
però guardando dal porto il mio orizzonte che sembrava l’universo
non era nulla al confronto delle anse dell’oceano del capitano
e mentre il battello andava io capivo qualche cosa di diverso
così da allora aspetto secoli anche chi sono sicuro che non torna
e ogni tanto mi tocco la testa per vedere se ho le corna
perché l’Achab che c’è in noi riesce a vivere anche per ciò che non vediamo
e forse sarà la nostra parte peggiore, ma è la parte che più amiamo
e c’è chi l’ha visto
per ore
fisso sul ponte
a cercare chi non c’è
per me Moby Dick non c’è

1 - DICIOTT’ANNI

Un'astronave raccoglirifiuti, perciò con equipaggio risicatissimo e poca tecnologia eccedente quella necessaria alla sua funzione, viene mandata a recuperare il rottame di un'altra astronave. Il capitano, temendo guai, manda il suo secondo (e ultimo) a bordo del rottame, e quest'ultimo scopre che dentro ci sono 21 sarcofagi con dentro altrettanti personaggi in animazione sospesa (tipo Alien, si). Per ragioni ignote, non riesce più a contattare il capitano, e non potendo senza far ciò neanche tornare indietro, per trascorrere il tempo che gli rimane (fino a che il capitano in assenza di comunicazioni non accorra a recuperarlo, o forse, se questi invece impaurito lo abbandonasse, fino alla morte) si decide a utilizzare una tecnica di telepatia che la sua razza possiede e usa solo in casi di emergenza (è difficile e dolorosa), sperando di ottenere dai dormienti, se non un modo per cavarsi dai guai, almeno delle belle storie. Ecco la prima, tratta dal sogno di una ragazza della Lousiana.
...
1 - DICIOTT’ANNI
Fred non aveva ancora diciott’anni e si stava per diplomare. Era stato un bambino prodigio, uno di quelli che a tre anni sanno leggere e scrivere; a cinque fu portato a sostenere direttamente gli esami per la seconda classe, e siccome ciò non era proprio regolarissimo dovettero andare in una scuola di una frazione sperduta nella prateria, di quelle allora piene di bambini che usciti da scuola facevano i vaccari o aiutavano i padri nei campi, e comunque avevano le unghie nere e, dentro all’anima, una specie di consapevolezza che quello che studiavano non c’entrava nulla col loro destino di poveracci poliziotti o delinquenti. Non che lo pensassero davvero, ma ce l’avevano scritto in faccia. Ma allora Fred non poteva saperlo; lui girava per mano di una maestra curva e stupita per le classi di quell’istituto di campagna a leggere pezzi diversi del sussidiario ogni volta senza dito e velocemente come un adulto ed anche in maniera più chiara e molto ben recitata: da grande avrebbe letto certamente peggio. Le facce di quei bambini gli entrarono dentro senza che se ne accorgesse, a costituire uno dei suoi formidabili sensi di colpa.
Come quell’altro che Fred nutriva nei confronti dei suoi genitori. Che litigavano sempre, e per motivi ben precisi: non avrebbero dovuto sposarsi, ma lei aveva 31 anni e per una donna del Sud a quei tempi voleva dire avviarsi ad una folgorante carriera da zitella; la nonna non poteva permetterglielo, e quello era davvero un bravo giovane. Fesso, insicuro e praticamente impotente, a sentire lei. Che, d’altra parte, era una stronza frigida e portentosamente egoista, di un ego che comprendeva anche la famiglia di origine, di cui lei non aveva un’idea separata dall’idea di sé. Entrambi non avevano mai risparmiato a Fred i loro spettacolari litigi, ma non si erano limitati a questo: ognuno dei due quando restava a quattr’occhi col figlio gli raccontava il perché e il percome l’altro era il solo colpevole della situazione, ivi comprendendo i particolari “piccanti”.
Sarebbe stato abbastanza per fare di Fred una persona dalla sessualità disturbata, ma non fu tutto. Una volta, finalmente, e per una questione di soldi, la madre cacciò di casa il marito, salvo poi, in fondo sempre per una questione di soldi, mandarlo a richiamare, sfruttando un poco autoconsapevole desiderio di un adolescente segaiolo ad avere i genitori uniti, proprio da Fred. Che da quel momento in poi non si perdonò più di aver riunito due quarantenni che si sarebbero lasciati da cinquantenni, dopo un decennio di psicodrammi, e con la madre non più in grado di rifarsi una vita.
Così Fred cominciò a pensare cose strane sulla sua futura vita di coppia: che avrebbe dovuto essere perfetta, fatta di intesa sessuale estatica e di un’amicizia tale da poter parlare di tutto, e soprattutto di progettualità comune, insomma di tutta una serie di belle cose che se a pensarle si è in due è tanto bello. Ma deve venire da sé, ed è rarissimo, col tempo. Lui invece ce l’aveva già in mente a sedici anni, e giustamente le ragazze appena capivano scappavano. Anche perché tutto ciò gli comportava una forma di gentilezza estrema che sforava anche nel comportamento sessuale: pareva chiedere il permesso ad ogni bacio e ad ogni carezza, figurarsi quando sarebbe riuscito ad andare oltre.
Mia madre, Cathy, era - al contrario di Fred - una ragazza religiosissima, ma di una religiosità di sostanza e non di forma, e pensava ed agiva con amore per tutto e tutti già a quell’età. Non era bella, ma si rendeva talmente interessante intellettualmente che ad un tipo come Fred non poteva non piacere. Lui era poi tenero il giusto per attrarla, così ad una gita si misero insieme: solo baci e carezze, per carità, e durò un paio di mesi soltanto. Finì perché lei si accorse che lui “aveva” un’altra fidanzata (qualche carezza anche lì, e solo un bacio), e piangendo piantò lui e la Louisiana per New York. Ma da lì gli scrisse e lui le rispose, e così via per un anno o due: è da quelle lettere, che non so come mai le conservava tutte lei, che io so della loro storia e della vita di questo sconosciuto che avrebbe potuto essere - con un po’ di fortuna - mio padre.
Cathy infatti tornata da New York si sposò con mio padre e finì a vendere aspirapolvere per un’organizzazione piramidale. Andai via da casa appena potei: ero cresciuta tra rinfreschi e dimostrazioni di pulizia di sui tappeti tutte le sere, e non ce la facevo più! Ma quando mia madre morì ed io misi mano tra le sue carte, fui colpita da quelle lettere di cinquant’anni prima, e mi sorpresi a pensare quale potesse essere stato invece il destino di Fred. Sarà cambiato, crescendo? Non credo, le persone non cambiano mai veramente. Al massimo recitano, prendono in giro il mondo e se stessi, ma dentro... E poi ogni tanto succede qualcosa che è come un pezzo di specchio che ti finisce in mano e tu ti guardi e sei tu: non si può scappare a lungo da sé stessi. Certamente Fred e il suo sogno sono cresciuti insieme.
Chissà da quante altre donne è stato scaricato prima di realizzarlo, se mai ci è riuscito! Chissà se è davvero riuscito ad invecchiare accanto ad una compagna fedele! Però credo di no: le donne non apprezzano i buoni, la maggior parte sono delle stronze; d’altra parte anche la maggior parte degli uomini sono degli stronzi, se ho imparato qualcosa dalle mie, di esperienze. Per questo quando ho letto la poesia che mia madre ha scritto per Fred l’ho sentita mia, specie le ultime due righe.
E’ da un po’ che cerco
quel tratto di cielo
che mi hanno rubato,
perché i miei pensieri
- farfalle contro vetri -
vogliono volare liberi.
Liberi.
Liberi.
Cercando il mio cielo
ho trovato nuove terre,
anche,
e un posto per sorridere,
qui nella mia anima.
Qui,
nella mia anima,
ci sono anche le tue parole
e i tuoi pensieri,
forse anch’essi,
a volte,
farfalle contro vetri.
Stamattina,
all’alba,
ho sognato di averti incontrato.

CULU CHINU

Per comprendere come funziona l'inconsapevole propagazione della narrazione che ha svuotato di senso la democrazia, basta un giro su qualunque social network. E' pieno di persone degne, alcune addirittura amici fidati, che però senza pensarci troppo "condividono", cioè contribuiscono a far rimbalzare talvolta iperbolicamente, quello che ai padroni del vapore conviene faccia eco. Si fanno, così, untori inconsapevoli di falsa coscienza, correi colposi del delitto di civilticidio. Devono saperlo, è doveroso dirglielo, tentare almeno di fargli capire che sbagliano, poi continuassero pure se gli pare, tu almeno il tuo dovere l'hai fatto.
Occorre un esempio - che poi è stato proprio lo spunto di questo post. Ma prima, occorre un cappello apparentemente personale.
Avete presenti quelle frasi che vi dicono da bambini e vi restano dentro tutta la vita? Una di queste, a noi nipotini, la diceva nonno Luigi, quando facevamo capricci col cibo o non avevamo voglia di qualcosa che magari lui ce l'avesse avuta da bambino. Esclamava "u culu chinu!", il culo pieno, col tono che sottolineava l'intento esplicativo: non foste sazi, grazie a noi, di tutte le cose fondamentali, col cavolo che vi permettereste di fare gli schizzinosi con quelle voluttuarie! Stiamo parlando, in termini assoluti, di un tenore di vita che oggi starebbe molto al di sotto della soglia di povertà, ma per queste cose, presumo lo sappiate, valgono solo i termini relativi: per lui, erano lussi.
Riflettere su episodi come questo dovrebbe aiutarci a riconsiderare il concetto di "superfluo", anche volendo capovolgerne la logica: è il "culo pieno", se vogliamo, a consentire agli esseri umani ogni elevazione, comprese tutte quelle che oggi consideriamo facciano di noi persone socialmente apprezzabili (coltivare amicizie, tenersi in forma, fare sport, leggere libri, andare al cinema, fare beneficenza, avere empatia verso gli ultimi, eccetera). Senza culu chinu queste caratteristiche non si acquisiscono, o, se le si hanno, magari non subito, magari non tutte, si perdono.
Fine del cappello, veniamo all'esempio.
Su facebook un amico A (uno vero) ha postato una vecchia foto in cui una tipa in costume da bagno intero è in posa voluttuosa davanti al muso di un'auto, didascalia "Donna iraniana prima della rivoluzione islamica, 1960", sottintendendo il messaggio "lo vedi che prima che arrivassero gli islamici brutti e cattivi anche l'Iran era un Paese dove la donna si andava liberando, eccetera eccetera?". A commento, altri hanno esplicitato lo stesso messaggio. La narrazione è così condivisa da essere luogo comune, come tante altre del genere. Quando è così, essa viene "data per scontata", non si viene neanche sfiorati dal dubbio che in realtà le cose possano essere andate diversamente. E spesso non si hanno strumenti per saperlo, perché la stessa narrazione impronta sia i libri che l'informazione del mainstream, dove viene trattata come un dato di fatto a valle del quale, semmai, si fanno delle valutazioni.
Se sei diffidente, puoi ricadere nell'errore speculare: dare credito a narrazioni opposte solo in quanto tali, avendo oggettivamente gli stessi strumenti per validarle quanti ne hai per validare quella ufficiale, ma propendendo per le altre solo per via del "pregiudizio di menzogna" che nel tempo ti si è consolidato verso le verità prefabbricate. A me può capitare, ad esempio. Ma in questo caso no.
In questo caso ho la fortuna di avere un amico B (che A peraltro conosce) che non solo è iraniano, ma è anche stato torturato dal regime degli ayatollah, per cui avrebbe tutte le ragioni per aderire alla tesi sottesa dal post. Se la verità non fosse altrove. Dov'è, me lo racconta da trent'anni, da quando l'ho conosciuto e subissato di domande, io giovane italiota impregnato dalla narrazione del "nuovo medio evo in cui Khomeini aveva precipitato la società iraniana".
La dico in estrema sintesi. Gli scià di Persia tra otto e novecento non erano troppo diversi dai sovrani assoluti europei della stessa epoca, e infatti a un certo punto anche loro sono stati diciamo così costretti ad accettare il ridimensionamento a "monarchia costituzionale" se volevano restare in sella. Al culmine di questo processo troviamo, nel secondo dopoguerra, un primo ministro che da un lato costringe lo scià, già Reza Pahlavi, a un ruolo ornamentale Elisabetta's style, e dall'altro mira a redistribuire almeno in parte ai suoi concittadini la fortuna di essere seduti su un mare di petrolio, attraverso la nazionalizzazione di quell'industria. A danno delle multinazionali del petrolio in piena espansione. Mossadeq, in altri termini, voleva quello che un certo Mattei voleva per l'Italia. Avendo più ciccia di lui nel piatto, e alla fin fine più fortuna di lui: deposto da un colpo di Stato a guida CIA e MI5 (pensate, lo dice persino Wikipedia, altro che controinformazione! - accetto scommesse su quando, non su se, l'autoattentato delle Torri gemelle verrà finalmente presentato come tale...), morirà al confino qualche anno dopo, anziché subito in un "incidente" aereo. Con il suo esautoramento, Pahlevi ebbe mani libere per fare del suo Paese un protettorato angloamericano con ponti d'oro ai petrolieri, tanto benessere a pochi, tanto fumo negli occhi a livello di costume, e tanta povertà diffusa. E se non fosse stato così, nessun religioso avrebbe potuto portare tanta acqua al suo mulino nei decenni a venire, fino alla rivoluzione islamica. B sostiene inoltre che anche quest'ultima poté avere luogo solo perché utile agli, e quindi magari agevolata dagli, americani. Ma non occorre seguirlo fin qui, per decidere, la prossima volta, di non indulgere alla diffusione acritica di narrazioni fasulle.
Generalizzando, non è come vanno vestite le donne che fa la differenza. I costumi, da bagno o meno, sono solo un fattore esteriore, che, se non gli corrisponde un progresso interiore, consiste solo in una presa in giro. Ma dirò di più: la stessa cosa vale per tutto ciò che potremmo definire con l'etichetta di "diritti civili", mettendoci dentro la parità tra i sessi, il diritto allo studio, l'egualitarismo, l'antirazzismo e l'accoglienza del diverso, l'individualismo, il divorzio e in genere la progettazione non lineare della vita sentimentale e familiare, il sesso consapevole e l'accettazione sociale di ogni preferenza in materia, insomma tutto quanto quello siamo stati abituati a concepire come il corpus della nostra civiltà, e proteggiamo in ogni modo (linguisticamente con quel processo che definiamo "politically correct": assolutamente da leggere questo post di Lameduck che giustamente ne fa brandelli), ebbene, fino a che c'è la salvaguardia sostanziale dei diritti materiali è un loro naturale corollario che li porta a compimento dandogli senso, ma quando i diritti materiali sono di fatto abbandonati (come nell'Iran degli scià, si, ma come nell'Italia di oggi, e non dico "nell'UE" perché ciò non si verifica affatto dappertutto nella UE: è esattamente su questo terreno che si dimostra quanto il termine Unione sia menzognero, visto quanti figli e figliastri ci sono) resta solo la presa per il culo. Di cui la gente prima non si accorge (o meglio, se ne comincia ad accorgere la parte con meno reddito), poi comincia ad avere sorda consapevolezza, e alla fine si ritrova ad affidarsi mani e piedi a chiunque prometta credibilmente di accontentarla quanto più possibile sul piano materiale, anche se ciò comporta l'adesione a un piano ideologico che noi definiremmo dittatoriale o oscurantista. Succede. Spesso. Ovunque. Nella parabola fascista in Italia e nazista in Germania, ad esempio, oltre che in quella islamista in Iran, e poi altrove con declinazioni ancora più estreme. Conta prima la struttura, e poi la sovrastruttura, diceva un tizio con la barba che non era gesucristo, ma pure quest'ultimo sapeva che non poteva parlare a una folla affamata se prima non moltiplicava i pani e i pesci.
Per tutto quanto questo, cari amici, ricordiamo: tutto il sistema di valori che noi reputiamo "superiore" e definente la nostra "civiltà" non è altro che figlio del benessere che gli USA ci hanno regalato perché non diventassimo comunisti. Ma forse dovremmo dire prestato, giacché da quando non c'è più l'URSS l'ultimo ce lo stanno togliendo pezzo dopo pezzo, l'altro sta svanendo un po' per volta, a cominciare dai meno fortunati e dalle cose più rinunciabili. Quelli che protestano contro gli immigrati assegnati alla tal struttura del loro paesino non sono razzisti, sono poveracci che stanno cominciando a comprendere tramite il buco del culo, in modo del tutto inconsapevole al cervello, qual'è il disegno globalista che li ha messi nel mirino usando altri più poveracci di loro come armi. E una narrazione fasulla, farcita di parole false, come scudo.
Un progetto politico realmente progressista, quindi, dovrebbe avere come obiettivo, antitetico a quelli che stanno attuando il progetto opposto (arricchire i pochi) sotto le bandiere progressiste, di "riempire le pance" dei molti, nel nostro Paese intanto e magari anche nel resto del pianeta. Usi e costumi, a pance piene, in qualche modo (e qualunque va bene: uno vale l'altro) si eleverebbero. E non ci sarebbe più terreno fertile per nessun "terrorismo" e nessun "oscurantismo fondamentalista". Ne consegue che il primo obiettivo di ogni buon progressista dovrebbe essere contribuire in ogni modo alla sconfitta e alla sparizione del PD, dell'Euro e del progetto politico loro padre, quello mondialista governato dalle multinazionali. Ad aiutarli a diffondere le loro storielle, buone per vincere medaglie in piscina come qualche tempo fa l'handicap visivo per vincere Sanremo, ci pensano già quelli (stra)pagati appositamente.

LA NOTTE IN ARRIVO

Questa struttura è rimasta immutata per millenni,
cambiando i nomi nelle caselline. Ora sta sparendo...
Oggi è un anniversario piuttosto noto. Di cosa, a domanda qualcuno risponderebbe di Nizza 2016, qualcuno di Parigi 1789, molti meno di Reggio 1970. Sicuro, un'ottima occasione per parlare di popolo e di libertà.
...lasciando il posto a questa...
Lo spunto me lo da un come al solito stimolante e assieme delirante Barnard, con un post iperbolico e visionario che però ha proprio grazie a ciò il merito di farci vedere squarci di verità: esattamente, si, la funzione che dovrebbe avere l'arte e pare purtroppo non avere più. Nella consapevolezza che solo qualcuno raccoglierà il mio invito a leggerlo tutto, e per la necessità di partire da quello per arrivare altrove, riassumo il ragionamento, o almeno quello che ho capito io: la crisi che stiamo vivendo non è il compimento naturale del capitalismo una volta sconfitto il comunismo, ma è il superamento del capitalismo in favore di una sorta di neoschiavismo globale, perché la struttura sociale cui tende non è più piramidale ma tendenzialmente orizzontale, perdendo al limite tutte le "classi intermedie" tra i detentori del Potere (quelli veri, quindi economico) e tutti gli altri. Questo, che può anche essere immaginato più semplicemente come un estremo schiacciamento della piramide sociale, è un fenomeno abbastanza evidente e di cui tanti, me compreso, hanno già parlato, ma l'estremizzazione concettuale qui porta a comprendere meglio come fenomeni come la diffusione capillare dei device di connessione alla Rete in tutto il mondo anche poverissimo, come la migrazione di massa appaltata alle mafie con l'aiuto delle ONG (adesso come la mettiamo, amici piddini? siete fascisti anche voi, o erano di semplice buon senso le posizioni grilline ora copiate dal vostro leader? vogliamo sentire che ne pensa Gratteri?), o come l'avvento delle auto a guida autonoma noleggiate anziché possedute (punto finale delle crociate con gli autovelox e del crescente costo di mantenimento dell'auto), non siano altro che alcune delle parti organiche del progetto elitista che si sta realizzando su scala globale.
Poco tempo fa, postulando esistenza e bontà del Grande Vecchio mentre in realtà credo che le tendenze sistemiche del capitalismo siano sufficienti a spiegare tutto, ho giocato con un espediente retorico a scopo sia didattico che autochiarificatore. Non so se Barnard abbia fatto lo stesso, ma ritengo sia altrettanto utile guardare come fa lui a nomi e cognomi di chi, persino talvolta in buona fede si potrebbe azzardare, approfitta, dell'enorme concentrazione di potere e ricchezza possibile nel mondo di oggi e finita nelle sue mani, per imporre una sua visione del mondo al di sopra della, e quindi contro la, democrazia (come dimostra ogniqualvolta questa dia responsi contrari ai suoi/loro interessi, come ad esempio per l'acqua pubblica: ci passa sopra). Google, Facebook, Microsoft, e una manciata di multinazionali della finanza, sono già più potenti di tutti i governi e mirano a una qualche istituzionalizzazione del loro potere. Riducendo, perché altrimenti non gli sarebbe possibile, a schiavi poveri ma iperconnessi tutti gli esseri del pianeta. Chi appena sopra chi sotto chi un po' e un po', ma tutti grossomodo attorno alla mera sussistenza. E tutti ugualmente privi, in un modo o nell'altro, di qualunque potenziale di elaborazione culturale critica nei confronti del modello sociale imperante. Che come tutte le strutture di potere ha "nel suo DNA" l'istruzione basilare all'automantenimento, che però si concretizza attraverso forme molto diverse di "istituzioni di riproduzione sociale": la scuola, la religione, l'ideologia non servono più, l'informazione ha cambiato sintassi e funzione.
Infatti - fateci caso - la struttura logica di "impaginazione" del nuovo "suddito globale" è identica proprio nell'estremismo islamico, per quanto opposte siano le declinazioni degli strumenti con cui viene realizzata.
Ora, non so quanto utile può essere essere consapevoli di queste dinamiche. Sicuramente la vita è più comoda se ci stai dentro e non sai nemmeno di starci, e credi o fai finta di credere alle narrazioni che ti raccontano gli ideologi della postdemocrazia globalistica oppure dell'ISIS, a seconda di dove ti è capitato di nascere. La vita alla fin fine è un crescendo di sofferenze che porta inevitabilmente (e per fortuna, sennò non avrebbe senso) alla morte, per tutti, e quindi è ugualmente legittimo ogni espediente che ti consenta di vivere il quotidiano spostando al di sotto della immediata autoevidenza questa verità: le balle che ti racconta qualunque religione a questo fine valgono esattamente quanto l'industria del "divertimento" (letteralmente "girarsi dall'altra parte", ci avevate mai fatto caso?), e viceversa. Ma la consapevolezza è una di quelle cose che non puoi avere o non avere se è utile o no; invece, è una di quelle che se ce l'hai ormai ce l'hai e non puoi raccontarti di non averla e crederci a lungo (per un po', forse). E' un tarlo, una infezione che l'unica cosa che puoi fare è toglierti almeno lo sfizio di tentare di propagarla. Ad esempio, finché te lo lasciano fare, tramite un blog.
Dunque, il quadro è questo. C'è un progetto di neoschiavitù mondiale in sempre più avanzata fase di costruzione, che prevede lo smantellamento di tutti gli ordini sociali precedenti, compresi quelli in cui crediamo e gli esecutori e i fiancheggiatori (politici, giornalisti, eccetera) fanno finta di credere per intortartela meglio. E' in questo quadro che bisogna inserire, per tentare di comprenderli veramente, gli accadimenti quotidiani che ti raccontano in tutt'altro modo. Le sparate di Renzi. La disfatta della protezione civile. L'Euro-tragedia. Il lavoro che non c'è più (la piccola impresa è morta, ma anche le professioni si avviano all'estinzione). Gli attentati "terroristici". I soldi che non ci sono mai per noi e appaiono dal nulla in quantità astronomiche per le banche e le grandi opere creatangenti. La foia vaccinistica. I droni. Qualunque cosa: tenete conto del disegno generale, ed ecco che si illumina. Come dite? Vi pare esagerato? Allora spegnete la luce, e ve lo faccio dire da George: good night, and good luck!



Vi ho mostrato il disegno, ora vi do anche i puntini, così che chi ha voglia possa unirli e verificare come sia venuto fuori. D'altronde, era un po' che non vi caricavo di link di approfondimento:
  • Istat, ovvero il rapporto annuale sulla povertà in Italia, che avrete sentito citare in tutti i TG - la cosa più istruttiva, quindi, è confrontare come viene riportato, a cominciare dal titolo: regioni.it riporta quello originale, Il Fatto mette l'accento sul drammatico triplicarsi negli ultimi dieci anni, Repubblica senza ormai manco più vergogna invece titola "stabile il livello di povertà";
  • OCSE, ovvero i dati comparati sull'occupazione pubblica e la sua retribuzione, che dimostrano che - altro che tagli, retorica sui fannulloni e mantra della produttività con annessa privatizzazione progressiva! - occorrerebbero alcune milioni di assunzioni nella P.A. e anche subito, fanculo all'Europa se ce lo impedisce;
  • Foa, ovvero la recensione de "L'ultimo uomo" di Andrea Pennetta, ovvero a che punto sono e quali obiettivi hanno le tecniche di manipolazione sociale;
  • Giannini, ovvero come funziona "la gabbia emotiva" in casi come quello dei vaccini;
  • Chiesa, ovvero cosa rimane della libera scelta con la manipolazione dell'informazione: tre risposte su vaccini, apologia di fascismo e fake news;
  • Messora, ovvero Uber non è altro che l'applicazione del paradigma di cui stiamo parlando in questo post (il capitalismo che passa da strati intermedi di percettori di profitto a profitti minimizzati e concentrati in pochissime e quindi ricchissime mani) al trasporto pubblico automobilistico;
  • Di Maio, ovvero certo pure a me fa comodo, oltre che pagare di meno il taxi, trovare aperto il supermercato tutti i giorni a tutte le ore, ma ci siamo chiesti cosa comporta averlo consentito?

INTRO 2 - INTERLUDIO 1

Ah, ecco dove l'avevo già vista, sta scena!....
Come qualcuno saprà, ho iniziato a pubblicare a puntate su questo blog il mio romanzo Chi c'è c'è, pubblicato sul finire del secolo scorso. Prima di ogni puntata, come nella migliore tradizione degli sceneggiati Rai, un cappello spiegherà cosa sta per leggere chi fosse capitato per caso in un capitolo diverso dal primo. Per quanto forse non sarebbe necessario, vista la natura estremamente eterogenea dei racconti, che nascono appunto tali per essere accorpati in un unicum che quindi un vero e proprio romanzo non è. Era proprio questo, la genesi del libro, che spiegavo nella prima puntata prima di iniziare con la intro1, in cui incontravamo il pilota di un'astronave raccoglirifiuti che si accorgeva che il relitto che lo avevano mandato a recuperare molto probabilmente conteneva morti freschi di chissà quale morbo, e non avendo a bordo attrezzature per una diagnosi remota mandava, ad esplorare il relitto e riferire, il suo secondo. Che noi quindi incontriamo adesso...
...
INTRO2 - IL SECONDO
Così mi trovo a rischiare la vita per conto di uno stronzo che si prenderà i meriti di tutto. Complimenti! Perché ero finito imbarcato su un rottame del genere? Volevo stare tranquillo, dimenticare i miei numerosi fallimenti in amore e lavoro ficcandomi in una situazione dove al tempo stesso dovevo da un lato avere tanti piccoli compiti manuali da non avere tempo per pensare e dall'altro essere in relazione con il minor numero possibile di persone.
Una nave da rimorchio relitti spaziali: “perfetto”, pensai. Hanno due soli uomini di equipaggio, basta che il comandante non sia troppo stronzo e starò benissimo; e poi i compiti non dovrebbero essere troppo difficili per me!
Ed invece eccomi qua alla prese con un incontro ravvicinato del terzo tipo con una razza aliena. Ma poi è sicuro che questi sono tutti morti? E se fosse una nave da guerra, con tutte quelle scritte fuori? Le armi? Dissimulate, come i passeggeri. Si, va beh, te la immagini una nave da guerra aliena tutta impegnata in questa trappola per catturare uno come me! E comunque oramai è tardi, sono dentro e...
Meno male che ho portato una torcia ionica e gli stivali magnetici: qui non c’è gravità artificiale, ed è proprio buio! E’ una nave ben strana, sembra deserta ma a giudicare dallo spazio interno doveva essere abitata, e gli esseri non dovevano avere dimensioni troppo diverse dalle nostre, forse un po’ più alti, magari. Vediamo un po’... di là si dovrebbe arrivare a qualche snodo di comando; ora ci vado, tanto per capire il livello di tecnologia, anche se a naso si direbbe un po’ più arretrata della nostra. Meglio.
Questi segni somigliano a quelli stampati fuori della nave, non dovrebbe essere impossibile decifrarli, paiono alfanumerici, mi ci metterò con calma, sul mio elaboratore portatile. Ecco, questo dovrebbe essere il loro sistema elettronico, e non sembra affatto fuori uso! Anzi, sembra proprio acceso, e allora com’è che non si avvertiva dalla nave? Vuoi vedere che hanno davvero un dispositivo di dissimulazione? Cazzo, allora sono in pericolo! Ma no, se lo fossi me ne sarei già accorto: sono qua dentro da un pezzo! Andiamo di là... con calma, però.
E se provassi a comunicare? Sarebbe interessante un resoconto fatto in presa diretta, man mano che uno pensa; magari sarebbe apprezzato, anzi io sarei apprezzato e notato e poi... Aspetta, calma, ricordati chi sei, dove sei, e perché. Niente più ambizioni! Sono qui solo per fare un resoconto in subfrequenza ogni tre ore, ed infatti ora faccio subito il primo.
Diario di bordo, primo supplemento, coordinate spazio-temporali 1123H782*542930*00,05. Mi sono inoltrato nella nave aliena, la prima impressione è quella di una tecnologia vicina alla nostra ma non troppo, gli esseri che abitavano questa macchina dovevano essere appena più alti della media geestre, probabilmente per maggiori attitudini al movimento fisico o per una minore gravità sul loro pianeta di origine... A proposito, non ci sono o non sono in funzione meccanismi che assicurino una qualche forma di gravità artificiale sulla nave, io riesco a muovermi solo grazie agli stivali magnetici; non c’è neanche luce, ma tra le poche cose che ho visto sotto il fascio della mia piccola torcia ionica ho identificato un terminale dei dispositivi elettronici di gestione dell’imbarcazione: sulle prime incomprensibili, come il linguaggio, ma l’impresa si potrebbe tentare, visto che sembra usino caratteri alfanumerici. Un momento, mi sembra di sentire il leggero respiro di un’apparecchiatura in funzione, del resto mi era parso subito che il sistema elettronico non fosse del tutto inoperativo, da cui avevo dedotto che fosse attiva anche una qualche schermatura... Ma che dico, se così fosse il rapporto non giungerebbe sulla mia nave! Comandante! Comandante Fulvio, è in ascolto? D’accordo che non sono puntualissimo nell’inizio delle comunicazioni, ma con tutta l’ansia che aveva lei deve essere lì in ascolto, comandante: Mi sente, comandante? COMANDANTEEEEE!!!!
Non mi sente, è chiaro. Sono isolato, e quel che è peggio senza comunicazioni non posso neanche iniziare le procedure per il rientro a bordo. Sono prigioniero di una nave fantasma, sarebbe un bel film, peccato che è tutto vero. Va bene, manteniamo la calma, innervosirsi non serve a niente... vediamo di fare il punto della situazione; ecco, vediamo cosa ho: una torcia ionica, piccola, un comunicatore inservibile, e... un momento! Mi ero detto che non sarebbe stato impossibile tentare di usare quei terminali: bene, ora è il caso che sia possibile proprio, possibilissimo direi.
Dunque, vediamo un po’, se io toccassi un tasto qualsiasi... Niente tasti, doveva avere un attivatore vocale, e io non so la lingua. Bene, ma non può essere così rigido, questo sembra uno schermo bidimensionale, e se non ricordo male..., aspetta, com’era? Ah, . Ci sono! La funzione di comando tattile, se questi esseri erano logici anche solo un po’ hanno dovuto lasciarla, pure se fossero passati al vocale... Infatti: si accende!
Ehi, che bel logo! E’ decisamente un planisfero stilizzato del loro pianeta, e se quella azzurra è acqua quel posto è sicuramente ospitale e credo anche bello. Oh, il sistema si deve essere attivato in tutta la nave, e ci devono essere monitor dappertutto, e, a giudicare dalla quantità di luce che proviene da quell’apertura laggiù, lì ci deve essere una sala con molti schermi, quindi importante. Potrebbe essere addirittura la sala comandi, ci vado subito.

INTERLUDIO 1
So bene che questa parte potrebbe avere l’effetto che ha la spiegazione di una barzelletta, ma qualche dritta a questo punto al lettore occorre proprio. Non erano gli schermi del computer che illuminavano la stanza che il nostro Secondo, di cui peraltro ancora non conosciamo il nome, stava per raggiungere. Il suo tocco aveva provocato la riaccensione delle luci minime in tutto il sistema , ivi compresa la parte più delicata dello stesso, cioè i sarcofagi trasparenti in cui veniva mantenuto in animazione sospesa l’equipaggio terrestre della nave “aliena”.
Eh sì, oramai è chiaro: è sì vero che sono entrate in contatto due razze tra loro aliene con linguaggi reciprocamente incomprensibili, ma è chi legge adesso che non avrebbe dovuto capire nulla fin qui, se non avessi tradotto segni e pensieri dei due geestri, salvo la scritta letta dal comandante Fulvio (a proposito, chissà come si chiama davvero!) sulla fiancata della nave terrestre:
EXODUS 0021 2025 1225 ONU,
invece perfettamente comprensibile.
A questo punto sarebbe legittimo sospettare di essersi imbattuti nel solito racconto, stiracchiato a romanzo, di fantascienza, di quelli che per intenderci vengono meglio agli sceneggiatori di Star Trek. Legittimo, ma sbagliato. In quel caso, infatti, il nostro eroe alla fine scoprirebbe il modo di decifrare il linguaggio dei terrestri, li sveglierebbe dall’ibernazione per comunicare con loro, poi ci sarebbero due o tre colpi di scena, dei pericoli scongiurati per un pelo non prima però di aver fatto due o tre vittime tra i personaggi secondari, ed infine magari si scoprirebbe che i geestri (a proposito, viene da Gea, la madre terra degli antichi greci: notata la cultura?) non sono altro che i terrestri tra qualche secolo o millennio, e che gli esemplari imbarcati dall’ONU il giorno di Natale del 2025 per salvare dall’estinzione una razza che aveva così malamente amministrato il proprio pianeta da distruggerlo, ebbene erano ritornati su una terra nel frattempo ripopolata di un’umanità solo un poco diversa.
Solo che questo è invece un libro di racconti. Contenuti in un racconto poco più grande degli altri, quello del comandante Fulvio e del suo secondo senza nome e con tante domande, che ora ci lascia con un’ultima, indispensabile finzione: visto che le due razze non comunicheranno mai, che forse la nave aliena si perderà alla deriva nello spazio con dentro un atterrito ospite prima che possa arrivare qualcuno capace di svegliare i dormienti, ci serve che i geestri abbiano sviluppato una capacità straordinaria, che magari costi loro fatica e sofferenze fisiche e psichiche e quindi venga riservata a situazioni estreme come quella in cui si trova appunto il nostro amico senza speranza: quella di leggere mediante fortissima concentrazione e contatto visivo il pensiero di altri esseri viventi. E i nostri 21 terrestri sono sì ibernati, ma appunto viventi ognuno la sua bella vita al rallentatore, coi suoi sogni e pensieri e ricordi al rallentatore. Cosicché, sentitosi perduto nello spazio, il nostro, in ciò molto umano, decida almeno di sapere, e contattando a turno ciascuno di loro ci legga 21 storie diverse. Così diverse che non si sa se ognuna di esse sia il ricordo di una cosa successa, la sua distorsione in un incubo, la proiezione di un sogno inerente al futuro o di un’opinione sceneggiata.
Non sapremo mai, cioè, com’è che la razza umana ha distrutto il pianeta e si è ridotta a mandare ventuno campioni nello spazio profondo per tentare di proseguire se stessa. O meglio, queste storie non ce lo dicono: speriamo di non doverlo scoprire nella realtà.

IL DECIMO ANNO

La grafica che c'era fino a ieri.
Non era male, ma ora è un'altra cosa.
Quello che è certo è che non lo immaginavo neanche, che questo blog potesse arrivare a compiere nove anni, e quindi, come diceva mia nonna, entrare nel decimo anno di vita. Invece succederà tra una settimana esatta, il 13 luglio. E come ogni anno ai primi di luglio, ecco che rispettando una delle prime leggi della comunicazione via Internet si rifà il trucco, questa volta adottando una veste grafica diversa non solo in colori font e temi, ma anche nella struttura della home: adesso mostra solo l'inizio degli ultimi articoli, con l'ultimo in evidenza, e il resto è tutto compattato (e decompattabile dall'utente) in colonna destra. Della sua tradizione, mantiene la storica testata, e il bouquet che in un modo o nell'altro deve sempre ruotare attorno al neroarancio, per le note ragioni cestistiche.
Spero che piaccia.
Anche se come tutti coloro che hanno radici culturali negli anni 70 continuo a sperare che se continuate a seguirmi sia piuttosto per la sostanza di quello che dico che per la forma in cui lo metto.

TOCCA A LEI, VENGHI!

Essendo certo che le mille sfaccettature ed aneddoti sulla vita di Paolo Villaggio saranno a quest'ora già state ampiamente sviscerate da tutto il mainstream e da mezza informazione alternativa, e ad esempio ora tutti sapete che ha iniziato sulle navi da crociera assieme a Berlusconi e De Andrè, rinuncio in partenza. Ma a un saluto al grande attore genovese non posso rinunciare, per un motivo preciso, che poi è il mio piccolissimo contributo alla comprensione, del perché e percome mi e vi dispiace così tanto.
Il professor Kranz intubato e infracchettato che parla tetesco ti cermania correndo giù per le scale di uno studio Rai e tentando giochi di prestigio che non gli riuscivano mai, è uno dei miei primi ricordi di spettatore televisivo. Poco dopo, se non mi confondo, c'era Giandomenico Fracchia che al cospetto di un immenso Gianni Agus rotolava miseramente su una poltrona alla moda, in una scena che era il simbolo perfetto dell'impossibilità di adattamento alla modernità che si presentava inesorabile. Comunque, il punto è questo: Villaggio, prima di ogni giudizio adulto articolato e ragionato (specie su Fantozzi, feroce satira specie nei primi libri e film), mi ha fatto ridere da bambino, prima di Totò, come e più di Stanlio e Ollio. E chi fa ridere i bambini ha già conquistato la sua fetta di immortalità. E lui lo sapeva, infatti aveva giocato tante volte a prevedere la data della sua morte, e mai si sottraeva al gusto di discettare del suo funerale e dintorni. Con una dose di autoironia che solo chi è in possesso di intelligenza e sensibilità mostruose può permettersi.
Tra tutti i commiati più o meno sentiti e sinceri, però, ce n'è uno che va segnalato, e quindi preso a prestito, per la sincera galante commozione che esprime. E' quello di Anna Mazzamauro...



È IL CAPITALISMO, STUPÌDO!

Visto al cinema il biopic su Stanlio e Ollio , divertente e commovente al tempo stesso, grazie anche alla scelta di inquadrare un piccolo ...