CI VEDIAMO DA MARIO, PRIMA O POI

con Totò durante le riprese de I soliti ignoti
Si potesse fare, oggi stringerei la mano a Mario Monicelli. Di biografie sulla rete oggi ce ne sono a tinchitè, per dirla con un altro grande vecchio, per cui io mi limito a salutare uno dei più grandi maestri del nostro cinema (per dire, se io sulla classica isola deserta potessi portarmi a scelta o tutti i suoi film o tutti quelli di Fellini, senza offesa per nessuno opterei per il cofanetto con Amici miei, La grande guerra, Un borghese piccolo piccolo, L'Armata Brancaleone, La ragazza con la pistola, Risate di gioia, I soliti ignoti e i tanti con Totò, diretti spesso a quattro mani con Steno, in cima a tutti Guardie e ladri) rimarcando gli ultimi due episodi che lo hanno visto protagonista in cronaca:
  1. l'intervista del marzo scorso a Raiperunanotte, di cui riporto il filmato in coda, in cui ha dimostrato una volta di più che la gioventù non è questione di anni, e ci ha fatto riflettere sulla miseria di una società in cui devono essere gli ultranovantenni a parlare di rivoluzione;
  2. la sua scelta estrema, tanto significativa data l'età e le condizioni di salute, con cui ha tolto alla Morte l'ultima mossa, facendo quasi un'occhiolino finale al miglior Bergman.
foto dalla pagina Facebook del Movimento Antiberlusconiano Italiano
A illuminare ciascuno di questi due episodi, una coincidenza:
  1. gli studenti manifestano contro la controriforma Gelmini in tutta Italia, specie a Roma, come a volerlo salutare annoverandolo tra le loro file - e occhio signori miei che stavolta non sono solo "quelli dei centri sociali", sono tutti: è vero, rispetto a quelli degli anni 60/70 sono meno numerosi, ma allora il conflitto generazionale era culturale, oggi è economico, che è come dire che questi hanno molta più ragione e se la consapevolezza di "classe" strappasse da davanti i teleschermi anche i rimbambolati dalla DeFilippi sarebbe davvero rivoluzionario...
  2. la violenta rivendicazione di diritto di proprietà sulla sua vita di Mario Monicelli avviene durante la puntata finale dell'evento televisivo dell'anno, che avrebbe dovuto ospitare - per la stessa malintesa par condicio che aveva regalato undici milioni di spettatori a Maroni - i cosiddetti pro-vita a fare da contraltare ai quindi presunti anti-vita Welby ed Englaro della settimana scorsa. Tra parentesi, se come credo non ve siete accorti, con una paraculata delle sue Fabiofazio da un lato mostrava stavolta di tenere botta non cedendo alle imposizioni del CDA e dall'altro faceva pronunciare ad uno dei suoi elencatori un saluto a 'quelli che per anni assistono persone in coma vegetativo senza aspettarsi nulla e a quelli che danno loro sostegno' (o qualcosa del genere, non mi va di riguardare tutto il programma, fidatevi).
P.S.: Domattina 1° dicembre 2010 chi può partecipi al sit-in di solidarietà a Gioacchino Genchi, che questo Stato ringrazia per aver contribuito per anni alla lotta alla mafia con un provvedimento disciplinare per aver offeso uno che i mafiosi usava tenerseli in casa, in mattinata a Roma, via di Castro Pretorio 5. L'invito lo metto qui perchè il tempo stringe, e perchè Monicelli sarebbe contento: che rivoluzione in Italia sarebbe premiare la legalità!
P.S.2: Monicelli non voleva e non avrà funerali, d'altronde quella è roba per morti: lui (prendo due battute - che a lui sarebbero piaciute tanto, e anche agli amici suoi - da Spinoza.it, scelte tra tante da Gemma Serena) è sfuggito alla morte buttandosi dalla finestra. E comunque non si è suicidato: è morto di vecchiaia mentre era in volo.


ABBIAMO UN SOGNO: NON AVER BISOGNO DI EROI

Il testo dell'appello è un filino troppo ottimistico, per usare un eufemismo, ma ho deciso lo stesso di unirmi ai 4035 aderenti, tra cui Dario e Jacopo Fo Salvatore Borsellino e Serge Latouche, perché solo dei visionari hanno la possibilità per quanto improbabile di trovarsi pronti a dare le carte quando il banco è saltato, a salire in cassetta quando gli indiani hanno accoppato il cocchiere, a vincere le elezioni partendo da zero quando un'intera classe politica va a gambe all'aria. Né più né meno quello che ha fatto il visionario Berlusconi 17 anni fa, se ci pensate. Solo una visione, infatti, può rimpiazzare una visione, tanto è vero che fu con la visione dell'Europa Unita, antitetica (e pur "minore") rispetto al berlusconismo, che Prodi vinse due elezioni, sia pure con maggioranze troppo deboli per poter governare, mentre ciò che manca alla sinistra da troppo tempo è proprio una narrazione sociopolitica da sostituire al non più utilizzabile socialismo reale. Ed è proprio quella che può fornire il progetto dal nome Abbiamo un sogno: è molto meno utopico della sua etichetta, e questa è una delle cose che si capiscono leggendo direttamente come lo illustra Jacopo Fo.
...
Io però tra tutti i messaggi che l'appello passa voglio soffermarmi su uno in particolare, perché mi dà l'opportunità di spiegare una cosa che mi ronza in testa da un po'. Il passaggio è "la raccolta differenziata è mille volte meglio degli inceneritori", la cosa che mi ronza in testa è "perché non riesco a farmi piacere Roberto Saviano?". Nossignori, non ho letto Gomorra, e non sono andato a vedere il film di Garrone, regista cui pure avevo dato malriposta fiducia andando a vedere L'imbalsamatore e Primo amore, manieristici lenti e compiaciuti, prima di decidere che non mi piace. Prima però mi limitavo a rubricare la mia antipatia per il giovane fortunato scrittore partenopeo in tre diversi scontati capitoli: invidia per il successo anche economico, solita tendenza innata di noi sinistrorsi a dividerci e distinguerci anziché come i destrorsi fare fronte comune contro il nemico, contraddizione insanabile dello scrivere contro la camorra per un editore che - per restare ai fatti dimostrati giudizialmente - avendo bisogno di protezione anziché rivolgersi alle forze dell'ordine si metteva dentro casa per anni un boss mafioso.
Delle tre questioni, l'unica fondata obiettivamente, e quindi l'unica confessabile pubblicamente, era l'ultima. Cui però si aggiunge adesso l'altrettanto obiettivo fatto di co-condurre una trasmissione in tv, senza peraltro esserne capace (quindi per il solo fatto di essere personaggio, dunque all'interno della sintassi televisiva berlusconiana), prodotta da una società controllata dallo stesso editore di cui sopra. I miei amici di sinistra, di fronte a queste mie rimostranze (lo ammetto: condite anche da un'annosa antipatia anche per Fabiofazio) mi rispondono con una serie di obiezioni tutte riassumibili più o meno così: "eh ma oggi giorno se non fai così non lavori, se non sei dentro certi giri non lavori, e allora sono meglio gli oltranzisti integralisti ostracizzati che non riusciamo a vedere, o questi che grazie alla loro duttilità riescono a lavorare e allora si fanno vedere e sentire e mi fanno vedere finalmente in tivvù qualcosa di diverso, dalla Litizzetto ad Albanese a Paolo Rossi a Benigni, eccetera eccetera?". Pur essendo immediatamente denunciabile per logica (se quelli che danno veramente fastidio li hanno fatti davvero sparire e questi no, vuol dire che questi non danno veramente fastidio) se non per legittima suspicione (che ci sia un gioco delle parti tra editore-produttore e dipendenti), ho preso sempre per buona questa argomentazione difensiva, anche perché di solito proveniente da persone cui voglio bene e che stimo, della cui ottima fede quindi non ho ragione di dubitare. E tuttavia quella cosa in testa ha continuato a ronzare, fino a che...
Fino a che l'altra sera l'enfant prodige dell'anticamorra non si schiera apertamente per gli inceneritori. Ascoltandolo, mi si sovrapponeva al suo volto quello di un altro maitre a penser del progressismo, Veronesi: il luminare oncologo a favore dell'energia nucleare e per questo recentemente chiamato da Berlusconi a presiedere l'apposita Agenzia. Allora, non avendo nè il tempo nè la voglia di leggermi il mattone Mondadori e guardarmi tutte le comparsate televisive Vieni via con me compreso, mi metto a cercare in Rete, e scopro che Saviano:
  • ha posizioni perlomeno discutibili sulla questione israeliana;
  • sui rifiuti, prima di proporre la soluzione sbagliata inceneritori, dimostra di non conoscere le potenzialità di una vera raccolta differenziata e le vere cause dell'emergenza napoletana (per lui sempre il generico "la camorra");
  • sui rapporti tra lega e 'ndrangheta, forse alla fine ha fatto un favore a Maroni (che studia per premier, e 11 milioni ad ascoltarlo se li sognava), e se così fosse non si sa se è meglio per lui che gli venga attribuita la colpa o il dolo, ma in ogni caso l'interrogativo è "sottostare al diktat o farsi tagliare il programma"? Daniele Luttazzi non avrebbe avuto dubbi, figurarsi Enzo Biagi. E difatti.
Bocciato definitivamente Saviano, quindi?
Intanto, per capire che il problema rifiuti non ha regionalità nè latitudine, divertiamoci con la lettura di Carlo Bertani del caso Riso Scotti Energia: è davvero molto istruttivo su cosa ne è degli inceneritori (e potrebbe essere delle centrali nucleari) in questo scellerato Paese.
Ma poi, poiché non voglio dare torto ai miei amici, concludo per l'ipotesi che Saviano non sia in malafede, in fondo è un ragazzo catapultato dalla fortuna editoriale - sicuramente meritata - in un ruolo, quello dell'eroe, che incarna come personaggio non avendo (e non per colpa sua, ovviamente) né la statura né il mestiere o il ruolo di un Falcone. Egli è dunque, come si diceva negli anni settanta, "un compagno che sbaglia", come tanti di noi, anzi meno di noi, ma dato il ruolo che si trova a recitare ha una responsabilità tale, di fronte all'immenso seguito che ha, che certi errori non li può proprio fare. E allora chiudo, montandomi un po' (ookay: un bel po') la testa, parafrasando Cerami, con dei "consigli al giovane scrittore", nel caso voglia smentire i suoi sempre più numerosi detrattori (e non ricorrere a un "è tutta invidia" che a pronunciarlo si troverebbe in pessima compagnia):
  1. cominciando dal tenere duro sui pro-vita, dìa una sterzata cazzuta al programma, forte degli ascolti oceanici (che qualcosa ai vertici del PD dovrebbero dire, sulla voglia di sinistra che c'è nel Paese), tanto è l'ultima puntata, no? si documenti, se no si faccia passare le carte da Travaglio, sui rapporti tra mafia e Forza Italia nel 93/94, faccia qualche nome, parli fuori scaletta, vediamo se Masi è in grado di staccare la diretta e mettere le pecorelle...;
  2. chiusa la trasmissione, continui la sua meritoria opera di denuncia facendo un po' più di nomi e cognomi, magari di politici, lui che può permettersi di pagare gli avvocati (e tanto se il lavoro lo fa bene le cause le vince, come Travaglio appunto): lasci a noi piccoli poveri blogger le vigliaccherie;
  3. tagli il contratto con Mondadori, e magari anche con Endemol: non finirà sotto i ponti, ma acquisterà il credito minimo per parlare ad orecchie intasate da decenni di lordure, e però scafate, come le nostre;
  4. aderisca a un progetto politico alternativo, come quello di Abbiamo un sogno, gli porterà il suo contributo di visibilità, e in cambio magari un po' di incontri con un premio Nobel che ha dissimulato sempre il suo estremo coraggio con una maschera da giullare gli faranno dismettere quell'aria seriosa. 
    Ecco, il ronzio in testa non c'è più, ora so perché non amo il Saviano di oggi, e che percorso dovrebbe fare perché lo ami domani. Chi lo ama già oggi, prenda queste mie notazioni e indicazioni come auguri: il ragazzo si farà anche se ha le spalle strette, domani sarà Nobel anche lui, magari quando la scena italiana non avrà più bisogno del personaggio che interpreta.

      LE NINFEE LO STAGNO E LA STORIA DELLE COSE

      Monet, Lo stagno delle ninfee e il ponte giapponese
      Cosa c'entrano la scuola, la Norvegia, l'Irlanda, le cose, Vendola e JFK? Due sono stati europei, Kennedy era di origini irlandesi, sia lui che Niki da piccoli andavano a scuola, e poi? Non sforzatevi oltre, perché il filo logico che intendo seguire oggi è già arduo di suo, e questo è uno dei lussi che può permettersi chi controinforma per diletto perché per fortuna la pagnotta se la guadagna altrimenti: guardare il counter per curiosità e non per capire se oggi mangi.
      Dato che il consumismo è onnipervasivo, sono sicuro che non tutti i miei comportamenti siano irreprensibili da questo punto di vista, o in altre parole che anche il mio tipo sia un target, per quanto difficile, per i guru del marketing. Ma da ragazzino avevo le toppe ai pantaloni, soltanto un paio di scarpe chiuse da riacquistare a crescita piede o a consunzione, e d'estate un solo paio di sandali, poi un paio di jeans quattrostagioni, un "eskimo innocente" per tutto il liceo, mai una lira in tasca, eccetera; così oggi fatico a buttare un paio di scarpe, e anche per questo non compro mai cose di moda, ma solo quando irrimediabilmente scassate "quelle nere" ne compro un'altro dello stesso colore, possibilmente comode e indistruttibili, e questo esempio vale per la maggior parte delle cose: mi devo fare violenza per gettare un oggetto qualsiasi, ed emergo trionfante dallo sgabuzzino quella volta su un milione che questa mania è servita. Insomma, non ho una discarica in casa solo per via dei numerosissimi traslochi, ciascuno occasione di un provvidenziale reset. Ma uso un trench dell'89, e l'abito che indossai al matrimonio di mia sorella nell'86 è ancora in armadio, hai visto mai dimagrisco.
      Ricordo l'austerity del "73 con nostalgia come tutte le cose che si vivono da bambini, o era davvero bello girare a piedi in bici o coi pattini per le città forzatamente senza auto la domenica? Mi faccio domande del genere quando sento parlare i teorici della decrescita, o quando leggo cosa sta succedendo in Grecia o in Eire... Se guardiamo a quanto poco tempo è passato dall'adesione all'area Euro e dall'universale meravigliata considerazione con cui veniva visto il boom della appunto cosiddetta "tigre irlandese", viene da chiedersi però, più seriamente, dove è l'errore e com'è possibile che analisti politici ed economici di professione non l'abbiano previsto. Tanto che a questo punto il dubbio atroce è: se lo avessero previsto, e quindi il disastro cui assistiamo non sia un sottoprodotto imprevisto bensì il vero obiettivo di un'azione mirata?
      Andiamo con ordine, sia pure a grana grossissima perchè questo è un post su un blog e non un trattato storico. L'umanità ha vissuto per decine di migliaia di anni sul pianeta di quello che ci trovava sopra: una fase che trova memoria in molte religioni come paradiso perduto. La cosiddetta civiltà inizia con la relativa scarsità, e con essa iniziano alcuni millenni di stanzialismo, patriarcato, guerra, politica. Ma anche se la vita vi resta una dura lotta quotidiana, ancora quel mondo garantisce in qualche modo il sostentamento a tutti i suoi figli, assieme ad una relativamente estrema ricchezza a ristrettissime élite. Le cose cambiano solo quando la tecnologia consente di sfruttare le risorse fossili del pianeta (il carbone prima del petrolio) per creare energia sufficiente a trasformare il modo di ottenere le cose, e con esso le cose stesse e l'organizzazione sociale intorno ad esse. Questa fase dura da meno di tre secoli, un battito di ciglia nella storia dell'uomo. E sta mostrando la corda, per una questione di mera fisica dei sistemi: la terra è un sistema finito, per spazio fisico e risorse, e non è possibile che un modello a sviluppo lineare non incontri i limiti sistemici, più prima che poi. Come nell'indovinello delle ninfee e dello stagno: se raddoppiano ogni giorno, e impiegano dieci giorni a riempirlo tutto, quanti ne impiegano a riempirne metà? Non serve affannarsi in calcoli: nove, e se fossero cento novantanove, i limiti sistemici fanno così, si mostrano in tutta la loro drammaticità sempre all'ultimo momento. Così in questi tre secoli, le teorie sul mondo e la società, in altri termini le idee politiche, si sono polarizzate attorno a due ceppi, divisi a valle ma non a monte, cioè con idee diverse su cosa fare ma la stessa matrice culturale figlia di quella rivoluzione tecnologica: capitalismo e comunismo. Due etichette che potremmo sostituire con mercato e stato, destra e sinistra, taylorismo e marxismo, nazionalismo e socialismo, liberismo e statalismo, monetarismo e keynesismo, a piacere, non cambierebbe niente. La questione è che entrambe le visioni funzionano solo in un mondo che può continuare a crescere sempre, un utopico stagno infinito.
      Certo, la dialettica tra queste due pulsioni della modernità non è priva di cause e di conseguenze. Le contraddizioni insite nel capitalismo, infatti, hanno provocato problemi a fiotti che mai avrebbero trovato una soluzione, per via del naturale egoismo umano, se dall'altra parte non ci fosse stata una tensione ideale e pratica: questo meccanismo può essere facilmente utilizzato per leggere tutta la storia moderna, dallo svuotamento traumatico delle campagne per costruire il sottoproletariato urbano alle lotte per il salario e l'orario di lavoro limitato, dal colonialismo con annesse guerre mondiali per il controllo delle risorse alla costruzione del welfare state per la loro parziale redistribuzione, tutto può essere letto come risultato del tira e molla di questa lotta. Fino a quando, morto il socialismo reale, il capitalismo ha potuto credere di essere l'unico sistema possibile, l'unico giusto: allora, libero di scatenare tutto il suo potenziale distruttivo, tramite neoliberismo prima e neocolonialismo mascherato da globalizzazione dopo, ha portato in soli vent'anni il mondo sulle soglie della catastrofe.
      Figlio di questo delirio di onnipotenza, è in atto un piano consapevole, favorito dalle tendenze "naturali" del mercato, di riduzione progressiva dell'area del benessere a una élite sempre più ristretta: l'obiettivo è un mondo che garantisca a queste estrema ricchezza stavolta assoluta e del tutto incurante del sostentamento anche minimo di tutti gli altri, cosa credete che siano, se no, le continue riforme delle pensioni, lo scippo delle liquidazioni, il collasso della sanità pubblica, l'attacco all'istruzione pubblica, le privatizzazioni di tutto (perfino l'acqua), la precarizzazione del lavoro, l'approccio poliziesco all'immigrazione finalizzato alla schiavitù, eccetera? Questi studiano, le sanno le cose, e mentre la decrescita "felice" è un tema da carbonari del web, mentre il resto dei sudditi è stato dealfabetizzato per via televisiva e viene tenuto buono con la paura e la propaganda (scena madre, l'11 settembre 2001: la verità si saprà forse tra qualche decennio, come nel caso Kennedy), lo scenario di riferimento dei piani delle élite economiche mondiali è (esattamente come nella metafora di 2012 di Emmerich), dato che le risorse del pianeta non consentiranno affatto il mantenimento del tenore di vita occidentale nè a miliardi nè a centinaia di milioni nè nemmeno a decine di milioni di persone, il livellamento in basso del tenore di vita per tutta l'umanità per poterne mantenere uno elevatissimo in pochi. La decrescita felice, insomma, c'è già qualcuno che la persegue da decenni: felice per una cerchia ristretta e infelicissima per tutti gli altri.
      L'unica nostra possibilità di scampare a questo destino è acquistarne consapevolezza presto, e trasformare la cosa in azione politica prima che si formalizzi, e prima o dopo succederà, l'abbandono anche formale della democrazia come forma di governo, come tappa finale di un rimaneggiamento sostanziale che abbiamo sotto gli occhi da tempo. Liberarsi del regime berlusconiano è solo il primo passo, e ha ragione Flores d'Arcais ("da Fini a Vendola") bisogna percorrerlo anche con compagni di strada scomodi. Ricostruire un pensiero "di sinistra" è il secondo, e niente ha a che vedere - come bene dice Carlo Bertani - con le manovrine di vecchie facce e vecchi simboli in corso. Altrimenti passeremo dalla padella Berlusconi alla brace Montezemolo, schiavi di un potere economico-bancario-finanziario che non ci lascerà scampo. E in questo pensiero devono esserci idee nettamente diverse da quelle attualmente universalmente condivise su moneta (ecco cosa c'entra la Norvegialeggiamo questo rapporto e passiamo parola), debito pubblico e privato, istruzione e ricerca pubbliche, crescita e sviluppo (dePILandoci) e rapporto con le cose. Cominciando - come sempre bisogna fare - da se stessi, col recuperare la relazione con gli oggetti che era considerata normale fino a 30 anni fa, e fu tragicamente abbandonata in Italia proprio con la Milano da bere del compare dell'imbonitore che impazza da sedici anni, facendoci scordare la storia delle cose.

      TUBULAR BALLS

      La decisione di investire parte della propria esistenza in un progetto di aiuto concreto nei confronti di popolazioni meno "fortunate" di noi, raccontata su questo blog in post come quello di Terramama o nella pagina Adottocondiletto, acquista valore non solo se maturata in omaggio a valori autoformati piuttosto che in adesione a una missione religiosa, ma soprattutto se si svolge nella consapevolezza che questo genere di cose si fanno innanzitutto e soprattutto per se stessi. Consapevolezza, questa, che ho sentito ammettere francamente anche da parte di persone che peraltro si dicono mosse da una fede: in quel caso, a spingerle non è certo l'attesa di una qualche ricompensa da parte del loro dio, quanto invece l'insopprimibile urgenza di "fare qualcosa" una volta sentita la quale senza obbedirle risulta impossibile godersi la propria vita.
      Vivere esperienze del genere nel proprio privato, e/o dare eco (se se ne ha la possibilità, e nei limiti di questa) a quelle e a tutte le altre di cui si viene a conoscenza, non deve però esimerci dal mantenere anche (ebbene si, possiamo pensare molte cose contemporaneamente...) una visione prospettica delle cause delle situazioni di bisogno (siano esse lontane maree estese o vicine sacche locali) tra cui abbiamo scelto quella su cui versare il nostro modestissimo contributo personale. Ciò perchè è solo se da questa parte del mondo quella visione si fa opinione di massa che i nostri piccoli autoconsolatori (per quanto utilissimi) cucchiaini verranno affiancati da efficaci autopompe nello svuotamento del mare della sofferenza.
      Bisogna sapere, ad esempio:

      • che questo governo ha fatto precipitare al penultimo posto tra i Paesi OCSE il già scarso apporto in termini di aiuti contro la povertà nel mondo: anche fosse solo per questo, bisogna augurarsi che questa (sciagurata anche per molti altri versi) esperienza politica volga davvero al termine, e pentirsi nel caso la si abbia in qualche modo sostenuta o lasciata prosperare nell'indifferenza;
      • che l'ultimo magheggio del commercialista che da quindici anni si atteggia a genio della politica fiscale (dicendo tutto e il contrario di tutto: memorabili i suoi argomentatissimi articoli sui danni provocati dai condoni fiscali poco prima di vararne una serie da record mondiale, o i suoi discorsi da no-global tra uno scudo fiscale e l'altro) ha praticamente derubato le organizzazioni no-profit di gran parte dell'ammontare del 5x1000 (già di suo un'elemosina, specie se paragonato al truffaldino 8x1000);
      • che tutta la fame del mondo è nipote amatissima del colonialismo, prima del quale le condizioni di vita normali (in senso statistico, ma anche modali o dell'ultimo decile) nel mondo erano apprezzabilmente simili (d'accordo, in basso), e figlia voluta del neocolonialismo, prima del quale ancora le differenze erano parecchie (decine? centinaia?) volte più basse di adesso: e dunque si può senz'altro affermare che per qualunque confort ciascuno di noi si possa dotare c'è qualcuno nel mondo che muore in diretta conseguenza.

      Leggiamo con attenzione questo pezzo di Cardini, che inquadra perfettamente la questione: siamo colpevoli di genocidio. Questo sistema capitalistico mondiale a guida finanziaria va smantellato prima che finisca di distruggere il pianeta. Le alternative ci sono, i popoli più coraggiosi hanno cominciato a praticarle, ad esempio gli argentini e i sudamericani in genere, forse forti dei decenni di sofferenze subite per essere il cortile di casa, the backyard, dell'imperialismo statunitense. Ma bisogna cominciare a pensarle, ste cose, tutti, perchè sia tra noi che si selezioni chi prenda il posto dei cosiddetti leader che dalla morte di Berlinguer stanno costantemente dilapidando l'idea stessa di sinistra. Per poi spacciare per tale una lista di luoghi comuni recitati in prima serata, peraltro male: ignorando l'abc della comunicazione, che per il mestiere che si sono scelti (e quanto ben retribuito!) è come voler fare l'idraulico senza capire un tubo.

      TERRAMAMA M'AMA

      Menomale, almeno oggi su sto blog del cavolo non si parla di politica!”, ecco cosa si potrebbe esclamare leggendo il pezzo di oggi. Ma sarebbe un errore, frutto del persistente malintendimento del vero significato del termine “politica” . Quando dei ragazzi si guardano in faccia si danno un calcio in culo e decidono di investire il loro tempo, non solo quello “libero”, per fondare e gestire un’organizzazione con obiettivi concreti di aiuto nei confronti di gente meno fortunata, come è successo a ottobre 2009 con la fondazione di Terramama Onlus (il link è al profilo facebook, il sito lo stanno realizzando, ma potete contattarli anche a info@terramama.it - ed effettuargli donazioni a Banca Etica C.F. 97568720581) , questi ragazzi fanno Politica nel senso più alto del termine. Per tante ragioni, non ultima quella che se è una fede in qualche dio a muovere qualcuno di loro intimamente, non ce lo vengono a raccontare nella ragione sociale. Fargli da eco è il minimo che si possa fare per aiutarli e incoraggiarli: questo è il racconto quasi “in soggettiva” di Simona, leggiamolo assieme.

      Sono partita per il Kenya il 16 dicembre 2009. E’ stato un viaggio pieno di aspettative. Prima della partenza cercavo di immaginare ciò che avrei potuto vedere e quanto peso avrebbe avuto sulla mia vita futura. Di certo era un viaggio diverso… ero emozionata. Durante il volo per Mombasa mi guardavo intorno, nell’aereo c’erano famiglie, coppie, amici, tutte persone che appena atterrate si sarebbero velocemente trasferite in qualche resort 5 stelle per chiudersi in un acquario virtuale, passando tra la realtà del posto velocemente: veloci nei loro bus ovattati con aria condizionata, veloci per non vedere la realtà, veloci per non sentire quell’odore acre. L’odore dell’Africa, dei corpi sudati e sporchi, dei mercati affollati di quella massa eterogenea di gente che parla, urla, cammina si sposta come un fiume in piena… Come un flusso che non si ferma mai, sempre in movimento, sempre: macchine, clakson, persone, animali, bici… Caos, tanto caos: “Dov’è l’interruttore?” - ti verrebbe da dire – “Fermi, fermi un attimo, non mi strattonate, per favore un po’ di spazio, un po’ di aria, non respiro, cos’è questa puzza, perché tutti mi osservano?” E poi: “poverino quel bimbo…”, stupore, meraviglia, emozioni contrastanti che corrono… lo stesso fiume in piena ora è sulla mia pelle, sudata e calda, nei miei occhi, nel mio sangue, nello stomaco, dentro, profondamente dentro… L’Africa degli infiniti spazi, delle grandi distanze, delle grandi mancanze! L’Africa, quella vera, ti entra dentro, prepotente, come una forte spinta… E quei bimbi: un pugno dritto allo stomaco, un colpo secco, e la gola si chiude, si chiude perché non vuoi piangere… È ridicolo, non posso piangere, sono appena arrivata!… Ma questi bimbi sono così soli!… Questa è l’Africa appena la senti, la annusi, la vedi, la tocchi, è questa, e come per tutte le cose, belle o brutte che siano, prima o poi ti abitui.
      Come è iniziato? Perché io in Africa, in Kenya, a costruire un pozzo? Flavia… è iniziato tutto da Flavia: Flavia Sconti, il presidente di TerraMama ONLUS, la nostra associazione. Flavia la nostra amica, la compagna di avventure, di risate, Flavia con la sua inseparabile collana dell’Africa, Flavia che crede, che vuole fare, che insiste, che si arrabbia, che a volte non si capisce, ma che vuole capire, che a volte si rassegna, che piange ma che insiste, che ama, che non vuole piangere… E’ Flavia che ha iniziato. Lavora per i vigili del fuoco di Roma e questa è la terza volta che viene in Kenya. La scorsa volta ci è stata 3 mesi: ha preparato la tesi e ha fatto un stage all’orfanotrofio di Salvation Army, il Mombasa chilrden’s home. Tornò con l’idea di costruire un pozzo nel villaggio di Shimba hills, e per farlo ha mobilitato i colleghi e la famiglia. Ma dopo il terremoto in Abruzzo i suoi colleghi ovviamente hanno tralasciato quella che era la sua causa e si sono impegnati in questa dolorosa e triste emergenza. Allora noi amici abbiamo organizzato un mercatino con tutte le nostre vecchie cose e così facendo siamo riusciti a raccogliere altri soldi per quello che ormai era diventato anche il nostro progetto, accompagnato dallo slogan di Flavia “senza di te non pozzo”. La decisione di fondare un’associazione è venuta quasi da sé, e fu così che il 22 ottobre 2009 nacque TerraMama Onlus, piccola e inesperta come tutti i neonati.
      Ed eccoci in Africa, ci ospiterà Kadija, una pimpante ed energica signora keniota dalla risata dirompente che abita per gran parte dell’anno in Italia, nell’appartamento al piano di sopra della famiglia Sconti. Nel villaggio dove si dovrebbe realizzare il pozzo abita suo fratello, ed è lei il nostro aggancio, il lungo filo che ci lega al Kenya. La sua casa in Africa si trova in Mtwapa, un quartiere molto popolato a 20 km da Mombasa. Mi vengono a prendere all’aeroporto e mi portano in quel fiume di corpi e macchine in fila, nel sempre intenso e chiassoso traffico di Mombasa, in quella che per un mese sarebbe stata la mia quotidianità.
      E così, grazie all’aiuto di tante persone che si sono appassionate al nostro progetto, siamo riuscite a costruire un pozzo e mezzo… cioè, uno l’abbiamo ultimato ed è in uso, l’altro l’abbiamo lasciato a metà per mancanza di soldi!… Anche perché in parte li utilizziamo per sostenere il Mombasa chilrden’s home, l’orfanotrofio di Salvation Army, dove pure siamo andate. Al nostro ritorno ci siamo ripromesse che avremmo comprato loro una lavatrice: uno non ci pensa, ma lavare tutti i giorni a mano i vestiti dei bimbi e la biancheria da letto è davvero impegnativo per le “mamme”, le signore che si occupano con amore dei piccoli ospiti dell’orfanotrofio. Intanto abbiamo “adottato” per ora quattro bimbi, pagandogli la scuola privata, i libri, le scarpe e le divise. Il nostro obiettivo futuro è quello di ultimare il pozzo lasciato in sospeso, perchè ci credevamo e ci crediamo molto sia noi che la gente del vilaggio.
      Già sull’aereo mi sentivo in fuga, in colpa per il fatto di tornare nel mio mondo “facile”, nella mia vita superacessoriata. Qui, quei bimbi mi mancano, e quando penso a loro mi convinco ancora di piu che non ci possiamo fermare e far finta di non vedere, perchè è piu facile vivere senza troppi pansieri!… Anche se credo fortemente che si può iniziare a salvare se stessi anche solo cercando di essere comprensivi e amorevoli con il vicino di casa, il collega, l’amico in difficoltà, perché no lo sconosciuto, cominciando col sorridere loro di più, ma per davvero: con gli occhi e col cuore. Sono piccoli gesti che noi che viviamo nella parte “sazia” del mondo non usiamo più, ma non sono né facili né tantomeno scontati. L’Africa mi ha insegnato anche questo, a non dare nulla per scontato! E’ iniziando un cammino verso gli altri, da percorrere passo dopo passo, che noi possiamo cambiare le nostre vite.
      Simona Verlengia

      Dal mio diario di viaggi:
      “L’avventura è finita, ho capito che a volte ci si abitua anche al peggio, ho capito che la generosità parte dal cuore e che deve andare nella giusta direzione perché bisogna essere prudenti, ho capito che sono fortunata e che devo gioire piu di quello che già faccio per tutto quello che ho. Ho capito che bisogna parlare e osservare le persone per capirle, camminando al loro fianco e nelle loro scarpe per un po’. Se fai bene… in genere… ricevi bene, ma non è sempre scontato! Ho capito che con poco possiamo fare tanto e DOBBIAMO FARLO. Ho capito che negli occhi di un bambino c’è tutta la sua storia perché gli occhi di un bambino non mentono mai. Ho capito che a volte le persone sbagliano per superficialità, per ignoranza, per insicurezza, per paura… e se tu non hai di questi “problemi”… devi capire… prima o poi faranno i conti con se stessi e non con te. Le persone vanno prese per quello che sono. Ho capito che se una qualità ti può rendere la vita più difficile non devi cercare di cambiarla. Ho capito che il viso di una persona e i suoi occhi parlano piu di tante lingue conosciute: se penso alle “mamme” dell’orfanotrofio credo davvero che non avevano bisogno di parole… Ma questo non è un motivo per non imparare bene l’inglese!”

      RISORSE DEL PC

      L'inizio della fine del governo peggiore degli ultimi 150 anni apre una fase delicatissima: il Caimano ha già dimostrato di non avere scrupoli e se la cosa gli desse ancora anche solo una chance su cento di farla franca non esiterebbe a trascinarci tutti nel baratro. Voglio perciò tentare di dimostrare con una serie di considerazioni un assunto: che non è vero che siamo un Paese povero condannato alla rovina se non accetta il giogo imposto dalla monocultura del capitalismo finanziario internazionale, che invece abbiamo tante risorse e il nostro problema è semmai che da tempo ce ne siamo dimenticati e abbiamo smesso di gestirle.
      Il berlusconismo di tutto ciò è causa diretta e indiretta: perchè il soggetto è dichiaratamente entrato in politica solo per salvarsi il poster ed è mirabilmente riuscito nel suo scopo distraendo tutti in vari modi mentre lo perseguiva disinteressandosi di tutto il resto, e perchè i suoi avversari avendo nell'opporsi a lui la sola definizione identitaria comune hanno finito per perdere tutte le altre e con esse ogni progetto alternativo coerente di cose da fare per l'Italia. Così, dalla "macchina da guerra" di Occhetto al PD di Veltroni-Franceschini-Bersani è stato un continuo perdere consensi e identità, nonchè - con le due parentesi prodiane, brevi proprio per eccesso di eterogeneità, e per lo stesso motivo non certo portatrici di politiche definibili in qualche modo "di sinistra" - elezioni. Così oggi, che se gli va di lusso il PD prende il 25%, mentre alla prima prova la "vocazione maggioritaria" veltroniana sbattè il grugno contro un misero 35% che pure visto da qui è un favoloso miraggio, forse varrebbe la pena (se non ci è bastato il caso Vendola, e non basta nemmeno la sua replica in salsa lombarda) interrogare uno ad uno tutti gli elettori democratici per vedere se c'è ancora un solo centrista tra loro, o se invece sono tutti - come appare evidente - approdati chez Casinì, Rutellì e ora persino Finì. E in questo caso, chiedere agli strateghi del PD cosa cavolo aspettano non dico a rispolverare vecchie sigle ma almeno a rimettere una esse anche solo minuscola in fondo al nome, a siglare un programma politico che si prepari a raccogliere magari anche i milioni di astenuti per disperazione delle ultime tornate elettorali.
      Ma perchè questo programma non si concreti nelle classiche nozze coi fichi secchi, ecco che bisogna parlare di risorse, e poichè al primo punto deve esserci l'abbandono del paradigma della Crescita, parametrato sul PIL, in favore di quello dello Sviluppo, parametrato su un costruendo indice di benessere complessivo della popolazione, parliamo di gestione delle stesse, come persino il Papa comincia a dire (e non facciamoci scavalcare a sinistra persino da un vecchio teologo conservatore tedesco, per favore...).
      Lasciando ai politici di professione il loro mestiere, butto giù la mia lista della spesa così come viene, per tentare almeno di contribuire nel mio piccolo alla circolazione di idee che è la premessa della ripartenza, se è vero come è vero che l'obnubilazione delle menti per via televisiva è stata il primo consapevole passo verso la paralisi collettiva in cui viviamo da un quarto di secolo abbondante (per una storia rapidissima, qui un efficace contributo di Grillo, con tanto di fosche previsioni finali, da cui però mi dissocio gramscianamente: pessimismo della ragione ma ottimismo della volontà, aderendo idealmente al progetto "costruttivo" di Jacopo Fo):
      • comincio dal mio terreno, l'informatica nella Pubblica Amministrazione: col passaggio più rapido possibile al software open source si recupera una cifra ingentissima, non esattamente quantificabile perchè non lo è la spesa attuale a tutti i livelli, peraltro quasi tutta nelle tasche di Microsoft. Sul corrierone azzardano una stima milionaria, ma in ogni caso si può affermare che le risorse recuperate sarebbero di svariati ordini di grandezza maggiori di quelle racimolate da Brunetta a furia di provvedimenti demagogici tanto sbandierati quanto inefficaci quando non controproducenti, (come i flop della PEC, un affare solo per Poste Italiane, e dei certificati medici online e le visite fiscali obbligatorie anche per un giorno di malattia, che costano più di quanto il presunto effetto deterrente faccia risparmiare - i medici dell'Asl si pagano, mentre i dirigenti sono perfettamente in grado di sapere chi si è assentato se è tipo da farlo per comodità o perchè sta davvero poco bene, quindi il loro potere discrezionale in questi casi era ragionevole e andrebbe ripristinato);
      • una riforma della giustizia in direzione opposta a quella tentata dal biscione, che da un lato snellisca drammaticamente il processo civile (vera dannazione per gli italiani) dirottando giudici e personale amministrativo verso un penale con: disincentivazione degli appelli e dei ricorsi in Cassazione, informatizzazione delle procedure, mani libere nelle intercettazioni e ogni altra modifica legislativa necessaria a incentivare la lotta a mafia, evasione fiscale e corruzione. Questi tre fenomeni, infatti, con le loro interconnessioni, sono responsabili di un massiccio drenaggio di risorse, pari a decine di punti percentuali di PIL, forse un quarto, un terzo, la metà, di più: è incalcolabile, ma stiamo parlando di questi ordini di grandezza, il che significa che anche risultati parziali di lotte massicce (meno che tali è inutile, di facciata è controproducente) in questi campi darebbero risultati che nessuna finanziaria e nessuna riforma delle pensioni potrebbe mai, anche le più dure immaginabili. Per avere idea della sintassi del fenomeno corruzione, ad esempio, bastano episodi paradigmatici come il caso Pompei: ci dicono che le risorse non ci sono, ma non ci dicono che è perchè se le sono mangiate loro;
      • il dissesto idrogeologico del territorio è un'altro frutto (prevedibilissimo, leggi qui) di cattiva politica, che una buona politica potrebbe trasformare in una risorsa: a prescindere dai toni bruschi figli comprensibili dell'esasperazione, pauperclass centra l'argomento, il programma di una vera forza alternativa (non questo PD, dunque, speriamo il prossimo venturo "PDs") deve comprendere l'abbandono IMMEDIATO di tutti i progetti mangiasoldi senza reale ricaduta se non nelle tasche dei soliti noti, come la TAV (vogliamo treni a velocità moderata, ma puntuali, sicuri, puliti, e che raggiungano capillarmente l'intera Nazione, Matera compresa), il Ponte sullo Stretto, il federalismo fiscale e quello demaniale, le missioni cosiddette di pace, le megacentrali a fissione nucleare, a carbone e a ogni altro combustibile fossile, in favore di azioni come la riqualificazione del territorio e delle strade extraurbane secondarie, incentivi massicci alla microproduzione energetica da fonti rinnovabili, il recupero del patrimonio abitativo periferico (grazie anche alla banda larga gratuita estesa a tutto il territorio, che agevolerebbe la ripopolazione dei centri minori: telelavoro, agricoltura, turismo, ecc.) e urbano, che darebbero a parità di investimento (ma col recupero di sovranità monetaria, di cui parlo dopo, si potrebbe fare di più) decine, centinaia, forse migliaia di volte in più in termini di occupazione (inoltre stabile nel tempo), incalcolabilmente di più in termini di benessere collettivo (ma molto di più anche se permaniamo a ragionare nei termini obsoleti di crescita del PIL...);
      • l'obiettivo della politica economica del Governo, in accordo con quanto stabilito dalla nostra Carta costituzionale, deve dunque essere: una testa = un lavoro, una famiglia = una casa. Una famiglia di qualsiasi tipo. Rispolverate i ricordi di algebra: queste sono le costanti della nostra equazione, altri elementi fin qui considerati tali sono invece le variabili, in primis la politica monetaria. Poichè attualmente quest'ultima è in mano a una consorteria di banchieri (la Bce è controllata dalle banche nazionali che dovrebbe controllare, le banche nazionali dalle banche private che dovrebbero controllare, capite bene che questi così fanno quello che cavolo gli pare, e infatti ecco che hanno prima causato una crisi mondiale finendo sul lastrico, poi ordinato ai governi di ripianare i loro debiti togliendoci letteralmente il pane di bocca "perché i bilanci devono quadrare" (i nostri, i loro no: tanto ci pensiamo noi a tappargli i buchi...), infine si ritroveranno nel patrimonio ancora nuovi pezzi di economia reale - fanno così da sempre, fate caso ad esempio di chi sono gli immobili di pregio di tutte le città del mondo: banche e assicurazioni), bisogna dare alla UE un ultimatum: o si realizza il suo progetto costitutivo originario dichiarato (si lo so che quello dissimulato monetacentrico c'è da un bel po', ben nascosto, ma bisogna fregarli con le armi che ti lasciano...) di incarnare il modello sociale europeo perduto ("what's happened to the post-war dream?! oh, Maggie, what have we done!" cantava Roger Waters) oppure prima che ci mettiate il gioco come ai greci e ora agli irlandesi facciamo noi come gli argentini o gli islandesi: fuori dall'Euro, nuova moneta labour-oriented (una lira ogni ora di lavoro di tutti, e lavoro per tutti: circolino quelle) e fanculo chi ha in mano i nostri titoli di Stato (1.4 milioni di milioni su 1.8 in mano estera, vediamo se hanno il coraggio di dichiararci guerra, quando decidiamo di non pagare...). Estremista? Eppure c'è chi lo fa, c'è chi vive fuori dalla Federal Reserve da tempo, con successo. Siamo un pezzo importante, dell'Europa: ci dovessero imitare spagnoli o francesi, scommettiamo che, lungi dal costituire una fastidiosa vocina da schiacciare, saremmo un canto in grado di riscrivere il corso delle cose, trascinando gli altri nel processo? Ma bisogna cominciare subito, da dentro di noi, e riappropriandoci della nostra parte politica: vogliamo un grande partito di sinistra, subito, che possa non dico attuare ipso-fatto (per un'improbabile successo elettorale in solitario) istanze come quelle suelencate ma almeno portarle al confronto con il costruendo "polo di centro" in un governo di centrosinistra vero, non onanistico come quello immaginato da Uolly mentre al grido di "si può fare" dava vita ovviamente a Frankenstein junior, un corpaccione mal composto con chissà quale cervello...



        DA ZERO

        Dopo il crollo di Pompei che forse costerà la poltrona al ministro-poeta Bondi, il responsabile dei Beni culturali che con un lapsus si è dichiarato non responsabile, Repubblica ha lanciato una "sfida" ai propri lettori: documentare fotograficamente i monumenti - naturali o di fattura umana che siano - che sono a rischio per incuria abbandono o peggio aggressione nell'Italia del 2010. Ho cominciato a sfogliare qualche foto ma non ho potuto esimermi di sfogliare l'intera raccolta (12 gallerie da 25 foto ad ora, centinaia di segnalazioni, chissà a quanto arriveremo), tanta era la rabbia e lo sconforto che montavano immagine dopo immagine. Fatelo anche voi, e poi ne parliamo.
        ...
        Fatto? e dunque...
        Ogni tanto dimentichiamo che in uno sputo di terra come il nostro Paese, che non fosse per la forma originale che si staglia nel mare nemmeno si vedrebbe nel mappamondo, ci sono chi dice i due terzi chi i tre quarti, comunque sicuro la maggioranza assoluta dei beni culturali esistenti sul pianeta. Lo dico meglio: forse il 75%, probabilmente il 66%, sicuramente almeno il 51% della bellezza concreta durevole che la cultura umana ha saputo produrre in tutta la sua storia si trova concentrata nello zeroqualcosapercento della superficie che ha calpestato. E' esagerato affermare, allora, che un qualunque popolo meno sciagurato di noi, non dico gli svedesi o i giapponesi, avesse una frazione di una tale fortuna, la sfrutterebbe al punto di camparne quasi esclusivamente?
        Lo avessero i tedeschi, la metà dei loro giovani studierebbero all'università materie che hanno a che fare con un tale patrimonio, certi dello sbocco occupazionale relativo. E la spesa pubblica sarebbe concentrata al suo recupero, mantenimento, restauro e sfruttamento turistico, per la cui via ci sarebbe una grossa fetta del ritorno economico, e il resto recuperato fiscalmente (i redditi diretti degli occupati nel settore direttamente e tramite il turismo, più quelli di un gigantesco indotto, più quelli innescati dai consumi di questi percettori, producono gettito). Con un forte rilancio della microproduzione elettrica nelle energie rinnovabili, che si pagherebbe da solo con gli stessi meccanismi, potrebbe già oggi bastare a risolvere molti dei nostri problemi. Ma la miopia di tutta la nostra classe dirigente, espressione della miopia acuta di troppi di noi, ci impedisce di imboccare questa strada oggi: basti pensare che su questi temi il programma del principale partito di opposizione e quello del principale partito di governo alle scorse elezioni erano praticamente sovrapponibili. Ma storicamente noi italiani diamo il meglio nelle situazioni di emergenza, come si vede anche nella più efficace metafora del nostro animo profondo e unica passione condivisa trasversalmente a tutti i livelli, il calcio. Per cui, anche volendo dare per scontato che un default economico mondiale sia alle porte, e che la decrescita si imporrà per natura non avendo saputo nessuno indurla per governarla, ci sarebbe quasi da essere ottimisti: in un mondo costretto a ripartire da zero, noi ripartiremmo da quel 51-forse-75. E in un'economia nuovamente ancorata al lavoro anziché alla moneta, saremmo potenzialmente tra i più ricchi.
        Ma se io adesso uso il condizionale e non il futuro, purtroppo non è perché io nutra soverchie speranze che il default non si verifichi, tutt'altro: sono certo dell'an anche se non del quandum (dico bene, avvocà?). E' perchè zitti zitti gli scagnozzi del "Presidente del consiglio più grande degli ultimi 150 anni" hanno approvato nel frattempo una robina passata inosservata anche per via dell'etichetta magistralmente scelta, che contiene la parola magica bipartisan del ventennio in corso (federalismo) accoppiata all'innocuo aggettivo "demaniale": se va in porto, quando arriva il default la maggior parte dei beni culturali e ambientali di maggiore valenza economica saranno stati svenduti da tempo ai soliti noti. Ecco un'altra delle funzioni del controllo completo dell'informazione generalista: tenere la gente occupata dal chiacchiericcio attorno a porcherie più appariscenti che dannose per poter fare quelle vere senza che nessuno se ne accorga. Così, al prossimo "dopoguerra", senza nemmeno uno straccio di piano Marshall, non potremo nemmeno ricominciare da tre (quarti dei beni culturali mondiali).

        SICURI SICURI?

        Ieri e oggi si svolge in tutta Italia una manifestazione da segnalare e cui partecipare: Cento piazze per il clima, in marcia per le energie pulite e sicure. Lo scetticismo più volte condiviso sull'efficacia residua delle manifestazioni di piazza non può sminuire l'importanza di qualsiasi segnale dimostri una presa di coscienza popolare circa un problema che più politico non si può: riguarda infatti la vita nella città di tutti noi, e per le prossime generazioni. Non a caso la manifestazione è stata indetta nell'anniversario di una delle decisioni più importanti che il popolo italiano abbia preso nella sua storia, il ripudio del vecchio obsoleto antieconomico e pericolosissimo nucleare. Molte sono le ragioni per questa scelta, che permangono tutt'oggi, aggravate dalla consapevolezza di avere comunque a che fare con una risorsa non rinnovabile: se avessimo risolto tutti gli altri problemi, compreso quello terribile delle scorie (e la decisione di accettare la nomina a presidente dell'Agenzia per il nucleare scredita definitivamente la figura già discutibile dell'oncologo Veronesi), e riuscissimo in 24 ore a costruire abbastanza centrali nucleari da soddisfare una parte significativa del bisogno energetico, l'uranio finirebbe prima del petrolio, e saremmo, per dirla in francese, uncazzetutt'uno.
        La microproduzione di energia da fonti rinnovabili e la possibilità di mettere sul mercato o barattare l'eventuale eccesso è sicuramente in grado, già oggi, se trova sponda nell'azione di governo, di garantire non solo molto di più e molto prima di quanto farebbero non cinque ma cinquanta delle centrali di cui si blatera: in Inghilterra, ad esempio, si fa. E se a Saline Joniche si compatta tutto il fronte politico sul no alla centrale a carbone, potete scommetterci che senza l'intervento dell'esercito - ma un intervento di tipo militare, che non avranno il coraggio di attuare - nessun comune italiano accetterà di vedersi installato sul proprio territorio un mostro che minaccia di uccidere i suoi figli, una roba che nessuno saprà mai dirti quanto è costata, tanto che sicuramente a fine ciclo e smantellamento compreso per la collettività avrà avuto un bilancio nettamente negativo, mentre intanto ha fruttato un bel po' di soldini subito a quelli che la costruiscono e la gestiscono e ai politici che la avallano.
        Sono questioni come queste, come si dimostra in Campania per i rifiuti, che toccano la salute propria e dei propri figli, le persone finiscono per capire che l'interesse comune è l'interesse di ciascuno, e non c'è propaganda politica allora che possa infinocchiarle. Certo, questo è solo il primo passo: senza una proposta di un patto sociale diverso da quello che ha retto il berlusconismo, siglato ben prima della famosa discesa in campo e attuato anche grazie al controllo televisivo, non si va oltre il localismo. E certo, il quadro politico nel centrosinistra è talmente desolante che non c'è da essere ottimisti, ha ragione Bifo. Ma immaginate, ad esempio, che lo sdegno contro l'ultima campagna del governo in tema di sicurezza sul lavoro venga fatto proprio da una rete televisiva, ad esempio La7 visto che Mentana pare proprio sia lì solo per togliersi i sassolini dalle scarpe, che quindi spieghi e mostri in tutte le salse quanto è vergognoso, dopo aver praticamente depenalizzato l'inottemperanza da parte dei datori di lavoro, far ricadere sui lavoratori la responsabilità dei loro stessi incidenti. Con tutti i morti e feriti che ci sono stati - abbiamo tutti un parente o un amico colpito indirettamente o indirettamente da una di queste tragedie (anch'io, e questo pezzo vuol essere anche una qualche forma di carezza, anche se so che nulla può consolare) - quante coscienze si sveglierebbero, di fronte a un messaggio impossibile da attuare proprio per la voluta precarizzazione di massa (cosa può fare un operaio, che se dice mezza parola si ritrova disoccupato? eh, brutti stronzi?), di fronte insomma a uno schifo come questo?

        COPIA CARBONE

        la ciminiera e i laghetti
        Parlo di Saline Joniche perchè la vicenda la conosco "di pirsona pirsonalmenti", per citare Catarella, non perchè intendo darle una valenza abnorme ma anzi perchè essa è paradigma della normale realtà di tutto il meridione e anzi nazionale: osservo il piccolo per descrivere il grande.
        La località si trova poco più a nord di Melito Porto Salvo, 20 chilometri circa a sud di Reggio Calabria, una costa bellissima praticamente in città: mare subito profondo e pertanto spazzato da forti correnti costiere, brecciolino (sabbia formata da minuscole pietruzze) che non sporca il corpo e non intorpidisce il mare (come nelle coste sassose o di solo scoglio, ma comodo come la sabbia vera), spiagge lunghe interrotte ogni tanto da un promontorio a difesa dei venti (come a Capo d'Armi) e larghe che volendo ti ci puoi isolare anche a ferragosto. Un paradiso tuttora poco sfruttato turisticamente e neanche troppo deturpato dalle seconde case (abusivismo e condoni si, ma meno che nel capoluogo, per dire...). Qui, il patto scellerato con cui si chiuse la stagione della Rivolta per il Capoluogo, polo amministrativo a Catanzaro culturale a Cosenza industriale a Reggio, previde la costruzione di due grandi complessi e un porto a servirli. L'Officina Grandi Riparazioni delle FFSS fu ultimata dopo, e lavorò poco, della Liquichimica, che non lavorò affatto: doveva produrre mangimi proteici sintetici per animali, una roba immonda, e non fu mai nemmeno avviata, ma produsse un paio di centinaia di cassintegrati per un paio di decine d'anni (una sorta di win for life antelitteram) ed è lì da allora arrugginita a circondare una delle ciminiere più alte del mediterraneo, con i bacini di riversaggio ricolonizzati dalla natura (flora e fauna di palude, tra cui gli aironi). Il porto, intanto, veniva completato, come quello di Gioia Tauro per il mai costruito Quinto centro siderurgico, ma mentre le dimensioni di quest'ultimo gli avrebbero riservato un destino commerciale (per quanto controverso, tra ndrangheta e mancanza di connessione col territorio), il porto di Saline è servito da allora solo a piccoli pescatori locali, sbarchi forse di immigrati, piccoli traffici, e a trattenere per via del gioco delle correnti il brecciolino di cui sopra. Cosicchè la costa a nord dello stesso si ritrovasse nel giro di pochi anni ridotta drammaticamente: e la difesa con massi per proteggere gli stanziamenti umani e la linea ferroviaria non ha fatto che aggravare la situazione dei tratti limitrofi, in un'assurda catena di interventi tampone.
        gli impianti arrugginiti
        Un piano di ripristino per il territorio non è stato mai schedulato ("ormai..."), progetti di riconversione industriale dell'area dell'impianto invece si sono susseguiti, più o meno velleitari, negli anni: l'ultimo è il più assurdo e nello stesso tempo il più concreto, realizzare una centrale elettrica a carbone "pulito", dove tra virgolette sta la presa per il culo (leggere bene qui per capire). La cosa più ridicola di questo dramma è che ineditamente tutto il quadro politico locale, da destra a sinistra e dal più piccolo al più grande degli enti territoriali, è fermamente contrario alla decisione del Governo centrale, cosa che i più vecchi di noi sanno che aumenta esponenzialmente la probabilità che l'opera si realizzi davvero... Come pure sospetta questo "fratello di blog"...
        il porto insabbiato
        Contro la centrale c'è anche, ovviamente direi, il gruppo su Facebook, ma io ricomincio a firmare le petizioni su firmiamo.it quando loro smettono di spammare. Andateci a curiosare, o googleate un po', per i dettagli di una storia che è sostanzialmente quella che vi ho raccontato io, una tipica storia italiana, con un finale all'italiana: l'unica è sperare che il governo cada prima che avvii questo pericoloso spreco, copia in piccolo di quello in arrivo delle centrali nucleari. Tanto ormai è questione di settimane, pochi mesi al massimo... Anche se non è che gli scenari che si prospettano per il postberlusconismo lascino dormire sonni tranquilli...

        È IL CAPITALISMO, STUPÌDO!

        Visto al cinema il biopic su Stanlio e Ollio , divertente e commovente al tempo stesso, grazie anche alla scelta di inquadrare un piccolo ...