PARALLELI FALSI E VERI

Torno sulla questione "vaccini" per segnalarvi che una raccolta di firme per trascinare il decreto Lorenzin davanti alla Corte Costituzionale ha superato la soglia critica che consente solo a pochissime petizioni online di affrancarsi dallo status di velleitario esercizio partecipativo virtuale, conferendogli invece una qualche speranza di avere un seguito utile. Io ho firmato, volendo non costa nulla, e lo avrei fatto anche se nessuno, dico nessuno, degli argomenti contro i vaccini portati dai promotori fosse neanche un minimo convincente. Il punto non è, infatti, se i vaccini facciano indiscutibilmente sempre bene o meno, o se abbiano indiscutibilmente effetti collaterali pericolosi o meno. Il punto è che l'obbligo, soprattutto nelle forme in cui è stato posto (comporta addirittura la firma da parte dei genitori del "consenso informato", per scaricare su di loro la responsabilità di eventuali problemi) ma anche a prescindere, è ingiusto, incostituzionale, contrario alle direttive europee, inumano, e illogico (i pochi non vaccinati possono contagiare solo gli altri non vaccinati, giusto? o no?...). Come anche qualche voce da dentro al PD osa dire, infatti, sarebbe stato preferibile, anche perché con ogni probabilità maggiormente efficace, una campagna di convinzione mirata a erodere la già piccola percentuale di "resistenti", lasciando a chi non si convince la sacrosanta libertà di fare come gli pare. Come sarebbe ovvio in una situazione come quella attuale, che è l'esatto opposto di quella in cui è giustificata la vaccinazione coatta (cioè una reale emergenza epidemica in una popolazione scoperta - mi viene in mente il colera dei primi anni 70, come esempio, perché l'ho vissuto da bambino).
Come e perché una strada così ovvia non sia stata praticata, probabilmente lo diranno le cronache giudiziarie dei prossimi anni, come capitò per De Lorenzo e Poggiolini. O magari no, ma non importa. Importa che qui è in gioco non la salute pubblica, ma l'habeas corpus, la libertà individuale. La quale autorizza "per diritto divino" il cittadino a ogni forma di resistenza, altro che firmare petizioni online. Mazzucco qui ad esempio suggerisce ai genitori di portare si i bimbi alla vaccinazione, leggere il modulo del consenso informato prima di firmarlo, e rifiutarsi di farlo se non dopo che gli venga fornito il bugiardino del vaccino, una volta letto il quale (visto che riporta numerosi effetti collaterali possibili, autismo compreso) non solo rifiutarsi di prendersi delle responsabilità non firmando il consenso, ma pretendere che sia l'inoculatore invece a firmare una dichiarazione di assunzione di responsabilità per eventuali danni si dimostrassero provocati dal farmaco. Poi, siccome questi rifiuterà, andare dal preside e raccontare che avevate portato il figlioletto a vaccinarsi ma quelli si sono rifiutati, e se il preside non ammette il pargolo invitare lui a firmare l'assunzione di responsabilità al posto del medico, e se non se la sente di farla risalire pe li rami fino al Ministro.
Sarebbe proprio uno scenario divertente, specie se ripetuto in "tutte le scuole del Regno", ma purtroppo è altamente improbabile, e non solo perché necessita di cittadini non impecoroniti, ma anche perché in moltissimi casi questi ultimi scoprono che i loro figli i fatidici dieci vaccini li hanno già fatti quando non erano obbligatori, perché è da anni che le dosi singole dei quattro già obbligatori erano state di fatto soppiantate da tetravalenti ed esavalenti che comprendevano anche gli allora facoltativi ("ah, ecco perché e cosa mi avevano fatto firmare!" si sono detti in questi giorni in tanti...). Le vie delle case farmaceutiche sono infinite, verrebbe da dire, nonché da chiedersi allora da cosa può essere stata motivata l'ansia obbligazionista di questi politici: arroganza del potere? ostentazione di fedeltà allo sponsor? mah!...
Chiudo ribadendo il ribaltamento di un nesso logico che troppo spesso rimbalza, da quando è sorta la questione vaccini. Sarà anche vero che molti cosiddetti no-vax sono favorevoli all'omeopatia e viceversa, ma a me pare che il discrimine sia invece da un'altra parte, con le case produttrici dei vaccini e quelle dei farmaci omeopatici nella stessa parrocchia, quella di chi non si fa scrupoli di fare affari sulla pelle della gente (con l'unica attenuante per gli omeopati che almeno i loro prodotti non sono dannosi - a meno che non comportino la rinuncia a farmaci efficaci nei casi in cui questi ultimi servirebbero assolutamente, s'intende). Per una volta dissento da un post di Bertani: le farmacie omeopatiche e i medici omeopatici esistono solo perché l'omeopatia è un business così lucroso (prodotti con niente dentro venduti carissimi) che c'è ampio margine per "retribuire" (le virgolette sono perché ci sono tanti modi di farlo, prima della vera e propria mazzetta) i professionisti perché prescrivano e vendano acqua fresca e zucchero (che quello è: una volta scesi sotto il numero di Avogadro, niente vieta ai produttori di non mettere affatto quello che dicono di aver messo in frazione infinitesimale - perlomeno, nessuno può mai sapere se lo hanno fatto o meno). Che poi ognuno deve essere libero (oltre che di non vaccinarsi e non vaccinare i propri figli) di curarsi con farmaci fatti da niente, per carità, solo che magari dovrebbe trovarli al supermercato o perlomeno (visto che le farmacie ormai per campare vendono di tutto) non essere indotto al loro carissimo uso da un medico iscritto all'albo.
Quello che sto affermando è che a imporre i vaccini come obbligatori, anche quegli otto che ai previsti protocolli di legge non avevano ottenuto gli stessi risultati dei quattro obbligatori prima, prima di fatto e poi di diritto, è la stessa catena decisionale (chiamatela come volete) che consente che un medico di base possa scrivere "omeopata" sul biglietto da visita o una farmacia "omeopatica" nell'insegna (rispettivamente prescrivendo e vendendo farmaci che si guardano bene dal sottoporsi ai suddetti protocolli, mica so fessi...) senza rispettivamente radiarlo dall'albo o ritirare la licenza. Altro che le facili analogie che sentite e leggete in giro...

5 - PASQUA

In attesa di Sushi Marina (lo so che state trepidando, anche se nessuno ancora mi ha scritto o telefonato per dirmi "mettimene da parte una copia"...), continua la pubblicazione dei racconti di Chi c'è c'è, raccolti da un "geestre" direttamente dalle menti di 21 terrestri in animazione sospesa su un astronave perduta nel cosmo, forse ultima testimonianza del nostro pianeta ormai distrutto. Qui abbiamo un giovane australiano, che sogna di parlare con un suo amico psicologo.

5 - PASQUA
  • Dottore, è da un po’ di tempo che faccio un sogno strano.
  • Intanto smettila di chiamarmi dottore, che pare proprio che mi vuoi prendere per il culo.
  • Perché, non sei dottore, scusa? PISSICOLOGO TRANSAZIONALISTA, altro che cazzi!
  • Si, va beh, sfotti pure... Intendo dire che noi siamo qui come amici, perché in quanto tali io non posso darti un appuntamento come analista. Anzi, ti dirò di più: non posso neanche consigliarti se andare o meno in analisi. Al più posso farti parlare un po’, da amico appunto, e se parlando parlando capisci che vuoi cominciare un trattamento ti posso consigliare qualcuno bravo, e magari non troppo caro. Dunque, checcazzo ti è successo?
  • Oh, niente; a parte che sono stato cacciato di casa da mia moglie dopo nove anni di matrimonio, che la salute è un paio d’anni che va e che viene, e che anche per questi motivi non riesco proprio ad ingranare col lavoro. Quindi non mangio, sono in difficoltà economiche, dormo poco e male, e quando dormo faccio sempre lo stesso strano sogno: sono nudo....
  • Aspetta, aspetta; andiamo con ordine: mi pareva che negli ultimi tempi con tua moglie le cose andassero piuttosto bene, o almeno tu ti dichiaravi molto contento...
  • Infatti pareva proprio così. Il fatto è che io e Lucy non dovevamo sposarci. Anzi, non dovevamo neanche fare tutta una serie di passi precedenti, e non li avremmo fatti -infatti- se io fossi stato sano, avessi cioè aspettato che a volerli fossimo stati veramente entrambi. Invece ciò che io chiamavo amore mi spingeva a spingere sempre, anche da solo, e... Insomma, lei era molto giovane quando ci siamo messi insieme, non aveva avuto altri uomini prima di me, e presto divenne insofferente di fronte alla mia progettualità così chiara. Abbiamo avuto sempre problemi, solo che io ci passavo sopra, e lei li interiorizzava inconsapevolmente. Da un paio di anni però, da quando cioè i miei piccoli problemi di salute mi hanno fatto mollare la spinta, mi cominciava ad essere chiaro che lei non mi accettava per quello che ero, nonostante tutto il tempo passato insieme, e le cose belle fatte e viste, e l’amicizia, e l’aiuto reciproco, e l’intesa sessuale, e la confidenza: non si spiegavano altrimenti certe uscite, certi litigi... Così glielo dissi, e lei negò. Disse che mi amava, non poteva fare a meno di me, erano solo problemi suoi, dovevo aiutarla, avere pazienza... certo che però forse fare le vacanze ognuno per conto suo le sarebbe servito a fare chiarezza dentro di sé, ed in autunno ne avremmo riparlato con maggiore cognizione di causa...
  • Fermati, queste storie le conosco già. Rimane il fatto che lo scorso autunno...
  • Già, lo scorso autunno. Poco dopo il ritorno dalle vacanze le cose parvero improvvisamente aggiustarsi: la mia salute era di nuovo ok, il nostro rapporto era divenuto più maturo ed appagante, e così trovai pure nuova forza e nuove motivazioni per sfondare nella mia attività: lei mi aveva addirittura “confessato” che, se fossi riuscito a guadagnare abbastanza, avrebbe volentieri  lasciato il lavoro per dedicarsi alla casa, e mi avrebbe finalmente dato dei figli! Dei figli, capisci? Non ne aveva mai voluto neanche parlare! Toccavo il cielo con un dito.
  • Mi ricordo, è appunto allora che ci siano visti l’ultima volta.
  • Poi a dicembre mi consigliò caldamente di staccare per una settimana, che lei mi avrebbe raggiunto giù a Melbourne dai miei per Natale. Capisci? Tempo prima avrei dovuto estorcerglielo, e a caro prezzo, ciò che ora era un’offerta spontanea. Mi pareva di sognare!
  • E allora?
  • E allora, per raggiungermi mi raggiunse, ma appena scesa dall’aereo mi disse a brutto muso che “doveva parlarmi”. C’era che negli ultimi mesi aveva finto di star bene con me, finto, sì, per poter riflettere in pace, che poi aveva deciso di vedere se era capace di farmi partire appositamente per farsi una storia di puro sesso con uno di cui non le importava nulla, e se ci fosse riuscita mi avrebbe lasciato. Ci era riuscita.
  • Ah!
  • Nel mese successivo ho dormito sul divano: lei non è che volesse proprio rompere definitivamente, diceva che gli sarebbero bastati cinque, poi quattro, poi anche due mesi da sola per capire che aveva sbagliato, e quindi richiamarmi. Però intanto ero io a dovermene andare da casa, che era casa sua - e ci teneva a riaffermarlo!, e non lei che poteva benissimo tornare da sua madre all’isolato accanto. Ero io che avrei dovuto tenere vivo l’amore aspettando i suoi porci comodi. No, giusto il tempo che ci vuole a Sidney per trovare un monolocale in affitto: questo potevo darle e questo le ho dato, e non sai le lacrime che mi è costato.
  • Ma tu, a Lucy, l’hai mai tradita?
  • No. No, mai. Ed ora ho come la sensazione di essere stato io in difetto. Che ne so, forse non ci so fare a letto. Cioè, lei mi gridava sotto, ed era sempre lei a dire basta, ma per quanto ne so poteva benissimo fingere: se no perché cercare altri? Io non ho mai cercato...
  • Così ora sogni che sei nudo... Mi pare una metafora troppo facile.
  • Sì, “l’uomo che ama è completamente nudo, la donna invece è sempre dietro uno scudo”, com’era la canzone? No, non c’entra! Nel mio sogno sono nudo, ma corro per strada, poi entro in uno stadio di marmo, da solo, e migliaia di persone mi applaudono, e io...io HO VINTO! Vengo portato in trionfo, mi gettano dei fiori, ed io giro sotto gli spalti per raccoglierli, poi salgo sul podio e mi cingono il capo con una corona d’alloro. Sono nudo, sì, ma non me ne accorgo. Il sesso non esiste, né tantomeno la vergogna. Improvvisamente non riesco più a respirare, l’aria è cattiva, l’alloro punge, lo tocco con le mani...: è una corona di spine! La gente urla, poi spinge, e lo stadio è in rovina, d’un tratto; io svengo, è buio, no: laggiù c’è una luce. Non voglio uscire. Lasciatemi qui dentro, lasciatemi stare! E invece mi tirano fuori, a forza. Respiro: l’aria fa male, ed io piango! UEEEEEEEE! Sono nato, ed è un posto bellissimo. Il cielo è il più limpido che esista, c’è un vento che non consente a nessuna nuvola di fermarsi. Mi hanno portato dei fiori, anche qui, ma la gente è diversa, è più buona. Più equilibrata, direi (se non fossi un neonato), anche se un po’ - come dire - statica. Mi alzo e guardo meglio: sono enormi, faccioni enormi senza corpo, fissano tutti lo stesso punto nel cielo, oltre l’orizzonte e...sono di pietra! Di pietra!
  • L’isola di Pasqua!
  • L’isola di Pasqua, appunto: che vuol dire?
  • Vuol dire, vuol dire... Che ne so che vuol dire, sono mica un ciarlatano, io! No, anzi, lo so: vuol dire che sei sull’orlo di quello che una volta chiamavano “esaurimento nervoso”, tanto per capirci. Quanto dormi a notte?
  • Mah, direi due o tre ore al massimo, per un fatto o per l’altro.
  • Da quanto tempo?
  • Da cinque mesi circa.
  • Bene. Guarda, per l’analisi c’è tempo, deciderai con calma. Io, lo sai, non posso prescrivere farmaci, e anche se potessi sono ideologicamente contrario. Ma questa la puoi prendere, è una sostanza naturale, nel senso che il nostro organismo normalmente ne produce di suo quanto ci serve per farci dormire. Prendine una ogni sera alle undici, e tra un mese torna a dirmi come stai.
  • E se rifaccio quel sogno?
  • Eeeh, vuol dire che io intanto ne studio il significato, va bene? E se lo rifai te lo spiego. E non provare neanche a fare il gesto di pagarmi che m’incazzo.
  • Ma le pillole...
  • Quelle me le regalano, a me, stronzo! Ti comprerai le prossime. E poi, te lo dico ogni volta: se vuoi sdebitarti mandami gente da spennare, non mi dire che non hai amici che sognano di volare tra mare e tempo, magari proprio sul Pacifico verso l’isola di Pasqua!
  • Ok, ora chiedo in giro, magari a quelli separati da poco, come me. Negli  ultimi tempi pare che ci sia un’epidemia!
  • Eh, sì: non ci sono più i valori di una volta!
  • I valori? Non ci sono più le donne, di una volta!
  • In compenso però ci sono più porcone. Vedi di trovartene qualcuna, magari separata pure lei, e appozza il biscotto, vecchio zozzone!
  • Certo che questi livelli di professionalità solo voi che avete studiato in Inghilterra...
  • Sì, la professionalità di tua sorella! Ah, a proposito, salutamela!
  • Certo, dopo che passo da tua moglie!
  • Vaffanculo.
  • ‘culo...

AUGH! HO DETTO!

Com'è che quando cerco uno che aveva capito prima
degli altri, trovo sempre Fabrizio De Andrè?
Il tema è tra quelli che trovate in queste pagine fin dagli esordi di nove anni fa: gli Stati Uniti d'America non sono il "buono", tantomeno il "poliziotto buono", del Mondo, ma più o meno l'Impero del Male, che vi spadroneggia da 70 anni e che se non viene fermato finirà per distruggerlo. Forse anche prima di quanto si possa immaginare, perché a furia di giocare col fuoco prima o poi si finisce per bruciarsi.
Si, lo so che la tesi è tutt'altro che originale, e anzi negli anni settanta tra i giovani extraparlamentari di sinistra (erano quasi tutti così, anche quelli, anzi soprattutto quelli, che poi sarebbero diventati "sistemici" di carriera) era dominante. Ma allora c'era l'URSS, e invece oggi è proprio la mancanza di un sistema alternativo ad avere consentito al capitalismo di imboccare la peggiore deriva ed avviare il pianeta all'autodistruzione. Quindi essere "antiamericani" ieri forse era un vezzo, un'esibizione di appartenenza, oggi è una necessità che dovrebbe essere innescata dall'istinto di autoconservazione.
L'occasione per tornarci su me lo da un post che dovreste assolutamente leggere per intero. Per invogliarvi, e si anche per passare qualcosa ai tanti che non si invoglieranno, tento un breve abstract (che poi appunto ricalca questo mio post del 2008).
Siamo cresciuti intrisi di una narrazione mitologica: in Europa a un certo punto c'erano i Cattivi e poi sono arrivati i Buoni e li hanno sconfitti regalandoci il Benessere e la Democrazia. Come tutte le narrazioni mitologiche, essa contiene una parte di verità, che usa come fondamenta per la credibilità di un castello di invenzioni. Ma come tutte le favole, cresci quando capisci che puoi se vuoi tenerti qualche insegnamento di fondo ma devi smettere di credere a tutto il resto. Come a Babbo Natale, si (e come a qualunque religione, ma questo è un altro discorso). La verità dietro la narrazione è che:
  • i nazisti furono sconfitti sostanzialmente dall'URSS;
  • gli USA sono entrati in guerra più in proiezione antisovietica che antinazista o antifascista;
  • con lo stesso obiettivo, hanno perpetrato il più grande crimine della storia dell'Umanità, sterminando in due colpi soli centinaia di migliaia di innocenti (le vittime non immediate sono incalcolabili);
  • è sempre e solo in funzione antisovietica che hanno favorito un certo benessere nell'Europa occidentale (infatti, la loro azione in tal senso è finita con la caduta del Muro), e a patto di esportarvi il loro modello culturale e di sviluppo (il primo discutibile, anche se si impone come assoluto - il secondo impossibile da estendere al pianeta senza distruggerlo);
  • per riuscire nel punto precedente, hanno depredato (in collaborazione con le élite capitalistiche europee) il resto del pianeta, sostituendo colonialismi a colonialismi, favorendo ovunque ogni regime dittatoriale collaborazionista possibile, e passando da una guerra all'altra, tutte avviate con pretesti fasulli, condotte senza scrupoli, infinite o finite male, e causanti milioni di vittime innocenti (in tale proporzione che se c'è da stupirsi non è per i tanti che diventano terroristi, ma per tutti gli altri che non lo diventano).
Tutto ciò, dopo essersi fondati come nazione sulla schiavitù di milioni di neri deportati dall'Africa e sullo sterminio di forse 25 milioni di pellerossa, un massacro che fa impallidire i crimini nazisti o stalinisti - e non sto negando questi ultimi, sto solo dicendo che a maggior ragione dovremmo ricordare anche i crimini statunitensi, odiosi tutti dai più grandi ai più piccoli (come relativamente possono essere ritenuti Pinochet in Cile o Gladio e la strategia della tensione in Italia).
Ma perché tornare oggi su un tema così annoso? Per via di un altro post, di tutt'altro genere, di cui volevo consigliarvi la lettura integrale. Qui l'abstract è più semplice.
Si sa che l'Impero Romano raggiunse la sua massima estensione sotto Traiano, e che questi a un certo punto conquistò anche le terre dei Parti (la Mesopotamia, da sempre cruciale) da cui però si ritirò dopo un breve dominio accontentandosi di un trattato di non belligeranza. Si pensa anche che Traiano agì così per effetto della sorda consapevolezza (che in Adriano diventò cosciente motore dell'azione politica di consolidamento delle frontiere per cui passò alla Storia) che probabilmente l'Impero avesse di fatto raggiunto il suo limite fisiologico di espansione. Quello che si sa meno è che proprio nel momento in cui Traiano occupava la capitale dei Parti la dinastia cinese degli Han si era spinta a controllare avamposti anche a pochi giorni di cammino di distanza a oriente. E potrebbe essere proprio questo il fattore che spinse gli indomiti Parti a scendere a patti con Traiano una volta che egli li aveva sconfitti: i Romani dovevano andarsene al più presto, essere arrendevoli e collaborativi era un giusto prezzo da pagare per evitare a ogni costo che entrassero in contatto diretto coi Cinesi, cosa che per i Parti avrebbe significato l'annientamento per accerchiamento. Questa astuzia autoconservativa dei Parti sarebbe stato il fattore, quindi, che ha impedito un incontro che con ogni probabilità avrebbe portato la Storia lungo un tracciato del tutto diverso da quello che invece poi ha seguito: senza voler immaginare a cosa avrebbero potuto portare gli scambi culturali e tecnologici tra i due imperi a livello di accelerazione del progresso, basti pensare che avere una solida via della seta con secoli di anticipo avrebbe probabilmente impedito la nascita sia dell'impero ottomano che degli imperi che si sono fondati sulla navigazione, che ebbe la sua spinta motrice proprio per nel fatto che i turchi avevano chiuso le strade via terra verso Oriente.
E' ovvio che su questa china tanto più si va nel dettaglio tanto più ci si spinge nel campo delle congetture. Ma il messaggio che se ne può ricavare è comunque interessante, specie se rapportato con l'attualità - e qui si vede il nesso con il discorso di prima.
Tutti gli imperi prima o puoi muoiono, quindi anche quello americano lo farà. E tutti quando muoiono trascinano con se sia i propri orrori che il proprio sistema di valori con quanto di buono comportava. Tuttavia la loro storia è disseminata di episodi che, se fossero andati diversamente, avrebbero innescato catene di eventi che avrebbero cambiato il futuro, in meglio o in peggio non è dato sapere. Come non è dato sapere, vivendo un qualunque evento in una qualunque fase storica, se è proprio quella la fase e quello l'evento che, cambiando, in un tot può cambiare il futuro di tanto. Per questa ragione, l'unico modo razionale di comportarsi è fare "come se" ogni fase storica, ogni evento, fosse uno di questi. Noi non sappiamo come e quando cadrà l'Impero americano. Ma quello che pensiamo e che facciamo oggi potrebbe cambiare drammaticamente i tempi e le tendenze di tutto quello che verrà. Quindi è fondamentale. Quindi trattiamolo come tale. Quindi, non fermiamoci alle storielle che ci raccontano, pensiamo le cose giuste, e agiamo di conseguenza. Non si sa mai funziona...

ALLURA È VIZIU!...

Come posso agevolmente dimostrare ho messo le mani avanti in tempi non sospetti: sono più lettore che scrittore, e altrimenti non avrei all'attivo solo due titoli in ISBN (1999 e 2011, comunque fuori catalogo e ormai pubblicati qui gratis un po' per volta: tag Chi c'è c'è e Le ricette di nonna Carmela). La cosa non cambia con l'annunciaziò che sto per fare.
Tra qualche mese esce (per la Leonida, casa editrice reggina piccola ma "vera" che bontà sua ha valutato positivamente il manoscritto) il mio terzo libro, il secondo di narrativa, il primo con una storia unica dall'inizio alla fine (non dico romanzo, e non perché forse è solo un romanzo breve, ma per banale pudore). Niente indizi, tranne il cartello ferroviario in immagine che forse può fornire qualche indicazione sulla location, o forse no. Ne riparleremo, soprattutto per raccontarvi come e soprattutto grazie a chi è nata questa iniziativa.
Chi vorrà acquistarlo, lo troverà in libreria oppure on-line, a suo tempo darò i dettagli. Ma chi è già sicuro di volerne delle copie, mi contatti.

DOVE SEI, CIELO?

Continua la pubblicazione dei miei testi di canzone, depositati in SIAE tra gli inediti: a chi ne piacesse qualcuno, basta contattarmi che ci mettiamo d'accordo (sono più vanitoso che esoso).
Come per gli altri, la musica ce l'ho in testa (questa potrebbe essere cantata su un giro di chitarra acustica medio/veloce, con più frequenza nel ritornello, e il finale ad libitum), ma mi va bene quella che gli viene a chi adottasse il testo.
DOVE SEI, CIELO?

Che cosa sei, dove sei cielo?
urlò nel vento la sua domanda,
e i suoi bambini stavano male,
ed ebbe solo voglia di morire.
Girando attonito per la stanza,
toccando il fuoco, ma con prudenza,
scoprì di essersi fatto male
e provò tanta voglia di tornare lì…
Quattro passi per raggiungere la scatola di sigarette bionde,
ma le smorfie che facevano il suo viso uguale preciso al mio
non c’è più un pelo né una maschera da dio che me le nasconde,
e il ciclo è chiuso: è voglia di tornare lì
Cosa promette se non mantiene?
Gli basti il posto da impiegato!
un avvenire, un figlio, un domani
a morra con la sorte ha perduto.
Distrattamente scivola il tempo:
non sa più reggere i suoi castelli,
non è più in grado né di scalare
né tantomeno ormai di tornare lì…
Quattro passi per raggiungere la scatola di sigarette bionde,
ma le smorfie che facevano il suo viso uguale preciso al mio
non c’è più un pelo né una maschera da dio che me le nasconde,
e il ciclo è chiuso: è voglia di tornare lì
Ma certi ponti, ti volti indietro
e non li vedi: sono crollati,
e puoi tentare di andare a vanti
o di piazzare punti con sputi.
Lui è come un comico senza battute
che gioca ignaro la sua speranza
e grida forte, dimesso ormai il velo,
“che cosa sei, dove sei cielo?”

SE DICI UNDICI

L'undici settembre 2001 è una di quelle date così rilevanti che possono venire usate, e di fatto lo fanno, per esemplificare il funzionamento dei meccanismi dell'attenzione della mente umana: la stragrande maggioranza di noi, infatti, ricorda perfettamente dove si trovava e cosa stava facendo quel giorno, mentre alla stessa domanda riferita all'11 settembre di qualunque altro anno non lo saprebbe proprio dire. L'allarme suscitato dalla drammaticità delle immagini e dal timore per la propria stessa incolumità presente e futura che l'evento comportava, infatti, ha attivato in tutti le stesse scariche ormonali, e tutte le altre conseguenti reazioni fisiche e psichiche, che intervengono in caso di immediato pericolo, e che spesso riescono a salvarci la pelle facendoci compiere gesti che normalmente non riusciremmo a compiere - nel contempo attivando la registrazione degli eventi a frequenza moltiplicata, cosa che poi (a meno di traumi che li cancellino in blocco, definitivamente o meno) ci consente di ricordarli con estrema precisione, lentezza e dovizia di particolari. Chi di voi è sopravvissuto a un incidente "mortale" non può che confermare.
Molti ricorderanno persino l'accavallarsi delle sensazioni e dei pensieri durante la diretta televisiva, e infatti io ricordo ad esempio esattamente il momento preciso in cui la mente critica, la logica razionale, riuscì a rifarsi un minimo di spazio attraverso la tempesta emotiva che come a tutti mi attraversava: fu quando crollò la prima torre. Non fu subito un pensiero compiuto, ma un'impercettibile alzata di sopracciglio può essere immaginata, da chi volesse sceneggiare la cosa: com'era possibile quel crollo a quella velocità? L'intima convinzione che non quadrasse nulla, del raccontino che facevano, arrivò presto, qualche giorno dopo al massimo, quando annunciarono il ritrovamento dei documenti di identità dei terroristi in quella montagna di macerie. Quando annunciarono l'attacco all'incolpevole Afghanistan, fu anche chiaro il movente del crimine, sulle cui sfaccettature chi ha voluto ha avuto tutto il tempo di indagare a fondo. Chi no, si berrà ancora la storiella tutte le volte che vorrà.
Sono passati sedici anni, il mondo ha visto susseguirsi una serie di guerre diventando sempre meno sicuro. In tutto questo, l'11 settembre ha un ruolo di architrave, e andrebbe citato ogni volta tra le cause. Nel mio ultimo post, sulla crisi coreana, l'ho fatto così:
In questi giorni si celebrerà il sedicesimo anniversario dell'evento spartiacque della nostra epoca, e sul mainstream sarà raccontata per l'ennesima volta la solita favoletta. Ma in questi anni la platea di chi crede che si sia trattato di un autoattentato è (magari divisa sui dettagli) è cresciuta consistentemente. E, potete giurarci, quando sarà trascorsa la giusta distanza di tempo sarà questa la verità storica ufficiale, un po' come per il genocidio dei pellerossa (che, è cronaca, in California è arrivato a essere la motivazione ufficiale della soppressione dei festeggiamenti per la scoperta di Colombo) che quando ero piccolo io si chiamava epopea del far west.
Ora, non è che io presuma di avere tutte le risposte, anzi. Ma ho tante domande. E ritengo che avercele sia il minimo sindacalmente accettabile per meritarsi la patente di essere umano pensante. Non accetto più di interloquire con chi ripete acriticamente le pappine così come gli sono state propinate. Se lo fa su un social network, ad esempio, non seguo più quella discussione, e se è sulla mia bacheca, che è "casa mia" e non una pubblica piazza, lo cancello. E non è censura del dissenso: questo è benvenuto, se è argomentato. Ma con chi recita la canzoncina, mi comporto come suggerisce una "canzonaccia": trovo molto interessante la mia parte intollerante.
Senza volersi infilare in disquisizioni filosofiche fuori portata sulla verità come concetto in fondo inafferrabile, basta accontentarsi di praticare la laica "religione del dubbio". Rifiutando di accogliere le Verità preconfezionate. Guardatevi questo filmato, non è brevissimo ma è una sintesi di uno molto più lungo che semmai affronterete dopo se vi va. Forse non tutto quello che dice Mazzucco è ugualmente condivisibile, ma se dopo che lo avete ascoltato con attenzione credete ancora che Bin Laden da una grotta dell'Afghanistan ha mandato 19 terroristi sauditi a schiantare 4 aerei contro il cuore dell'America riuscendo a violare la difesa più munita del pianeta, beh, a Roma si dice che siete de coccio, e pace all'anima vostra.

KIM INVECE...

Come forse qualcuno avrà capito, sono di quella generazione che è cresciuta con la paura dell'olocausto nucleare: non c'era giorno che non arrivasse notizia di nuove installazioni missilistiche di qua o di la della Cortina di ferro, e l'idea che anche solo un incidente avrebbe potuto innescare un'escalation letale per l'intero pianeta ha permeato dalla crisi cubana del 1963 alla caduta del Muro del 1989 sia la narrazione massmediologica che la produzione letteraria (compresa la musica, importantissima allora). L'immaginario intimo di ciascuno di noi non poteva restarne escluso.
Non deve stupire, quindi, l'universale afflato di ottimismo che si diffuse al crollo dell'impero sovietico: la "fine della Storia" avrebbe aperto per l'umanità un'era di pace e prosperità generalizzate. Quanto questa convinzione fosse infondata lo avremmo scoperto tutti, nel giro di qualche anno. Solanente in pochi lo intuirono subito. Per restare nella musica, nel '93 Baccini cantava "rifacciamo il muro di Berlino", ed è addirittura del '90 questo verso immortale dell'immortale De Andrè (da "la domenica delle salme"):
la scimmia del quarto Reich ballava la polka sopra il muro
e mentre si arrampicava le abbiamo visto tutti il culo.
Ma il problema non era, o almeno non era solo, la Germania. Questa, ormai si è capito, ha ottenuto economicamente (con l'inganno ai danni dei tanti e grazie anche alla complicità prezzolata dei pochi) quel predominio sull'Europa che troppe altre volte aveva tentato invano di ottenere militarmente. Era che su scala mondiale la superpotenza vincente non avrebbe avuto più remore a imporre il proprio dominio, e ad eleggere a leggi della natura i meccanismi economici dell'ultraliberismo capitalista, e non avrebbe avuto più interesse a cercare di estenderlo pagando (come aveva fatto dal dopoguerra, elargendo ricchezza così favorendone la moltiplicazione in quei Paesi che altrimenti rischiavano di essere attratti dall'alternativa, il nostro in primis).
Il risultato di tutto questo si è visto, anche troppo bene. Il mondo dal 1990 ad oggi è molto, molto peggiore di com'era prima. Il divario tra una élite sempre più ristretta di ricchi e una massa sempre più estesa di poveri si è ampliato vertiginosamente, e la sua sintassi si è riprodotta anche all'interno dei Paesi che erano stati indotti a credere che invece il capitalismo era compatibile con un progressivo incremento delle uguaglianze perlomeno potenziali quando non sostanziali (come l'Italia, che sta cosa se l'era persino scritta nella Costituzione). Le guerre sono proliferate, e l'autoassunzione degli USA a gendarme unico è stata di ciò il fattore preponderante sia come causa prima che come acceleratore di escalation. Il terrorismo islamico, fino al 1990 praticamente inesistente, è figlio di strutture create dagli USA proprio in funzione anticomunista: è in Afghanistan che nasce Al Qaeda, e il sistema ha funzionato talmente bene che è stato replicato anche dopo, ad esempio in Siria con l'Isis. I fenomeni migratori di massa, che a chi li subisce provocano danni nell'anima prima e più che nella pratica, invece hanno radici nel colonialismo (sentito mai parlare di cose come il Franco CFA?) e nascono direttamente dalla logica ultracapitalistica della globalizzazione (gli economisti classici sapevano che se unifichi il mercato di due fattori si unifica automaticamente anche quello del terzo, è quindi ovvio che se nel mondo c'è la libera circolazione delle merci, e si consente quella dei capitali, per quella del lavoro c'è solo da aspettare i tempi tecnici connessi alla rigidità del fattore - la gente è fatta di carne, vive, resiste, non molla se non lottando, più o meno - ma senza argini la tendenza "naturale" del capitalismo è avere lavoratori sempre meno pagati e sempre più flessibili e mobili), e però vengono amplificati (e accelerati qua e la) proprio dalle guerre. Che poi sono anche motori di rancore e quindi alimentatori del terrorismo - anche presso immigrati di seconda e terza generazione, che sono da un lato colpiti dalla crisi prima e peggio degli autoctoni e dall'altro in grado di comprendere le storture del sistema e le cause delle ingiustizie meglio dei loro epigoni o dei loro connazionali ancora in patria. In questo quadro, è più semplice comprendere come l'Euro non sia altro che l'arma messa in mano al più forte per eseguire il mandato di distruggere al più presto tutto ciò che era stato necessario costruire in quella che era la frontiera antisovietica, l'Europa occidentale.
Sono meccaniche che non si fermano davanti a niente, figurarsi a un paio di migliaia di morti propri, se servono alla causa. In questi giorni si celebrerà il sedicesimo anniversario dell'evento spartiacque della nostra epoca, e sul mainstream sarà raccontata per l'ennesima volta la solita favoletta. Ma in questi anni la platea di chi crede che si sia trattato di un autoattentato è (magari divisa sui dettagli) è cresciuta consistentemente. E, potete giurarci, quando sarà trascorsa la giusta distanza di tempo sarà questa la verità storica ufficiale, un po' come per il genocidio dei pellerossa (che, è cronaca, in California è arrivato a essere la motivazione ufficiale della soppressione dei festeggiamenti per la scoperta di Colombo) che quando ero piccolo io si chiamava epopea del far west.
Per ora, prevale ancora la narrazione massmediologica che ovviamente in tutti questi anni ha fatto da supporto al neoimperialismo occidentale. Lo schema è sempre lo stesso: c'è un posto nel mondo che è necessario per qualche ragione (ri)condurre nello steccato, si delegittimano-ridicolizzano-demonizzano i suoi leader, si crea il presupposto per avere la scusa di deporli e rimpiazzarli con altri più docili (anche perché ben pagati), se serve con l'aiuto di un attacco militare preferibilmente da remoto e pazienza se causa migliaia e migliaia di vittime innocenti. Chavez non era un santo, ma ha provato con un certo successo a redistribuire alla sua gente i profitti dell'industria del petrolio, e questo per il Capitale è imperdonabile, e se lui aveva tanto consenso da impedire l'applicazione dello schema di cui sopra, si attende diciamo così che un male se lo porti via e si attacca il successore meno popolare di lui (anche perché nel frattempo lo strangolamento economico dall'esterno ha ridotto le risorse a sua disposizione da distribuire al popolo). Con Gheddafi ha funzionato, con Saddam pure, con le primavere arabe in parte anche, con l'Ucraina idem (anche se li la vicinanza alla Russia ha complicato le cose, come pure in Siria), eccetera eccetera. Con Kim Jong-un non funziona, perlomeno finora, perché il buffo dittatore dinastico ha quello che gli altri non avevano. Ecco spiegato alle anime candide il perché della escalation missilistica di questi giorni: è che sto Kim non è scemo, ha qualcosa che gli altri non avevano, e glielo ricorda. E se anche bluffa, bluffa bene. E qui torniamo all'inizio.
Perché ci è toccato di rimpiangere quando c'era l'URSS e il mondo era più sicuro, più ricco, e più ottimista, nonostante rischiasse attimo dopo attimo l'autodistruzione? Perché il porgi l'altra guancia e l'amore universale sono solo modelli utopici delle religioni o delle filosofie, nella realtà purtroppo una pace duratura è possibile solo se i soggetti capaci di annientare i contendenti sono più di uno e sono in equilibrio tra loro. Il mitico triello di Il buono il brutto il cattivo è un ottimo esempio a contrario: c'è una disparità di potere (il buono sa che la pistola del brutto è scarica, e sapere è potere) e ciò crea un vincitore. Che poi non ne approfitta fino in fondo solo perché è "buono", appunto. Gli Stati Uniti (gli unici al mondo ad avere mai sganciato atomiche su civili, e a proposito oramai la tesi storica che fosse necessario per anticipare la fine della guerra è abbondantemente sputtanata, lo fecero solo per mostrare ai russi che ce le avevano davvero) non lo sono. E io lo sto scrivendo su una piattaforma loro, e loro me lo lasciano fare, perché la cosa contribuisce alla conferma della falsa narrazione che hanno imposto, solo fino a che io non dovessi diventare davvero pericoloso, cosa che con il mio scarso numero di lettori e le mie scarse ambizioni di accrescerlo è molto improbabile.
Gli USA, anche se tentano in ogni modo di raccontarsi tali, NON sono i buoni. E quindi che ci sia qualcuno al mondo capace di tenergli testa è cosa benedetta. Speriamo che qualcuno di più potente capisca la lezione storica illustrata oggi dalla Nord Corea. Forse la Storia è a un nuovo bivio, e un domani che (magari) ci saremo allontanati dalla china terribile avviata nel 2001 e da tutto quello che sta comportando, chissà se qualcuno tributerà il giusto merito al panzottino di Pyongyang...

DOVE STA LO ZAR?

Se volete farvi un'idea di come funziona il giornalismo in Italia oggi, o anche se ce l'avete già ma volete un esempio per poterla illustrare facilmente a qualche amico da svegliare, dovete interessarvi un po' di pallavolo. Che poi è anche possibile che lo facciate già: stiamo parlando di uno degli sport più seguiti e soprattutto più praticati in Italia, anche se a leggere i giornali, appunto, non si direbbe.
Io normalmente non lo seguo, gli preferisco di molto il tennis e il basket, ma insomma ci sono gli europei, lo fanno in diretta in chiaro, gli butto un occhio, e subito mi accorgo che manca qualcosa, o meglio qualcuno. Il tipo in questione vuoi per l'aspetto fisico, vuoi per la personalità a pacchi, vuoi per il ruolo di "goleador" (per dirla ai calciofili), si fa notare, per cui anche solo avendo plaudito di sguincio all'argento olimpico dell'anno scorso, se quest'anno non lo vedo in campo prima penso che è un attimo in panca, poi quando non lo vedo entrare penso a un infortunio (mannaggia!), infine, visto che la cronaca va avanti e nessuno dice niente, benedico mentalmente l'era Internet e ci vado a guardare. E scopro una vicenda quantomeno surreale.
Pare che il tipo sia stato estromesso dalla squadra per una vicenda legata alla marca delle scarpe: una roba di sponsor personali e di squadra. Non ve la racconto nel dettaglio, vi metto il link, perché non è entrando nel merito che vi dico quello che vi volevo dire. La faccenda è stata gestita male, vergognosamente male, da tutti gli attori della stessa, dal giocatore al neopresidente federale passando per l'allenatore e i compagni della nazionale, tanto peggio quanto il livello di responsabilità del ruolo sale, ovviamente. Per cui, oggi, se i soggetti in questione avessero un minimo di pudore, dovrebbero dimettersi e andarsi a vergognare di se stessi da qualche parte di nascosto. Ma tutto questo è ancora un affare della pallavolo italiana, ad essa interno, e potrebbe tutto sommato non fregarcene niente. Senonché...
Senonché il punto è un altro. E' che per avere una qualche idea della vicenda ti devi appunto sbattere su Internet, e - provateci - manco è semplice. Ci si mette un po', per trovare l'unico pezzo che mette in relazione la disfatta, per come è maturata (il Belgio seleziona i suoi giocatori in una platea di praticanti inferiore a quella di una regione italiana. ma non di quelle grandi, e l'Italia ci ha perso male e per limiti caratteriali e di squadra ancor più che tecnici), con le assenze importanti e chi ne è stato causa, devi atterrare su OAsport, sul mainstream te lo scordi. In TV poi, non ne parliamo. Già dopo il primo contatto con la nazionale senza "zar", ho atteso invano che uno dei commentatori RAI dicesse qualcosa: niente, né all'inizio, né dopo la sconfitta con la Germania, né - figurarsi! - dopo le vittorie successive, né tantomeno durante la debacle ai quarti. Alla fine, l'episodio più istruttivo: uno dei due telecronisti attacca il pippone finale sul fare tesoro dell'esperienza per ripartire in vista dei prossimi mondiali che si giocheranno in Italia, "magari con qualche rientro...", e l'altro appena lo sente su quella china si affanna a bloccarlo parlandogli sopra "magari anche guardando avanti con qualche nuovo innesto" e cambia discorso.
Ecco dove volevo arrivare. Il muro di gomma che ha fatto di Zaytsev un innominabile sia in TV che sulla stampa generalista, persino mentre si mostrava l'evidenza della mancanza del suo apporto tecnico e caratteriale alla squadra, non può essere un caso. Le veline dei partiti della Prima Repubblica, come pure il quasi monopolio berlusconiano dell'informazione, al confronto del monoblocco attuale piddino impallidiscono. Se siano prezzolati, ricattati, impauriti o semplicemente conformisti non lo so, e non so peraltro cosa sia peggio. Ma è uno schifo, comunque. Ora, stiamo parlando di un torneo di pallavolo, e dietro c'è al massimo la nomina della persona sbagliata a capo di una federazione sportiva. Immaginate con quale autonomia questa stampa agisce quando in ballo ci sono interessi ben maggiori, come quelli delle banche o delle case farmaceutiche. Immaginatevelo, e se ancora siete tranquilli, ad esempio sulla faccenda dei vaccini, good night and good luck.

È IL CAPITALISMO, STUPÌDO!

Visto al cinema il biopic su Stanlio e Ollio , divertente e commovente al tempo stesso, grazie anche alla scelta di inquadrare un piccolo ...