SOSTIENE TABUCCHI

Era un 25 aprile, pensa un po'...
Sostiene Tabucchi che il Portogallo ha visto l'unica rivoluzione in cui le Forze Armate stavano dalla parte giusta, con i garofani rossi infilati nei fucili, un evento quasi incruento e quasi pacifico, come ben racconta anche un recente film, e che anche per questo è un bel posto dove vivere, e chissenefrega della crisi, ché il mondo non è le frottole economiche che ci raccontano per tenerci schiavi, sostiene.
Sostiene Tabucchi che uno è del posto che ama più che di quello di dove è nato, e che se è così ed è capace di scrivere allora tu leggi e te ne innamori pure tu, anche se non ci sei mai stato, come ti innamori dei suoi personaggi anche prima di vederli interpretati da Mastroianni che poi è troppo facile, sostiene.
Sostiene Tabucchi che non l'impavido incosciente e presuntuoso, ma il dubbioso conscio della sua ignoranza ma curioso che per questa via si affranca della sua viltà è l'uomo libero, e che un uomo libero si distingue perché lui è uno che fa i nomi, e pure i cognomi, sostiene.
Sostiene Tabucchi che viaggiare davvero e andare nei posti sono due cose diverse e non necessariamente coincidenti, tanto è vero che forse c'è chi a un certo punto si è visto allo specchio ha guardato la carta d'identità ha guardato il conto in banca e ha pensato "se non lo faccio io, adesso, è un offesa a chi vorrebbe e non può, figurarsi a chi non potrebbe e lo fa lo stesso", e ha mollato tutto per partire, forse passerà pure dalla Lusitania, sostiene.

ORA SI CHE LA DISOCCUPAZIONE E' DEBELLATA!

... e come sempre aveva ragione De Andrè ...
Finalmente possiamo fare un bel titolo netto, positivo, inequivoco! Con l'accordo raggiunto a Palazzo Chigi tra le parti sociali (non tutte, va beh, ma mica si può essere sempre tutti d'accordo!...) cade ogni impedimento a che le imprese italiane tornino ad assumere, e presto si vedranno grandi investitori tedeschi e cinesi impiantare grandi stabilimenti nel nostro Paese dando lavoro a centinaia di migliaia di italiani. L'odioso e antiquato articolo 18 è stato infatti abolito, si lo so che in realtà è stato riformulato in un senso e addirittura esteso alle piccole imprese nell'altro, ma di fatto la nuova norma è confezionata in maniera da essere totalmente o quasi disapplicata. In altri termini, il nuovo articolo 18 tradotto in italiano è così: ti caccio quando voglio, mi basta dire che è per motivi economici. E se al posto tuo, col tuo stipendione sudato in tanti anni di faticosa e meritata carriera, posso pagare due ragazzi svegli quanto disperati e mi restano i soldi per un immigrato assunto in nero per pulire i cessi, non è un motivo economico? E se a cinquant'anni i tuoi acciacchi ti rendono meno dinamico, non è "scarso rendimento", quindi un motivo economico?
D'altronde, senza la possibilità di interpretazioni estensive come quelle succitate (e questo commento è il più gustoso nel chiosarle...), in nessun modo potrebbe la sostanziale abrogazione di una norma dall'applicazione così marginale (su 160mila cause di lavoro pendenti, riguardano l'art. 18 solo poche centinaia, come ricorda Giannini in questo commento) spingerci all'afflato di ottimismo che manifestiamo nel titolo. Invece, proprio grazie a tutto il pacchetto (o pacco?) dell'accordo sul lavoro, il supergoverno dei supertecnici ha ottenuto in un colpo solo:
  • di completare l'inchiappettamento di una intera generazione, sti cavoli di cinquantenni che tanto hanno avuto in passato e ora devono finire alla Caritas perchè perderanno il lavoro avranno pochi mesi di indennizzo anzichè la cassa integrazione e non avranno la pensione che dopo quindici anni almeno (cioè probabilmente mai: la mortalità dovrebbe aumentare...);
  • di completare l'esautorazione dei sindacati iniziata nel 1992 con quella concertazione che il modo di condurre questa trattativa ha definitivamente chiuso;
  • di mettere nei guai il PD come se in questo non fosse già abbastanza bravo da solo (ad esempio, avendo accolto e mantenendo al suo interno personaggi come questo Ichino che altrove sarebbe forse troppo a destra pure per i partiti di destra);
  • di farci pare il passo in avanti decisivo verso la globalizzazione (o sarebbe meglio dire cinesizzazione?!).
Le domande sarcastiche di Travaglio su Napolitano e la democrazia, i retropensieri amari (si doveva fare un favore a Marchionne e uno a Berlusconi) di Lameduck, le speranze di sinistra camuffate da disillusioni di Camilli, niente basterà a quei disfattisti dei comunisti per cancellare la verità storica: finalmente abbiamo imboccato il sentiero verso la definitiva dismissione del peggior costume italico, una strada maestra che ci condurrà a non avere in giro più un solo disoccupato. Basta che funzioni il servizio di rimozione dei cadaveri.

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23 marzo. Detesto avere ragione, leggete qua:
Era ovvio che il vero obiettivo doveva essere quello grosso: se arriva lo scenario greco, bisogna avere le armi per attuarlo. Il brutto è avere in tutto ciò il ruolo del bersaglio: forse è meglio prepararsi....

PASOLINIANA

Pare che Pasolini avesse già preparato un nuovo film su misura per Totò,
che alla sua morte accantonò per poi riesumare il progetto e proporlo ad Eduardo,
poco prima di venire assassinato
Già un paio di volte incrociando i temi della decrescita ho finito per postare il video di una poesia di Pasolini messa in musica da Alice qualche anno addietro: la recessione. Non può essere una coincidenza che oggi, nel solito giro del mondo della controinformazione che faccio quando ho voglia di inserire un pezzullo, mi imbatto sia in un bellissimo pezzo di Marino Badiale che in un post di Blog-0 che lo citano. Il primo è lunghissimo ma vale la fatica: spiega secondo me in maniera definitiva perché la decrescita non ha alternative (a parte la fine della vita sul pianeta), e a un certo punto cita Pasolini, che era talmente avanti da essere indietro, nel senso che era portatore di un sistema di valori preconsumistico che ai suoi tempi era del tutto anacronistico ma oggi lo rende tremendamente attuale e in prospettiva indispensabile. Il secondo analizza documentatamente la famosa presa di posizione pro-poliziotti confutandone la vulgata semplicistica in favore di un'interpretazione molto più articolata: arrivate alla fine, oltre al valore della lettura c'è un documento "gustoso".
E' ovviamente un vuoto esercizio di stile, ma sarebbe bello capire oggi da che parte un intellettuale di quella portata starebbe, nella guerra sorda che sta vedendo il capitalismo finanziario vincitore sulla democrazia fondata sul lavoro e il welfare. Il balletto sull'articolo 18 cui dobbiamo assistere ad ogni telegiornale come se non fosse una questione marginale, non è che uno dei teatrini messi su per nascondere il vero dramma, quello con morti e feriti che è già da un po' in scena e tra un po' la dominerà completamente.
Chissà se almeno questo farà resuscitare le anime, se questo sarà sufficiente a un nuovo rinascimento, e in caso in cosa consisterà la lotta e con che costi umani e che speranze. Intanto vi saluto con un brano di cinema pasoliniano che rappresenta mirabilmente la suddetta duplicità dei piani narrativi, il pezzo finale dell'episodio Cosa sono le nuvole? del film Capriccio all'italiana, protagonisti Totò (alla sua ultima, significativissima, scena) Ninetto Davolil e Domenico Modugno, che canta la meravigliosa canzone omonima.

SENZA

Il post sulla polemica innestata da Aldo Busi attorno al mancato coming-out di Dalla è tra i più letti della storia di questo blog, solo tramite Net1News ci sono centinaia di contatti, e forse tra qui lì e facebook ha anche il record di commenti, anche se non tutti favorevoli (meglio così, d'altronde). Merita di tornarci un attimo con una vignetta di Vauro che secondo me chiude la faccenda, andando - com'è sempre meglio - a "sottrarre".
Che ci troviamo, facciamo un ultimo saluto ad un altra stella di prima grandezza della canzone italiana di cui dovremo far senza, e speriamo basti così per ora anche solo per non diventare necrologi monotematici: Lucia Mannucci, la voce femminile del Quartetto Cetra. Aveva 92 anni, era bellissima e intelligentissima (guardate e leggete qui se non ci credete), ed era l'ultima in vita di una formazione che era decenni avanti ed è rimasta fuori dal tempo, di cui il motore era il marito Virgilio Savona, genio della musica scomparso poco tempo fa. I due restarono felicemente sposati per mezzo secolo e passa, una roba forse oggi inimmaginabile, e registrarono un album in casa quasi novantenni. Sentendo queste cose uno pensa che allora forse l'amore davvero esiste. Ascoltando cantare Lucia uno ne è sicuro. E visto che giorno era ieri, la scelta sul brano è obbligata.



A proposito di donne, anche quest'anno al Caffè letterario di Roma  l'associazione Femminile plurale organizza la mostra fotografica Donne viste da donne: si visita, gratis, tutti i giorni dalle 10 alle 2 di notte, dal 7 al 21 marzo. Senza dubbio da non perdere.

8 MARZO 1943

Chissà se questa memorabile partecipazione all'Isola dei Famosi
è stata o meno positiva per la "causa"... di certo guardare ai propri
comportamenti prima di stigmatizzare quelli altrui non sarebbe male...
Se c'è una cosa peggio dell'allinearsi per convenzione al cordoglio per la scomparsa di qualcuno, è distinguersene per atteggio. Il silenzio sarebbe meglio in entrambi i casi, ma nel secondo sarebbe addirittura altamente raccomandabile. Aldo Busi non ce l'ha fatta: forse avvelenato da anni dalla misura della distanza tra gli atteggiamenti, ma anche tra la popolarità, di se stesso e Lucio Dalla, si è avventato contro al cadavere ancora caldo prendendo le distanze dal coro dei peana (per carità, anch'esso insopportabile) con un'intervento che francamente si poteva risparmiare, in cui sostiene che chi non abbia il coraggio di schierarsi in vita non merita attenzione alla propria arte, e quindi lui le canzoni di Dalla manco le ascoltava perché il cantautore non ha mai fatto coming out né tantomeno combattuto alcuna battaglia per i diritti degli omosessuali.
La questione è delicata, e si rischia esprimendo un parere di trovarsi iscritti a questo o quel partito senza intenzione, ma la coincidenza di trovarsi in periodo di festa della donna mi aiuta. Sono di quella generazione, infatti, che ha avuto la propria educazione erotico/sentimentale non prima né dopo ma mentre il sistema valoriale del rapporto tra i sessi cambiava: mia nonna non si sedeva a tavola se non prima tutti erano stati serviti e si arrabbiava se la si aspettava per cominciare a mangiare, ma mia madre già cucinava meno di mio padre, mio zio giovane si era fidanzato e sposato "all'antica" pochi anni prima, ma i miei cugini grandi e i loro amici avevano un posto che era di tutti e di nessuno con un materasso uno stereo le canne e il poster del Che e di Sollier, e io stesso ho dovuto pian piano disimparare a "fare la dichiarazione" man mano che passava di moda (tenete conto che stiamo parlando di Reggio Calabria, quindi di un gap temporale a geometria variabile...). Tutto questa confusione mi ha aiutato a essere femminista, in tutte le dimensioni del rapporto di coppia dal sesso alle pulizie domestiche passando per la cucina, nel modo in cui secondo me ha più valore: senza esserlo. Cioè non solo senza dichiararlo o senza ostentarlo, ma proprio senza bisogno di affermarlo né a me stesso né ad altri, insomma intimamente, tranquillamente e senza nemmeno badarci. Ritengo fra l'altro che questo mio modo di essere sia oramai diffuso in una buona fetta della popolazione maschile e femminile, come qualcosa che alla fine è entrata nel sentire comune e non viene più messa in discussione: se non è maggioranza, poco ci manca, e quelli che stanno altrove purtroppo non sono solo "indietro" nel timeline ma anche "avanti", nel sistema di valori rappresentato dall'universo televisivo defilippiano e non, ad esempio, che "infetta" tanti ragazzi.
E' vero, dunque, che per questa e altre ragioni, che vanno dalle disparità di trattamento sui luoghi di lavoro alle tragiche statistiche sui femminicidi passando per l'adesione di troppe donne a modelli comportamentali maschilisti, la festa dell'8 marzo ha ancora senso, ma è altrettanto vero che laddove, a macchia di leopardo come in tutti i fenomeni complessi, trovi una situazione o anche una singola donna che non lo festeggia perché non ne ha bisogno, è lì che si è vinto, è quello il punto d'arrivo auspicabile per tutte le altre situazioni e le altre donne.
Lungo questo sentiero logico, torniamo a Lucio Dalla. Molti hanno sbagliato in questi giorni, sulla questione, non solo Busi a vestire una volta di troppo i panni della checca isterica (e magari almeno allo specchio spiegherà come pensa che questo faccia gioco alla causa - sentite ad esempio il femminismo "storico" che cantonata fa prendere a Lidia Ravera a proposito dell'ennesima débacle del PD a Palermo): la Chiesa a concedere a Dalla i funerali in San Petronio solo a patto dei soliti distinguo tra peccato e peccatore e della consueta dose di ipocrisia imposta al compagno di Lucio per poter salutare il suo uomo al suo funerale, la stampa che come al solito si è distinta per viltà e conformismo, la politica (ma a questo link si parla anche di Chiesa e stampa) per assenza e doppiezza. L'unico a non sbagliare in fondo è stato sempre solo Dalla, che magari aiutato dalla sua fama e dai suoi soldi non ha mai avuto bisogno di affermare o dichiarare alcunchè: ha convissuto per anni con Ron alla luce del sole come ora faceva con Marco Alemanno, di lui si è vociferato esercitasse la sua natura divertitamente laida con chiunque gli piacesse e gli passasse a tiro, maschi o femmine che fossero, senza che lui mai si preoccupasse di confermare o smentire, perchè in fondo erano cazzi suoi, ma se la gente amava farseli era da sopportare come parte del prezzo della notorietà.
Insomma, caro Busi, tieniti tu Tiziano Ferro, che per anni ha fatto finta poi ha fatto outing drammaticamente e anche editorialmente, il tutto cantando canzoni mediocri, e lascia a noi Dalla, che tutti sapevano e nessuno sapeva, e intanto inondava il mondo di capolavori, ma quello che era lo era senza dichiararlo o senza ostentarlo, ma proprio senza bisogno di affermarlo né a se stesso né ad altri, insomma intimamente, tranquillamente e senza nemmeno badarci.
E buon 8 marzo a tutte le donne, specie a quelle che possono e/o vogliono permettersi di NON festeggiarlo.

IMPARA L'ARTE

uno "squarcio di Roma" in
un acquerello di Laura Croce
Le vie dell'arte sono infinite: Lucio Dalla non ha mai studiato musica, mentre il suo amico Morandi era da anni "chiuso" in conservatorio quando lui ha deciso di rilanciarlo portandoselo in tournée. Laura Croce è una pittrice romana che ha iniziato da autodidatta per poi mettersi a studiare sotto la guida di Ugo Bevilaqua tecniche come il pastello, l'acrilico e l'acquerello, e scoprire per questa via che è quest'ultimo il mezzo con cui ama maggiormente esprimersi per i suoi paesaggi naturali e urbani, in particolare di Roma. Perché la sua pittura "vuole essere una ricerca continua di emozioni attraverso i colori, luce e vita".
Tra le tante mostre collettive di pittura del panorama capitolino cui ha partecipato, segnalo Astarte, che si svolge ogni primo sabato del mese in via Tiburtina 541, Una strada per l'Arte, Arte nel Portico.
Dal 6 al 17 marzo le opere di Laura, assieme a quelle di altri artisti accomunati, come recita il titolo del vernissage, dal rappresentare "squarci di Roma e provincia", saranno esposte a Palazzo Valentini, in via IV novembre. L'ingresso è gratuito, ma l'esperienza potrebbe valere molto.

IL RISOTTO ERA UNO SPUTO

Giuro che ho una foto di me adolescente identico
a Lucio in questa tratta dalla copertina di Cambio
Parafrasando una delle più celebre battute di Woody Allen, Dalla è morto, De Andrè è morto, e neanch'io mi sento tanto bene. Lucio ci ha lasciati tre giorni prima del suo arcinoto compleanno, che sarebbe stato il numero 69: "peccato era un bel numero", avrà pensato morendo, oppure - visto che probabilmente usava il conteggio di mia nonna - "giusto così, non volevo entrare nei settanta". Mi posso permettere questa ironia perché so che il tipo l'avrebbe addirittura pretesa, e sono felice per lui che sia morto di botto, mangiando, la mattina dopo aver cantato all'ennesimo concerto di una carriera lunga mezzo secolo. C'è solo una morte migliore, ma è più egoista (qualcun'altro/a si traumatizza). Inoltre, a differenza che per altri, nessuno aveva già preparato il coccodrillo, nemmeno Fabiofazio che ora sarà costretto a uno special Faber-style anzichè al modello jetattorio Jannacci/Fossati che gli viene tanto ma tanto meglio. Allora, in virtù di una "conoscenza intima" con il cantautore bolognese, iniziata da bambino quando conduceva Gulp, fumetti in tivvù cantando la sigla finale (lettera iiics, qual'è il segreto di Asteriiix?), il coccodrillo biografico glielo scrivo io, di getto se mi credete (e se non mi credete... sti... ahem!).
Lucio Dalla nasce il 4 marzo 1943, e questo lo sanno tutti perché è il titolo del suo brano più noto, anche se ne ha scritti centinaia di quasi altrettanto famosi. Da ragazzino suona in orchestrine jazz, e poco più che ventenne esordisce come "urlatore" con un 45 giri dal titolo Paff-Bum. Fa comparsate poi piccole parti al cinema, e intanto si fa largo come interprete grazie a una fisicità particolarissima, che ispira simpatia immediata anche nei bambini (vedi sopra). A Sanremo canta ancora, e qualche anno dopo è il successo: sfiora la vittoria con la canzone scritta dalla paroliera Pallottino che personalizzerà per sempre grazie al titolo/data, poi porta Piazza grande di Ron, che canta invece la sua Il gigante e la bambina (i due sono già più che amici, in tempi in cui non si poteva dire), pezzi ancora tra i più karaokati di tutti. L'anno Sono anni in cui vende tanti dischi, e sforna brani di successo come La casa in riva al mare, Il cielo, Anna Bellanna, Ma a Lucio non basta: nasce dal jazz, viene dal blues e dal soul - suonava le cover di James Brown con un gruppo chiamato gli Idoli (ho un live pubblicato molti anni dopo) - e fiuta che per la musica leggera italiana è venuto il tempo di un'aria nuova. E' fra i primi a cambiare strada, e paga la scelta con anni di fame vera: già nell'album Storie di casa mia, quello di 4 marzo, infila pezzi come Il bambino di fumo e Il colonnello che fanno presagire la svolta. Nei primi anni 70 pubblica tre capolavori assoluti, due che hanno venduto pochissimo (Il giorno aveva 5 teste e Anidride solforosa), uno che lo rilancia (Automobili, quello con Nuvolari e la futurista Mille miglia prima e seconda), scritti a 4 mani col poeta Roberto Roversi.
Fu allora che lo vidi dal vivo la prima volta: suonò alla Festa dell'Unità a Reggio Calabria, avevo 13 anni, lui aveva le pezze al culo, era venuto in treno e meno male che la villa comunale era vicina alla stazione. Era già matura la svolta della sua carriera, stava già scrivendo i suoi primi testi per l'album della consacrazione definitiva. Comprai Com'è profondo il mare pochi giorni dopo la pubblicazione, con i soldi racimolati a Natale, a dicembre del 1977. Era il mio primo vinile. Parlo per chi ha meno di trent'anni: comprare un vinile era un'esperienza. Costavano cari, con gli amici ci si divideva l'incombenza in base ai gusti e poi ci si faceva le cassette: non è vero che la pirateria è figlia dell'informatica, sono quei cretini dei discografici che oggi pretendono di venderti caro e amaro un pezzettino di plastica che si sente uguale a quanto scarichi gratis - allora ti vendevano un oggetto che non potevi duplicare. Io conservo tutti i miei vinili come reliquie, sono come nuovi e si sentono ancora benissimo, molto ma molto meglio dei CD (grazie anche allo stereo dell'epoca, perfettamente funzionante perché prodotto in tempi antecedenti a quelli dell'obsolescenza programmata e del consumo di massa), e di tutti i più belli ricordo perfettamente, come fosse adesso, l'emozione nel tagliare la plastica, sfilare il disco, e ascoltare le prime note sfogliando la copertina. Ricordo esattamente cosa pensai alla schitarrata iniziale di The Joshua tree, a quella a tradimento dopo pochi secondi di Love over gold, agli effetti di The final cut, e al fischio di Com'è profondo il mare.
Negli anni 70 e 80 Dalla sfornò solo capolavori, nel 79 io e mio cugino Filippo per poter vedere Dalla e De Gregori in Banana Republic ci dovemmo appollaiare sul muro di cinta dello Stadio comunale di Reggio, in tre anni da decine di spettatori a decine di migliaia, pericolosamente sporgenti con le schiene su un baratro di venti metri. Filippo e io qualche anno prima ci eravamo scambiati i regali della prima comunione, lui a me una racchetta io a lui una chitarra, così adesso i pomeriggi passavano lui suonando io cantando le meraviglie di allora, da Bennato a De Gregori, da Guccini appunto a Dalla. Ma anche gli anni seguenti hanno visto Lucio, pur se via via a tratti impersonante come tanti altri una caricatura di se stesso, uscire con gioiellini nascosti magari dentro album dalla qualità media nettamente inferiore, perché anche la creatività di un genio ha andamento di parabola: Apriti cuore, Siciliano, Ayrton, per dirne alcune. E sono andato a rivedere a teatro lui e De Gregori con un filo di preoccupazione, felice di essere smentito: hanno proposto una scaletta di perle, senza cedere alla tentazione di promuovere gli ultimi dischi.
Tra questi capolavori sono indeciso se salutare il mio amico scomparso con Siamo Dei o l'altra qui sotto: tra il dissacrante e il romanticamente significativo scelgo quest'ultimo perché riconosco che oggi è giusto prevalga la tristezza. Ma prima aggiungo un'altra noticina autoreferenziale, con un pensiero e un abbraccio a un altro amico (solo fisicamente) lontano: Antonello. Eravamo compagni di banco al liceo, al primo banco perché avevamo capito che era il modo migliore per farsi i cavoli propri senza farsi beccare, e io gli scrivevo sul diario i testi delle canzoni, che ricordavo a memoria. Facevo già il DJ in radio, erano tempi d'oro, e ne sapevo parecchie, ma spesso insistevo con Dalla anche perché era il suo preferito, e talvolta la memoria mi tradiva, ma da buona norma radiofonica piuttosto che lasciare il rigo bianco improvvisavo qualcosa di metricamente azzeccato. Fu così che il verso di Cara "io lì sotto ero uno sputo" diventò il titolo di questo post, e io ancora oggi quando sento quella magnifica canzone d'amore immagino Lucio Dalla sudato, peloso col cappellino di lana in pieno agosto, che sputa nel piatto, lì accanto un bicchiere di rosso di Pellaro. Sono 35 anni che come due scemi io e Antonello quando ci vediamo ricordiamo questa cosa e ci spanziamo di risate: ti abbraccio amico mio, salutiamo assieme il nostro amico Lucio con un brano dal titolo che non è un modo di dire.



p.s. Dimenticavo: con Antonello eravamo in prima fila al concerto di Dalla davanti al Botteghelle, che di li a qualche giorno avrebbe visto l'esordio in A1 della Viola Reggio Calabria di Basket proprio contro la Virtus Bologna. Sapendo che era un appassionato di pallacanestro e grande tifoso virtussino, avevamo deciso di provocarlo urlando tutti in coro Forza Viola ad ogni cambio di canzone. Dopo 4 o 5 volte, forse anche perché aveva capito che era l'unico modo per zittirci, Lucio rispose: "a parte che forza Viola sono d'accordo anch'io. Io sono un grande giocatore di basket, lo sapete? gioco pivot! e spero che la Viola faccia un gran campionato, a parte ovviamente la prima partita". Ho il nastro, se riesco lo digitalizzo e posto, per ora fidatevi. La Viola battè la Virtus, che qualche anno appresso la salvò da un fallimento che dopo qualche anno ancora avrebbe accomunato il destino di entrambe le squadre. La Virtus è tornata in serie A, la Viola è rinata e prima o poi ce la farà: Lucio, uno dei nostri cori al palazzetto era "noi non moriamo mai".

È IL CAPITALISMO, STUPÌDO!

Visto al cinema il biopic su Stanlio e Ollio , divertente e commovente al tempo stesso, grazie anche alla scelta di inquadrare un piccolo ...