IL RIMORSO E IL RIMPIANTO

- cinquantacincu!
- 'i manu!
Ormai senza quasi più speranza che qualcuno me li chieda per musicarli e cantarli, continuo a pubblicare i miei testi di canzoni, come ho già detto roba giovanile, questo ha una ventina d'anni almeno, per cui alquanto ingenua. Ma non punto a un target della mia età, è un ventenne/trentenne di 30/20 anni fa che scrive per un ventenne/trentenne di oggi, quindi...
A proposito di età, tra qualche giorno sono 55, se volessi scordarmente me lo impedirebbe Faccialibro. Ai tempi in cui ho scritto questo pezzo, pensato come una ballata su chitarra acustica con finale in loop (ma per me potete usarla pure per una base trap), non pensavo ci sarei arrivato: tra l'altro un paio di chiromanzie cui mi ero sottoposto all'epoca, per gioco ovviamente, concordavano nel leggermi una linea della vita bruscamente interrotta alla mezza età. Boh, forse mi alzo della tastiera e mi crolla un ponte in testa. O forse interruzione non vuol dire necessariamente morte. O più semplicemente i chiromanti imparano tutti lo stesso codice, e da una stessa mano leggono necessariamente le stesse cose.
Comunque invece eccomi qua, e in una forma tutto sommato decente, salute compresa (e qui da buon meridionale faccio i debiti scongiuri, perché non ci credo ma non si sa mai e non mi costa niente), a scoprire che questa sorta di manifesto che scrissi allora in qualche modo ha continuato a farmi da bussola interiore. Insomma, magari non in rapporto di mille a zero, ma davvero ho molti più rimorsi che rimpianti, e davvero penso sia giusto così.
IL RIMORSO E IL RIMPIANTO

“Non voglio innamorarmi più” mi viene in mente
solo ogni volta che lei mi è quasi indifferente:
scendere a patti con la propria natura è essenziale
come sapere star male.
Però stavolta mi è riuscito di sedermi
sul ciglio della strada, e resto qui a guardarmi
che guardo il traffico, e mi vedo osservare le altre persone
come un normale pedone.
Ma tu ora passi e mi riguardi un momento,
ed io capisco nei tuoi occhi il tormento;
vedi: io ho presente il tuo presente, ed è per questo che canto,
per non dovere mai scegliere
tra un rimorso e un rimpianto.
Vivo da solo ormai da mesi, davvero,
e prima mi intristiva il solo pensiero!
Ma non so se vuol dire che sono finalmente maturo
o solo più duro.
Ma tu che vita vivi? Con quale entusiasmo?
Ti piace ancora, o già fingi qualche orgasmo?
Sei più sincera, o continui a prenderlo in giro
giocando col tuo futuro?
È vero, io non ho il diritto di parlare,
nella mia vita non ho fatto altro che sbagliare,
ma tra milioni di cazzate io ho l'orgoglio di un vanto:
ho scelto sempre il futuro
ed il passato lo canto,
gli errori li ho tutti dietro
e le speranze qui accanto,
perché talvolta ho fatto troppo
ma mai meno di tanto,
e quando c'è una speranza
fiuto mi infilo e la tento,
e non lascio che si vada via da me
senza resistere - e quanto! -
lasciando niente intentato,
magari parole al vento,
perché ho sempre pensato
che fare ciò che va fatto
è sempre meglio che chiedersi
come sarebbe stato.
Così ora ho mille ricordi
e una certezza soltanto:
ho forse mille rimorsi
ma non un solo rimpianto.

È STATO LO STATO (CHE È STATO E NON È)

Cosa sapremmo oggi dell'antica Roma, se anche allora si fosse
ritenuto accettabile costruire opere che durassero circa 50 anni?
Non si poteva scrivere subito, dei fatti di Genova: occorreva far decantare la rabbia e l'orrore, rispettivamente:
  1. di chi si lamenta da anni della demolizione controllata dello Stato operata purtroppo principalmente proprio dal cosiddetto centrosinistra
  2. e di chi comunque è indotto dalle sue vicende di vita a passare e ripassare su strutture come quella appena crollata e non è che ora può smettere.
Per il primo punto, potrei fare copia e incolla di tanti altri post in dieci anni con tag Privatizzazioni, ma poiché qui c'è l'aggravante di una specifica culpa in vigilando preferisco andare a braccio, a rischio di apparire ripetitivo. Uno Stato non può, non può punto e basta, (con)cedere ai privati le sue infrastrutture fondamentali: strade, ferrovie, sistema postale, rete telefonica, rete elettrica, acquedotti, da ultima rete Internet, stanno a un Paese come sistema arterioso e venoso, linfatico, nervoso centrale e periferico, a un essere umano. La logica privatistica, giustamente guidata dal profitto, semplicemente non è adatta, infatti, a garantire il benessere della collettività; faccio solo un esempio, e vale per tutti: le ferrovie privatizzate hanno provocato la progressiva riduzione ai minimi termini, quando non abbandono, delle linee meno redditizie - ebbene, con la stessa logica applicata alla circolazione sanguigna un uomo si sarebbe già amputato un arto, oppure gli cascherebbe la pelle non più irrorata dai capillari. Se ne sono resi conto in Inghilterra, ad esempio, dove un decennio dopo aver privatizzato le ferrovie le hanno rinazionalizzate. Ovviamente, l'esempio può essere traslato pari pari al sistema nervoso eccetera. La cosa è così lampante che sfonda il senso comune anche di un popolo sottoposto per decenni a dosi massicce di propaganda mercantilistica globalistica europeistica come il nostro. La prova? Per la prima volta a memoria di cinquantacinquenne, si è assistito a funerali di Stato dove la gente applaudiva il governo e fischiava l'opposizione, evidentemente ritenuta colpevole delle politiche in definitiva causa prima del crollo. In tutti gli altri casi fin dalle stragi terroristiche degli anni 70 era successo il contrario, coi ministri a ricevere meritatamente la maggior parte delle manifestazioni di sonoro dissenso.
Proprio per questo, per il secondo punto, occorre adesso che il governo metta da parte ogni indugio e colga l'occasione per attuare il mandato popolare, che poi non è altro che il massimo comune denominatore tra i programmi che ha fatto si che le due forze da avversarie alle urne siano diventate compagne di governo. Il popolo, cioè, esige una forte discontinuità con quanto propinatogli negli ultimi decenni, e lo fa in grande (e crescente, a dispetto del monopensiero piddino-eurista-liberista che ancora spadroneggia nel mainstream) maggioranza. Vuole cioè che si riportino allo Stato italiano tutte le infrastrutture di base dolosamente svendute ai privati spesso in cambio di corrispettivi, si stimi quanto serve per il loro ammodernamento nonché per la riqualificazione del patrimonio abitativo delle migliaia di borghi italiani e il risanamento del territorio, si chieda la cifra corrispondente (dell'ordine di miliardi di Euro, embè?) alla BCE, e se questa nega si inizi a usare copiosamente i sempre esistenti strumenti alternativi di sovranità monetaria e si resti pronti a ripristinare una propria moneta in caso l'azione si traduca, com'è probabile, nell'auspicabile crollo del progetto di conquista non militare di una parte d'Europa da parte di un'altra che si chiama Eurozona.
I nostri nonni e i nostri padri hanno fatto l'Italia, noi l'abbiamo distrutta, dobbiamo lasciare ai nostri figli qualcosa di meglio delle macerie sporche di sangue che troppo spesso vediamo in TV.
E ora una bella dose di link di approfondimento, che ancora il mainstream è in mano al monopensiero euroliberista e finché è così cercarsele in rete è ancora l'unica maniera di reperire informazioni e letture corrette:
  • Alessandra Daniele su Carmillaonline, ovvero la cosa più sconvolgente è che in tutti i telegiornali e gli approfondimenti televisivi viene costantemente riportata l'affermazione che un ponte dopo 50 anni è a fine vita come fosse un fatto scontato e non invece l'assurdità vera e propria che è, dato che se fosse vero non avremmo mai visto nessuna delle opere giunte a noi dall'epoca egizia o romana;
  • Loretta Napoleoni su un libro del 2014, e sul Fatto qualche giorno fa, ovvero il bignami della storia di quel delitto che chiamano privatizzazioni in Italia;
  • Guglielmo Forges Davanzati su Megachip, ovvero come e perchè esse siano a conti fatti del tutto inefficaci persino ai loro stessi obiettivi dichiarati;
  • Francesco Cozzi, titolare dell'inchiesta sul crollo, ovvero come e perché è esattamente l'abdicazione dello Stato la causa prima della strage;
  • Popoff, ovvero ancora sulle privatizzazioni, con zoom sul nesso tra la progettazione della costosissima Gronda e la disattenzione sulla manutenzione del Morandi (altro che la vigliaccamente rimarcata opposizione alla nuova opera come causa del crollo della vecchia, rimbalzata sui social anche da parte di tanti di sinistra che continuano a portare acqua con le orecchie al PD e al capitalismo pur di non perdere l'occasione di attaccare i cinquestelle...);
  • Carlo Bertani, ovvero come e perchè occorre invece ripensare completamente il sistema nazionale dei trasporti (cosa che pure è sia dettagliatamente prevista nei programmi del m5s sia corrispondente agli interessi di quelle PMI che sono parte rilevante dell'elettorato leghista), abbandonando progressivamente e comunque disincentivando pesantemente il trasporto su gomma, e in genere privilegiando una miriade di piccole e medie opere mentre si cassano definitivamente tutte le grandi (che in effetti sono tali solo in quanto ruberie, non certo in quanto opere utili alla collettività) che invece negli ultimi decenni sono state le sole a non avere problemi di finanziamento, chissà perché...
P.S. Proprio pochi giorni prima del crollo, girava sui social, grazie a qualche amico che ancora pensa che il reprobo da redimere sia chi è passato al moVimento e non chi come lui per fedeltà formale alla sinistra continua a perpetrarne il tradimento, un pippone sui vaccini e l'autorità della scienza, secondo cui in pratica è giusto che prevalga il parere di chi è competente sul diritto democratico sancito costituzionalmente di rifiutare le cure. Contro tali argomentazioni è facile ribattere con la logica elementare, secondo cui chi non si vaccina può nuocere solo a se stesso e agli altri non vaccinati, salvo casi marginali a meno che non si ammetta che il vaccino non funziona, e quindi non ha senso nessun obbligo se non in caso di autentiche epidemie conclamate per morbi in cui la copertura della popolazione è scarsa (e non è il caso di quelli oggetto delle attenzioni della Lorenzin). Se non basta, c'è il fatto che la commissione medica competente aveva imposto da anni solo 4 obblighi, mentre i 6 aggiuntivi li ha imposti la politica, in barba proprio all'autorità della scienza. Se non basta ancora, c'è la storia a rammentarci di un ministro condannato per tangenti anche in relazione ad un obbligo vaccinale da lui imposto (De Lorenzo con l'epatite) e di milioni di dosi di vaccino contro l'aviaria, bufala mediatica montata ad arte, comprate dal Ministero e poi buttate nel cesso. Poi arriva il ponte Morandi, a sbatterci in faccia per l'ennesima volta, una di troppo, che l'autorità della scienza è come quella dell'oste quando deve venderci il vino. E che senza uno Stato forte e sano a fare da argine, in mano all'ingegneria, alla medicina o peggio ancora all'economia siamo fritti.

UNA PLAYLIST IMPRESCINDIBILE

Lo so che in questo agosto su questo blog si parla un po' troppo di morti, ma non è colpa mia se l'8 è sempre quella ricorrenza e hai voglia di affiancarla non puoi affrancarla, se un principe dei padroni ha preceduto di qualche giorno il cantore dei proletari, e se un sistema malato ha buttato giù un ponte uccidendo 43 persone, cosa di cui ancora non riesco nemmeno a scrivere. Lo faccio allora, ora, dell'immenso Claudio Lolli, che ci ha lasciato giorno 17.
Il cantautore bolognese, autentico must degli anni 70 specialmente nella sua prima uscita, la cui copertina vi mostro in immagine così ci capiamo al volo (se la ricorda chiunque l'abbia vista, anche tra i dischi del fratello maggiore o del padre), a differenza di quasi tutti i suoi colleghi (Guccini compreso), che sono riusciti a transitare le loro carriere attraverso gli anni 80 e 90 fino a ritrovarsi vecchi milionari dell'era euro, non ha mantenuto universale notorietà. Ha però mantenuto un inattaccabile nocciolo di estimatori, al punto che una delle sacche di resistenza della canzone d'autore più solide e capienti (prima col sito, poi specialmente con la pagina Facebook) d'Italia si chiama da sempre proprio Brigata Lolli. La ragione di entrambi i contrapposti fenomeni è la stessa: è l'unico a non avere mai fatto concessioni al Mercato, l'unico che davvero non si è mai preoccupato di altro che della qualità e della somiglianza al loro autore delle sue opere. Uno così non poteva arricchirsi, e non poteva che raccogliere il consenso grato e fedele di chi lo amava. Magari seguendolo nei piccoli teatri di periferia quando riusciva a sapere che ci si esibiva.
Forse proprio perché la curva della sua notorietà ebbe l'apice all'inizio della carriera, il suo stereotipo è rimasto quello del cantautore tutto concentrato sulla profondità e la letterarietà dei propri testi senza badare affatto alla confezione del loro vestito musicale, "abito" di moda che a quell'epoca calzarono tutti e tutti poco dopo abbandonarono radicalmente, seppur con accenti e stili diversi. Proprio per questo, ho deciso di confezionarvi una playlist che esclude tutti i brani che seguono quello stereotipo, invitandovi ad ascoltare (o a riascoltare, per qualcuno) alcuni dei tanti pezzi che invece hanno un arrangiamento musicale di prim'ordine, dal jazz di Ho visto anche degli zingari felici all'elettronico di Extranei (da ascoltare per intero) passando per vari generi musicali. Insomma, canzoni vere, non poesie musicate appena, tutte bellissime. Buon ascolto, col cervello e il cuore accesi, mi raccomando.





IN CANTINA

Terminato con Chi c'è c'è, la funzione di tappabuchi è lasciata in esclusiva ai miei testi di canzoni, che ho registrato ma cederei volentieri in uso a chi volesse musicarli e cantarli. E' roba talvolta giovanile, come in questo caso, quindi è da scontare una certa ingenuità. Ma chissà, magari piacciono proprio per questo, e in ogni caso a me non sembrano più nemmeno miei, o quasi.
Questo l'ho pensato come un reggae, ai tempi andava parecchio ma non è mai passato del tutto di moda, essendosi ritagliata una nicchia rispettabile e resistente di appassionati. L'argomento è il rapporto tra la vita vissuta (compreso il diritto di chiuderla come si preferisce) e vita scritta. Roba da ragazzi, insomma....
IN CANTINA

Presto, gira la pagina
prima che cambi aspetto.
Volevi veramente starci insieme
e non portarla solamente a letto,
volevi rinunciare a tutto,
alla tua ideologia,
ma adesso gira la pagina:
è solo colpa sua.
Presto, voltati e guardati:
hai uno specchio alle spalle;
no, non ti azzardare a romperlo,
ne va della tua pelle,
perché rimani uno dei pochi al mondo
che ha stima di se stesso
pur essendo cosciente di essere stato
un po’ sempre fesso.
E adesso scrivi,
scrivi che la pagina è tua,
non ci fa niente se l’inchiostro è simpatico:
è proprio come te,
è come ha detto lei che sei,
ma niente altro in più;
avrai l’ennesima amica e non la vuoi…
Presto, affrettati a fare il punto:
l’inchiostro ancora c’è,
anche se è sempre simpatico
(quello normale com’è?),
perché il punto, finché lo puoi fare tu
è l’unica speranza
di poter dire “ho perso la partita
ma solo su autogol”.
E allora scrivi,
scrivi tutto quello che puoi,
scrivi forte, lascia il segno sul tavolo,
incidilo profondo,
gira la prossima pagina,
chiudi la copertina
e butta il quaderno della tua vita in cantina…

I RICORDI NON ESISTONO

Entrò nella stanza che ignorava, forse perchè voleva ignorare, in quali condizioni lo avrebbe trovato. Sabato sera si erano sentiti, come tutti i giorni negli ultimi anni, ma domenica invece della sua telefonata era arrivata quella che ne annunciava la perdita di conoscenza. Quindi prese il primo volo utile, ed arrivò al suo cospetto quasi ventiquattr'ore dopo quella telefonata: ebbene, per tutto quel tempo non era riuscito a disperarsi, non lo aveva pianto per morto, ma era stato un po' assorto in vari pensieri e un po' come congelato, ed insomma doveva avere raggiunto uno stato o di incoscienza o di tale consapevolezza che era pronto a tutto ed al contrario di tutto, quando varcò quella porta. Forse per questo motivo, quando lo vide sveglio e cosciente, che guardava la TV e muoveva le mani a mo' di balletto, i gomiti fermi appoggiati al letto ed i polsi roteanti, seguendo la musica di una trasmissione televisiva di gare di ballo, ebbene non si stupì. Anzi, fu subito pronto a dissimulare la sua preoccupazione facendo sembrare il suo arrivo, come poi scoprì essere stato già detto all'infermo per prepararlo alla sua venuta, perché per certe cose tra persone intelligenti non c’è bisogno di accordarsi, come connesso ad un normale anticipo delle ferie estive.
Ma l’uomo non era stupido neanche lui, e come vedette il figlio attraverso la soglia dovette pensare, come in un flash, “se questo si fa 1500 chilometri di prescia allora io sto proprio per morire!”. Un po’ per questo, un po’ per l’emozione di rivederlo (tout-court, o perché pensava di non rivederlo mai più), l’uomo, l’omone che è per ogni figlio il proprio padre, si fece piccino piccino in un singulto di lacrime. Ma il figlio continuò nello stesso stato di autocoscienza, e reagì ancora bene: un bacio e un abbraccio caldo ma non lungo, qualche parola giusta sussurrata (tipo “e chi c’intra ora ‘stu chiantillu? non fari accussì, si no mi ‘ndi vaju!”), e il tutto ben trattenendo le sue, di lacrime, che a loro volta premevano forte.
In quell'abbraccio, un ricordo prepotente si fece strada: di quando, quindici anni prima, aveva visto piangere la roccia, il padre di suo padre, un uomo quello sì duro, che mai avrebbe creduto capace di commozione. Ed infatti non di commozione si trattava, ma del pianto del bambino che resta sempre dentro ognuno di noi sempre uguale, sempre con la stessa voglia di stupore, sempre con la stessa paura di morire. Quel bambino che piange quando vede il proprio sangue attraverso la sbucciatura di un ginocchio, perché vi vede chiaramente, senza saperlo dire né pensare, il senso preciso della propria finitezza, della propria essenza caduca. Il nonno aveva quasi novant’anni, ed ancora si alzava di buon’ora e, vestito di tutto punto, si incamminava verso il bar del centro, passava un po’ di tempo seduto coi pochi amici rimasti, e poi di nuovo a piedi verso casa, passando magari a comprare il pane o, la domenica, dei dolci. Fu proprio in pasticceria che andò a prenderlo, ché lì si era rifugiato dalla calca di una processione che lo aveva fatto sentire male:
  • Nonnu, chi ti senti?
  • Portami ‘a casa! 
Aveva ancora il tono imperioso, e montò in macchina con le sue gambe, ma ai piedi delle scale di casa, una palazzina degli anni "30 a due piani senza ascensore, capì che non ce l’avrebbe fatta a salirle mai più, né forse a scenderle, e gemette. Gemette come un bimbo, un “…eeee!” tanto più straziante quanto strozzato nel tentativo di trattenerlo, e poi gemette ancora in braccio a lui, che lo portava su a casa come un bambino.
Fu un attimo, però, e la leggerezza del corpo di suo padre, così insolita in un uomo che prima della malattia pesava una novantina di chili, e così concreta pur nel semplice abbraccio rispetto al ricordo di quella dell’intero corpo di suo nonno, lo riportò al presente di un incontro che si trovò pronto a fare pur pensando di non poterlo più fare, l’incontro con suo padre in quanto persona e non solo in quanto corpo.
Due mesi prima la sua malattia, una cirrosi epatica che, come spesso capita, aveva sonnecchiato dentro di lui per un decennio prima di esplodere improvvisamente, a dispetto di un decennio di puntuali e puntigliosi controlli medici periodici, era appunto deflagrata in tutte le sue manifestazioni estreme, e gli aveva provocato dapprima un'emorragia all'esofago e poi, non si sa se di suo oppure proprio in conseguenza del trattamento antiemorragico, due infarti intestinali consecutivi, ognuno dei quali comportante un intervento chirurgico ad altissimo rischio di sopravvivenza. Durante ognuna di queste operazioni, susseguitesi a pochi giorni di distanza l'una dall'altra, lui e sua sorella, insieme con la seconda moglie di suo padre ed altri parenti stretti, come spesso capita hanno stazionato per ore fuori dalla sala operatoria cercando di prepararsi al peggio, per quanto è possibile farlo in casi del genere. Li vedi, nei film, piangere e disperarsi, o agitarsi o fare cazzate, e magari questi tipi esistono davvero, ma i nostri stavano li fuori muti a torcersi le viscere, senza un pensiero che riuscisse a compiersi, senza uno sguardo che riuscisse a incrociarsi con un altro per più di un attimo. Alla fine del primo intervento il chirurgo volle il figlio e il fratello dell'operato, nel suo studio, perché certe cose un uomo preferisce dirle ad altri uomini. Ma il ragazzo non credette ancora al suono di quelle parole, almeno fino a che suo padre, un paio di giorni dopo, quando sembrava avere superato l’intervento, finì di nuovo, e d’urgenza, sotto i ferri. Allora la prospettiva sembrò chiarirsi di botto, e con essa emerse dentro di lui, e con altrettanta chiarezza, quella parte di valori che condivideva con suo padre. Fu in quel momento che incontrò il luminare, l'epatologo di così chiara fama da far parte della Commissione nazionale dei trapianti, nel corridoio:
  • Professore, mi scusi, ma sa, volevo dirle, insomma, tutto questo dolore, e la dignità umana, e allora io conosco mio padre, e insomma so che preferirebbe… non fraintendetemi, ma… ne esce? E se ne esce come ne esce?
  • Ascolti, io capisco il suo dolore di figlio, ma noi dobbiamo tentare tutto quello che c’è da tentare, e dobbiamo cercare tutti di capire dove finisce la preoccupazione per l’altro e comincia il nostro egoismo… 
“Cioè io sarei egoista a voler fare smettere di soffrire mio padre, lo vorrei perché voglio smettere di soffrire io, mentre lui adesso, checché ne diceva prima, è disposto a pagarne il prezzo per una possibilità su un milione di uscirne?!” si trovò a pensare dopo quel colloquio, e durante tutta l’attesa del secondo intervento di resezione intestinale. Fattostà che il nuovo decorso fu eccezionalmente buono, e di lì a poco il malato era così autonomo da non ritenersi ancora necessaria la presenza di assistenza familiare continua.
  • Bastiamo noi, torna al lavoro che papà tanto tra un po’ lo mandano a casa!
  • Sicura? Guarda che io…
  • Tranquillo, eppoi ci sentiamo tutti i giorni, ti sentirai con lui direttamente come sempre, e comunque se ci sono problemi te lo dico…
Ed eccoli qui che passato un mesetto c’erano stati, i problemi, e glielo avevano detto… Ora lui era lì, molto più deperito di come lo aveva lasciato, ma sveglio, e vivace:
  • Aund’è a zita?
  • Quali zita, papà?
  • L’urtima, chidda bbona, jata! Disgraziatu, chi facisti? ambeci mi t’a mariti a rassasti?
  • Si fissatu cu stu maritari! Eppoi nd’aju una nova, ‘cchiu buntatusa, n’atru pocu i jorna scindi p’i ferji e t’a presentu!
Era sempre col sorriso sulle labbra, e quando un'infermiera, che al turno precedente l’aveva visto in coma, entrando non riuscì a trattenere un moto di stupore euforico nel vederlo sveglio, lui non si lasciò sfuggire l’occasione per ironizzarci su, rispondendo al suo “state meglio, allora?!”, con quel gesto meridionale in cui si rotea l'avambraccio con la mano a conca aperta e gli occhi sgranati che significa “una bellezza!”. Padre e figlio allora incrociarono gli sguardi in un cenno d’intesa, il solito sorriso sotto i baffi dei terroni che si capiscono senza parlarsi.
Il malato preferiva una donna, al suo capezzale la notte, e pazienza se non poteva essere sempre la moglie, che almeno una notte si e una no doveva dormire decentemente. Se l’era presa giovane, la seconda, dopo la separazione dalla prima, la madre dei suoi due figli grandi. Il maschio non gli aveva mai perdonato, in fondo, non tanto di averla messa incinta un paio di mesi dopo essere andato via da casa, quanto di non averglielo detto quando, durante un breve viaggio in macchina di padre e figlio da soli, lui gliene aveva dato modo introducendo l’argomento, ed anzi interrogandolo tanto esplicitamente quanto gli consentiva la sua scarsa conoscenza delle cose. Che gli costava essere sincero? Niente, in realtà, ma insomma ci sono delle circostanze in cui ci si trova ad essere un po’ più vili di quanto si vorrebbe, ed allora non glielo aveva perdonato, sì, ma nemmeno lo aveva mai biasimato più di tanto, forse per inconscia indulgenza benevolente, o ancora per la profonda consapevolezza di assomigliargli.
Chissà perché quella, poi, si era presa un uomo di trent'anni e passa più grande… Va bene che lui ne dimostrava quindici di meno di aspetto fisico, e ancora meno di spirito, ma doveva entrarci anche forse la maternità non prevista, un qualche calcolo di convenienza socioeconomica, e la classica ricerca della figura paterna. Che poi si sarebbe rilevata fin troppo rispondente, visto che anche il padre di lei qualche tempo prima era morto proprio di cirrosi. E quest’ultima cosa deve esserle passata più volte in mente, in una delle tante notti in cui si alternava con la figlia grande di lui al suo capezzale.
Le due donne, ovviamente, non si sopportavano: ma chi può comprendere cosa prova una ragazza di 21 anni a sapere che suo padre si è messo con una ragazza più giovane di lei, mentre intanto lei perdeva l’università appresso a una madre allettata dagli psicofarmaci a causa della separazione? Normale che anche lei allora avesse cercato di mettere ordine in un universo che le crollava addosso nel modo forse più semplice ma non certo meno doloroso e carico di problemi: si sposava e aveva una figlia da un uomo non così tanto ma comunque molto più grande di lei, una soluzione che se era tale si sarebbe saputo dopo vent'anni, ma che intanto avrebbe consentito a lei di rivelare presto a se stessa e al mondo di che pasta era fatta. Tanto forte che pareva una di quelle donne antiche che, smesso dopo innumerevoli gravidanze il ruolo di fattrici in prima persona, assumevano quello di aiutare a nascere e a morire tutto il villaggio. Accompagnare al mondo e via dal mondo.
Quella sera da un lato il paziente non stava poi tanto male, dall'altro il figlio protestava che visto che per fortuna la sua precipitosa venuta non aveva avuto l’atteso sbocco tragico almeno gli consentissero di assolvere la funzione di terzo turnista di notte, e andassero a dormire entrambe: così la vinse lui, e non sapeva cosa gli sarebbe costato.
Si attrezzò con una rivista di parole crociate di quelle difficili, una passionaccia ereditata come altre dal padre e dal nonno, col dubbio che non gli sarebbe bastata per tutta la notte; ma forse si, dai, forse avrebbe sonnecchiato ogni tanto! “Sicundu tìa aundi vài ‘sta parola?” avrebbe chiesto ogni tanto al padre per farlo partecipe se non aveva sonno, e magari davvero per farsi aiutare. E il padre non aveva sonno:
  • Pirchì non rinesciu mi dormu, stasira?
  • Faci caddu, papà, eppoi mi dissiru chi durmisti ‘n’ghiornu e menzu ‘i fila, è logicu chi ora non hai sonnu!
In realtà una tossina non più sintetizzata dal fegato gli era arrivata al cervello inducendolo al coma: per quello lui era stato chiamato. Quell'oggi però i medici avevano detto che di solito questo genere di crisi una volta superate non si ripresentano. Solo non bisognava dargli da bere.
  • Haiu siti, dammi ‘na stampa d’acqua!
  • Non pozzu, pà, dissiru non mi ‘mbivi!
  • Ma jeu ricu ‘na stampicedda, quantu mi mi bagnu i mussa!
  • Va bò, t’a rugnu, ma poi ‘a sputi!
  • Si, però dammìlla ‘i chidda fridda!
Si era attrezzato con un frigo da campeggio e delle bottigliette piene di ghiaccio che pian piano si scioglieva, ed aveva sfangato così quei due mesi estivi in un ospedale del Sud, praticamente un inferno in terra.
Nel porgere da bere al padre notò che l’addome era più gonfio del solito, e caldo:
  • papà, ti roli a panza?
  • No, pi nenti.
  • Sicuru? Ma ti brucia!
  • S’u toccu ch’i mani ‘u sentu puru jeu ch’è cadda, annunca nenti!
  • Chiamu a ‘nfermèra?
  • Si, si, cusì ‘nci spju si pozzu ‘mbiviri un pocu!
Ma il personale sanitario, per quanto gentile, ed in qualche caso addirittura affezionatosi al lungodegente, era giustamente irremovibile rispetto alle consegne ricevute: niente acqua. E poi, è tutto normale, in un quadro di quella gravità.
  • Fammi jasari, c’aju a ‘gghiri ‘o cessu!
  • Papà, ti misiru ‘u pannu, vai ‘ddocu chi poi chiamu ‘a ‘nfermera.
  • Veni ‘cca, jutimi, chi mi vogghiu jasari ammenzu ‘o lettu, ammenu!
E cominciava una manovra resa ardua dalla flebo, attaccata alla base del collo da quando era stato impossibile trovare una vena ancora fruibile nelle braccia, e soprattutto dalla forza minima che ormai riusciva a esprimere il paziente, minima solo fisicamente però, ché d’animo e con l’aiuto del figlio in qualche modo riusciva a sedersi, le gambe penzoloni di fianco al letto. Pochi secondi, però, il tempo di esprimere un “aa-ha” di soddisfazione, e la stanchezza gli suggeriva di chiedere al figlio l’avvio della manovra inversa:
  • Curcàmundi, ora, e durmimu un pocu! Non si stancu, tu?
  • Jeu no, ma tu si… eccu, accussì, dormi, ora.
E si sedeva sulla sdraio, cercando inutilmente di riconcentrarsi sul cruciverba. Ora le richieste di suo padre si facevano sempre più frequenti e con meno senso:
  • Cu si tu?
  • Papà, chi nc’è?
  • Nenti, durmimu! Durmimu…
E lo fissava coi suoi occhi di mare come faticasse a riconoscerlo, prima di far finta di cercare il sonno: sapeva che non era quello ad aspettarlo, e si sentiva troppo giovane, aveva troppe cose da fare per arrendersi. Due figli piccoli da crescere, tanto per cominciare, ed è già abbastanza. “Non ci pigghiàti ‘a casa ‘e figghioli”, una delle ultime frasi compiute che disse al figlio grande, che pure sapeva non navigasse certo nell'oro.
Adesso le chiamate si intervallavano di pochi minuti, spesso secondi. Ed alla pronta risposta del figlio replicavano solo con uno sguardo interrogativo, come non si rendesse conto di essere stato lui a chiamarlo, talvolta con un gesto di oscillazione delle due mani vicine verso l’alto, le cinque dita unite a carciofo, come a dire “chi vogliamo prendere in giro, ormai?”. La voce era sempre più flebile:
  • Cu si?
  • Cu sugnu, papà? vàrdami!
  • Ah, si tu...
  • Ti senti mali?
  • No.
Ma non lo guardava, mentre dava quest’ultima risposta, oppure lo guardava e rifaceva il gesto ironico di prima, ma più amaro. Poi lo richiamava, ma sempre più il figlio faticava a capire cosa bisbigliava, tenuto conto inoltre che parlava sempre meno e con sempre meno senso. Sembrava quasi quel vecchio scherzo goliardico che gli aveva insegnato da ragazzino e lui si era rivenduto coi compagni di scuola, con cui era diventato un tormentone: ti chiamo, mischio parole intellegibili ad altre farfugliate, e quando tu dici "eh?" ti rispondo "eh si!..." ironico e trionfante, come per dire "la sai lunga tu, sai bene quello che sto dicendo e fai finta di non capire..."
Ora però mostrava insofferenza, quasi rabbia verso il figlio che non capiva. Che solo poi avrebbe capito che suo padre forse voleva dirgli qualcosa di importante, prima di morire, ma la tossina glielo impediva. All'alba il torpore infatti lo vinse, ma il figlio pensò ancora che forse la notte insonne, forse la sicurezza della luce del giorno, lo avevano fatto finalmente addormentare. Di lì a poco le due donne sarebbero venute a dargli il cambio, ed avrebbe potuto dormire un po’ anche lui. E così fu: lo lasciò tra loro due in piedi ai lati opposti del letto, abbastanza cosciente da alzare la mano in segno di saluto ed accompagnarlo con lo sguardo alla porta. “Ndi virimu ‘cchiù tardu”, gli disse lasciandolo, ma tre ore dopo lo avrebbe ritrovato già in coma. Irreversibile, stavolta, secondo i medici.
Che però, appena rientrati in servizio, seppe appena tornato in ospedale, gli avevano ordinato di bere un litro d’acqua con dentro chissà che farmaco. In realtà, erano due mesi che procedevano a tentoni con terapie spesso in contraddizione l’una con l’altra. La scienza medica contemporanea è anche questo: quando qualcuno che non doveva sopravvivere a qualcosa invece sopravvive, smette di essere una persona e diventa un caso, qualcosa su cui non c’è letteratura e che quindi la letteratura la fa. “Poi non c’è da stupirsi del successo di quei ciarlatani delle cosiddette medicine alternative, almeno loro ti trattano come un unico sistema complesso chiamato essere umano, ti mantengono un’identità!”, pensò. Ma disse:
  • Ma comu, tutta ‘a notti mi ficiru mi ‘nci fazzu pinìari ‘u cori mi ‘nci bagnu ‘i mussa c’u ‘gghiacciu, p’amuri non mi ‘nci rugnu a ‘mbiviri, e poi ‘nci ressuru un litru r’acqua tutt’a ‘na vota?! E ora chi avi?
  • Nenti, è comu all’autra matina quandu ti chiamai, speriamu mi si ‘rrussigghia n’atra vota!
Ansimava come un mantice, gli occhi spalancati rivolti verso l’alto, la bocca spalancata e storta a deformare tutto il viso in una smorfia paradossa. Restarono tutt'e tre a guardarlo per un pezzo senza sedersi né fiatare (lo spettacolo sarebbe continuato per otto giorni e otto notti, ma ancora non lo sapevano), poi fratello e sorella si girarono contemporaneamente a guardarsi l’uno con l’altra, come avessero improvvisamente qualcosa da dirsi:
  • Pari ‘ddu quatru, comu si chiama?
  • Minchia! L’urlo di Munch, si chiama! Mannaja la miseria, com'è possibili? stavu pinsandu a stessa cosa!
  • Sì, chiddu è… si viri ch’è veru!
I medici tolsero loro subito ogni speranza, dicendo loro che se credevano, insomma… se poi moriva in ospedale… e quindi forse era meglio portarselo a casa. Ma un po’ perché quella stanza era una specie di campo neutro tra le due famiglie del morituro, un po’ perché come si dice la speranza è sempre l’ultima a morire, decisero di non spostarlo, e di restare lì, sempre, tutti e tre, salvo particolari e momentanee esigenze di uno a turno. E siccome il tempo deve pur sempre passare, e siccome poi ci si abitua presto veramente a tutto, fratello e sorella a un certo punto tirarono fuori chissà come le carte da scala quaranta e si misero a giocare una serie di partite, in un certo modo anche così onorando chi aveva loro insegnato quel gioco tra le altre esperienze di un’infanzia in cui era sempre stato un padre molto presente. Alzavano lo sguardo solo quando la colonna sonora ritmica dell’ansimare paterno subiva qualche variazione, per poi riprendere nella sua angosciante monotonia. I pochi momenti in cui era la sorella a staccare per riposarsi un po’, lui li affrontava con il solito cruciverba. Così fu anche l’ottava notte, quando tutti si erano convinti che la situazione fosse finita in una fase di stallo. Invece a un certo punto gli parse che un respiro tardasse un po’, e alzò gli occhi dalla rivista. Guardò il padre, che aveva ripreso il suo ritmo, e si disse di no, che si era sbagliato. Ma il respiro inciampò di nuovo, stavolta più nettamente. Incrociò il suo sguardo con quello della moglie, che un istante dopo corse a chiamare i sanitari, lasciandolo solo.
Fissò il padre, che lottava disperatamente per continuare a respirare, come se fosse tutto concentrato sempre solo sul prossimo respiro, che arrivava dopo qualche secondo, strappato chissà come dalle viscere. In tutti quei giorni gli avevano detto che il comatoso non era cosciente, e sono quelle cose che per consolarti ci credi, ma ogni tanto lo aveva colto l’impressione che lui invece capisse qualcosa, che magari avesse perduto il senso del tempo, ma non nel profondo la coscienza di esserci e doversi impegnare per farcela. Così all'inizio gli avevano pure attaccato alle orecchie una cuffia con la sua musica preferita, hai visto mai le cazzate che raccontano i rotocalchi si fondassero su rari fatti veri! E una volta addirittura gli aveva preso la mano e con le lacrime agli occhi aveva cominciato a parlargli:
  • Papà, basta, ora! U tò doveri ‘u facisti, jeu sugnu ‘cca, riposati!
Ma ora la scena era un’altra, e il suo personaggio doveva solo stare zitto, e guardare suo padre morire. Telefonò alla sorella, che chiamò lo zio, ed entrambi si precipitarono, ma lo zio a differenza di sua moglie ad entrare in stanza non ci riuscì proprio. Non vide, quindi, come morì suo fratello grande: sotto gli occhi lucidi di sua moglie, e tra le mani dei figli grandi e della seconda moglie di lui - le donne più intime gli avevano preso una mano ciascuna, l’uomo per terra accanto al letto gli toccava una gamba: a differenza delle due donne, lui non aveva mai visto morire qualcuno, ed aveva quindi di quei momenti solo una fuorviante esperienza cinematografica.
Dopo gli spiegarono che non è sempre così, che suo padre ha fatto tanta fatica perché aveva ancora un cuore giovane e forte, difficile da fermare. Ma in diretta lui non vide il classico ultimo respiro, come si sarebbe aspettato dal momento che tra un atto respiratorio e l’altro passava sempre più tempo. Sua sorella teneva il polso al padre, ed ogni volta diceva “il cuore ha pulsato, ora arriva un altro respiro”, ma come faceva a saperlo? E ogni volta, dopo un intervallo che pareva un’eternità, il respiro strappava altro tempo all'eternità. Poi il moribondo tutto d’un colpo prese un bel fiato, sollevò di scatto il collo dal cuscino, sgranò gli occhi chiari (e vide qualcosa, o almeno così a lui sembrò in quel momento), tossì violentemente, accompagnando il tutto con una smorfia di schifo, un “chrrr” come di chi ha bevuto qualcosa di amarissimo, e ricadde sul letto. La sorella accompagnò quel frangente con un “bravo, sputala ‘sta vita, che fa schifo”, poi disse “ha finito”. Mentre la moglie si rifugiava piangendo tra le braccia di sua cognata, il figlio fu preso da una serie non lunga ma incontrollabile di singhiozzi e fremiti, che lo incollarono a terra, poi alzò gli occhi verso la sorella e le disse:
  • Quandu moru jeu, vogghiu mi ‘nci si tu, 'i latu ‘i mìa!
La notte a vegliare il cadavere nella camera ardente dell’ospedale passò presto, o così parve ai due per contrasto con le ultime notti. La moglie era giustamente tornata accanto ai suoi figli, che però portò a vedere il padre defunto la mattina seguente. Lui li incrociò, e diede loro un fugace bacio, il primo e forse l’ultimo contatto in senso stretto con i fratelli, di una vita quasi blindatamente separata per rispetto alla volontà di sua madre, che aveva preteso ed ottenuto questa insana forma di risarcimento morale a quello che riteneva ancora una sorta di abbandono del tetto coniugale. Era una donna complessa, sua madre, in lei convivevano elementi di estrema modernità e arcaici sistemi di valori. Ma a modo suo aveva sempre amato il marito, anche quando litigavano di continuo, anche dopo le corna e la separazione, solo che quella sua forma di schizofrenia culturale le aveva impedito di trovare una soluzione coerente alla crisi coniugale: la reazione tipicamente veteromeridionale di accettare ignorandoli gli ultimi tradimenti di un marito cinquantenne sarebbe stata una soluzione tanto quanto quella postmoderna di accettare serenamente la separazione, con esiti opposti ma alla lunga ugualmente soddisfacenti per tutti. Invece si era arroccata in quell'ostracismo difeso strenuamente anche quando oramai era annoso, e che ora le si ritorceva contro, come appariva chiaro guardandola tormentarsi in lacrime sul divano:
  • Pirchì non pozzu vèniri ‘o funerali?
  • O mà, chi cazzu i dumandi fai? N’o facisti veniri ‘o matrimoniu ‘i so figghia, chi all’altari ll’eppi a ‘ccumpagnari jeu comu a n’orfana, e ora cu iddu mortu tu ‘ddha chi ‘nci rrappresenti? Statti ‘ddocu, e pensa ‘e to’ errori!
Non avrebbe dovuto trattarla così, ma era duro quanto sconvolto. Era tempo di disporre l’animo ad affrontare quel supplizio che sono i funerali meridionali, con dentro, ora, tra le altre cose, non più solo il pensiero dell’irreparabilità delle cose perdute, ma anche la consapevolezza che quel pensiero ci dà sempre tanto maggiore angoscia quanto siamo, o crediamo di essere, causa della perdita.
Baciò decine, forse centinaia, di conosciuti e sconosciuti, nonostante fosse riuscito a imporre la decisione di non ottemperare alla lugubre usanza terrona dei manifesti se non "a tumulazione avvenuta", un bagno di folla misura di quanto il morto era diffusamente voluto bene in città, di cui però lui non ricorda e non ricorderà mai nessun dettaglio.
Non so chi ha detto che i ricordi non sono in realtà che ricostruzioni del vissuto che ci raccontiamo, che si sedimentano nel tempo fino a che quello che ripetiamo è la storia che abbiamo ricostruito, che però con quanto abbiamo vissuto ha ormai solo al massimo qualche punto di contatto. Deve essere vero, se uno riesce a raccontare certe cose con certi dettagli qualcosa come diciannove anni dopo...

INTERLUDIO - ESTRO 1>8

Ed eccoci arrivati a completare, con il lungo e articolato cappello finale, la pubblicazione di Chi c'è c'è . Chi ha seguito il tutto, sa già che avevo dei racconti pronti, ma il premio letterario a cui ero stato spinto a partecipare era per un'opera unitaria, per cui mi trovai a dovermi inventare in fretta un racconto che potesse racchiudere gli altri, non trovando di meglio di un'astronave con 21 membri di equipaggio in animazione sospesa (si, lo so, vedevo troppa fantascienza) contattati telepaticamente da un extraterrestre, precisamente il mozzo di un cargo spedito a bordo della nave terrestre dal capitano un po' vile della nave aliena che la aveva intercettata, nave terrestre che poi era in pratica un estremo tentativo della razza umana di propagare se stessa altrove nello spazio e nel tempo dopo aver distrutto il proprio pianeta (si lo so, ero troppo ecologista, come tanti ai tempi). Finiti i racconti, restava il problema di come chiudere il contenitore, e anche qui non trovai di meglio che una sorta di ipertesto ante-litteram, un esercizio di stile anch'esso senza pretese di originalità: otto finali diversi, di cui uno peraltro obliquamente ed "alienogeneticamente" profetico, tra cui il lettore potesse scegliere liberamente.
E ora spero proprio di tornare a parlarvi di narrativa all'uscita di Sushi Marina, la mia seconda fatica letteraria (non volendo considerare tale Le ricette di Nonna Carmela) e prima vera storia intera. Ho quasi 55 anni, direi che è il tempo giusto.

INTERLUDIO 2

Si, mi sarebbe piaciuto chiudere tutto con il grido di battaglia di Che Guevara. Ma da una parte mi sembrava troppo ruffiano, dall'altra ho lasciato troppi fili sciolti fra intro 1 e 2, interludio 1, e racconti vari. Ad esempio: che fine ha fatto l’alieno telepate? Lo hanno salvato, o è morto di fame e sete? Ha svegliato i terrestri? Ha denunciato il suo capitano? Eccetera eccetera…
La realtà è che, a me personalmente, non me ne frega niente. Ragion per cui, dopo molta titubanza, ho deciso di ricorrere ad uno stratagemma abusatissimo, da ultimo da Stefano Benni in uno dei più riusciti racconti di “Bar Sport Duemila”, quello di lasciare il finale aperto, a discrezione del lettore.
Ho deciso perciò di chiamare questi possibili finali con una radice che richiami impropriamente l’inizio, e propriamente la qualità cui ci si deve affidare da qui in poi.

ESTRO 1

L’indiana suggerisce al Secondo come procurarsi da mangiare, ma questi, una volta ingerito il cibo terrestre, muore avvelenato, o per la sua scarsa qualità e/o cattiva conservazione, o per la sua propria incompatibilità organica. Il Capitano allora, venutolo a cercare e trovatolo morto, si persuade definitivamente dell’esistenza di un virus misterioso a bordo dell’astronave terrestre, ed in preda al panico scappa sulla sua nave e, prima di mettersi in decontaminazione, traccia una rotta qualsiasi e disintegra il relitto terrestre, convinto di essere un eroe.

ESTRO 2

Il cibo fa schifo, e non potrebbe essere diversamente, ma il geestre lo trova buonissimo. L’indiana riesce a svegliarsi, e i due, subitaneamente innamorati, cominciano a copulare selvaggiamente, scoprendo un’inaspettata quanto piacevole compatibilità biomeccanica: i geestri, infatti, sono un po’ più piccoletti di noi, ma oltre a essere ben dotati (per la famosa regola cosmica della “L”) hanno un piccolo organo erettile supplementare dietro lo scroto, che usano per agganciare per via anale la loro partner. L’indiana pare aver gradito molto: i due si sposeranno entro l’anno, ma si ignora se fra le due razze ci sia anche compatibilità genetica. In altre parole, non si sa se dall’accoppiamento verrà fuori qualcosa di vivo, e, se si, che bestia sarà.

ESTRO 3

I due, combinando anche le loro non elevatissime intelligenze, riescono ad attivare il computer centrale dell’astronave terrestre, a risvegliare gli altri, e a contattare la nave raccoglirifiuti. Il capitano Fulvio, per fortuna, pensa che ci sia abbastanza gloria per tutti, e chiama le autorità politiche, scientifiche, e soprattutto massmediologiche del suo pianeta, che arrivano per rotte subspaziali in poche ore. I due diventano ricchi e famosi, e i terrestri, scoperto che gli omosessuali sono in realtà tre, e che quindi fatti i conti restano in sei maschi e dodici femmine, siccome fra l’altro i geestri suscitano l’invidia degli uomini e l’orrore (misto ad inconfessabile attrazione) delle donne, ottenuto un territorio da colonizzare, si inventano una religione per cui sono vietati i matrimoni interrazziali e ad ogni uomo spettano due donne, senza tenere conto dei problemi che ciò comporterà alle generazioni future, così dimostrando una volta di più che il lupo perde il pelo ma non il vizio.

ESTRO 4

Il capitano Fulvio, purtroppo, una volta messo al corrente di tutto, mette in atto il suo diabolico piano: si inserisce nelle coordinate del trasmettitore del Secondo (non chiedetemi come, non so che cazzo sto dicendo), e fa rapporto a Gea prendendosi tutti i meriti, poi richiama a bordo il fesso, lo uccide simulando un incidente, mette su una scena vomitevole di finta disperazione per i terrestri e gli scienziati geestri e... viene incastrato dall'indiana, che come noi sappiamo aveva intuito tutto, non appena questi ultimi riescono a tarare i traduttori interstellari.
Passerà il resto dei suoi giorni in una nuovissima colonia penale, un pianetino quasi spopolato, bello ma ostile, che da Gea si vede benissimo (è rossastro misterioso e affascinante), ma solo dall’emisfero australe. I terrestri hanno suggerito di ribattezzarla Port Cook, o Sidney.

ESTRO 5

Comunque vada a finire tra i due spazzini spaziali, i terrestri vengono svegliati dagli scienziati geestri, ma non appena entrano in contatto con l’atmosfera di Gea, con cui pure era stata verificata la compatibilità, muoiono ad uno ad uno per un comunissimo batterio, innocuo per gli indigeni.

ESTRO 6

Il batterio comunissimo lo espirano loro, e uccide in un’epidemia epica tutti i geestri, lasciando ai terrestri un pianeta da ripopolare.
Allora fondano una religione basata sull'amore libero e la procreazione incontrollata, che per qualche tempo andrà benone. Poi ci sarà, ovviamente, il diluvio universale.

ESTRO 7

Gea non era altro che la terra millenni dopo, e i suoi abitanti erano i discendenti dei superstiti l’olocausto. Eh si, la guerra nucleare totale c’era stata davvero, ma i nativi oramai ne conservavano un ricordo mitico.
La cosa viene scoperta casualmente: durante una partita a pallone in spiaggia (il regista era Salvatores) uno inciampa in un sasso che non è un sasso, ma è qualcosa di metallico, e scava scava si scopre che è la punta della fiaccola della statua della Libertà (l’attore principale era Charlton Heston). Vengono indetti quaranta giorni di feste e balli per i padri prodighi, e ovviamente questi ultimi ne approfittano per prendere il potere.
Diamogli un secolo o due, e in poche generazioni riporteranno la Terra allo stato in cui l’avevano lasciata. Uno stato pietoso, cioè. Anzi, no: stavolta faranno peggio. La ridurranno allo stato liquido, o facciamo gassoso, va’…ma si, colloidale! Un gigantesco albume, una pozzanghera di sfaccimma. Una vera schifezza, insomma.

ESTRO 8 - QUI MADRE TERRA

E’ vera la quiete di questo posto e non annuncia nessuna tempesta, ora tutto tace e il mio respiro non mi stordisce più, mentre poco fa era il solo compagno di viaggio in questo mio ultimo cammino stanco.
Sono seduta in cima alla montagna, sotto la croce, vecchio e ferroso testimone di un’antica religione. Da qui vedo i tetti delle case, piccole scatole colorate in quel mare verde di sotto che è la mia collina. Questa è la mia terra. Sono nata e cresciuta qui, ed oggi, come quando ero bambina e soffrivo un po’ o non capivo, mi sono rifugiata sotto la croce.
Brillano di meno i miei occhi, certo, ma le mie mani sono ancora quelle di una bambina, e mia madre forse aveva ragione quando guardandole mi diceva: “Non sarai mai una donna vera, guarda che mani piccole che hai!”
Oggi ho trent’anni e sono corsa qui perché è uno degli ultimi posti al mondo dove il famigerato “progresso” non ha toccato niente, e c’è come un confine netto oltre la collina laddove comincia il mondo del ventunesimo secolo, e dove questo finisce .
Ad esempio, oggi fa caldo, ed io sto a piedi nudi; oltre il confine non sanno cosa si prova a camminare a piedi nudi: c’è una legge che obbliga l’uso delle scarpe, per una questione di sicurezza, come per le cinture in auto! Io invece sono qui, scalza, e ripenso al mio passato, come fanno tutti quelli che hanno appena perso o trovato qualcosa .
Io qualcosa ho trovato e qualcosa ho perso e sono qui a pensarci, a pensare a me e al mio futuro. Avevo un uomo. Ne ho avuti tanti, ma nessuno come lui. Prima, con gli altri, quando finiva mi buttavo per giorni sul letto a guardare il soffitto chiedendomi dove avessi sbagliato, decidendo così di mascherare il mio mal di vivere sotto uno strato massiccio di falso dolore. Adesso, invece, tutto questo! Il sole e il profumo dell’erba alle sei del mattino, ed io qui a pensare a quante volte non ho avuto il coraggio, a quante volte ho amato chi mi disprezzava, a quanti ho ferito volutamente in nome di un amore mai ricevuto, di un calore che a volte ancora mi manca.
Ho combattuto per anni, per distruggere quello che non andava in me e nel mio prossimo pur amandolo troppo spesso più di me stessa, così disobbedendo per eccesso ad un comandamento antico! Ho bruciato energie senza mai costruire, prima, …e poi è arrivato l’amore, quello vero, quello che sta andando via.
Sono salita quassù perché sono vicina al cielo, che anche se c’è qualche  nuvola da qui è ancora blu, e non viola come il cielo del territorio oltre il confine, laggiù. E’ da qui che vedrò mandare in orbita quella nave. E il mio uomo è lassù: uno dei pochi, cavie o eletti, che partecipano a quel folle programma.
Egoisticamente, come è giusto, non volevo che partisse e mi lasciasse qui. Ho pure partecipato alla preselezioni, ma la prova preliminare era veramente troppo difficile per me. Non per lui, purtroppo. Ho sperato fino all’ultimo che fosse escluso per qualche motivo, ma invece, come sempre succede in questi casi, è stato prescelto. Si, ma per cosa? Ho sentito dire che l’invenzione dei propulsori per viaggi interstellari è un bluff, come pure la storia dell’animazione sospesa, per dare l’illusione a noi che restiamo che qualcuno qualcosa ha fatto, per salvare la nostra genia, e invece su quel razzo non c’è nessuno. Davvero non si sa a chi credere. Forse li hanno già uccisi, e conservati a pezzetti in qualche banca degli organi. Comunque, per me non cambia niente: la realtà è che sono rimasta sola, e forse non mi rimane altro da fare che pensare a me e a tutto quello a cui fino a poco tempo fa pensavamo in due; all'unica cosa che lui ha desiderato veramente!
Ne abbiamo parlato per anni, immaginando i suoi colori, i suoni, il profumo, le sue dimensioni, ed ora finalmente... il grande sogno, un desiderio nascosto. Mai svelato troppo arditamente l’un l’altro quello che pensavamo, quello che sognavamo: era un segreto nascosto, un tesoro ben seppellito sotto strati di tenerezza, chiuso dentro dall'ansia e dal pudore dei nostri reciproci imbarazzi. Temevo che mi leggesse negli occhi, o nella mente, la voglia di scoprirlo un giorno ubriaco d’amore.
Gli strappavo i vestiti, lo facevo spesso! Lui faceva finta di non capire che avrei voluto strappargli anche l’anima e farla mia. Mi amava infatti, ma come si ama una donna con i seni grandi. Una così è madre, amica e amante. Sogna, ride, e riempie tutti i giorni. Fa l’amore come nessun’altra, ma non acceca anche se brilla di luce propria, e non brucia pur essendo fuoco. La verità è che non può avvicinarsi a chi ha paura anche del ghiaccio! Eppure qualcosa di unico ci teneva uniti e qualcosa di noi continuerà ad esistere.
Sono qui, a piedi nudi, in cima alla montagna, e ora fa freddo; vedo una scia di luce fortissima che squarcia la cupa atmosfera del “cielo viola” laggiù.
Quella è la nave, lui è lì. Ed io sono ferma ad aspettare che si smorzino le fiamme dei razzi, o che io non le veda più, ormai troppo lontane. Il mio uomo farà rotta per chissà dove, ed io resterò qui. Accarezzo i miei seni, ancora più grandi del solito, e con le mie mani piccole, ma finalmente da donna, scendo a toccarmi il ventre. Fra pochi mesi nascerà Gea.
Lui non lo sa, non lo saprà mai. Sarà nostra figlia, quella tanto desiderata, il nostro sogno, il segreto nascosto: sarà figlia di una donna dalla mentalità ancestrale, estasiata dalle stelle immerse nel blu romantico del cielo, e di un uomo che è in rotta per un futuro che non conosce, per cercare una nuova vita. Per trovare, forse, un’altra Gea.

È IL CAPITALISMO, STUPÌDO!

Visto al cinema il biopic su Stanlio e Ollio , divertente e commovente al tempo stesso, grazie anche alla scelta di inquadrare un piccolo ...