RASSEGNA STAMPA SULLA CRISI CAPITALISTA

L'abbiamo già detto: siccome sui circuiti dell'informazione ufficiale certe cose non si dicono, è compito di ciascuno di noi passare parola, fare cassa da risonanza, nel proprio piccolo, su cosa succede veramente e quali potrebbero essere gli scenari che ci attendono.
Non si tratta di fare i corvacci. Eugenio Benettazzo, ad esempio, è da anni che viene additato quasi come fosse uno jettatore per le sue lucidissime analisi (famosissime solo in Rete, visto che in tivvù le poche volte che lo chiamano non lo fanno parlare...). In questo pezzo, rivendica la giustezza delle sue previsioni, denuncia l'errore madornale che si sta facendo in questi giorni (riempire di soldi sottratti alla collettività proprio quei soggetti, banche in testa, che hanno provocato lo sfacelo in atto), e prevede che continuando così la cosa migliore che ci si possa augurare è che la crisi si approfondisca così rapidamente da rendere inevitabile un default, un azzeramento del sistema monetario e creditizio e un ripensamento della globalizzazione, soli rimedi possibili a questo punto.
Antonella Randazzo, altra voce del web che da anni si scaglia (tra l'altro) contro il signoraggio e il sistema finanziario imperante, in questo pezzo denuncia addirittura l'artificiosità della crisi a scopo intimidatorio e predone: il sistema mafiobancario mondiale le crea per tenere buona la gente e intanto appropriarsi di fette crescenti di economia reale. Anche lei, dopo aver analizzato in dettaglio le crisi mondiale del 29 e argentina del 2001, reputa che se davvero la crisi attuale fosse decisiva, la gente comune e i diseredati non devono preoccuparsene e anzi possono cogliere la migliore occasione per ricostruire un mondo più giusto.
Quelli di casinocrash.org arrivano a definire un programma dettagliato di ricostruzione post-crisi, che si può sottoscrivere sul loro sito. Lo riportiamo nella versione tradotta su Megachip, senza tentare di sintetizzarlo che è impossibile, ma idealmente adottandolo come programma politico, tanto è condivisibile. Lo scollamento dell'economia finanziaria da quella reale, del modello di sviluppo imperante così come si è esponenzialmente realizzato con la globalizzazione dalle risorse disponibili sul pianeta, è tale che saremo costretti a una revisione radicale dei nostri valori. Ogni uomo sulla terra ha diritto a un lavoro, una casa ed eventualmente una famiglia, cibo e acqua per sopravvivere. Se considerare questo e non altri l'unico punto fermo significa essere comunisti, siamo comunisti. Ma forse significa semplicemente essere realisti: o troviamo il modo di costruire un modello di sviluppo compatibile col pianeta, o il pianeta troverà un modo suo di sopravvivere a scapito nostro, o morirà lui con noi sopra.
Il processo, peraltro, non sarà indolore. Se non cambiamo rotta subito, man mano che ci si avvicina al punto di non ritorno ecologico si innescheranno dinamiche politiche incontrollabili, sotto forma di conflitti più o meno dichiarati. La cosa è già iniziata col petrolio, dal 1991. Già 17 anni fa. Giulietto Chiesa su Megachip, e meglio ancora il solito Carlo Bertani sul suo blog, prevedono ci stiano preparando una spaventosa guerra mondiale, in quanto è l'unico sistema a disposizione dei potenti per governare l'azzeramento reso indispensabile dalle loro stesse dissenate politiche. Lo hanno già fatto più volte, nel secolo scorso: rileggiamo la storia sotto questa lente, se vogliamo davvero vederci chiaro. E rileggiamoci magari pure gente come Herman Hesse, che queste cose le disse negli anni 20 e 30, prima di scagliarci contro profeti che pensiamo falsi e invece sono purtroppo veri.

CARA DEMOCRAZIA

Sentito stamattina al GR2 un esponente forzitaliota dichiarare che la riforma elettorale in vista di approvazione per le elezioni europee soddisfa due esigenze: la semplificazione del quadro politico e la riduzione dei costi della politica.
Detta così non si può non essere daccordo. Magari si potrebbe pretendere che l'intervistatore chiedesse anche qualcosa di scomodo all'intervsitato, oltre che fargli da zerbino come sempre ormai nelle note politiche di tutti i tg e i gr, ma questo è un altro discorso. Volendo però, per antico vizio imparato a scuola (non sarà per quello che vogliono distruggerla?....), entrare un po' più in dettaglio nell'analisi, scopriamo che la riforma consiste nell'introduzione di una soglia di sbarramento al 5% e nell'abolizione del voto di preferenza. Insomma, si vuole riprodurre a livello di elezioni europee il modello usato dal 2006 nelle elezioni politiche.
Ci sono alcune cose che vengono omesse, e che il giornalismo sdraiato evita di far notare:
  1. ammesso che la legge elettorale in vigore per le politiche garantisca governabilità grazie alla semplificazione del quadro politico (e non concesso: è capitato nel 2008 ma non nel 2006), la governabilità non è un problema che riguarda il parlamento europeo, il cui quadro è per natura così complesso (formazioni politiche disparate provenienti dai vari Stati) che l'eventuale riduzione di complessità nella rappresentanza italiana inciderebbe in maniera al massimo marginale;
  2. quindi, l'eventuale esclusione delle forze di sinistra e magari dell'UDC dalla rappresentanza italiana nel parlamento europeo avrebbe al massimo un effetto punitivo di politica interna italiana, del tutto incongruo con lo scopo delle elezioni europee che è rendere il parlamento, che ricordiamo è organo poco più che consultivo, una fotografia il più possibile fedele della varietà del continente;
  3. il voto di preferenza, a fronte di una sua democraticità intrinseca, ha come unica controindicazione, specie se architettato male com'era nella legge elettorale proporzionale pura di prima di Tangentopoli, di favorire il clientelismo, problema che per le elezioni europee, vista la distanza dei parlamentari dalla base, l'enormità di preferenze necessari ad eleggerli, e la grandezza dei collegi elettorali, praticamente non esiste;
  4. quindi, la sua abolizione ha l'unico scopo, come peraltro è stato per le politiche italiane, di svuotare di senso le elezioni stesse, rendendo gli eletti prevedibili al 90% almeno, poichè il 10% tra sondaggi e risultato elettorale è uno scarto ampissimo, e in pratica indicati dalle segreterie dei partiti.
In sostanza, con questo sistema le elezioni non hanno quasi più senso. Inoltre, si rafforza la percezione di inutilità delle stesse presso gli elettori, visto che qualunque cosa decidono le facce di chi li rappresenta saranno le stesse. Quindi, se anche si risparmia qualcosa, si rende del tutto inutile quello che si è speso. Quindi, si prepara la strada a un futuro addirittura senza, le elezioni, la cui abolizione alla fine sarà salutata dalla ggente come un'autentica liberazione.
E già perchè se vogliamo dirla tutta, senza elezioni i costi della politica sì che si abbatterebbero decisamente. Eppoi, volete mettere? se comanda uno solo, per quanto possa magnare, mica magnerà come tutti questi mangiapane a tradimento! E il quadro politico, non sarebbe così semplificato al massimo? La democrazia costa, e se non serve a niente perchè pagare?

UNIVERSITA', LA LOTTA CONTINUA!

Il Presidente del Consiglio ha preso formale posizione contro gli studenti che occupano le università, invocando l'utilizzo della forza pubblica per liberarle, allo scopo dichiarato di garantire il diritto allo studio di chi anzichè occupare vuole studiare.
Non stiamo qui a sindacare sull'utilità delle occupazioni a impedire lo sfacelo dell'istruzione pubblica appena avviato e inarrestabile, perchè gli studenti erano minoranza quando erano tanti e davvero incazzati, figurarsi oggi, e il governo più populista della storia patria cresce di continuo nei sondaggi di gradimento presso quella che una volta si chiamava Maggioranza Silenziosa.
Occupare, o come si diceva una volta "okkupare", lo hanno fatto tutte le generazioni di studenti dal 68 in poi, ognuna con la sua cifra stilistica (il fondo fu toccato dai ragazzi dell'85, tutti fighetti e col Bomber, che mi pare si facessero chiamare Pantera o non so quale altro felino). Questi almeno lottano davvero per un buon motivo. Ma per tutti è stata ed è un'esperienza formativa in se, di autogestione e confronto, crescita e responsabilizzazione. L'istituzione è sempre sopravvissuta, anche agli eventi più tragici e violenti, e chi si voleva laureare si è laureato lo stesso.
La presa di posizione del Premier si spiega, allora, con il solito effetto annuncio ad uso e consumo del suo elettorato artatamente ossessionato da ordine e sicurezza. Sarebbe stato carino, però, che stavolta prima di aprire la bocca e dar fiato contro i ragazzi di oggi, avesse chiesto il parere di alcuni ragazzi di un tempo, con un curriculum che riesce difficile ipotizzare che non abbiamo mai occupato, tra quelli che ingrossano le fila politiche e culturali del centrodestra. Per fare prima, ad esempio, poteva prendere da Wikipedia l'elenco dei militanti di Lotta Continua, estrapolando i nominativi di quelli più noti che dagli anni 80 in poi hanno saltato la barricata:
  • Roberto Briglia - già direttore di Epoca e Panorama, è dirigente Mondadori e vice presidente FIEG;
  • Giovanni Lindo Ferretti - già punk, leader e voce dei CCCP poi dei CSI e dei PGR, ora è integralista cattolico, ha votato destra nel 2006, antiabortista (ha sostenuto la lista Pro-life di Giuliano Ferrara e fatto campagna contraria al referendum sulla procrezione assistita), pro Ratzinger, presente agli ultimi meeting di Comunione e Liberazione;
  • Massimo Fortuzzi - banchiere dagli anni 80, amministratore delegato prima di Antonveneta e poi di Merril Lynch;
  • Vincino (Vincenzo Gallo) - vignettista del Male, poi di Tango e Cuore, oggi del Corsera e de Il Foglio (sic!);
  • Paolo Liguori (nome di battaglia: Straccio) - dal 1985 al Giornale, Direttore dal 1992 del Giorno, dal 1993 di Studio Aperto, dal 2001 di Tgcom;
  • Carlo Panella - dal 1992 al Tg4 dal 1994 a Studio Aperto, dal 2002 alle tribune politiche di Mediaset, da sempre al Foglio;
  • Carlo Rossella (addirittura uno dei firmatari del manifesto contro Calabresi) - vice direttore di Panorama, nel 1994 fu messo dalla Moratti a dirigere il tg1, poi direttore di La Stampa, Verissimo, Tg5, oggi presidente della Medusa film, collabora a Il Foglio;
  • Roberto Sandalo (noto appassionato di armi!) - è uscito dalla Guardia Nazionale Padana perchè Bossi aveva rinunciato alla secessione, di recente è stato arrestato per attentati a moschee e centri culturali islamici;
  • Giampiero Mughini - ha collaborato con L'Europeo, Panorama, Il Foglio, e soprattutto fatto milioni di insulse comparsate in trasmissioni calcistiche (il core business del regime).
Se a questi aggiungiamo tutti i transfughi da sinistra a destra che non hanno un passato in Lotta Continua (in testa Giuliano Ferrara, che fu comunista figlio e nipote di comunisti, poi craxiano di ferro e quindi intellettuale di destra, Ministro con Berlusconi, direttore del Foglio, di recente fondatore di un movimento antiabortista), avremo un campione statisticamente significativo cui chiedere semplicemente: cosa pensate di chi occupa scuole e università? Sarebbe davvero divertente registrare i tracciati della Macchina della verità mentre rispondono...

PUBBLICA ISTRUZIONE

Il Ministero adesso si chiama "dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca", ma è talmente inveterato l'uso del vecchio nome che esso rimane nel nome e nella testata del sito ufficiale del dicastero: Pubblica.istruzione.it.
Il motivo è presto detto: l'istruzione pubblica uguale per tutti è una conquista della civiltà, un diritto sancito a livello costituzionale, nonchè uno dei motori di una mobilità verticale senza la quale ogni società è destinata a riavvolgersi su se stessa e spegnersi. Queste tre affermazioni, che oggi possono addirittura sembrare forti, sono patrimonio della nostra cultura nazionale da non più che qualche decennio. La scuola che ritroviamo in Collodi, ad esempio, o in De Amicis, è ancora fortemente classista, strumento di una riproduzione sociale il più possibile impermeabile: il figlio del medico farà il medico, chi ha genitori laureati o diplomati in casa andrà avanti, gli altri se va bene imparano "a leggere scrivere e far di conto" e poi via in fabbrica i più fortunati.
Il regime fascista, pur ponendosi il problema dell'alfabetizzazione di base in quanto prodotto consapevole di una società di massa, non incise su questo modello se non inserendovi la componente clientelar-politica (mobilità verticale riservata e proporzionale al grado di appartenenza all'apparato) e quella cattolico-concordataria. Ed è in quegli anni che nasce la riforma Gentile, che non è mai stata davvero intaccata nella struttura e alla cui ortodossia sembrano ispirarsi le controriforme Gelmini, il cui vero scopo però è recuperare i fondi necessari a coprire il buco della Bad company dell'Alitalia.
Nel dopoguerra la scuola fu solo una delle tante facce della tardiva applicazione del dettato costituzionale. Ancora negli anni sessanta era rigidamente "deamicisiana", tanto che gli attacchi da sinistra furono superati in eco e conseguenze da quelli di certi ambienti del cristianesimo sociale, Don Milani in testa. E vennero la scuola media unificata e il 68, il sei politico e l'università di massa. Un parcheggio per tutti che in teoria è democratico in pratica sposta altrove la selezione, e la riproduzione sociale è garantita dagli atenei di lusso, gli studi all'estero, il baronato nelle docenze, eccetera. E giù fino alle scuole dell'obbligo private, anche lì divise tra costose e di qualità, e diplomifici a pagamento per poveracci senza voglia di studiare. Con in più negli ultimi anni la tendenza bipartisan a favorire un'incostituzionale (articolo 33: Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.) finanziamento pubblico, motivata in fondo dalla solita sciagurata acquiescenza alla Chiesa cattolica di tutta la classe politica nazionale, spesso al di là e anticipando i desiderata ecclesiastici stessi.
Tra i provvedimenti più sciagurati del pacchetto Gelmini, la norma che prevede che i 60 mila cervelli nostrani che lavorano come precari presso università ed enti di ricerca o vengono stabilizzati entro il 30 giugno 2009 o ciccia: i più coraggiosi bravi e fortunati andranno ad ingrossare le già impressionanti fila di ragazzi italiani laureati benissimo in discipline difficilissime che se vogliono lavorare su quello che hanno studiato devono espatriare. Ciiascuno di noi ne conosce alcuni, se ci pensa, e il fenomeno è una vera e propria pietra tombale sul sistema Italia nel suo complesso, incapace da decenni di produrre innovazione e ricerca e quindi di pensare il proprio futuro.
Accanto a questo, una vera e propria privatizzazione strisciante delle università, costrette da un impressionante e progressivo taglio di fondi da qui al 2013 che le costringerà per sopravvivere a cercare finanziatori privati e/o a trasformarsi in Fondazioni. E il ritorno ad un'istruzione superiore riservata a chi se la può permettere sarà completo.
Eppure la quadratura del cerchio c'è, e consiste in una delle poche cose invidiabili del modello anglosassone, che forse non a caso è una delle poche che non abbiamo cercato di imitare negli ultimi decenni sia da destra che da sinistra: l'abolizione degli albi professionali e soprattutto del valore legale dei titoli di studio. Attenzione: trattasi di vecchia posizione liberale, non comunista. E di questione dibattuta ai più alti livelli, da Einaudi a Giavazzi, passando per Tullio De Mauro. Googleate pure, c'è un mare di discussioni. Io provo a sintetizzare, a rischio di semplificazione eccessiva.
Se il pezzo di carta non serve più in sé, alla fine della scuola dell'obbligo ricevi anzichè un diploma un "patentino delle competenze" che riporta le cose che hai seguito meglio e in cui sei andato più avanti. Con quello, visto che il pezzo di carta non serve più in sé, puoi cercarti un lavoro (mostrando quello che sai fare, e nessuno che le sa fare peggio di te ti passerà avanti per il solo fatto di avere il pezzo di carta), magari aiutato dal fatto che una scuola che non rilascia pezzi di carta potrebbe più facilmente adattare i propri programmi alle esigenze materiali di chi ha voglia e/o esigenza di lavorare presto. Oppure, puoi iscriverti a un'università, ma non a qualsiasi, a quelle che avendo visto il tuo patentino ti accettano. Se la laurea non ha valore legale, all'università ci si iscrive solo chi ha davvero voglia di studiare, sarà accettato solo chi ha potenzialità nelle materie che vorrebbe studiare, e in un colpo solo avremmo atenei decongestionati senza numeri chiusi e altri palliativi, quindi atenei in grado di seguire meglio i propri pochi e motivati studenti, quindi laureati davvero bravi che non avranno bisogno del pezzo di carta per imporsi nel mercato del lavoro del proprio campo. Per alcune professioni di particolare rilevanza sociale (medico, ingegnere, magistrato), l'albo professionale potrebbe restare come ente certificatore di qualità della formazione (non più come esosa forca caudina corporativista aperta ai figli di e agli amici di e stretta per tutti gli altri), per tutte le altre via, aboliti, azzerati. Fai una cosa se la sai fare.
Anche senza fare calcoli precisi, si può star certi che la riforma consentirebbe molti più risparmi dell'accozzaglia attuale, inoltre rivoltando come un pedalino un sistema incartapecorito, e superando ogni esigenza di privatizzazione e altri surrogati a una istruzione pubblica da decenni in picchiata per qualità e che così invece potrebbe risalire nettamente. Le risorse reperite, magari non utilizzate per buchi altrui, potrebbero essere sufficienti a riqualificare e pagare meglio il corpo docente, e rifondare tutto il sistema ricerca e sviluppo fermando così la fuga dei cervelli.
Detto così sembra semplicistico, ma forse è solo semplice.

MA CHE SIGNIFICA "TERRORISMO"?

L'era attuale viene comunemente fatta iniziare l'11 settembre 2001, data dell'attentato terroristico alle Torri gemelle. Da li, parte la spirale di guerre, spese militari folli, ulteriore estrema finanziarizzazione dell'economia per creare la base monetaria virtuale per renderle compatibili con un bilancio pur se fortemente deficitario, e poi paura, paura dell'islamico, paura dell'immigrato, paura del terrorista, paura di perdere il proprio lavoro e la propria casa, i propri risparmi. Questo è il mondo di oggi, baby.
Quanti di noi riescono a bucare la muraglia della paura e a vedere cosa c'è dietro? Quanto dell'ideologia democratica di cui ci hanno imbevuto resiste agli attacchi di panico indotto? E soprattutto, cosa è veramente questo terrorismo la guerra al quale è la cifra stilistica di quest'epoca?
A scuola ci hanno insegnato che i carbonari erano degli eroi che tramavano nell'ombra per l'unità d'Italia e contro la tirannia, e oggi insegnano ai nostri figli che le brigate rosse erano terroristi sanguinari che minacciavano la libertà e la democrazia del Paese. Ma i testi austroungarici dell'epoca trattano come terroristi i patrioti italiani, e ancora oggi qualche anziano altoatesino potrebbe rispondervi "Cesare Battisti chi? il terrorista?" riferendosi al patriota celebrato nella toponomastica del Belpaese e non al brigatista recentemente beccato all'estero. Per anni l'OLP è stata definita organizzazione terrorista in tutto il mondo occidentale, a rimorchio di Israele, oggi soppiantata nel ruolo da Hamas anche se ha vinto libere elezioni, ma i testi anglosassoni di prima della 2^ guerra mondiale citano come terroristi Begin, Shamir e tanti altri poi assurti a ruoli istituzionali in quel di Tel Aviv.
Occorre dunque un criterio. E occorre cercare oltre il monoblocco mediatico che ci circonda. In questi giorni è Antonella Randazzo ad essere tornata sul tema (il suo blog è da sempre sulla colonna destra di questo) con un articolo come sempre puntualissimo dal significativo titolo Il terrorismo delle autorità occidentali. Da leggere tutto, ma prima ne riportiamo uno stralcio:
... nel nostro paese abbiamo avuto attentati terroristici durante il periodo detto della “strategia della tensione”, in cui le autorità statunitensi volevano reprimere fino alla soppressione l’impulso dei cittadini italiani a rivendicare diritti e libertà. Oggi non avvengono più attentati terroristici perché tali autorità hanno ormai occupato il nostro parlamento e i nostri media, insediando soltanto determinati elementi e dando potere (politico e mediatico) a personaggi come Berlusconi. Negli ultimi decenni la maggior parte dei cittadini italiani si è fatta “ipnotizzare” dalla televisione, e non legge più o legge pochissimo, non ha più un’esistenza culturalmente e creativamente attiva, e crede sempre più di essere impotente di fronte al sistema attuale. Questo è il risultato che le nostre autorità volevano ottenere, ed è per questo che non sono più avvenuti attentati terroristici, fatte salve le minacce che ci arrivano di tanto in tanto per mantenerci nella paura. I media, “educando” alla passività, sottraggono a poco a poco ai cittadini il potere di chiedere spiegazioni ai governi circa fatti che proverebbero la loro natura criminale. Senza la capacità di chieder conto ai propri rappresentanti politici e senza la giusta informazione, una democrazia non può esistere.
Non risponde a tutte le domande iniziali, ma ci va molto vicino...

OMAGGIO AL MAESTRO FRANCO BATTIATO

Visti ieri sera al Geronimo's Pub di Marino, alle porte di Roma, gli Omaggio al Maestro sono un buonissimo esempio di come deve essere una tribute band: fedele più che alla lettera, allo spirito dell'artista che intendono omaggiare.
Per un appassionato di musica girare per localini a sentire la gente che suona davvero è esercizio insostituibile, infinitamente più intrigante e appagante che la fruizione casalinga del "disco" o il concertone del "mostro" di turno o meno che meno la radio (quasi tutte appiattite da decenni, purtroppo). Se lo fai con una certa assiduità da tutta la vita, magari avendo anche sperimentato sia pur fugacemente l'altro lato del palco, oltre ad annoverare con un certo orgoglio di avere ascoltato "da piccoli" gente che poi ha raggiunto il successo e magari averlo pure previsto (come una certa Giorgia, qui a Roma...), acquisisci quella sensibilità che ti fa dire questi sono davvero bravi, e se hai un blog fargli un minimo da cassa di risonanza, per quello che puoi.
Questi ragazzi mi hanno colpito, prima ancora che per l'esecuzione dei brani, fedele più agli arrangiamenti originari che a quelli odierni (Battiato poi li capovolge spesso) ma senza esagerare, cosa questa che distingue una buona tribute band da una cattiva, per l'ottima scelta di repertorio: i pezzi dall'applauso facile, quelli che devi fare per forza, alla fine, e prima brani come Shackleton, Atlantide, ed alcuni tra i più difficili da eseguire di quelli nuovi. Scelte per nulla scontate, che dimostrano l'autentica passione perlomeno di alcuni di loro nei confronti dell'artista che tributano. Chapeau, regà (anche se a leggere il cognome del cantante direi figghioli): la prossima volta, però, fatemi pure Stranizza d'amuri, e occhio al mixer: la voce della ragazza merita maggiore attenzione, perchè fa il paio con la sua bellezza e sensualità.

CRISI FINANZIARIA, AVEVA RAGIONE IL GRILLO PARLANTE

L'informazione generalista sotto il regime berlusconiano, che continua rafforzandosi da almeno 15 anni a prescindere che il suo esponente sia o meno Presidente del Consiglio, è ormai da tempo quasi esclusivamente composta di cronaca politica, cronaca nera e cronaca sportiva. Inoltre, la prima è sempre più mera cassa di risonanza di aria fritta a scopo propandistico, la seconda strumento di controllo sociale tramite la paura, la terza al 99% una cosa che non è da molto tempo più sport - il calcio, non a caso trasformato dallo stesso soggetto a supporto dello stesso progetto di dominio politico e culturale.
Così la cronaca economica, ad esempio, non solo si è via via ridotta di spazio, ma è diventata sempre meno intelleggibile (chi si ricorda i tempi di Everardo Della Noce?); inoltre, un pubblico sempre meno capace di capirla e assorbito da reality e partite, se mai ascolta il tg, quando arriva se ascolta non capisce, ma spesso non ascolta e magari gira canale. Che la cosa sia voluta è facile dietrologia, ma a prescindere da ciò resta il fatto che chi si fosse affidato negli ultimi dieci anni solo all'informazione generalista oggi non può non essere stupito e confuso dalle notizie sul crollo dell'economia finanziaria globale che hanno sfondato il recinto e sono giunte in prima pagina.
Chi invece già da tempo gira sui canali della controinformazione sa da anni che quello che sta succedendo semplicemente non poteva non succedere. Bastava leggere le prediche al vento di Eugenio Benettazzo, ad esempio, o il manifesto per un nuovo modello di sviluppo di Massimo Fini (qui una sua intervista al Giornale).
Sono venti anni almeno che sui vari TG fingono di spiegarci la nuova economia finanziaria al solo scopo di farci sentire tutti ignoranti e poter continuare ad arricchirsi impunemente, e noi ci siamo pure cascati, ma in realtà bastava saper far di conto e avere nozioni di economia domestica per capire che non poteva funzionare, che l'unica cosa che conta è l'economia reale, che quella finanziaria può esserle da traino finchè è di qualche misura più grande, ma quando il rapporto tra i soldi che girano in un sistema e il valore complessivo di beni e servizi prodotti nello stesso si fa sproporzionato prima o poi si paga il conto. E con la globalizzazione e la virtualizzazione del denaro la sproporzione si è fatta via via drammatica, maggiore di quella del "29, e con un mondo maggiormente connesso quindi maggiori rischi di crisi davvero mondiale in caso di crollo.
La storia è semplice, e come al solito ci affidiamo a chi la racconta meglio di noi:
  • il canadese Walkom tradotto da Comedonchisciotte, che ci ricorda che Marx era un economista liberista che aveva intuito le contraddizioni del sistema;
  • Carlo Gambescia che propone addirittura la chiusura magari definitiva delle Borse;
  • Johan Galtung e le sue dieci ricette per salvare il salvabile tradotto dal Manifesto e riportato da Megachip.
Volendo però procedere ad un'estrema sintesi, siamo ad un bivio storico: o si coglie l'occasione per l'abiura definitiva del monetarismo e il ritorno ad un'economia dove il nocciolo duro devono essere le cose che si toccano (un lavoro per ciascuno, retribuito in maniera da consentirgli di avere una casa una famiglia e qualche soldo da far girare) e il resto ad esse subordinato e ruotante attorno, oppure si finirà dritti dritti verso la rovina, tentando inutilmente (come stanno facendo in questi giorni) di risolvere la cosa abbassando i tassi o con qualsiasi altra leva monetarista.

PERCHE' NON SI PARLA PIU' DI MAFIA?

La domanda è retorica: sappiamo tutti chi è che comanda in Italia. Sappiamo che lo stesso Borsellino poco prima di morire aveva avvertito del cambiamento di strategia della mafia nei rapporti con la politica.
Negli ultimi tempi, però, il silenzio si è fatto assordante. Stridente con la realtà di chi vive in certi territori e si guarda attorno. Piccola eccezione, oggi, un trafiletto su alcuni giornali, relativo al suicidio, a Messina, di un professore universitario, Adolfo Parmaliana, che si era distinto nelle sue denunce antimafia. Poche righe sulla stampa ufficiale, così cerchiamo tra i blog, e ne approfittiamo per segnalare questo messinese, appunto: stostretto.it. Nel deserto informativo italiano, una voce indipendente proveniente da una delle sacche più infognate del sottobosco meridionale, così è ridotta tutta l'Area dello Stretto, è da sostenere e rilanciare, nel nostro piccolo.
Il blogger nel suo commento rievoca Leonardo Sciascia. Ai tempi del Giorno della civetta, in parlamento si urlava che "la mafia non esiste". Oggi che esiste e impera, ci si limita a non parlarne in tv, perchè, si sa, quello che non passa in tv, non esiste.

LA VITA COMINCIA...

Come fare quando vuoi mandare un pensiero pubblico a qualcuno che non ama i social , non è nemmeno su facebook , e forse nemmeno più segue ...