Scendoareteperdiletto

E' destino dei dilettanti per vocazione di non eccellere in niente: presi come sono dalla smania faustiana di provare tutto, non resta loro abbastanza tempo da dedicare a una sola cosa da far si che quella almeno riescano a farla davvero bene. A me capita anche con l'attività in cui sono stato più costante: il tennis. Me ne sono innamorato quando mio padre mi regalò una racchetta (finta) presa alla Befana del Ferroviere: tipico, lo so. Ero un bambino malaticcio (asma bronchiale cronica) e non giocavo per strada a pallone come tutti gli altri (ai tempi nessuno portava a pagamento i figli a nuoto o a scuola calcio), e quando potei cominciare a fare sport fu subito tennis. Sono passati quasi 35 anni, e ancora oggi gioco così così. Mai classificato (ma chi ne capisce lo sa, che a prendere una classifica bassa basta volerlo e sono buoni tutti - e infatti a un certo punto l'ho presa pure io, e decente), verso la trentina mi rendo conto che a emulare Borg (il mio idolo adolescenziale) si rischia di farlo pure per quanto riguarda l'età del ritiro, e torno dal maestro per cambiare gioco: da allora emulo Panatta, sia nel senso che scendo a rete appena posso che nel senso che a periodi esibisco una panza imbarazzante, che infine nel senso che il mio livello di gioco oscilla molto appunto a seconda della forma fisica.
Il tennis, per chi non lo conosce, è come una partita di scacchi giocata in velocità. Non si può giocare in condizioni mentali precarie, come altri sport dallo sforzo ripetitivo e ascetico che praticati ti fanno star meglio, anzi: se entri in campo instabile ne esci distrutto e/o furente con te stesso. Ma proprio per questo è un termometro per l'anima, che ti accompagna per la vita come un guru: dopo un po' non puoi farne a meno. Inoltre, a meno che non sei Federer o McEnroe, i movimenti non vengono naturali e occorre sempre molta pratica per non perderli, insomma non è come andare in bicicletta, in senso proprio e come modo di dire. Così, se ti prende il demone del tennis ti ritrovi a doverlo frequentare tre o quattro volte la settimana senza quasi pause tutto l'anno (ti porti la racchetta in ferie o se no i racchettoni), anche se ti fanno male le caviglie e le ginocchia ormai hanno solo un ricordo di cartilagine, fino all'età della pensione e oltre: fatevi un giro dei circoli la mattina, e vedrete quanti splendidi vegliardi impegnati in doppi senza fine con reciproca presa per il culo di serie... Ma devono essere circoli veri, come il mio (il T5, ci vado da vent'anni), di quelli dove si gioca a tennis (e non di quelli dove si fa tutto, piscina palestra ristorante passerella, tranne quello) che sono sempre meno, perchè il calcio ha monopolizzato gli animi e il calcetto fagocitato i campi (un gestore riconvertendoli guadagna almeno 5 volte tanto).
Con i demoni poi ciascuno entra a patti come gli pare. A differenza di molti, io, che amo pure organizzarli, i tornei, a giocarli di solito non ho il cosidetto "braccino", perchè torneo o non torneo in realtà non gioco per vincere, ma per il lato estetico della faccenda: posso pure perdere, ma se mi riescono quelle due o tre volées come dico io, vado a casa contento e me le sogno la notte. Ogni tanto, persino, sogno di morire (come si dice? tra cent'anni...) fulminato dal cuore, gli ultimi istanti con la faccia sulla terra rossa, dopo aver chiuso il match con un'impossibile volée stoppata in tuffo. Vedi tu, la gente è matta...

È IL CAPITALISMO, STUPÌDO!

Visto al cinema il biopic su Stanlio e Ollio , divertente e commovente al tempo stesso, grazie anche alla scelta di inquadrare un piccolo ...