PANI E PESCI

Chi mi vuole bene dice che i miei articoli sono troppo lunghi e un po' troppo pessimisti; riguardo alla prima faccenda, ci provo, faccio un pezzo corto, ma voi seguite i link che sono oggi più interessanti che mai; riguardo alla seconda... non ce la faccio, eppure il Papi ha ripudiato la seconda moglie in pochi mesi e il bavaglino è rimandato a settembre: quale oscuro presentimento turba questo che dovrebbe essere un momento di allegria?
C'è un pezzo di Vecchioni che oggi suona davvero profetico; è talmente vecchio e dimenticato che non si trova nemmeno su youtube... vabbè ecco l'inizio del testo:
E Cesare tirò la sua moneta in aria,
venne croce e disse sì, e si riempì di gloria.
Io invece sono stato in piedi tutta notte

per trovare ad una ad una le mie risposte esatte;
e il vecchio col bastone dalla sua tana uscì,

predisse tutti i "come", ma non mi disse "chi",
e i vecchi han mille, mille, mille maschere da giovani,

quando spargendo lacrime e medaglie ti promettono:
"
pani e pesci, pesci e pani,
senza trucco vi moltiplico domani".
Chi sia Cesare non c'è bisogno di spiegarlo, ce lo dicono i suoi compari nelle intercettazioni legittimamente e giustamente pubblicate. Che dopo anni di guerra di conquista (De bello gallico, ricordi di scuola...) sia da mesi accampato al di là del suo Rubicone, lo dimostra tutta l'azione di governo di questo suo terzo mandato: non che le altre volte non si sia fatto tutti gli affaracci suoi che gli servivano, ma stavolta questa è stata l'unica ed esclusiva attività che ha dato ordine di esperire (la crisi? "non c'è", salvo poi con le spalle al muro "c'è e dobbiamo mettervi le mani in tasca e qualcos'altro altrove per ordine della UE"). A frenarlo dal compiere la storica traversata, non una opposizione degna di questo nome, ma una piccola fronda di oppositori interni, apparentemente convinti che legalità e fedeltà alla Repubblica siano ancora valori da difendere rispetto alla prospettiva di affidare tutto il potere a una persona anche se quella persona è il proprio sdoganatore e compagno di avventure degli ultimi 17 anni.
Adesso, forse convinto proprio dall'estrema offerta di leale collaborazione da parte del suo avversario interno - interpretata evidentemente come un segno di debolezza (secondo l'abc del marketing, l'unica cosa in cui ci capisce davvero), il dux rompe gli indugi: alea iacta est, il dado è tratto, si marcia su Roma. Essendomi abbeverato alle mie consuete lucidissime fonti, Carlo Bertani che parla strettamente della cronaca politica, Badiale e Bontempelli che spiegano molto analiticamente come e perchè l'unica salvezza stia nel fal saltare definitivamente lo schema destra/sinistra (mi raccomando, sono due contributi da leggere con attenzione, ripeto, specie quest'ultimo che è lungo ma davvero vale la pena...), sono in grado adesso di dare le mie quote di probabilità sugli scenari che si aprono:
  1. Berlusconi tira a campare fino a dicembre, per cercare di far passare qualche altro provvedimento di sua stretta utilità, poi il governo cade e si va al voto, Fini Udc e Rutelli fanno un polo di centro, tra Pd e sinistra continua a regnare il caos, il Boss rivince stavolta da solo con la Lega e passa alla dittatura di fatto, novello Cesare fino in fondo: 70%, purtroppo;
  2. come sopra, ma il "polo di centro" (toh, un ossimoro!)  ha la meglio, nel senso che può scegliere con chi governare e riesce a fare un governo col PD che però si deve occupare della crisi economica e dei conti pubblici disastrosi, mentre il Boss sta alla finestra e dalle sue tribune mediatiche scatena gli "avete visto che ero meglio io?" per tornare tra un anno o due a castagne tolte dal fuoco e ricominciare da capo: 29%, con l'incognita demografica (ma quanto diavolo campa?);
  3. si fa un governo di salute pubblica che si occupi esclusivamente di fronteggiare l'emergenza economica e di bilancio e predisporre una legge elettorale decente, e lasci la magistratura libera di azzerare una classa politica di ladri e intrallazzisti: 1%, anche se sarebbe l'unica cosa sensata, anzi proprio per questo.
Temo invece purtroppo che perchè emerga un'entità politica capace di traghettarci verso l'unico scenario che può davvero salvarci, l'adozione di un paradigma di decrescita del PIL e insieme aumento del benessere attraverso la demercificazione e la demonetarizzazione, bene spiegato nell'articolo di Badiale e Bontempelli che vi ho appena invitato a leggere, occorre attraversare il default e la rovina totale. Non ci dovrebbe mancare molto, se questo può consolare...

...E NON CI LASCEREMO MAIL

Chi segue questo blog sa che posizione tiene riguardo "vita morte e miracoli": sono agnostico, socio di Libera Uscita (associazione per la legalizzazione del testamento biologico e la depenalizzazione dell'eutanasia), ferocemente individualista (il che non vuol dire egoista, come certi fideisti negatori delle libertà personali asseriscono). Dunque, non posso che criticare le posizioni di chi pretende, in nome di una qualsiasi religione o peggio per calcolo politico, di dirmi cosa devo fare di me stesso e addirittura cosa sia vita e cosa no, per poi passata la moda totalmente dimenticare il problema testamento biologico che sembrava ossessionarlo quando il caso Eluana era "caldo" e c'erano voti da raccattare, e d'altra parte non posso che plaudire ad ogni singola piccola iniziativa che costituisca un passetto in avanti verso il liberale elementare rispetto dell'autonomia decisionale di ciascuno, come l'istituzione di un registro apposito in un piccolo comune.
Meno grave eticamente, ma non priva di sgradevoli risvolti pratici, è una dimensione che si è aggiunta alle tante cose da pensare a proposito della nostra dipartita: grattatina d'ordinanza esperita, un tempo verso la cinquantina si passava dal notaio e si discuteva con lui il destino del nostro lascito materiale, invece oggi fatto quello resta ancora tutta l'immateriale identità informatica, che in qualcuno può raggiungere mille estrinsecazioni. Io e Lenin chiederemmo "che fare?". Fortuna che abbiamo Gemma Serena...
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A molti sarà capitato, almeno una volta, di chiedersi come disporre dei propri beni, se se ne hanno, prima di quella cosa che non nomino per scaramanzia. L’appartamento ai nipoti, i risparmi ai figli, libri dischi cd e dvd agli amici e alle amiche, la casetta in paese ai fratelli e alle sorelle. Bisogna scriverlo, però. Preferibilmente davanti a un notaio, tanto per evitare che in seguito mettano in dubbio le nostre facoltà intellettive.
Certo, andare dal notaio è impegnativo. Intanto, bisogna fissare un incontro e si sa che sono pieni di richieste. Poi, una volta ottenuto l’appuntamento, prendere l’auto, attraversare la città e col caldo che fa… E se dopo aver parlato per più di un’ora col notaio, sulla via del ritorno, ci accorgessimo di aver dimenticato qualcosa? Non necessariamente una cosa importante, una proprietà o un gioiello di famiglia. Magari la password del nostro computer, il nostro blog, la pagina del social network. Eh, già, perché nell’era di Internet, fra le possibili cose da lasciare in eredità ci sono anche i nostri archivi digitali, le password dei nostri profili, dei servizi on line che usiamo abitualmente, delle caselle di posta elettronica, che altrimenti rimarrebbero inaccessibili.
La soluzione è un altro segno dei tempi e di quanto il web abbia rivoluzionato le nostre vite: si chiama testamento digitale, sta a password contatti e documenti conservati nell’universo virtuale come il testamento classico alle sostanze materiali, e riguarda pure i nostri sentimenti, i nostri pensieri più profondi e intimi, le nostre memorie.
E’ sufficiente comprarsi uno spazio su un sito specializzato (ad esempio, mywebwill o mylastmemory) e caricare un filmato, oppure solo un file word in cui riveliamo numeri di conti, codici di accesso, password. E magari qualche segretuccio tenuto nascosto quando eravamo in vita: un po' di gossip post mortem, grottesco e intrigante. Altro che pettegolezzi da ombrellone.
Sembra un gioco, ma non lo è. E inoltre, per il testatore, rispetto al colloquio col notaio, potrebbe avere meno implicazioni emotive, e soprattutto si rivela essere molto più economico. Con meno di cinquanta euro, infatti, ci si assicura l’eternità: un abbonamento senza scadenza, a vita (o dovremmo dire "a morte"?). Basta andare sul sito dedicato, iscriversi fornendo i propri dati e, dopo aver effettuato il pagamento con carta di credito, inserire il proprio testamento che verrà memorizzato in forma criptata per garantirne la sicurezza fino all’apertura. A questo punto, c’è da scegliere il fortunato destinatario - oppure, con una piccola maggiorazione sul prezzo dell’abbonamento, anche più di uno - a cui verrà inviata, dopo la nostra scomparsa, la stampa del testamento digitale. Su carta pregiata, perché non si dica che non abbiamo pensato proprio a tutto.
Ma come faranno quelli del sito a sapere che abbiamo abbandonato questa valle di lacrime? E’ necessaria solo un po’ di collaborazione: ci chiedono di eseguire un accesso alla nostra pagina personale almeno una volta l’anno. Se non ci colleghiamo, passati dieci mesi dalla nostra ultima visita all’account, ci invieranno un primo avviso via mail all’indirizzo indicato e un secondo avviso a distanza di un mese dal primo. Se ancora ci ostiniamo a non dare segni di vita, cominceranno a inviarci un avviso alla settimana per le successive quattro settimane. Noi niente? Loro passano al piano B: invieranno un sms al numero di cellulare che abbiamo lasciato al momento dell’iscrizione. Se dopo tutto questo noi, per cause indipendenti dalla nostra volontà, non ci saremo fatti vivi, allora vorrà proprio dire che siamo morti. Si avvia, dunque, la stampa del testamento e il successivo invio a partire dalla data da noi scelta (qualche settimana, un mese, sei mesi, un anno dopo che abbiamo tirato le cuoia).
Ma supponiamo ora, per ipotesi, che all’incirca un anno prima, subito dopo aver caricato il nostro testamento digitale e a seguito di una grossa vincita alla lotteria o di una folgorante crisi esistenziale, avessimo deciso di partire per fare il giro del mondo in bicicletta o in barca a vela. O, semplicemente, di prendere un aereo dopo l’altro per visitare regioni remote della Terra. E supponiamo che in questo giro, passati nel frattempo i dieci mesi dal nostro ultimo accesso al sito del testamento, non avessimo avuto la possibilità di connetterci a Internet o avessimo perduto il cellulare, caduto in mare o lasciato distrattamente da qualche parte dove non c’era nemmeno il segnale. Non ci sarebbe stato avviso capace di raggiungerci, tanto che, senza cenni chiari della nostra esistenza in vita, è partita la stampa delle nostre memorie e l’invio all’indirizzo indicato.
Il congiunto, da noi scelto fra quelli col cuore più resistente, si vede arrivare la pergamena con il codice di accesso al nostro testamento digitale. Si piazza davanti al computer, segue la procedura che solo allora renderà attive le pagine web con le nostre disposizioni e, finalmente, vede il nostro faccione (lo schermo ingrassa, si sa) che gli parla dall'aldilà e gli rinnova le attestazioni di stima e di benevolenza. Siccome nessuno lo aveva avvisato della nostra uscita di scena, fa un po' di fatica a capire il senso di quel che accade ma, finalmente, realizza che non siamo più di questo mondo e si abbandona al dolore per la nostra perdita. Chissà se tutte quelle password che gli abbiamo lasciato in eredità insieme al nostro affetto incondizionato lo consoleranno più in fretta… Magari ci mette un po', ma riesce a farsi una ragione del nostro decesso prematuro occupando il tempo dell'elaborazione del lutto in un andirivieni di accessi alle nostre caselle e-mail, curiosando nei nostri archivi digitali. Un giorno, però, si riaccende il nostro nome sul display del suo telefonino: siamo proprio noi! Vorremmo ci venisse a prendere all'aeroporto, che il nostro giro del mondo è finito e abbiamo tanta voglia di passare una serata in sua compagnia. Segue il silenzio rivelatore di un nostro grave errore di valutazione: il cuore del congiunto prescelto non era poi così forte.
Eh si: meglio scherzare su quella cosa antipatica che inizia per emme e che finora ho evitato di nominare per risparmiare a ciascuno i gesti scaramantici recuperati dal repertorio personale delle superstizioni.
Dico però, e lo dico seriamente a costo di sembrare retorica e banale, che l’ideale sarebbe riuscire a dire in tempo quel che si pensa e quel che si sente alle persone che ci sono davvero care. Che se passiamo la vita a proteggere tutto con le password per impedire proprio a loro di scrutare ciò che riteniamo privato, che senso ha rivelarlo dopo quando la nostra assenza avrà trasformato i segreti in misteri?
Gemma Serena

QUESTO NON E' UN BLOG

Come volevasi dimostrare, la baraonda intorno alla cosiddetta Legge Bavaglio era frutto di una tecnica berlusconiana consolidata: chiedere cento per ottenere venti quando ti serve dieci così ti puoi pure lamentare anche se hai avuto il doppio di quanto ti serviva, utilizzando appieno tutte le "armi di distrazione di massa" a disposizione compresa la richiesta stessa. Io stesso ho aderito all'ultimo sciopero dell'informazione con qualche perplessità, poi aumentate quando ho visto gli stessi TG berlusconiani (RAI e Mediaset) in astensione.
Mettiamola in piano così capisco meglio, penso. Il ddl intercettazioni, significativo altro modo di citare la stessa normativa in discussione, prevede una serie di disposizioni per rendere difficile fino ad impedire l'utilizzo di questo prezioso strumento di indagine da parte dei magistrati, più una serie di disposizioni per rendere impossibile la pubblicazione dei testi dei dialoghi sugli organi di stampa, più un'altra serie più piccola e nascosta - che ricalca altri decreti proposti in passato, anche dal centrosinistra, ma mai fortunatamente approvati - che di fatto azzera la libertà di espressione dei cittadini attraverso Internet. Ma quasi tutti i giornali e tutta l'informazione televisiva orientano la loro protesta esclusivamente contro le norme che puniscono i giornalisti e gli editori. Nel frattempo Fini e i suoi si ricordano che esiste un'anima legalitaria che forse raccoglie ancora un dieci/venti per cento dell'elettorato del PdL e non è il caso di lasciarla orfana, e avviano un gioco delle parti in cui interpretano il ruolo degli irriducibili eredi di Borsellino e dell'autentica tradizione liberale italiana. In questo gioco recita una parte, come non dovrebbe mai fare e troppo spesso fa, il Presidente della Repubblica, ed ecco che si avviano le manovre per limare e aggiustare un decreto che se fosse stato approvato nella sua prima stesura Napolitano non poteva che respingerlo, e quand'anche fosse alla fine passato sarebbe stato certamente dichiarato incostituzionale dalla Corte. Ovviamente, il PD collabora: e quando mai fanno una cosa intelligente!....
Ed ecco il risultato, che presto dovrebbe essere approvato definitivamente: via il bavaglio alla stampa, restano quasi tutti i legacci alla magistratura, e soprattutto restano intonse, anche perchè la finiana Bongiorno ha dichiarato inammissibili gli emendamenti che le avrebbero abolite, le norme che di fatto chiudono i blog.
Quanti di noi, infatti, saranno in grado di reggere botta a una normativa che prevede multe salatissime, migliaia di euro, se entro 48 ore dall'eventuale richiesta non viene pubblicata rettifica ad una affermazione pubblicata? Per stare tranquilli occorre: leggere la posta tutti i giorni, essere sempre in grado di aggiornare il blog tempestivamente, ma prima ancora (i decreti attuativi non potranno non prevederlo, logicamente) registrarsi da qualche parte con tanto di domicilio legale, e magari avere un amico avvocato se non i soldi per pagarne uno. Quanti blog chiuderanno, il novanta o il novantanove per cento, di fronte a una griglia di obblighi che forse manco in Cina e sicuramente in nessun paese sedicente democratico?
Avremo così il paradosso di essere il solo Paese ad avere insieme un Ordine dei giornalisti (con procedure di accesso alla Casta tutt'altro che semplici e lineari - e ricordiamo che nasce come istituto fascista...) e una normativa che equipara chi ne è fuori a chi è dentro ma solo per gli aspetti negativi. In altre parole, un blogger non può dirsi giornalista anche se scrive dieci pezzi al mese svolgendo una funzione fondamentale nel panorama informativo, ma come i giornalisti è responsabile di quello che scrive (anzi, ci sono i commenti, quindi meglio dire che come gli editori è responsabile di quello che che viene scritto) sul suo sito. E tutto questo, grazie anche ai sedicenti paladini della Libertà e della Legalità all'interno del partito di governo: niente più alibi, caro Gianfranco, a questo punto (vista anche la P3 o P2bis o come cavolo la vogliamo chiamare) o fai cadere il governo oppure io sono libero di pensare che hai fatto tutto per un calcolo politico di bassa lega, altro che princìpi...
E mentre ricordo che l'abolizione dell'Ordine dei giornalisti era una vecchia bandiera liberale, ma dei liberali veri come Einaudi non di questi che la libertà ce l'hanno solo nel nome, riunisco il Consiglio di amministrazione, di cui sono l'unico esponente, e il Comitato di redazione, che controllo al 100%, e delibero per ora di non chiudere il blog, sperando magari in un sussulto d'orgoglio di qualcuno, e adottare provvisoriamente la linea Lameduck, tra l'altro molto divertente: pubblicare direttamente una nota a fine di ogni articolo, con tutte le rettifiche che mi vengono in mente, sperando di esaurire in via preventiva quelle possibili. Anzi, comincio ad allenarmi subito...
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RETTIFICA. Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi non usa nessuna tecnica consolidata per ottenere strumentalmente quanto gli serve, ma agisce sempre in piena trasparenza e nell'interesse di tutti gli italiani. I telegiornali di RAI e Mediaset non possono essere definiti "berlusconiani" e essendo canali di libera informazione hanno aderito logicamente e legittimamente allo sciopero del 9 luglio scorso. Approvando il ddl intercettazioni il Parlamento sovrano regolamenta legittimamente l'attività della magistratura al solo scopo non certo di limitarla ma di contemperare il diritto alle indagini con il diritto alla privacy dei cittadini. Il Presidente della Repubblica svolge sempre la sua attività nel rispetto delle sue prerogative costituzionali. L'Ordine dei giornalisti  è indispensabile, e, lungi dal costituire una casta, è gestito con trasparenza e le procedure di accesso ai suoi albi sono semplici e lineari. Il Presidente della Camera Gianfranco Fini svolge la sua cristallina azione politica in coscienza e nel pieno rispetto del suo ruolo istituzionale. Il PD fa solo cose intelligenti. I blog rispettosi della Legge potranno continuare in piena libertà a pubblicare qualsiasi commento su quella enorme risorsa per la democrazia che è la rete Internet. Questo non è un blog. Einaudi era comunista.

MILLE E NON PIÙ MILLE

Arriva il secondo contributo di Pasbas (qui il primo) alla serie di articoli ispirati al dibattito intorno al 150mo anniversario dell'Unità d'Italia, ed anche perché nel frattempo c'è stato bisogno di prendere le distanze dalle posizioni - pur in parte condivisibili - di Della Luna, occorrono due considerazioni preliminari alla sua pubblicazione:
  • la linea di questo e di altri articoli del blog sull'argomento NON è antiunitaria e secessionista, l’intenzione è semmai quella di andare oltre alla retorica risorgimentale per ricreare su ben altri presupposti un patto di unità nazionale, come fecero ad esempio prima di noi i sempre più dimenticati partigiani - che, non scordiamolo, erano di estrazione politica disparata, pur con una forte componente socialcomunista, e restano i nostri veri Padri della patria anche se l'informazione di regime non lo dice più;
  • oltre a quello di stampo leghista, e vorrei dire dal versante opposto, esiste anche un antiunitarismo reazionario, vuoi di una destra estrema e antistorica, vuoi di semplici nostalgici filoborbonici, ma il fatto che loro possano arrivare a conclusioni che noi possiamo giudicare errate e/o irrealizzabili, non vuol dire che spesso non facciano riferimento a fonti molto valide, per quanto insabbiate dai vincitori che come sempre sono quelli che scrivono la Storia: è il caso, ad esempio, di tutta una letteratura sul brigantaggio, che ha già attirato la mia attenzione in passato.
Con queste premesse, il contributo seguente sull'impresa garibaldina può essere letto meglio, anche perché lo stesso autore lo apre con un convinto inno all'unica religione da professare senza tregua, quella del dubbio.
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Il dubbio, questo "insano tarlo che ottenebra le menti dei disfattisti” (secondo i più) potrebbe però aiutarci a capire su quale realtà storica si basa il mito fondante della nostra Italia, ed in ultima analisi lo stato attuale della nostra democrazia: basterebbe un po’ di onestà intellettuale e di lungimiranza politica.
Questo sano stimolo, vorrei dire biocarburante, per il nostro organo principe, il cervello, quanto ha inciso in positivo sulla evoluzione della specie? Dal mio punto di vista, parziale ma credo legittimo, è stato questo che ci ha differenziato dagli altri primati, facendo arrivare tra noi tutti gli elementi più importanti della produzione di ciò che è appannaggio esclusivo della razza umana: la cultura (e la sua trasmissione). Forte di questa (dubbia) certezza mi accingo ad enucleare una serie di interrogativi legittimi sulla storia (forse leggenda, forse finzione) che ruota intorno all’impresa di Garibaldi e dei suoi Mille (credevo, ex studente di ingegneria, che i numeri fossero per definizione una realtà oggettiva per le nostre menti, ma ecco riaffiorare questo tarlo fastidioso, il dubbio appunto, che mi suggerisce un’altra domanda: ma Mille vuol dire realmente ...mille? E’ vera l'uguaglianza Mille = mille?).
Con fatica e contraddizioni molte ed articolate inizio da qui il mio ragionamento, condotto per punti e documentato attraverso la lettura di libri, materiali degli archivi storici e, perché no, informazioni reperite sulla rete (tutto col beneficio del dubbio, ovviamente).
Garibaldi: è un personaggio il cui “curriculum vitae” si presta a più di una interpretazione (quella imperante è la versione che si studia nelle scuole italiane di ogni ordine e grado e che lo classifica come “padre fondatore della italica patria”). Viene ritenuto ufficialmente infatti “Eroe dei due mondi”, con riferimento ai suoi trascorsi di azione in America del sud. Eroe perché rivoluzionario coerente ed instancabile, capace di incendiare gli animi dei suoi seguaci e dirigere, come si direbbe oggi, da vero leader le sue truppe negli assalti più rischiosi ed addirittura improbabili da un punto di vista della tattica militare. Eppure questa sua mitica figura, replicata nelle piazze e nei corsi e viali delle città italiane, in egual misura dal nord al sud, mi fa porre il primo interrogativo: che strano copricapo (più adatto ad un musicista di jazz che ad un condottiero) quello col quale è sempre ritratto... Qualcosa di artistico ed anticonvenzionale per l’epoca, quindi una ulteriore conferma della suo precorrere i tempi, con grande creatività? Eppure qualcosa ancora non torna, questa frase “abbi dubbi” titolo di un grande pezzo di Bennato continua ad infastidire i miei pensieri, turbare la quiete della mia mente e dei miei ricordi scolastici: e se ci fosse dell’altro? Scava di qua, cerca di là e viene fuori che il nostro eroe capellone collo zuccotto sembra usasse quel look per coprire ... una mutilazione ad un orecchio: subita in battaglia, si potrebbe supporre allora, no? e invece sembra gli sia stata inferta da una giovane brasiliana che, rifiutatolo verbalmente, si trovò vittima di un vero e proprio tentativo di stupro. Vero o no questo episodio, forse è il caso di interrogarsi sul reale ruolo che il futuro fondatore della patria italica interpretò sul proscenio sudamericano: pare infatti che in Brasile abbia operato da corsaro (e non da pirata, badate bene alla differenza) al servizio degli inglesi per acquisire, con le ruberie, tesori e ricchezze alla corona, e conquistare per essa, attraverso azioni violente, nuovi mercati nell’America del sud.
Sbarco dei Mille a Marsala: fu veramente questa un operazione di grande marineria, visto l’arrivo indisturbato dei garibaldini a Marsala? O piuttosto una grande fiction, una messinscena organizzata dagli inglesi (che sembra scortassero la flottiglia garibaldina con navi da guerra) con il concorso di corrotti alti ufficiali della marina borbonica?
Battaglia di Calatafimi: essa secondo quanto studiamo a scuola rappresentò uno dei più evidenti esempi dell’eroica resistenza dei Mille (ma visto che erano almeno il doppio, perché non si dice Duemila?), determinati a contrastare fino allo stremo delle forze, fino al sacrificio supremo della vita, l’assoluta preponderanza tattica, organizzativa e numerica delle truppe Del Regno delle Due Sicilie. Ma andò realmente così? Una versione differente recita che al comandante sul campo delle truppe borboniche, tale Sforza, sia arrivato un ordine perentorio di “stop alle operazioni militari” proprio mentre stava mettendo in rotta i garibaldini, male armati e peggio organizzati, anche grazie ai pezzi di artiglieria ed alla posizione di preminenza sul terreno dello scontro (borbonici in posizione dominante, su una collina). Perché l’alto comando (diremmo oggi: i comandanti di Stato Maggiore dell’Esercito) diede quell’ordine, apparentemente così assurdo e controproducente? Perché il generale Landi (e la cosa è provata storicamente, ci sono gli atti dei processi davanti alla Corte Marziale) fu corrotto dai Piemontesi: 14000 ducati promessi, ridottisi sembra a 14 a cose fatte tanto che il generale pare ne morì d’infarto...
Palermo: il generale Lanza tenne consegnate le truppe borboniche nella fortezza mentre i garibaldini depredavano la sede palermitana del Banco delle Due Sicilie. Perché? Poi, quando finalmente le truppe comandate da un altro generale borbonico, lo svizzero Von Mechel, contrattaccarono i garibaldini, e questi ultimi furono spazzati via dalle improvvisate barricate erette a protezione del centro città ed arretrarono precipitosamente, ecco un nuovo colpo di teatro: i capitani borbonici Bellucci e Nicoletti comunicarono inspiegabilmente alle truppe del Regno l’ordine di “sospensione dei combattimenti causa armistizio”, ordine comunicato dal suddetto Lanza (ma mai realmente firmato!). I ben organizzati ed agguerriti 24000 uomini dell’esercito borbonico lasciarono così, senza una ragione plausibile, mestamente e senza sparare più un solo colpo, la città di Palermo ai garibaldini. Perché?
Napoli: il 6 Settembre 1960 il Re Francesco II abbandonò la capitale, che fu occupata dai garibaldini tre giorni dopo. Seguirono violenze, stupri e saccheggi, soprattutto da parte dei battaglioni di mercenari al seguito di Garibaldi, e fu immediatamente confiscato, in modo totalmente illegale, il tesoro del Re, incautamente depositato nella sede napoletana del Banco delle Due Sicilie. Ed il diritto internazionale?
Epilogo di Gaeta: Il Re Francesco II, dopo aver abbandonato la capitale, trasferì il suo Quartier Generale nella fortezza di Gaeta, per evitare, a suo dire, inutili lutti e distruzioni alla capitale del regno. Da qui, riorganizzato l’esercito, epurati gli ufficiali corrotti e traditori, iniziò la controffensiva che culminò nella famosa battaglia del Volturno. Fu esattamente in questa fase della guerra (peraltro mai dichiarata dai Piemontesi) che entrarono scopertamente in campo le truppe del regno sabaudo, inviando in massa soldati dichiarati falsamente congedati o addirittura disertori, quale supporto alle ormai esauste schiere garibaldine. I francesi, che proteggevano l’accesso dal mare alla baia di Gaeta, improvvisamente si ritirarono, permettendo alle navi da guerra piemontesi di bombardare la fortezza anche dal mare (i bombardamenti piemontesi dai colli circostanti Gaeta erano già iniziati da tempo). Perché?
Pasbas
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Ecco, sarebbe molto bello che si approfittasse dell'occasione delle celebrazioni per l'Unità d'Italia per rispondere a domande come queste, il cui affossamento certo ha contribuito a costruire l'edificio Italia su fondamenta traballanti. E' solo partendo da qui che si può capire come la secessione pacifica non è un'alternativa reale, e il federalismo è come intonacare muri pericolanti: aggiungi peso e aumenti il rischio.

WALTZING JULIA

Come si dice? "riceviamo e volentieri pubblichiamo"; anzi, molto volentieri, perchè è più che giusto che di donne parlino le donne, perchè un blog per natura si presta bene alla pluralità di voci e toni, e perchè sostanzialmente condivido quanto scritto: mi dissocio solo dalla vena di ottimismo secondo me un tantinello eccessiva (il momento in cui le donne si affrancheranno nella vaticanissima Italia è lontano, e anche in Australia si sente la crisi) ma è soltanto perchè sono un vecchio brontolone. Benvenuta, Gemma Serena, aspetto altri contributi!
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Giusto un mese fa, sono stata svegliata all’alba da un sms, inviatomi da un amico che vive nella terra dei canguri, che mi annunciava un evento storico. Riporto fedelmente: “Per la prima volta in Australia è stato eletto un Primo Ministro donna. L’ex Primo Ministro è stato scaricato dal suo stesso partito perché ritenuto non all’altezza. Dio benedica l’Australia! Ma in Italia ci sarà mai una donna a capo del governo?
Considerata la mancanza di lucidità dovuta all’ora, ho mugugnato maledizioni incomprensibili in direzione Est nella speranza che, malgrado il fuso, arrivassero direttamente sul cellulare del mio zelante amico. Ma il sonno era perso, ormai, e quella non era affatto notizia di poco conto. Per non parlare della domanda…
Ho preso il telefono e ho digitato la risposta: “Dio è troppo impegnato a sostenere le donne australiane per potersi curare di quelle Italiane!”.
A quel punto, curiosa, apro internet e leggo i quotidiani d’oltre oceano che riportano la notizia dell’elezione di Julia Gillard, avvocata di 47 anni, originaria del Galles, già Ministra dell’Educazione e del Lavoro nel governo di quel Primo Ministro mandato a casa dai suoi. Scopro anche che la laburista Gillard non è solo la prima donna Primo Ministro nella storia dell’Australia: è anche la prima leader donna del suo partito.
Uno dei suoi primi impegni dichiarati la trasforma immediatamente in una mia sorella: “vi dimostrerò come possono cambiare le cose quando vengono affidate alle donne”.
Cerco una sua immagine: ha un viso interessante, i capelli rossi e una vaga somiglianza con l’attrice Jodie Foster. Trovo una foto di lei appena eletta: cammina in testa a un gruppo di uomini, lo sguardo rivolto lontano, il sorriso fiero. Mi piace, penso. E immediatamente la incollo su un foglio word e faccio volantinaggio via mail a tutte le mie amiche, con tanto di commento amaro: “noi ce la sogniamo una svolta così!”. Non lo dico per pessimismo, ma in quel momento proprio non mi riesce di credere che, un giorno, anche io potrò inviare un sms in qualche parte del mondo per annunciare l’elezione di una donna a capo del nostro governo.
Seguo le vicende australiane per simpatia verso i koala, i wombat e gli aborigeni, oltre che per parenti e amici che hanno scelto di vivere in un Paese moderno. E così, sulle tracce di questa “rivoluzione aussie”, scopro che l’elezione di “Julia la rossa” è divenuta fonte di ispirazione per moltissime giovani donne.
L’esempio della Signora Gillard mi spinge a impegnarmi negli studi” dice una ragazza di 18 anni “così che un giorno anch’ io possa essere un modello positivo per la società. La sua elezione darà alle donne del mondo la fiducia necessaria per credere che tutto è possibile. In una nazione con l’85% di studenti figli di immigrati, Julia Gillard, anch’essa immigrata figlia di immigrati, dimostra che si può arrivare in alto, non importa da dove vieni, dove sono cresciuti i tuoi genitori, quali sono state le tue difficoltà. La Gillard ha fatto la storia australiana e sono certa che un giorno io e molte altre donne potremo seguire le sue orme per rappresentare la nostra nazione”.
Per me” dice una liceale “ Julia Gillard è un grande modello. Non solo è stata in grado di mostrare che la politica australiana e il potere non sono appannaggio esclusivo degli uomini. E’ anche una donna capace e intelligente, diversa dagli stereotipi di celebrità per teen-agers . Un vero modello cui guardare e da cui trarre ispirazione”.
Vado avanti, altre dichiarazioni di ragazze e giovani donne che per la prima volta cominciano a interessarsi di politica, conquistate dall’elezione di una loro simile. Le parole sono piene di entusiasmo, di passione. Mi entusiasmo e mi appassiono anche io tanto che decido di chiamare il mio amico, messaggero della notizia. Gli chiedo conferma di quanto ho letto, voglio sapere cosa ne pensa, cosa ne pensano i suoi amici e le sue amiche, le sue sorelle, sua madre e suo nonno. Tutti contenti, mi dice, ma soprattutto consapevoli dell’importanza di una svolta epocale per una nazione giovane e per giovani.
Per un attimo provo invidia per gli Australiani. Per più di un attimo a dire il vero. Non solo perché l’Australia è una delle nazioni dove di crisi, al massimo, hanno sentito parlare al tg della sera come notizia dagli esteri, ma perché si ritrova a essere governata da una donna in gamba, una donna determinata che, sono certa, saprà dimostrare il valore delle donne proprio come si è ripromessa di fare appena eletta.
E allora come non pensare all’Italia, alla situazione che viviamo qui? Mi vengono in mente le nostre adolescenti che si identificano nelle partecipanti di reality e talent show. Ragazze la cui massima ambizione è entrare nell’illusorio mondo dello spettacolo, vestite di niente e disposte a diventare tangenti umane in trattative private fra uomini di potere.
Penso a quante poche donne abbiamo in parlamento e all’effettivo valore di coloro che sono arrivate a sedersi su quelle poltrone; a quante rivestono ruoli istituzionali significativi, a quante hanno accesso al potere e a come, eventualmente, si trovano a doverlo gestire.
Penso che questo non è un Paese per donne perché qui la cultura patriarcale, rinvigorita dai deliri di un satiro settantaquattrenne che ha contribuito a creare modelli femminili al silicone, non ci permette neppure di immaginare che un giorno una donna potrà guidare questa barca alla deriva. Che non serve studiare, prepararsi, che se si ha dalla propria bellezza e gioventù si può anche essere elette e, chissà, diventare ministre per rappresentare e difendere il Premier, sempre rigorosamente uomo, fino a negare l’evidenza dei fatti. E i fatti dicono che non sei tu, ministra dallo sculettante passato di valletta muta; che non sei tu parlamentare ex meteorina; che non sei tu assessora un tempo ragazza immagine, a contare qualcosa. Tu sei solo una marionetta dall’aspetto gradevole, un pupazzo che muove le labbra e sputa il veleno del ventriloquo. Tu stai lì, con gli occhi sgranati a stupirti di tutte quelle donne che non si identificano col modello che rappresenti. Perché non sei credibile, non sei autorevole. Non hai un seguito, un fan club (esistono ancora?) un gruppo di sostegno su Facebook. E come si fa a identificarsi in te? Che sarai pure arrivata in alto ma non sei stata scelta da noi, continui a non essere scelta da noi donne avverse all’addomesticamento e all’omologazione.
In un Paese che cancella la speranza, che crea falsi miti, che fa coriandoli della dignità umana, che rende le anime precarie e inquiete, che premia i disonesti, l’esempio di una nazione come l’Australia che si mette nelle mani di una donna - un’ immigrata che diventa avvocata di successo, ministra, leader di partito e Premier - marca ulteriormente le differenze e le aberrazioni della nostra politica scadente e misogena.
Siamo l’unica nazione in cui non c’è scandalo politico che tenga, dico amareggiata al mio amico australiano durante la nostra conversazione telefonica. Pensa, mi dice lui, che qui l’ex Primo Ministro, a causa di scelte politiche non condivise, ha perso il consenso dei membri del suo stesso partito perché questi erano preoccupati che la loro buona amministrazione potesse perdere terreno. Come dire: meglio prevenire.
Per questo, con votazione unanime, lo hanno sostituito con la Gillard. E c’è stato pure qualche australiano che ha nutrito dubbi sulla bontà di quella democrazia: “il popolo lo ha votato e il suo partito lo ha buttato fuori”. Pensare che noi la riabiliteremmo la democrazia se accadesse che la maggioranza mettesse all’angolo il suo rappresentante!
Intanto, la Primo Ministro, consapevole di non essere stata votata direttamente dalla gente, ha già indetto nuove elezioni. Ha coraggio da vendere, questa Julia. E se è vero che nessun impero dura in eterno, anche le donne Italiane, in mancanza di figure politiche femminili convincenti, dovrebbero prenderla a esempio. Per essere pronte quando arriverà il loro tempo. Che non è poi così lontano…
Gemma Serena

VOGLIO DARE I NUMERI

Tre giorni di lontananza forzata dal posting, per lasciare in cima la meritevolissima e fortunatissima iniziativa di Strill Tabularasa, ed ecco che l'astinenza già mi induce a dare i numeri:
  • metà della ricchezza del Paese è in mano al 10% degli italiani, lo dice l'indice Gini secondo uno studio bocconiano, e provateci ancora a convincerci, dopo anni di recessione, che il capitalismo lasciato a se stesso spinge allo sviluppo di tutti;
  • un meridionale su tre è "a rischio povertà", secondo lo Svimez, cioè non ha i soldi per il medico gli abiti le bollette e il cibo, ed il PIL del meridione d'Italia è oramai tornato al valore di quello di dieci anni fa (qui il rapporto completo);
  • a proposito di PIL, che si debba abbandonare per sempre questo parametro cominciano a dirlo anche economisti al di fuori del "club della decrescita", al cui interno si delinea sempre di più una divisione tra chi propugna un semplice ma irrealizzabile ritorno a una società precapitalista e chi invece coglie nella decrescita possibilità di sviluppo "altro" e di aumento complessivo della felicità: leggere molto attentamente prego questo lungo ma lucidissimo pezzo dei "soliti" Badiale e Bontempelli, merita la fatica, anche perchè la decrescita NON è negoziabile, avverrà comunque, e anticipandola con una strategia si potrà coglierne le opportunità, altrimenti si presenterà come problema con i soli aspetti negativi, facendoci davvero precipitare in una società in cui il clan (la "famiglia allargata") sarà l'unica protezione sociale con tutto ciò che comporta nel bene e nel male (in termini di azzeramento delle libertà individuali come le conosciamo);
  • sullo stesso argomento, un po' di numeri li da pure Carlo Bertani, ad esempio su cosa comporta l'utilizzo sempre più maggiore nel mondo di modelli di dieta incompatibili col pianeta come quella a base di carne: quindici volte più pesante, in media, per l'ecosistema - e su cosa comporterebbe al contrario in termini di risparmio virare massicciamente verso le energie alternative ai combustibili fossili (petrolio, carbone e, si, uranio);
  • stiamo lasciando alle prossime generazioni un'eredità terribile, insomma, e i segni già si vedono tutti: solo nel 2009, secondo il CNEL, l'occupazione giovanile si è ridotta dell'11%, mentre oramai solo il 6% dei neolaureati ottiene un contratto a tempo indeterminato al suo ingresso nel mondo del lavoro (la tabella di dettaglio è davvero sconsolante - i dati sono del GIDP, l'associazione dei responsabili delle risorse umane, non del PCUS);
  • cambiando discorso, ecco le statistiche ufficiali ponderate della criminalità, sempre fonte CNEL, che dimostrano ad esempio che i romeni sono molto più onesti non solo paragonati agli altri extracomunitari (si, lo so che la Romania è nella UE: ma facciamo un sondaggio per vedere quanti lo sanno?), ma anche rispetto agli italiani;
  • e allora chiudo con questi agghiaccianti numeri riportati da Bellassai di Maschile plurale: in 20 giorni a cavallo tra giugno e luglio 11 donne sono state assassinate dal compagno o dall'ex; non è la prima volta che tratto questo argomento, i dati più o meno sono sempre così gravi, e dimostrano che il posto più pericoloso per una donna oggi è la propria famiglia fatta o in fieri, ma è on-line un appello (il banner qui a fianco), e questo blog aderisce.

TABULARASA

Chi fosse dalle parti di Reggio Calabria nei prossimi tre giorni potrà seguire quello che si annuncia come un evento, visto l'argomento e vista l'attitudine "arcitaliana" di noi reggini nei confronti della politica. E' quindi con grande piacere che segnalo anch'io, nel mio piccolo, Tabularasa, lasciandolo in cima ai post per tre giorni:

DEL DITO E DELLA LUNA

Della serie "anche i migliori toppano", dopo gli strabordi sessisti di Massimo Fini e Paolo Barnard puntualmente e magistralmente stoccati da Lame Duck, ecco Marco Della Luna - un altro qui citato spesso - che posta un pezzo discutibile, e infatti discusso pesantemente già sul suo blog stesso. Avendo trovato altre volte le sue analisi molto lucide, io penso che sia meglio una risposta di testa ad una di pancia.
La tesi che il Nord e il Sud siano in realtà due sistemi socioeconomici incompatibili è incontrovertibile, e la teoria secondo cui sarebbe meglio prendere atto del fallimento del progetto unitario e aggregare la sola Padania alla UE mentre il Sud avrebbe una sua moneta (magari statale!) e potrebbe salvarsi il culo a via di svalutazioni competitive, e nel contempo imparare a responsabilizzarsi non avendo più il Nord da mungere, non solo non è nuova (risale alla prima Lega del professor Miglio, almeno) ma è irrimediabilmente sorpassata. Le recenti vicende giudiziarie sono infatti solo la prova ulteriore che l'integrazione tra capitalismo all'italiana (cioè essenzialmente dipendente dai finanziamenti pubblici, come per i grandi lavori o l'immobiliare) e criminalità organizzata è cosa fatta e da tempo, come dimostra - e qui Della Luna passa colpevolmente solo di striscio - anche la stessa discesa in campo del milanesissimo Berlusconi a diciamo così sancire la tregua tra Stato e mafia dopo la stagione delle stragi, di cui domani ricade l'anniversario più significativo. Come Della Luna possa immaginare che sia proprio Silvio a poter gestire la liquidazione dello Stato italiano, addirittura come ultimo gesto che lo farebbe passare alla Storia, risulta davvero un mistero della logica.
Ma l'impossibilità della transizione pacifica auspicata è dimostrabile a partire da altre due caratteristiche del capitalismo nostrano, oggi non a caso in crisi: la sua connotazione tipica virata verso la media e piccola impresa e la domanda interna, e la sua molto particolare "accumulazione originaria" da cui nacque nell'800. Il patto sociale che stanno svuotando e che secondo Della Luna andrebbe brutalmente cancellato, infatti, prevede anche un esercito di pubblici impiegati che magari nel passato lavorava poco (oggi non più, e l'unico privilegio che gli resta è il tempo indeterminato, una cosa che dovrebbe essere diritto di tutti) ma sicuro ha tenuto su la baracca sia dal punto di vista fiscale (i dipendenti in Italia sono gli unici che pagano le tasse, si anche quelli privati, ma solo se regolari - giusto, piccoli imprenditori del triveneto?) che da quello del sostegno della domanda interna. Insomma, se c'è stata una crescita è stato anche perché c'era chi se li comprava, quegli elettrodomestici prodotti nel nord Italia con gli operai del sud Italia prima e con gli extracomunitari dopo. E dunque ha poco senso rigettare l'ipotesi secondo cui la crisi capitalistica internazionale figlia della globalizzazione come causa prima dei nostri problemi di oggi, e il collegamento del solo Nord all'Ue come soluzione: cosa produce, con quali lavoratori, e per quali compratori? Nel 91 aveva senso, forse, oggi è tardi. Nel 91, infatti, gli stessi potentati che introdussero il seme secessione in Italia fecero lo stesso in un Paese con meno storia e una divisione interna qualitativamente maggiore (c'era la religione di mezzo),  ma tutti sanno come finì in Jugoslavia...
Il Paese di Tito, grazie a un socialismo talmente diverso da quello sovietico da essere inviso in primis proprio ai russi, aveva un'industria relativamente fiorente, concentrata per esigenze di programmazione, essenzialmente logistiche, negli Stati del Nord. Ovvio che quando questi proclamarono l'indipendenza, riconosciuta nottetempo da Germania e Vaticano e prestissimo da tutti gli altri Paesi occidentali, tenendosi il "tesoro", i Serbi non potevano restare a guardare. Da noi, Della Luna fa malissimo a dimenticarlo, l'accumulazione originaria ci fu e fu esattamente una spoliazione scientifica di tipo colonialista del sud da parte del nord: a metà ottocento, la differenza tra i contadini padani e quelli borbonici a livello di tenore di vita era impercepibile, Lombardia e triveneto erano sotto un impero straniero, il Piemonte era pieno di debiti, e il Regno delle due sicilie aveva le casse ricchissime e il primato nazionale per sviluppo industriale e infrastrutture. Garibaldi illudeva i contadini che avrebbero avuto le terre, quelli si univano a lui e scacciavano i soldati borbonici, poi arrivavano i piemontesi e se i contadini tentavano di prendersi quanto promesso gli sparavano addosso, col beneplacito dei gattopardi. I contadini meridionali ebbero il peggio del feudalesimo precedente e il peggio del mondo nuovo: tasse mai viste, coscrizione biennale obbligatoria (mai vista pure quella) letale per i campi, e chi si ribellava era etichettato come brigante e sterminato spesso con la famiglia. Comparve così l'emigrazione, che all'inizio colpì anche vaste aree agricole del nordest, verso il sudamerica soprattutto, e con essa la fine del futuro per il sud Italia, mentre via via che l'accumulazione originaria dava i suoi frutti il nord si industrializzò e cominciò ad attrarre manodopera dal sud...
L'ho fatta semplice per ovvi motivi di spazio, ma basta per dimostrare che il teorema secondo cui il nord sarebbe civile e sviluppato per motivi di etica personale dei suoi cittadini (tra l'altro ormai di origine meridionale: largamente, se ci si ferma alla prima o alla seconda generazione, maggioritariamente se si va oltre) è terribilmente falso, mentre viceversa è vero che l'etica di un popolo viene pesantemente influenzata dagli avvenimenti storici che subisce.
Il nord si è sviluppato sul sangue del sud, e paga in parte il suo tributo, anche per motivi di convenienza (la suddetta domanda interna), coi trasferimenti di cui i leghisti e Della Luna si lamentano. Certo che la situazione così com'è è insostenibile, ma altrettanto certo che il federalismo fiscale aggraverà le cose, e la secessione le renderebbe drammatiche, consegnando il sud mani e piedi alla criminalità organizzata, e forse spingendoci tutti verso una guerra civile. Si lo so che "gli italiani brava gente vogliono stare lontani dai guai, e tutti i meridionali che stanno al nord da generazioni, e le famiglie miste, eccetera", ma la storia dice che qui vicino si sono scannati anche tra parenti, e che l'ultima guerra civile italiana non ha settant'anni, e gli strascichi sono ancora tra noi e straparlano di Salò: basta che le condizioni materiali scendano sotto il limite del tollerabile, e vedrete.
No, l'unica soluzione è ormai unitaria, ed è esattamente nel recuperare proprio la tanto vituperata distinzione tra destra e sinistra, che è stata la prima vittima di uno che è sceso in politica solo per i propri intrallazzi, a destra dichiaratamente solo perché a sinistra i posti erano tutti occupati. E' grazie alla sua azione politica, di elogio dell'evasione, incoraggiamento all'abuso edilizio e non, confini sfumati con la criminalità, eccetera eccetera, che l'anima "meridionale" (per intendersi, è utile adoperare i luoghi comuni) sta infettando l'anima "settentrionale" di questo Paese, ed è solo liberandosi di lui che, forse, si può invertire il processo. E dico "forse" perché purtroppo invece mi sembra abbastanza dimostrato che esiste invece un'anima "italica" maggioritaria ovunque che cerca il "padre" cui delegare gli affari anche a costo di consentirgli di praticare il malaffare, e se è così come morto un craxi se n'è fatto un altro, morto un cesare cominceremo a cercare un nerone. E allora meriteremo davvero di finire nella spazzatura della Storia, dannati per l'eternità, tutti assieme: nord e sud.

ITALIA (COSA) NOSTRA

Stamattina un vecchio compagno di scuola, evidentemente divertito dalla mia deriva sinistrorsa sempre più evidente, mi sfotticchiava in chat, "mi hanno detto che sei diventato di destra", lui che ha anche tentato la carriera politica, conoscendolo più per aggiustare certe faccende sue personali che per passione ideale.
Non gliene si può fare un torto: è costume diffuso, e non tutti "ci hanno il fisico" di opporsi all'andazzo, in nome di poi cosa se non ci si è costruiti un sistema di valori proprio, che è l'unico che non si può non difendere a costo di tutto? Gli ho risposto serio, però: "non scherzare di politica con me sto periodo, sono ultrasensibile" - al che anche lui si fa serio e mi risponde con la frase che non voglio più sentire: "tanto lo sai che la politica è uno schifo e sono tutti uguali, no?!"; a me vengono in mente mille cose, ma la sintesi con cui chiudo la conversazione è "non è un buon motivo per instaurare una dittatura".
Tempo fa avrei sostenuto parafrasando Orwell che non sono tutti uguali, che ci sono quelli che sono più uguali degli altri, e sono i maiali. E per restare nella metafora avrei aggiunto che un certo grado di corruzione è insito nella democrazia e direi addirittura accettabile come prezzo da pagare per essere in un regime democratico, ma che i maiali superano questo grado in cui cerchi nel mentre che ti occupi della cosa pubblica anche di aggiustare qualche cavolo tuo per passare al livello in cui l'unica tua preoccupazione sono i cavoli tuoi e li persegui anche a costo di rovinare per sempre la cosa pubblica. E' un esempio che andava benissimo per Craxi e il suo sistema di ruberie organizzate che portò il debito pubblico da meno del 50 a più del 100 per cento del PIL (ho i dati precisi, e sono peggio, ma non mi va di cercarli adesso) in pochi anni al solo scopo di arricchirsi personalmente e mantenere un sistema di clientele diffuso ad ogni livello che autoalimentasse il sistema e lo rendesse stabile. Per un po', ho pensato che andasse bene anche per suo compare Berlusconi, ma presto si è rivelato inadeguato. C'è il piano di Licio Gelli che delinea tutto quello che sarebbe successo negli anni, dal controllo della televisione attraverso cui addomesticare le coscienze (anche, vecchio compagno mio, passando ininterrottamente il messaggio che la politica è uno schifo e i politici sono tutti uguali - ma soprattutto trasformando i cittadini pensanti in consumatori prima che raggiungano l'età adulta) alla creazione di un bipartitismo forzoso (quindi anche il PD era nei piani, ma scommetto che Veltroni lo scoprirà tra una ventina d'anni) fino alla separazione delle carriere dei magistrati con conseguente assoggettamento degli inquirenti al potere esecutivo (e conseguente fine dello stato liberale, condizione preliminare della democrazia moderna). E c'è questo soggetto che non ha mai voluto spiegare dove ha preso i soldi per cominciare (e in un Paese con una coscienza democratica nessuno lo avrebbe votato senza che rispondesse a quella domanda, specialmente nessuno di destra), che ha tenuto per anni in casa un boss mafioso patentato, definendolo a posteriori un eroe perchè quand'era in galera non ha parlato (elogio pubblico dell'omertà, che fa il paio con quello dell'evasione fiscale), che ha fondato un partito come costola di un agenzia di pubblicità e in entrambe le avventure lo stratega era un'altro in odore di mafia (condannato in primo grado a nove anni in appello a sette per concorso esterno ad associazione mafiosa: si potrà dire "in odore di mafia"?) che concorda sulla definizione di eroe del boss di cui sopra.
Questa storia dura da diciott'anni, dalle stragi di Capaci e via D'Amelio: ero un ragazzo pieno di speranze e sono quello che si diceva un uomo di mezza età che per il proprio Paese le ha perse tutte. Costretto quasi al percorso opposto di quello che naturalmente ci vorrebbe estremisti da giovani per poter essere buoni moderati da vecchi. Nel mezzo, non ho mai smesso di pensare che non è questione di destra e sinistra, che la legalità viene prima del gioco politico come il regolamento viene prima della partita di calcio. La metafora è attuale: un arbitraggio mediocre stava rischiando di consegnare a una squadra violenta il titolo di campione del mondo. E si può utilizzare a ritroso: Berlusconi, approfittando di una insufficiente governance, prima di rovinare il gioco politico ha rovinato il calcio, costringendo chi voleva competere col suo Milan a imitarlo strapagando i giocatori, prendendone troppi, e fregandosene dei bilanci. Se non avessimo vinto il mondiale del 2006, e davvero avessero ficcato il naso nei bilanci delle squadre professionistiche italiane, o se oggi chiamassimo la commissione che fa le pulci alle squadre dell'NBA a farle al nostro calcio, il novanta per cento dei nostri club chiuderebbero, altro che Inter stellare coi soldi Telecom Pirelli e chissà di quale altro magheggio.
Non a caso nel regime non più democratico dell'Italia di oggi, con la crisi economica che rischia di far saltare tutti in aria, l'unica cosa che preme al premier è l'approvazione a tappe forzate di un provvedimento che non solo limita fino a toglierle senso la libertà di stampa, che è gravissimo ma è il meno, ma soprattutto impedisce in pratica l'utilizzo delle intercettazioni e quindi lega le mani ai magistrati (a proposito, leggete qui Travaglio...) nella lotta contro la corruzione e in definitiva la mafia. Fino a che sarà possibile, leggiamoci i testi di queste belle conversazioni (ad esempio qui e qui), e capiremo perchè il capo ha tanto a cuore la faccenda. I blitz grattano la superficie di un cancro che ha preso direttamente il controllo del Paese, ma fino a che non si estirpa il male hanno l'effetto di un cosmetico, un po' di cipria sul tumore che ci devasta la faccia.
Altro che destra e sinistra, caro mio: la politica è occuparsi dei problemi comuni, preoccuparsi l'uno dell'altro. Possono essere scorretti i giocatori, ma il regolamento deve restare sacro e rispettato, e se fai un fallaccio l'arbitro ti espelle, altrimenti non si può più giocare, e se non finisce in una rissa generale vincono i più violenti e non i migliori tecnicamente. Il problema di noi italiani (per un'analisi lunga e lucida vi rimando al solito Bertani) è che siccome tanto la politica è una cosa sporca, l'abbiamo definitivamente lasciata ai maiali... If you don't care what happened to me and I didn't care for you...

VOLEVO ESSERE LELIO LUTTAZZI

Pochi giorni fa è scomparso quasi novantenne uno dei più grandi personaggi televisivi italiani: Lelio Luttazzi. Ma chi  ha meno di 45 anni a sentirlo nominare dice: "chi"?  Al più, sentendo Luttazzi pensa forse a Daniele, dico forse perché per conoscere Daniele Luttazzi non dico che bisogna essere paladini della controcultura, ma avvezzi a seguire gli artisti nei meandri del web o nei teatri si, perché il comico romagnolo è uno che tende a essere cacciato da tutte le televisioni del Regno: ogni volta che torna in tv è per poco, fino alla prossima fatwa.
La cosa non è casuale: Daniele Fabbri da Santarcangelo di Romagna è noto come Daniele Luttazzi per sua precisa scelta artistica. Chissà se quando ha deciso di adottare come pseudonimo (qualcuno dirà: plagiare - questa non ve la spiego, ma a me la versione di Daniele convince) il cognome del grande Lelio era consapevole del fatto di ereditarne in qualche modo anche il destino. Intendiamoci, se avete visto Daniele non avete nessun elemento per capire Lelio, che aveva stilemi diametralmente opposti (qui ad esempio i vecchi filmati con Mina), ma quando il giovane decise di adottare il nome del vecchio questi era già vittima di un ostracismo che proseguirà - salvo parentesi a livello di omaggio recentissime dunque molto tardive (nella foto a Sanremo con Arisa, ma il miglior tributo glielo rese Fiorello) - per quarant'anni.
Il motivo a raccontarlo oggi, in tempi in cui il premier può essere fotografato durante festini con zoccole (pardon, party con escort) e personalità straniere nude e restare in carica, e intercettato mentre trama a vari livelli e portare avanti a tappe forzate una legge contro le intercettazioni, in tempi in cui pippano coca tutti e per primi i politici che votano le leggi antidroga, fa quasi sorridere. Accadde che Walter Chiari, uno dei più grandi attori che abbiamo mai avuto, e con Lelio Luttazzi tra i cinque più grandi entertainer televisivi italiani di tutti i tempi, come molti artisti con qualche vizio, tra cui le donne (pare fosse irresistibile - ebbe storie con bellissime del livello di Ava Gardner e Lucia Bosè) e la coca, diede al proprio fornitore per farsi contattare il numero dell'amico Lelio, e i due finirono a Regina Coeli per un mese e via dalla televisione di Stato per sempre. Dunque, uno per essere un consumatore più o meno abituale di cocaina, l'altro addirittura essendo totalmente innocente, come poi venne riconosciuto anche giudizialmente, vennero fatti fuori da un circuito che via via si sarebbe riempito di gente moralmente abietta che ha fatto ben altre carriere.
Walter Chiari morì in solitudine nel 91, dopo essere stato a un passo dalla consacrazione cinematografica ma senza mai avere ripreso il posto che gli spettava in televisione, Lelio Luttazzi, che era anche grande musicista, fu "reintegrato" in radio per qualche anno (sua la conduzione più fortunata di Hit Parade) ma mai in video. Io per omaggiarli scelgo un pezzo di Flavio Giurato ("volevo essere un tuffatore"), che parla di uno ma va bene anche per l'altro, e forse per tutti noi.

L'EQUATORE DELLE LIBERTA'

Due le correnti di pensiero sullo sciopero di oggi: chi ritiene che sia importante mostrare cosa succederebbe senza l'informazione, chi che stare zitti per protestare contro una legge che ti imbavaglia sia come tagliarselo per fare un dispetto alla moglie. Noi che non siamo né carne giornalisti né pesce diaristi dei cavoli propri, stiamo a mezza botta, e condividendo sostanzialmente le ragioni della protesta contro questa legge liberticida, proseguiamo per adesione allo "sciopero" un silenzio che dura da qualche giorno per motivi più terra terra di accesso alla rete, e ci limitiamo a mostrare due diverse rappresentazioni della mordacchia berlusconiana:

  • a Napoli estrinsecando la magnifica arte dei presepi
  • a Bolzano utilizzando a simbolo il Padre della Lingua.

Sempre della serie "a seconda della latitudine", mentre illustro il tutto con il bel post-it di Repubblica, titolo rimettendo al centro del mondo un concetto che era rivoluzionario nel 1789 e resta tale pur dopo oltre duecento anni, dopo che è passato nelle mani di diversi tipi di liberali, per finire - nelle mani di uno che è dittatore innanzitutto nell'animo - confinato al Polo. Praticamente, in frigo. Ecco, cosa possono essere i blog per la libertà: microonde.

DONNA GINEVRA E NONNA MARGHERITA

"Amo questa donna", ho pensato ieri sera di due donne diverse che avevo davanti agli occhi. L'evento era da non perdere: Ginevra Di Marco e Margherita Hack assieme su un palco. "A fare che?" ce lo siamo chiesti tutti a primo acchitto, molti siamo andati a vedere a Villa Ada, nella ormai consueta cornice estiva di Roma incontra il mondo.
Ginevra ha una voce con una sua consistenza fisica, nel senso che ti sembra di poterla toccare, solida: morbida come un panno, capace di scendere e avvolgerti, ma anche dura come il metallo, quando sale dove non ti aspetti. Oro e terra, sale e neve, se la conoscete mi avete capito, se no correte a sentirla. La breve parabola artistica dei CSI deve il suo fulgore assoluto anche all'alchimia innestata dal contrasto della voce incantante di Ginevra con quella meravigliosamente irritante di Giovanni Lindo Ferretti, ad esempio in Bolormaa, e gli stessi PGR quando andò via lei non erano più la stessa cosa. Ma era chiaro che il fulgore di Ginevra non poteva restare intrappolato, che lei non fosse un pianeta per quanto importante ma una stella di prima grandezza. Il suo progetto solista rimase per un po' nella traccia delle esperienze precedenti, per carità con dischi bellissimi, e concerti meravigliosi per quanto semideserti come quello a Messina in cui c'eravamo io il mio amico Massimo e forse altri dieci matti. Ma già allora si intuiva, dalle intepretazioni di pezzi "altri" come Ederlezi o la sontuosa Khorakhanè di De Andrè e Fossati, che altro che traccia, questa deve spaziare, cantare quello che vuole, fuori da qualsiasi schema.
Già in un tour come Stazioni lunari lo scarto si avvertiva, ed ecco che oggi Ginevra ha un repertorio che spazia dalle cose migliori dei suoi esordi alla canzone tradizionale popolare di tutto il mediterraneo, passando per un paio di classici di Modugno (Malarazza, Amara terra mia) che interpreta come nessun altro. Se fossimo un Paese serio, Ginevra sarebbe la Mina di oggi e condurrebbe il suo Studio Uno in prima serata il sabato sera, ma siamo in Italia e tenetevi Amici e X-Factor, che la gente che vale suda sui palchi cantando dal vivo.
Non so come e a chi sia venuta l'idea, ma siccome abbiamo parlato di Ginevra come di una stella, e siccome tra le canzoni popolari recuperate ce ne sono molte della tradizione toscana, forse pensare a Margherita Hack era consequenziale. In ogni caso l'ottantottenne astrofisica, che ha una biografia che il fatto che non è senatore a vita dimostra la deriva che abbiamo imboccato, è un personaggio di una vitalità spaventosa. Ogni paio di pezzi della band, che segue tenendo il tempo con le mani, interviene con un'affabulazione che t'incanta come una nonna davanti al camino, e te l'abbracceresti mentre pensi "cavolo, perchè non è lei, Presidente della Repubblica, maledizione! col cavolo che avrebbe fatto passare anche una sola porcheria al 'diversamente alto'...". Parla di quando eravamo noi gli emigrati e di come trattiamo gli immigrati, degli operai di una volta e di adesso, degli integralisti religiosi e di quelli atei e di come l'unica soluzione sarebbe confinare la religione alla sfera di sua competenza - quella intima di ciascuno di noi, dei giovani ricercatori costretti a lavorare all'estero e di come la ricerca pura - che in Italia viene affossata sempre di più - sia in realtà responsabile di quasi tutte le scoperte pratiche che hanno cambiato la nostra vita quotidiana, il tutto con un meraviglioso accento toscano che non ha perso nonostante abbia lasciato Firenze molti decenni or sono. Durante Malarazza, questa meravigliosa preghiera ancestrale, al ritornello "tu ti lamenti, ma che ti lamenti? pigghia nu bastuni e tira fora li denti!", balza in piedi e agita il suo bastone da vecchiarella, e con lei balza in piedi tutto il pubblico in un'ovazione catartica, perchè ci hanno tolto anche il coraggio di ribellarci, togliendo il senso alla ribellione stessa. E infatti lei poi dice che il nostro bastone è il voto, tu pensi al Partito Democratico, ed entri in depressione...
Ci pensa Magnelli, a ritirarci su: dice più o meno "non facciamo bis, chiudiamo sempre questi concerti con una canzone scritta ai tempi dei PGR che dedichiamo a Margherita". E attacca Come bambino, che davvero sembra sia stata scritta per questa donna che ci insegna come si dovrebbe amare la vita:
Come bambino, credo alla verità del cuore.
come bambino, godo, soffro l'amore,
tendo la fionda ai lampioni che s'oppongono alla luna,
miro ai prepotenti e ai coglioni,
tiro alle ombre che intralciano la fortuna.
Come bambino, vedo la politica un gioco da poco
(si gioca per amore), obbligato,
da tenere sotto controllo come il fuoco.
Sto sdraiato nei campi nelle ore più belle
a pancia in su o giù a rimirar le stelle.

Mi commuovono i vecchi, muove qualcosa dentro.
Cammino volentieri contromano e controvento,
tengo le mani in tasca, gli occhi bassi,
scatto alla meraviglia, i passi che seguono i passi.
Come bambino, mi piace costruire, studiare, lavorare
un giorno dopo l'altro: ho molto da imparare.
Come bambino: non come giovanotto che gioca i giochini,
passa il suo tempo a spasso, spera nel lotto.
Come bambino, so sentirmi offeso, ma
tiro avanti senza dargli peso,
non sempre so dire chi, perchè:
ma cosa pretendete da un bimbo come me?
Miro ai lampioni che s'oppongono alla luna,
miro ai prepotenti, miro ai coglioni,
miro all'ombra che intralcia la fortuna.
Sto sdraiato nei campi nelle ore più belle
a pancia in su o giù a rimirar le stelle.

CHE FAI OGGI POMERIGGIO?

Lo stato dell'informazione italiana è una volta di più testimoniato da quanto accaduto a valle della sentenza Dell'Utri. Il cofondatore di Forza Italia e socio di Berlusconi in tutte le sue avventure fin dal 1973 è stato dichiarato da una sentenza della Corte d'Appello mafioso fino al 1992. La sentenza è appellabile in Cassazione, ma solo per questioni di legittimità: il giudizio di merito era l'ultimo, quindi se diciamo che il nostro amato premier, oltre ad aver avuto come stalliere per anni un boss mafioso assassino, ha avuto come braccio destro uno in rapporti organici con la mafia, riferiamo un fatto acclarato. Ebbene, l'informazione di regime è riuscita a presentare la cosa in maniera variamente falsa, come minimo ponendo l'accento sul "non aver commesso il fatto" dal 1992 in poi, quando non ha parlato direttamente di "assoluzione". E' vero, il teorema secondo cui la mafia mutò la sua politica di scontro militare con lo Stato, iniziata con l'omicidio dei vecchi referenti politici come Salvo Lima e culminata nelle stragi dei luoghi d'arte passando per gli eccidi di Capaci e via D'Amelio, a seguito di una trattativa con nuovi referenti politici riconducibili al partito cofondato da Dell'Utri non è giudizialmente dimostrato. Ancora. Ma intanto è dimostrato che quel personaggio ai tempi in cui furono decisi gli omicidi di Falcone e Borsellino era in "concorso" con la mafia.
Ora, la cosa più grave è che a valle di questa sentenza il condannato non solo non è stato allontanato con ignominia da tutte le cariche pubbliche, non solo viene ancora difeso a spada tratta dai suoi sodali e dal suo socio storico, ma si permette ancora di andare in tv intervistato compiacentemente a dichiarare chi sono i suoi eroi, segnatamente un boss mafioso come Mangano, lo stalliere di cui sopra, senza che scoppi una rivolta civile. Sono questi segnali che ci dicono che forse siamo davvero un Paese senza più civiltà, che la politica dell'era berlusconiana è come una partita di calcio in cui alcuni giocatori dopo aver fatto un fallo e l'arbitro ha fischiato continuano a giocare, e lo rivendicano come un loro diritto, e i tifosi non fanno invasione di campo e nemmeno rumoreggiano tanto.
Anche per questo, bisogna esserci oggi alle manifestazioni contro la legge bavaglio, almeno virtualmente se non di persona: per vedere se c'è ancora speranza, o l'Italia è avviata verso la dittatura con rassegnazione.

LA VITA COMINCIA...

Come fare quando vuoi mandare un pensiero pubblico a qualcuno che non ama i social , non è nemmeno su facebook , e forse nemmeno più segue ...