@PISTOLARIO

Come forse sapete (e di certo vedete dal contatore qui a destra) non ho molti lettori, il nocciolo duro di chi mi segue sempre essendosi ridotto col tempo a poche decine di elementi, ma anche quando ero sensibilmente più popolare e il centinaio di contatti era il minimo di ciascun post (a chi non coglie l'autoironia preciso di sapere bene che la soglia dell'irrilevanza è di decine di volte più in alto, comunque da sempre oltre la portata di questo blog) era piuttosto raro l'intervento dei lettori in sede di commento: raro, nei richiami su facebook (che poi sono quasi l'unico utilizzo che ne faccio), ma rarissimo direttamente in fondo ai post pubblicati.
Qualche volta in più è capitato che una persona amica, sollecitata dalla lettura di un qualche post, mi abbia scritto privatamente, e talvolta la cosa ha originato uno scambio "@pistolare" inter nos. Stavolta invece, dopo averne ottenuto autorizzazione, lo scambio di email lo pubblico, perché ritengo possa interessare altri lettori, e perché ci azzecca con i giorni in cui ci troviamo, a cavallo tra il 25 aprile e il 1° maggio. Anche se il post da cui è originato apparentemente non c'entrava nulla, perché parlava di teoria della comunicazione (che poi è la ragione per cui l'amico Giuseppe, collega e codocente, se ne è sentito attratto). Lo riporto, ovviamente omettendo i cavoli nostri.
[...] riflessioni post lettura. Sono molto d’accordo sull’incattivimento nelle relazioni o, più precisamente, nel modo di comunicare e gestire le stesse… Sembriamo incapaci di avere due idee diverse su un qualsiasi argomento senza finire per mandarci a quel paese o perché “L’altro non capisce un…..” o, peggio, perché ha interessi poco chiari a difendere quella posizione… Vale in generale e, ovviamente, nel nostro lavoro… Il punto è che in campo tributario è fisiologico avere idee distinte sia tra contribuente/consulente ed Agenzia che fra due funzionari… quindi siamo ad altissimo rischio se non diventiamo consapevoli di queste dinamiche… Mi è piaciuto molto anche il post di Blondet che hai linkato… Anche l’idea di interessi forti che “spingono” la cultura verso il giogo della pubblicità mi trova d’accordo. La visione che delinei è a dir poco fosca… La domanda non può che essere “e quindi, come ne veniamo fuori?” Mi sembra che la capacità di analisi che metti in gioco, approdi ad un sostanziale scetticismo nei confronti di questi poteri più o meno occulti (meglio dire occulti ai più)… mi sbaglio? Allora mi chiedo… perché chi la pensa allo stesso modo non riesce a fare fronte comune per delineare una strada alternativa? Avremmo davanti (parlo della nostra Organizzazione) un campo in cui poter sperimentare percorsi diversi e gestione delle relazioni differenti… ma non lo crediamo possibile… Mi viene da dire che il problema vero sia più questo senso di resa… E lo dico alla vigilia del 25 aprile… mi chiedo, dove saremmo se i nostri nonni non avessero creduto nella possibilità di sconfiggere un “vero” nemico? Ci siamo rammolliti? Obnubilati da un consumismo che sembra l’unica vita possibile… Eppure, se ci pensi, è una stagione interessantissima sul piano sociologico… le trasformazioni che abbiamo vissuto e che ancora ci aspettano meriterebbero una passione civile correlata… Concludo con una annotazione autobiografica… una confessione… [ma qui si riferisce ad un post successivo - NdR] Per quanto ami Roger Waters, io ho sempre sognato di saper suonare come David Gilmour… so che nomino (quasi) il diavolo per te… Ma non credo che si possa generare certi assoli se non si possiede un animo tormentato… e le contrapposizioni Waters-Gilmour (come Lennon-McCartney del resto) sono frutto di quella stessa dinamica che ci porta a detestare chi la pensa diversamente… Ti allego un link interessante… www.lachiavedisophia.com
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[...] Hai letto un mio post di inizio mese e giustamente gli hai fatto fare scopa col 25 aprile. Solo che non ti sei accorto che è proprio l’accostamento che ti fornisce la risposta. Noi in aula diciamo che il conflitto deve essere gestito con un cambiamento sul piano della relazione: marito e moglie o si guardano dalla ruota panoramica e capiscono che la loro relazione è ancora valida e allora stanno litigando inutilmente, o continuano a litigare finché la loro relazione cambia da “coniugati” a “separati” o “divorziati”. Ecco, quando il conflitto è profondo e impatta sulla libertà e sull'esistenza stessa, si può arrivare al punto in cui l’unico cambiamento possibile è da “nemici vivi in combattimento” a “vittorioso e vivo / soccombente e morto”. Quando lo capisci, come alcuni dei nostri nonni fecero illo tempore, sai anche che non hai alternative. Un Poeta lo disse meglio ne La guerra di Piero: se pensi di avere alternative, anzi se solo pensi, non è che eviti il cambio di relazione, semplicemente ci entri nella parte del morto. Ora, tanto per fare un esempio, Zingaretti dice cose bellissime sul 25 aprile, il lavoro, l’europa, eccetera. Tanto che molti gli credono. Forse persino salverà il PD dall'estinzione. Ma si comporta come il Nemico che nasconde il fucile dietro la schiena. Oggi siamo di nuovo a uno spartiacque, forse è persino già troppo tardi per rimediare. Questo governo ad esempio poteva e non ne ha avuto il coraggio. Al momento, solo Casa Pound si dichiara apertamente per l’uscita dall'euro e dalla UE e, paradossalmente ma neanche troppo, per la piena attuazione della costituzione del 1948: giuro, dicono testualmente così. Eppure lo spartiacque è quello. E troppa gente non se ne accorge. Io sono troppo vecchio per pensare alla rivoluzione, e poi non ho mai nemmeno picchiato nessuno figurati sparargli. Ma questo conflitto terminerà o con la distruzione di questa UE o con la distruzione della nostra repubblica fondata sul lavoro. Anzi, sono già a buon punto. Per questo, io con chi vota PD e simili non discuto più di politica. Col nemico, chi discute è morto. [...]
Non commento nemmeno. Aggiungo solo, perché me ne ero scordato nella risposta, una chiosa alla metafora pinkfloydiana: è vero che la grandezza di certe alchimie deriva proprio dalla coesistenza di "contrari", ed è vero che come suonava Gilmour nessuno mai e mai più, ma il grande chitarrista e il geniale autore stanno alla musica dei Pink come alle celebrazioni di questi giorni rispettivamente l'antifascismo ostentato contro i fascismi di ieri e quello sostanziale contro quelli di oggi. Per chiarire, uscendo di metafora, ecco un paio di letture di approfondimento:
  1. Fulvio Grimaldi, ovvero come andrebbe visto il 25 aprile, magari non scordandosi il 27 (anche perché i fascisti non si scordano il 28), per non tradirlo;
  2. Diego Fusaro, quiqui e soprattutto qui, ovvero la differenza tra internazionalismo e cosmopolitismo, e come questa aiuta a capire in cosa esattamente consiste il tradimento della sinistra;
  3. Carlo Bertani, ovvero com'è che il tempo consente di deformare la Storia, man mano che odori e sapori concreti del racconto di prima mano si sbiadiscono.
Il 1° maggio è la festa del lavoro. La nostra Repubblica è fondata sul lavoro. Chi ha tradito tutto ciò, anche se porta insegne e etichette che somigliano a quelle di chi col suo sangue ci ha dato le conquiste sociali ormai quasi tutte perse (dandoci in cambio i falsi idoli dei diritti civili, per giunta distorti) e la nostra splendida Costituzione mai davvero attuata e troppe volte tradita (fino al supremo tradimento del pareggio di bilancio obbligatorio e relativa rinuncia alla sovranità sulla politica economica), è, il mio nemico.

LASCIATECI FOGNARE

A uno che si fa chiamare Fogna, disinnescando con l'autoironia gli sfottò, si può
perdonare di averlo visto troppo spesso in campo con un linguaggio corporeo a
dir poco irritante, ora però vince pure (immagine tratta dalla gallery di Ubitennis)
Torno a postare dopo una decina di giorni, tempo biblico per la Rete ma pazienza: dal blog non ci ricavo un centesimo e a giudicare dalle statistiche di lettura non siete in tanti ad averne sentito la mancanza, e non solo per il megaponte. Per un rientro soft, parlo di sport, e di quello che pratico, dato che la cronaca finalmente me ne dà occasione.
Come tutti saprete, infatti, nei giorni scorsi un italiano ha vinto un torneo tennistico di primaria importanza, anche se non uno dei primi 4 (detti "slam" perché una volta la gente bene giocava sia a tennis che a bridge) per cui attendiamo dal 1976 di Panatta, e meno male che nel frattempo ci hanno pensato le donne. Inoltre, subito dopo, è arrivata l'ufficialità in merito all'assegnazione alla città di Torino delle ATP finals nelle 5 edizioni dal 2021 al 2025: è il "Masters" maschile, la "finale" tra i migliori 8 dell'anno solare, insomma non proprio uno slam ma quasi. Si tratta di due eventi importantissimi, per gli amanti dello "sport del diavolo".
Fognini che vince a Montecarlo, infatti, potrebbe avere effetti nel medio/lungo termine ben più significativi di quelli di breve termine relativi all'interesse mediatico e social. In Italia più che altrove, infatti, funziona quel meccanismo di traino per cui negli anni 80 eravamo tutti sciatori appresso a Tomba-la-bomba: ecco perché chi vi scrive gioca ancora a tennis nonostante abbia 55 anni suonati e 2 ginocchia malandate, perché quando era ragazzo c'era un certo Panatta che vinceva a ripetizione, anche se molto meno di quanto il suo immenso talento gli avrebbe consentito (ma più, grazie proprio a quel talento, di quanto la sua scarsa voglia di sacrificarsi in allenamento avrebbe permesso a chiunque altro), attorniato da comprimari di tale livello che quell'Italia andò in finale di coppa Davis per cinque volte (anche se ne vinse solo una, che meriterebbe un post a parte, magari vi faccio un post-scriptum) in sei anni. Tra parentesi, gioco ancora, nonostante eccetera, anche proprio perché adotto lo stile di gioco di Adrianone, attaccando appena posso sia sul servizio che in risposta, cosa che richiede tocco e rapidità ma accorciando comunque la durata degli scambi alla fine risulta molto meno usurante. Ora, proprio Panatta ha dichiarato che la sua contentezza per la vittoria italiana è aumentata dall'aver visto uno che gioca di tecnica e fantasia prevalere su uno (si riferiva alla semifinale vinta strapazzando Nadal) che se gli capita di giocare "senza intensità è poca roba". E Sua Maestà Roger Federer sempre in questi giorni ha dichiarato che gli piacerebbe vedere almeno 20 dei top 100 scendere regolarmente a rete. In ogni caso, è possibile che se l'esplosione definitiva di Fognini, pur così tardiva (il nostro è trentaduenne...), dura abbastanza (...e ha una capoccia che magari al prossimo torneo perde da una pippa al primo turno) da inglobare in un ciclo unico quella di uno o più dei ragazzi che si stanno segnalando nel frattempo (più che Cecchinato, che ancora deve convincere di non essere una meteora, direi Berrettini, e almeno uno tra i due teenager Sinner e Musetti, ma magari dietro l'orizzonte c'è anche qualcun altro), il tennis italiano potrebbe registrare un nuovo boom di praticanti, dopo l'onda innescatasi negli anni 70 di cui ancora la cresta domina, infestando i campi di 50/60enni in attesa del "largo ai giovani".
Anche perché nel frattempo arriva il master a Torino. Provo a spiegare ai profani e agli antigrillini per partito preso la differenza con le Olimpiadi a Roma. Le olimpiadi moderne sono state almeno da Atlanta in poi un autentico bagno di sangue per città e Paesi che le hanno ospitate, avendo comportato interventi costosissimi per costruire strutture usate venti giorni e quasi sempre abbandonate subito dopo, risultando però un enorme affare per chi ha organizzato le prime e per chi ha realizzato i secondi: lobbisti di politica sportiva e grandi costruttori che infatti sono sempre in agguato appena fiutano l'occasione. Viceversa, le ATP finals si giocheranno in una struttura già esistente (anzi, ridandole senso prima che si deprezzi, non avendo ospitato sport dopo l'hockey olimpico se non occasionalmente) per almeno cinque edizioni, rispetto alle olimpiadi costando una frazione e generando per un multiplo ricadute sia economiche che sportive. Si tratta, infatti, di un evento di cui si parla in tutto il mondo per tutto l'anno, non solo nell'imminenza dello svolgimento e non solo tra gli addetti ai lavori o tra gli appassionati di tennis.
Detto che la concomitanza di ospitare in Italia il master maschile per un lustro e di avere finalmente un pacchetto di tennisti che possono vincere tornei non può che far crescere il numero di ragazzini che giocano a tennis, ci si potrebbe chiedere allora perché chi non è già un appassionato di tennis dovrebbe essere contento, della cosa. Provo a spiegarlo, anche se comprendo di non essere certo un osservatore neutrale e quindi predichiarando di esprimere solo un mio personalissimo parere, partendo da lontano. Premesso che qualsiasi sport svolto con costanza e applicazione fa bene a chiunque, e direi più allo spirito che al corpo, bisogna distinguere innanzitutto tra sport di squadra e sport individuali. In entrambi contano la tecnica e la preparazione atletica, ma i primi privilegiano valori come mettere la propria individualità al servizio del collettivo, sentire la responsabilità di gruppo e di ciascuno verso il gruppo, comprendere il proprio ruolo come parte di un meccanismo il cui funzionamento ottimale deve essere sempre tenuto presente come obiettivo da ciascuno e di tutti, sennò si perde anche se tu giganteggi. Nei secondi, invece, prevale l'impossibilità di scaricare ad altri la colpa dell'insuccesso (istinto naturale: per questo molti tennisti se la prendono con la racchetta...), e la necessarietà di trovare un equilibrio con se stessi prima di poter affrontare qualunque avversario. Ma fin qui, il tennis è come la scherma, il tiro a bersaglio, le immersioni, gli scacchi. Il confronto diretto con un avversario toglie dal novero quegli sport individuali dove non c'è, almeno non immediato, come le gare di velocità o resistenza di qualunque tipo, il livello di dispendio energetico e sforzo atletico tolgono anche gli altri sport di racchetta o altro attrezzo in mano, alcuni anche molto duri per carità ma in spazi e/o per tempi molto inferiori, lasciando il tennis in cima alla classifica degli sport individuali competitivi più duri in compagnia della sola boxe. Non a caso la preparazione atletica di un tennista somiglia alla prepugilistica. L'unica differenza, si potrebbe dire con un'iperbole, è che a tennis non si danno e non si pigliano pugni. Quindi se vi piace quest'ultima cosa, scegliete per voi o istradate i vostri figli alla boxe, altrimenti il tennis è la scelta migliore, per uno sviluppo armonico di mente e corpo, di una persona che è più portata a fare i conti con se stesso e a contare su se stesso, o che ha bisogno di migliorare in questo campo. Se invece ha più bisogno di socialità, ci sono gli sport di squadra, tra i quali si noti non ho mai nemmeno di striscio nominato il calcio, che così com'è gestito e insegnato in Italia perde tutti o quasi i benefici connessi alla pratica degli altri sport collettivi.
Se vi è rimasta la curiosità di sapere perché mai lo chiamino "lo sport del diavolo", ci aiuta la cronaca con un caso limite, di una meccanica però che in maniera meno eclatante si presenta spesso e volentieri, sia a livelli professionistici che sui campi dei circoli amatoriali: una tennista di Hong Kong, in un torneo internazionale anche se non di alto livello, sotto per 6-0 5-0 e match point contro, annulla quest'ultimo con uno smash che colpisce il nastro e va di là per poi schizzare sulla riga, e poi recupera e vince l'incontro (finale 0-6 7-6 6-3). Il bizzarro sistema di punteggio non perdona: a tennis non hai mai vinto finché non hai vinto. E non perché può sempre arrivare un colpo da KO o un episodio fortuito qualsivoglia. Perché l'avversario può sempre recuperare, e anche tu. Negli altri sport non capita.
...
Post scriptum. Nel 1976, l'Italia arrivò in finale di Davis battendo la forte Australia in semifinale a Roma, mentre l'altra semi non si giocava per il rifiuto dell'Unione Sovietica di incontrare il Cile di Pinochet. L'Italia si spaccò in due, lungo una linea però più frastagliata di quella allora netta tra sinistra e destra, o meglio tra comunisti e no. Panatta, ad esempio, veniva ascritto a sinistra, essendo tra l'altro un raro esemplare di tennista proletario, riuscito a fare quel mestiere da ricchi solo perché il padre era custode dei campi. Oggi racconta che fu proprio Berlinguer, segretario di un partito allora maggioranza relativa ma che gli accordi di Yalta imponevano all'opposizione - e di li a poco chi tentò di rompere il blocco (e ci avrebbe anche tenuto fuori dalla consorteria monetarista che sfocerà nello SME prima e nella UE a trazione Euro dopo) fu fermato da pallottole solo apparentemente proletarie, dicevo fu Berlinguer a consigliare ai ragazzi di partire perché nello sport si ricordano sempre solo i vincitori e loro erano l'unico ostacolo tra il Cile fascista e l'albo d'oro della coppa del mondo di tennis. Andarono. Videro. Vinsero. Entrando in campo nel doppio decisivo con una maglietta rossa al posto di quella azzurra.

NOSTRA SIGNORA DELLE DISTRAZIONI

"Riforme. Io comincio dall'ossatura"
Un blog non deve necessariamente seguire la cronaca, non essendo né un sito di informazione né una pagina di social network, tuttavia la sua natura di "diario" pubblico giustifica talvolta lo "stare sul pezzo": quando la cronaca ti colpisce, per raccontare come dove e perché.
Mentre stavo come tutti voi davanti alla TV ipnotizzato dalle immagini di Notre-Dame in fiamme, non ho potuto fare a meno di ripensare a quell'altra volta che mi era capitato di trovarmi nella stessa situazione, l'undici settembre di oramai quasi diciotto anni fa, in uno di quei giorni della vita che ti ricorderai per sempre dov'eri e cosa stavi facendo in quel preciso momento. L'accostamento finisce qui, anche perché stavolta le dichiarazioni ufficiali si affrettano a precisare che si tratta di un banale quanto deprecabile incidente sul cantiere di ristrutturazione. Insomma, stavolta non si tratta di un attentato, mi dico.
Ma perché, l'altra volta si? mi sorprendo a chiedermi. Per rispondermi che le analogie non si fermano qui, e siamo di fronte a due esemplari di "arma di distrazione di massa" di cui si fa prima a elencare le differenze: essenzialmente relative a cosa di preciso facevano comodo a chi o le ha commissionate o ne ha approfittato, e per fortuna al numero di vittime Xmila a zero. Stop. Ma sia allora che ieri, chi fosse dotato di qualcosa tra le orecchie non poteva credere alla casualità, e alla versione ufficiale così frettolosa. E mi fermo qua, è presto per gli approfondimenti.
Ma di due altre cose, mi sorprendo al punto di volerlo ammettere pubblicamente. La prima, di avere sentito la necessità di accompagnare questo post con una vignetta di Charlie-Hebdo, giornale satirico che non mi è mai piaciuto troppo e qualche anno fa è stato vittima di un attacco con troppe caratteristiche della false-flag (di cui, certo, resta dalla parte delle vittime, ma l'esercizio con la satira dovrebbe aiutare a capire chi sono davvero i carnefici), anche se invece so perché non mi sono trattenuto: per il piacere di vedere come la prendono i tanti difensori d'ufficio della libertà di espressione di quando i terroristi islamici cattivi attaccano il baluardo della libertà di sberleffo sacrilego, ora che il baluardo si esprime sul loro cocco turbocapitalista preso tra i due fuochi di una furente opposizione interna da affrontare e una nuova aggressione colonialista da pilotare. La seconda, di trovarmi d'accordo nientemeno che con Sua Antipatia Vittorio Sgarbi, tra i più decisi, anche se non il solo, a rimarcare quanto esagerate e pelose siano le espressioni di tregenda fiorite a grappolo: sarebbe stato meglio che non bruciasse, ma la rifaranno, costerà un po' e ci vorrà un po' di tempo, ma verrà uguale, a meno che non la vogliano rifare diversa (e allora magari faremo due più due e avremo il movente, se non il killer), perché questa è una icona moderna il cui autentico pregio storico/artistico è piuttosto relativo, e diventa minimo se la paragoniamo a gioielli come la cattedrale di Noto o quella di Norcia.
A proposito, non ho ancora sentito nessuno dire una cosa che sono dieci anni che aspetto di sentire: che quando il suo patrimonio culturale collettivo è colpito dalla fatalità uno Stato sovrano dovrebbe poter emettere subito e senza battere ciglio tutta la base monetaria necessaria a ricostituirlo. Fuori da ogni vincolo di bilancio. Oggi riavremmo già L'Aquila in piedi, invece di piangere ancora sulle sue macerie magari guardando una serie TV sull'argomento... Ma qui rischio di ri(s)parlare di Unione Europea, meglio rimandare ad un prossimo post apposito.

ASSANGE CHE NON SEI ALTRO

Alla fine non è che se restasse libero potrebbe fare più danni di quanti ne ha fatti. E anche lì, di che danni parliamo? Conoscete qualcuno che si è stupito di apprendere che i soldati americani sul fronte fanno un po' come cazzo gli pare? Tutti noi da piccoli abbiamo avuto in famiglia dei vecchi che ci hanno raccontato ste cose, nessuna novità, business as usual. E comunque, saperlo o averlo scoperto da Wikileaks, conoscete qualcuno che per questo abbia almeno deciso di non votare mai più per chi non prenda le distanze dall'imperialismo e dalle operazioni di peacekeeping ed esportazione forzata della democrazia? Non sto parlando di un drastico aumento dei rivoluzionari, solo di un accenno di movimento popolare per il ritiro da tutti gli scenari di guerra delle proprie forze armate: lo avete visto?
No.
Quindi, perché dovrebbe fregarvi qualcosa di Julian Assange? In fondo, ha reso pubbliche cose che chi è scetato già si immaginava (tipo le risate di Hillary alla notizia delle brutalità nell'uccisione di Gheddafi) e chi non lo è continua a dormire, e a credere che la  Clinton sia una paladina del progressismo, come pure Macron, Soros, Obama, o qualunque fantoccio si erga a segretario del PD. Così, probabilmente non assisteremo a un altro concerto a Wembley, come Bertani ironizza. Neanche se il Movimento 5 Stelle, fugando i timori di Diba, si schiera apertamente a suo sostegno: non bastano cose del genere a recuperare il consenso perduto, bisogna ricordarsi anche ogni tanto del patto coi propri elettori non solo del contratto con la Lega...
Invece dovrebbe. Lo capite solo se tenete appicciato il ciriveddo, e fate due più due. E' vero che se non fosse stato in qualche modo adiacente al potere che ha deciso di sputtanare non sarebbe riuscito a farlo, quindi è legittimo pensare da sempre che non ce la conta giusta né tutta. Ed è vero che ciò è dimostrato al limone dall'assenza dalle tematiche sputtanate di quelle realmente pericolose per il Vero Potere, 11 settembre in testa. Ma bene o male, in sette anni di clausura in ambasciata, col suo affine Snowden che nel frattempo è riuscito a rifugiarsi in Russia (sancendone il definitivo capovolgimento di ruoli con gli USA in quanto a Patria della Libertà) e a essere protagonista di un filmone ok di Stone ma pur sempre mainstream, Assange è diventato un simbolo. Ed è quello, che vale la pena perseguitare.
Perché tutti devono capire che "non si scherza coi santi" non è un proverbio. E "parlare a nuora perché suocera intenda" non è solo un modo di dire. E nemmeno "punirne uno per educarne cento". Assange non poteva farla franca. Il boss del racket deve, ammazzare il moroso o quantomeno incendiargli il locale, anche se gli è simpatico, anche se il debito è piccolo in assoluto e ridicolo in confronto ai suoi introiti. Deve, perché se per una volta desiste magari altre vittime pensano che si può, sfuggirgli, e altri boss pensano che si è rammollito e magari vale la pena di tentare di rimpiazzarlo. E l'analogia non è esagerata: la filosofia della politica insegna che la formula del Potere è sempre la stessa, e se applicate questo paradigma a qualunque scala, dal vostro nucleo familiare al Pianeta, male non vi fa.
E allora il concerto facciamocelo noi. Ma gli U2 sono da tempo passati al Nemico, Sting se la spassa con Shaggy, e comunque mi sa che di quelli del Mandela Day i tre quarti sono morti o si sono ritirati a vita privata. Si, vale anche per i Pink Floyd, Roger Waters a parte: lui si sa è Dio, quindi è immortale, e sa sempre da che parte è la verità... Noi non abbiamo bisogno che ci controllino il Pensiero.

THAN(AT)OS NON BASTA...

Come che c'entrano le ninfee? Si che c'entrano, lo scoprirete
leggendo tutto il post... Il problema è soltanto: ma quante?
Sta per uscire l'ultimo film degli Avengers, attesissimo anche perché il penultimo è finito... che non è finito. La qual cosa può risultare gravissima, per chi (come me, ma ditemi che non sono rimasto il solo, vi prego!...) non guarda le serie TV proprio perché hanno gli episodi "aperti", come i vecchi "sceneggiati", con eccezione appunto solo per quelle (tipo Montalbano, per capirci) per cui ogni episodio sottotracce a parte è autoconclusivo, come i vecchi "telefilm". Vero è che il complesso dei film dei supereroi Marvel usciti dal 2008 ad oggi ha tante di quelle interconnessioni da andare a costituire una vera e propria saga, e tutto ciò per una precisa scelta produttiva iniziale, tanto che se ne parla come di un universo parallelo a se stante e coerente. Ma la struttura narrativa di ciascun altro film era tale da non impedirne una fruizione accettabile essendosi perso qualcuno degli altri, se non addirittura tutti. Con Infinity war, invece, questa cautela è stata abbandonata, forse perché nelle intenzioni degli autori i due film conclusivi della saga in pratica consistevano in due parti di un unico lungo film. E dunque chi come me ne è uscito scontento e incavolato non aveva che da calmarsi e attendere l'uscita di Endgame (oramai a giorni).
Anche perché il cattivone in fabula, dal nome fin troppo ispirato al termine greco che significa Morte, ha in pratica vinto in modo schiacciante, violando la regola non scritta di questo tipo di letteratura fumettaro-cinematografica che vuole che il trionfo del villain stia al massimo nel sottofinale, mentre il finale sia tutto per la riscossa dell'eroe, magari resa credibile da un paio di metonimie sapientemente disseminate nella trama in modo che lo spettatore le memorizzi subliminalmente. Qui invece l'unica speranza viene rilasciata nel consueto (risaputo al punto da poter distinguere inquadrando le poltrone a fine film, se gli spettatori ne hanno appena visto uno della Marvel o meno) minispezzone seguente i lunghissimi titoli di coda , che vede Nick Fury, in pratica il boss senza superpoteri dei Vendicatori (continuo a preferire il nome italiano, abbandonato temo più per fregola politically correct che per ordinaria esterofilia), azionare un aggeggio prima di sparire (morire?), aggeggio che verrà spiegato trattarsi di una specie di cercapersone intergalattico solo a chi avrà avuto cura di non perdersi Capitan Marvel il mese scorso (oltre che a voi adesso).
Prima che pensiate che mi sia messo a fare recensioni cinematografiche gratis, per giunta a chi non ne ha certo bisogno, arrivo al punto. Con l'approssimarsi del prossimo Avengers, mi si rinnova la domanda che mi ero fatto alla fine del precedente: e ora che si inventano per poter proseguire? Ok, una specie di Superman in gonnella con dentro di sé i poteri di una delle gemme dell'infinito (il Tesseract di Thor, che nei fumetti di Capitan America dei miei ricordi di ragazzo si chiamava Cubo cosmico), gemma che però adesso è in possesso del cattivone, e assieme a tutte le altre! Escludendo, perché credo che in Marvel si possano permettere sceneggiatori capaci di non cadere in errori così elementari, l'ipotesi di conferire a Capitan Marvel un ruolo di Deus ex machina ancora più decisivo (o - peggio ancora, è un espediente così abusato da non poterne più - di trovare un modo per mandare indietro la linea temporale resuscitando tutti), non resta che lasciar svolgere la trama del gioco finale all'interno, dell'universo disegnato dalla vittoria di Thanos. Vedremo se mi sbaglio. Ma qui arriva la secchiata d'acqua in testa, insomma la sveglia!
L'omone violaceo, infatti, non è il Galactus dei Fantastici 4, non divora mondi per sfamarsi incurante del destino dei loro abitanti, ma in pratica si è autoassegnato (della serie "è uno sporco lavoro ma qualcuno dovrà pur farlo") il ruolo di "salvatore malthusiano" dell'universo: interviene in mondi enormemente sovraffollati come il nostro e ne dimezza la popolazione. Così, senza goderne e senza rimorsi: perché è necessario. Come non averci pensato prima! Perché poi la Grande Narrazione, quella che deve farci accettare l'impoverimento generalizzato e la rinuncia a tutti i diritti materiali conquistati in decenni di lotte, dovrebbe tenere fuori il primo dei mass media? D'altronde, merdacce che non siete altro, se vi siete sollevati così in tanti, per la prima volta nella storia dell'umanità, al di sopra dello status di gregge, è solo perché il capitalismo ci ha investito sopra in funzione anticomunismo: lo faceva per la salvezza di se stesso, che vi credevate? Certo, non era semplice, una volta che avete studiato e fatto studiare i vostri figli, convincervi a riabbassare la testa ruminare l'erba e farvi indirizzare dai cani. Ma con la paura, si può. Il debito pubblico. L'ambiente. Gli immigrati. Le epidemie. L'integralismo islamico. L'ideologia gender. Tutto è parte di una messa in scena finalizzata a farvi riaccettare il ruolo di sudditi, e fa niente per quelli che non si piegano: mentre loro invecchiano e muoiono, facciamo che i loro figli crescano reputando normale quello che loro avrebbero ritenuto inaccettabile. Direttamente, perché di alcuni diritti come quello al lavoro non sapranno che l'enunciato e non conosceranno il significato, mentre li disinneschiamo concedendogliene altri non sostanziali e magari funzionali al progetto, come quelli relativi all'identità sessuale. E intanto, perché ogni buona campagna è altamente ridondante, li facciamo vivere immersi in messaggi che subliminalmente li indurranno a riconoscere come normale il destino di annichilimento a cui li abbiamo destinati. E si, anche coi fumettoni al cinema...
Ma c'è un problema. Che scoprirò presto se gli sceneggiatori Marvel hanno identificato o meno, e sarà uno dei criteri di giudizio del film. Immagino che conosciate l'indovinello delle ninfee, quello che recita che "in uno stagno le ninfee raddoppiano la superficie occupata ogni giorno, se impiegano dieci giorni a coprirlo tutto, quanti ne impiegano a coprirne metà?" Non è cinque, prendetevi qualche secondo....
...Esatto, nove. E ora una domanda, facile per chi ha più o meno l'età mia: se oggi siamo quasi 8 miliardi, quand'è che eravamo la metà, quasi 4? Io andavo alle elementari: meno di 50 anni fa. Thanos non ha risolto una ceppa. Forse, una decimazione potrebbe dare ai superstiti qualche chance, di guadagnare abbastanza tempo all'umanità da consentirle di trovare un nuovo moltiplicatore tecnologico prima di tornare in overbooking. Ma per attuarla ci vuole un cattivo molto più cattivo...
L'unica alternativa che riesco a vedere io, ma forse perché a un certo punto come aveva previsto un mio cugino filosofo sono diventato comunista, è l'abbandono del turbocapitalismo imperante in favore di un nuovo socialismo, tendenzialmente mondiale e intanto da applicare "in un solo Paese" alla volta, che tramite il governo politico dell'economia faccia introiettare democraticamente, a dei cittadini resi e mantenuti consapevoli, il modello di sviluppo compatibile con le risorse complessive e il modello demografico necessario a mantenerne la compatibilità. Ma se voi restate tra quelli che, come da condizionamento mentale imposto da decenni, vedono i mostri non appena sentono i termini "comunismo" "socialismo" e "Stato", non lamentatevi del modello (una decrescita infelice anziché una felice, dal momento che la crescita ormai è incompatibile con le leggi della fisica) che vi stanno imponendo progressivamente e surrettiziamente, senza che voi possiate controllarne la portata e le modalità, e comunque comportante per il 99% un livellamento così in basso da mantenere (magari! la quota invece è in aumento, da decenni) metà della ricchezza mondiale nelle mani del restante 1%. Se qualcuno si lamenta, superando i sensi di colpa anch'essi sapientemente insufflati, è meglio si ricordi che oramai siamo tutti perennemente localizzati (bello il nuovo modello di smartphone, eh?!, beh, presto non servirà più manco quello, dalla vaccinazione al microchip per tutti il passo è brevissimo...), se anche ci teniamo in tasca almeno i contanti per il pane...
E visto che siamo arrivati ai vaccini, l'appendice è tutta dedicata ad approfondimenti sul tema, che resta un esempio mirabile di come si possa usare un tema caro a tutti (la salute) per veicolare i peggiori incubi per la democrazia (non è esagerato parlare di "vaccinazismo", no...), arricchendosi smisuratamente alle spalle e sulla pelle di sudditi a cui sono stati tolti persino i diritti più elementari, e costituzionalmente sanciti, sul loro proprio stesso corpo:
  • Il fatto, ovvero da Modena la cronaca del TAR che condanna il Ministero della Salute a mezzo milione di risarcimento danni: ma non era sicuro, l'esavalente?
  • Movimento Roosevelt, ovvero una serie di considerazioni e dati a partire da un caso di autismo post-esavalente;
  • Lameduck, ovvero come e perché ci impongono vaccini a pacchetti anche se sono disponibili quelli singoli con cui sarebbe possibile modulare eventuali obblighi temporanei in maniera duttile e scientifica;
  • Pamio, ovvero lo sciacallaggio sugli immunodepressi (i cui rischi non diminuirebbero sensibilmente neanche con tutta la popolazione che ha fatto tutti i vaccini obbligatori);
  • Blondet, ovvero l'abominio del farmaco blocca pubertà, che non è un vaccino ma aiuta a capire la sintassi del comportamento di tutto l'apparato (il medico che ve lo consiglia per vostra figlia ci sono molte probabilità che abbia preso dei soldi, se no non si spiegherebbe quanto stia diventando di moda il test, peggio di quelli sulla celiachia o le intolleranze alimentari), nonché la correlazione tra questa tematica e il malthusianesimo di cui sopra;
  • Re, ovvero come tutto infatti si riconduca ad una questione di Sovranità (del corpo, della famiglia, dello Stato);
  • Della Luna, ovvero una descrizione plausibile del suddetto disegno complessivo.

IL MEZZO, E IL MESSAGGIO?

...è che a un certo punto impugnano il rubinetto...
Una delle caratteristiche originarie che Internet in quanto canale di comunicazione a se stante sta perdendo, e quindi distingue i navigatori della prima o della seconda ora come il sottoscritto da quelli attuali, è l'essere quello che McLuhan chiamava un media "freddo", richiedendo una elevata partecipazione del fruitore con tutti i suoi canali percettivi. Da notare che, come ricordano i testi, lo studioso al tempo ascrisse, con questi criteri, la televisione ai media freddi, in contrapposizione alla radio che invece considerava un media "caldo". La distinzione teorica è sempre valida, ma col tempo, sotto l'azione degli interessi che ne condizionano lo sviluppo, i media però possono cambiare la loro posizione nel continuum caldo/freddo, anzi: è proprio perché la distinzione teorica ha ancora il suo valore che i cambiamenti nei media costringono a una loro valutazione diversa da quella primigenia. E la cosa non può non valere a maggior ragione per quei media che ai tempi non esistevano affatto, come Internet appunto.
Parlando della radio, ad esempio, che conosco molto bene avendola fatta ai tempi d'oro delle radio libere, mi pare si possa affermare che in quella fortunata e breve stagione fu un media decisamente più freddo di quanto non fosse prima e non sarà mai più dopo. L'intervento continuo e pesante degli ascoltatori, infatti, era decisamente un elemento fondante e caratterizzante di quella esperienza, durante la quale l'espressione "la trasmissione la fate voi" non era affatto un semplice modo di dire come poi è diventato. Non appena fu chiaro, però, che le praterie che si erano aperte grazie ai primi pionieri, che avevano approfittato del fatto che gli strumenti necessari erano diventati accessibili per sfidare le autorità rischiando la galera oltre che il sequestro degli stessi e la vanificazione del sacrificio economico che erano costati, erano pascoli da marketing ben più promettenti delle misere raccolte pubblicitarie nel quartiere che si facevano per aiutare a tirare avanti la baracca, si attivarono quelle tendenze naturali del capitalismo in ogni sua estrinsecazione, che conducono invariabilmente all'accentramento in poche ricchissime mani, e di conseguenza alla massificazione dei contenuti. Alla fine di questo processo, in un decennio circa le radio sono tornate ad essere il più caldo dei media, ascoltabilissime da distratti anzi meglio se così, e infatti quelli come me hanno smesso prima di farla e poi anche di sentirla. Trovo francamente insopportabile il concetto stesso di "singolo", per cui se anche giri la manopola di continuo senti sempre le solite dieci canzoni fino a che loro non decidono che si passa ad altre dieci, chiave di volta di una strategia commerciale che (come chi ne capiva sapeva sarebbe successo, il che dimostra una volta di più che il capitalismo non è vero un cacchio che seleziona al comando i competenti) ha finito per strozzare il proprio stesso mercato. Amen.
Per Internet il processo ha avuto la medesima sintassi: luogo di massima libertà agli albori, quando per fruirne l'utente doveva necessariamente essere attivissimo (non a caso nickname scelto da uno dei primi paladini dell'antibufala, la cui parabola personale non è però sfuggita all'andazzo tanto che oggi lo ritroviamo tra gli araldi del mainstream più efficaci, proprio perché spende la fama di indipendenza di giudizio acquisita prima), resta ancora per molti di noi un media dove se ti dai da fare puoi ottenere gli strumenti per alla fine farti un'idea delle cose molto più ponderata e alla fin fine quindi migliore che non seguendo il gregge nel pascolo televisivo. Ma è solo perché il contenitore è così immenso che c'è spazio per tutti, perché se invece lo si valuta nel complesso si scopre che il flusso delle informazioni è oramai anche li massimamente calato dall'alto, anche grazie a quei social network che hanno prima soppiantato i millanta forum e poi hanno essi stessi seguito la stessa parabola, da nuovi spazi di libertà a nuovi strumenti di omologazione inconsapevole, di tutta la Rete, agendo da amplificatori e acceleratori del processo generale.
Tutto ciò è ancora più evidente restringendo il campo di osservazione alla Rete veicolata attraverso i device portatili, che ormai per comodità possiamo ascrivere tutti alla categoria degli smartphone (la distinzione tra telefonini e tablet si è nel tempo ridotta a questione di pochi pollici). E' vero, in fondo l'accesso è sempre a Internet, ma una volta di più qui si dimostra che "il mezzo è il messaggio", perché lo strumento cambia profondamente il modo di fruizione dello stesso bacino, e non solo per via del proliferare di app che la Rete la usano solo come infrastruttura. La peculiarità è che quando la tecnologia ha iniziato a essere in grado di produrre minicomputer da tasca (ché di fatto questi sono gli aggeggi di cui non riusciamo più a fare a meno) la sintassi di cui sopra era già consolidata e collaudata, per cui ha guidato e indirizzato l'architettura logica del nuovo strumento, anziché intervenire ex post come per i media precedenti. In altri termini, la pubblicità è passata dall'essere l'Anima, del commercio della stampa della radio della TV di Internet, direttamente al ruolo di Fattore: è il dio che plasma il suo adamo dal fango, non quello che vi soffia dentro l'anima. Il risultato è che se, volendo ed essendo estremamente attivi e consapevoli, si può essere ancora fruitori pensanti degli altri mezzi, con questo l'unico scampo è nella fuga: pretende utente stupidi, è concepito per attrarre subito gli stupidi e subito dopo istupidire tutti gli altri che attrae. Perché oramai la democrazia formalmente è percepita come dato acquisito, e non c'è modo migliore per vanificarla sostanzialmente che rendere tutti stupidi. Chi non è stupido e non intende diventarlo non ha scelta: dovendo possedere uno smartphone perché se no oramai si è fuori dal mondo, lo deve usare solo per le funzioni indispensabili.
Tutte queste riflessioni, una volta tanto con pochi link di approfondimento, perché uno dei siti che ormai consulto più di frequente, quello di Blondet, l'altro giorno ha pubblicato questo interessantissimo post, che vi invito a leggere per pensarci su. A me, ha rammentato la traccia di un tema che mi hanno dato come compito in classe alle scuole medie, e quasi del tutto lo svolgimento che feci, profeta delle cose di cui mi sarei occupato da grande. Così, mi è venuta voglia di scriverne la versione 2.0, oltre 40 anni dopo. Spero che mi diate un buon voto, sono tanto intelligente anche se non mi applico...

È IL CAPITALISMO, STUPÌDO!

Visto al cinema il biopic su Stanlio e Ollio , divertente e commovente al tempo stesso, grazie anche alla scelta di inquadrare un piccolo ...