DI MAIO O DI POIO?

Breve avviso ai naviganti: in colonna destra si è aggiunto un nuovo link. Ma non è, come potrebbe sembrare al primo sguardo, quello a Il blog delle stelle, perché quello è il vecchio sito beppegrillo.it che fa redirect, ma quello a Beppe Grillo, che invece è un sito tutto nuovo.
L'Espresso qualche settimana fa, evidentemente avendo avuto da qualche gola profonda l'anticipazione dello scoop della separazione tra gli spazi web del moVimento e del suo fondatore, aveva inteso, magari eseguendo una disposizione del suo editore o magari anche solo interpretandone un desiderio, presentare la notizia come una presa di distanza politica di Beppe Grillo dalla sua creatura, costringendo quest'ultimo a una lunga e articolata smentita. Di tutto ciò non vi linko niente perché è francamente poco interessante, tanto chi vuole trova tutto, la Rete in questo è tremenda. Ma anche se non è, come non è, credibile la lettura dei dipendenti di De Benedetti, è ugualmente piuttosto singolare che Grillo senta l'esigenza di recuperare una sua voce, uno spazio che gli consenta di spaziare tra tutti gli argomenti a cui tiene, proprio alla vigilia delle elezioni più importanti della vita del movimento 5 stelle. Vero è che è proprio in questo periodo che il blog doveva concentrarsi sulle tematiche inerenti la campagna elettorale e quindi lasciava ben poco spazio ad altro, ma è vero anche che probabilmente l'esigenza di Beppe è probabilmente annosa e comunque poteva aspettare un altro mese e mezzo per essere soddisfatta. Non può dunque essere un caso, e se pure rigettiamo con sdegno le maldicenze piddine, può essere percepito come un dovere cercare una spiegazione alternativa, per chi sostiene apertamente seppur dall'esterno il movimento grillino fin da dicembre 2012 come fa questo blog.
Non essendo nella testa di Grillo, provo a ragionare con la mia, hai visto mai la perplessità che mi viene sia anche la sua, e sennò comunque l'ho detta. Quando Virginia Raggi cominciò a correre per sindaco di Roma, la mia opinione esplicita fu che i grillini erano caduti in una trappola: Roma era infatti un buco nero di proporzioni tali, ben oltre il dichiarato e ancora oltre quanto scoperto in questi anni, che nemmeno un supereroe ottenuto mischiando Cristo Buddha Gandhi e Roosevelt avrebbe avuto una chance di otturarlo. Infatti, gli altri stavano evidentemente correndo a perdere. Adesso hai voglia a ripetere sul blog i risultati ottenuti, mentre tra l'altro tutto il mainstream sguazza su quelli non ottenuti magari anche mentendo ma comunque tacendo sul fatto che non erano umanamente ottenibili, il vulnus iniziale è ancora lì a pesare come un macigno: non si può governare una metropoli coi problemi di Roma, creati e aggravati da altri quanto si vuole, se non hai in mano la leva della sovranità monetaria nazionale per trovare le risorse con un fiat e la leva della giustizia per mettere fuori gioco i corrotti e disincentivarne l'ulteriore proliferazione. Cioè, se non vai prima al governo nazionale. Questo lo scrissi allora, e anche se avrei preferito avere torto, purtroppo avevo ragione. Ora la cosa si ripresenta.
Di Maio infatti è stato eletto candidato premier con una votazione che, per quanti aspetti discutibili abbia, è di gran lunga la più democratica del panorama politico, le primarie del PD essendo null'altro che una pagliacciata talmente colossale da far rimpiangere le tessere della DC delle correnti, e gli altri partiti essendo tutti verticistici nessuno escluso (vedi bacchettate di Grasso alla Boldrini, ad esempio). Ed è stato scelto probabilmente proprio perché, se l'obiettivo è portare il moVimento dal 30 per cento alla quota che serve per, e dall'isolamento all'apertura che serve per, governare, è lui probabilmente il personaggio più adatto. Con ogni probabilità, infatti, riuscirà nel miracolo di mantenere quasi tutti i voti dei grillini della prima e della seconda ora, me compreso, e però magari raccogliere dei voti da dove senza di lui non arriverebbero mai, sinistra forse destra probabilmente astensione magari (che è da li che possono arrivare le vere sorprese, e questo ad esempio un volpone come Silvio lo sa benissimo sennò si godeva la vecchiaia alla finestra). Quello che non si sa, e non si saprà fino al 5 marzo, e se ciò avverrà in misura sufficiente a costringere Mattarella a conferirgli l'incarico, e a far bastare a Di Maio l'appoggio di una formazione piccola per avere la fiducia del Parlamento, il che agevolerebbe non poco le consultazioni (leggi: le trattative). Se le cose stanno così, però, qual'è il problema, allora?
Il problema è che Giggino, per ottenere ciò, ha concesso, tra le tante cose che poteva concedere, una cosa che non poteva, perché comporta darsi un limite pratico invalicabile. Lo stesso con cui è andata a sbattere Virginia. Non si può, infatti, attuare neanche una frazione del programma espansivo che è necessario all'Italia adesso, e infatti gli elettori vogliono (al punto che anche tutti gli altri schieramenti ne hanno uno, sennò chi li vota?), quindi nemmeno i 20 punti di Giggino, senza riprendersi la sovranità monetaria. Le coperture di cui parla Giggino non si allontanano abbastanza dalle consuete fesserie che rabberciano i politici di ogni tempo, e massimamente quelli dell'era Euro, per pigliare per il culo i gonzi che vogliono credere alle loro promesse elettorali. Io lo voto, e voi dovreste votarlo, per due ragioni:
  1. perché spero vivamente, anche nel timore che il mio sia solo un wishful thinking, che abbia detto quello che ha detto sull'Euro (più o meno: non è più tempo di uscirne, l'asse franco-tedesco si è incrinato, noi rinegozieremo i parametri UE e solo come ultima ratio ricorreremo al referendum) soltanto per da un lato raccattare qualche voto anche tra i tanti terrorizzati dagli scenari apocalittici agitati ad arte dai propagandisti di regime (e del tutto irrealistici) e dall'altro perché l'unico fattore che può effettivamente favorire quegli scenari è annunciare con largo anticipo di voler uscire, da un sistema di cambi fissi - si tratta invece di una cosa che va fatta e basta, magari nottetempo, e smentendo con fermezza l'intenzione fino alla sera prima;
  2. perché uno degli argomenti forti a favore della cessione di sovranità era che ciò avrebbe creato un ambiente sfavorevole alla corruzione in politica, considerata da noi fenomeno endemico - l'argomento è ormai da tempo sputtanato, se è vero come è vero che in trent'anni di avanzi primari, cioè di sottrazione di ricchezza netta ai cittadini, l'unica voce che non ha conosciuto crisi è la corruzione, i soldi per riparare un binario non ci sono, quelli per le mazzette, connesse o meno a grandi opere, si trovano sempre, e in questo, ancora e fino a prova contraria, i grillini sono gli unici a distinguersi.
Detto questo, non basta essere onesti se non si riprendono in mano le leve della politica monetaria e quindi economica. Grillo lo sa. E Di Maio? Sta solo tentando di finalmente andare a governare, o si sta adeguando al monopensiero ultraliberista? Lo vedremo dopo il 4 marzo, dopo aver fatto il nostro dovere di patrioti concedendogli un'apertura di credito.

11. QUESTIONE DI NASO (E NON SOLO)

Devo ammetterlo, mi è piaciuto proprio pubblicare i racconti di Chi c'è c'è, quando derivati da un testo di canzone, assieme al testo da cui derivano: è un esercizio di stile filologico, fine a se stesso e pertanto istruttivo e forse divertente (con  Sushi Marina ancora nelle mani dell'editore, mi pare inoltre un buon modo di tenerne "caldi" i potenziali lettori). Stavolta, la mente da cui attinge il "geestre" è quella di un astronauta francese, mentre le canzoni da cui il racconto è tratto sono addirittura due: quella omonima è pensata su un giro rock acustico tipo flamenco con finale ad libitum, l'altra (addirittura dell'82, avevo diciott'anni, che vi devo dire? forse avevo visto Bergman in un qualche cineforum: ai tempi si usavano...) su un giro di chitarra acustica veloce alternando uno cantato a uno strumentale, ma come le altre entrambe sono musicabili a piacere da chi mi chiedesse di poter usare il testo...

11. QUESTIONE DI NASO

Mi successe la prima volta ai tempi dell’università. Stavo arringando un compagno, innamorato perso di una stronza di Butte-Chaumont, con un discorso che suonava più o meno così:
 ...vedi, non c’è migliore avventura di quella che non riesci a viverla. Se un sogno riesci a viverlo è finito, sia come vita che come sogno. Se poi ha come oggetto una donna, sei finito anche tu. Alle donne non bisogna mai credere fino in fondo. Poverine, non è colpa loro: molte ci credono, a quello che dicono; solo che poi cambiano idea. La maggior parte ci restano fregate esse stesse, ma solo una volta o due, poi imparano a conoscersi e a gestire la cosa più consapevolmente (a parte le più sceme, poche in verità, ma quelle hanno un’elevatissima probabilità di restare sole: chi non può ferirci non ci piace). E’ per questo che pure noi uomini dobbiamo imparare al più presto la lezione: non credere mai del tutto a quello che dicono o che sembrano. Non appena sei certo di qualcosa, sei fottuto. Perdi il discernimento, lo dai per scontato, e non ti accorgi che non è più com’era, se mai lo era stato: ciò è vero sempre, con le donne è vero il doppio.
In realtà era accaduto che una compagna di corso mi aveva regalato un mese e mezzo di sesso ad altissima temperatura, ogni notte ore ed ore di amplessi in tutte le posizioni, e non era mai sazia: quello che avevo sempre sognato. Mi sentivo davvero uomo, per la prima volta. Ma non le era bastato: siccome con tutto il tempo che passavamo insieme ce ne restava anche molto per parlare, lei un po’ mi si apriva completamente, raccontandomi dei genitori separati (come i miei!), della malattia lentamente letale della madre, e della sua voglia di mettere su prima o poi una famiglia come si deve (proprio come me!), un po’ mi caricava, come si fa con un pugile prima dell’incontro. Cioè, mi diceva che non riusciva a trovarmi un difetto, che ero bello (io!), che a letto ci sapevo proprio fare, che la facevo sballare, che non aveva mai fatto l’amore così bene (e la ragazza doveva avere una certa esperienza, in effetti), che mi amava... Proprio così: mi amava.
Ora, va bene una certa naturale cautela a parlare d’amore…: che poi, cos’è l’amore, a voler stringere? Intendo, tra un ragazzo e una ragazza? E’ una specie di cocktail tra sesso, amicizia, e progetti per il futuro, più una spruzzatina di un non so che di irrazionale. In altre parole, se due si trovano molto bene a letto, si vogliono bene, parlano di tutto con sincerità, si aiutano, si interessano dei rispettivi destini, fanno progetti comuni, insomma se questi due dicono che si amano sarà anche vero! Così dopo qualche giorno di quel trattamento avevo sbracato completamente: avrebbe potuto dirmi che il cielo era a pois e le mucche volavano e le avrei creduto, chiedermi di seguirla in Corsica come su Alpha Centauri e l’avrei fatto, ripudiando pure mio padre e mia madre se fosse stato necessario. Chi è che non mi può capire?
Poi un bel giorno, alle quattro del pomeriggio, dopo che avevamo scopato tutta la notte nella sua stanza a Boulogne (divideva un appartamentino con un’altra studentessa corsa), e che giurando che era stata la notte migliore della sua vita aveva voluto rifarlo alle dieci del mattino, improvvisamente mi disse che era tutto finito, che era stata solo un’infatuazione e che le dispiaceva di avermi illuso. Non mi ha dato nessun’altra spiegazione, anzi non mi ha mai più voluto parlare a quattr’occhi. Sarà che io in quel periodo già ero uscito male da una storia precedente, ed avevo voluto a mio rischio e pericolo credere a quest’altra forse perché ne avevo bisogno, sarà: tant’è che non dormii né mangiai per due settimane, in cui mi capitò un paio di volte di pensare sul serio al suicidio.
Quindi non c’era quasi niente di strano che io ora facessi quella paternale al mio amico: in realtà la stavo facendo a me stesso, come spesso capita in questi casi. La cosa strana fu che mentre dicevo quelle cose mi sentii come sdoppiato, bello assiso ad un paio di metri da noi a vedermi parlare. Ebbene: ero preciso identico per mosse e frasario ad un mio vecchio zio, quella volta che mi portò al parco, da bambino, e invece di farmi giocare mi raccontò sotto forma di storia le sue pene d’amore.
Mon oncle Jean-Louis diceva che la vita non bisogna tentare di capirla col cervello, ma col naso. Non guardarla, cioè, ma odorarla. Perché ogni volta che pensi di aver capito e sei tranquillo, ogni volta che ti rilassi e sorridi, sereno fino al profondo del tuo animo, allora succede qualcosa che ti smentisce, ti sveglia, ti costringe a mischiare le carte, e guai se non sei pronto. Era già un uomo di altri tempi quando l’ennesima ragazza di cui si era innamorato perdutamente - di molto più giovane di lui - lo aveva piantato in asso dopo averlo illuso con parole d’amore e averlo convinto a sposarla, e senza ancora essersi concessa: lui le aveva creduto, quando lei gli aveva detto di essere vergine, che la prima volta voleva farlo con lui, ma al momento giusto. Lei però intanto scopava a destra e a sinistra, come tutte le sue coetanee della Parigi fin de siècle, e non ci volle molto per venirlo a sapere. Soffrire ancora? No, proprio no: stavolta lui si era rotto i coglioni sul serio. Giurò, e mantenne, che sarebbe rimasto da solo per sempre.
Quando cominciava a parlare, spesso si perdeva in divagazioni, e apriva ellittiche che si scordava di chiudere, in un intreccio di trame di cui si perdeva il controllo e l’origine, senza che però il tutto perdesse di interesse. Quella volta mi raccontò la favola di un vecchio che camminava per una strada tutta sua, padrone soltanto di tutto ciò che riusciva a portare con sé, incurante degli sfottò dei giovani sfaccendati in cui si imbatteva, che attirava per via del suo aspetto stralunato. Volendo disegnare su una mappa i suoi spostamenti nessuno avrebbe potuto trovare un senso logico al suo percorso, tanto che l’unica sintesi possibile era che “errasse senza meta”.
In realtà la sua meta non era riconoscibile solo perché non era di quelle “solite”, intelligibili col senso comune, verso le quali quindi il percorso appare lineare: Dio, la Fede, la Speranza, l’Ultima Frontiera, la Verità, la Filosofia di Vita, il Nirvana, la Famiglia e i Figli. No, il vecchio aveva una strada precisa da fare, ma dentro di sé, e quando arrivò alla Meta, la sola vera meta di tutti noi, lui fu l’unico pronto alla bisogna.
Si sedette ad un tavolino, ed attese che la Grande Puttana facesse la sua prima mossa, che - si sa - tocca sempre alle donne. Poi cominciò a giocare la sua onesta partita. Iniziò rintuzzando facilmente gli attacchi dell’Amica di tutti, quindi l’attaccò a sua volta, e solo dopo mille e mille ancora mosse, quando la partita era patta da un pezzo, ben sapendo che la Nera Notte non poteva istituzionalmente contemplare la possibilità che si stava delineando, cioè perdere, allora, con una tattica geniale, ...si fece praticamente scacco matto da solo, lasciando sbigottita Signora Morte di fronte alla sua ultima imprevedibile mossa. Non poteva vincere, questo lo sapeva già prima. Ma non era stato sconfitto. E quando Lei aprì il suo mantello le sue capienti braccia erano protese in un abbraccio d’amore, come così raramente oramai le capitava...
Cosa potesse capire un bambino di otto anni di una favola del genere non lo saprei dire neanche adesso, ma mi ricordo che lo ascoltavo attonito, in silenzio perfetto, ed a bocca aperta, cosicché Jean-Louis suscitò l’invidia di tutte le mamme, nonne e baby-sitter che stavano impazzendo lì intorno nel tentativo vano di controllare la naturale effervescenza dei miei coetanei.
Dopo quella volta all'università, mi successe di nuovo di impersonare mio zio Jean-Louis, ed ogni volta ero più consapevole e con maggiore controllo. Quello che mi veniva meglio era il pezzo che attaccava con “è questione di naso, capire la vita!”. Il mio problema, però, era un altro: Jean-Louis era davvero quello delle sue storie, io recitavo, o al massimo inconsapevolmente assumevo quel comportamento.  In effetti, per restare dentro la stessa metafora, il mio naso era piuttosto intasato, ed il mio “raffreddore” perenne ha continuato ad impedirmi di evitare le fregature. In comune con Jean-Louis, veramente, ebbi solo la scelta di restare single, e forse è stato meglio, vista la fine che abbiamo fatto sicuramente noi di Exodus, e forse tutti gli altri sulla Terra. Per tutto il resto, non sarò mai come lui, lo so.
Jean-Louis ogni mattina, splendido ottantenne, ancora snello ed elegante, se ne andava a piedi fino al quartiere latino, si sedeva al solito bistrot di una vita, e chiacchierava con i pochi amici ancora vivi, con gli studenti della vicina Sorbona presso cui ormai era arcinoto, e con quei turisti che incuriositi si fermavano ad ascoltare. Poi, passeggiando, rincasava, più preciso dell’orologio a cipolla che teneva nel taschino. Un giorno, forse perché aveva subodorato che qualcosa nel suo corpo gli avrebbe presto impedito di essere totalmente libero e indipendente come sempre, allungò la camminata fino alla Senna, e scelse quel tratto di quai vicino alla statua della Libertà, il più vicino tra quelli meno incasinati, un tratto in cui la sponda è dolcemente scoscesa, di erbetta curata, per lasciarsi semplicemente scivolare in acqua. Senza parole, stavolta. Come dire, in punta di naso.
QUESTIONE DI NASO
È questione di naso capire la vita
- disse il vecchio al nipote nel parco –
e mi bruciano gli occhi se guido di notte, e la notte è lontana,
e non so se ho guardato davvero.
Il lamento sospirato della vita mia
è lo scontro ininterrotto con la fantasia.
Ogni volta che ho riso son stato smentito,
e ogni volta che ero tranquillo,
e ogni volta che ero sicuro di averci capito qualcosa
sono stato costretto a mischiare
le carte.
Lei
mi ha portato a parlare d’amore,
mi ha lasciato con un palmo di naso,
quello di su,
e con meno di un palmo di quello di sotto
posto sopra le cose che mi sono rotto,
così…
È questione di naso capire la vita
- disse il giovane al compagno di scuola
ripetendo a memoria le frasi e le mosse del vecchio parente,
inventando ricordi e credendoci -
l’avventura più bella è quella che non hai,
alle donne, alle donne non credere mai.
Ogni volta che ero certo di qualcosa
quel qualcosa è andato a puttane
E ho evocato il fantasma di come ero prima di avere una donna,
ma ci ho perso e si è impossessato
di me.
Lei
mi ha servita soltanto a una cosa:
mi ha convinto di avere buon naso,
quello di giù,
ma è bastato soltanto a rinviare di un mese
il ritorno in cantina, con più l’interesse
del sei…
La scenetta nel parco si fa più patetica:
il nipote sostiene il nonnino,
ma vicino alla casa di cura c’è un lago che dicon fatato,
vi si vede la verità nei cerchi.
Si, lo specchio incantato non fa confusione,
dice: vecchio e nipote son la stessa persona.
È questione di naso capire la vita,
specie per chi non guarda le stelle
e non vede di notte ma teme sia peggio la luce infinita,
ed io son quasi sempre col naso
otturato
intasato
raffreddato
costipato
bloccato
irritato
otturato…

IL VECCHIO
Il vecchio passava per la strada un giorno
e pensarono “guarda un po’ come sbarella!”,
la strada che faceva non aveva ritorno,
la strada che faceva era la più bella:
“non andava verso Dio,
non andava verso la fede,
la sua meta non era la speranza”
ci racconta chi lo vide.

Ma il vecchio continuava il suo cammino
incurante di tutti e con il passo incauto,
non si ricorda che un giorno era stato fermo
e quando andava era come se seguisse un flauto:
“non andava verso il confine,
non cercava la verità,
non credeva neanche alla filosofia”
ci dirà chi lo vedrà.

Chissà quando arriverà all'appuntamento
che ha dato cent’anni fa alla sua sorte,
chissà se vincerà la sua eterna partita
che sta giocando ormai da anni con la morte:
“non voleva perdere mai
perché era un grande campione,
ha vissuto soltanto centun’anni
ma ha vissuto da leone;
rispondeva ad ogni mia mossa
e correva sempre più forte,
ho provato migliaia di modi per fermarlo
- ci dirà signora Morte –
ma quel vecchio maledetto
prima dello scacco matto
ha da se fermato il cuore dentro al petto:
non è stato mai sconfitto”
...

NEI PANNI DEL GRANDE VECCHIO

Più volte su queste pagine ho sostenuto che postulare l'esistenza di un Grande Vecchio è un pelo superfluo per il rasoio di Occam, dato che sono sufficienti le tendenze naturali del capitalismo a spiegare come e perché in un sistema economico la ricchezza tenda a concentrarsi in pochissime mani incurante persino della sopravvivenza sia fisica dei non favoriti sia del sistema in sé, e che quindi il capitalismo può essere utile all'umanità solo se imbrigliato in regole che lo costringano a pensare sia agli uni che all'altro, cioè sotto la tutela del socialismo.
Il Grande Vecchio è però un espediente retorico efficacissimo, e non c'è niente di male a ricorrervi, specie se si mettono le mani avanti sulla sua natura "letteraria", magari calzandone i panni come faccio io adesso per togliere ogni altro dubbio. Anche questo l'ho già fatto, oggi mi serve per chiarire come si possa ritenere che l'immigrazione debba essere regolata in un modo molto diverso da quello usato finora e non per questo meritarsi l'iscrizione automatica al novero dei razzisti brutti e cattivi.
...
Eccomi qua, sono gli anni 60, e gli esseri umani sono come sempre bestie bruttissime: se li fai stare un po' meglio, non è che si ricordano di quando stavano peggio (e manco a dire che è passato tanto tempo: era dieci o vent'anni fa, praticamente l'altro ieri, il drammatico dopoguerra...) e ti ringraziano, no, si abituano subito ai nuovi standard e li considerano gradini su cui salire per chiedere di più, e aumenti di paga, e meno ore, e diritti su diritti...! Per non parlare dei loro figli, tutti parcheggiati all'università fino a 30 anni a non fare un cavolo, perchè i genitori li vogliono tutti dottori, sia mai si dovessero sudare il pane, ma com'è che nessuno capisce che un esercito di soli graduati non può esistere perchè se esistesse perderebbe tutte le guerre? Si salvano che c'è la guerra fredda e oltrecortina ci sono quegli stronzi di comunisti che continuano a imbottirgli la testa di idee del cacchio, siamo tutti uguali (si, sta minchia, che i funzionari di partito sono "più uguali degli altri"), sennò sai i calci in culo!...
Ora sono gli anni 90, il comunismo è crollato (siamo stati bravi a strangolarlo con la corsa agli armamenti, non c'è che dire...), ora la vedranno. Certo, non posso azzerargli tutti i privilegi da oggi a domani, hai visto mai si incazzano... No, non lo faranno, chi ha il culo pieno non la fa, la rivoluzione, però c'è sta cosa che mi ero inventato per dire che si può essere eguali anche da noi, ma per diritti e opportunità non per imposizione statale (ché la competizione è umana, non è appiattimento), come si chiama? Ah si, "democrazia", bella porcheria, ma mi dà legittimazione, non gliela posso levare tutta assieme, prima la devo svuotare di senso pian pianino...
Come? Beh, il mondo è pieno di straccioni morti di fame, che farebbero quasi gratis quello che questi se non gli dai quattordici stipendi all'anno (e le ferie pagate, la cassa mutua, gli aumenti...) col cavolo che te lo fanno. Il mio vecchio amico Marx li chiamava "esercito industriale di riserva", oggi le cose sono un po' più complesse, ma insomma Carletto era dei nostri, un economista classico, e non era mica scemo... Faremo così: da un lato, crisi dopo crisi, convinceremo chi (ancora) lavora che non è aria di ulteriori rivendicazioni, si guardasse in giro e si ritenesse fortunato, dall'altro, agevoleremo in ogni modo il processo di globalizzazione di tutti i mercati, quello del lavoro arriverà per ultimo per via della sua naturale rigidità (la gente è più difficile da spostare dei soldi e delle merci), ma si adeguerà. Prima facciamo arrivare quelli che fanno lavori che gli autoctoni non accettano più di fare, o di far fare ai loro figli: edili, badanti, raccoglitori agricoli, cose così. Poi, intanto che gli imprenditori, complice l'allargamento dell'UE, cominciano a delocalizzare, facciamo arrivare la manovalanza per quelli che ancora (per natura del prodotto o per loro cocciutaggine) mantengono la produzione nel Paese, nonostante le politiche monetarie che abbiamo concepito apposta per debellarli. Poi dall'allargamento dell'UE a est arrivano gli artigiani, che mettono fuori concorrenza i nativi, peraltro sempre più vecchi e senza rimpiazzo (i figli tutti dottori, dicevamo). Al commercio ci pensano i cinesi, che a tutti piace pagare poco le cose e quasi nessuno pensa a cosa questo comporti (sennò non avrebbe funzionato il piano "low-cost contro compagnie aeree di bandiera"), e quando si ritroveranno a lavorare da garzoni nel già loro bar comprato da Lin, a una paga inferiore a quella che davano a lui, sarà troppo tardi (e a proposito di cinesi, ascoltiamo i consigli di Barnard, facciamo imparare ai nostri figli la lingua...). Quando faremo arrivare i disperati veri, in maniere così inumane che devi essere un bruto per restare insensibile, nessuno capirà che siamo stati noi a creare i presupposti della loro disperazione prima, a organizzare con gli amici mafiosi il drammatico trasporto poi, e a scrivere il copione da far recitare ai politici di destra e sinistra e ai loro sgherri giornalisti, in modo da appassionare gli spettatori. Ma alla fine, in un modo o nell'altro, l'obiettivo sarà raggiunto: i viziati europei, i viziatissimi italiani, saranno stati rimpiazzati. Morti quelli che ancora ricordano i tempi del welfare-State, tranne i pochi che avranno raggiunto l'età della pensione (che peraltro dovranno girare per intero a qualcuno che gli lavi il culo e gli pasci la pappa), i loro figli che non riusciranno a sopravvivere della loro rendita, specie immobiliare, se vogliono campare o si adeguano al nuovo mercato o emigrano. Ma quest'ultima è una soluzione soltanto temporanea: il livellamento previsto li raggiungerà, loro o i loro eventuali figli.
...
Esco dalla parte, e riprendo a ragionare con voi. Tra cui più di uno, specie quelli di matrice centrosinistrica, avrà già pensato "eccolo finalmente approdato a Salvini, via Grillo, questo fascistone che per qualche anno ci era sembrato dei nostri". Ma con me non attacca. La retorica del buonismo ha spesso usato l'argomento "quando i migranti eravamo noi", per predicare accoglienza umana. Gli italiani in America spesso venivano trattati come bestie, all'ingresso, anche se poi trovavano presto il loro modo di sfruttare gli spazi che offriva il nascente Impero in crescita; i meridionali in Europa o in Altitalia avevano il loro bel daffare contro il razzismo con cui venivano accolti, ma finirono per terronizzare il nord almeno tanto quanto polentonizzarsi loro. Ma anche allora per essere davvero nel giusto bisognava ragionare su due binari, e sul primo metterci la pietà umana che meritavano e la stigmatizzazione di chi gli riservava tutt'altro, ma sull'altro orientare la rabbia correttamente, verso chi aveva creato le precondizioni per il loro migrare, ché nessuno di loro era contento di partire, nessuno.
Qua non di "aiutarli a casa loro" si tratta, no, si tratterebbe invece di rimuovere ogni causa storica ed economica (il binomio è tautologico, lo so) li costringe a emigrare, a iniziare dalla terza guerra mondiale strisciante e a finire col neocolonialismo passando magari per la riduzione al minimo dell'avamposto occidentale chiamato Israele. Dite che è una cosa lunga, che l'accoglienza invece è qui e ora? Certo, ma avendola iniziata quando si doveva, cioè almeno trent'anni fa, oggi non avremmo bisogno di accogliere nessuno, se non magari turisti da un nordafrica in via di sviluppo. E allora non si è iniziata con lo stesso argomento che si usa per non farlo adesso, che l'accoglienza invece è qui e ora. Che è assieme l'alibi per le nostre coscienze, lo strumento per sentirsi migliori dei cosiddetti razzisti (magari approfittando del fatto di avere la casa in quartieri dove non si è costretti al confronto quotidiano con gli immigrati, spesso non integrati per scelta, difensiva o offensiva che sia), e la scusa per continuare a non prendere posizione contro le politiche che hanno creato e alimentano il problema. Che poi sono le stesse che alimentano tutti gli altri nostri problemi, e sono esattamente quelle che ha sempre seguito il centrodestra, e a un certo punto ha sposato con convinzione ancora maggiore il centrosinistra, ma questo è un altro discorso, da affrontare autonomamente, che ad arrivare fin qui oggi sarete stati in cinque.
Se però qualcuno ha ancora voglia di leggere, segua questi approfondimenti (almeno il testo, se non l'ipertesto):
  • Spataro, ovvero quanto detto sopra ma scritto meglio, sia con maggiore analisi punto per punto, sia con maggior sintesi, condensata nel titolo "il diritto di non emigrare";
  • Fusaro, ovvero il piano capitalista di deportazione degli schiavi (leggete qui Bresolin se non ci credete) in sostituzione del popolo europeo, detto fuori dai denti - e il fatto che si tratti di una cosa concreta è dimostrato proprio, paradossalmente, da chi tenta di confutarla tacciandola del solito complottismo, come vedete da soli leggendo questo articolo del Post di sofrino sul piano Kalergi;
  • Monbiot, ovvero stringi stringi è questione di risorse complessive del pianeta, per cui da un lato è doveroso rivedere al ribasso il modello di consumo occidentale, ma dall'altro neanche una sua omologazione al ribasso per mera media ponderata per il 99% degli abitanti della Terra sarà sufficiente a evitare la catastrofe, al massimo la rimanderebbe di un paio di decenni, e intanto però avremmo perso tutte le conquiste occidentali dall'umanesimo in poi, cultura e civiltà in primis;
  • Murray, ovvero attenzione che quando sarà palese a tutti gli europei (non solo ai pochi che l'hanno capito da subito, e ai sempre di più che lo stiamo capendo da un po') qual'è l'obiettivo del turbocapitalismo globalizzato, anche a loro qualsiasi reazione apparirà legittima, è già successo negli anni 20/30 e niente impedisce che accada di nuovo;
  • Cabras, ovvero c'è chi (e non è dei "nostri") ci mostra una delle strade da praticare: condonare i debiti africani a miliardi;
  • infine ancora Fusaro, ovvero che lo ius soli sia un'idiozia storica lo diceva persino Leopardi - qui ne abbiamo già parlato per esteso, per chi ha ancora voglia di leggere, ma in breve la questione è questa: il provvedimento alla fine trombato (tanto per cambiare, per mano dei suoi stessi promotori) in Parlamento non era un vero e proprio ius soli, te lo spiegavano gli stessi piddini se provavi a obiettare che lo ius soli vero chi ce l'ha spara alla gente alla frontiera, ma veniva etichettato così sia per propaganda interna (a favore dei terzomondisti a ogni costo con casone in centro, vedere Come un gatto in tangenziale please) che per dipanare il vero effetto voluto, cioè far credere ai disperati che qui c'è, ammorbidendone le resistenze alla deportazione di massa in corso. In altre parole, se si voleva davvero aiutare quelle situazioni al limite dell'assurdo che si citano per tacciare di razzismo becero chi si oppone allo sbrago, bastava un intervento legislativo più mirato e meno pomposo, probabilmente approvabile in breve e a larga maggioranza. Ma non si voleva, si voleva invece fare soltanto quello che si è fatto: le solite chiacchiere, per fingere di avere ancora una identità di sinistra mentre si persegue ferocemente e pertinacemente una politica economica e monetaria di destra.

WHAT'S IN YOUR HEA...RT

Mentre vi confezionavo il solito pippone anticapitalista, che non temete vi propinerò nei prossimi giorni, sono stato come tutti colpito dalla notizia della morte improvvisa di una di quelle personalità artistiche che si stagliano dalla propria epoca. Dolores O'Riordan non è entrata nel club 27 ma coi problemi che aveva ai tempi (anoressia, bipolarismo) ci è andata vicino. E' comunque morta giovane (per gli standard attuali a 46 anni lo si è tutti, specie poi se si ha un aspetto minuto come il suo) e "per un malore in una stanza d'albergo", come troppi siti hanno riportato, quasi ostentatamente citando una formula che vuole significare qualcosa senza volerlo o poterlo dire, e rinforzando il dubbio con altre virgolette a guarnire nel ricordarla la causa dell'annullamento dell'ultima tournée: "mal di schiena".
Chi vi parla è di quella generazione che scavallò la trentina proprio mentre uscivano i primi album dei Cranberries, la band cui Dolores diede fama e identità, essendone anche autrice dei pezzi, col suo stile inconfondibile. Erano tempi in cui il noleggio libero dei CD consentiva ancora a nuovi talenti di emergere senza dover passare dalla macina omologatrice dei talent show, ma lei non ebbe bisogno della curiosità e del passaparola degli appassionati allora, come non avrebbe avuto bisogno di Internet o di X Factor oggi: con la sua voce e il suo modo di modularla inedito e unico (e poi imitatissimo, a cominciare dalla nostra Carmeluzza degli inizi, ma inarrivato perché inarrivabile) avrebbe "spaccato" in ogni epoca. E allora spaccò: le classifiche, le orecchie, i canoni estetici (anche fisici). E i cuori di chiunque la ascoltava la prima volta. Perché la sua voce spaccava il cuore, facendoti toccare con mano le emozioni e i sentimenti che le canzoni cantavano, ben oltre di quanto sarebbero potuti riuscire parole e musica.
In fondo metto alcuni video, a beneficio di chi sa e vuole ricordare, ma anche di chi non sa e vuole scoprire. Ma è qui, sullo spaccare il cuore, che viene in mente l'accostamento giusto per questa morte, a prescindere dalle cause che forse un giorno ci diranno (ma tanto a che serve?): non Kurt Kobain nè Janis Joplin, non Jim Morrison nè Amii Winehouse. E' a Mia Martini che occorre pensare, e non perché sono entrambe morte da sole in una stanza, ma perchè Dolores (nomen-omen) e Mimì avevano in comune la capacità di squarciarti l'anima, mostrandoti la loro, appena aprivano bocca.








IL MIO NEMICO

"io da grande volevo essere il posto fisso"
Quo vado? di Checco Zalone è un film che oltre che ridere (tanto) a me ha fatto incavolare (tantissimo) al cinema, e di nuovo ieri sera che l'hanno passato in TV (in chiaro, quella a pagamento non mi avrà MAI). Mentre sembra prendere in giro l'etica "da Prima Repubblica" del suo protagonista, infatti, l'accoppiata Medici/Nunziante sferza, non so quanto consapevolmente ma a me piace pensare di si, proprio la nostra acquiescenza al credo della Seconda Repubblica e ai dogmi della UE, cioè della globalizzazione, che ci ha indotto a buttare (anzi, magari averlo fatto davvero...) assieme all'acqua sporca della corruzione e del fancazzismo anche il bambino del diritto di ciascuno a una esistenza libera e dignitosa, che pure sarebbe nella nostra (settantenne da pochi giorni) Costituzione.
Di oggi è invece la notizia che anche un vecchio comunista come Ivano Marescotti si è arreso all'evidenza che oggi chi abbia a cuore la sorte del popolo italiano non può che votare 5stelle, accantonando ogni giudizio di dettaglio. Il 4 marzo prossimo (a proposito, che data ben augurante per un "passaggio"! nel 43 ci era nato Dalla, nell'86 mi ci sono laureato io....), infatti, non sono in gioco i massimi sistemi della identità ideologica di ciascuno di noi, bensì molto più prosaicamente, ma anche molto più crucialmente, la possibilità stessa di un futuro per il nostro Paese diverso da quello che è stato scritto altrove.
Cialtroni quanto volete, gli italiani si sono sempre segnalati, quando hanno capito che era il caso, per aver saputo cogliere il momento storico, e speriamo che sia così anche stavolta. Neanche a me convince del tutto Di Maio, ma forse è l'uomo giusto (capita spesso nella Storia una cosa così) per portare al suo schieramento quel margine di voti che serve per arrivare primi (stavolta nettamente) e per trattare col giusto grado di faccia tosta eventuali appoggi servano per governare, visto anche con che porcheria di legge elettorale ci stanno facendo votare.
Per convincere altri amici (molti lo stanno facendo e lo dicono, altri non lo dicono e forse non lo diranno mai, ma l'importante è che lo facciano nel segreto delle urne...) a saltare il fosso almeno per questa volta, forse è utile fornire una chiave di lettura "storica": nei momenti cruciali di cui sopra, quello che conta non è schierarti "per" il tuo amico, ma "contro" il tuo nemico. Cioè, in ogni modo fermare chi porterà definitivamente alla rovina tutto ciò in cui credi, dopo avere già in molti modi dimostrato di essere ferreamente determinato a farlo, magari mentre a parole ti dice il contrario e ti titilla con questioni marginali complice una macchina di propaganda ben oliata. Per poterlo fare, occorre individuare correttamente questo nemico: Daniele Silvestri lo fece in musica qualche anno addietro, chissà se ora raggiungerà Marescotti nelle conclusioni, noi ora qui, non potendone raggiungere i vertici poetici, lo facciamo in prosa.
Il mio nemico è chi costantemente addita come antidemocratico chi non si allinea con l'Impero, manipolando di continuo la narrazione in modo da fare accettare all'opinione pubblica politiche aberranti come l'imposizione della democrazia per via militare, la destituzione bellica di governi legittimi, l'embargo affamatore salvo poi denunciare le condizioni di vita degli embargati come se fossero colpa dei loro governi, da Cuba al Venezuela, dall'Iran all'Iraq, dalla Corea del Nord all'Ucraina, dalla Jugoslavia alla Siria, dalle "primavere arabe" della fissetomamma al disastro libico e africano in genere, per non parlare di Palestina e Afghanistan.
Il mio nemico è chi ha pian piano cancellato dalla mente dei nostri ragazzi il concetto stesso di "diritto al lavoro", anche questo costituzionale, rimpiazzandolo con una precarietà perenne che dovremmo pure essere contenti quando fa registrare uno zero virgola in più di percentuale di occupati. E, anziché lanciare un piano di occupazione pubblica in larghissima scala, a rendere inutile o se no affiancare dandogli senso il reddito di cittadinanza, continua da almeno trent'anni a menarcela con la produttività e l'efficienza.
Il mio nemico è chi ha trasformato il sogno di una Europa senza più guerre nell'incubo di una Europa in cui le guerre si combattono e vincono senza armi, ma con vittime a milioni. Una Europa in cui è stata imposta una moneta costruita appositamente per impedire non tanto la svalutazione a tanti quanto soprattutto la rivalutazione a pochi, così questi ultimi hanno potuto distruggere il tessuto industriale dei primi. Ma questo non sarebbe stato possibile senza la collaborazione prezzolata del mio nemico: quella classe politica che fingendo di litigare era d'accordo nell'attuare il crimine per cui era stata ingaggiata, aiutata in cambio delle briciole da una stampa che ci ha divisi in tifoserie per distrarci.
Il mio nemico è chi, in altre parole, si è arricchito per fare da sicario, attuando il progetto capitalistico globale di appiattimento verso il basso delle condizioni di vita del 99% a favore dell'1% suo mandante. Nessuna recessione era necessaria, solo semmai una decrescita controllata per riallineare gradatamente il modello di sviluppo a uno compatibile con le risorse del pianeta. Quella a cui ci hanno costretto, e ancora non hanno mica completato l'opera, è un'azione di guerra sociale.
Il mio nemico è chi per non farmi vedere i suoi crimini mi agita davanti al naso questioni che sarebbero importanti solo una volta che quelle fondamentali fossero al posto loro. Marx parlava di struttura e sovrastruttura, andarselo a rileggere non sarebbe male. Senza un reddito sufficiente e stabile, nessuna delle dimensioni del nostro spirito che consideriamo evolute è possibile, ficcatevelo in testa. Chi mi toglie ogni garanzia sul primo piano non ha nessun diritto, ripeto nessuno, di parlarmi sul secondo. Di niente. Ecco perché girano le palle a tanti a sentire parlare di accoglienza ai migranti, parità di genere, matrimoni gay, testamento biologico e altre bellissime cose: non siamo diventati razzisti, siamo tornati poveri, magari non come i nostri nonni, ma con molte molte meno speranze di loro. E coi padri il paragone nemmeno si pone, su entrambe le dimensioni.
Potrei continuare a lungo, e sicuramente su alcuni dei temi sfiorati tornerò ad ammorbarvi in dettaglio, ma per l'identikit del mio nemico basta e avanza. E corrisponde a tutto lo schieramento politico, ad eccezione solo del movimento 5 stelle. Per ora, poi vediamo. Non è detto che questi ultimi siano in grado di salvarci, che so magari di andare a Bruxelles ora che "il fronte franco-tedesco" è incrinato e costringere l'UE a perseguire la piena occupazione trasformando la BCE in prestatore di ultima istanza in funzione di enormi incrementi della spesa pubblica per investimenti, e se no sciogliere i trattati e perseguire gli stessi obiettivi in casa con una recuperata sovranità monetaria (non date retta ai TG, le cautele di Di Maio significano solo che non è scemo: sono cose che non si annunciano, si fanno e basta, e fino a un attimo prima si nega). Non è detto che i grillini siano la soluzione. Ma tutti gli altri sono il problema. Tutti. Datevi pace, c'è una sola cosa che potete fare il 4 marzo per sconfiggere il Nemico.

REGGIO NEMMENO

'U stratuni, che poi si chiama, come troppo spesso
in mezza Italia specie al sud, corso Garibaldi...
Come tutti gli emigranti, torno "a casa" sempre meno: i primi anni ogni scusa è buona per non saltare un mese, poi pian piano si comincia a intravedere un futuro in cui sarà già tanto una volta l'anno. E le virgolette, se non si era capito, sono perché tutti noi "andati via" prima o poi si intende per "casa" un altro posto rispetto a quello in cui siamo nati. C'è una dimensione però in cui mi distinguo dal "valore modale" dei miei "condestinei", allineandomi invece a una quota non insignificante ma minoritaria: io, da Reggio, ho scelto di andare via, a 26 anni e avendovi già un lavoro fisso e sicuro, e quando a 39 ho avuto una seconda possibilità anche migliore, dopo pochi mesi ho riscelto di nuovo di andar via. Se ciò sia tutto frutto di sventatezza (in parte sicuramente, se pensiamo che restando avrei avuto molti meno problemi economici di quelli che ho affrontato in un trentennio) o lungimiranza (se pensiamo che così almeno "ho qualcosa da raccontare a San Pietro", come diceva mio nonno per "ho vissuto"), forse ce lo dice il testo di questa canzone (che come le altre potete chiedermi di usare, musicandola come vi pare, anche se è pensata cantata su un lento arpeggio di chitarra, col ritornello in rilievo), scritta talmente da ragazzo che manco mi ricordo l'anno preciso...
Ora vi salutu, vaju e mi fazzu 'na passjata nt'o stratuni.... Bon capurannu e bon capu ri misi!
REGGIO NEMMENO

E mi dispiace per te, mia povera città,
ma non so quanto resisto a rimanere qua
a contare tutti i topi per strada e dentro le case, sembra non finiscano mai!
È stato tutto già detto, non c’è niente da aggiungere,
su corruzione, mafia e tutto il resto,
ma l’amarezza che mi ha preso adesso
quella si che la voglio urlare, perché,
perché per tutti i cieli del mondo non ce n’è neanche uno più bello del tuo,
ma il grigio non gli dona affatto, e dove quindi cercare non so,
perché a smontare teste e cambiarle si comincia ma non si smette neanche a non dormire mai,
ed io sono già stanco, non ne ho quasi più voglia, perdonami, dai…
E mi dispiace per me, mia povera città,
ma forse dovrò scappare dalla tua realtà:
da bimbo mi han raccontato le favole e ci sono dentro ancora oggi alla mia età.
Sei brutta dentro, come un po’ tutte le altre,
non c’è niente da aggiungere, rimani così,
io per mio conto sto cercando un’accetta per rompere
queste radici forti che mi legano a te,
perché per tutti i cieli del mondo non ce n’è neanche uno più bello del tuo
ma il grigio non gli dona affatto, e dove quindi cercare non so,
perché con le radici potrei anche morire qui fermo a aspettare chi non mi salverà,
però da oggi più non mi sento tuo figlio, perdonami, dai…

È IL CAPITALISMO, STUPÌDO!

Visto al cinema il biopic su Stanlio e Ollio , divertente e commovente al tempo stesso, grazie anche alla scelta di inquadrare un piccolo ...