SCOMMETTO LA TESTA

Questa di oggi non è tra le mie vecchie canzoni che ancora mi piacciono e in cui mi ancora mi riconosco. Ma hai visto mai che forse proprio per questo qualcuno me la chiede? Non c'è niente di male, magari avete un sacco di musiche nel cassetto e pochi testi da adattarci, càpita: ricordo che non è questione di soldi, chiedete e vi sarà dato. A solo titolo informativo, questa l'avevo pensata a due velocità: la strofa come una bossa nova svelta, ma vedo adesso che la metrica è "rappabile", il ritornello invece melodico, e l'accostamento oggigiorno si usa alquanto. Ma non chiedetemi cosa diavolo volessi dire, quello non me lo ricordo proprio...
SCOMMETTO LA TESTA
Corri corri pazzo mondo corri svelto,
corri corri non è ancora il tuo momento,
e se corri con il cuore in gola verso il mare
troverai sempre qualcuno che ti può salvare.
Corri corri pazzo mondo corri forte,
corri su per la tua strada senza svolte,
e se corri sulla spiaggia come bianco equino
troverai uno specchio nuovo nel primo mattino.
Ma la notte non è notte
e la luna è solo il sole,
il colore della pelle
cambia solo nella notte
se la trascorri piano,
e dirò al vento “non fermarmi”
e mi dirà “ti lascio entrare”
Corri corri spazza tutto dalla via,
è lontana la tua casa in prateria,
e se corri con le gambe a pezzi sulle pietre
troverai sempre qualcuno da lasciare indietro.
Corri corri, non mi chiedere da bere,
non esistono altre cose da sapere,
e se vinci due o tre tappe verso il gran parcheggio
troverai sempre qualcuno da lasciare al peggio.
Ma la notte non è notte
e l’aurora è il tramonto,
il calore delle stelle
c’è soltanto nella notte
se la trascorri piano,
e dirò al vento “non cambiarmi”
e mi dirà “ti lascio entrare”,
ma il vento è sempre quello
sia di notte che di giorno,
i valore delle miglia
si misura con il vento
quando affacci la mano,
e dirò al vento “non capisco”
e mi dirà “ti lascio entrare”.

CHE SONNO

Si sa, cominciando ad avere una certa età, quella che mio nonno aveva quando io ero piccolo e lo vedevo vecchissimo mentre ora io vado a giocare a tennis e mi vedo al massimo maturo (ognuno guardi se stesso e si dica se per lui non è la stessa cosa...), si fatica a restare a letto dopo una certa ora, anche se la notte prima si era fatto tardi magari a documentarsi per un post sul blog quando non a scriverlo. Insomma si dorme meno. E anche se in effetti si ha bisogno di dormire meno, il giorno dopo si va in giro con certe occhiaie che accentuano le rughe e quella distanza tra l'immagine che dai e quella che hai di te dentro di te: quel fenomeno per cui ti stupisci se quel ragazzo in palestra ti dà del lei o quella ragazzina ti cede il posto sul tram.
No, non sto parlando di situazioni patologiche, nemmeno lievi. Quindi non di chi ad esempio soffre di insonnia e passa la notte davanti alla TV, e/o ha troppi pensieri (il mutuo, la salute, i figli, il lavoro) o comunque è agitato per una decisione da prendere, e/o viene svegliato troppo spesso dallo stimolo e prima o poi deve decidersi a fare quell'esame lì. No, parlo di chi tutto sommato sta bene e, quando si decide a mettersi a letto, nel giro di qualche minuto, magari con l'aiuto di un libro o dando l'ultimo sguardo al telefonino che gli occhi fanno pupi-pupi, si addormenta. Ecco, costui/costei comunque dorme poco, meno di quanto vorrebbe, meno di quanto avrebbe fatto venti o anche solo dieci anni prima, non parliamo di trenta o quaranta, ed eccolo in piedi alle 7 o anche prima anche di sabato o domenica.
L'argomento di questo post mi ha cominciato a ronzare in testa dopo aver sentito per caso da qualche parte due mamme che parlavano (col classico tono da "signora mia, non me ne parli") degli orari "sballati" del sonno dei loro infanti, e della difficoltà di ricondurli alla norma. Mi era venuta voglia di intervenire raccontando loro di quegli esperimenti con gli speleologi, mi sono trattenuto per timore non tanto di sembrare molesto e inopportuno, quanto di leggere nei loro sguardi la frase "ma chi è questo, che vuole? mo glie risponno male... ah, no, è un anziano, mi trattengo e mi sforzo di dargli una risposta educata ma tale che però la smette...". Ho taciuto, ma il ronzio è rimasto, e voi siete lontani e indistinti, a voi non vi vedo in faccia e posso affliggervi come mi pare, tanto al massimo navigate altrove, magari anche voi a vedere se col black friday (dell'animaccia loro...) potete permettervi qualcosa che non avevate ancora capito vi era assolutamente indispensabile...
Partiamo dalla fine, poi vi rifaccio il ragionamento: quello che mi sembra di poter dedurre è che, stringi stringi, DORMIRE E' BRUTTO! Solo che in certe fasi della vita ci serve tanto che ci piace. Ma anche in quelle, la sensazione di stare per addormentarsi, di dover dormire, iniziare cioè una fase di almeno apparente assenza da sé, è talmente orrenda che sarebbe insostenibile, se il sonno non fosse ancora più potente intervenendo a risolvere la faccenda d'autorità. Nessuno di noi è mai morto, quindi ha idea di quale sarebbe la sensazione di morire, e quelli che te la raccontano per averla vissuta sono forse i meno indicati a dirla perché poi invece non sono morti e quindi semmai ti raccontano come si sente uno che stava per morire e non muore, che magari può essere anche l'opposto di quello che sente uno che muore veramente. Ma per quello che ne possiamo sapere, il momento in cui stiamo per addormentarci ci sembra somigli al momento in cui stiamo per morire, anche, anzi direi soprattutto, se non ce ne rendiamo conto. Ragion per cui la cosa riguarda anche i bimbi piccoli.
E rieccoci agli speleologi. E' stato dimostrato, proprio grazie ad esperimenti con persone che hanno vissuto isolate dal ciclo giorno/notte cui inoltre sono stati tolti anche i riferimenti surrogati allo scorrere della giornata (leggi: gli orologi e qualunque indizio segna tempo da PC e telefoni), che il ciclo sonno/veglia ottimale, quello naturale per l'essere umano, quello in cui sta meglio e ottimizza il suo bilancio energetico, è esattamente quello del neonato: ogni 4 ore, dormi ti svegli affamato mangi e bevi espelli gli scarti liquidi e solidi del ciclo prima, ti attivi per un po' poi ridormi. Dopo un po', ti scordi delle vecchie abitudini, che ti avevano inculcato quando avevi pochi mesi. Ed il bello è che in totale dormi anche molto meno delle 7/8 ore che ti servivano quando le dormivi consecutive, e sei sempre fresco e riposato (pare usasse così un tipino come Leonardo da Vinci...). E' probabile, quindi, che quando gli umani erano cacciatori/raccoglitori, ovvero quando erano nell'Eden se la vogliamo dire religiosa, usassero un ciclo giornaliero più simile a questo che al nostro, per quanto comunque influenzato dalla luce solare (di quel Dio Sole sulla cui immagine e somiglianza sono ricalcati moltissimi altri dei, quasi tutti quelli dei monoteismi, e segnatamente quello giudaico-cristiano-mussulmano), o comunque "lavorassero" mangiassero dormissero eccetera quando gli pareva, ma non è questo il punto.
Il punto è che dover dormire tutta la notte e niente il giorno (via via niente, perché il riposino pomeridiano ai bimbi non si toglie subito, e certe culture specie latine, ecco ancora il dio sole, includevano la siesta-pennica-pisolino postprandiale, sparito solo nei modi e tempi standardizzati della globalizzazione) è una cosa innaturale che imponiamo ai nostri cuccioli. Quindi è normale che ci siano tra essi alcuni che fanno più resistenza di altri, e forse sono quelli che sarebbero stati i migliori cacciatori del clan, e magari qualcuna delle doti connesse troveranno il modo di farla valere anche nel nostro sistema. E quindi è normale che ci siano molti adulti che hanno un rapporto difficile, e progressivamente sempre più difficile, con le ore che bisogna passare a letto di notte. Anche solo per questioni di postura.
Detto tutto questo, possiamo tornare dal fisiologico al filosofico. Mentre "imparano" che la notte si dorme, i bambini cominciano anche a intuire vagamente che razza di fregatura è la vita. Lo capiranno esplicitamente in pochi, forse da grandi, e alcuni di questi non reggeranno alla botta e se sono capaci diventeranno artisti sennò dei semplici disadattati che probabilmente in qualche modo moriranno (suicidi? per giochi estremi tipo la roulette russa coi treni? è ininfluente...) prima di riprodursi, per auto-salvaguardia della specie. Ma una vaga idea ce l'abbiamo tutti, e iniziamo ad averla proprio mentre prendiamo coscienza della nostra identità individuale. Non sto parlando dell'istinto di sopravvivenza, che riguarda tutti gli animali, o della concezione del presente in cui "sono vivo" che è massima in tutti i mammiferi. Sto parlando della consapevolezza (frutto della capacità tutta umana di "distorcere" la realtà fino a letteralmente creare il passato e il futuro, attraverso quelle elaborazioni che chiamiamo ricordo e immaginazione progettuale) che non si è stati sempre vivi e non lo si sarà per sempre (se non in avatar: leggete qui che orrore). Una cosa letteralmente angosciante, a un livello che non si può esprimere a parole. I poeti, ci provano, e i migliori a volte ci riescono. Talmente angosciante, che sopra le sue fondamenta si sono edificate religioni su religioni, solide talvolta fino a diventare istituzioni onnicomprensive e totalitarie (no, non pensate necessariamente all'Islam, il cristianesimo non ha niente da invidiargli in materia, anche se da qualche decennio ha cambiato stile...). Talmente, che per non pensarci dobbiamo affannarci in una serie di attività che ci impegnano tutto il tempo di veglia e magari ci sfiniscono, almeno da quando "avendo mangiato il frutto della conoscenza siamo stati scacciati dal paradiso terrestre e costretti a guadagnarci da vivere col sudore della nostra fronte" (cioè da quando siamo diventati allevatori/coltivatori/stanziali, da cacciatori/raccoglitori/nomadi che eravamo, per millenni felicemente ignoranti di dover un giorno morire: si, proprio come il vostro cane). Non è un caso che proprio da quando il progresso sociale e tecnologico ha progressivamente ridotto questi impegni, è iniziata a sorgere la necessità di passare il tempo residuo diversamente. E non a caso si chiama divertimento, ciò che facciamo per passarlo, e progressivamente è diventato l'industria più potente: divertirsi etimologicamente significa "girare la testa dall'altra parte", per non guardare in faccia una vita resa assurda dalla coscienza della morte. Religione e divertimento: due risposte opposte alla stessa domanda, ci avevate pensato? E infatti: a quale età mandiamo i bambini a catechismo? Proprio a quella in cui rischiano altrimenti di finire nel tunnel della consapevolezza, e d'altronde sono il massimo della manipolabilità (vero Francesco bello, papa-piacione? in quanti hanno notato questa tua autentica carognata?). Il catechismo sarebbe roba da telefono azzurro, da vietare e considerare reato penale, in uno stato laico...
Molti di loro già da qualche anno, e molti ancora per qualche anno, hanno paura del buio, e pretendono almeno una lucina in camera da letto. Perché quella lucina rende ciò che i sensi in via di intorpidimento riescono ancora a percepire come qualcosa di ancora significativamente diverso da quello che ci si immagina debba essere la morte, la non-coscienza, a cui il sonno, che tanto li attrae stanchi come sono a quel punto, tanto assomiglia.
Noi "grandi" non siamo poi tanto diversi, e di ciò troppo spesso ce ne dimentichiamo. Come pure d'altronde della deduzione logica, in quanto tale però faticosa e non immediata, che nel momento in cui sei non-cosciente non hai nemmeno più coscienza di non esserlo, e quindi quello che temiamo, e crediamo assomigli in qualche modo al sonno, è per sua natura assolutamente insondabile a noi. Ce ne ricordassimo più spesso, che finché esistiamo la morte non esiste, quindi ogni istante che dedichiamo a pensarla o temerla è tempo perso, e quindi ogni religione (o roba simile) è un costrutto inutile e senza senso, forse riusciremmo a vivere, sicuramente ad addormentarci, meglio.
Magari dopo aver letto un bel fumetto, ad esempio questo che parla di Morfeo (Sandman), della Morte e di altre questioncine così, capolavoro assoluto ogni-tempo che vi consiglio vivamente di andarvi a cercare...

MA QUALE FAMIGLIA?

Si lo so, nel pezzo parlo di famiglie estese
più grandi di questa. Ma questa è famosa.
Questo post è da tempo in bozza intanto perché l'argomento è di quelli che se ne parlo, pur essendomi attestato su quote di lettori per pezzo decisamente trascurabili, rischio ancora una generale quanto superficiale esecrazione. Perché in questo periodo storico non allinearsi al monopensiero valoriale sinistroide (dove il suffisso sta a ribadire, fosse mai necessario, che con la sinistra vera non ha niente a che fare), specie in tema di differenze di genere, espone a giudizi sommari. Ma non solo. E' che parlare di tragedie, specie in ambito familiare, come quella avant'ieri in cronaca, richiede un grado di pudore adeguato alla loro dimensione, che non riesco ad esprimere in lingua italiana meglio di come mi consente, come spesso capita, una espressione del mio dialetto natale: "non gabbu e non maravigghia", letteralmente più o meno non gabbartene e non meravigliarti, più precisamente "non osare commentare una faccenda del genere perché sono cose che possono capitare a chiunque, e magari proprio chi si erge a giudice e pensa che a lui non potrebbe capitare mai poi invece gli capita e se l'è pure tirata". Si lo so, l'ho già citata, ma a proposito di un'altra questione.
Dunque scantono, ché il buco nero che può avere spinto una madre a somministrare ai figli una iniezione letale simile a quella con cui nei civilissimi USA si eseguono le condanne a morte e poi suicidarsi è tale da procurare atroci vertigini, e mi chiedo: fino a dove bisogna risalire per inquadrare correttamente la questione? Sicuramente, mi rispondo, fino ad includere i cosiddetti femminicidi, solo tre giorni fa nel mainstream ne risuonavano altri due ad Avellino e vicino Caserta, anche se resto convinto che il fenomeno sia deformato dai mass media. Non che non sia grave, beninteso, ma temo che non sia più grave adesso che nella storia recente e profonda dell'umanità, e insomma 4 anni fa ne ho scritto nel dettaglio e il pezzo lo sottoscriverei passo per passo quindi magari rileggetevelo. Dunque, dobbiamo risalire a parlare nel suo insieme del concetto di famiglia, di quello che è diventato nel senso comune, di quello che probabilmente è invece naturale per l'essere umano, e visto che di quest'ultimo non è possibile ripararne i cocci di quello che probabilmente bisognerebbe puntare a costruire.
La famiglia nucleare, infatti, così incisa nella nostra cultura fin dal quadretto che da bambini ci meravigliava nel presepe, è probabilmente una forzatura ideologica che non regge, o regge solo a certe condizioni. Da quando eravamo ancora poco più che scimmie, e fino alla generazione dei miei nonni (o dei bisnonni dei lettori più giovani), la famiglia era un'entità molto più estesa e pervasiva. Non sto dicendo che secondo me era meglio o peggio (era peggio, decido calcolando tutto, anche se le feste del clan in cui sono cresciuto le rimpiangerò per sempre), sto dicendo che "si teneva" come sistema, e infatti ha retto per ere. In cambio, spesso ma nemmeno sempre, della libertà di scelta del coniuge e soprattutto di quella di lasciarlo, e manco a dirlo del concetto stesso di privacy interfamiliare, faceva da asilo nido, scuola materna, baby sitting, consulente matrimoniale, consultorio, pronto soccorso, sanatorio, sistema pensionistico, ospizio. E ho scordato sicuramente qualcosa. Abbandonare questo modello senza dotarsi in parallelo di tutto l'apparato sociale che deve supportare la famiglia nucleare in sua mancanza, espone quest'ultima a rischi di ogni sorta. E anche in presenza di una condotta illuminata che tende a costruire questo apparato, bisogna poi ricordarsi che quest'ultimo costa, e parecchio, e infatti in tempo di crisi perde i pezzi lasciando la coppia esposta. Inoltre, alcune parti fondamentali dell'apparato che ci vorrebbe non sono mai state nemmeno pensate. Nel sistema famiglia estesa, la tendenza ancestrale del maschio ad accoppiarsi con femmine diverse, funzionale alla riproduzione del proprio patrimonio generico nelle decine di migliaia di anni in cui le società umane potevano permettersi il lusso di essere matriarcali perché il rapporto tra umani e pianeta era tale da consentire ai primi di mantenersi cacciatori e raccoglitori in quello che era e giustamente viene definito da tutte le religioni il paradiso terrestre, veniva accolta sistemicamente nell'accettazione sociale del ricorso alle case chiuse, come scenario peraltro in cui dovevano svolgersi quelle fantasie che normalmente (in senso statistico) in famiglia non avevano posto. Il tradimento femminile, invece, ben più pericoloso ai fini della sopravvivenza del nucleo familiare in se e come pilastro sociale, era semplicemente limitato al massimo proprio dalla organizzazione di vita del clan o famiglia estesa che fosse. Che inoltre costituiva una rete di protezione anche per i minori e i deboli in genere, in cambio s'intende di regole di obbedienza e convivenza impensabili oggi.
Oggi, però, sempre più risulta evidente che quella parte dell'apparato complessivo che solo permanendo e anzi essendo completato (ad esempio, da una significativa - ed ancora però praticamente esistente - educazione all'amore e al fare l'amore di uomini e donne fin da piccoli) non è (più) economicamente sostenibile. La dico meglio: la globalizzazione, spingendo al livellamento verso il basso della retribuzione del fattore lavoro, porta tra le altre cose al confronto tra modelli sociali diversi, alcuni dei quali prevedono entità assimilabili per funzioni a quella nostra vecchia famiglia estesa che noi non abbiamo più, mentre proprio quel livellamento fa si che non possiamo più permetterci nemmeno quella parte dell'apparato di cui sopra che avevamo costruito (tramite la demolizione del welfare, l'appiattimento verso il basso della cultura e della coscienza politica per favorire il controllo sociale, evidente in certi spettacoli televisivi e negli sproloqui sui social network, eccetera) figurarsi completarlo. E da questo confronto il nostro modello, quello che non abbiamo mai completato, ne esce perdente.
Nel Mondo Nuovo, se non gli impediamo di completarlo, non c'è posto per famiglie piccole dove entrambi i genitori lavorano e guadagnano abbastanza da elevarsi culturalmente loro e fare partire da quel livello i loro figli, e se serve da separarsi pacificamente e campare ancora tutti decentemente. Quindi il lavoro necessario alla definitiva elevazione delle nostre anime e delle nostre menti fino a comprendere che lei non è tua proprietà, non hai in nessun caso diritto a picchiarla o toglierla di mezzo, e la stessa cosa vale per i vostri figli, e che masturbarsi è sano ad ogni età e comunque è sempre più soddisfacente che pagare una poveretta (che magari i soldi andassero tutti a lei), quindi non c'è niente di male a restare soli e non è vero che sei perso senza l'altro/a anche se è giusto che per un po' lo pensi, eccetera eccetera, quel lavoro non si può più portare avanti, talvolta nemmeno iniziare. Incombono modelli vincenti perché più adatti al Mondo Nuovo, modelli di famiglia estesa come quello musulmano o quello cinese, così simili per aspetti diversi a quello nostro di qualche decennio fa, nel bene e nel male. Non sono migliori o peggiori del nostro, in senso assoluto. Chiunque di noi può preferire il proprio, e dal suo punto di vista ha ragione. E ho già detto chiaramente quale sarebbe il mio ideale. Ma la mia preferenza, o quella di ciascuno di noi, non conta. Quello che rileverebbe è che vincessero modelli coerenti in toto, perché è nelle crepe del guado in cui siamo rimasti intrappolati che si celano le cause profonde di tutti gli episodi di violenza, anche di quelli di cui non leggiamo o sentiamo perché restano fuori dai filtri dell'attenzione mediatica.
Perché, cito di nuovo il Maestrone proprio nel pezzo ispirato a Huxley, "non sappiamo perché e come siamo in un'era di transizione", e quando attraversi un guado o hai il coraggio di proseguire per raggiungere l'altra riva, o riesci a rifugiarti nella sponda da cui provieni, o prima o poi la corrente ti travolge e anneghi...

MEGLIO LA PIZZA DI FANGO

Per chi trent'anni fa (già trenta? minchia!) si deliziava con la comicità scatenata di un gruppo di giovani attrici che avrebbero tutte, chi più chi meno, avuto una carriera adeguata a quelle premesse, rivedere La TV delle ragazze nell'edizione celebrativa, o come dicono meglio gli americani "reloaded", era quasi obbligatorio.
Era quasi altrettanto probabile, però, come in tutti i casi in cui le aspettative sono molto alte, attendersi un qualche retrogusto di delusione. Che però arriva non tanto dalla troppe altre volte sperimentata "bollitura" di artisti/e per cui celebrare le grandezze di un tempo è anche misurare le pochezze attuali, ché anzi la maggior parte delle "ragazze" di allora reggono botta al passare del tempo quando non sono migliorate (e qualcuna purtroppo ci ha persino lasciato), quanto dalla presenza sottotraccia, nella Dandini e negli altri autori quindi nel programma, di quella narrazione piddina/eurista che cristallizzandosi è passata, forse anche senza accorgersene, dal sentirsi a sinistra almeno di Berlusconi all'essere a destra dei sogni perversi della Thatcher. Con la sottotraccia che ha trovato il punto più evidente di emersione nella comparsata dell'icona Bonino, tirata per i capelli nella traccia del programma dal suo femminismo di sempre, oggi purtroppo simbolo proprio di quanto le battaglie per i diritti civili siano ormai solo la foglia di fico per la resa all'ordocapitalismo sui diritti economici e sociali. Della serie, bisogna approfittare fino in fondo del dominio sul mainstream, almeno finché il governo dimostra di non volere o sapere imporre la propria linea sul servizio pubblico come qualunque altro prima di esso ha fatto.
Per fortuna che la trasmigrazione di cui sopra è estendibile soltanto a una quota sempre decrescente di elettori, visto che gli italiani in maggioranza hanno ormai capito che il continuum destra/sinistra è ideologico cioè falso e manipolatorio, mentre la narrazione piddina/eurista è una menzogna bella e buona mirante alla spoliazione della nazione, e anche se il movimento 5 stelle svanisce (vittima degli attacchi della propaganda o della propria stessa irresolutezza, poco importa) magari votano Salvini, magari ancora più a destra, ma a loro non daranno più credito. Il punto non è quindi più se gli italiani hanno o meno mangiato la foglia capendo che razza di fregatura era l'euro e ancora di più la stessa UE, il punto oramai è se esiste ancora o meno abbastanza democrazia da lasciare che in quanto popolo sovrano decidano sul destino del loro Paese. E a giudicare da certi discorsi e da certe manovre purtroppo viene da pensare che no, che non ci faranno fare quello che vogliamo, dovessero imporci un trattamento peggiore che ai greci. L'unica nostra speranza è di avere conservato quella massa critica, che i greci non avevano, che ci consenta di reggere botta e intanto attrarre alleati diversi (per quanto non è che nelle mani degli americani o degli inglesi ci sarebbe da stare troppo tranquilli, allora magari meglio i russi) che non il blocco mitteleuropeo a guida tedesca che ha usato la suddetta narrazione per combattere e vincere una spietata guerra commerciale contro di noi mentre i nostri governanti e i nostri giornalisti ci tenevano le mani dietro la schiena.
Semmai la cosa su cui riflettere è che nei sondaggi la sfiducia verso l'UE superi di molto quella verso l'Euro, a dimostrare non, come certa stampa ha subito opportunisticamente dedotto, il persistente paraculismo degli italiani, bensì proprio purtroppo la loro persistente adesione a quello che la predetta narrazione ha fatto diventare luoghi comuni sulla moneta e il suo funzionamento. Dimostrati, ancora una volta, proprio da una delle ragazze di RaiTre, l'irrestibile Cinzia Leone impiegata dell'ufficio imposte che oggi come trent'anni fa tesse le lodi, in quanto moneta forte, della Pizza di fango del Camerun: tormentone esilarante, oggi come allora, ma che fa leva sul luogo comune che avere una moneta forte sia buono. Mentre alla domanda se avercela forte o debole non è buono o cattivo, la risposta esatta è "dipende", la regola aurea essendo che la moneta deve essere adeguata al contesto economico che la utilizza, e se non lo è in un senso o nell'altro sono sempre guai. Ragion per cui la sovranità monetaria, e la politica economica e finanziaria che ha essa tra le leve da usare, deve essere in mano alla classe politica di una nazione così come scelta dai suoi elettori perché ne faccia gli interessi e ne rispetti la volontà.
Quindi, è solo quando il progetto UE e la sua arma letale Euro sarà affossato per sempre, che si potrà di nuovo parlare di Europa dei popoli per tentare di ricostruirla partendo dagli interessi comuni delle sue genti. E' dimenticando questo, che continuiamo ad andare verso il BAAARATRO!

OLOGRAMMATICA

"Eugenio dice che io sono un rinnegato", è la strepitosa prima strofa, che parte inciampando, di Rinnegato, uno dei migliori pezzi del migliore Eduardo Bennato, quello degli anni 70, e uno dei tanti esempi di cantautori che mettono in piazza i loro dissidi privati con gli amici e i parenti, in questo caso col fratello "colto e intelligente" che non gli perdonava la deriva pop/rock, senza dimenticarsi di arrivare fino a De Simone, quello de La gatta cenerentola che mo ci hanno fatto pure il cartone....
Edoardo dopo aver toccato il fondo con Italia 90 ci ha regalato ancora più di qualche momento di pregio, col vertice in Joe Sarnataro, ma in quegli anni 80 in cui scrivevo questo brano (che come al solito vi invito a chiedermi per musicarlo a vostro piacimento) io ascoltavo decisamente più Eugenio (prima musicanova, poi tarantapower, fino alla epopea brigantesca), anche se il suo pezzo che parlava di città di mare - da cui ho preso spunto anche per la metrica oltre che per il tema - curiosamente lo incise proprio assieme al fratello...
Da poco avevo lasciato Reggio, e mi fu chiaro subito che quello che più mi sarebbe mancato, e più avrei cercato nei tanti luoghi in cui ho vissuto: non era tanto il mare o la montagna, quanto la verticalità, la tridimensionalità, insomma la chiara percezione (che hai in qualunque punto, anche se sei circondato da palazzi, anche se sei dentro casa, di Reggio Calabria, come di Genova, Salerno e tutte quelle città sviluppate lungo una stretta linea costiera sovrastata da alture) di sapere sempre dov'è il mare, e dove i monti. Non la posso spiegare meglio di così, mi capisce davvero solo chi l'ha sperimentata su di se, chi no può solo farsene un'idea, un'immagine, magari in 3D...
OLOGRAMMATICA 
Quelli nati come me in una città di mare
hanno una dimensione in meno da pensare,
hanno un limite, una sicurezza da una parte,
e lo spaziotempo non li angoscia, li diverte -
che se nasci e cresci dove hai tutte le direzioni
non hai un cuscino per accomodare posizioni,
non capisci all'istante dove sei orientato
e confondi nord e sud, presente con passato.
….
Quelli nati come me in una città di mare
hanno sempre un po' di vento che li sta ad aiutare,
hanno iodio per il naso, sale nella gola
e orizzonte per capire il tempo dalla sera.
Rivedere il mare vuole dire aprirsi il cuore,
ad entrarci, è la placenta con il suo tepore,
ed il pesce che c'è in noi si sente realizzato
ed unisce nord e sud, presente con passato.
Sono figlio di figlio di figlio di figlio di figlio
di pescatore:
non ricordo da quanto non mangio un coniglio,
non ne so l'odore,
anzi ho il naso distrutti dallo iodio e dal puzzo
del merluzzo...
“Benedetto sia il mare che ci dà lavoro e pane”
mi hanno insegnato,
ma maledetto sia il mare: meglio morire di fame
che annegato.
E ho la pelle scura dura salata e spaccata,
quasi squamata!...
Ho sentito che certi si permettono il vizio
di amare il mare,
certo perché non sono mai dovuti andarci col rischio
di non tornare:
e ogni cosa si sa se la fai per mestiere
si fa antipatica,
ologrammatica...
ologrammatica...
ologrammatica...
ologrammatica...
Quelli nati come me in una città di mare
hanno sempre un sole all'orizzonte da guardare,
hanno sempre un buon motivo in più per non morire
e una freccia sempre alzata per ritornare...

È IL CAPITALISMO, STUPÌDO!

Visto al cinema il biopic su Stanlio e Ollio , divertente e commovente al tempo stesso, grazie anche alla scelta di inquadrare un piccolo ...