Durante la guerra fredda, col rischio dell'annichilimento nucleare sul groppone, a influenzare l'immaginario di un paio di generazioni (e io chi ero per sottrarmi? infatti...), non si era osato quello che si sta vedendo in questi giorni: la riduzione del Nemico a Criminale al punto da espellere "da tutti gli sport del Regno" le sue squadre nazionali, ed ammettere i singoli esponenti ma senza bandiere nei display o a bordo campo, e c'è già chi dichiaratamente pretenderebbe una esplicita abiura. Ora, secondo loro, e anche secondo me per il libero convincimento che mi sono fatto avendo studiato la storia e seguito i fatti, i Russi hanno ragione, mentre secondo quasi tutti gli altri hanno ragione gli Ucraini (anche se a essere precisi sarebbero Ucraini anche quelli delle regioni russofone ghettizzati e massacrati da 8 anni a questa parte dai neonazisti al potere grazie a un colpo di Stato a regia occidentale, ma lasciamo perdere): in questi casi, l'unico comune denominatore possibile è che in guerra tutti pretendono di avere ragione quindi logicamente nessuno ce l'ha tutta. Non bisogna dimenticarlo mai, nemmeno quando la guerra poi qualcuno la vince e allora riscrive la Storia in modo che risulti che la ragione ce l'aveva tutta lui. Pansa da ex comunista ci ha lucrato un bel po' sui "ragazzi di Salò", per dire...
Meglio. A voler tornare ancora più dietro, l'Italia vinse i suoi due primi campionati del mondo di calcio (si si, quelli con Vittorio Pozzo CT e Meazza e Piola in campo) quando era una dittatura conclamata che colonizzava il corno d'Africa e mandava volontari in Spagna a sostenere Franco contro il governo democraticamente eletto, e si accingeva a entrare in guerra appresso alla Germania, che pure lei si organizzò le sue belle olimpiadi in casa (si si, quelle con Jesse Owens il negro e le sue medaglie d'oro in faccia a Hitler, ci dicono, omettendo che erano in faccia anche a quasi tutti gli statunitensi bianchi e razzisti) tre anni prima di invadere la Polonia. Si fermò tutto, si, ma a guerra conclamata. Fino ad allora, i nostri atleti erano liberi di girare il mondo facendo il saluto romano al pubblico. Invece oggi le squadre russe sono fuori da tutte le competizioni da qua a fine anno e non rientreranno nemmeno la guerra finisse, e negli sport individuali ci sono dei ragazzi poco più che ventenni costretti a esibirsi col marchio dell'infamia sul groppone, pensando che il tifo contro non è solo per ragioni sportive. E infatti uno, il primo russo ad essere diventato numero 1 del mondo di tennis, ha deciso subito dopo di fermarsi per un piccolo intervento chirurgico che chissà se è vero, mentre un suo collega emergente ha inanellato una serie di sconfitte non in linea coi risultati dell'anno scorso, che forse sarebbero arrivate lo stesso (quella col nostro Sinner mi fa piacere pensare di si) ma il dubbio resta, che le dichiarazioni pacifiste peraltro male accolte dai peggiori dei colleghi restino a lavorare dentro all'anima del "cattivo".
Spezzo questa lancia a favore di Rublev (così si chiama l'ultimo, l'altro Medvedev), perché volevo criticarne un vezzo mettendo le mani avanti: non ce l'ho con lui. Peraltro, lo stesso vezzo, anche se meno carico di enfasi, ce l'ha anche Djokovic (da me difeso a spada tratta pochi mesi fa per essere stato messo all'indice per le sue scelte in tema di salute, e i tanti sportivi vaccinati nei guai gli danno ragione da un lato mentre l'andamento delle curve dei contagi glielo danno dall'altro: i vaccini anticovid non servono a un cazzo, e quindi per un principio basilare della medicina sono dannosi), e magari tanti altri in modo ancora meno visibile o addirittura intimo. Si tratta del gesto plateale di ringraziamento a gesucristo che fa ogni partita che vince. Non credo bestemmi quando perde, ma il punto è proprio questo: non sono credente, ok, ma se lo fossi sarei addirittura indignato per gesti così, altro che infastidito. Davvero, non capisco come dentro la testolina di quelli che pregano Dio di farli vincere o lo ringraziano per averlo fatto, non si affacci il pensiero appena razionale che se Dio è uno ed è il padre di tutti, negli sport dove si può dovrebbe fare pareggiare tutti, e negli altri qualcuno lo deve scontentare per forza.
Qualcuno risponderà: si va beh, prego Dio di vincere ma se non vinco lo ringrazio lo stesso, di non essermi fatto male ad esempio o comunque a prescindere (visto che comunque gli infortuni esistono, e anche le malattie e la morte, e un vero credente accoglie tutto come un dono di Dio, giusto?). Ma qui non stiamo facendo teologia, ma al massimo sociologia, spiccia. E allora viene in mente che lo sport contemporaneo addirittura nasce per essere quello che è: una metafora della guerra e della violenza che ha la funzione precipua (e per tutti: praticanti e tifosi) di valvola di sfogo omeopatica. E se è vero che tutti i potenti, tutti gli imperatori, hanno da sempre fatto marciare i loro eserciti sotto l'insegna di "Dio è con noi", inducendoli a combattere anche per avergli instillato questa convinzione, non c'è niente di strano che la cosa si sia traslata negli sport assieme agli inni nazionali. Ergo, se vogliamo davvero fermare la Guerra, estirparla dai nostri cuori e soprattutto agire in modo di estirparla da quella dei nostri discendenti, approfittiamo dell'ostracismo alle squadre russe per cancellare tutte le manifestazioni in cui gli atleti concorrono se non per se stessi o il loro club di tesseramento. Peraltro, la cancellazione dei mondiali di calcio farebbe comodo all'Italia in questo periodo, ma questa è solo una coincidenza.
Per chiarire meglio il senso di questo parallelismo che qualcuno potrebbe pensare esagerato, non c'è niente di meglio che affidarsi a un artista visionario. Per cui vi lascio con il video, con testo, di una canzone di quarant'anni fa quaranta dell'immenso Franco Battiato, L'esodo. E tanti auguri di Buona Pasqua, ma non prima di avervi ricordato che la Pasqua cristiana rievoca il martirio di Gesù avvenuto a Gerusalemme nei giorni in cui si festeggiava la pasqua ebraica, che a sua volta è la rievocazione allegorica (poveri agnelli, magari Gesù col pane azzimo e la favoletta dell'eucarestia intendeva proprio fermare "il silenzio degli innocenti" - e questa non ve la spiego) della strage dei bimbi egizi perpetrata dall'Angelo di Dio risparmiando le porte macchiate di sangue ovino dagli ebrei su indicazione di Mosè. Perché Dio è con noi e peggio per gli altri, giusto? E' vero, la Pasqua cristiana aggiunge il concetto di resurrezione (e di nuovo, solo un artista visionario come De Andrè poteva ricordarci, in Tre madri, che grazie al c... che mi sacrifico per voi e muoio se so di dover risorgere dopo tre giorni), ma voi intanto fate mente locale, magari assieme a un altro artista visionario e dissacratore come Troisi, e ricordatevi che per poter risorgere, forse, intanto dovete soffrire, e poi dovete, sicuro, morire.
Bei tempi quelli dell'olocausto nucleare! Oggi è difficile da immaginare, ma ai tempi temevamo davvero che il mondo potesse finire da un momento all'altro, anche solo per la follia o la sbadataggine di uno col dito sul pulsante rosso. Kubrick ci aveva fatto un autentico capolavoro già 20 anni prima, ma in quegli anni 80 il dispiegamento dei missili in tutta Europa dominò sia i nostri pensieri di ragazzi che la produzione artistica di tutti i generi (io stesso ci scrissi una canzone e un racconto, per dire). Tutto potevamo immaginare, tranne che quell'equilibrio mondiale si sarebbe fatto rimpiangere, superato da incubi distopici come la globalizzazione con la connessa fine delle sovranità nazionali, le cosiddette guerre al terrorismo in realtà figlie del dominio di una sola superpotenza e madri del governo mondiale tramite paura, e la dittatura psicosanitaria in cronaca. Ma chi oggi voglia farsi un'idea di quel clima, non troverà niente di meglio del cartone animato di Murakami tratto dal fumetto di Briggs di cui oggi recensisco la colonna sonora.
Io l'ho visto al cinema, e uscendo sono andato a comprarmi il vinile. La storia, angosciosa e romantica assieme, è quella di una coppia di anziani alle prese prima con le notizie di un possibile attacco nucleare, cui reagisce fidandosi delle istituzioni britanniche anche sulla scorta dell'esperienza della seconda guerra mondiale che avevano vissuto da giovani, poi con i goffi e maldestri preparativi finalizzati a sopravvivergli, quindi con l'esplosione e il fallout affrontati con ingenuità, infine con la inevitabile morte, fronteggiata con sorpresa e commovente ingenuità. I disegni e l'animazione sono magici, e rendono benissimo il clima pur non potendo contare sulle diavolerie cui siamo avvezzi oggi. Ma è la musica, il pezzo forte. David Bowie, i Genesis e Roger Waters appena transfugo dai Pink Floyd, più altri meno "big" che non sfigurano affatto: scusate se è poco.
Se riuscite a procurarvi il film, che non si trova più gratis su youtube, è meglio, ma intanto accontentatevi della mia consueta tracklist commentata, buona per leggerla mentre si ascoltano i brani.
1. When the Wind Blows
David Bowie canta la title track a modo suo, rafforzando i significati con l'interpretazione. Il brano è suo, il video è quello suo, che il Duca bianco era anche un grande attore (un paio d'anni prima ci aveva deliziato come protagonista di Merry Christmas Mr. Lawrence, disgraziatamente ribattezzato Furyo per il mercato italiano, di cui sicuramente conoscete la colonna sonora, non vi metto nemmeno il link).
2. Facts And Figures
Hugh Cornwell era il frontman degli Stranglers. Il brano, su un letto musicale scanzonato, denuncia il ruolo manipolatorio e collaborazionista della stampa, buona solo a tenere ferma la gente mentre i potenti abusano di lei. Vi ricorda qualcosa? Quanti positivi asintomatici c'erano oggi?
3. The Brazilian Il brano strumentale dei Genesis qui inserito non è inedito, come potete vedere dal video. E dimostra: 1) che quelli che "erano rimasti in tre" erano talmente bravi che volendo potevano sfornare roba come questa; 2) che quindi il fatto che invece ai tempi oramai sfornavano solo pop e pure scarsino era una scelta precisa (per carità, i soldazzi piacciono a tutti...); 3) che Phil Collins la batteria la sapeva suonare davvero...
4. What Have They Done Anche gli Squeeze spiazzano, come Cornwell, con un brano che allegrotto continua a ripeterci "che hanno fatto?!". A noi pinkfloydiani ricorda il verso simile, ma urlato in maniera decisamente diversa, di The post war dream, di un paio d'anni prima. Waters qui ancora non c'è, ma infatti il testo è suo....
5. The Shuffle ...e prima che arrivi, chiude il lato A un altro intermezzo strumentale, stavolta di Paul Hardcastle, uno che rimasticava a jazz la musica più di moda in quegli anni, e che aveva da poco toccato il suo vertice di notorietà col bellissimo 19, che parlava di un'altra guerra però.
6. > 15. When the wind blows Il lato B è tutto di Roger Waters. Le tracce sono 10 (The Russian Missile, Towers of Faith, Hilda's Dream, The American Bomber, The Anderson Shelter, The British Submarine, The Attack, The Fall Out, Hilda's Hair, Folded Flags) ma come spesso capita nelle colonne sonore alcune sono brevi e interlocutorie, oltre che riecheggianti le principali. Per questa ragione, ma anche perché alla fine come spesso nei "pink" gli album sono un unicum che non può essere fruito correttamente se non in sequenza, esiste il tube unico, e io ve l'ho messo. Da Towers of Faith, Hilda's Hair e Folded Flags, i brani significativi, capirete senza dubbio come e perché lo spirito dei Pink Floyd dal 1983 lo ha tenuto vivo Waters, e non certo gli altri per quanto straordinari musicisti/strumentisti.
Forse se quello scenario apocalittico non ebbe luogo, e ripeto forse, non fu soltanto perché politicamente era meglio congegnato quell'equilibrio di quello che lo ha rimpiazzato, ma anche perché quello spirito era in noi ragazzi, che non sentivamo la musica tanto per sentire, e non accettavamo che i nostri capoccia giocassero con le nostre vite senza dire la nostra. Che non era "andrà tutto bene", era "se continuate così andrà tutto male". Forse non siamo stati noi il fattore decisivo a che non finisse male, ma comunque la nostra parte l'abbiamo fatta.
Questi programmini che ti invecchiano in foto hanno proprio ma proprio rotto il ca...
Uso di rado queste pagine per sciorinare i cavoli miei, e quando lo faccio è solo apparentemente, mentre in realtà dico qualcos'altro. Non fa eccezione questo mio cinquantasettesimo compleanno, dal momento che la voglia di scriverne mi è venuta dall'essermi imbattuto, nella mia quotidiana notturna esplorazione del web che è alla base del "servizio" di selezione che presumo di offrirvi è che lo scopo nativo dichiarato di questo blog, in un paio di post difficilmente inquadrabili altrimenti, che suggeriscono riflessioni esistenziali.
Il primo è di Maurizio Blondet, che spesso cito per lo spessore dei suoi interventi di controinformazione, che sembra arrendersi: l'ostinata - tramite un crescente incremento di tamponi (graziealcazzo) - caccia ai "positivi" quasi tutti asintomatici (cavalcando il terrore dell'untore invisibile, anziché diffondere la semplice deduzione che allora chi contrae il virus non si ammala quasi mai, e allora anche se contagia altri anche questi non si ammaleranno quasi mai eccetera), fa arguire che la dittatura sociosanitaria ha già vinto, presto darà il colpo di grazia al modello di sviluppo che prevede libertà imprenditoriale e democrazia, e quindi non conviene più fare "come Don Chischiotte"(le virgolette sono per il noto sito di controinformazione che la frase l'ha messa nella propria ragione sociale, e che andrebbe consultato ogni giorno - tra l'altro parla anche del presente argomento), si rischia la buccia e forse i lettori nemmeno lo meritano. Ora, lui è più vecchio di me, eppure a me inizia ogni tanto a girare in testa che in fondo ha ragione: chi me lo fa fare? Questo dimostra che anch'io sto invecchiando? Certo, ma poi leggo Grimaldi che è più vecchio di entrambi ed è ancora bellicosissimo, Mazzucco che svela la sintassi parareligiosa del fenomeno Covid (aahh, allora ecco perché non ci ho creduto fin dall'inizio!), e lo stesso Blondet che il giorno dopo ritorna "sul pezzo" incurante del pericolo, e mi torna la voglia. Ma durerà? e se ripasserà, tornerà ancora?
Il secondo è di Ricky Farina, uno che scrive sul Fatto sempre piuttosto sapidamente, ma non sempre del tutto condivisibilmente. Stavolta prende spunto da un evento, la dipartita definitiva dello storico browser Internet Explorer (in se e per se non solo trascurabile ma anche visto di chi è magari da considerarsi di buon augurio, hai visto mai sia contagiosa), per una serie di considerazioni - sulla vita la morte e il passare del tempo - tutte da leggere. A me però tra tutte ha colpito una affermazione (non so se vi è mai capitato di leggere scritta da altri una cosa che avete sempre pensato voi): "io sono campione del mondo di esprit d’escalier". Questa felicissima (e infatti fortunatissima linguisticamente) espressione francese, che pare fu coniata addirittura dall'illuminista inventore dell'enciclopedia Denis Diderot, indica quella condizione d'animo di chi lì per lì, in una situazione critica o comunque importante, tace e abbandona il campo imboccando mesto e riflessivo l'uscita giù per le scale, ma poi una volta finita l'ultima rampa (o se preferite chiusa la porta, girato l'angolo, attaccato il telefono o quello che cavolo vi pare) gli viene in mente in tutta la sua chiarezza lapidaria e potenziale efficacia la risposta che avrebbe dovuto dare e ora non può più. Non dite che non vi è mai capitato. A me capita spesso, da sempre, al punto che ci feci anche il testo di una canzone delle mie (una di quelle di cui ho persino smarrito il testo; il titolo me lo ricordo, era "Lo spirito delle scale", appunto), da giovane.
Ad essi, associo una riflessione che alla mia età comincia a capitare di fare, quindi alcuni di voi la riconosceranno (e comunque non pretendevo originalità). Non solo allo specchio vedo il mio viso invecchiato solo dopo uno sforzo di concentrazione, senza il quale vedo la mia faccia più giovane e senza nemmeno rendermene conto, ma anche in giro, guardando gli altri, mi capita più o meno lo stesso fenomeno. Quel panzone impacciato, quel grigio sciatto col doppio mento e le rughe, quella signora diciamo così opulenta e quell'altra cascante dell'ombrellone accanto, sono vecchi, mi dico, mentre magari hanno meno anni, e persino dimostrano meno anni, di me. Ma se quei quattro sono una cugina col marito e due vecchi amici del liceo in coppia da allora, ecco che i miei occhi da adolescente li vedono adolescenti, ovviamente salvo il forte sforzo logico di cui sopra.
E' così, e lo sapete anche voi. Ma è anche giusto così, perché se non fosse così, se comandasse la mente logica, nulla avrebbe più senso e nulla si farebbe più: basterebbe pensarci su un attimo, e dovremmo fare i conti col fatto che l'espressione "tra dieci anni", non parliamo del doppio, a un certo punto ha decisamente cambiato significato, oggettivamente. E addio a ogni progetto, quindi a ogni possibilità di felicità. Invece, come ricorda Vecchioni in Sogna ragazzo sogna, "la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire". Anche se ogni tanto sei stanco di seminare e predicare, e anche se navighi con un applicativo lento e fuori mercato. Buon compleanno, Gino.
Tra pochi giorni questo blog compie 12 anni, e inizia il suo tredicesimo anno di pubblicazioni. Francamente, non credevo che sarebbe durato tanto, specie considerando il fatto che non ho ancora nessuna intenzione di chiuderlo. Certo, avere un qualcosa dove poter sfogare senza fare troppi danni il proprio esibizionismo e la propria grafomania può essere una buona spiegazione, ma forse c'entra anche la percezione opprimente, aggravatasi in questi mesi bui, che gli spazi per una democratica e libera espressione del pensiero si stanno così tanto stringendo da configurare come un delitto, davanti alla propria coscienza, il non insistere a mantenerli aperti finché si può e quanto si può. Insomma, prendetemi in giro se credete, ma questo per me è un vero e proprio dovere civico.
Ma un blog per essere "vivo" ha bisogno di post non dico frequenti ma almeno ricorrenti. Negli anni ho usato alcuni stratagemmi, come pubblicare una a una le mie canzoni, le mie storie brevi e le ricette di Nonna Carmela, di recente mi sono inventato RadioCIXD, una rubrica di recensioni musicali personalissime, e YOSS, uno spazio dove chiunque di voi può vedere un proprio racconto online, e anche ho ripreso a pubblicare post non miei, con un mio "cappello", per cui vi invito: imitate Pasbas e L'elio emandatemi novelle o articoli da pubblicare. Non avrete migliaia di lettori, ma un paio di centinaia magari si, hai visto mai.
E qui apro una parente, approfittandone per ribadire un concetto: da questo blog non ci ricavo, per scelta originaria, nemmeno un centesimo. Non c'è l'ombra di un banner, nemmeno di quelli che il signor Google volendo ti mette lui customizzandoli automaticamente. E questa scelta non è solo perché ho per fortuna un lavoro fisso e di quelli per cui è vietato avere altri redditi. E' anche che non ne vale la pena: con un sito come questo ci si comincia a guadagnare qualcosina quando le letture si contano a (parecchie) migliaia, non a centinaia figurarsi a decine. E per arrivarci, alle migliaia di click, bisogna scrivere di cose che interessano le masse, inseguire il consenso, tutte cose che per carità saprei pure come si fa, in teoria, ma non c'entrano nulla proprio con l'intenzione primigenia di aprire un blog, avuta nel lontano 2008. Eppoi, basta guardarsi intorno: è pieno di siti di informazione, mainstream e no, che per poter continuare a campare ripetono tutti la stessa narrazione, terrorizzati dalle conseguenze che avrebbe un minimo discostamento. Io campo d'altro, qui voglio (e quindi posso) dire quello che penso (e quella che penso sia la verità: le cacchiate sono già in tanti a raccontarvele), e mi basta che siate in pochi a seguirmi. Ma anche i blog e i siti che cercano di acchiappare click perché chi li tiene ci deve campare, oramai hanno vita difficile: i soldazzi adesso si fanno: con altri strumenti che girano su altri device, e abbassando ulteriormente il livello della comunicazione. E no, non sto facendo come la volpe con l'uva: è che so bene che ci vogliono il fisico e l'età, e avendoceli la voglia e la capacità, per fare l'influencer. Di cui peraltro ce ne sono già troppi e il mercato inizia a saturarsi.
Chiudo la parente, e arrivo al punto. Come ogni anno, "regalo" al mio blog una nuova grafica, a rispettare un antico precetto del web secondo cui un sito che non si rinfresca regolarmente è presto vecchio. Nella immagine a fianco, la vecchia grafica (ma basta curiosare a ogni inizio luglio per ritrovare quasi tutte le precedenti). La nuova, spero vi piaccia.
Quando scrissi questa ballata non avevo letto i fumetti di Black Panther, e il film era ben lungi da uscire. Ad un esame di coscienza approfondito, se proprio devo rintracciare la suggestione che ha seminato in me il lavorio da cui è uscita questa canzone, è in un vecchio pezzo... (che faccio, mi sputtano o no? massì, chi se ne importa!...) ...dei Pooh, Inca, uno dei pochi dello storico complesso ad essermi mai piaciuti oltre il magnifico Parsifal.
Con questa, mi sto avviando ad avervi proposto ormai quasi tutte le mie vecchie canzoni ancora possibilmente attuali, e nessuno mi ha ancora chiesto un testo, manco vi avessi chiesto soldi, maledetti! Devo dedurre, ormai, che sono troppo indietro, o forse troppo avanti, comunque non sono sincroni con la contemporaneità musicale (sto citando Battiato...), osservando la quale posso sempre consolarmi pensando che è fatta di testi banali e superficiali per questo i miei non sono adatti - mentre chi come me questi ultimi li detesta, in genere si scrive i propri, quindi cosa andavo cercando?
Pazienza, resteranno per i posteri, se mai tutta questa immensa memoria elettronica di ognuno di noi dimostrerà un minimo di capacità di permanenza (ma dispero, vista la relazione inversa tra, ad esempio, l'importanza che diamo alle foto rispetto alla facilità di scattarle, o in genere la possibilità di memorizzazione su supporti esterni e la capacità di mandare a mente - o a voi non capita di ricordare più i numeri fissi non più esistenti dei compagni del liceo che i numeri di cellulare degli amici di oggi?). Anche quando, come questa, sarebbero una hit di estrema attualità, a voler guardare la luna del neocolonialismo anziché il dito delle migrazioni.
VEDI LE NAVI
Vedi, figlio mio, le navi?
Ficcatele bene in mente:
non averci mai a che fare
con certa gente!
Quand'ero piccolo passarono con le navi di ferro
e andarono a uccidere le donne dalla parte del sole,
ma non è solo colpa loro, ovvero
loro non possono diversamente:
il loro sangue è putrido e maligno, il loro cuore mente.
Quand'ero piccolo passarono con le api di ferro
e impollinarono la terra con un duro seme,
e chi morì non può più raccontarlo
quando sentì la voce del metallo
urlargli dentro il ventre e l’aria perfida dentro la gola.
Vedi, figlio mio, le navi?
Ficcatele bene in mente:
non averci mai a che fare
con certa gente!
Ma io ricordo quando vennero per la prima volta
con armi sputafuoco sulle navi di legno,
allora io dissi “non facciamoli entrare,
il loro Dio promette fiamme e pene,
io vedo i nostri figli con a mani e piedi le catene,
io vedo che di ferro avranno le navi,
di ferro muoiono e ci uccideranno,
di ferro uccideranno il cuore del mondo, di ferro e d’inganno,
io vedo dai loro usi strani
che non sapranno mai cos'è la vita,
confonderanno morte e pulizia, benessere e vita,
e vi daranno morte per pulirvi,
poco denaro per farvi felici,
ma finché non sarete come loro sarete nemici.”
Vedi, figlio mio, le navi?
Ficcatele bene in mente:
non averci mai a che fare
con certa gente!
E neanche noi ci salveremo dalla loro follia:
ormai sono i padroni del mondo, con la loro bugia,
perché per essere padroni di niente
di niente bisogna essere nel male
e loro che sono padroni del mondo, loro che sanno volare,
risparmieranno questo pezzo di terra
solo se non lo scopriranno mai,
per questo figlio ti ripeto sempre quello che oramai sai:
vedi, figlio mio, le navi?
Ficcatele bene in mente:
non averci mai a che fare
con certa gente!
Questa canzone a suo tempo me la ispirò la visione, già allora in ennesima replica televisiva, del film “Salvate la tigre” con protagonista l'immenso Jack Lemmon. Se leggete la trama, però, i conti non vi tornano, perché il testo sembra parlare di tutt'altro. Gli è che, come spesso capita (almeno a me, non so a voi), della visione di un film o della lettura di un libro non resta in mente, se non in rarissimi casi, la storia precisa nel suo svolgimento, ma magari una suggestione, un passaggio, una impressione di fondo. In questo caso, lo stress che stava attraversando portava il protagonista ad avere dei flashback dello sbarco di Anzio, che gli era toccato di vivere in gioventù, e in particolare dell'orrore di una mano staccata dal corpo che in quella occasione ebbe a fissare.
Detto questo, dimenticatevelo: è solo una canzone che parla della guerra, di tutte le guerre, e in quanto tale è e purtroppo sarà sempre attuale, se volete il testo (come per gli altri) basta chiedermelo e poi potete anche musicarlo come vi pare, ad eventuale domanda potete sempre rispondere che il riferimento è a Roger Waters che alla disavventura del padre proprio ad Anzio deve non solo alcuni testi di canzoni (ovviamente molto più belli di questo) ma anche album o blocchi interi di carriera se non tutta l'ossessione che è alla base della sua follia benedetta, almeno per chi ama i Pink Floyd (perché senza di essa non ci sarebbero stati i 3/4 della loro migliore produzione), nonché la cittadinanza onoraria del comune laziale.
Il Natale, ormai lo sanno anche i bambini, o almeno quelli svegli coi genitori giusti o che almeno ci provano a esserlo, è in realtà la prosecuzione sotto mentite spoglie della festa del Sol invictus, tre giorni dopo il solstizio d'inverno, per secoli celebrata a Roma ma con radici ancora più antiche, alla Persia di Mitra e all'Egitto di Ra: quando gli imperatori capirono che adottare il cristianesimo come religione ufficiale tutto sommato sarebbe convenuto all'Impero, non fecero che giustapporre le feste cristiane su quelle pagane preesistenti, così tutti avrebbero partecipato senza nemmeno quasi badarci. Ma da noi, prima che tornasse pagana diventando la festa principale tra tante (e sempre nuove, nel patetico tentativo di raschiare il fondo del barile del plusvalore concesso agli schiavi per fare girare l'economia, mica per pian pianino tentare di affrancarsi) del consumismo, era diventata la festa della famiglia e della bontà. La qual cosa, fino a che non sfocia nell'ipocrisia (e troppo spesso lo fa) a me, anche da non credente, va benissimo. Perciò mi sembra giusto usare un vecchio testo che parla dell'atrocità della guerra, e una canzone di un genio che invoca il suo papà morto in quello stesso teatro, per augurare a tutti voi Buon Natale.
UNA MANO
Ciao, protagonista di una nuova storia,
quante sigarette hai buttato via?
Sposta il pacco e cerca nella memoria,
lascia il buco aperto alla fantasia.
Quella guerra è stata un’atrocità,
i tuoi spettri ora ti seguono e nessuno lo sa:
lontano,
qualcuno,
una mano.
Dormi la tua vita come meglio nessuno,
ma gli altri sono meglio: non si sbagliano mai,
tu hai il difetto di voltarti indietro, e in un mondo
dove non si ama ma si prende non va.
Quella mano a terra è rossa per il sangue,
quella voce è dentro ma ti sembra venga da
lontano.
Raccogli
la mano.
E quando scopri che le sigarette non fanno male,
quando vedi che tua moglie non ha voglia d’amore,
quando l’unico tuo figlio muore di un’overdose,
quando la tua mano trema e fa cadere le cose,
quando il mondo gira attorno e la tua testa capisce
che è vissuta in un’America che tra poco finisce,
quando il vecchio con le carte ti racconta una storia
che vorresti fosse tua, fosse, nella tua memoria,
lontano,
raccogli
la mano.
Ciao, protagonista di quest'altra storia,
io non ti conosco, son diverso da te,
ma ti ho raccontato perché è giusto sapere
che anche tu hai vissuto, coi tuoi qualche caffè.
Ma quella guerra è stata un’atrocità,
quanto ti ha cambiato ormai nessuno lo sa
la vita.
Uno spettro:
una mano.
Questa di oggi non è tra le mie vecchie canzoni che ancora mi piacciono e in cui mi ancora mi riconosco. Ma hai visto mai che forse proprio per questo qualcuno me la chiede? Non c'è niente di male, magari avete un sacco di musiche nel cassetto e pochi testi da adattarci, càpita: ricordo che non è questione di soldi, chiedete e vi sarà dato. A solo titolo informativo, questa l'avevo pensata a due velocità: la strofa come una bossa nova svelta, ma vedo adesso che la metrica è "rappabile", il ritornello invece melodico, e l'accostamento oggigiorno si usa alquanto. Ma non chiedetemi cosa diavolo volessi dire, quello non me lo ricordo proprio...
SCOMMETTO LA TESTA
Corri corri pazzo mondo corri svelto,
corri corri non è ancora il tuo momento,
e se corri con il cuore in gola verso il mare
troverai sempre qualcuno che ti può salvare.
Corri corri pazzo mondo corri forte,
corri su per la tua strada senza svolte,
e se corri sulla spiaggia come bianco equino
troverai uno specchio nuovo nel primo mattino.
Ma la notte non è notte
e la luna è solo il sole,
il colore della pelle
cambia solo nella notte
se la trascorri piano,
e dirò al vento “non fermarmi”
e mi dirà “ti lascio entrare”
Corri corri spazza tutto dalla via,
è lontana la tua casa in prateria,
e se corri con le gambe a pezzi sulle pietre
troverai sempre qualcuno da lasciare indietro.
Corri corri, non mi chiedere da bere,
non esistono altre cose da sapere,
e se vinci due o tre tappe verso il gran parcheggio
troverai sempre qualcuno da lasciare al peggio.
Ma la notte non è notte
e l’aurora è il tramonto,
il calore delle stelle
c’è soltanto nella notte
se la trascorri piano,
e dirò al vento “non cambiarmi”
e mi dirà “ti lascio entrare”,
ma il vento è sempre quello
sia di notte che di giorno,
i valore delle miglia
si misura con il vento
quando affacci la mano,
e dirò al vento “non capisco”
e mi dirà “ti lascio entrare”.
"Eugenio dice che io sono un rinnegato", è la strepitosa prima strofa, che parte inciampando, di Rinnegato, uno dei migliori pezzi del migliore Eduardo Bennato, quello degli anni 70, e uno dei tanti esempi di cantautori che mettono in piazza i loro dissidi privati con gli amici e i parenti, in questo caso col fratello "colto e intelligente" che non gli perdonava la deriva pop/rock, senza dimenticarsi di arrivare fino a De Simone, quello de La gatta cenerentola che mo ci hanno fatto pure il cartone....
Edoardo dopo aver toccato il fondo con Italia 90 ci ha regalato ancora più di qualche momento di pregio, col vertice in Joe Sarnataro, ma in quegli anni 80 in cui scrivevo questo brano (che come al solito vi invito a chiedermi per musicarlo a vostro piacimento) io ascoltavo decisamente più Eugenio (prima musicanova, poi tarantapower, fino alla epopea brigantesca), anche se il suo pezzo che parlava di città di mare - da cui ho preso spunto anche per la metrica oltre che per il tema - curiosamente lo incise proprio assieme al fratello...
Da poco avevo lasciato Reggio, e mi fu chiaro subito che quello che più mi sarebbe mancato, e più avrei cercato nei tanti luoghi in cui ho vissuto: non era tanto il mare o la montagna, quanto la verticalità, la tridimensionalità, insomma la chiara percezione (che hai in qualunque punto, anche se sei circondato da palazzi, anche se sei dentro casa, di Reggio Calabria, come di Genova, Salerno e tutte quelle città sviluppate lungo una stretta linea costiera sovrastata da alture) di sapere sempre dov'è il mare, e dove i monti. Non la posso spiegare meglio di così, mi capisce davvero solo chi l'ha sperimentata su di se, chi no può solo farsene un'idea, un'immagine, magari in 3D...
OLOGRAMMATICA
Quelli nati come me in una città di mare
hanno una dimensione in meno da pensare,
hanno un limite, una sicurezza da una parte,
e lo spaziotempo non li angoscia, li diverte -
che se nasci e cresci dove hai tutte le direzioni
non hai un cuscino per accomodare posizioni,
non capisci all'istante dove sei orientato
e confondi nord e sud, presente con passato.
….
Quelli nati come me in una città di mare
hanno sempre un po' di vento che li sta ad aiutare,
hanno iodio per il naso, sale nella gola
e orizzonte per capire il tempo dalla sera.
Rivedere il mare vuole dire aprirsi il cuore,
ad entrarci, è la placenta con il suo tepore,
ed il pesce che c'è in noi si sente realizzato
ed unisce nord e sud, presente con passato.
Sono figlio di figlio di figlio di figlio di figlio
di pescatore:
non ricordo da quanto non mangio un coniglio,
non ne so l'odore,
anzi ho il naso distrutti dallo iodio e dal puzzo
del merluzzo...
“Benedetto sia il mare che ci dà lavoro e pane”
mi hanno insegnato,
ma maledetto sia il mare: meglio morire di fame
che annegato.
E ho la pelle scura dura salata e spaccata,
quasi squamata!...
Ho sentito che certi si permettono il vizio
di amare il mare,
certo perché non sono mai dovuti andarci col rischio
di non tornare:
e ogni cosa si sa se la fai per mestiere
si fa antipatica,
ologrammatica...
ologrammatica...
ologrammatica...
ologrammatica...
Quelli nati come me in una città di mare
hanno sempre un sole all'orizzonte da guardare,
hanno sempre un buon motivo in più per non morire
e una freccia sempre alzata per ritornare...
Cioè, se il secondo con quel distacco era il Figlio del vento, il primo doveva necessariamente essere minimo Eolo in persona...
Il testo che vi propongo oggi (come per tutti gli altri, non voglio soldi per i diritti, basta chiedere, e per la musica siete totalmente liberi), mi è nato in testa come un valzerotto, tipo quelli di un Guccini dei primi tempi, ma chi ne capisce questo lo vede da se dalla struttura metrica, e sa anche che ciò lo rende estremamente adattabile. Era - ed è uno dei pochi in cui questa datazione è possibile con precisione - esattamente trent'anni fa: lo scrisse un venticinquenne idealista dopo l'inopinata squalifica di Ben Johnson che aveva vinto l'oro a Seul 1988 strapazzando quella specie di semidio a nome Carl Lewis e perciò attraendosi le simpatie di quelli che tengono sempre per l'antieroe. Certo, bastava guardargli le palle degli occhi giallognole per capire che c'era qualcosa che non andava, prima ancora che i muscoli improbabili, al Beniamino. Ma così è facile, dopo! bisognava saperlo prima (come cantava un mito vero), ma allora i muscoli di tutti hanno qualcosa di innaturale, e non solo certe performance ma anche la capacità di sottoporsi a certi allenamenti destano sospetti, quindi praticamente su tutti gli sportivi di vertice. Appunto: c'era di che generalizzare. E non era ancora arrivato il caso Pantani, che quanto e come ci ha colpiti tutti si deduce anche dalla relativa query...
OLIMPIA (LA MIA EX MOGLIE)
Mi rubasti il cuore facendo una finta,
fermando una guerra per darmela vinta.
Distribuisti allori ad uomini nudi.
Finisti per Roma con tanti saluti.
Un certo barone ti riportò indietro:
alquanto cambiata, giuravi il contrario,
ma agli appuntamenti arrivavi in orario,
a parte per seri motivi di guerra.
Olimpia,
ma dove eri finita? povero me!
E poi finalmente ti avevano accolta
tra i miti moderni, vestiti stavolta.
Ricordo i tuoi stracci colore bandiera
e i tuoi ammiratori vestiti da sera.
Filava normale il nostro ménage
tra Italia ed oriente odorosi di boom,
coi tuoi amanti neri, gialli rossi e blu:
se mancò qualcuno fu per boicottage.
Olimpia,
ma come sei finita? Povera te!
…
Adesso sei ricca e paghi i tuoi amanti,
ti droghi con loro, lo fan tutti quanti.
Non posso competere col loro vigore,
divorzio da te: spengo il televisore….
Ebbene si, ve la siete voluta! Sto postando da mesi i miei testi di canzoni, e va bene che non me li chiedete come speravo, ma sono pure i post con le statistiche di lettura peggiori di questo blog. Allora ricorro ai colpi bassi. Canzoni d'amore. Scritte non adesso, ma quando la giovane età mi giustificava a farlo (intendo a scrivere d'amore, che all'amore in se si è giustificati anche a novant'anni sul letto di morte). La prima è concepita per un giro armonico con ritornello, una delle poche concessioni melodiche della mia fantasia giovanile, la seconda per un latin jazz rarefatto base samba, tipo una certa Grazia Di Michele o un certo Silvestri per capirci, ma come per tutte le altre se volete i testi poi potete musicarli a piacimento. E visto il tema farne persino canzoncine da talent: quella robaccia che il fatto che iddio non incenerisca chi li ha inventati dimostra la sua non esistenza, ci siamo capiti. Vediamo se almeno questi vi piacciono...
NOVE E MEZZO (CINEMA PARADISO)
Il mio amore è un amore bambino
(non lo far crescere mai),
ha gli occhi umidi di felicità ed il groppo in gola,
come a cinque anni “non andartene mamma” il primo giorno di scuola,
non c’è niente da fare
se uno è fatto così.
Il mio amore ha le stelle negli occhi
(non le far spegnere mai),
ha il collo lungo e le arterie invitanti per un morso in gola,
è disattento e volubile e fragile ma si basta da sola,
non c’è niente da fare
se uno è fatto così.
Ma così anche nel fiore degli anni (del cinema cosa vuoi che mi freghi?)
ne ho vissuti malanni ed inganni (non ti sposerò mai, non mi freghi!)
lentamente nervoso del tempo che passa che passa che passa che passa…
e passa la palla,
giochi mica da solo!
Il mio amore si sente nell'aria
(più di ogni deodorante)
ed odora di pelle di anima e corpo di sapore e di umori
che mi arrivano subito a centro cervello e non escon più fuori,
è da toccare e sentire
e gustare com'è.
Il mio amore gli succhierei tutto
(Pinocchio, non lasciare niente!)
dal grilletto alle pieghe dietro le ginocchia alle orecchie al seno,
e a sera poi gli farei una carezza globale che non sia niente di meno
perché trovi un buon sonno
in cui sogni di me.
E così nel più bello del sogno (al cinema si verifica spesso)
io accarezzo i suoi piedi di ragno (che lui e lei si osservino fisso)
consapevole e allegro del tempo che passa che passa che passa che passa…
e che importa che passa,
manca molto al “the end”.
OCCHI E PAROLE
Per quanto affetto ci possa essere, non è mai definitivo,
non puoi mai sentirlo acquisito fino a che sei vivo,
e non devi rilassarti, abbassare la guardia:
non è facile farsi firmare
cambiali in bianco.
Non è caldo, non è bellissimo, non è sufficiente,
non fa neanche rima con cuore, come pare evidente,
non è un mito, ma non è vero che neppure esiste:
è lavoro delle tue mani,
è sangue e sudore,
è sangue e sudore,
è sangue e sudore,
l’amore.
Quest'altr'anno ho da raccontarti una storia nuova,
un affare di sentimenti perennemente in prova,
e ho già fatto il terzo tagliando, ho rifatto i freni,
non è facile stare a aspettarti,
quand'è che vieni?
Non è immenso, non è infinito, non è balbuziente,
non è tutto, ma non puoi farne a meno troppo allegramente,
non è un mito tardo-romantico o sessantottino:
è un risultato tuo personale,
è gioia e dolore,
è gioia e dolore,
è gioia e dolore,
l’amore.
Vorrei riuscire ad amarti in difesa,
per costringerti
a scoprirti un po’ in attacco,
vorrei riuscire ad amarti di meno
per costringerti
a costringermi
ad amarti di più….
Per quanta forza ci possa mettere, non è mai abbastanza
per barattare la tua interezza con la mia costanza:
per decidere “questa è la vita” si deve vivere
non fermandosi alle enunciazioni
di principio.
Non ha sonno, non ha riposo, non ha mai stanchezza,
non ha ferie, non ha termometro né leggerezza,
non ha regole ed ha ben poco di serioso e saggio,
non ha fegato né intestino:
ha occhi e parole,
ha occhi e parole,
ha occhi e parole,
l’amore.
Nasci in un posto, e più o meno ci muori. Da quando l'umanità è diventata stanziale, e con l'eccezione dei nomadi matrilineari cacciatori e raccoglitori, per ciò stesso invidiati e odiati e maledetti nei secoli dei secoli dagli stanziali patrilineari allevatori e agricoltori costretti a un modello tecnologicamente vincente in un mondo a risorse finite laddove l'Eden era relativamente a risorse infinite, è stato questo il destino del 99 periodico per cento degli esseri umani. Lo zero virgola essendo rappresentato sempre e solo dai pochi o talmente coraggiosi da rinunciare individualmente alla sicurezza in cambio della libertà, bollati però come vagabondi o mendicanti quando non rientravano nelle ristrette schiere dei nomadi approfittando di un circo di passaggio, o talmente "liberi" o "deviati" da preferire i rischi della carriera militare e/o marinara alla vita tranquilla in un porto/posto sicuro, o se no talmente ricchi da potersi permettere una mobilità relativamente enorme rispetto a tutti gli altri (all'interno ovviamente dei limiti tecnologici della propria era). I migranti di tutte le ere non sfuggono a questa categorizzazione, essendo degli stanziali talmente poveri e sfigati da non potersi permettere nemmeno di essere stanziali da una sola parte, ma invece dovere con enormi sofferenze trapiantare la propria stanzialità altrove.
Questo, fino al momento in cui il capitalismo non fu costretto dall'esistenza stessa del socialismo (creato peraltro proprio dall'organizzazione del lavoro capitalista, che necessitava di schiavi vicini tra loro e istruiti, ma questi poi parlano tra loro et voila) a trasferire ai lavoratori almeno una parte del plusvalore ottenuto dal prodotto della manodopera industriale per il moltiplicatore tecnologico, trovando nel consumismo il modo di rendere la cosa conveniente per se: io ti pago di più, tu lavori di meno, ma se hai soldi e tempo in più compri e consumi così si completa il giro e ricominciamo da capo.
Tra le componenti del consumismo, la prima, storicamente e per importanza, è la motorizzazione di massa, che non a caso iniziò nel nuovo Centro dell'Impero, gli USA, circa un secolo fa. Come testimoniano i film dell'epoca, pieni di Ford T, la prima auto a uscire da una catena di montaggio, proprio perché costasse abbastanza poco da essere alla portata delle tasche degli operai, la prima infatti a essere venduta a milioni di esemplari. E Volkswagen, auto del popolo, si chiamava il prototipo progettato da Porsche su direttiva di Hitler in persona, con la stessa finalità.
Oggi, che nuovamente il rapporto tra esseri viventi e risorse disponibili ci sta portando a larghi passi verso un mutamento di paradigma, che non sappiamo ancora se porterà alla distruzione della vita sul pianeta, a una guerra davvero mondiale, a una qualche scure malthusiana, oppure a un nuovo moltiplicatore tecnologico che renda il pianeta capace di sopportarci tutti e di più (ma quanti? lo sapete l'indovinello delle ninfee?), la prima cosa a entrare in crisi è ovviamente la motorizzazione. Anche avessimo tutti auto elettriche, e anche se queste si ricaricassero da reti approvvigionate a energia solare a costo e inquinamento zero, le nostre città non avrebbero lo stesso spazio fisico a sufficienza. Pace. O sei nello zero virgola, o stai fermo.
Ecco che il paradigma della rana bollita - ho l'obiettivo preciso di lessarti ma faccio di tutto perché tu creda di essere in un confortevole bagnetto caldo fino a quando non sarai più in grado di saltare fuori dalla pentola - viene applicato a tutto quello che i vostri bisnonni nonni e genitori hanno lottato per migliorare le condizioni di vita loro e dei loro discendenti. E attenzione che tra queste condizioni c'è anche la cultura e l'istruzione, che si possono anche solo volere solo quando i bisogni di base sono soddisfatti, tolti i quali, anche con strumenti tecnologici appositamente progettati (smartphone e social network in primis), la probabilità di autocoscienza della rana scende ulteriormente. Quindi anche alla mobilità personale: solo così si spiegano tutte le politiche di tutte le parti degli ultimi anni, al termine delle quali avrà un auto elettrica e costosa solo chi è già così agiato da possedere una casa in centro (e magari la macchina non gli serve e non gli piace) o una supertecnologica e costosissima chi ha il villone e le multe gli pesano meno che a noi i pedaggi. E così siamo tornati all'argomento di oggi.
Tutto ciò infatti non lo poteva sapere un ragazzo di venti anni che amava guidare le macchine, e forse si era innamorato di Star Trek proprio per via del fatto che quelli ci avevano il teletrasporto. Quel ragazzo, con in testa un aria rarefatta alla Battiato, scrisse tra gli altri (che continuo un po' ottusamente a sperare mi chiediate per musicarli a piacimento) questa canzoncina qua, mentre il suo treno andava da Bologna a Roma o viceversa, agli inizi di una vita da pendolare dell'amore che non sapeva ancora non sarebbe finita mai.
L'ANGOSCIA DEI TEMPI DI TRASFERIMENTO
Mi piacciono le strade di campagna: son belle per guidare forte, attaccare le curve all'interno ed affrontare i tornanti correndo. Adoro osservare le autostrade che si arrampicano sull'appennino dal finestrino del mio treno: non urtano affatto il paesaggio, tutt'altro.
E l’importante è potere arrivare, l’importante è potere andare…
Mi godo le città di notte perché le strade sono vuote: posso impiegare poco tempo per distanze disaggreganti di giorno. Di giorno amo alzare il punto di vista ad una quota topografica, padroneggiare il territorio: viva le strade di tutto il mondo!
E l’importante è potere arrivare, l’importante è potere andare…
No, non l'ho letto in tedesco, è che la copertina di questa edizione è davvero molto ma molto figa...
Continuo imperterrito nella pubblicazione dei miei testi di canzoni, nonostante la speranza che qualcuno di voi me li chieda per musicarli (a piacimento, l'indicazione che questa nasce con strofa quasi rap e ritornello quasi melodico - anticipando i tempi, visto che ha almeno 25 anni e la cosa è di moda adesso - è puramente e tautologicamente indicativa) sia in continuo calo, anche perché così ho l'occasione di riparlare con voi di argomenti a me cari.
Una delle cose che mi ha allontanato dalla religione fin dall'adolescenza è la riflessione attorno alle categorie tutte cattoliche di confessione, perdono, assoluzione, vita eterna. Non mi aveva convinto, infatti, l'impostazione catechistica che voleva il bene come opzione preferibile in funzione di una ricompensa. Prima di me non aveva convinto Lutero, lo sapevo grazie al mitico professor Stilo, ma sarà solo all'università che avrei studiato Max Weber, il cui contributo maggiore al pensiero umano è aver indagato sulla correlazione tra etica religiosa e scelte economiche; quando lo studiai, peraltro, mi convinse relativamente la sua notoria estrapolazione che il capitalismo moderno poteva nascere solo presso popoli che praticavano l'etica protestante (secondo cui il nostro destino nell'aldilà è prefissato da Dio, e il nostro agire lo rivela non lo determina), perché dimenticava il fatto che invece era nato proprio nell'Italia del Rinascimento, di più la correlazione tra le pratiche cattoliche e la carenza del senso di responsabilità personale nei popoli latini, e tra quelle ebraiche (estrema chiusura della comunità nel tempo e rinuncia ad ogni ostentazione di ricchezza) e la tendenza ad esercitare con successo l'arte finanziaria (vera ragione storica profonda, peraltro, di tutti gli antisemitismi di ogni tempo, compreso quello di Hitler che senza l'accordo di Versailles e lo strozzamento della Germania da parte dei banchieri non avrebbe mai raccolto il consenso che gli diede il potere - lezione storica questa che, come spesso capita, evidentemente non abbiamo imparato), laddove per i mussulmani, come per i primi cristiani peraltro, il prestito di denaro a interesse è invece peccato capitale. Pensavo invece, e penso ancora, che la scelta di compiere il Bene piuttosto che il Male sia molto ma molto più apprezzabile in persone che non credono che per ciò saranno in qualche modo ricompensate. In qualunque mondo, reale o immaginario che sia.
LA SCELTA (COLUI CHE ODIA, COLUI CHE AMA)
Sono colui che parla, sono colui che adora, sono colui che bacia con la lingua,
sono colui che gode, sono colui che pensa, sono colui che scrive, sono colui che ammazza, sono colui che odia,
io sono anche quello che ha scoperto che il cielo non è il cielo ma è l’immensità
che il buio della notte non è un dono divino ma è un certo girare in tondo che ce lo dà,
e in fondo non ho fatto che cambiare idea sull'oltretomba e sulla divinità
e sono come un vecchio bambino che ha saputo sempre di non sapere e sempre lo scoprirà…
Sono colui che mente, sono colui che inventa, sono colui che cammina a testa alta,
sono colui che crede, sono colui che cerca, sono colui che spara, sono colui che fa guerra, sono colui che fa pace.
E in fondo è proprio questo il bello del combattere, il bello dell’uccidere, il bello dell’odiare:
nessuno capirebbe di aver fatto bene se nessuno di noi sapesse fare male,
il bello è nella scelta e il paradiso non esiste, non si regge nulla senza concetto contrario,
e che felicità darebbe amare se fosse una cosa di tutti per ereditarietà?
Forse l'ho già detto: chi non ha vissuto gli anni 80 a sentirselo raccontare stenta a crederci, ma c'è stato un tempo in cui i ragazzi vivevano un quotidiano relativamente spensierato (in quanto tali, è difficile non sia così, anche in tempo di guerra i bambini trovano sempre il modo di giocare, i ragazzi di divertirsi, raccontano...) nonostante l'incombenza, anzi forse proprio a causa dell'incombenza, di un disastro nucleare globale capace di azzerare la vita nel pianeta. Visto alla distanza, successe questo: in Occidente si capì che per vincere la Guerra fredda si doveva indurre l'URSS a dirottare sempre più risorse verso le spese militari, la cui crescita esponenziale è assieme funzionalissima all'economia di mercato a traino finanziario e deleteria all'economia pianificata, così iniziammo a installare i cosiddetti Euromissili puntati oltrecortina, costringendo loro a fare altrettanto con noi. Tutto potevamo immaginare, però, tranne che avremmo rimpianto quel periodo come l'ultimo di relativa pace e prosperità. Ci riuscì solo qualche visionario, ne ho parlato qui, in mezzo a una produzione artistica - di tutte le arti - complessivamente improntata al tema apocalittico in maniera pervasiva e ingenua.
Non fanno eccezione i miei testi di canzoni, che da un po' pubblico nella speranza che qualcuno di voi me li chieda per musicarli: la prima ha il ritornello orecchiabile e intuibile nella melodia, e la strofa tendente a quel pop rappeggiante che ancora è di moda, la seconda più cantautorale (dalla traccia poi evoluta in questo capitolo di Chi c'è c'è). In entrambi pesa l'ossessione allora di moda, ma tutt'ora utilizzabilissima come metafora della precarietà dell'esistenza, sia del singolo che della specie. Il pezzo sul governo gialloverde è in arrivo, ma pure questa se vogliamo è politica. Buon ascolto, pardon buona lettura.
LA BOMBA
Il soffitto è troppo debole per la mia testa, lo so,
e se voi mi dite che non devo dire basta lo farò,
ma garantitemi di vivere pacificamente
non ne posso più di non guardare in faccia la gente.
E a Natale pranzerò con tutta la famiglia, e si sa
che qualcuno che mi guarderà un po’ meglio in faccia penserà
“questo qui sta già partendo per la tangente
non ne può di certo più di non guardare la gente,
forse lui ce la farà”
Ma la bomba,
ma la bomba
resta là
fissa in cielo
sta puntando
la città
e tranquilli
camminiamo
ma già ognuno
di noi sa
che la bomba
si, la bomba
è ferma la
Certo il nonno sta pensando “mio nipote in fondo è come me:
si ribella, non vuole chinare il capo, beve amaro il caffè”,
lui è un vecchio, e i vecchi delle mie canzoni hanno sempre
una goccia di limone per salvare la mente.
E ritorno col pensiero a quelli che sostengono che
“questi giovani vogliono avere subito tutto perché
non sanno cos'è la guerra e non apprezzano niente”
si d’accordo grazie ma io voglio guardare la gente
e se invece guardi in su
c’è la bomba,
c’è la bomba
e resta là
fissa in cielo
dominando
la realtà
e noi ansiosi
camminiamo
perché già
sappiamo che
quella bomba
resta ferma
chissà perché!
C’è una bomba anche per me e ferma nella mente rimane
ed a piacere chi volesse può chiamarla paura di volare
o ansia di non sciupare il tempo che sta passando,
paura di aver perso quello che è passato cantando
senza mai guardare in su
E la bomba,
si la bomba
resta là
su nel cielo
luminosa
se ne sta,
e capisci
che se non ti
dai una mossa
lei cadrà
e la vita
dalle dita
sfuggirà.
Quella bomba
è innescata
anche per te, (…per te, per tutti gli uomini di buona volontà, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, e non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male... - PARLATO IN SOTTOFONDO)
è nel sangue
della terra,
è nel caffè,
è nel cielo,
in quel cielo
che ti chiedi
che cos'è:
e’ la bomba,
si la bomba,
anche per te.
E la bomba,
si la bomba
resta là…
e la bomba,
si la bomba
resta là
L’EQUILIBRIO
Quando Giorgio e Carmelo si videro in faccia
cominciarono a temersi a vicenda,
ma siccome non erano stupidi
dominarono il loro timore
e si sedettero a un tavolo circolare
per trasmettere al mondo la parola “pace”
mentre le armi restavano pronte a colpire
perché alla gente doveva restare
la giusta paura…
“E ci siete riusciti – disse l’uomo – ho paura, ho paura,
ho paura, ho paura….!”
Il giorno in cui la prima bomba partì fu per sbaglio
(o volete fare per colpa di una mente pazza?
è lo stesso) ma colpì nel cuore una grande città
e la cancellò completamente dalla carta geografica.
Io pensavo come tutti di cercare un rifugio
in Aspromonte, scavavano tutti buchi nelle montagne,
ma come potevano pensare di nascondervicisi
più di seicentomila persone?
E poi i più speranzosi restavano fuori,
i politici dicevano “si aggiusterà tutto”,
i giovani partivano per soccorrere le zone già colpite
e l’aria aveva già una puzza strana
dopo la bomba su Comiso…
La Russia colpì tutte le basi degli euromissili
e anche molti obiettivi in America
ma ben presto, e quasi contro ogni previsione,
il suo territorio era quasi annientato.
Io intanto ero tornato definitivamente in città
quando cominciarono a usare i satelliti
e la notte si videro di nuovo le stelle
dietro la cortina di nubi postatomiche.
Cominciarono a muoversi anche le forze di terra
per occupare ciò che restava della Russia:
cooptarono gli adulti e anche i ragazzi della città
e restammo vecchi, donne e bambini
a morire di cancro…
E qualcuno già urlava “perché non ci colpite?
almeno non lasciateci in questa agonia!”;
e fu forse con l’ultimo missile russo
che l’Aspromonte si sciolse come fosse burro
e io vidi la mia carne andare a male
e sentii i polmoni che non tiravano
mentre sgomento pensavo a cosa provava la gente
quando si accasciava a terra disossata.
Non c’era neanche più bisogno degli ospedali!
E chi ci doveva mandare medicine e soccorsi?
E il cibo c’era solo per chi sapeva arrangiarsi
e io, dato che le gambe mi reggevano ancora,
mi incamminai…
tutto quanto vedevo era come se urlasse due parole:
“ho paura, ho paura”…
Quando Giorgio e Carmelo fecero pace
nessuno al mondo ebbe tempo di accorgersene
ma io, che stavo un po’ meglio, seppi qualcosa
e credo sia Giorgio che ha vinto la guerra
e che i vivi hanno gridato “viva la democrazia!”
con nessuno che potesse rispondergli,
ma l’importante era che ormai era finito tutto
e bisognava cercare di riprendersi.
Le nuove potenze si dissero “niente più nucleare
ne abbiamo avuto abbastanza, lo bandiamo dal mondo,
tanto più che per l’equilibrio tra di noi
adesso è stato inventato e costruito
il disintegratore”…
Ormai senza quasi più speranza che qualcuno me li chieda per musicarli e cantarli, continuo a pubblicare i miei testi di canzoni, come ho già detto roba giovanile, questo ha una ventina d'anni almeno, per cui alquanto ingenua. Ma non punto a un target della mia età, è un ventenne/trentenne di 30/20 anni fa che scrive per un ventenne/trentenne di oggi, quindi...
A proposito di età, tra qualche giorno sono 55, se volessi scordarmente me lo impedirebbe Faccialibro. Ai tempi in cui ho scritto questo pezzo, pensato come una ballata su chitarra acustica con finale in loop (ma per me potete usarla pure per una base trap), non pensavo ci sarei arrivato: tra l'altro un paio di chiromanzie cui mi ero sottoposto all'epoca, per
gioco ovviamente, concordavano nel leggermi una linea della vita
bruscamente interrotta alla mezza età. Boh, forse mi alzo della tastiera
e mi crolla un ponte in testa. O forse interruzione non vuol dire
necessariamente morte. O più semplicemente i chiromanti imparano tutti
lo stesso codice, e da una stessa mano leggono necessariamente le stesse
cose.
Comunque invece eccomi qua, e in una forma tutto sommato decente, salute compresa (e qui da buon meridionale faccio i debiti scongiuri, perché non ci credo ma non si sa mai e non mi costa niente), a scoprire che questa sorta di manifesto che scrissi allora in qualche modo ha continuato a farmi da bussola interiore. Insomma, magari non in rapporto di mille a zero, ma davvero ho molti più rimorsi che rimpianti, e davvero penso sia giusto così.
IL RIMORSO E IL RIMPIANTO
“Non voglio innamorarmi più” mi viene in mente
solo ogni volta che lei mi è quasi indifferente:
scendere a patti con la propria natura è essenziale
come sapere star male.
Però stavolta mi è riuscito di sedermi
sul ciglio della strada, e resto qui a guardarmi
che guardo il traffico, e mi vedo osservare le altre persone
come un normale pedone.
Ma tu ora passi e mi riguardi un momento,
ed io capisco nei tuoi occhi il tormento;
vedi: io ho presente il tuo presente, ed è per questo che canto,
per non dovere mai scegliere
tra un rimorso e un rimpianto.
Vivo da solo ormai da mesi, davvero,
e prima mi intristiva il solo pensiero!
Ma non so se vuol dire che sono finalmente maturo
o solo più duro.
Ma tu che vita vivi? Con quale entusiasmo?
Ti piace ancora, o già fingi qualche orgasmo?
Sei più sincera, o continui a prenderlo in giro
giocando col tuo futuro?
È vero, io non ho il diritto di parlare,
nella mia vita non ho fatto altro che sbagliare,
ma tra milioni di cazzate io ho l'orgoglio di un vanto:
ho scelto sempre il futuro
ed il passato lo canto,
gli errori li ho tutti dietro
e le speranze qui accanto,
perché talvolta ho fatto troppo
ma mai meno di tanto,
e quando c'è una speranza
fiuto mi infilo e la tento,
e non lascio che si vada via da me
senza resistere - e quanto! -
lasciando niente intentato,
magari parole al vento,
perché ho sempre pensato
che fare ciò che va fatto
è sempre meglio che chiedersi
come sarebbe stato.
Così ora ho mille ricordi
e una certezza soltanto:
ho forse mille rimorsi
ma non un solo rimpianto.
Terminato con Chi c'è c'è, la funzione di tappabuchi è lasciata in esclusiva ai miei testi di canzoni, che ho registrato ma cederei volentieri in uso a chi volesse musicarli e cantarli. E' roba talvolta giovanile, come in questo caso, quindi è da scontare una certa ingenuità. Ma chissà, magari piacciono proprio per questo, e in ogni caso a me non sembrano più nemmeno miei, o quasi.
Questo l'ho pensato come un reggae, ai tempi andava parecchio ma non è mai passato del tutto di moda, essendosi ritagliata una nicchia rispettabile e resistente di appassionati. L'argomento è il rapporto tra la vita vissuta (compreso il diritto di chiuderla come si preferisce) e vita scritta. Roba da ragazzi, insomma....
IN CANTINA
Presto, gira la pagina
prima che cambi aspetto.
Volevi veramente starci insieme
e non portarla solamente a letto,
volevi rinunciare a tutto,
alla tua ideologia,
ma adesso gira la pagina:
è solo colpa sua.
Presto, voltati e guardati:
hai uno specchio alle spalle;
no, non ti azzardare a romperlo,
ne va della tua pelle,
perché rimani uno dei pochi al mondo
che ha stima di se stesso
pur essendo cosciente di essere stato
un po’ sempre fesso.
E adesso scrivi,
scrivi che la pagina è tua,
non ci fa niente se l’inchiostro è simpatico:
è proprio come te,
è come ha detto lei che sei,
ma niente altro in più;
avrai l’ennesima amica e non la vuoi…
Presto, affrettati a fare il punto:
l’inchiostro ancora c’è,
anche se è sempre simpatico
(quello normale com’è?),
perché il punto, finché lo puoi fare tu
è l’unica speranza
di poter dire “ho perso la partita
ma solo su autogol”.
E allora scrivi,
scrivi tutto quello che puoi,
scrivi forte, lascia il segno sul tavolo,
incidilo profondo,
gira la prossima pagina,
chiudi la copertina
e butta il quaderno della tua vita in cantina…
Della serie "Come passa il tempo..." (Foto presa da Rockol.it)
Continuo nella pubblicazione dei miei testi di canzoni, anche se ormai dispero che mai qualcuno me ne chiederà uno in uso per musicarlo. Questo è giovanile, quindi ingenuo, ma meno datato di quanto quindi ci si aspetterebbe, sarà per l'argomento... Erano i tempi di Sergio Caputo (che è tornato a pubblicare un disco e a cantare e suonare nei concerti, benissimo, anche se ora fisicamente sembra un Mario Biondi sovrappeso), quindi il ritornello lo pensai come uno swing, ma a ricantarmela in testa nelle strofe sento ancora maggiore l'influenza del Claudio Lolli di Extranei, tanto per capirci (per quei due o tre che la citazione li aiuta....).
IL MONDO ASPETTA NOI
Noi per strada fermiamo le macchine, specie quelle antipatiche, e per giunta le mangiamo,
come quando fuori piove giochiamo a poker, ma molto spesso perdiamo (poveri noi),
nasciamo quando la volontà di giustizia si fa forte di un atto d’amore, e con amore veniamo su, viviamo e moriamo
e non ci piace vedere i viscidi, gli indifferenti non li sopportiamo,
e quando un giorno potremo cambiare cambieremo, per ora aspettiamo, ma vogliamo cambiare,
e pensiamo che cambieremo tutto, perché questo farà almeno cambiare qualcosa, ma cambieremo tutto lo stesso,
e ci arrabbiamo se si fuma, vogliamo l’aria pulita, noi, noi respiriamo,
le sigarette le lasciamo ai viscidi, il fumo è la loro arte, il mondo no:
il mondo aspetta noi
ma noi non lo aspettiamo,
veniamo un po’ episodici e anche peggio ce ne andiamo,
e quando verrà il buio
- a pensarci, che paura! -
lasceremo come sola eredità quest’avventura
da leggere e capire anche perché…
perché noi siamo giusti e per questo intransigenti come dio, e dio non esiste
(è come quando fuori piove: si sta dentro a giocare, ma uscirà il sole, e allora…)
e ci arrabattiamo a dimostrarci l’un l’altro l’esattezza delle nostre teorie,
restando alla fine convinti – com’è giusto – che siano tutte valide allo stesso modo,
la nostra strada è un’altra rispetto alla tua, fratello, ma non temere: in ogni caso morirai
lo sai anche tu che il regno dei cieli bisogna costruirlo in terra, no? dài, vieni con noi!
libereremo la gente, la nostra democrazia sarà più giusta, senza burocrazia,
il nostro vangelo può essere Fromm, il nostro Gesù Pavese, il nostro Pietro può variare, ma c’è tempo:
il mondo aspetta noi
ma noi non lo aspettiamo,
veniamo un po’ episodici e anche peggio ce ne andiamo,
e quando verrà il buio
- a pensarci, che paura! -
lasceremo come sola eredità quest’avventura
da leggere e capire anche perché…
e in fondo il nostro modo d’amare non è il peggiore, anche se forse è il più equivoco,
ma non siamo struzzi: lottiamo per noi e anche per quelli che ci deridono, forse
e abbiamo tanti pregi: siamo fessi, odiamo chi idolatra portati storici, ci illudiamo di essere in tanti invece siamo tutti soli,
amiamo la nostra donna e dietro di lei il mondo, ma sappiamo che non siamo immortali, e il tempo ci passa veloce sotto i piedi, e il mondo…
il mondo aspetta noi
ma noi non lo aspettiamo,
veniamo un po’ episodici e anche peggio ce ne andiamo,
e quando verrà il buio
- a pensarci, che paura! -
lasceremo come sola eredità quest’avventura
da leggere e capire anche perché…
il mondo aspetta noi...
P.S. Stesso palco di Caputo (gratuito, o meglio pagato per vie traverse dagli spettatori che sono stati occasionalmente clienti del centro commerciale e altrimenti non lo sarebbero stati), pochi giorni dopo, è la volta di un altro senatore della musica italiana. D'altra parte, il tempo passa per tutti e se sono diventato anziano io, che quando Ron cantava a Sanremo in coppia con Nada ero proprio piccolo, Ron è un vecchietto che se li porta bene, sicuramente meglio di Caputo che all'anagrafe sta a metà strada. Ebbene, quasi come Cristiano De Andrè per suo padre Fabrizio, se c'è uno che legittimamente può ricantare il repertorio di Dalla è proprio Rosalino Cellamare, con tutti quegli anni di convivenza fisica e decenni di connivenza artistica. Ora, il disco da studio è stato francamente deludente, tanto soporifero e piatto quanto sorprendente e vulcanico era Lucio. Ma dal vivo la cosa cambia: è assolutamente da vedere. Il giusto mix tra nostalgico e attuale, commovente e divertente, rispettoso e irriverente. Ma soprattutto, col valore aggiunto della presenza quasi fisica di Dalla, che si avverte per tutto il tempo, con l'apice nella decisione filologica e a posteriori direi ovvia di risuonare dal vivo con la band Com'è profondo il mare sulla base della traccia audio di Lucio che canta, tratta proprio dal vinile del 77: manco una delle milioni di registrazioni successive, dal vivo o no, che sicuramente ci sono. Dalla, da morto, che canta dal vivo. E tu che torni esattamente a quei giorni li, era dicembre, avevi poco più di 14 anni, che con una cinquemila lire appena elargitati dal nonno corri al negozio, e compri il tuo primo vinile, ma proprio il primo, quello che fra l'altro sta ancora li praticamente nuovo nonostante l'uso compulsivo di allora, lo metti sul piatto, alzi il volume, chiudi a chiave così non rompono che devi abbassare, spegni la luce, e ascolti quel fischio...