Visualizzazione post con etichetta sudamerica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sudamerica. Mostra tutti i post

domenica 4 gennaio 2026

JAMAS?

Quello che voleva il Nobel per la Pace, che invece l'hanno dato alla capa dell'opposizione in Venezuela (e non si capiva perché, ora si) Machado, visto che a lui non gliel'hanno dato, e che le guerre in Palestina e Ucraina che voleva fermare una si è fermata solo per finta l'altra manco per niente, si sarà detto che tanto vale che ne comincia un'altra, e mettendo in campo una tale sproporzione di potenza da finirla subito.

A dire il vero, la dinamica è stata così rapida ed efficace che ho sentito voci a sinistra (anche meno articolate di questa) gridare alla farsa, con lo stesso Maduro che avrebbe collaborato per togliersi dalle peste nel modo più indolore. Vorrei dire che cambia poco la sostanza, che è nera e vischiosa: il Venezuela ha riserve petrolifere impressionanti e con Chavez prima e Maduro poi le teneva lontane dalle grinfie americane, e invece a disposizione dei BRICS. Quindi in questo caso l'analisi politica più semplice è forse anche quella più verosimile, e iscrive la vicenda Maduro in una serie storica che passando per Gheddafi e Saddam (non guardate la fine, la bugia patentata delle armi chimiche e l'orrore dell'esecuzione, guardate l'inizio, quando cerca di prendersi il Kuwait) risale su su fino a Enrico Mattei. E Pasolini che voleva raccontarlo. Tutti ammazzati, forse anche Chavez stesso in un parallelo con Arafat, come peraltro un altro presidente regolarmente eletto anche se li era in gioco il monetarismo e non il petrolio e anche se li non ci fu bisogno dell'intervento militare diretto. Quindi a questo ancora gli è andata bene, per il momento, dipende forse anche da cosa succederà a Caracas adesso.

Di sicuro, non c'entrano niente né la droga né la democrazia o il benessere delle persone, come non c'entravano le ragioni sbandierate per gli attacchi ad Afghanistan, Iraq, Iran, Libia, Siria, eccetera eccetera indietro fino a Vietnam e Corea, c'entra solo il Potere militare ed economico di una superpotenza, indipendentemente di quale dei due schieramenti sia al governo: i misfatti li hanno compiuti sia i rossi sia i blu, con la sola differenza che i repubblicani almeno non hanno la faccia tosta di dirsi progressisti come i democratici, ragion per cui continua a valere l'argomento "meglio un nemico sincero che un falso amico" con cui preferii Trump alla Harris e magari lo avessi fatto con Berlusconi rispetto al bugiardo o incosciente Prodi o a qualunque leader del centrosinistra con la palma del peggiore al D'Alema bombardatore di Belgrado.

Inoltre, il principio del meno peggio va forse anche applicato nella scelta tra i due gruppi di potere che si contendono il mondo, quelli a guida petrolifera e quelli del cambiamento climatico, con gli USA di Trump a tirare la carretta dei primi e la UE di Ursula dei secondi. Meno peggio che non significa mai meglio: stiamo parlando di filibustieri patentati, da una parte e dall'altra, meglio ripeterlo così non mi date del trumpiano.

Forse allora è il caso di sibilare l'unico filo di speranza che viene da questa nottata che sembra non voler passare mai: che l'iniziativa faccia parte della definitiva affermazione di un quadro geopolitico in cui tornano a prevalere le "zone d'influenza", quadro non idilliaco ma di sicuro migliore del dominio di una sola superpotenza che tanti danni ha fatto dalla caduta del Muro in poi. Sapremo presto se questo è il quadro in cui si è mosso Trump: se Putin (al netto dei dovuti sbraiti di facciata sul Venezuela) incasserà la pace che vuole in Ucraina, che poi è l'unica possibile e l'unica giusta.

In ogni caso, si tratta di affari che si svolgono sopra le teste della gente comune. Quando (era l'11 settembre 1973) fu deposto e assassinato Allende si iniziò a cantare "el pueblo unido jamas serà vencido", gli Intillimani ci hanno costruito sopra una carriera, ma quella lezione è stata compresa, più che dal popolo, da chi voleva e vuole sconfiggerlo e dominarlo: se unito non sarà mai vinto, allora dividiamolo, magari dando a ciascuno di loro uno schermo davanti al naso a coagulare tutta la naturale energia sociale umana.

domenica 12 febbraio 2023

MA SIAMO MATT(E)I?

Dopo un po' di tempo, torna a contribuire a questo blog Pasbas, che anche stavolta si contraddistingue per la documentazione old style, si potrebbe dire, dunque nettamente alternativa a quella dominante al tempo del web e decisamente più profonda. L'argomento è solo apparentemente storico; invece, come avrà modo di constatare chiunque si prenda il disturbo di leggere il pezzullo con attenzione, è di estrema attualità, e già dal titolo scelto dall'autore lo si evince.

Leggendolo però mi è venuto in mente un altro titolo, che ho dato al post lasciandoli così entrambi: le cose che aveva in mente Enrico Mattei, e aveva iniziato ad attuare, semplicemente non potevano essere accettate dai padroni del mondo senza reagire. Col passare dei decenni la cosa è diventata chiara a chiunque si sia approcciato allo studio della realtà socioeconomica senza paraocchi ideologici, ai tempi invece la videro bene solo in pochi, tra cui Pier Paolo Pasolini, che ci scrisse un libro (Petrolio - ne abbiamo parlato qui) da cui aveva fatto un film, il furto del cui "master" (le pellicole di tutto il girato, da montare: niente copie, erano altri tempi) fu il cavallo di Troia che lo attirò tra i suoi carnefici (altro che le storielle piccanti raccontate per decenni..).

Pasquale oggi ci racconta (giustamente, e forse non a caso, in "presente storico") la prima metà della storia, per farci capire da dove veniva Enrico Mattei e cosa stava facendo. Attendiamo con fiducia la seconda parte.

...

Mattei, pace e bollette - parte I

di Pasbas

Pubblicazione dell'ENI, corredata da
foto inedite. Non in commercio.
Strano titolo e connessione ancor più singolare, si potrebbe dire, eppure la connessione c'è eccome. Il nostro eroe (povero il popolo che di eroi ha bisogno) nasce ad Acqualagna nel 1906, di famiglia umile che emigra presto a Matelica; irrequieto, curioso e intraprendente, lascia la famiglia per cercare fortuna a Milano. Venditore di macchine industriali e poi imprenditore del settore chimico, si confronta presto con la penuria di combustibili derivati dal petrolio e di energia elettrica, indispensabili per l'industria (come non ricordare i militari nel deserto a guardia di barili semivuoti!...). La gran parte delle famiglie delle zone rurali del sud non conosce l'elettricità, il paese allo sbando e l'accesso alle fonti energetiche praticamente impossibile cominciano a divenire un tarlo che gli lavora dentro.

Inizia la sciagurata esperienza militare del fascismo, le poche riserve energetiche si assottigliano sempre più, il disastro in Ucraina e Bielorussia dei nostri poveri soldati, le sanguinose (di cui poco si parla) campagne di Grecia, Albania, Jugoslavia e poi il tracollo e la resa, i nazisti occupano un paese con le forze armate e il popolo allo sbando, e Mattei? Mattei sceglie di ridurre la produzione per non favorire nazi e RSI, mantiene tutto il personale (evitando che le maestranze siano coscritte dalla RSI) simulando una produzione inesistente, e poi decide di entrare nella Resistenza.

Diviene capo e organizzatore di circa 30 mila partigiani cattolici (sfilerà il 25 Aprile a Milano in prima fila con i dirigenti del CNL). Poco prima si crea, quasi per caso, la più grande opportunità per la sua vita (che poi sarà la causa della sua prematura morte): la Commissione Economica del CNL Alta Italia lo nomina Commissario per l'Agip, azienda ormai stracotta. Lui e Zanmatti (ex Commissario) ci danno dentro da matti: si riparte con le trivellazioni in pianura Padana alla ricerca del gas, nonostante l'opposizione governativa che ritiene il tutto uno spreco di denaro per il nord ancora non liberato. Il dopo Liberazione non vede grossi cambiamenti: il governo sempre più deciso a chiudere i rubinetti, Mattei sempre più caparbiamente convinto delle sue idee; ma alla fine la spunta lui. Inizia così un periodo di 18 anni di incredibile e frenetica attività dal nord all'estremo sud e soprattutto un attivismo internazionale verso i paesi produttori di petrolio che sembra scompaginare i piani di dominio delle multinazionali USA e Britanniche…

Il suo “sconsiderato” attivismo e la passione per la sua patria lo portano sempre più spesso fuori d’Italia, tutto questo per stringere alleanze con i paesi produttori di gas e petrolio, scavalcando così il monopolio delle Sette Sorelle. Tutto inizia nel 1956, quando Mattei incontra Nasser per stringere un accordo di sfruttamento coordinato dei giacimenti di El Belaym, sul Sinai. Poco dopo viene siglato uno storico accordo tra Agip Mineraria e il governo iraniano, secondo il quale Agip e NIOC (società petrolifera iraniana) costituiscono una società paritetica con un rivoluzionario, per l’epoca, contratto di sfruttamento: nelle aree individuate dall’accordo i proventi delle estrazioni vengono ripartiti con un 50% allo stato iraniano ed il restante 50% diviso tra le due componenti la nuova società. In parole povere il 75% dei proventi spetta all’Iran ed il restante 25% all'Agip. Viene così completamente rovesciato lo schema dominante, 25% al paese produttore il restante 75% alle multinazionali petrolifere.

“Il petrolio è una risorsa politica [...] si tratta ora di porla al servizio di una buona politica [...] priva di reminiscenze imperialistiche e colonialistiche [...] volta al mantenimento della pace [...]”: questa visione “terzomondista” lo porta nel continente americano a trattare sulla stessa base con Messico, Brasile e Argentina, facendo così nascere speranze nuove all’interno dei paesi in via di sviluppo possessori dell’oro nero. Il governo venezuelano vede nell’accordo con l’Iran l’apertura di una nuova fase nei rapporti internazionali. Il ministro dell’economia dell'Iraq ritiene che l’accordo italo-iraniano apra una fase nuova nelle concessioni petrolifere in Medio Oriente: il governo iracheno ha il pieno diritto di rivedere i contratti di sfruttamento dei giacimenti in una chiave di maggiore convenienza. Il ministro ritiene inoltre che le nuove concessioni potranno in futuro seguire la falsariga dell’accordo tra Italia e Iran (lo dice al Times nel 1957). Il giornale di Beirut Commerce du Levante ritiene questa una vera “rivoluzione”, e prevede che anche Germania e Giappone presto entreranno nel gioco dei nuovi parametri di sfruttamento dei giacimenti. Nasser e Mattei si accordano su una suddivisione degli utili tra Egitto e Italia del 74% e 26% rispettivi. Rispetto alla politica imperialista del 25/75 questa nuova modalità sta per rivoluzionare i rapporti internazionali relativi all’energia e non solo.

La linea politica di Mattei poggia su tre pilastri fondamentali:

  1. acquisizione di licenze dai paesi avanzati, per attività estrattive e produttive;
  2. collaborazione su basi paritetiche con i paesi produttori;
  3. rapporti commerciali aperti verso i paesi del blocco socialista e quelli dell’estremo oriente, Cina in primis.

La sua impostazione da “venditore imbattibile” lo porta a girare il mondo in lungo e in largo sempre lasciando un’impressione di pacatezza, decisione e forza fuori dal comune. Non mancava mai, nei suoi incontri con governanti e industriali, di proporre i servizi e i prodotti delle aziende del gruppo: AGIP, PIGNONE, ANIC, SNAMPROGETTI, SAIPEM.

Ecco cosa dicono di lui importanti personaggi del panorama politico internazionale, alcuni degli uomini più potenti e influenti dell’epoca:

  • Luis Herrera Campins (presidente del Venezuela): “Credo che tutti i paesi produttori di petrolio ricordino con stima e ammirazione l’opera e l’azione portata avanti da Enrico Mattei”.
  • Rafael Caldera (presidente del Venezuela): “La figura di Mattei [...] un po’ fantastica per il suo coraggio, la sua azione nel campo del petrolio così pesantemente condizionato dai grandi poteri internazionali”.
  • Aziz Sidki (ex ministro dell’Industria dell’Egitto): “In una occasione, quando avevamo bisogno di aiuti a causa delle sanzioni economiche imposte all’Egitto dai paesi occidentali, il signor Mattei ci fornì il necessario fabbisogno di petrolio. [...] Mi disse che pensava che c’era qualcuno che voleva ucciderlo. Scherzando aggiunse 'forse mi faranno esplodere l’aeroplano'”.
  • Abdelaziz Lazram (ministro dell’Economia della Tunisia): “La Tunisia aveva incontrato enormi difficoltà con le compagnie petrolifere allora presenti (anni ‘60). [...] La formula di cooperazione proposta da Mattei è diventata in seguito la formula praticata nel mondo intero”.
  • Otto Schedl (ministro dell'Economia della Baviera): “...si preoccupava [...] di [...] un posto di lavoro umano, della creazione di servizi sociali, della costruzione di abitazioni per i dipendenti [...] di luoghi di vacanza al mare ed in montagna per le loro famiglie”. Schedl trattò con Mattei la costruzione dell’oleodotto e della raffineria in Baviera. Aggiunge inoltre: “La modestia, l’altruismo e la semplicità erano le più pronunciate qualità umane di Mattei”. 

mercoledì 20 gennaio 2021

YOSS 4: TROPPO TARDI?

Quando la nostra Costituzione era ancora fresca, quasi quasi veniva da crederci, che l'Italia era impegnata a rimuovere tutti gli ostacoli all'uguaglianza di fatto tra i suoi cittadini, come prescriveva l'articolo 3. Anche perché poteva capitare di accendere la TV e trovarvi un tipo bonario e originale che, in un programma dal titolo che non si sa più bene se era già un proverbio o lo è diventato grazie ad esso, cercava di alfabetizzare una platea di cittadini che l'italiano lo parlavano al massimo come lingua straniera, quella natìa restando i dialetti. Se sia stato più merito suo oppure di Mike Bongiorno poco importa, più interessante è ricordare che con l'era televisiva berlusconiana il processo si invertì, avviando il Paese verso quell'analfabetismo di ritorno il cui completamento è stato compito degli smartphone e della comunicazione via social: giusto in tempo per poter instaurare una dittatura con la scusa di un virus, se si pensa che senza il 4G sarebbe stato impossibile tenere la gente reclusa in casa (d'altronde senza reclusione forse non si spalancherebbero le porte al 5G liquidando come complottismo le perplessità senza nemmeno un minimo approfondire) e senza semplificazione del pensiero non sarebbe facile imporre narrazioni propagandistiche. La storia di questa rimpianta trasmissione televisiva e del suo straordinario conduttore ce la racconta Pasbas in soggettiva, con un taglio così evidentemente letterario che d'autorità la rubrico come "short story", iscrivendola all'apposita e un po' dimenticata rubrica YOSS. Buona lettura. E poi buon ascolto, perché l'argomento mi da l'occasione per riproporvi un'altra perla dimenticata di Claudio Lolli, che trovate in fondo.


Non è mai troppo tardi

di Pasbas

Dovete credermi, mamma mi diceva sempre “Alberto c’è la guerra e vuoi prendere due diplomi? Ma pensa a salvarti la vita piuttosto." Certo tutto sano di mente non ero né sono mai stato, tant’è che entro in marina nel ’43 e intanto ero iscritto a scienze naturali alla Sapienza. Faccio parte prima dei sommergibilisti e poi del Battaglione S. Marco, insieme con gli alleati.

In Rai pensate ci sono entrato per puro caso: “Direttore perché mi manda a fare questo inutile provino?” e lui “vai vai caro Alberto che qui di gatte da pelare ne ho già abbastanza”. Dopo una lunga attesa mi chiama il regista e mi chiede “vorrebbe fare un programma Rai nella qualità di maestro?”. Ci penso su e rispondo che si lo farei ma utilizzando il mio metodo d’insegnamento e null’altro, e tranquillamente mi avvio all’uscita; ma una voce quasi gridata esclama “fermatelo: è lui il prescelto, mandate a casa gli altri candidati!". E fu così che la Rai mi assunse, era il 1960, bei tempi.

Cavolo, e pensare che avevo iniziato la mia carriera all'Istituto di Rieducazione e Pena per minori ”Aristide Gabelli“ di Roma. E lì, appena arrivato, i ragazzi detenuti mi sfidano ad uno strano gioco: il capo mi dice “se vinci provi a insegnarci qualcosina, se vinco io ti siedi all’ultimo banco e per quattr’ore leggi ogni giorno il giornale”. E quale era la gara lo volete sapere? prenderci a cazzotti finché uno dei due cadeva a terra; ovviamente, ben preparato dalla attività militare, lo stesi in poco tempo e divenni così il loro capo, riconosciuto anche dal povero malcapitato.

Viaggiai in Sudamerica per insegnare ai nativi; negli anni ’50 avevo preso due lauree, una in pedagogia e l’altra in psicologia; mia madre sempre più preoccupata “figlio mio pensa a farti una posizione, cosa ci fai con questi pezzi di carta?”. Nell’ambiente della scuola molti mi ricordano per la frase detta al giudice che mi chiedeva di scrivere questi benedetti giudizi, altrimenti mi sarebbero capitati guai seri. La mia risposta? “D’accordo darò valutazione riepilogativa uguale per tutti tramite un timbro; il giudizio sarà 'fa quel che può, quel che non può non fa'. Lo darò usando un timbro apposito” e lui di rimando “ma non può dare giudizi agli alunni usando un timbro, non è accettabile!”. “Bene allora non c'è problema, posso scriverlo anche a penna”. Che volete, nessuno può stravolgere la propria natura. Chi sono? Scusate se non mi sono presentato, il mio nome è Alberto Manzi, il maestro Manzi.

lunedì 25 novembre 2019

DUE DI PIQUE'

Città del Messico, in 42000 ad un match di tennis, amichevole ma organizzato bene
Può anche essere che uno nasce incendiario e muore pompiere, ma stavolta non parlo perché con l'età sono diventato conservatore. Parlo di tennis, infatti, e parlo da appassionato praticante dello "sport del diavolo", l'unico coi punteggi architettati in modo che non sei mai sicuro di aver vinto se non hai vinto: puoi perdere anche da 6-0 5-0 e match point, è rarissimo ma è successo. Già i ritocchini per "televisivizzarlo" del NextGen quando impattano sul punteggio sono da rigettare con sdegno: i set a 4 e il killer point infatti snaturano questo sport, lo "sdiavolizzano" alquanto, in peggio superati solo dal supertiebreak al posto del terzo set che per fortuna per ora è relegato ai doppi. Ma in fondo quello milanese è un torneo sperimentale, neonato, e queste sono proprio le occasioni in cui testare novità per poterle valutare con calma al fine di con calma portarle al regolamento generale: come è accaduto col timer per servire e io magari auspicherei con il "falco" giudice di linea. Non si può usare lo stesso metodo con uno dei tornei più antichi non solo di questo, ma di tutti gli sport. Eppure con la Coppa Davis è stato fatto di peggio.
Faccio un passo indietro, e mi sforzo, visto che fin qui non l'ho fatto, di usare un linguaggio comprensibile anche dai non tennisti o filotali. E' successo che un giocatore di calcio ancora in attività con una carriera da manager già avviata sia riuscito a raccogliere una massa di soldi enorme attorno al progetto di riformare, anzi rivoluzionare, un trofeo con 119 anni di storia. Coi soldi, si sa, e oggigiorno poi, si può fare tutto, ma qui come altrove "lo sterco del demonio" non può nulla se non lo sai impiegare. E un "pallonaro" è la persona meno adatta, a mettere le mani nel tennis. Sarebbe come se Federer si mettesse in testa di riorganizzare i mondiali di calcio (scommettiamo che se volesse riuscirebbe a raccogliere i soldi necessari all'affare?) e però senza rispettarne lo spirito: che so, stabilendo che vince chi arriva prima a 4 gol con due di vantaggio e quanto dura dura, ma coi rigori sul 4 pari, e che si gioca tutto in tre stadi coi match a seguire, e tutti i giorni (mai capita sta storia che i calciatori se giocano il mercoledi sono stanchi la domenica: a parte i tennisti, che per vincere un torneo giocano almeno un paio d'ore ogni giorno anche a livello amatoriale, basta guardare il mazzo che si fanno in giro per gli USA i cestisti NBA, o i ciclisti nelle corse a tappe, per sbottare che va bene che il calcio non è uno sport, ma almeno i professionisti per quanto li pagano e per come dicono li allenino dovrebbero poter giocare senza problemi minimo due o tre volte a settimana).
Il torneo visto a Madrid, ha ragione Panatta, a livello di organizzazione sembrava il challenger di Tirana, con tutto il rispetto per la capitale dell'Albania: due soli campi e mezzo, orari affastellati, incontri che finiscono all'alba, la possibilità di ritirarsi regalando set e punti agli avversari così dimostrando l'assurdità dei gironi a tre con ripescaggio delle 2 migliori seconde, eccetera eccetera. Insomma, tutto il peggio delle fesserie che fino ad oggi si erano viste solo nel calcio, oltre che negli altri sport di squadra quando cercano di scimmiottarlo. Una cosa ridicola, che porta il nome glorioso di una manifestazione che magari aveva dei problemi, ma piccoli aggiustamenti sarebbero bastati e avanzati a risolverli. Con la ciliegina sulla torta di un sacco di commentatori televisivi, e di protagonisti diretti, che arrampicandosi sugli specchi elogiavano la novità sostenendole l'inevitabilità, lasciando immaginare i diversamente (in assoluto) ma ugualmente (in relativo) lauti compensi elargiti più o meno palesemente, ad accrescere il senso di vomito.
Non so quanti soldi abbia raccolto Piquè per convincere l'ITF a cedergli il pacco e riuscire a realizzare questo obbrobrio garantendosi l'adesione di alcuni dei giocatori più forti (non tutti, il re e il suo delfino erano in giro per il sudamerica a spassasserla incassando borse paperoniche ma in cambio costituendo per il tennis un veicolo di promozione incredibile - basta guardare lo stadio di Città del Messico per credere, ma è stato un trionfo ovunque si sia giocato), né quanti ne abbia incassato di diritti televisivi e pubblicità. Ma chi fa le cose a pene di segugio prima o poi la paga: intanto gli spalti erano da mezzi vuoti a desolati (quando non giocava la Spagna: gli ha detto bene che è arrivata in fondo, insomma), fino a praticamente deserti per gli incontri che finivano di notte (e ti credo: per quanto avesse pagato il biglietto, per quale ragione uno spagnolo doveva svegliarsi rinco il giorno dopo per vedersi tutto il doppio inutile tra due squadre di cui non gli fregava niente?). E poi vediamo passata la novità e il battage relativo quanti soldi raccatta da TV e sponsor negli anni a venire, se non torna sui suoi passi apportando cambiamenti sostanziosi che rifacciano assomigliare la manifestazione a un evento tennistico (massima concessione ammissibile? una final four al posto della vecchia finalissima, e il resto tutto uguale a prima, che era una meraviglia vedere stadi pieni in posti dove non si organizzano tornei ATP, e carneadi che se la giocavano alla pari tre su cinque contro campioni talvolta persino battendoli, spinti dal tifo).
Infatti, quello che dimenticano Piquè e i suoi compari, quando si vantano del relativo successo (ingigantendolo e osando sbeffeggiare gli dei) della loro manifestazione che ha stravolto un mito, è che quel poco di straccio di successo che hanno avuto, l'hanno avuto proprio e solo perché hanno potuto usare il nome "coppa Davis", con tutto quello che evoca nella mente di chi l'ha conosciuta. Se il misfatto avesse la ventura di durare abbastanza da far sbiadire la memoria della vecchia Davis, il fallimento della nuova già oggi latente diverrebbe clamoroso. Meglio mollare subito e tornare al tuo caro pallone, sentiammé, ti conviene.

domenica 3 novembre 2019

TANTI PICCOLI BERRETTINI

Ormai è ufficiale: l'Italia avrà dopo 41 anni un suo rappresentante al "masters" di tennis, come tutti giustamente continuano a chiamarlo a dispetto delle denominazioni ufficiali. Il lasso di tempo ne fa una notizia da prima pagina, quindi lo avete già sentito. Ma su questo blog, chi mi segue sa perché, non si può non parlarne.
Molte delle considerazioni che si possono fare, infatti e però, le ho già fatte poche mesi fa, a proposito della vittoria di Fabio Fognini a Montecarlo: basta rileggerle. Ma ce n'è qualcuna che si può aggiungere, o su cui si deve tornare.
  • Nel post di aprile citavo Berrettini più che Cecchinato come speranza che l'exploit del "fogna" non restasse isolato, anche se allora il primo era oltre il 50° posto e il secondo ancora vicino alla top 20 (ma era facile prevedere che il siciliano non ripetesse la semi 2018 al Roland Garros, meno magari che entrasse in una spirale così negativa come quella in cui è entrato dopo), perché intuivo vedendolo giocare, e non ero il solo perché bastava capirne un po' di tennis (anche se nessuno avrebbe osato una previsione di impennata così rapida), che sul ragazzo si poteva puntare (e vedrete che anche gli altri due che citavo non saranno da meno: sicuramente Sinner, diciottenne che da allora a oggi ha guadagnato forse duecento posizioni entrando in top100 e certamente onorerà la wild card alle Next Gen finals di Milano andando ben oltre la comparsata, ma anche Musetti ha un tennis bellissimo anche se deve ancora crescere tanto sia di fisico che di testa).
  • Quest'ultimo fattore è invece proprio quello che faceva intuire le potenzialità di "berretto", e che più ne rimarca la distanza da qualsiasi altro giocatore italiano forse addirittura di sempre. La facile battuta che viene è che come gestione mentale, sia in partita che in ottica azione su se stesso per migliorare e poter ambire a una migliore carriera, Matteo non sembra italiano, meno che meno romano. Si, c'è Andreas Seppi che deve al suo atteggiamento mentale molta parte dei suoi risultati, molto buoni e duraturi, a dispetto di mezzi tecnici e fisici buonissimi ma non eccelsi, ma lui è altoatesino quindi culturalmente è "tedesco". E lo stesso si può dire di Sinner, che pure ha tutto davanti: è bellissimo sentirgli dichiarare che gli US Open sono "il primo slam" che vorrebbe vincere, serio, come uno che è certo che ne vincerà più di uno. Ora, che queste caratteristiche si riscontrino in un ragazzo del sud (o c'è qualcuno che intende sostenere che Roma non sia una città meridionale?), e gli abbiano già consentito di raggiungere le finali ATP ad un'età in cui di solito i tennisti italiani devono ancora sbocciare (quasi tutti, anche le fantastiche ragazze di pochi anni fa, hanno raggiunto il loro top dopo i 27 anni... e a pensarci bene se fosse vero anche per lui lo potremmo vedere al vertice, una volta ritiratisi i 3 cannibali), è una splendida notizia che potrebbe essere foriera di bellissime cose per il nostro Paese: una sua emulazione avrebbe ricadute in ogni campo, non solo su quelli da tennis, relegando l'icona dei bamboccioni nei cassetti della storia. Vedete quante ragioni per fare il tifo per lui, che magari superi i suoi predecessori vincendola, almeno una partita al masters...
  • Sempre in quel post approfittavo dell'occasione per ricordare la straordinaria vittoria in coppa Davis di quell'Italia (Panatta Barazzutti Bertolucci Zugarelli), che portò al tennis tanti che ancora oggi siamo ancora praticanti. Lo rifaccio adesso, ma la ragione non è che anche con questi ragazzi oggi abbiamo chance di vittoria (e le abbiamo): la nuova Davis ha una formula sciagurata, e non può fare che una frazione della presa popolare della vecchia (della serie, non per forza tanti soldi portano a qualcosa di buono...). La ragione è che è tornata purtroppo d'attualità la situazione politica del Cile, che tanta parte aveva avuto allora a fare entrare nel mito la nostra impresa sportiva. E ogni occasione è buona per esercitare la memoria storica, senza cui ogni popolo è destinato a perdersi. Avrete anche voi sentito delle imponenti manifestazioni di piazza in Cile, anche voi restandone spiazzati: ma la dittatura non era finita parecchi anni fa? La dittatura si (per quanto non mi stancherò mai di ripetere la lezione del professor Chiodi di Scienza della politica: la democrazia non intacca la formula del potere, la dissimula soltanto, e meglio del comunismo), ma i suoi presupposti no: il Cile di Pinochet (insediato con un golpe l'11 settembre, evidentemente la data piace ai servizi segreti americani...) fu il terreno su cui i Chicago boys sperimentarono il neoliberismo estremo, poi applicato in tutto il mondo Italia compresa, qui attraverso il cavallo di Troia chiamato Unione Europea per ingannarci. E oggi, chiunque vi vinca le elezioni, resta uno dei Paesi al mondo dove è applicato con maggior rigore (persino l'acqua è privata, come da noi si è scongiurato solo grazie a un referendum e manco del tutto, giusto l'aria ancora no). Rammentarsene, aiuta a capire.
Fatte queste, torniamo al nostro eroe, per alcune non secondarie considerazioni tecniche. E' il primo italiano tra i Big Servers, e la cosa non deve essere senza un ruolo proprio nella sua tranquillità mentale: anch'io sarei meno umorale in campo se sapessi che se mi concentro sul servizio in pratica parto da trenta a zero... Ma se il drittone alla Delpo gli è naturale, nell'ultimo anno si è costruito un rovescio più che decente, che può giocare sia coperto che slice, e non è malaccio nemmeno a rete. Se continua a lavorarci come ha fatto in questi ultimi mesi, migliorerà dove gli serve. Ma stavolta parte da numero otto: da un lato è più difficile, ma dall'altro hai orizzonti davanti ben diversi...

venerdì 26 aprile 2019

LASCIATECI FOGNARE

A uno che si fa chiamare Fogna, disinnescando con l'autoironia gli sfottò, si può
perdonare di averlo visto troppo spesso in campo con un linguaggio corporeo a
dir poco irritante, ora però vince pure (immagine tratta dalla gallery di Ubitennis)
Torno a postare dopo una decina di giorni, tempo biblico per la Rete ma pazienza: dal blog non ci ricavo un centesimo e a giudicare dalle statistiche di lettura non siete in tanti ad averne sentito la mancanza, e non solo per il megaponte. Per un rientro soft, parlo di sport, e di quello che pratico, dato che la cronaca finalmente me ne dà occasione.
Come tutti saprete, infatti, nei giorni scorsi un italiano ha vinto un torneo tennistico di primaria importanza, anche se non uno dei primi 4 (detti "slam" perché una volta la gente bene giocava sia a tennis che a bridge) per cui attendiamo dal 1976 di Panatta, e meno male che nel frattempo ci hanno pensato le donne. Inoltre, subito dopo, è arrivata l'ufficialità in merito all'assegnazione alla città di Torino delle ATP finals nelle 5 edizioni dal 2021 al 2025: è il "Masters" maschile, la "finale" tra i migliori 8 dell'anno solare, insomma non proprio uno slam ma quasi. Si tratta di due eventi importantissimi, per gli amanti dello "sport del diavolo".
Fognini che vince a Montecarlo, infatti, potrebbe avere effetti nel medio/lungo termine ben più significativi di quelli di breve termine relativi all'interesse mediatico e social. In Italia più che altrove, infatti, funziona quel meccanismo di traino per cui negli anni 80 eravamo tutti sciatori appresso a Tomba-la-bomba: ecco perché chi vi scrive gioca ancora a tennis nonostante abbia 55 anni suonati e 2 ginocchia malandate, perché quando era ragazzo c'era un certo Panatta che vinceva a ripetizione, anche se molto meno di quanto il suo immenso talento gli avrebbe consentito (ma più, grazie proprio a quel talento, di quanto la sua scarsa voglia di sacrificarsi in allenamento avrebbe permesso a chiunque altro), attorniato da comprimari di tale livello che quell'Italia andò in finale di coppa Davis per cinque volte (anche se ne vinse solo una, che meriterebbe un post a parte, magari vi faccio un post-scriptum) in sei anni. Tra parentesi, gioco ancora, nonostante eccetera, anche proprio perché adotto lo stile di gioco di Adrianone, attaccando appena posso sia sul servizio che in risposta, cosa che richiede tocco e rapidità ma accorciando comunque la durata degli scambi alla fine risulta molto meno usurante. Ora, proprio Panatta ha dichiarato che la sua contentezza per la vittoria italiana è aumentata dall'aver visto uno che gioca di tecnica e fantasia prevalere su uno (si riferiva alla semifinale vinta strapazzando Nadal) che se gli capita di giocare "senza intensità è poca roba". E Sua Maestà Roger Federer sempre in questi giorni ha dichiarato che gli piacerebbe vedere almeno 20 dei top 100 scendere regolarmente a rete. In ogni caso, è possibile che se l'esplosione definitiva di Fognini, pur così tardiva (il nostro è trentaduenne...), dura abbastanza (...e ha una capoccia che magari al prossimo torneo perde da una pippa al primo turno) da inglobare in un ciclo unico quella di uno o più dei ragazzi che si stanno segnalando nel frattempo (più che Cecchinato, che ancora deve convincere di non essere una meteora, direi Berrettini, e almeno uno tra i due teenager Sinner e Musetti, ma magari dietro l'orizzonte c'è anche qualcun altro), il tennis italiano potrebbe registrare un nuovo boom di praticanti, dopo l'onda innescatasi negli anni 70 di cui ancora la cresta domina, infestando i campi di 50/60enni in attesa del "largo ai giovani".
Anche perché nel frattempo arriva il master a Torino. Provo a spiegare ai profani e agli antigrillini per partito preso la differenza con le Olimpiadi a Roma. Le olimpiadi moderne sono state almeno da Atlanta in poi un autentico bagno di sangue per città e Paesi che le hanno ospitate, avendo comportato interventi costosissimi per costruire strutture usate venti giorni e quasi sempre abbandonate subito dopo, risultando però un enorme affare per chi ha organizzato le prime e per chi ha realizzato i secondi: lobbisti di politica sportiva e grandi costruttori che infatti sono sempre in agguato appena fiutano l'occasione. Viceversa, le ATP finals si giocheranno in una struttura già esistente (anzi, ridandole senso prima che si deprezzi, non avendo ospitato sport dopo l'hockey olimpico se non occasionalmente) per almeno cinque edizioni, rispetto alle olimpiadi costando una frazione e generando per un multiplo ricadute sia economiche che sportive. Si tratta, infatti, di un evento di cui si parla in tutto il mondo per tutto l'anno, non solo nell'imminenza dello svolgimento e non solo tra gli addetti ai lavori o tra gli appassionati di tennis.
Detto che la concomitanza di ospitare in Italia il master maschile per un lustro e di avere finalmente un pacchetto di tennisti che possono vincere tornei non può che far crescere il numero di ragazzini che giocano a tennis, ci si potrebbe chiedere allora perché chi non è già un appassionato di tennis dovrebbe essere contento, della cosa. Provo a spiegarlo, anche se comprendo di non essere certo un osservatore neutrale e quindi predichiarando di esprimere solo un mio personalissimo parere, partendo da lontano. Premesso che qualsiasi sport svolto con costanza e applicazione fa bene a chiunque, e direi più allo spirito che al corpo, bisogna distinguere innanzitutto tra sport di squadra e sport individuali. In entrambi contano la tecnica e la preparazione atletica, ma i primi privilegiano valori come mettere la propria individualità al servizio del collettivo, sentire la responsabilità di gruppo e di ciascuno verso il gruppo, comprendere il proprio ruolo come parte di un meccanismo il cui funzionamento ottimale deve essere sempre tenuto presente come obiettivo da ciascuno e di tutti, sennò si perde anche se tu giganteggi. Nei secondi, invece, prevale l'impossibilità di scaricare ad altri la colpa dell'insuccesso (istinto naturale: per questo molti tennisti se la prendono con la racchetta...), e la necessarietà di trovare un equilibrio con se stessi prima di poter affrontare qualunque avversario. Ma fin qui, il tennis è come la scherma, il tiro a bersaglio, le immersioni, gli scacchi. Il confronto diretto con un avversario toglie dal novero quegli sport individuali dove non c'è, almeno non immediato, come le gare di velocità o resistenza di qualunque tipo, il livello di dispendio energetico e sforzo atletico tolgono anche gli altri sport di racchetta o altro attrezzo in mano, alcuni anche molto duri per carità ma in spazi e/o per tempi molto inferiori, lasciando il tennis in cima alla classifica degli sport individuali competitivi più duri in compagnia della sola boxe. Non a caso la preparazione atletica di un tennista somiglia alla prepugilistica. L'unica differenza, si potrebbe dire con un'iperbole, è che a tennis non si danno e non si pigliano pugni. Quindi se vi piace quest'ultima cosa, scegliete per voi o istradate i vostri figli alla boxe, altrimenti il tennis è la scelta migliore, per uno sviluppo armonico di mente e corpo, di una persona che è più portata a fare i conti con se stesso e a contare su se stesso, o che ha bisogno di migliorare in questo campo. Se invece ha più bisogno di socialità, ci sono gli sport di squadra, tra i quali si noti non ho mai nemmeno di striscio nominato il calcio, che così com'è gestito e insegnato in Italia perde tutti o quasi i benefici connessi alla pratica degli altri sport collettivi.
Se vi è rimasta la curiosità di sapere perché mai lo chiamino "lo sport del diavolo", ci aiuta la cronaca con un caso limite, di una meccanica però che in maniera meno eclatante si presenta spesso e volentieri, sia a livelli professionistici che sui campi dei circoli amatoriali: una tennista di Hong Kong, in un torneo internazionale anche se non di alto livello, sotto per 6-0 5-0 e match point contro, annulla quest'ultimo con uno smash che colpisce il nastro e va di là per poi schizzare sulla riga, e poi recupera e vince l'incontro (finale 0-6 7-6 6-3). Il bizzarro sistema di punteggio non perdona: a tennis non hai mai vinto finché non hai vinto. E non perché può sempre arrivare un colpo da KO o un episodio fortuito qualsivoglia. Perché l'avversario può sempre recuperare, e anche tu. Negli altri sport non capita.
...
Post scriptum. Nel 1976, l'Italia arrivò in finale di Davis battendo la forte Australia in semifinale a Roma, mentre l'altra semi non si giocava per il rifiuto dell'Unione Sovietica di incontrare il Cile di Pinochet. L'Italia si spaccò in due, lungo una linea però più frastagliata di quella allora netta tra sinistra e destra, o meglio tra comunisti e no. Panatta, ad esempio, veniva ascritto a sinistra, essendo tra l'altro un raro esemplare di tennista proletario, riuscito a fare quel mestiere da ricchi solo perché il padre era custode dei campi. Oggi racconta che fu proprio Berlinguer, segretario di un partito allora maggioranza relativa ma che gli accordi di Yalta imponevano all'opposizione - e di li a poco chi tentò di rompere il blocco (e ci avrebbe anche tenuto fuori dalla consorteria monetarista che sfocerà nello SME prima e nella UE a trazione Euro dopo) fu fermato da pallottole solo apparentemente proletarie, dicevo fu Berlinguer a consigliare ai ragazzi di partire perché nello sport si ricordano sempre solo i vincitori e loro erano l'unico ostacolo tra il Cile fascista e l'albo d'oro della coppa del mondo di tennis. Andarono. Videro. Vinsero. Entrando in campo nel doppio decisivo con una maglietta rossa al posto di quella azzurra.

mercoledì 6 febbraio 2019

GLI SMEMORATI A CONVENIENZA

Incastro tra il Giorno della Memoria e il Giorno del Ricordo un rapido post dedicato a tutti quegli smemorati a corrente alternata che continuano a dire dittatore di un Presidente eletto e a invocare la democrazia per sostenere un golpista eterodiretto.
La collocazione mi pare perfetta, per parlare di due pesi e due misure: come ho più volte ricordato negli anni (basta rileggere i primi tre risultati di questa ricerca), non ho nulla contro giornate che ci aiutino a ricordare gli errori compiuti in passato, perché la Storia insegna che è l'unico modo per evitare di ricompierli in futuro, purché la memoria funzioni sempre, non solo quando riporta alla mente gli eccidi che voglio io. Perché i massacri sono tutti tali, le ingiustizie sono tutte tali, e nemmeno è giusto fare comparazioni quantitative, sennò peraltro le Foibe non sarebbero nemmeno in top100 e l'Olocausto forse a stento in top ten.
Perciò non ripeterò che un popolo che come evento fondativo ha l'eradicazione di un popolo libero da un continente, tramite sterminio e confinamento, non può dare lezioni di democrazia a nessuno. Non che un popolo che è stato vittima di uno sterminio può fare tutto tranne fondare uno Stato confessionale con tanto di apartheid sanguinoso ai danni del popolo che per millenni ha vissuto in quei territori. Non che i nostri soldati si sono macchiati di vergogna come tutti gli altri di tutte le guerre - è del tutto infondato il mito degli italiani buoni - nelle loro colonie come sui fronti aperti, in primis quello con i Balcani di cui le Foibe sono state solo una (orrenda come tutte le altre) rappresaglia. Magari lo lascio fare a chi è più bravo di me.
Invece ricorderò agli smemorati che il riconoscimento frettoloso e tendenzioso da parte di Germania Ovest e Vaticano, seguiti a ruota da tutta l'Europa occidentale, di Croazia e Slovenia fu la causa scatenante dell'esplosione della Jugoslavia in uno dei conflitti più efferati degli ultimi decenni, perché denuncino e schifino la troppa fretta che l'ineffabile Unione Europea ha nel riconoscere un golpista, all'unisono con la sola lodevole eccezione, finché regge, dell'Italia.
E gli ricorderò anche che strozzare un Paese libero che ha tentato di distribuire socialisticamente le proprie risorse naturali al proprio popolo, causandogli enormi sofferenze economiche per poi soffiare sul fuoco dell'ovviamente crescente scontento, magari manipolandolo qua e la fino al momento propizio, non è una novità, è una strategia (leggere qui i dettagli, e le analogie al caso Libia) più volte applicata sempre dagli USA in quello che Monroe definì il loro giardino di casa, in particolare nel Cile di Allende (lì coi camionisti e i militari, oggi in Venezuela cambiano solo gli attori) visto che ancora oggi almeno quella narrazione sembra essere ancora in voga nel cosiddetto centrosinistra.
La memoria vi deve funzionare sempre, non solo quando vi conviene. Maledetti.

domenica 27 gennaio 2019

UN GOLPE, MA MORBIDO

Ma voi lo avete capito, poi, perché hanno fatto fuori Gheddafi?
Non solo sono anni che ci propinano la loro visione del mondo, che poi è quella del capitalismo sovranazionale, come se fosse l'unica possibile e comunque l'unica "scientifica", a dispetto dell'assioma che la scienza è la patria del dubbio e ciò che lo esclude non è scienza. No, ecco che quando la gente comune dimostra (col voto) che ha smesso di credere alla loro narrazione della realtà, per quanto insistente e dominante, e poi dimostra (mantenendo il consenso al sia pur rabberciato e contraddittorio governo nonostante gli attacchi concentrici a cui lo hanno sottoposto) che proprio non ci vuole credere più, approfitta del fatto che quest'ultimo non ha la forza politica o forse solo l'habitus di bandirli da tutti i gangli del mainstream (cosa che loro invece hanno sempre fatto, qualunque posizione avesse il loro governo nel simulato continuum destra/sinistra) per continuare a disinformare in tutte le direzioni. Peggio, quando finalmente la nuova situazione politica consente che una voce discordante da quella narrazione si affacci, senza pretendere di dominare a sua volta ma semplicemente di democraticamente fare sentire un'altra campana, eccoli che subito partono in quarta blaterando di disinformazione antiscientifica: il classico bue che dice cornuto all'asino.
I fatti. L'altra sera (grazie a Freccero, si noti) finalmente una trasmissione TV parlando di signoraggio raccontava diversamente da come ve l'hanno sempre raccontata loro la politica economica e le congiunture degli ultimi decenni. Sacrilegio! Come si premettono? Ignoranti! Ecco il dominio grillo-leghista sui media! eccetera eccetera... Inutile obiettare che la suddetta gente comune lo sa benissimo, perché se lo sente nel culo e nel portafogli, chi ha ragione. E inutile rammentare che prima del dominio del monopensiero liberista e monetarista esisteva almeno un'altra scuola di pensiero economico, e visto gli sfaceli compiuti da quella dominante sarebbe proprio il caso di riaprire un confronto democratico con l'altra, nel merito. No, hanno ragione loro e gli altri sono ignoranti e in malafede, questo è il loro paradigma, e stiamo parlando di gente che si considera democratica e aperta.
Un altro esempio ce lo da la cronaca. Voi siete mai stati in Venezuela? Io no. Io non ho idea diretta di cosa vi succeda, quindi cerco di farmi un'opinione cernendo i fatti dalle opinioni altrui. C'è un presidente eletto, con maggioranza netta anche se meno del predecessore, il quale non solo aveva larghissimo consenso in patria, ma era stato ispiratore di un movimento che aveva portato la sinistra al governo in quasi tutto il sudamerica, cosa del tutto inedita e inusitata rispetto alle logiche geopolitiche imperanti, nel plauso anche di molti di quelli che oggi via social fanno eco a chi da addosso al successore. C'è un Paese ricchissimo di petrolio, al punto di poter far campare da signori tutti i suoi abitanti, ma il dominio delle multinazionali ha sempre impedito a quote significative di ricchezza di fermarsi li: il consenso popolare a Chavez deriva proprio dall'aver promesso, e poi iniziato ad attuare, di inceppare questo meccanismo. Ci sono gli USA, che da sempre appunto dominano il continente in varie modalità, tra cui spiccano quelle neocoloniali e il sostegno neanche troppo occulto a dittatori sanguinari di ogni genere: quando vai a vedere l'ultimo film di Moretti, caro il mio piddino, ricordatene, e cerca di immaginare con chi starebbe Allende oggi, e di capire che gli americani non sono cambiati, fanno sempre le stesse cose, sei solo tu che hai cambiato campo senza manco accorgertene. Quindi io non so esattamente cosa succeda laggiù, ma ho il forte sospetto che abbia ragione uno come Minà, che il sudamerica lo conosce e una volta era uno dei miti della sinistra: c'è in corso il tentativo di riappropriarsi del petrolio mettendo al governo un fantoccio. Tentativo che mira a completare la riconquista del subcontinente da parte della destra liberale, altrove, a iniziare da Argentina e Brasile, dimostratasi più semplice.
Invece, a voi raccontano che siccome Maduro (che avrà fatto i suoi errori, ma nel contesto di una strategia di strangolamento) non avrebbe più il sostegno della maggioranza della popolazione, e siccome invece c'è un altro che questo sostegno ce l'ha, bisogna indire subito nuove elezioni o riconosceremo il secondo come legittimo Presidente (praticamente un golpe che scatenerà una guerra civile, ma questo non ve lo dicono). Bene fa chi rileva allora che sarebbe da fare la stessa identica cosa in Francia, dove peraltro sono ben più accertati sia il calo dei consensi di Macron sia l'ampiezza e la profondità della protesta. E male, malissimo, fa chi dimentica che il paradigma è esattamente quello con cui si detronizzarono Saddam e Gheddafi, causando centinaia di volte più problemi di quanti si pretendeva di risolvere - a parole, perché nei fatti l'obiettivo era esattamente destabilizzare, e quindi è stato centrato, e i cazzoni siete voi che gli facevate eco nel "dalle al dittatore".
Di questo, e altro, dobbiamo dire grazie ancora una volta a chi ha confezionato una legge elettorale avvelenata dopo l'altra, con l'obiettivo riuscito di arginare il trionfo democratico che è l'affermazione del movimento 5 stelle - la prima volta incassando con una finta alleanza un premio di maggioranza che ha estromesso dal governo il partito di maggioranza relativa, la seconda costringendo quest'ultimo a contrattare ogni singola questione con un partner di governo che fino a ieri aveva condiviso la maggior parte delle storture precedenti, dalle trivelle alla TAV passando per la politica estera e il pareggio di bilancio in Costituzione.
A proposito, la vostra cara Unione Europea sta implodendo: avete sentito dell'alleanza bilaterale francotedesca? e soprattutto, avete capito cosa comporta? Le parole di Conte a Davos sono state giustamente paragonate a quelle di Wilson tra le due guerre mondiali, speriamo che il premier stia preparando, oltre ai discorsi, anche quel famoso piano B. L'Euro è al capolinea, bisogna prepararsi.

lunedì 28 novembre 2016

FIDEL POTRO

Saviano, uno che si è costruito una carriera scrivendo con
arguzia di cose di mafia risapute, per conto di un editore
che alla mafia doveva parecchio della sua carriera anche
politica. A me è sempre bastato questo per giudicarlo per
quello che era. Ora forse se ne sta accorgendo qualcun altro.
Non c'è solo l'assonanza a unire i due eventi storici (uno con le virgolette, uno senza) dello scorso week-end, suggerendomi il titolo. C'è l'Argentina che vince (hasta la victoria siempre) la sua prima coppa Davis con sugli spalti a tifare uno che ha passato la vita a dilapidare il suo indicibilmente immenso talento portandosi appresso il Che tatuato, quell'Ernesto Guevara che uno pensa cubano prima di ricordare che invece era appunto argentino. Quell'Argentina che ha guidato l'ultima ondata di ribellione all'Impero, che magari adesso è in riflusso ma negli ultimi 15 anni ha dimostrato che la cosa è possibile, non solo a Cuba.
Su Fidel Castro avrete letto e sentito in questi giorni fiumi di parole. Perciò sarò, una volta tanto, breve (con qualche link da seguire per chi non si accontenta). Aveva 30 anni quando ha affrontato e sconfitto (e prima ancora, pensato di poterlo fare senza neanche sapere sparare) la prima potenza mondiale e la sua mafia, si forse non ce l'avrebbe fatta se non ci fosse stata la seconda dalla sua parte, ma ha resistito per altri decenni dopo la dissoluzione di quest'ultima. Ci fosse un solo trentenne con la stessa statura e metà del coraggio oggi in Italia, ad esempio, l'Italia avrebbe una chance. Comunque, con un nemico di quella forza economica militare e propagandistica, non poteva riuscirci senza quella che vogliamo chiamare la sua dittatura (quelle imposte in tutto il sudamerica dagli USA invece?). La quale quindi, come tutte le difficoltà materiali che hanno dovuto affrontare i cubani per decenni, è da considerarsi conseguenza dell'embargo e della strategia USA, mentre le indiscusse conquiste sul piano sociale sono avvenute nonostante l'embargo e la strategia USA, figurarsi altrimenti.
Ah, quelli che oggi sputano su Castro sono gli stessi che hanno fatto un santino di Mandela. Che senza Castro sarebbe morto in prigione....

martedì 5 aprile 2016

NO CUBATOUR? AHIAHIAHI....

Non sono mai stato un buon turista, ma della cosa non mi è mai dispiaciuto troppo. Sarà stata la perenne condizione economica di "muru a muru c'u spitali", bellissima espressione riggitana per dire in bilico o se preferite sul filo del rasoio (nella fattispecie, del rosso del conto), ma non ho mai fatto vacanze lunghe e costose e raramente sono uscito dall'Italia, mai allontanandomene troppo, e nemmeno l'amicizia di persone globetrotter mi ha suscitato invidie, neppure costruttive. Si, certo, talvolta avere la possibilità di un viaggetto in più, figuratevi, magari... Ma, ripeto, mai sofferto troppo di non potere, e quindi, siccome se uno gli piace davvero una cosa il tempo e il modo di farla li trova, se non si può pazienza. E mai però ragionato troppo sulla faccenda: è così, e pace, nella vita ho altre priorità: provate a togliermi il tennis (finché ce la faccio) ...
Poi sti giorni in TV le immagini di Obama a Cuba, la narrazione ridondata della fine di un'era (a precedere quella dell'embargo, finora solo annunciata), hanno cominciato a farmici rimuginare: a Cuba si che mi sarebbe piaciuto andare, ma non in un villaggio turistico, no, proprio a viverci per qualche tempo, magari qualche mese, come più di qualcuno mi ha raccontato di avere fatto, quello si che è viaggiare!... e forse ora è già troppo tardi. E allora ho capito, forse, perché non sono un buon turista nel senso comune del termine.
Il termine deriva dal Grand tour che i rampolli ricchi a un certo punto hanno preso a fare specie nel sud Europa, e nasce con la rivoluzione industriale esattamente assieme all'industria turistica, ad opera di un Cook (non l'esploratore...). Per cui è ab origine che il concetto stesso è legato ad un differenziale di disponibilità economica. Ora, è indubbio che quasi ogni occidentale è portatore di un differenziale di disponibilità economica nei confronti di quasi ogni non-occidentale. E il divario è andato crescendo nei secoli, proprio dalla rivoluzione industriale in poi e grazie a guerre e colonialismi vari, fino a che la globalizzazione non ha invertito il trend, brutalmente sostituendo l'idea romantica che avremmo potuto esportare il nostro progresso nelle condizioni di vita e nei diritti civili con l'idea tardo-capitalistica che il livellamento sarebbe stato verso il basso in entrambe le dimensioni. Ma questo è un ragionamento di medio/lungo termine, in una foto dell'oggi il differenziale sussiste. Ora, non so perché (qui non si è migliori o peggiori, sto solo descrivendo una situazione), sarà per una di quelle abitudini introiettate da piccoli. Per capirci, i genitori ti dicono e ridicono che non si mangia senza pane, perché loro da piccoli il pane non lo avevano e se lo avevano era con quello che dovevano riempirsi la pancia non certo col pochissimo companatico, e tu non sei certo nelle loro condizioni di allora ma impari talmente tanto a mangiare col pane che oggi non sai farne a meno, se mangi un'insalata senza pane ti sembra di digiunare. Ecco, è la stessa cosa. C'è chi riesce a portare con disinvoltura quel differenziale in giro per il mondo, magari giustificandosi nell'intimo con la buonissima ragione che viaggiando effettua proprio una redistribuzione proletaria, che sarà piccola ma se tutti un po'... insomma, certe economie col turismo ci campano, eccetera eccetera. E c'è chi non ci riesce, chi percepisce per empatia l'odio intimo che cova sotto la gentilezza. No, grazie, mi si dica pure che è come per la volpe e l'uva, ma io viaggio poco, e quel poco preferibilmente in posti dove questo non può capitare.
Tutto questo per giustificarmi del fatto che parlo di Cuba senza esserci stato. Forse non dovrei, forse davvero andandoci uno si renderebbe conto soprattutto della povertà e della mancanza di libertà. Ma forse anche della dignità di un tenore di vita modesto ma senza sfruttamento dell'uomo sull'uomo, per impedire il quale, e proteggere un contesto di diritti diffusi e fattivi come quello allo studio e alla salute, è forse il prezzo giusto quella presunta mancanza. E magari pure del fatto che quel tenore di vita va confrontato con quello che c'era prima della revolucion e quello che ci sarebbe stato se questa avesse fallito, e quelle libertà con quelle ben inferiori che l'imperatore ha lasciato che avessero in tutti questi decenni tutti gli altri popoli dell'America Latina. Senza contare che nessuno può dire quale sarebbe quel tenore senza sessant'anni di embargo (che ancora oggi si annuncia soltanto di eliminare, e vedrete si concederà solo al prezzo di rinunciare del tutto al socialismo), e quali libertà si sarebbe potuto permettere il "regime" se non fosse stato sottoposto a un lunghissimo assedio.
Ecco perché e percome stona quello che ci racconta il mainstream oggi. L'orgoglio di un popolo-simbolo, che ha resistito per decenni all'omologazione e ancora oggi si permette gesti come questo, impercettibile e infatti non notato quasi da nessuno, tanto simile a quello con cui un bimbo fiero si sottrae all'assoggetamento simbolico da parte del grosso gradasso.
No, non è una buona notizia la "fine" di Cuba, cioè dell'idea stessa che è possibile qualcosa di diverso, idea che è esattamente ciò che ha consentito, dovunque è stato tentato ma segnatamente nel sudamerica degli ultimi anni, di realizzarlo almeno un po'. Forse è per questo che l'America aveva, ed a guardare bene ha ancora, "paura", al punto di "vedere in uno Stato in miniatura questa orribile minaccia". Forse è per questo che Cuba invece non finirà mai.


giovedì 27 marzo 2014

ERA SOLO ABBRONZATO...

Un bel primo piano del Presidente degli Stati Uniti Barack Obama,
in questi giorni in visita a Roma...
Quando ho iniziato a fare il dj in radio, eoni fa, la prima raccomandazione che gli amici più esperti hanno tenuto a farmi è stata più o meno questa: quando fai una cavolata, anche solo un "buco" (in gergo, non so nemmeno se ancora attuale, "silenzio in onda per più di un secondo o due"), dopo fai qualunque cosa tranne scusarti o tornare in altro modo sull'accaduto: l'unico effetto sarebbe aumentare, ed esponenzialmente, il numero di chi si è accorto della cosa.
Questo precetto base della comunicazione di massa, in realtà, non è l'unico che vìolo sistematicamente su questo blog, forse proprio perché l'audience è la cosa cui bado meno nel tenerlo. Quindi questa non è la prima volta che ammetto di aver preso cantonate, se ne segnalano almeno un paio di altrettanto clamorose: quando facevo il tifo perché la Fiat comprasse anche l'Opel, ancora convinto che Marchionne fosse li per fabbricare e vendere auto, o quando pensavo che a certi patti "più" Unione Europea fosse meglio che "meno", ancora non avendo aperto gli occhi sull'operazione "impoverisci i sudditi specie del Sud" che invece era il progetto Euro fin dall'inizio (e non so Prodi se ne esce meglio col dolo o la colpa: è meglio per un politico rivelarsi un imbroglione o un cretino?). Certo, almeno il Partito Democratico l'ho tanato fin da subito, che era lo strumento della definitiva liquidazione della sinistra in Italia, ma anche qui ho sperato fino alla fine che l'anima Bersani fosse diversa da quella Renzi, purtroppo dovendo registrare nella breve stagione in cui prevalse che ciò sostanzialmente non fosse vero: è stato proprio mentre PLB ripeteva ogni giorno che qualunque fosse stato l'esito del voto lui sarebbe rimasto "con Monti senza se senza ma" che assieme ad altri milioni di delusi ho mollato il PD per abbracciare la causa grillina...
Ma questa no. Questa non me l'aspettavo. Si, è vero che tenevo a sottolineare più l'aspetto simbolico dell'elezione di un nero alla Casa Bianca prima che al soglio pontificio (fregando sir Skardy) o prima che una donna al Quirinale, ma insomma si, avevo gioito anch'io per l'elezione di Obama. Che invece fin da subito ha gettato fango sul Nobel per la pace assegnatogli sulla fiducia (evidentemente malriposta), mancando ogni promessa elettorale di disimpegno militare su vari fronti, di cui pian piano anzi ne ha aperto molti altri. Dimostrando che per una volta l'uomo di Arcore aveva ragione, che ne sai forse i bugiardi si riconoscono tra loro dall'odore: quello del negro aveva solo l'apparenza, e manco tanto.
Diciamoci la verità: oggi l'Imperatore è in visita alla sua colonia più "ballerina" in fatto di importanza, a seconda se la Storia la situi o meno sulla frontiera. Oggi che i Russians si sono messi in testa di giocare di nuovo alla Grande Potenza, vediamo cosa ci guadagneremo noi; l'altra volta, erano stati due o tre decenni di relativo benessere e crescita delle aspettative, al prezzo di mantenere la democrazia a livello di mera etichetta formale. Certo è che questi che hanno la scusa di essere progressisti quando ci si mettono riescono a essere più reazionari dei peggiori conservatori: dal persistente osceno impegno in Afghanistan e Iraq alla gestione vergognosa della questione ucraina, passando per le "primavere" arabe varie e il lavorio più o meno sommerso contro un Sudamerica che non si rassegna a perdere, questo Mr. President ha proprio la faccia come il culo. Di un nudista.

giovedì 6 febbraio 2014

LA VERITA'

La Pravda: della serie "...forse non tutti sanno che...", la testata
ufficiale del comunismo sovietico si chiamava testualmente "verità"
Essendo pericoloso addentrarsi, come ad esempio in questo pezzo peraltro godibile, in uno dei concetti filosofici più ardui, facciamo un patto preliminare: sul concetto di "verità" restiamo sullo spicciolo.
Ripetere una bugia credendoci, attraverso i canali giusti, alla lunga la fa diventare una verità: questo assioma della comunicazione di massa è la componente del berlusconismo che lo ha reso vincente, al punto di trasformare a sua immagine anche gli avversari politici e quindi tutta la (prima solo "gran parte della") Informazione Ufficiale. La comunicazione deriva la gran parte delle sue categorie scientifiche dal marketing, insomma è roba ammericana, come la TV commerciale peraltro, e quindi è ovvio chi ne capisca di più tra i politici in Italia (altro che guru del web...). Ora, a pagina due dei manuali c'è scritto che ogni comunicazione è per definizione un tentativo di influenzamento del comportamento altrui, ogni comunicazione: anche un gesto in lontananza tra due che si scorgono in un deserto, chi lo fa (o anche chi evita di farlo) vuole che l'altro scappi lo aspetti o si avvicini. E però a pagina tre c'è scritto che il confine tra influenzare e manipolare è sottilissimo, e sta qui: se in quello che dico e/o faccio per indurti a comportarti come voglio sono falso e/o reticente anche in un minimo dettaglio, è manipolazione. La pubblicità, e da un ventennio anche la politica (si, si, anche prima, ma da un ventennio "professionalmente"), sono il regno della manipolazione. Ora rileggete da capo. Poi andiamo con una serie di esempi.
Uno. Andrebbe bene anche il nordafrica, ma l'Argentina offre un esempio più chiaro, di come sia facile disinformare quando l'oggetto è lontano e non abbiamo alcun modo diretto di acquisire elementi di verità. Ma a volte la lontananza è molto relativa, come a proposito dell'Argentina docet Guccini, e forse ci converrebbe seguire con interesse una vicenda di altri così a noi per molti versi simili che anche la vicenda potrebbe esserlo: vi dice qualcosa, infatti, essere costretti a un cambio fisso con una moneta troppo forte fino a ridurre alla fame il ceto medio? si? allora dovrebbe suggerirvi qualcosa anche che se ne può uscire proprio scegliendosi una guida politica che abbia il coraggio di recidere i legami con quelle istituzioni monetarie eterodirette, avendo come obiettivo interno primario la piena occupazione anziché la spoliazione criminale della cosa pubblica. E però quelle istituzioni monetarie imperano su quasi tutto il resto del mondo, controllandone anche l'informazione, e quindi la narrazione ufficiale è addirittura capovolta, e a noi arriva solo quella, se non siamo in quell'uno virgola che spulcia sul web.
Due. Quando c'era il comunismo, siamo cresciuti con la narrazione che dove si era sustanziato nel "socialismo reale" la gente vivesse molto peggio di noi. Avere tutti un lavoro e una casa, e praticamente un solo modello di auto, era visto dal nostro punto di vista come una diminutio intollerabile (anche perché affiancata da riduzioni di libertà politiche e di pensiero), e condividere la visione profetica di un Bennato d'epoca sull'illusorietà del nostro modello di sviluppo era sempre più difficile mentre questo arrivava al top delle prestazioni. Adesso che questo modello ovviamente si è inceppato, solo i più fortunati di noi hanno ancora un lavoro, e solo i più svegli hanno già capito che l'obiettivo intrinseco di lungo termine del capitalismo (come "di chi?"? sono così pochi al mondo che si potrebbe mandare l'elenco a memoria...) è da sempre redistribuire la retribuzione dei fattori a suo vantaggio (anche oltre il punto di autodistruzione: si tratta di tendenze "naturali", e tutti i progressi attribuiti al capitalismo sono in realtà frutto dell'azione dello Stato a temperarlo), quindi pian piano toglierci le case e rimandarci a piedi, anche se con lo smartphone, comincia ad essere chiaro che i decenni lungo i quali il capitalismo ha rincorso e superato il comunismo nell'offrire benessere ai suoi sudditi è stato proprio solo perché gli serviva per battere il sistema "nemico". E infatti una volta convinti i russi che stavano peggio di noi e vinta la guerra fredda, ha invertito la marcia, e la crisi odierna è solo il primo risultato visibile di questo processo che ci ricondurrà alla schiavitù per avercela fatta rimpiangere. Processo che inizierà a invertirsi solo quando, arrivato ai suoi effetti peggiori, ricominceremo (-ranno: ogni tanto dimentico quanti anni ho...) a sognare e perseguire un progetto politico che miri a dare un lavoro una casa e il massimo di beni materiali compatibili con le risorse del pianeta a ciascuno dei suoi abitanti. Anche magari senza chiamarlo comunismo...
Tre. Quale interesse può avere un mondo dell'informazione quasi totalmente controllato dai partiti, quindi dai beneficiari massimi della corruzione, a passare notizie sulla corruzione brutta e grossa? Pensiamoci un attimo... chi non ha chiesto un piacere o un servigio, anche solo perché pressato dal bisogno? Non sarà per fare leva sui sensi di colpa per fare accettare legnate che altrimenti provocherebbero ben altre reazioni? Intendiamoci, la corruzione c'è ed è diffusa. Ma dire che ammonta a 60 miliardi e cioè al 50% di quella europea totale, come ha riportato "la voce della Confindustria" e praticamente tutti i telegiornali, che senso ha? Solo se ti informi per altre vie, hai la risposta: scopri che la cifra viene da una lettura strumentale dell'Unione Europea di dati proveniente dalla Corte dei Conti italiana con significato praticamente opposto (la classica "citazione a metà"). Strumentale a preparare gli italiani alla seconda ondata di impoverimento che ci hanno approntato (nel silenzio generale di tutti i partiti M5S escluso) per gli anni a venire. Quando invece basterebbe che si smettesse di regalare soldi ai grandi costruttori (con annesse tangenti) raccontando la balla che le grandi opere servono allo sviluppo e creano occupazione, ai partiti con la scusa dei rimborsi elettorali (ancora una volta, c'è solo un partito che non li ha presi), agli evasori mentre si fa finta di fargli la lotta, alle banche mettendo il regalo miliardario dentro il decreto con cui si abolisce la seconda rata 2013 dell'IMU così si può raccontare che quei cattivacci dell'opposizione populista vogliono rifartela pagare.
Quattro. A proposito del DL IMU-Bankitalia, come sono andate le cose non lo sentirete mai in tivù, quindi occorre ripeterlo, a me qui e a tutti al bar in ufficio in palestra, che ricapitalizzare enormemente la Banca centrale serve non solo a dare linfa ai privati (fondazioni bancarie con dentro sempre loro, i partiti) che la controllano perché i regali di Draghi per quanto enormi non bastano, ma anche a rendere difficilissimo per un governo domani ri-renderla pubblica in vista di riacquistare la sovranità monetaria. E la cosiddetta "tagliola", rispolverata dalla Boldrini per votare subito vanificando l'ostruzionismo messo in atto dai grillini per impedire il "reato", non solo non era mai stata usata in precedenza, ma non è nemmeno nel regolamento della Camera (solo in quello del Senato): l'ineffabile signora (che poi da Fazio, in un siparietto che ha stabilito il nuovo record mondiale di zerbinaggio, ha dato di matto incontrastata) in pratica si comporta come un arbitro che segna un gol e esulta sotto la curva dei tifosi beffati, poi quando qualcuno di quelli giustamente incazzato gli tira qualcosa prima espelle due o tre avversari, poi sospende la partita e assegna il tre a zero a tavolino (Scanzi preferisce "prendersela col poliziotto burbero che ha detto 'stronzo' al ladro e glorificare il ladro perché ha sorriso alle telecamere quando gli hanno messo le manette"). Ebbene, di fronte a tutto ciò, certo anche per ingenuità di Grillo e soci, questi riescono tramite i loro media (grazie al fatto che il loro uditorio è ancora in larga parte composto di boccaloni che confondono il dito e la luna) a imporre, proprio mentre fanno scempio della democrazia, la narrazione che i grillini sono antidemocratici e sessisti, con il solo Travaglio a ricordare che se proprio bisogna a andare a guardare i modi, gli attacchi volgari e violenti subiti dai grillini restano sempre largamente predominanti rispetto a quelli fatti. Ammesso e non concesso che sia ancora tempo di guardare ai modi, anziché alla sostanza di chi prevarica chi per poi lamentarsi delle reazioni del prevaricato.
Cinque. Tocca tornare un attimo sula legge elettorale: anche qui sul mainstream (Fatto quotidiano escluso) nessuna traccia di quanto sbilenca, incostituzionale, controproducente (ha come unico sicuro effetto di ricompattare il centrodestra sotto Berlusconi ridandogli speranze di vittoria, e qualcuno prevede persino che possa favorire Grillo, ma poi non arriva a dedurre la correttezza che si dovrebbe allora riconoscergli per il fatto che la osteggia) essa sia. Il messaggio che passa è che il moVimento critica per criticare (mentre Renzi arriva e fa, visto?) senza essere capace di costruttività, nessuno che ricordi che Grillo ha raccolto oltre un milione di firme per una proposta di legge elettorale rimasta colpevolmente non discussa per due legislature, e perciò decaduta. E che i grillini sono stati gli unici a votare la mozione di un membro del PD per il ritorno al Mattarellum qualche mese fa, sì, gli unici: il PD ha votato contro se stesso (eh si, è recidivo...). Nessuno lo ricorda perché la parola d'ordine, cui è informato anche l'Italicum stesso, è disinnescare il M5S, la prima forza politica in Italia da decenni che ha non solo le ragioni, ma anche delle speranze concrete di cambiare qualcosa, l'ultima rimasta a difendere la democrazia.
Rammentatevelo, quando non ce l'avrete più e rimpiangerete di avere creduto al teatrino di menzogne che vi hanno apparecchiato, e di non avere votato 5 Stelle...

mercoledì 11 settembre 2013

UNO DEI TANTI UNDICI SETTEMBRI

L'assassinio dell'arciduca Francesco Ferdinando d'Austria
e di sua moglie a Sarajevo, il 28 giugno l'11 settembre del 1914
Nei corsi di comunicazione, per fare capire bene i filtri della percezione, cioè quella roba che fa si che la quasi totalità di quello che ci arriva dai cinque sensi momento per momento noi non lo registriamo altrimenti impazziremmo, si usa fare un esempio "a contrario", spingendo la classe a ricordare un'occasione in cui l'allarme e/o l'emozione erano tali che i filtri si sono momentaneamente abbassati, e noi ricordiamo ogni particolare insignificante. Ciascuno di noi ha alcune di queste occasioni, chessò la "prima volta" o un "incidente mortale", ma se vuoi azzeccarci con un gruppo eterogeneo basta che usi l'11 settembre del 2001: tutti ricordano cosa facevano quel giorno quando la TV passò quelle immagini, nessuno ricorda cosa faceva l'11 settembre dell'anno prima.
No, non sto ribadendo ancora che di undici settembri ce n'è almeno un altro altrettanto significativo, quello in cui un colpo di Stato preparato con l'aiuto degli USA rovesciò il governo democratico cileno inaugurando uno dei regimi più tristi della storia recente. Né rimpolpando senza necessità il relativo tag: presto (come già per Kennedy, Marylin, Nerone, i Pellerossa, eccetera) diverrà luogo comune che la versione ufficiale dei fatti di quel giorno è una menzogna, e quindi è sufficiente alla propria coscienza aver preso posizione sin dall'inizio per la verità.
Sto affermando che quando saremo (saranno: ahimè chi ha passato la boa dei 50 è meglio che il futuro remoto impari a declinarlo in terza persona) abbastanza lontani da studiare gli inizi di questo secolo come Storia, accomuneremo l'11 settembre 2001 all'invasione della Polonia, all'attentato di Sarajevo, e a tutte le "caggiuni" (in riggitano: cause apparenti) con cui si suole convenzionalmente indicare l'inizio delle grandi guerre, perché ciò serve nei libri di scuola ben sapendo che l'inizio vero sta nelle cause economiche di fondo. E quindi sapremo, quando sarà finita da un po', che l'11 settembre 2001 è iniziata la Terza Guerra Mondiale, di cui al momento non ci accorgiamo sia perché le conseguenze materiali più drammatiche nel nostro quotidiano di occidentali non sono ancora arrivate (ma potrebbe accadere eccome, se serve) sia perché questa guerra è più frammentata e dissimulata delle precedenti (ma i frammenti sono sotto i nostri occhi, si chiamano Afghanistan, Iraq, Tunisia, Libia, Egitto, Siria, Sudan, Mali, eccetera) e le cause economiche meglio nascoste grazie all'affinamento della propaganda (ma la crisi iniziata nel 2008 è solo l'ultima puntata dell'attacco finale nella lotta di classe lanciato dai "padroni" col monetarismo negli anni 70).
Insomma siamo in guerra, da dodici anni, è il nemico è chi ce lo nasconde.

In evidenza

DEFICIENZA, NATURALE

Dell'argomento AI ne abbiamo già parlato come di uno di quei pericoli gravissimi verso i quali sarebbe opportuno porre argini non appen...

I più cliccati dell'anno