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domenica 10 agosto 2025

HIC SALTA

Il modo di dire, che forse se lo ricorda solo chi ha l'età mia e ha fatto le scuole in un certo modo, eoni prima delle nefaste prove Invalsi, è tratto da una favola di Esopo in cui un atleta sborone sosteneva di essere stato capace di saltare da una gamba all'altra del Colosso erto all'ingresso del porto di Rodi, ma gli veniva risposto "hic Rhodus hic salta", qui è Rodi qui salta, ovvero dimostra adesso coi fatti quello che dici di valere.

Mi è venuto in mente, anche se non c'entrava nulla, mentre saltavo dalla barca nella finta baia di San Giorgio, ma questa ve la spiego dopo. Gli è che mi concedo, una delle rare volte, un post leggero, la condivisione di un paio di riflessioni di viaggio, prima di riprendere con i miei post di argomento serio e tono incacchiato. Rodi, chi ci era stato venti o anche dieci anni fa me l'ha raccontata come bellissima, per cui attribuisco le mie impressioni a una deriva recente. E sono:

  • un posto pieno zeppo di turisti quasi tutti italiani e di locali tutti uguali per fare mangiare quasi sempre le stesse cose o bere idem o noleggiare auto o moto o farsi mangiare la pelle morta dei piedi da pesciolini o stonarsi di musica assordante e di alcol magari davanti a una nuda che balla - l'ho scritto senza punteggiatura perché rende meglio l'idea non perché mi atteggio a Saramago;
  • un posto dove tutto quanto sopra costa come in Italia (e mica so fessi, questi che ti dicono una faccia una razza mentre ti abbracciano, campano di questo e i fessi siamo noi);
  • un posto dove se possono ti danno la sòla, come diciamo a Roma, e qui veniamo alla spiegazione promessa qualche riga indietro.

Un'escursione in una settimana ce la vogliamo permettere? e permettiamocela! La migliore: verso la coloratissima isola di Simi, ultimo avamposto dell'Unione Europea così vicina alla costa turca che l'operatore telefonico ti fa pagare il roaming. Ma come scegliere tra decine di offerte in ogni angolo di strada e spiaggia? Barca lenta veloce o velocissima, con sosta e bagno nella impareggiabile baia di St. George raggiungibile solo via mare o senza, con passaggio davanti al monastero di nonmiricordochi dall'altra parte dell'isola o senza, con due o tre ore di sosta nell'abitato principale? Dei venditori prescelti, una coppia, il marito aveva provato a dirci, in un italiano incomprensibile, che in quella baia le barche grandi non possono entrarci quindi tanto valeva scegliere una combinazione che non prevedeva il tuffo, ma la moglie, in un italiano perfetto, con un gesto che dava ad intendere non ascoltate quel poveretto qua la baracca la porto avanti io, ci ha venduto il tour completo. Quando abbiamo realizzato che quel mucchio di sassi lungo venti metri dove avevano attraccato era solo adiacente alla bellissima baia promessa, che da li peraltro manco si vedeva, eravamo tutti già in acqua a sbollire la rabbia assieme al calore accumulato nella traversata. Io, pensando, più che al cavaliere Antonio Trevi che vendeva a un turista americano la fontana di famiglia, alla settimana bianca organizzata fuori stagione dal fido Filini per l'ufficio sinistri al completo. Vadi lei, Fantocci!

Ah, e a parte un paio di calette deliziose e una spiaggia che appare solo in bassa marea a separare la parte con le onde a quella col solo vento peraltro fortissimo e quindi piena zeppa di vari tipi di surfisti, niente che sia all'altezza delle coste sicule sarde o della jonica reggina. Della serie "n'atra vota, statti aa casa!".

sabato 29 marzo 2025

LA SERBIA SERVE

Sempre della serie "i democratici siamo noi a prescindere", per citare una battuta di Totò a seguire immediatamente quella del titolo, dopo la Romania giova ricordare cosa abbiamo combinato e stiamo ancora combinando in Serbia.

Tra parentesi, della serie "la lingua ha sempre implicazioni nel pensiero", il gioco di parole è agevolato dalla radice comune dello Stato balcanico e del sostantivo/aggettivo "servo", come d'altronde pure tra "slavo" e "schiavo" ("slave" in inglese...): si possono assoggettare "gli altri", e gli altri più vicini erano loro, prima di andarli a cercare in Africa per portarli in America.

La Jugoslavia di Tito era considerata un'anomalia nel mondo comunista, al punto da farne partner commerciale e industriale dell'Occidente (con tanto di fabbriche di automobili di progettazione nostrana). Il "dittatore" (per noi, per loro era colui che li aveva liberati dalla morsa nazifascista: nelle foibe i nostri ci sono finiti dopo, prima ci buttavamo noi loro, ma non è di moda ricordarlo) teneva uniti popoli di etnia e religioni diverse, localizzando le varie attività produttive, da buon collettivista, dove era più conveniente per lo Stato: le fabbriche al nord, vicino ai grandi porti e le direttrici europee, l'agricoltura al sud, per dire. Morto lui, e caduto il Muro, se l'Occidente fosse stato una frazione di quello che si riempie la bocca di essere, avrebbe dovuto scoraggiare le naturali istanze divisive, e se no indirizzarle a una transizione il più possibile indolore. Invece, quando Slovenia e Croazia, con i vecchi fiancheggiatori dei nazifascisti tornati a galla, dichiararono l'indipendenza da Belgrado, Germania e Città del Vaticano non attesero neanche l'alba del giorno dopo per riconoscere i nuovi Stati, seguiti a ruota da tutti gli altri. Innescando una guerra tra le più feroci mai viste in Europa, alla faccia di chi ce l'ha così di tolla da continuare a ripetere a pappagallo che l'Europa ci ha regalato 80 anni di pace.

Pochi anno dopo, per giunta, non si perse l'occasione di indebolire ulteriormente i serbi cavalcando le pretese di indipendenza del Kosovo, guidato peraltro da personaggi destrorsi nonché di dubbia moralità, arrivando a bombardare Belgrado, destituire e processare un leader democraticamente eletto, e lasciare che i serbi di quella regione venissero vessati da lì in poi, fino ad oggi compreso, sia mai si ribellino, riescano a fare intervenire in soccorso la madre patria, e possa quindi ripetersi il paradigma visto in Ucraina con le regioni russofone e Putin da li in poi chiamato invasore.

La storia nei dettagli ve la racconta meglio di me il vecchio Fulvio Grimaldi. Ricordarla, serve, anche se purtroppo ancora solo a quei pochi che si ostinano a ragionare con la propria testa. E che sorridono increduli alla notizia, rimbalzata un po' ovunque in questi giorni, della distribuzione di un kit UE di resistenza per 72 ore, in caso di guerra. Sembra una battuta di Crozza, ma la dicono seri, come se avesse senso dotarsene (e se l'attacco dura 4 o 5 giorni anziché 3?) e come se non fosse un rischio creare allarmismi (pensa se la gente ci cascasse - per ora per fortuna pare di no - gli assalti ai supermercati per fare le scorte per 3 mesi, le scene di isteria collettiva, e alla fine gli scaffali vuoti) e una precipua responsabilità di un buon governante invece evitarli finché si può. Poi smetti di ridere, perché pensi che questa cosa l'hai già vista, purtroppo, di recente, nome e cognome Terrorismo di Stato.

E' un classico della criminologia: chi è che può prevedere con maggior esattezza tempi e modi di un assassinio? Esatto: l'assassino. Quindi aumenta la probabilità che gli annunci di improvvido esagerato e iniquo riarmo dell'Unione non siano, come a molti di noi era sembrato in un primo momento, il patetico tentativo di un governo non democratico di un'entità che conta come il due di coppe quando la briscola è a denari di darsi un tono mentre le briscole fanno la Storia, leggi la pace, ma piuttosto il prodotto di una precisa e ferma volontà politica: quella di trascinarci in guerra, fosse anche solo per il più classico degli obiettivi di qualsiasi guerra, insabbiare le magagne (gli impicci coi bilanci vanno in cenere con tutto il resto, e poi c'è da ricostruire, che diamine, vorrai mica fare il disfattista).

E subito la mente va a quando Guglielmino Cancelli "predisse" una pandemia che puntualmente si verificò. Oggi, leggendo le sue profezie a proposito di Intelligenza Artificiale, non si può non rabbrividire.

martedì 3 dicembre 2024

"MUOIA SANSONE...

Questa cinecitazione la capisce solo chi ha una certa età...
...con tutti i suoi filibustieri", mi pare di averla sentita da Totò, o da Frassica. Certo è che potrebbe descrivere bene lo stato d'animo di un autentico farabutto, l'ineffabile Presidente uscente degli Stati Uniti d'America, nel mentre che si ingegna a escogitare le ultime malefatte che si può permettere, visto che a giorni deve mollare l'osso.

L'ultima è degna di un Papa italiano, sia per quantità di facciatosta necessaria, sia per sintassi nepotistica: ha concesso la grazia... a suo figlio! incriminato per reati fiscali e altri connessi all'uso di droga, peraltro, mica politici! Ma chi si crede di essere, Berlusconi? La decisione, che non piace quasi a nessuno nemmeno dei suoi non fosse altro perché disinnesca molti argomenti anti-Trump, può in qualche modo essere compresa solo tenendo presente il complesso della situazione: ha 82 anni, è forse vicino alla fine della vita tout-court ma sicuramente della vita politica, cosa gli frega di sputtanarsi ulteriormente se può almeno salvare il culo al figlioletto?

Il problema è semmai che la stessa logica (e forse non solo quella) la sta applicando anche al di fuori del familismo amorale (concetto sociologico cui ebbi a dedicare persino un post appassionato 14 anni fa, quando il blog era giovane e io quasi pure, e sicuramente meno disincantato), nella sua penultima malefatta. La "terza guerra mondiale a pezzi" ha da 2/3 anni i suoi focolai più attivi, peraltro quanto interconnessi si vede in Siria, in Ucraina e Palestina. Che il vecchio cafone intrallazzista fosse, nonostante questi aggettivi e tutti gli altri che gli vogliamo appioppare, in grado di vedere le cose da un punto di vista abbastanza diverso da aumentare la probabilità che quei focolai vengano spenti, ce lo siamo detti su queste pagine ben prima delle elezioni, e che non fossimo visionari è emerso abbastanza presto subito dopo. Purtroppo l'evidenza è tale che non solo hanno iniziato ad ammetterla i commentatori politici accreditati come filoprogressisti, ma l'ha colta anche un vecchio rincoglionito come Joe stesso. E per le stesse ragioni, e nessuna delle giustificazioni, del paragrafo precedente, ha deciso (seguito a ruota dalla sempre più vergognosa UE) di concedere agli ucraini l'uso di missili in grado di raggiungere Mosca: che gli frega, a uno che ha da vivere ancora qualche anno e additato come esempio negativo comunque, se finisce il mondo?

Perché è questo, che rischiamo: una escalation che come quelle che popolavano i nostri incubi di ragazzi degli anni 80 potrebbe portare a una guerra nucleare globale. Il vecchio amico della confraternita OMS - Big pharma, degli esportatori di democrazia a forza di bombe intelligenti, dei pasdaran del cambiamento climatico, degli ispiratori di primavere arabe e colpi di Stato ai confini della Russia, sconfitto su tutti i fronti e talmente sputtanato che nemmeno averlo sostituito all'ultimo istante con una rappresentante-di-minoranze-di-moda è bastato, prima di andarsene lascia una polpetta avvelenata, inquina le sorgenti, infetta gli acquedotti, insomma fa una mossa che potrebbe compromettere sul nascere ogni iniziativa di pace. Speriamo di no, ma se succedesse non dimentichiamoci (per quello che può valere) di chi è la colpa: di quel cosiddetto progressismo democratico che forse ha scelto il proprio nome nel vocabolario della neolingua di Orwell...

domenica 22 settembre 2024

POSSIBILE? CERTO...

Il mitico Totò la sintetizzava con "poi dice che uno si butta a sinistra", io potrei sintetizzare questo post parafrasandolo con "poi dice che uno diventa complottista", ma per vostra (s)fortuna non sono Totò. Tra le tante vicende in cronaca che meriterebbero un approfondimento, che siccome io faccio un altro lavoro lascio ad altri (ci sono, magari non nel mainstream ma ci sono...), una solletica il velopendulo più di altre: le uccisioni e ferimenti ottenuti da Israele agendo a distanza prima sui cercapersone e poi sui walkie-talkie del nemico. Sulle vittime civili è inutile soffermarsi, tanto gli assassini trovano sempre un nesso logico per associarle ai "terroristi" (tutti i patrioti di qualunque patria nella storia sono stati chiamati terroristi dai loro nemici, se non lo sapete già sapevàtelo) e non avremo mai una stima precisa dei morti innocenti a meno che non assumiamo che un popolo che resiste a un invasore nonché sterminatore è tutto combattente ed è tutto innocente allo stesso tempo. Sto giro parliamo delle modalità.

Intanto abbiamo scoperto che esistono ancora i cercapersone e i walkie-talkie, che pensavamo fossero rispettivamente un oggetto superato e un giocattolo vintage come la maschera di zorro e la pistola da cowboy. Esistono perché chi vuole comunicare senza essere tracciato oggi deve letteralmente rinunciare allo smartphone. Dunque, quando noi vecchi brontoloni dicevamo che questo che sembrava uno strumento di libertà era in realtà una catena e mettendolo in mano ai nostri figli ne facevamo degli schiavi ignari e contenti, non dicevamo poi una cacchiata. Ci serve, ok, ma usiamolo consapevoli di quello che è, tanto non dobbiamo fare resistenza armata a un nemico. Almeno, per ora. Ma averlo fatto non è bastato, alle vittime di questa ennesima impresa israeliana, perché anche dotarsi di quegli strumenti "primitivi" ha comportato comprarli, magari una bella partita all'ingrosso (la povera gente ha il vizio di voler risparmiare), e ai loro carnefici è quindi bastato manometterli prima della consegna per renderli docili ordigni al loro comando se e quando gli fosse servito. Sto riportando letteralmente quello di cui si sono vantati pubblicamente, non sto elucubrando una teoria.

A questa ci ho pensato subito dopo, grazie a uno di quei siti che leggo tutti i giorni anche se ho mollato un po' l'abitudine di citarveli di continuo che lo so che sono pesante. Noi esseri pensanti, quando abbiamo visto crollare in caduta libera le torri gemelle, abbiamo subito pensato a una demolizione controllata. E potete star certi che i libri di storia dei secoli a venire, sempre se ce ne saranno sia degli uni che degli altri, riporteranno quella che oggi è ancora considerata una teoria del complotto come la versione acclarata, e la versione ufficiale come una menzogna patentata: è successo infinite volte sarà solo una in più, l'unica incertezza è su quando sarà lo switch e se faremo in tempo a vederlo, com'è successo ad esempio per JFK o il genocidio dei nativi americani.

Se vi volete fare un ripassino di tutta la vicenda c'è sempre il meritorio lavoro di Mazzucco, il regista televisivo e giornalista che per potere fare il suo mestiere come andrebbe fatto è dovuto uscire dal mainstream, dove infatti non c'è più uno che lo fa. A me per la vicenda in cronaca basta una piccola parte: dove si ricorda che poco tempo prima alle twin towers avevano fatto dei lavori di ristrutturazione. Uno degli argomenti preferiti dei sedicenti debunker è questo: non è possibile coinvolgere nella menzogna gruppi grandi e complessi di persone senza che prima o poi la menzogna emerga. Ma avete visto: dalla fabbrica all'utilizzo, c'è forse stato qualcuno, dal CEO al singolo operaio, che ha avvisato mezzo stampa occhio che abbiamo fatto delle modifiche a ics partite di cercapersone per renderli idonei a esplodere a comando? Migliaia di soggetti, tutti omertosi nel complotto? no, basta che chi lo ordisce non riveli a nessuno se non la microscopica parte del piano che lui deve attuare senza poter nemmeno lontanamente evincere che faccia parte di un piano e di quale piano. I complottisti (perché tali sono quelli che i complotti li fanno non quelli che cercano di svelarli) anche del complotto più grande e complesso possono anche tranquillamente, anzi direi devono, essere in pochi, pochissimi. Chi ha installato il girofaro nei grattacieli non sapeva cosa fosse, chi lo ha fornito pensava di fornirlo come al solito ad un aeroporto, eccetera, e chi ha messo le cariche esplosive in ciascuna colonna di acciaio non sapeva che lo fossero, chi ha azionato il telecomando chissà che ordine ha ricevuto e cosa credeva di fare. Fattostà che le torri sono state colpite da aerei pilotati, ammesso che lo fossero, da gente non capace di farlo figurati di centrarle, e che il danno inferto non sarebbe mai stato sufficiente a farli crollare. Quindi chi diceva che sono stati i servizi segreti israeliani, peraltro citando i tanti ebrei assenti al lavoro quel giorno, forse lavorava di fantasia ma era più credibile di chi per avvalorare la versione ufficiale (che dava il via all'invasione dell'Afghanistan e di fatto alla terza guerra mondiale a pezzi tuttora in corso) non trovava di meglio che rinvenire il giorno dopo in mezzo alle macerie i documenti di identità cartacei degli attentatori, che avevano resistito a fiamme in grado di fondere l'acciaio.

venerdì 1 settembre 2023

60 E NON PIU' 60

Prendo in prestito il passaggio delle sacre scritture che dava benzina ai millenaristi per le loro frescacce, cambiando solo il numero, per raccontarvi una storia. Così poco originale da permettere a ciascuno di voi di adattarla al proprio vissuto. con qualche personalizzazione.

C'era una volta un diciassettenne con la testa piena di parole che in parte traduceva in poesie (come moltissimi a quell'età, passata la quale scrivono poesie solo i poeti e i cretini, come diceva De Andrè citando Croce), in parte usava per intortarla alle ragazze (di allora: mica era facile convincerle a concederti qualcosa che almeno in parte tacitasse i tuoi ormoni in ebollizione) e filosofeggiare a due lire con gli amici. La scena di cui si tratta si svolge dentro la panda 30 (quella coi sedili ad amaca e il motore della 126) dell'unico della truppa che avesse già una macchina. I cinque riflettevano a voce alta sul fatto che a giorni avrebbero fatto gli esami di Stato e poi chissà se si sarebbero visti più, in ogni caso quel quinquennio di liceo era passato. Il nostro eroe, approfittando di un attimo di silenzio, se ne uscì con una frase dal tono accorato: "simu 'i passaggiu", e non credo occorra tradurla. Gli altri, presi in contropiede dalla incongrua serietà dell'espressione di austera saggezza, tacquero tutti, per qualche secondo di totale silenzio e serietà che allora sembrò un'eternità. Poi uno dei quattro lo prese dal gomito e glielo spinse via, accompagnando l'inequivocabile gesto (quello del "ma mi faccia il piacere!" di Totò all'onorevole Trombetta, per capirci) con un sonoro "ma vafantoculu!", anche questo non necessario di traduzione, seguito da spintoni e perculamenti collettivi. Che ancora continuano, a oltre quarant'anni di distanza, ogni volta che uno della truppa (in parte i nostri sono ancora amici e si vedono ricorrentemente) rievoca l'episodio.

Quel diciassettenne infatti un paio di giorni fa ha compiuto sessant'anni, ed è l'ultimo della compagnia ad aver raggiunto questo traguardo. E (come disse Totti il giorno del ritiro dal calcio? "pensavo di morire prima") a stento ci crede. La sua frase di allora era incongrua ma ovviamente corretta, e a 60 anni la cosa si tocca con mano: se a 50 anni ancora potevi pensare, sia pure con molto ottimismo, di essere "nel mezzo del cammin di nostra vita" e di averne davanti altri 50, adesso semplicemente non puoi più, e l'orizzonte davanti a te inizia a mostrare con evidenza quanto sia corto. E tu oscilli tra due meravigliose canzoni di Vecchioni: Sogna ragazzo sogna ("la vita è così grande che quando sarai sul punto di morire pianterai un ulivo, convinto ancora di vederlo fiorire") e La viola d'inverno (che in modo strano per me si intreccia con un altro capolavoro del cantautore partenomilanese: Figlia).

Di quella classe, un paio se ne sono andati troppo presto, alcuni chissà dove sono finiti, ma molti ancora si sentono e un gruppetto, come detto, ogni tanto si vedono. Come è normale, hanno passato tutti i loro guai, chi piccoli chi grossi chi enormemente indicibili, ma si sono continuati a voler bene, spesso aiutati o sostenuti l'un l'altro, talvolta concretamente. Ma sempre, sempre, ogni volta che si ritrovano, non sono dei sessantenni a incontrarsi e relazionarsi, ma dei diciassettenni con fattezze strane per quell'età. "Sweet dreams are made of this..."

sabato 1 luglio 2023

LUGLIO 2008 - LUGLIO 2023

Questa era la grafica fino a ieri, spero oggi sia meglio...
Se me lo avesse detto qualcuno nel 2008, che a distanza di 15 anni ero ancora qui a scrivere su questo blog, l'avrei amichevolmente e scherzosamente mandato a quel paese, con quel gesto della mano che spinge il gomito che faceva Totò all'Onorevole Trombetta. E invece. Invece le ragioni per cui ho avviato questa "impresa" sono ancora tutte lì, e un paio di esse più urgenti che allora:

  1. la verità, già di suo sfuggente, è sempre più sepolta nel mare magno del web in mezzo a spazzatura di ogni tipo, e il tutto è molto più coperto da una narrazione di regime pervasiva e oppressiva di quanto non lo fosse quindici anni fa - pertanto, la funzione di accollarsi la cernita risparmiando al lettore la fatica di selezionare quel poco di buono che c'è è oggi ancora più importante, anche se i dati di accesso in calo dimostrano che spesso è operazione inutile (ma le cose migliori della vita sono, stringi stringi, inutili, o no?);
  2. l'amore per la scrittura, figlio e fratello di quello per la lettura (che come tante altre cose diviene sempre più difficile da esercitare con l'età), è sempre più difficile pensare di sfogarlo scrivendo libri, e non solo perché a un certo punto specie in Italia il numero degli scrittori sembra aver sopravanzato quello dei lettori, e poi la speranza che il web aprisse spazi si è presto rivelata illusoria, ma anche perché poi la diffusione degli smartphone ha assorbito fino al monopolio tutto il mondo del passatempo - pertanto, per chi la cosa gli risulta terapeutica, e finché sarà possibile gratuitamente e senza censura, scrivere su un blog rimane l'unica via.

Entrambe le ragioni meritano un approfondimento. L'ultima, mi spinge a riconfermare la soggettiva necessità e l'oggettiva importanza del mio "scrivere difficile", e non solo per la ragione storica dello scarso valore in genere delle cose facili, ma anche per la ragione in cronaca della diffusione dell'intelligenza artificiale, che rende oggettiva anche la necessità di avere uno stile proprio, e difficilmente imitabile. Anche se magari già è possibile far scrivere in modo credibile a una AI un libro inedito di Saramago, non lo so e non lo voglio sapere. La prima, anche a mo' di esempio della funzione che mi arrogo di svolgere, mi spinge a raccomandarvi la lettura di due articoli da me visti su Comedonchisciotte (ma i link sono al sito di prima pubblicazione), per ragionare con calma e approfondimento (cioè, come non si usa più) di due argomenti che non sembrano in cronaca ma a pensarci bene lo sono:

  • Il Sud non era povero, che ricorda in maniera molto documentata che quella che hanno chiamato Unità d'Italia non è stato altro che colonizzazione e ladrocinio, il che non serve però solo per memoria storica, ma anche per urlare per l'ennesima volta nel deserto che quello che chiamano Unione Europea non è altro che colonizzazione e ladrocinio, di nuovo, cambiano solo i protagonisti;
  • Necessità di un conservatorismo socialista per opporsi al liberismo cosmopolita, che ci sbatte in faccia l'estrema attualità di Marx nel descrivere la realtà odierna, di crescente oppressione dei diritti e delle libertà individuali mascherata da progresso e globalismo.

Il tutto in una nuova veste grafica, la quindicesima, che come ogni anno a luglio confeziono come "regalo di compleanno" a questa piccola oasi di libertà.

mercoledì 8 febbraio 2023

NON CI RESTA CHE MASSIMO

In questi giorni sarebbe caduto il settantesimo compleanno di Massimo Troisi, e molti hanno colto l'occasione per celebrare lo straordinario attore e regista in vario modo - ad esempio Repubblica regalando un libro biografico con l'edizione napoletana.

So di non essere originale nel rimpiangere la prematura scomparsa di Troisi, avendo sempre pensato che invecchiando sarebbe diventato più un nuovo Eduardo che un nuovo Totò (ma solo per intenderci, invece era già e sarebbe sempre più diventato un nuovo irraggiungibile parametro), e nell'aver pianto a dirotto dentro al cinema quando il suo Mario moriva nel sottofinale de Il postino, sapendo che Massimo era morto poche ore dopo la fine delle riprese, che aveva voluto ultimare prima di sottoporsi a un delicato intervento che gli avrebbe dato, forse, una possibilità di allungarsi la vita.

Gli è che il ragazzo sapeva da tempo che la sua malattia probabilmente non gli avrebbe concesso di invecchiare, e non so se era sua intenzione ma di fatto ci ha dato l'esempio di come ci si dovrebbe rapportare con questa "sorella" che ci accompagna tutti fin dalla nascita: essendo se stessi fino in fondo e a qualunque costo. Così, se putacaso ci coglie "prima del tempo", restiamo "congelati" nei ricordi di chi ci ha conosciuto e magari amato, cioè "vivi" nell'unico aldilà di cui ci è dato di avere contezza, per quello che siamo e che vorremmo essere per sempre. Anche perché magari invece, se invecchiamo, diventiamo ben altro. Come ad esempio è capitato, senza dover andare tanto lontano, al partner di Troisi nel film cult che hanno girato assieme: Roberto Benigni.

L'ex "toscanaccio" ha invero iniziato a perdere colpi già col celebratissimo La vita è bella, per carità film bellissimo (anche grazie alla "mano" di Vincenzo Cerami) che però denuncia già avvisaglie di stucchevole buonismo, tradimento della Storia finale a parte (la liberazione del lager da parte degli americani, anziché dei russi come è stato in realtà). Ma da qualche tempo è diventato francamente insopportabile, e lo show sanremese non è stata un'eccezione, anzi. Al cospetto nientemeno che del Presidente della Repubblica, tra un innocuo sfottò e l'altro, ci ha propinato infatti la consueta prolusione su quanto è bella la nostra Costituzione. Che bella è e resta, per carità, ma proprio per questo ferisce sentirla fintamente glorificata glissando elegantemente su quanto e come e da chi invece sia stata tradita. Primi articoli a parte, bellamente ignorati da tutti i governi succedutisi nei decenni (come peraltro forse nella piena consapevolezza - se non persino nelle intenzioni - dei Padri costituenti, di estrazione politica così contrapposta che potevano trovare un accordo solo su formulazioni magnifiche ma così astratte da trovare difficilmente applicazione pratica), è quando la disanima è arrivata all'articolo 11 che ho cominciato a vacillare. Con una faccia tosta mica male, infatti, il Roberto nazionale si è messo a decantare la bellezza "musicale" del passaggio "l'Italia ripudia la guerra" senza minimamente accennare, come avrebbe senz'altro fatto il se stesso di una volta, alla ripetuta incoerenza di tutti quei politici che, dalla prima guerra del Golfo in poi, passando per il fondo dei bombardamenti su Belgrado e arrivando ai carri armati forniti agli ucraini per meglio svolgere il loro ruolo di spina nel fianco del nemico dell'Occidente cui sono stati destinati nel 2013.

Il voltastomaco era tale che quando ha iniziato a parlare dell'articolo 21 non ho retto e ho spento la TV, tanto non è che avessi intenzione (quando mai) di seguire tutto Sanremo: orari a parte, ci do al massimo una sbirciatina ogni tanto per curiosità (ma ho fatto a tempo a vedere, anche perché cantava per prima, una Anna Oxa strepitosa - sembrava Diamanda Galas, se non la conoscete peggio per voi - che infatti nella prima classifica provvisoria è ultima). Non ce l'avrei fatta, infatti, a sentirlo glissare pure sui ripetuti calpestamenti della libertà di espressione che abbiamo visto negli ultimi tre anni, come sicuramente avrebbe (ed infatti ha) fatto. Va bene che i giovani incendiari da vecchi si fanno pompieri, ma lui più che un getto d'acqua sembra, per restare su un tema a lui caro, il diluvio universale.

P.S. Venerdì 17 febbraio in prima serata su RAI 3, oppure poi quando uno vuole su RAI Play, non perdiamoci il documentario "Buon compleanno Massimo". A prescindere. 

mercoledì 1 febbraio 2023

RADIOCIXD 66 - CI VUOLE ORECCHIO

Duemila anni di cristianesimo avranno anche portato qualcosa di buono, ma di cattivo hanno portato sicuro la pessima reputazione data alla risata, al ridere, alla leggerezza e all'ironia: se volete capire davvero questa affermazione, leggetevi Il nome della rosa, il capolavoro che Umberto Eco ha scritto a partire dallo spunto che, della Poetica di Aristotele, è proprio il libro sulla commedia e il riso a non essere arrivato fino a noi.

E no, non sto dicendo che non esistano credenti o proprio religiosi che non sappiano ridere e/o far ridere o non amino farlo. Sto invece affermando che il valore culturale alto che in vari campi ha avuto e ha il "comico" lo capiamo, tutti noi, dopo un ragionamento, come si dovesse fare un'eccezione, rispetto alla valutazione "bassa" che invece gli diamo di default, automaticamente. Toccò persino a un gigante come Totò, figurarsi al cantautore di cui parliamo oggi: Enzo Jannacci.

Personaggio dalle molte vite, il cardiochirurgo milanese di origini terronissime pagava, infatti, quel suo presentarsi sempre col sorriso, con l'aria scanzonata e distratta, la pronuncia biascicata, col non essere mai preso sul serio. Che poi probabilmente era invece proprio quello il suo intento. Con questo stile saltava dal mainstream televisivo alla sala operatoria (con Barnard, mica cotica) passando per il suo capolavoro cantautorale Quelli che, di cui abbiamo già parlato. Ma ad inizi anni 80, ad aprire una stagione da uno che "canta dentro nei dischi perché ci ha i figli da mantenere" e poi ci fa anche i concerti quelli grossi, se ne esce con questo album spartiacque, di cui io ovviamente ho il vinile, che tutti (e non sono il solo a pensarla così) dovrebbero ascoltare una volta nella vita. E forse almeno in parte lo hanno pure fatto.

La title track è infatti così famosa da aver fatto assurgere il suo titolo e tormentone a un modo di dire. Uno di quelli che entrano nel linguaggio comune e tutti usano, molti nemmeno sapendo da dove viene. Ad esempio, io nel vantarmi di averci preso, pronosticando alla vigilia degli Australian Open che Djokovic avrebbe vinto il torneo tornando numero 1 del mondo, perché di tennis modestamente un pochino me ne intendo, potrei dire "ci vuole orecchio" e tutti capirebbero. Ma meritano attenzione anche gli altri brani, e specie quelli meno noti. Ragion per cui, eccovi la consueta tracklist commentata, e buon ascolto.

1. Musical
Non so dirvi quando come e perché, ma ricordo di aver sentito dire che Jannacci questa l'ha dedicata all'amico Paolo Conte, che al tempo frequentava tantissimo sia artisticamente che non. Comunque, la voce narrante parla ad un amico, dei loro guai lavorativi e dei loro sogni di gloria. Col culmine nell'onomatopea di uno sputo: "cip ciap".
2. Ci vuole orecchio
Per capire meglio la metafora dietro al testo (scritto con Gino e Michele, allora sconosciuti e poi, come tanti altri, "miracolati dal chirurgo") occorre contestualizzare: all'epoca i cantanti ospiti in TV cantavano in playback, quasi sempre, una cosa che a uno che faceva della stonatura e della storpiatura la sua chiave poetica non poteva andare giù. Nella versione in audiocassetta c'era anche una versione, prescindibile, con testo e titolo ("Il pacco") diversi.
3. Fotoricordo... il mare
Strano caso di citazione, nel titolo di questo brano, dell'album precedente. Chissà, forse perché parla di un escluso, come molti brani dell'altro disco, tra cui svetta per bellezza la struggente, e non sua ma fatta sua, Mario.
4. La sporca vita
Il legame con l'album precedente continua anche con questo brano, che qui è la riuscitissima cover di una vecchia canzone di Paolo Conte come lì Sudamerica e Bartali, ben più note. Ma la cosa era iniziata anni e anni prima, quando Conte ancora non cantava, con Messico e nuvole. Passaggio cult: "se non avessi questa vita morireiiiii..."
5. Silvano
Divertentissimo testo scritto con Cochi e Renato, che l'hanno interpretata per primi (c'è persino un video d'annata, in cui usano il verbo "chicobarquedehollandami"...), su un amore diverso finito male. Della serie: come risolvere decenni prima e senza retorica questioni oggi ancora troppo spinose da affrontare per molti.
6. Quello che canta onliù
Ancora un emarginato, un abbandonato, uno schifato, cantato con ironia e amarezza insieme. Forse mi sbaglio, ma a me è sempre sembrata l'introduzione al capolavoro che segue.
7. Si vede
Non si può, semplicemente non si può, cantare la disperazione di chi realizza di non essere più amato dalla persona che ama, meglio che nel crescendo drammatico (e cinematografico, in soggettiva) di queste cinque strofe e mezza. Con la verità che viene fuori solo alla fine della quinta ed esplode nel finale. Se l'avesse incisa Vasco (non mi stancherò mai di ripetere che Vasco prima di ritirarsi dovrebbe fare un album di cover di Jannacci...) non sarebbe meno nota di Sally, perché fidatevi siamo su quei livelli e anche oltre.
8. Il dritto
Di questo amarissimo brano finale, in cui il protagonista muore proprio mentre il volume (fin li bassissimo, e in un modo che la prima volta andavi a vedere se ti si era rotto lo stereo) schizza in alto, esiste anche una versione cantata da Milva (che ha fatto un album di canzoni di Jannacci, come pure Mina, per dire). 

domenica 8 gennaio 2023

LEONARDO LEO

Edoardo Leo è uno degli attori e registi migliori della sua generazione, fa tante cose quindi è inevitabile che qualcuna di esse gli "abbassi la media", ma insomma, volendo passare una sera di capodanno diversa dal solito, e soprattutto diversa da quella dell'anno scorso chiusi in casa col Covid, andiamo all'Auditorium ad assistere ad una sua affabulazione, non certo aspettandosi (non ci prova nemmeno egli stesso) una cosa al livello del suo maestro Gigi Proietti ma insomma di trascorrere delle ore piacevoli ridendo "col cervello acceso" si. E, mediamente, ci siamo riusciti.

Mi aspettavo però, ben sapendo che la quasi totalità degli artisti italiani non si è certo segnalata nell'ultimo triennio per aver preso le distanze dalla narrazione ufficiale e che non mi risultava che Leo fosse una delle rare eccezioni (alla Montesano o Bennato per intenderci), che vista la natura dello spettacolo non sarebbe mancata una capatina sulla pandemia, anche se francamente speravo di cuore di no. Invece, non solo c'è stata, ma di una natura tale, anche se devo ammettere ben dissimulata (e infatti sfuggita quasi a tutti, compresi quasi tutti i "bersagli") dall'abilità cerchiobottista dell'artista, che sento come dovere civico segnalarla. Poco prima egli stesso si era concesso, peraltro, una digressione sulla natura della comicità in genere e della satira in particolare, che per funzionare deve avere una sintassi rivolta "dal basso in alto" e mai viceversa.

E' la ragione per cui a vedere la satira antiebrea della propaganda nazifascista non si ride, ci si incazza: quando il dominatore ironizza sul dominato si chiama sberleffo, è una odiosa manifestazione proprio del differenziale di potere, e chi la pratica si autodefinisce. A meno che l'obiettivo non sia proprio mostrare, ironizzando, la miseria di chi ricorre a questo mezzuccio: è la tecnica usata dal miglior Sordi in alcuni suoi personaggi, o da Totò quando sbagliava apposta a ripetizione il nome del personaggio di Peppino e incappava in ripetuti piccoli incidenti facendogli male, o nell'altro verso da Villaggio sia con Fantozzi che con Fracchia. Si ride perché l'autore rappresenta con maestria  sopra le righe il potente, perché è costui il vero obiettivo della satira. Il contrario, purtroppo, della storia sul Covid raccontata da Leo, che quindi si merita la storpiatura del nome nel titolo di questo post.

Ok, ve la spiego meglio. Dopo averci fatto ridere con un episodio di un fan che addirittura gli storpiava il nome, "Leonardo" si avventurava riproponendo un monologo dell'anno scorso, introducendolo con maestria a mezza bocca con un cappello che ne paventava il ritorno di attualità. Sul plot ve la faccio breve: per la cena di Natale 2021 la madre aveva invitato un cugino no-vax, e lo pregava di evitare discussioni. La narrazione era perfetta, Leo è bravo e i tempi comici ce li ha tutti, ma già dalla definizione dei personaggi il parente non vaccinato era presentato praticamente come un coglione, citando un suo post sui social effettivamente ridicolo (scelto apposta tra i più ridicoli, preciserei). A nulla vale il fatto che dopo era invece colpa dell'io narrante se la cena, rimasta miracolosamente scevra da polemiche fino alla tombola, degenerava proprio alla fine. Resta il fatto che l'io narrante era libero di ribadire qua e la la propria incacchiatura contro il furbastro, perché si era sottratto a questa sorta di dovere civico mentre lui invece si era fatto tre dosi e aspettava con ansia la quarta. Si tace peraltro se il novax facesse un mestiere per cui fosse stato sospeso dal lavoro o licenziato, altrimenti sarebbe stata dura infierire. Ma soprattutto manca a questo punto, e veniva voglia di urlarglielo in sala (frenandosi solo per evitare guai), l'affiorare del dubbio nella mente del narratore: com'è che io mi sono vaccinato tre volte presto quattro, e devo temere che mi si sieda vicino uno (che esibisce peraltro un tampone molecolare negativo valido) che non si è vaccinato? Se i vaccini funzionassero, non dovrebbe essere il contrario? E a lui, e a tutti quelli in sala che ridevano alle battute, rivolgere la domanda: ma come cazzo è che ancora non fate due più due e andate da chi vi ha obbligato a sottoporvi a un trattamento inefficace (e pare rischioso, se avessero ragione certi siti - che anziché tacitarli o insabbiarli si dovrebbe avviarci un confronto, in democrazia) a chiedere conto di averlo fatto?

Il ritorno di attualità del raccontino di cui sopra è giustificato, pare, dalle notizie dalla Cina, che sembrano peggiori di quelle di fine 2019, dalle determinazioni ministeriali in cronaca (pur ancora lontane anni luce da quelle della disastrosa gestione precedente, ma non dimentichiamo le minimizzazioni iniziali di Conte e company), e per noi complottisti dalle manovre di Bill Gates e compagni. Ma per noi "complottisti" non è una sorpresa, se volete scavate pure in questo blog tra le decine e decine di post in argomento: c'è scritto, fin dall'inizio, che il vero problema era nelle statistiche e nella loro manipolazione o meglio nell'approfittarsi da parte della propaganda della sostanziale ignoranza della popolazione anche più istruita rispetto a certi loro meccanismi. Dicendo che i dati anche dei periodi peggiori non giustificavano i provvedimenti liberticidi presi, nessuno intendeva negare l'esistenza di un problema e la necessarietà di adottare contromisure. Ma dire che la mortalità nel periodo clou essendo passata da 100 a 150 per 100mila abitanti era aumentata del 50% è un esempio da manuale di utilizzo strumentale di una verità con funzione di menzogna. Lo stesso dato, infatti, può essere letto così: la mortalità è passata dall'uno all'uno virgola cinque per mille. Fa molta meno paura, e giustifica provvedimenti totalmente diversi. Solo se la differenza statistica tra il fenomeno in cronaca e l'andamento delle influenze annuali fosse arrivata almeno ad un ordine di grandezza (questa non la spiego più, c'è Wikipedia - va beh, diciamo 1000 per centomila), e siamo rimasti sempre molto lontani, si sarebbero forse giustificate alcune delle misure liberticide ed economicide prese. Così, acconsentendo a che il governo prendesse misure eccezionali quella volta si è in pratica acconsentito che qualunque governo ne prendesse altre ogni volta che voleva. Per dirla con uno slogan efficace: avete rinunciato alla libertà per la sicurezza, e ora non avete più né la sicurezza, né la libertà. Pensateci, mentre che vi soffiate il naso.

Auguri di buon anno a tutti, sperando che non servano.

martedì 1 novembre 2022

NOLEGGIAMI QUESTO, 'TACCI TUA!

Lasciate ogni speranza, o voi che uscite...

Il giorno dei morti (e non Halloween, ma la festa ancestrale festeggiata ovunque, a Reggio ad esempio coi morticeddhi, biscotti di zucchero e cannella a forma di ossa di morto) è perfetto per un post con un titolo così, in romanesco, alla "quanno ce vò ce vò", con gestaccio implicito.

Si tratta, come diceva Totò, di un esipodio personale, ma che riguarda tutti e potrebbe essere accaduto o accadere a tutti. Non vi dirò il nome della compagnia perché non voglio fargli pubblicità gratuita ("parlate male di me, ma parlatene", diceva Lui) e perché temo che non sia molto diverso con qualsiasi altra. Una delle frottole più di moda è che la mobilità privata, la proprietà di un'automobile per intenderci, è fuori moda, contro l'ambiente, fornisce patente di egoismo e inciviltà, e tutto sommato manco conviene più, viste le comodissime ed ecofriendly alternative. Se avete anche voi la ventura di vivere in una grande città, o anche solo se vi ci siete recati per vacanza, avete visto anche voi torme di bici a pedalata assistita e soprattutto di monopattini elettrici sfrecciare silenziosi nel totale dispregio di ogni regola di logica elementare, prima ancora che di codice stradale: se ti sfragni con uno di quei cosi, infatti, ti giochi la faccia, se ti dice culo, se no la pelle. Ma per non passare da passatista, sopporto cristianamente, benedicendo tra me e me di avere ancora la fortuna di potermi permettere una vecchia macchina a gpl e sperando che non riescano a inventarsi qualcosa per farmela togliere prima degli ottant'anni, o comunque prima che io mi rincoglionisca del tutto. 

Vi racconto però la mia disavventura personale con una bici elettrica, cui ho avuto la bella idea di ricorrere pensando "perché no? magari faccio prima che con l'autobus". Dovete sapere che a Roma (ma se ci vivete lo sapete già) spostarsi coi mezzi pubblici è un mezzo inferno nella direttrice periferia-centro o viceversa, mezzo perché magari scomodi e stretti ma vi muovete in tempi tutto sommato accettabili (sempre peggio che con la macchina, ma con questa al centro non ci potete passare, e comunque dovete parcheggiarla...), ma è letteralmente impossibile tra periferie limitrofe, a meno di non accettare l'idea che è meglio far finta che siano diametralmente opposte e passare per il centro. Una volta guardavate la cartina e pensavate "cavolo, sta qua, con la macchina ci impiegherei cinque minuti, passerà un autobus prima o poi che mi porti dalla prenestina alla tiburtina!...", prima di bestemmiare per mezz'ora fermi alla fermata; oggi avete le app che ve lo dicono prima, che c'è quel tale autobus che passa tra tredici minuti (che diventano venti) poi vi lascia alla metro fate un tratto e con un pezzetto a piedi tra quaranta minuti siete arrivati, che poi è quanto ci impieghereste a farvi tutto a piedi, ma la macchina l'avete appena lasciata dal meccanico - è vecchia, non è strano - e mentre andate alla fermata eccola la, la bici elettrica!

Insomma, con tutta questa gente che le noleggia non può essere così difficile, e magari tra un quarto d'ora sto a casa che anche in smartworking l'orario di lavoro lo devo fare, dai. Installare l'app è un attimo, un po' più macchinoso fornire i dati della carta di credito, peraltro con quel minimo di friccico al culo che a noi anziani ancora ci viene sempre in questi casi (e si, anche noi compriamo cose online, e abbiamo studiato i numeri primi e sappiamo cosa significa "crittografia end-to-end", ma tant'è, la diffidenza non è mai troppa diceva mio nonno e i nonni hanno sempre ragione), ma... fatto: aggiusto il sellino, inforco la sella, e via anch'io verso il futuro!!!

Parto da vicino Villa Gordiani, attraverso la Prenestina, e proprio sulla Serenissima (che ha il guardrail a separare le carreggiate, ciascuna con tre corsie per senso di marcia: dettaglio importante per il seguito), proprio mentre comincio a godermi il viaggio senza fatica e a pregustare l'arrivo in tempi paragonabili all'auto privata, prima di poter pensare "hai visto che avevi torto, retrogrado che non sei altro?!", l'accrocco si spegne. In salita. Avrò fatto in tutto trecento metri, mica sarà che ho preso un veicolo scarico? e che sfiga, mi sa di si, va beh, pazienza, qui c'è la fermata dell'autobus, pago la corsa lascio la bici e consulto l'app per i tempi d'attesa. Peccato che il problema non era la carica, era che uscendo dalla zona di copertura del servizio il veicolo si spegne, si, ma quel che è peggio è che non ti consente di chiudere la corsa e pagare. Intanto, il "tassametro" gira, e se cedessi all'impulso di disintegrare l'accrocco a calci e morsi l'app comunque mi prosciugherebbe il plafond mensile della carta, forse. Tornare indietro per riguadagnare la zona in cui almeno posso chiudere la corsa? E come, contromano in una specie di autostrada urbana, che col guardrail raggiungere l'altro senso di marcia è impossibile? Inforco la bici, e con enorme fatica (non ha le marce e con quella batteria pesa più di un Boxer, quindi molto più di un Ciao - questo ammiccamento vintage per capirlo dovete avere cinquant'anni minimo, o cercare sul web aggiungendo Piaggio) faccio la salita sperando di poter inforcare al più presto, e magari senza venire impietosamente arrotato, un varco nello spartitraffico per fare inversione di marcia; poi ho un'illuminazione: la zona di servizio forse è frastagliata, magari si allarga vicino alla metro, e la stazione di Pietralata sarà un chilometro avanti, oramai che mi trovo, che sarà mai...

Tutto sudato, e meno male che non piove, arrivo vicino alla metro B e - cavolo, avevo ragione! - il motore riparte. Dai che magari arrivo a casa, penso, ma non faccio nemmeno in tempo a finire di formulare mentalmente la frase che si rispegne. Stavolta almeno c'è un marciapiede bello largo alla mia destra, torno indietro su quello, e appena si riaccende parcheggio, e per uscire da quell'incubo rientro nell'app. Mi rompe ancora un po' il cazzo dicendomi che non posso lasciare il veicolo in quella posizione (chissà, forse arriva a percepire la distanza dagli edifici ma non la larghezza del marciapiede), ma insomma spostandolo un po' verso il muro, 35 minuti dopo averla aperta, la corsa la chiudo. Poi compro un biglietto, prendo la metro, e torno a casa. A piedi, sarei arrivato prima, meno stanco, meno sudato e molto meno incazzato: mi toccherà pure allungare la giornata lavorativa in uscita, ma pazienza, mi è capitato per motivi peggiori.

Ma la storia non è finita. L'app del noleggio non mi dice affatto quanto ho pagato, ma tanto ho l'app della banca e presto lo saprò, e comunque che vuoi che sia una mezzoretta di noleggio... Minchia!: 5 euro e 42 centesimi, cui per calcolare il costo totale dell'operazione occorre aggiungere 1,50 di biglietto e fa quasi 7 euro. Contro 1.50 se avessi aspettato direttamente l'autobus, o 10 centesimi circa se avessi avuto la mia macchina. E abito lungo la linea B della metro, non a Torbella o a Cordiale: chissà quando le magnifiche sorti et progressive della mobilità 2.0 saranno disponibili anche per chi vive laggiù... Per ora sono offlimits anche per chi vive in semiperiferia, quindi riservate a chi si muove in centro o zone limitrofe, e a prezzi che a farlo tutti i giorni giusto chi è talmente benestante da vivere li se li può permettere, avendo inoltre il gusto di potersi atteggiare a ecologista difensore dell'ambiente. Il proletario ancora è costretto ad andare a gasolio, che in certe periferie romane l'isolato appresso è a un chilometro figurati quelli dopo, e allora che lo pagasse caro, sto privilegio, passatista che non è altro...

L'episodio raccontato può far sorridere, ma non è che un tassello del mosaico che hanno progettato per noi, anzi (gli ultimi a ricordare un mondo diverso spariremo dalla circolazione in un paio di decenni: nulla...) per le generazioni future. Niente auto di proprietà solo noleggi di vario tipo, niente casa di proprietà solo affitti temporanei e se sei solo condivisi, niente soldi in tasca solo una o più carte anzi nemmeno solo lo smartphone, niente lavoro fisso solo tanti piccoli segmenti di similschiavitù variamente inframmezzati da periodi di disoccupazione se va bene a sussidio (niente malattia nè ferie pagate peraltro), niente pensione che poi lavorare fino a vecchi è pure meglio ci si mantiene attivi, niente scuola pubblica tanto chi vuole sapere qualcosa gli basta googleare e i ricchi già non ci andavano più. Tutto questo, lo dico a chi ci dovesse trovare del positivo (è una malattia di moda, il pensopositivismo), rende il singolo "spegnibile" in un click e ogni resistenza inutile (come i Borg di Star trek) e anzi impossibile da praticare, E il peggio è che il piano è tutto alla luce del sole, altro che complottismo: infatti, te lo prospettano già in ogni dove, ovviamente tradotto in modo da sembrare magnifico, come in ogni ideologia che si rispetti. Li mortacci loro.

domenica 9 ottobre 2022

LA VERTIGINE DELLA MORTE

Diciamocelo, questa cosa che non c'è quando ci siamo e quando c'è noi non ci siamo più ci affascina, a noi umani in genere intendo, chi più chi meno, chi un modo chi nell'altro. E lo dico subito, non c'è ragione perché io ne parli adesso, ma un momento vale l'altro, il pensiero ci accompagna sicuramente da quando abbiamo memoria ma compare quando ancora non la abbiamo quindi non sappiamo dire quando, quindi non è mai il momento giusto e lo è sempre. E vale anche per chi, la maggior parte, usa una qualsiasi visione di aldilà veicolata da qualsiasi regione per spostarlo un po' più in là, da qualche parte in fondo al proprio animo, dove comunque esso persiste.

Nella nostra società (in altre no), si tende a tenere lontani i bambini dalla visione di un essere umano morto o che muore. Poi magari li affoghiamo di immagini di morte in fiction, ma quella è un'altra storia. Ho un aneddoto, a proposito, ma sono certo che ciascuno di voi ha il vostro, magari più crudo. Quando ero ragazzino io i ragazzini giocavano per strada, nel quartiere, liberi (anche perché sottoposti a un controllo collettivo: chiunque osservasse il gruppo sapeva chi erano i figli di chi, e se non c'erano i suoi sapeva che qualcun altro li stava osservando), io meno degli altri perché l'asma mi teneva spesso a casa ma comunque più di chiunque altro nelle generazioni a venire. Un giorno era morto un vicino di casa, e come si usava veniva esposto a porta aperta per un giorno o due per le visite (no, i pianti professionali delle prefiche, che da noi si chiamavano "bagnarote", non ho fatto a tempo a vederli), e questo era a piano terra. Quasi tutti andammo a curiosare, io tra l'altro non ne avevo visti mai, i morti di famiglia essendomi stati invece fin li accuratamente nascosti. Non ricordo dettagli, ma il fatto stesso che ricordi l'episodio è significativo di quanto mi debba avere colpito al tempo.

La vertigine è uno dei giochi più praticati dalla razza umana fin dai suoi albori. Se volete farvi una cultura in merito questo trattato di Callois è perfetto, ed è pure gratis. Per i pigri ho pure trovato un riassunto. Gli umani adorano perdere l'equilibrio, sennò non esisterebbero le giostre o le altalene. Gli da lo stesso friccico rischiare di cadere ma non cadere, per questo amano sciare, andare in automobile, o praticare gli sport estremi, e pazienza se qualche volta si cade davvero o peggio, il rischio non è calcolato ma la voglia lo cancella alla nostra vista. Affacciarsi su un orrido è indubbiamente affascinante per chiunque, anche per quelli in cui prevale la paura e non lo fanno. E non c'è orrido più profondo del non-esistere-più. Quindi nemmeno più bello. Dobbiamo, guardare quell'incidente mentre passiamo, o quei video in TV o sul web che poi magari ci sentiamo male e da allora in poi cerchiamo di girare alla larga. E, aggiungo, per fortuna o purtroppo questo fascino è maggiore sui giovani e giovanissimi, proprio perché in loro la percezione della sua concretezza è minima. Forse ve lo ricordate anche voi, che da bambini il pensiero che prima o poi sareste morti non vi passava proprio per la capa, almeno quasi mai. Alla mia età, invece, cominci a contare più gli anni che ti restano, di vita attiva e degna, tenuto conto pure delle statistiche degli accidenti e delle malattie o meglio del loro incorrere nel giro delle vostre conoscenze, che quelli che hai passato, che non ti sembra neanche vero.

Death-Morte è anche una dei protagonisti di un capolavoro assoluto del fumetto, quel Sandman di Neil Gaiman che io ho in libreria e vi consiglio di procurarvi: a questi livelli, il fumetto è senz'altro letteratura. Giustamente, è rappresentata come il più "neutro", o se preferite il meno "cattivo" degli Eterni, che stanno prima e sopra persino agli Dei. Le rendono giustizia allo stesso livello Angelo Branduardi nel suo Ballo in fa diesis minore, e soprattutto Totò nella Livella. E chest'è.

giovedì 5 maggio 2022

UCRAINA, UN PO' DI STORIA

Come promesso, Pasbas ci regala uno dei suoi utilissimi promemoria, sulla storia dell'Ucraina, raccontandovi cose che di certo non avete visto in TV, a meno che non seguiate Byoblu (ad esempio ieri Santoro, una delle poche voci dissonanti sulla pandemia, con ospiti come Freccero, un'altra, e la Guzzanti). La cronistoria, nella sua "nudità" tra le altre cose rivela (o conferma):

  • che è l'Ucraina è talmente russa che il nome Russia viene da li;
  • che le sue frontiere attuali furono disegnate all'interno dell'Unione sovietica, e quindi (come accadde in Jugoslavia) è normale che non tenessero conto di differenze etniche e linguistiche destinate a mostrare invece tutto il loro rilievo ad indipendenza ottenuta;
  • che quella indipendenza è figlia del disastro politico pilotato dal burattino occidentale Yeltsin;
  • che è da allora che l'occidente a guida Nato prepara la guerra di oggi;
  • che il filonazismo delle milizie ucraine odierne non è un fenomeno di folklore ma ha radici ben salde nel collaborazionismo con le forze occupanti dell'Asse (tra cui molti italiani, Totò compreso).

Quest'ultima cosa, assieme a tante altre, ce la facciamo raccontare da un ebreo (di attualità, date le ipocrite levate di scudi alle dichiarazioni appena ovvie di un ministro russo) nel video finale, proposto sempre da Pasbas. Ma prima, buona lettura e buona visione.

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Ucraina, un po’ di storia

Un piccolo appunto sulla travagliata storia di  una terra e di un popolo che sembra non avere pace.

di Pasbas

L’Ucraina è terra ricca sia da un punto di vista agroalimentare che da quello minerario: grano e cereali da una parte e manganese, salgemma, petrolio, carbone e titanio dall’altra. E’ luogo strategico, col Dnepr che unisce il baltico a mar Nero e mare d’Azov. Inoltre è divenuta dopo il 1991 la frontiera ultima tra blocco NATO e Federazione Russa.

Il nome Ucraina risale al XIX secolo, quando il movimento indipendentista diviene molto attivo, soprattutto tra gli intellettuali.

Nell’area, tormentata da continue invasioni esterne, si sono succeduti vari regni e principati:

  • IX – XIII secolo - Regno Rus di Kiev., importantissimo centro commerciale e culturale che controlla i traffici tra il Baltico e i mari Nero e d’Azov
  • XI – XIV sec. - Principato di Galizia 
  • XVII – XVIII sec. - Etmanato Cosacco
  • XV – XVIII sec. - Kahnato di Crimea
  • XIV sec. - La Lituania annette gran parte dell’Ucraina, il Principato di Galizia passa alla Polonia, il sud è sotto il controllo dei Mongoli
  • 1569 - Il trattato di Lublino ratifica il passaggio dell’Ucraina da Lituania a Polonia
  • 1596 - Il trattato di Brest-Litovsk sancisce la divisione religiosa tra cattolici e ortodossi
  • 1649 - Nel sud del fiume Dnepr i Cosacchi combattono per l’indipendenza della loro regione dalla Polonia e chiedono aiuto all’Impero Russo, aiuto che arriva ma che implica...
  • 1654 - ...l’annessione della regione all’Impero
  • 1783 - La Russia annette la Crimea e nell’800 la colonizza, rendendola una fertile terra coltivata, il granaio d’Europa
  • XVIII sec - Finisce qualsiasi possibilità di fare dell’Ucraina un territorio indipendente: la Russia la annette in toto, tranne il Principato di Galizia che va all’Impero Austro-Ungarico
  • 1915-18 - Durante la Prima Guerra Mondiale nel Principato di Galizia prende piede un forte movimento politico e culturale ucraino che lavora per rafforzare il senso di identità nazionale del popolo
  • 1917-21 - Dopo la Rivoluzione d’Ottobre, i territori ucraini vengono assorbiti dalla neonata URSS, seguono ribellioni e disordini
  • 1924 - Sconfitti i tentativi di rivolta, l’Ucraina diviene una Repubblica Socialista Sovietica a tutti gli effetti
  • 1924-1938 - Nel periodo tra le due guerre mondiali l’Ucraina vede la collettivizzazione delle terre ed un forte impulso di industrializzazione, anche grazie alla presenza di notevoli quantità di materie prime pregiate - La durissima politica di Stalin porta alla repressione di ogni ambizione di autonomia da parte degli Ucraini dell’est, la parte Ovest è invece in lotta con la Polonia mentre la Romania ostacola di fatto ogni tentativo indipendentista degli Ucraini
  • 1930 - Una terribile carestia uccide circa 5 milioni di ucraini
  • 1938 - Il patto  di non aggressione Molotov - Von Ribbentrop sancisce il passaggio dell’intera Ucraina all’URSS
  • 22 giugno 1941 - I fascio-nazisti iniziano il tentativo di invasione  dell’URSS e in Ucraina parte del popolo appoggia gli invasori - Altri però si oppongono alle truppe straniere con la guerriglia partigiana
  • 1946 - La religione cattolica è messa fuori legge
  • 1956... - Il dopo Stalin vede l’Ucraina vivere un periodo relativamente tranquillo
  • 1989 - Grazie alla Glasnost di Gorbaciov, viene tra l'altro reinserito il cattolicesimo come culto ufficiale, ma paradossalmente le aperture democratiche dell’URSS fanno rinascere spinte nazionaliste e separatiste tra la popolazione Ucraina.
  • Agosto 1991 - Una parte del PCUS fa rapire Gorbaciov rinchiudendolo in un luogo segreto, subito dopo...
  • 24 agosto 1991 - ...l'Ucraina proclama la sua indipendenza dall'URSS (24/8). 
  • Dicembre 1991 - L'Ucraina entra a far parte del gruppo delle repubbliche indipendenti post-sovietiche; viene eletto il primo presidente non comunista, Kravchuk, che rimane in carica fino al 1994, quando sarà sconfitto dal suo primo ministro Kuchma, che diviene il secondo presidente eletto con “libere” elezioni. 
  • 31 maggio 1997 - Il presidente russo Yeltsin e quello ucraino Kuchma firmano un importante trattato di amicizia e cooperazione.
  • Novembre 2004 - Viene eletto per la prima volta Yanukovich, che però viene accusato di brogli elettorali: è un presidente apertamente filo-russo e, forse per questo, la Corte Suprema annulla le elezioni e ne indice di nuove. 
  • Dicembre 2004 - Iniziano le manifestazioni di piazza che prenderanno il nome di “rivoluzione arancione”: Yuschenko viene dichiarato nuovo presidente e Yanukovich è costretto a dimettersi. 
  • Febbraio 2010 - Yanukovich vince per la seconda volta le elezioni ma viene nuovamente accusato di brogli: ad accusarlo è l'eroina della “rivoluzione arancione (ex presidente della azienda del gas ucraino e potente donna d'affari) e protagonista della politica ucraina filo-occidentale, la Timoschenko, che era stata primo ministro due volte sotto la presidenza Yushchenko, prima di sfidare, perdendo, Yanukovich alle presidenziali del 2010, subito dopo le quali il parlamento sfiducia il governo Timoschenko che è costretto a dimettersi, perdendo così anche lei la sua carica istituzionale. 
  • Agosto 2011 - Timoschenko viene arrestata per la firma, da primo ministro, di un accordo palesemente sfavorevole tra Naftogaz (di cui era stata presidente nel 1995) e la Russia per la fornitura di gas all'Ucraina nel 2009; viene condannata dalla corte a 7 anni ma si dichiara innocente, accusando Yanukovich di averla fatta arrestare per impedirle di partecipare alle nuove elezioni presidenziali.
  • 21 novembre 2013 - Yanukovich abbandona la strategia politica pro-UE, che aveva caratterizzato il suo secondo mandato, per riavvicinarsi alla Russia. Le forze pro-occidente accusano la Russia di voler strangolare l'economia ucraina.

Cronologia a parte, che per il momento si ferma alle soglie della cronaca ma magari proseguiremo, per migliorare la comprensione serve ricordare "in prosa" cosa successe nel Paese nel periodo del collasso dell'URSS.

L'economia ucraina, infatti, a quel tempo andò letteralmente in pezzi. La nuova “normalità” vedeva scarsità di cibo, file per il pane dalle 6 del mattino, uso di buoni per la spesa giornaliera, inflazione galoppante, salari da fame (3 dollari al giorno). Le persone comuni (così come i potenti) iniziarono a rubare i beni pubblici, dai tombini in ferro alle lampadine che illuminavano gli spazi pubblici. Il senso fortemente etico e spiccatamente nazionalista spinse invece i potenti locali ad appropriarsi di macchinari e infrastrutture delle fabbriche e altri oggetti di grande valore per rivenderle a ricettatori esteri. Se nel caso dei primi si trattava di disperati che lottavano per la sopravvivenza, per i secondi si trattò di accumulare milioni di dollari, rubandoli alla collettività: era ufficialmente iniziata la nuova “era capitalistica”. In questo periodo molti si diedero al commercio selvaggio (meglio conosciuto come borsa nera), comprando all'estero ogni sorta di bene (soprattutto  beni effimeri e superflui) e rivendendo il tutto nel mercato interno con profitti enormi: tra le merci più appetibili dolciumi, chewing-gum, sigarette e bibite gassate; acquirenti i proprietari di chioschi abusivi che affollavano strade e piazze delle città. Tutte queste attività venivano chiamate dagli ucraini “fare business”  e gli attori di questa rivoluzione economica ritenevano essere essi stessi i veri messaggeri del nuovo verbo capitalista.

Ma come largamente prevedibile seguirono a questa ubriacatura occidentalista “effetti collaterali” di notevole portata: le attività mafiose e criminali in genere divennero il leitmotiv della vita quotidiana. Le tasse venivano riscosse non più dallo Stato ma dalle gang mafiose che infestavano le varie zone delle città: queste organizzazioni criminali si occupavano del mantenimento dell'ordine sociale, sostituendosi di fatto alle legittime forze di polizia (anche qui l'eroe dei due mondi docet). Nelle aree di conflitto tra organizzazioni mafiose si assisteva spesso a sparatorie ed esecuzioni sommarie per il controllo del territorio conteso e non era raro la mattina, lungo il tragitto casa lavoro, imbattersi in cadaveri frutto di vendette o violazioni di accordi criminali tra le bande. Gioco d'azzardo, prostituzione, droga e pornografia divennero attività lucrative di primissimo piano; il livello culturale medio si abbassò talmente da fare di Dallas e altre telenovelas statunitensi le trasmissioni più seguite (esatto: come da noi...), Beverly Hills con i suoi attori lo stile di vita più ambito. Aumentarono esponenzialmente i furti negli appartamenti, il mercato delle porte blindate crebbe in modo vertiginoso, la fiducia tra vicini di casa fu irrimediabilmente minata e si instaurò un clima di sospetto alimentato dal timore per i propri beni.

Lo Stato tornò ad avere un controllo parziale dell'ordine pubblico non prima della seconda metà degli anni '90, anche e soprattutto grazie al personale delle gang mafiose incorporato stabilmente tra le forze di polizia statali (1860, Napoli: stesso discorso, con protagonista l'eroe nazionale). E' questo il momento in cui, finita la “luna di miele” con il capitalismo, molti ucraini ripensarono al mito del comunismo come modello di vita, in quanto si trovarono senza beni e abbandonati al proprio destino (selezione naturale?). Sorte molto più fausta toccò invece alla pletora di criminali, truffatori e mafio-capitalisti che accumularono in quei frangenti enormi quanto inaspettate fortune.

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Ed ora il promesso contributo video di Moni Ovadia, uno che di solito la sinistra ascoltava.

sabato 19 settembre 2020

IL 2O E L'8

E' un po' che non parliamo di Covid, ma da un lato l'argomento è così importante, e non certo per ragioni sanitarie, da meritare una qualche forma di attenzione sistematica (è una promessa, o se preferite una minaccia...), dall'altro l'agenda impone un post che è quasi una replica di uno di fine agosto, perché è dovere di ciascuno di noi fare quanto è nelle proprie possibilità perché si realizzi quanto è nel proprio convincimento politico, e anche se uno solo tra chi mi segue, o magari tra quelli a cui avranno inoltrato questo post quelli che mi seguono, sarà passato dal SI al NO, non sarà stato invano.

Il 20 e 21 settembre, infatti, si vota per il referendum confermativo della riforma costituzionale che prevede la riduzione del numero dei parlamentari a 600 in tutto, dai quasi mille di oggi. Messa così, sembrerebbe un doveroso risparmio, e infatti è quello che vi dicono di continuo. Ma è un risparmio di spiccioli, talmente piccolo da non avere nemmeno valore simbolico. Molto inferiore di quello (peraltro anch'esso poco più che simbolico) che si avrebbe tagliando della metà tutti i compensi dei parlamentari, cioè trasformando in legge (ordinaria, peraltro) quella norma di buonsenso che i grillini hanno imposto a se stessi, finché ha tenuto (vedrete che presto sparirà, come ha già fatto il limite dei due mandati, ma già da un po' è variamente disattesa), ricevendo in cambio un bel po' di voti in più. In cambio, ipso facto, il taglio impone un innalzamento della soglia di rappresentanza tale da costituire di fatto un innalzamento dei costi di ingresso nella scena politica, sia dei singoli che dei partiti o movimenti che dir si voglia: devi attrezzarti per prendere più voti di prima, quindi spendere di più, quindi la politica è un affare per chi ha già soldi di suo o riesce a trovarli. Il contrario, insomma, di quello che prometteva l'esistenza stessa del movimento 5 stelle e della sua differente selezione della classe politica.

Che poi, fosse solo quello! I grillini sono arrivati da zero a un terzo dell'elettorato, me compreso, al grido di NO TAV, NO VAX, NO EURO e NO CASTA, specialmente NO PD. Con quale faccia tosta riescono a uscire di casa avendo tradito col botto praticamente tutti i loro mandati (ah, dicevano anche di essere per l'introduzione del vincolo di mandato, e infatti buttavano fuori dal loro schieramento chiunque secondo i loro tribunali interni avesse violato questo o altre "norme"), è un mistero. Ma guai a chi non conosce o comunque non applica la lezione della Storia. Come Fassino, che, quando Grillo decise di incanalare le enormi energie mobilitate col suo blog in un'azione politica tentando di scalare il PD, mentre lo escludevano dalla corsa gli intimò beffardo di fondarsi un suo partito... e poi hanno dovuto usare tutte le astuzie più e meno lecite per impedirgli di governare una volta diventato maggioranza relativa e poi neutralizzarlo nell'abbraccio mortale di questi ultimi tempi.

Qualche giorno fa era l'8 settembre. Lo sapete perché è sempre l'occasione per una serie di servizi televisivi più o meno storici, quasi tutti di autofustigazione dell'italianità. Siamo un popolo di voltafaccia, convinti di aver vinto una guerra perché abbiamo cambiato cavallo in corsa. Riguardatevi I due marescialli con De Sica e Totò, è stato girato pochi anni dopo ed oltre ad essere pieno zeppo di scene esilaranti è estremamente rappresentativo di questa vulgata (più ancora de I due colonnelli, altrettanto divertente), col culmine nella scena in cui il Podestà (l'immenso Gianni Agus, uno che oggi varrebbe ics volte gli attori da Oscar e ai tempi faceva il caratterista, lo ricordate tutti come contraltare di Fracchia, per intenderci), all'arrivo degli Americani, si stacca il contrassegno del Partito Fascista dal bavero e lo getta via guardandosi intorno circospetto. Ebbene, pensiamoci bene: la cosa ha il suo lato positivo. E' vero, ci lasciamo abbindolare: uno ci promette un posto al sole tra gli Imperi dopo che ci ha dato case lavoro e identità, e noi gli crediamo, tutti (o meglio molti ma gli altri lasciano fare e fingono di crederci pure loro), e lasciamo pure che inquadrino militarmente i nostri figli (della lupa) e le nostre piccole (italiane), e tolleriamo le leggi razziali tanto mica sono ebreo io e poi è per fare contenti i tedeschi noi poi qui mica li deportiamo e mio cugino comunque lo nascondo io. Ma quando si capisce che parlava a vanvera, quando la Storia presenta il conto, non si trova in giro più nessuno che sia, anzi che sia mai stato dalla sua parte. Tutti antifascisti. Tutti a tirare le monetine a Craxi, anche, anzi soprattutto quelli che in un modo o nell'altro erano stati beneficiati dal suo ostinato affidarsi alla spesa pubblica mentre già avevano sfilato la Banca d'Italia al controllo del governo nazionale (in favore di quello sovranazionale più o meno occulto sotto il quale ancora sta, con le altre banche centrali europee sotto la BCE).

Quante volte il continuum PCI/PDS/DS/PD ci ha portati in piazza in difesa della Costituzione, magari in funzione antiberlusconiana? Oggi lo sappiamo, era per tradirci meglio. Ma non ci pentiamo, e il 10 ottobre ci torniamo anche se non abbiamo capito bene chi organizza e a che scopo: intanto salviamo la Costituzione, poi vedremo. Se guardiamo la storia dei tentativi di riforma costituzionale fin dalla sua entrata in vigore, deduciamo che il ragionamento appena descritto deve essere in qualche modo maggioritario, tra gli italiani: per approvare una legge di riforma della nostra Carta fondamentale ci vuole una maggioranza parlamentare così ampia che solo una volta in 72 anni è stata raggiunta (per introdurvi l'obbligo di pareggio di bilancio, una vergogna che scredita per sempre tutti i votanti a favore, Lega compresa, agli occhi di chi capisce che è qui la causa di tutti i nostri mali, anche quelli legati al Covid e relativi disastri economici che avranno l'inesistente ricostruzione di tutti i terremoti), sennò bisogna ricorrere a un referendum confermativo. Come appunto quello in scena in questi giorni, si: senza quorum (che lungimiranza, i padri costituenti: se vuoi cambiare la Carta devi riuscire a far alzare il culo alla gente, se lo alzano solo quelli contro vincono loro, anche fossero due). Ebbene, ha vinto sempre il NO. Coda tra le gambe per tutti, da qualunque parte fossero: Berlusconi e Renzi ancora si leccano le ferite, e anche se non sono spariti di scena (e chi lo fa mai in Italia? Craxi fu un'eccezione, magistralmente raccontata da Gianni Amelio) il loro consenso non tornò più ai livelli di prima dell'azzardo. Noi italiani non neghiamo mai a nessuno il suo 8 settembre, il 20 settembre 2020 fate che sia quello di Beppe Grillo: venite a votare NO a una riforma che peraltro realizzerebbe il sogno di Licio Gelli.
Si lo so che gli schieramenti politici si sono schierati da una parte e dall'altra per le ragioni più disparate e si rischia di trovarsi compagni di schieramento indesiderabili (pensavo a +Europa, la UE è peggio di qualsiasi fascismo, anzi da sempre le politiche di rigore insensato sono le madri di tutti i fascismi) ma questo appunto vale comunque, e allora guardiamo a chi ha votato la riforma in parlamento, quasi tutti Lega compresa anche se stavolta non abbastanza, e capiremo meglio che al di là dei teatrini odierni, causati dagli interessi dei rivoli e dal fiuto politico di altri, questa cosa la volevano tutti e questo è un motivo in più per respingerla al mittente. Magari, infine, votare NO è il primo passo per riprendersi la sovranità, e pretendere il giusto risarcimento per la follia distruttiva dell'economia che ha animato i governi di mezzo mondo sotto la regia dei veri padroni del vapore sovranazionali. Intanto facciamolo...

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