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lunedì 2 marzo 2026

DAI, VINCI

No, non parlo del festivalone, che ho visto meno del solito (che era già poco), e meno che meno del vincitore (con una canzone che sembra uscita dalla macchina del tempo tanto è vetusta proprio come impianto e concezione, peraltro), ma di un cartello che si è visto in galleria che giocava col suo nome per incitarlo. Parlo, anzi riparlo purtroppo, della guerra.

Se c'è una cosa certa della guerra di oggi, infatti, è che proprio non si può, vincerla: vista la natura delle armi in campo, si può al massimo o allungarla fin quando conviene usandole solo in parte, o usarle davvero e perderla anche se la si vince. Se non ci credete, citofonate a Putin. O pensate che non avrebbe potuto, se avesse voluto, radere al suolo l'Ucraina in un fiat? In altre parole, a nessuno conviene vincere un cumulo di macerie radioattive.

Poi c'è una cosa certa di tutte le guerre di tutti i tempi: che a guardare bene, senza farsi imbrogliare dalla propaganda, sono sempre state vinte dai potenti e perse dalla gente comune, trasversalmente ai confini. Sempre, non solo nell'epoca in cui i regnanti erano tutti parenti tra loro: volendo possiamo risalire a quando gli umani divennero agricoltori/allevatori da cacciatori/raccoglitori che erano, necessitando così di mura da difendere, e i maschi tolsero lo scettro della società alle femmine.

Se avessi degli hater, o anche dei critici tra i pochi follower, dopo i vergognosi attacchi in Nicaragua e Iran mi avrebbero detto "visto che il tuo Trump non era poi l'angelo portatore di pace che credevi?". Alla qual cosa io ribatterei che Trump non è "il mio" e che non ho mai detto fosse migliore degli altri, solo che preferivo un nemico vero a un finto amico, e soprattutto che preferivo di gran lunga una situazione in cui al mondo si fronteggiano due gruppi di potere piuttosto di una in cui il gruppo di potere è unico coeso e incontrastato. Ora, Trump questo è: l'espressione del gruppo di potere riconducibile al petrolio e a un quadro socioeconomico diciamo così tradizionale, che finalmente ha trovato con questo rozzo e discutibile personaggio il modo di contrastare il monoblocco che punta al reset dei diritti e delle conquiste economico-sociali usando come velo ideologico l'ecologia e l'intelligenza artificiale. Due squadriglie di avvoltoi pronti a banchettare sulle nostre viscere, mentre a noi resta quasi come unica speranza, di restare vivi un altro po', che litighino tra loro. Non è quindi un caso che gli USA con lui abbiano ripreso a "muoversi" sugli scacchieri petroliferi, quel Venezuela che da Chavez in poi aveva osato mettere in discussione il dogma che vuole i popoli sovrani esclusi dai benefici dello sfruttamento delle loro estrazioni (e a Maduro è andata ancora meglio che a Mattei...), e quell'Iran che costituisce di fatto l'unico serio contraltare a quell'avamposto degli USA nell'area chiamato Israele (che altro non è, con buona pace di chi ancora crede alle favole tipo terra promessa e risarcimento dell'Olocausto).

Trump sta dunque facendo il suo "mestiere", quello che hanno fatto praticamente tutti i suoi predecessori (sia repubblicani che democratici, senza alcuna differenza) da quando gli USA hanno soppiantato la Gran Bretagna nel ruolo di Impero mondiale: tentare di imporre con la forza il proprio modello. Quelli che tradiscono quello che sarebbe il proprio, di ruolo, sono quelli che esultano se uno straniero bombarda casa loro e uccide i propri capi. Come se la storia non avesse dimostrato già abbondantemente che quando questo succede le cose per il popolo di solito peggiorano, e non di poco, o se migliorano è solo parzialmente e di facciata. Ne sappiamo qualcosa in Italia, dove siamo ancora pieni di basi militari di quelli che ci hanno rasi al suolo per liberarci e però poi hanno lasciato ben saldi ai loro posti quasi tutti quelli che avevano fatto carriera prima e i loro successori, aiutandoli pure a costruire una rete segreta in funzione antisovietica e con quella organizzare attentati a ripetizione per mantenere la popolazione sotto il ricatto della paura. E non la abbiamo vista brutta come avremmo potuto se non ci fossero stati i partigiani a parzialmente contribuire dall'interno alla redenzione della Patria.

Perché i regimi intanto non nascono senza ragioni storiche (il nazismo le ebbe nel Trattato di Versailles e nel nascente sistema bancario internazionale, gli ayatollah in quello che avevano combinato lo Scià e gli americani), e non cadono mai davvero se non abbattuti dall'interno, e dalle fondamenta. Se pensi di vincere con l'aiuto dei bombardamenti americani, prendo in prestito il cartello sanremese e ti dico "dai, vinci!". Poi vediamo come ti trovi.

sabato 8 novembre 2025

SPIRAGLI?

Riconoscere a Trump di stare spaiando lo scenario geopolitico internazionale rendendo possibile l'apertura di spiragli in questioni che sembravano chiuse, non significa né essere trumpiani né tantomeno perdere il diritto di criticarne le iniziative. Ad esempio, quelle pessime in Nicaragua, che pure a guardar bene indirettamente danno ragione a Putin, della serie "a ciascuno il suo giardino di casa". Detta in piano, siamo perfettamente liberi di criticare Trump per il Nicaragua, anche se pensiamo che purtroppo sia uno dei pochi ad inquadrare correttamente la questione Ucraina (magari per comodo, ma va bene lo stesso).

Lo dice meglio Agamben in questo post del 2024, io siccome so che siete pigri tento qui un riassunto:

  • l'Ucraina è indipendente solo dal 1990, prima era solo una provincia dell'impero russo prima e uno Stato dell'URSS dopo, entità all'interno delle quali era indifferente quali fossero i confini, tanto che non si contano letterati e intellettuali che si consideravano russi e tali venivano e vengono considerati, nati in Ucraina;
  • se la sua indipendenza fosse maturata da un processo meno traumatico del crollo sovietico, ricordiamo pilotato da occidente con la complicità prezzolata di Eltsin e soci, dai suoi confini sarebbero rimaste fuori le regioni in ballo nel conflitto odierno;
  • queste ultime sono state oggetto di attacchi e discriminazioni da quando un colpo di Stato ha rovesciato il legittimo governo filorusso, nel 2014: chi lo dimentica e parla di aggressione russa del 2022 commette un grave errore che impedisce la ricerca di una pace;
  • quest'ultima quindi comporta la cessione alla Russia delle regioni che chiede per fermare la guerra (una guerra peraltro appositamente non distruttiva come potrebbe essere eccome, basta confrontare con Gaza per capire) chi non lo comprende è lui l'ostacolo alla pace.

Ora, finché queste cose dimostra di capirle solo Trump, è un problema in più per l'Europa. Per questa ragione, la notizia di oggi, che mi ha indotto a titolare questo post come ho fatto, è particolarmente rincuorante. Pare stia emergendo, infatti, un centro di aggregazione in seno all'Europa "altro" rispetto all'ortodossia che ci porta all'Eurosuicidio: Cechia, Slovacchia e Ungheria hanno infatti costituito un "blocco scettico" rispetto alle tre tematiche portanti: la questione Ucraina, appunto, le politiche "green" e la sovranità dei singoli Stati dell'Unione. Leggete qui: si dovesse allargare, sarebbe forse l'alba di una nuova era. Se lo spiraglio si chiude, invece, è di nuovo buio fitto, e poveri noi.

sabato 11 ottobre 2025

PACE UN CORNO

Non è una ricostruzione di AI, è un fotogramma di un
avvenimento reale, nel 2014 a Piazza San Pietro...
La domenica delle salme
Fu una domenica come tante
Il giorno dopo c'erano i segni
Di una pace terrificante

Fabrizio De Andrè

L'aver imbottito il prosciutto costituito dalla elementare considerazione (qui Blondet) dell'inutilità e anzi controproducenza dei blocchi stradali dei manifestanti proPal tra due fette di pane, una messa in piano che più esplicita non si può nella questione israelo-palestinese inquadrata come colonialismo (sentire Roger Waters) e una condanna netta del piano neocolonialista cosiddetto di pace, non mi ha messo a riparo dalle critiche (la peggiore, di essere voce della maggioranza benpensante: quasi nessun'altra offesa mi ferisce di più) di chi ha voluto guardare solo alla farcitura.

Per sgombrare il campo agli equivoci, e sperando che non si ripetano episodi come quello che ho stigmatizzato io, non riuscendo a ridire ancora meglio la prima fetta, ho deciso di ospitare un altro articolo di Pasbas che mi aiuta a specificare meglio la seconda (mi autocito, la "ignobile soluzione 'di pace' con [...] Trump e [...] Blair al timone [...] tanto somiglia alle paci imposte agli indiani d'America confinandoli nelle riserve dopo averli sterminati").

Il pezzo, com'è facile constatare, è di qualche giorno fa. Nel frattempo, gli accordi sono stati firmati, e persino con qualche piccolo miglioramento (ad esempio, togliendo di mezzo quel bugiardo patentato di Tony Blair). Purtroppo, le criticità evidenziate da Pasquale, come avrete modo di rilevare leggendo, rimangono in buona parte in piedi. E chi c'era quando Rabin e Arafat presero il Nobel per accordi di pace infinitamente migliori di questi, e prima l'uno poi l'altro finirono assassinati (l'ebreo dai suoi) perché le cose potessero ricominciare come prima, sa che volendo si può pure essere contenti, ma con riserva...


Il piano di pace trumpiano

di Pasbas

I punti focali che indicano come il piano non dia alcun beneficio ai palestinesi (mio parere personale - va però affermato che la scelta finale è dei palestinesi e solo la loro):

  • p.to 3) indica la cessazione immediata del conflitto ed il ritiro dell'IDF da Gaza, per tale ritiro non è fissato alcun termine di tempo (mio commento: i sionisti decideranno in autonomia se e quando).
  • p.to 6) Hamas dovrà deporre le armi (i sionisti ovviamente no) e gli sarà concessa l'amnistia (da quale tribunale e per quale accusa?).
  • p.ti 7) e 8) all'accettazione dell'accordo saranno immediatamente forniti aiuti ai Gazaui e rimesse in funzione le infrastrutture distrutte (a spese di chi, sono definiti i danni di guerra inflitti dai sionisti?). Gli aiuti saranno gestiti da organizzazioni dell'ONU che devono essere indipendenti dalle parti in conflitto (l'unica organizzazione attiva dal 1948 e in grado di operare a Gaza è UNRWA definita dai sionisti collusa con Hamas, ergo gli sarà consentito di tornare ad operare?).
  • p.to 9) Gaza avrà (nessun termine di tempo definito) un governo apolitico e tecnocratico supervisionato dal premio Nobel Trump e dal laburista pacifista Blair, già benefattore e promotore degli aiuti esplosivi forniti dal cielo all'Iraq, condannato in GB per le sue bugie. La chicca finale: una volta riformata la AP essa potrà governare Gaza col beneplacito coloniale (persero nel 2006 clamorosamente le elezioni nei confronti di Hamas).
  • p.to 12) qui la bugia, il cinismo e l'ipocrisia raggiungono vette dolomitiche: nessuno sarà costretto ad abbandonare Gaza, chiunque vada via avrà diritto al ritorno (falso dal 1947 in avanti), i Gazaui saranno "incoraggiati a restare" (in un luogo con 50 milioni di tonnellate di macerie e materiali altamente tossici, esplosivi, amianto, prodotti chimici rovesciati dai sionisti sulla Striscia, falde acquifere inquinate).
  • p.to 13) I gruppi della Resistenza Palestinese non avranno alcun ruolo nel governo di Gaza (l'entità sionista, gli USA e la GB si), ogni tipo di arma e di dispositivo terroristico dovrà essere distrutto insieme con i tunnel e le fabbriche di armi sotterranee. Il processo di smilitarizzazione di Gaza sarà supervisionato da non meglio specificati organismi indipendenti.
  • p.to 16) l'entità sionista non occuperà né annetterà Gaza, IDF si ritirerà da Gaza (nessun riferimento a quando, come e fin dove, le fasce definite sono tre). IDF trasferirà il controllo della Striscia ad una forza internazionale di pace (ISF).

P.S. - La decisione se trattare su questi punti ed eventualmente accettare la proposta spetta ovviamente in modo esclusivo ai Gazaui, i miei sono solo dei commenti personali basati sulle notizie che sono riuscito a reperire durante questi due anni di genocidio.

domenica 5 ottobre 2025

CUI PRODEST

Mezz'ora fermi solo a questo incrocio, se mi credete...
Ho in canna un pezzo sulla moneta, ma siccome questo è un diario on-line e mi è successa una cosa, che peraltro ci azzecca con la cronaca e con lo scorso post, ve la racconto e vi invito a una riflessione.

Posso farlo, perché in questo stesso sito ci sono infinite testimonianze in ormai diciassette anni di quale sia la mia posizione riguardo alla questione palestinese; per chi ha voglia di approfondire ci sono i tag Israele e Palestina, per gli altri la riassumo così: per me il diritto di esistere di Israele è poco più di una pecetta ideologica appiccicata sopra l'esigenza dell'Occidente di mantenere un presidio coloniale in una regione cruciale finché dura la civiltà del petrolio, altrimenti se proprio glielo si doveva concedere (a risarcimento dell'Olocausto, questo dice la bugia ufficiale) doveva essere a patto di restarsene buoni buoni nei confini dei trattati, non succedendo la qual cosa doveva essere la comunità internazionale ad imporgliela e in mancanza ogni iniziativa palestinese è da considerarsi Resistenza e non Terrorismo. Non credo si possa essere più espliciti.

Chi vive a Roma considera normale, quasi un prezzo da pagare per il privilegio di essere cittadino della Città eterna, immolare un paio d'ore in media al giorno della propria esistenza per raggiungere il luogo di lavoro e tornare a casa. Se lo "smart" working rispettasse la sua etichetta renziana (quindi accattivante ma menzognera, tra un po' l'aggettivo entra nel dizionario) sarebbe stata una cosa "intelligente" che tutti i datori di lavoro avessero disposto, in vista di un blocco delle strade, la sua adozione in tutti i casi in cui la cosa era praticamente possibile. Invece venerdì scorso nemmeno uscire dall'ufficio in permesso (cioè a proprie spese) alle 15.30 poteva salvare dai guai temuti. Io, che conosco la città come le mie tasche e trovo sempre una scorciatoia per risparmiare tempo, uscendo a quell'ora sono tornato a casa alle sette, e sono uno di quelli a cui è andata meglio: a Roma, se blocchi la tangenziale est, blocchi subito tutto il quadrante e pian piano tutta la città. Perché ad ogni incrocio di una strada totalmente intasata con una che ancora scorre c'è un deficiente come quello in immagine che si piazza in mezzo e intasa la strada che scorreva, eccetera eccetera.

Con questo non voglio lamentare una violenza subita, anche se tale é stata e da decine di migliaia di persone tutte assieme e questo come giustificazione basterebbe. No, voglio sottoporvi una riflessione. Se uno protesta un po' di fastidio lo deve dare se no che protesta sarebbe. Ai miei tempi, ogni scusa era buona per fare sciopero e non entrare al liceo, intasando la prospiciente via Possidonea per la gioia degli automobilisti in transito. Ma noi avevamo uno scopo: fare "filone". E infatti dopo un po' sciamavamo ciascuno verso la propria occupazione alternativa (la mia erano interminabili tornei di ping pong all'Orchidea). Seriamente, i ferrovieri che fanno sciopero bloccando il traffico dei treni hanno uno scopo: mostrare agli utenti imbufaliti la loro importanza e il fatto che sono stati costretti a protestare per fare ascoltare le loro istanze. Idem per qualsiasi altro servizio, e tu utente danneggiato sei indotto a una riflessione, a metterti in qualche modo nei panni degli scioperanti, perché un giorno potrebbe toccare a te dover fare come loro e vorresti che i tuoi utenti ti capissero. Il diritto di sciopero è una cosa seria, e toccarlo al di fuori di leggi rigorose è sempre una operazione discutibile, anche quando non la compie Salvini pensate un po'.

Ma uno sciopero pro-Pal somiglia più agli scioperi nostri a scuola che a quelli legittimi delle categorie danneggiate e inascoltate. Quale sarà il suo scopo indiretto, visto che direttamente ai palestinesi gli rimbalza? Forse, tentare una trasfusione di consensi all'esangue centrosinistra, per una volta che ha un buon pretesto per dare fastidio al governo di centrodestra? Può darsi, e sarebbe ancora un tentativo legittimo per quanto inutile: col centrosinistra al governo non finirebbe l'ambiguità di coniugare lo storico sostegno alla causa palestinese con l'altrettanto storica retorica filoebraica (ma la Segre sta bene? com'è che non la intervistano più?), così come non è finita col centrodestra (ma i fasci non erano filopalestinesi? che ci fanno pappa e ciccia con Israele e i suoi mandanti americani?). Può darsi, ma il blocco stradale che c'entra?

Secondo voi, ve la butto lì una domanda, c'è stato uno, uno solo, dei romani bloccati per ore nel traffico (e idem per i guai nelle altre città a cominciare da Milano), con la giornata rovinata sia che fosse tempo libero che lavoro, che facendo uno sforzo ha potuto comprendere le ragioni dei manifestanti? uno solo, conquistato alla causa palestinese?

Al massimo, è aumentato il consenso alla ignobile soluzione "di pace" con Donald Trump e Tony "lui è peggio di me" Blair al timone, che tanto somiglia alle paci imposte agli indiani d'America confinandoli nelle riserve dopo averli sterminati. Bella mossa, pro-Pal dei miei...

sabato 29 marzo 2025

LA SERBIA SERVE

Sempre della serie "i democratici siamo noi a prescindere", per citare una battuta di Totò a seguire immediatamente quella del titolo, dopo la Romania giova ricordare cosa abbiamo combinato e stiamo ancora combinando in Serbia.

Tra parentesi, della serie "la lingua ha sempre implicazioni nel pensiero", il gioco di parole è agevolato dalla radice comune dello Stato balcanico e del sostantivo/aggettivo "servo", come d'altronde pure tra "slavo" e "schiavo" ("slave" in inglese...): si possono assoggettare "gli altri", e gli altri più vicini erano loro, prima di andarli a cercare in Africa per portarli in America.

La Jugoslavia di Tito era considerata un'anomalia nel mondo comunista, al punto da farne partner commerciale e industriale dell'Occidente (con tanto di fabbriche di automobili di progettazione nostrana). Il "dittatore" (per noi, per loro era colui che li aveva liberati dalla morsa nazifascista: nelle foibe i nostri ci sono finiti dopo, prima ci buttavamo noi loro, ma non è di moda ricordarlo) teneva uniti popoli di etnia e religioni diverse, localizzando le varie attività produttive, da buon collettivista, dove era più conveniente per lo Stato: le fabbriche al nord, vicino ai grandi porti e le direttrici europee, l'agricoltura al sud, per dire. Morto lui, e caduto il Muro, se l'Occidente fosse stato una frazione di quello che si riempie la bocca di essere, avrebbe dovuto scoraggiare le naturali istanze divisive, e se no indirizzarle a una transizione il più possibile indolore. Invece, quando Slovenia e Croazia, con i vecchi fiancheggiatori dei nazifascisti tornati a galla, dichiararono l'indipendenza da Belgrado, Germania e Città del Vaticano non attesero neanche l'alba del giorno dopo per riconoscere i nuovi Stati, seguiti a ruota da tutti gli altri. Innescando una guerra tra le più feroci mai viste in Europa, alla faccia di chi ce l'ha così di tolla da continuare a ripetere a pappagallo che l'Europa ci ha regalato 80 anni di pace.

Pochi anno dopo, per giunta, non si perse l'occasione di indebolire ulteriormente i serbi cavalcando le pretese di indipendenza del Kosovo, guidato peraltro da personaggi destrorsi nonché di dubbia moralità, arrivando a bombardare Belgrado, destituire e processare un leader democraticamente eletto, e lasciare che i serbi di quella regione venissero vessati da lì in poi, fino ad oggi compreso, sia mai si ribellino, riescano a fare intervenire in soccorso la madre patria, e possa quindi ripetersi il paradigma visto in Ucraina con le regioni russofone e Putin da li in poi chiamato invasore.

La storia nei dettagli ve la racconta meglio di me il vecchio Fulvio Grimaldi. Ricordarla, serve, anche se purtroppo ancora solo a quei pochi che si ostinano a ragionare con la propria testa. E che sorridono increduli alla notizia, rimbalzata un po' ovunque in questi giorni, della distribuzione di un kit UE di resistenza per 72 ore, in caso di guerra. Sembra una battuta di Crozza, ma la dicono seri, come se avesse senso dotarsene (e se l'attacco dura 4 o 5 giorni anziché 3?) e come se non fosse un rischio creare allarmismi (pensa se la gente ci cascasse - per ora per fortuna pare di no - gli assalti ai supermercati per fare le scorte per 3 mesi, le scene di isteria collettiva, e alla fine gli scaffali vuoti) e una precipua responsabilità di un buon governante invece evitarli finché si può. Poi smetti di ridere, perché pensi che questa cosa l'hai già vista, purtroppo, di recente, nome e cognome Terrorismo di Stato.

E' un classico della criminologia: chi è che può prevedere con maggior esattezza tempi e modi di un assassinio? Esatto: l'assassino. Quindi aumenta la probabilità che gli annunci di improvvido esagerato e iniquo riarmo dell'Unione non siano, come a molti di noi era sembrato in un primo momento, il patetico tentativo di un governo non democratico di un'entità che conta come il due di coppe quando la briscola è a denari di darsi un tono mentre le briscole fanno la Storia, leggi la pace, ma piuttosto il prodotto di una precisa e ferma volontà politica: quella di trascinarci in guerra, fosse anche solo per il più classico degli obiettivi di qualsiasi guerra, insabbiare le magagne (gli impicci coi bilanci vanno in cenere con tutto il resto, e poi c'è da ricostruire, che diamine, vorrai mica fare il disfattista).

E subito la mente va a quando Guglielmino Cancelli "predisse" una pandemia che puntualmente si verificò. Oggi, leggendo le sue profezie a proposito di Intelligenza Artificiale, non si può non rabbrividire.

sabato 15 marzo 2025

URSULA E SERRA VANNO ALLA GUERRA

Ach! Certen che dopo anni che non si poteva assolutamenten
parlaren di eurobond, sentire di 800 miliarden di spese
militaren
da keuelli che piuttosten che aprire nuovi ospedalen
dikiaravano zone rossen a più non posso, ci vuole proprien
la faccia come il kulen di Ursula Vondertruppen...
A chi è cresciuto col diario di Sturmtruppen non sembra vero, risentire parlare di guerra in Europa: ci sembrava che la dissacrazione satirica fosse la pietra tombale di ogni bellicismo, più efficacemente di ogni levata di scudi moralista e benintenzionata. Ma ci avevano avvisati Arbore e Frassica: con Quelli della notte e soprattutto con Indietro tutta sembrava avessero reso impossibile fare televisione-spazzatura, e invece non solo si è continuato a farla, ma molto peggio di prima.

Eppure, a seguire l'informazione mainstream, la parola d'ordine è adesso imbracciare il moschetto e ubbidir tacendo, pronunciata con estrema disinvoltura non dico dai capibastone della UE, che si sa il Potere ha di serie l'automantenimento oltre ogni limite, ma anche dai tanti commentatori che di fronte alle continue e reiterate prove dell'ademocraticità e illiberalità dell'Europa si trinceravano dietro il "però ha dato settant'anni di pace a popoli che per secoli non avevano fatto altro che combattersi". E ora, siccome i Nostri Sacri Valori sarebbero sotto l'attacco del Nemico Esterno, si prodigano in appelli alle armi, come se questa scusa non fosse storicamente la più usata della Storia, e come se loro non lo sapessero.

Tra essi, si distingue per attivismo uno che da giovane avrebbe smerdato il se stesso anziano di oggi. Michele Serra, infatti, per la mia generazione era il capitano di un manipolo di combattenti si, ma della satira contro il Potere, e va bene che nella vita è normale essere incendiari a vent'anni ma pompieri a cinquanta, ma lui esagera, e non è la prima volta, trasformandosi nel megafono del Potere nel convocare una manifestazione di sostegno all'interventismo europeo in Ucraina, mascherato come "difesa della Democrazia". Cioè, sarebbe democrazia salire al potere dopo un golpe e iniziare ad angariare e massacrare una parte dei tuoi sudditi perché di altra etnia e lingua? E sarebbe democrazia essere nominati da un direttorio anziché eletti dai cittadini, e da li imporre a piacimento politiche restrittive sulle spese sanitarie o sociali (a cittadini che magari nel loro Paese avevano pure eletto un governo che facesse l'opposto) e politiche espansive sulle spese militari? E quand'anche sei così ottuso a risponderti di si, che Zelenskij e i vertici UE sono democratici punto e basta mentre il Nemico per definizione non lo è, sarebbe democratico andare a imporre la democrazia con le armi? Ai tempi di Cuore, se non ricordo male, l'esportazione della democrazia era un bersaglio... Ah già, ma quelli erano gli Ammericani, oggi la carta si potrebbe rigiocare se lo facesse Trump, che disgraziatamente sta cercando invece (eh si, a modo suo e per gli interessi suoi, si capisce, ma anche sticazzi) di imporre la pace.

Volendo cercare il lato buono della faccenda, è nel fatto che (oserei dire, finalmente: per la cosiddetta pandemia non era capitato...) la presa di posizione di Serra & co. è talmente di destra (e si: come molte altre del centrosinistra, specie in campo economico, ma evidentemente in modo più lampante) che sta spaccando la sinistra. A iniziare dal PD stesso e a finire nelle piazze: fioriscono levate di scudi (qui Peacelink, Sbilanciamoci, Leonardo), e per oggi 15 marzo stesso è prevista anche una contromanifestazione (di Potere al popolo, con molti aderenti), e non che si possa oramai più dare peso politico alle iniziative di piazza, ma insomma se quella pro-UE si rivelasse un flop non sarebbe male, quindi ben venga qualsiasi cosa che gli tolga il terreno da sotto.

In cronaca c'è questo, alla Storia invece passerà cosa succede da ora in poi. Putin non è un fesso e sa che una tregua senza garanzie di pace duratura a valle di un ridisegno dei confini ucraini (arbitrariamente tracciati in seno all'URSS, non dimentichiamolo mai) che rispetti le etnie residenti si tradurrebbe solo in una perdita di tempo a favorire le iniziative di riarmo occidentali, ma nemmeno Trump lo è e capisce da solo che a Putin bisogna offrire quello che gli spetta altrimenti niente pace (e si, niente terre rare) ed è in questa ottica che bisogna leggere le strigliate e gli avvertimenti all'attorucolo ucraino. Quindi lo scenario più probabile è ancora che la pace venga fatta (lo spiraglio c'è, eccome, anche nella storia della diplomazia), l'Ucraina ridimensionata e tenuta fuori da Nato e UE, e il riarmo europeo resti li da un lato a dimostrare che gli Eurobond allora si possono fare cavolo, e dall'altro a consentire agli autocrati finanzieri di rimetterci sotto torchio per ripianare il deficit stavolta da spese militari chiudendo la fase fintamente espansiva del PNRR. Ma se invece si avverasse lo scenario meno probabile, che cioè la UE riesca in qualche modo ad attuare il suo piano controproducente, a riarmarsi in fretta, a sabotare gli accordi di pace, e ad avviare una escalation, mi piacerebbe vedere Michelino e gli altri della sua piazza mandati al fronte a combattere per la democrazia, ma temo invece che per limiti di età ci vedremo i nostri figli. E figlie, sia mai una discriminazione di genere. Quattro gatti che prima hanno fatto in modo che ci costasse un occhio della testa crescerli, e poi ce li fanno far fuori manco fossero carne da cannone come i figli dei nostri trisavoli (che però erano tipo otto a coppia, tirati su con un solo stipendio quando andava bene, e pazienza se ne morivano un paio).

Ed ora un po' di link di approfondimento, che ci servono (ma stanno qui solo perché non sono riuscito a inserirli nel filo del discorso del testo: vi invito invece a seguire anche quelli inseriti nel testo, che sono la stessa cosa):

sabato 22 febbraio 2025

PANE AL PANE

Quando Trump riuscirà a "fermare tutte le guerre" potrò fare un post della serie "ve l'avevo detto io". Intanto però vi invito a rileggervi il post del giorno della rielezione del nuovo presidente, se non l'intera selezione del motore di ricerca, che dimostra che avevo inquadrato il personaggio fin da prima della sua prima elezione. Ma siccome so che siete pigri peggio di me, mi autocito:

Con qualche timore scaramantico, elenco le cose che potremmo vedere nei prossimi mesi grazie all'afflato democratico dei sudditi della periferia profonda dell'impero americano: pace in Ucraina, Israele che si dà una calmata, messa in pausa dei progetti di una nuova pandemia, abbandono dei folli progetti di cambiamento climatico (o come dicono loro del suo azzeramento) tramite misure empiriche che hanno l'unico sicuro effetto (e forse anche il loro vero obiettivo) nell'impoverimento collettivo. E forse anche un cambiamento di equilibri all'interno di quel progetto antidemocratico e antipopolare che chiamiamo Unione Europea, indotto dal cambiamento di linea dell'alleato più potente. Francamente, se si realizzasse anche solo la metà di questo scenario, poco mi importerebbe che sarebbe grazie a uno che mi sta antipatico e che ideologicamente costituisce un mio avversario politico. Che vi devo dire, sarà l'anzianitudine...

Ora, lo so da me che alcune di queste cose non le abbiamo ancora viste e tra esse alcune non le vedremo mai, ma altre le stiamo già vedendo, ed è questa la riflessione di oggi: se un tizio che tu disistimi e rispetto al quale politicamente ti senti agli antipodi, definisce l'ineffabile Zelenskij come si merita e come tu pensavi fin dal suo affacciarsi alla scena politica, dichiara che i confine dell'Ucraina ante 2014 erano "irrealistici" come avevi pure provato a spiegare tu (erano disegnati in seno all'URSS, cambiava poco se non tenevano conto delle etnie, anzi favoriva il mischiamento), mette la sciagurata OMS alla canna del gas, e frusta come si merita l'ademocratica Unione Europea, tu cosa ne deduci? Che come tanti anziani sei finalmente diventato di destra pure tu, o che è la sinistra che a forse di spostarsi verso destra ha lasciato a sinistra degli spazi talmente vasti che alla fine li ha occupati la destra?

La mia domanda è retorica, e tra l'altro se anche qualcuno risponde diversamente da come mi sono risposto io mi importa relativamente. Io sono un uomo di pace, obiettore di coscienza ai tempi in cui costava caro, anche se non carissimo come a chi lo aveva fatto prima di me, se si fa la pace in Ucraina io festeggio, anche se l'ha fatta uno che non mi piace con un altro che era amico di un altro che non mi piaceva; se la cosa comporta un equo ridisegnamento dei confini a rispettare i popoli che ci vivono festeggio doppio, se di conseguenza si svolgono regolari elezioni in Ucraina (quasi nessuno ricorda che l'attuale regime è frutto di un golpe) triplo, e se tutta la vicenda indebolisce la Nato fermandone la sciagurata espansione a est festeggio (in memoria di tutti i cortei anti-Nato fatti da giovane) quadruplo; se poi mette in crisi l'Unione Europea (che dovrebbe essere demolita e ricostruita su basi totalmente diverse e pienamente democratiche, o niente) esulto. E lascio ai miei amici ancora prigionieri del vecchio continuum destra/sinistra le preoccupazioni sul presunto fascismo, figlie di una grande confusione, anche mediatica, su cosa sia formale e cosa sostanziale. Fuori dai denti, per me il neonazi è Zelenskij, e sulla UE fui subito d'accordo con De André: è la scimmia del quarto Reich, ballava la polka sopra il muro e noi che eravamo sotto le abbiamo visto tutti il culo. E non ho cambiato idea, anzi da allora le cose sono drammaticamente peggiorate.

sabato 21 dicembre 2024

CARO BABBO NATALE

Chi mi segue lo sa, che sono un miscredente e non credo in nessun essere superiore figurarsi in uno vestito di rosso dalla cocacola che prima era vestito di verde perché come molti altri americani veniva dall'Irlanda dopo aver fatto il giro di mezza Europa ma in fondo era San Nicola di Bari e non era nemmeno di Bari perché era moro. Dopo aver visto mio nipotino piangere per aver scoperto che sotto la barba finta c'ero io vestito strano, ho deciso che non avrei ripetuto quelle pantomime con mia figlia, alla quale fin dalla più tenera età inoltre ho raccontato la storia vera di Santa Klaus, padre degenere che non sono altro (lo so che qualcuno di voi lo sta pensando, e metto le mani avanti).

Ma dopo aver visto la pubblicità di quel nonno che la bimba gli chiede ma i nonni non scrivono a babbonatale e lui risponde certo che si e scrive caro babbo natale vorrei passare più tempo con la mia nipotina e lei lo aiuta a recapitare la letterina e di fatto esaudisce il suo desiderio, siccome non sono ancora nonno anche se anagraficamente potrei, e siccome mia figlia è entrata in quella fascia d'età che i genitori li si calcola poco e io devo solo aspettare che passi tentando di mantenermi vivo e magari decentemente, ma soprattutto siccome con l'età ci si commuove di più non solo coi bei film ma anche con i brutti spot, ho deciso che quest'anno avrei scritto la mia letterina anch'io. Anche se non so cosa chiedergli.

E già perché man mano che ti accorgi che la strada davanti è ormai molto più corta di quella dietro, e il fenomeno tende ad accentuarsi, scopri di avere sogni diciamo così sempre più "conservativi", del tipo mantenere la salute o cose del genere, e quello è il massimo di ottimismo che ti concedi. Certo, resta valido il meraviglioso verso di Vecchioni in Sogna ragazzo sogna ("la vita è così grande che il giorno prima di morire pianterai un ulivo convinto ancora di vederlo fiorire"), ma per quanto sia vero e potente, perché proiettarsi nel futuro è l'unico modo reale che abbiamo di attingere in qualche modo all'immortalità (e perché se no si farebbero imprese memorabili, si farebbero i figli, si amerebbero le storie comunque le si raccontino?), si tratta di una forma di autoinganno che continua, nonostante sia consapevole, per non avere alternative. E allora vai sullo spicciolo: niente sogni grandi, meglio concentrarsi sulle piccole cose.

Solo che anche così la lista sarebbe così lunga che l'ufficio stampa di Babbo Natale la scarterebbe, eppoi lo sanno anche i bimbi più piccoli che nella letterina una cosa, bisogna mettere, anche se te ne vengono in mente tante, che se no quello è pure anzianotto e non ce la fa. Vediamo un po'... vorrei che quelli che pensano che la pace sia qualcosa dove vinciamo noi e il cattivo perde fossero i soli a patire le conseguenze di una escalation... no, troppo ambizioso. Allora vorrei che quelli che ci hanno rinchiusi in casa arbitrariamente per non avere ammesso che erano stati proprio loro a strangolare la sanità pubblica e che era quello il solo motivo per cui non ce la si faceva a fronteggiare un'influenza un po' più seria del solito fossero processati e rinchiusi in galera buttando le chiavi... no, troppi correi, non basterebbero le carceri, anche tenendo fuori i corrivi. Allora i diritti economici fondamentali, il ponte sullo stretto, la TAV che poi persino la sigla è arbitraria, la logica delle privatizzazioni e gli affari dietro di esse... no, ci vuole una cosa più precisa. Mi aiuto con un filmato:

Ecco, vorrei che quelli che credono a questo filmato, e quelli che lo hanno realizzato, e quelli che stanno dettando la linea che si vede chiaramente tra le righe, fossero davvero costretti per tutta la vita a spostarsi solo tramite un treno regionale, meglio del centro-sud ma va bene anche quelli del nord, perché non possono permettersi un'auto di quelle supercare che saranno le sole a poter circolare, né tantomeno una casa abbastanza vicina al lavoro da poterci andare in bici sulle costosissime e trafficogene ciclabili costruite per i privilegiati residenti. Così, anche per provare sulla loro pelle cosa vuol dire impiegare tre ore per un tragitto che in macchina ce ne vuole una, tutti pigiati uno sull'altro fin dalla banchina o dal mezzo pubblico preso per raggiungere la stazione, detestarlo, e sapere che la loro condanna è non uscirne mai fino a che campano. Che dici, Babbo, si può fare?

venerdì 29 marzo 2024

A PROPOSITO DELLA PASQUA

Quando un rito diventa tale chi lo segue quasi sempre ha dimenticato, se lo ha mai saputo, la ratio della sua istituzione. La Pasqua affonda le sue radici nelle feste per l'arrivo della primavera che probabilmente gli umani hanno cominciato a celebrare sin dagli albori della loro trasformazione da cacciatori/raccoglitori a agricoltori/stanziali, come dimostra la sua "fasatura" col calendario lunare, se non ancora prima. Ma gli ebrei ne hanno fatto nel loro racconto un manifesto della loro "ragione sociale", che poi è quella che ha consentito loro di continuare a sussistere come popolo per un paio di millenni senza un loro Stato, fino a che non sono riusciti a riappropriarsi della loro "terra promessa". Quante volte avete letto o visto la storia delle sette piaghe d'Egitto e in particolare dell'angelo di Dio che stermina i primogeniti in tutte le case non marcate sull'uscio dal sangue innocente di un agnello? e quante di queste vi siete soffermati a riflettere di quanto orrenda e mostruosa sia la visione che c'è sotto?

Pensateci: che male avevano fatto quei bimbi, e i loro genitori? Qual era il loro "peccato", se non quello di essere sudditi del faraone e non parte del "popolo eletto"? Ma, attenzione, anche quando riconosciuta la mostruosità della cosa, non ce la caviamo, come peraltro hanno fatto i cattolici per millenni, appiccicando a quel popolo il marchio di "cattivi", anche perché qualche tempo dopo colpevoli di cristicidio (avendo scelto Barabba). Il problema non sono loro, il problema è che qualunque popolo che segue in maniera pervasiva una religione, specie se monoteista, applica la stessa sintassi degli ebrei coi "gentili" (che sta per "non ebrei"): intimamente, toglie il bollino di umanità agli "altri", retrocessi al massimo a bestie da sfruttare quando non a inutili insetti che è indifferente schiacciare o meno. Solo grazie a questo meccanismo, e alla sua inconsapevole interiorizzazione, si può infatti accettare di avere il diritto di sterminare un popolo nemico per difendere il proprio. Piero, dimentico di questo insegnamento nel riconoscere uomo il nemico, fa una brutta fine.

Nessuno è esente da questa colpa. Il nazismo è figlio del cristianesimo, in ciò. E il sionismo del nazismo. E gli islamici la commettono contro gli infedeli. E noi crociati, rozzi e violenti, abbiamo fatto lo stesso contro i ben più civili musulmani in terrasanta. Eccetera eccetera.

Ecco perché il modo migliore di fare gli auguri di Pasqua è la vecchia vignetta dell'agnello, ancora oggi vittima innocente (The silence of the lambs, che titolo geniale!) a 5mila anni di distanza da quella notte di quella piaga: aiuta a ricordare che è sempre questione di punti di vista, che è sempre solo la capacità di assumere il punto di vista altrui il discrimine tra la guerra e la pace. D'altronde, 2mila anni fa anche il nostro "figlio di Dio" fu l'unico a salvarsi mentre una miriade di maschietti, stavolta ebrei non egizi, veniva sterminata. E 33 anni dopo fu l'unico a risorgere degli almeno tre crocefissi quella sera sul Golgota, come sempre De Andrè fa rinfacciare a Maria dalla madre del ladrone in Tre madri. Ma questo non ve lo ha detto il catechismo...

sabato 13 gennaio 2024

LE BUFALE DEL PADRONE 4 - LE GUERRE "GIUSTE"

Immagine tratta da Combat-COC.org, cliccandoci sopra si ingrandisce
L'argomento principe che i fautori della UE oppongono ai pochi che si rendono conto di quanto questa "organizzazione intergovernativa" (che altro non è e probabilmente e sperabilmente non sarà mai) sia nefasta, è che i "padri dell'Europa" dopo la seconda guerra mondiale si posero l'obiettivo di realizzare un qualcosa che evitasse al vecchio continente di continuare nella serie di guerre lunga secoli che lo aveva caratterizzato fin li, con cotanto tragico epilogo.

Se anche si vuole concedere a Spinelli e soci tale nobile intento, però, si dovrebbe subito dopo rilevare che quelli che si incaricarono di attuarlo sbagliarono completamente l'impostazione, decidendo di edificare la casa comune degli europei su fondamenta economiche prima che politiche e sociali, in una sorta di gigantesco equivoco del postulato marxiano su struttura e sovrastruttura. Marx, infatti, osservava come si comportano "in natura" le società umane, con l'economia a fare da primo motore a cose che pretendono di esserlo e invece ci vanno solo a rimorchio, ma la sua lezione era semmai che era appunto compito della politica di spendere tutte le enormi energie necessarie ad imbrigliare questo potere naturale. Partire dalla unione economica prima e monetaria poi, pensando che quella politica e quella sociale e valoriale sarebbero venute dopo, ha conferito alle istituzioni economiche, monetarie in primis, un potere abnorme, sottratto inoltre, per come è bilanciato l'ordinamento dell'UE, a qualsivoglia controllo democratico. Consentendo di fatto la prosecuzione delle guerre intestine in Europa, solo senza armi fisiche, e in pratica consegnando ad alcuni Stati europei il manico del coltello con la cui lama hanno sbudellato altri, tra cui l'Italia. Applicando peraltro, soltanto in modo inconsueto, il famoso assioma di Von Clausevitz.

Si tratta dello stesso paradigma, in minore, di quanto è capitato al mondo da quando un filosofo proclamò la "fine della Storia" per via del crollo di URSS e Patto di Varsavia, e tutti ripetevano a pappagallo la versione mainstream per cui chiusa la guerra fredda si apriva per il mondo un nuovo lungo periodo di pace. Solo un visionario come De Andrè, di cui ricorre in questi giorni il venticinquennale dalla scomparsa, ebbe il coraggio di dire la verità, che sul muro di Berlino ballava la polka la scimmia del quarto Reich e bastava andargli sotto per vederle il culo. Infatti, per non avere l'Impero Americano più un contrappeso, anziché un'era di pace abbiamo visto il via libera a quella che persino un Papa peraltro assai contraddittorio ebbe a chiamare "guerra mondiale a pezzi". Due o tre di questi pezzi sono in cronaca, anche se con un ben diverso trattamento: gli ucraini per dieci anni angariano le enclave russe, e quando i russi intervengono in loro difesa, peraltro mantenendo la loro iniziativa bellica ben lontana dal potenziale distruttivo che sarebbero stati in grado di esprimere (anche perché sempre di un popolo fratello si tratta...), sono loro gli aggressori e i distruttori; i palestinesi osano un'azione "terroristica" contro chi li opprime da decenni, esecrabile come tutte le azioni di guerra ma dai risultati relativamente limitati in termine di vittime e di ostaggi, e quando gli israeliani intervengono massacrando civili a migliaia (dovremmo aver superato quota ventimila, una rappresaglia di sproporzione ben peggiore di quella dei nazisti ad esempio alle Fosse Ardeatine) la loro reazione viene reputata quasi unanimemente legittima. Ma se torniamo al 1990, e cerchiamo di compilare un elenco anche solo a memoria, e benché il risultato non possa che essere molto parziale le cose si fanno davvero raccapriccianti.

Tentiamo, sottolineando anche come ogni volta, ogni cazzo di volta, chi vuole una guerra parli di "guerra giusta" o peggio ancora di "missione di pace", con quella inversione linguistica che per primo denunciò George Orwell: dalla prima guerra del Golfo (1990/1991) alla disgregazione della Jugoslavia (1991 e seguenti), dall'appoggio all'indipendenza del Kosovo con bombardamenti Nato su Belgrado (1998) alla invasione dell'Afghanistan per "rappresaglia" all'autoattentato dell'11 settembre (2001 e seguenti), dalla seconda guerra del Golfo con cattura ed esecuzione di Saddam col pretesto rilevatosi falso delle armi chimiche (2003) alle cosiddette "primavere arabe" con culmine nella cattura ed esecuzione di Gheddafi (2011), dalle cosiddette "primavere arancioni" in Europa dell'Est con culmine nel colpo di Stato in Ucraina del 2014 vera origine del conflitto in corso ai mille conflitti minori (ma non per crudeltà e assurdità) in Africa e Asia, non c'è un solo episodio in cui il "padrone" non ci abbia sommerso di bufale, bugie belle e buone che sono state prese per verità fino a passare a luogo comune dalla maggior parte dell'opinione pubblica. Per questo non riesco a condividere questo amaro sforzo di ottimismo di Fulvio Grimaldi ancora a proposito della Palestina. Viviamo in tempi di neolingua, nella distopia orwelliana in cui si può "esportare la democrazia" a suon di bombe, contare i morti con metro diverso a seconda di chi sono, partire "per portare la pace" armati di tutto punto e poi percepire come ingiusti attentati le sanguinose rare reazioni delle Resistenze locali. E a chi osa tentare di raccontare le cose diversamente, appiccicare il bollino di "complottista" e isolarlo se piccolo, neutralizzarlo se grosso, imprigionarlo o eliminarlo se davvero pericoloso per l'establishment. Vero, Julien?

sabato 14 ottobre 2023

VOLTA E RIVOLTA

Il cosiddetto "diritto all'autodeterminazione dei popoli" è senz'altro una bella etichetta: vista da sola non si può non apprezzarla come valore assoluto. Il problema come sempre è passare ai casi pratici, e allora si scopre ben presto che la coerenza è un lusso che non molti si possono permettere, evidentemente. E si, perché capita ricorrentemente che gli stessi che lo invocano per alcuni popoli se ne dimentichino totalmente per altri, senza alcuna logica intellegibile che possa giustificare tale incoerenza. Gli esempi sono millanta, dalla storia antica alla cronaca: un elenco non può che essere incompleto, si può al massimo tentare uno schema esemplificativo.

Popoli che secondo la narrazione dominante...

...hanno diritto all'autodeterminazione ...NON hanno diritto all'autodeterminazione
Israeliani, nei confronti dell'Occidente cristiano che li ha per millenni "ghettizzati" e infine ha cercato di cancellarli, al punto di ottenere a titolo di risarcimento di riprendere possesso dei territori da cui erano stati cacciati dall'Impero Romano un paio di millenni prima. Palestinesi, nei confronti di quello Stato di Israele appositamente creato come avamposto dell'Occidente cristiano in Medio Oriente.
Ucraini, assieme a tutti gli altri popoli delle Repubbliche ex sovietiche (spesso disegnate a tavolino all'interno dell'URSS). Abitanti delle regioni russe dentro i confini (come detto, arbitrari) dell'Ucraina.
Croati e sloveni, nei confronti della Jugoslavia, poi cristiani nei confronti della Bosnia e Kosovari nei confronti della Serbia. Abitanti delle regioni serbe dentro i confini (disegnati in seno alla Jugoslavia) del Kosovo.
Italiani, anche se a sentirsi tali erano i soli membri di una ristrettissima élite acculturata e spesso più o meno consapevolmente eteroguidata, a fronte di moltitudini di persone di lingua cultura e tradizioni diversificate nel corso di millenni. Sudditi del Regno delle Due Sicilie, nei confronti degli occupanti Piemontesi sedicenti unificatori dell'Italia.

Gli accostamenti in tabella sono tendenti a evidenziare al meglio lo stridìo di certe logiche. La domanda da porre a chi le sostiene, infatti, sarebbe facile facile: qual è il criterio per poter dire di un popolo che ha diritto all'autodeterminazione?

  • Lo stanziamento stabile e prolungato su un territorio? Allora quello dei palestinesi sulla Palestina è un diritto molto maggiore di quello degli ebrei, che dalla Diaspora al reinsediamento passano tanti di quei secoli che giusto un popolo capace di rinchiudersi e proteggersi nel suo credo poteva conservare così bene lingua cultura e memoria delle proprie origini.
  • La lingua e la cultura? Allora hanno ragione i russi del Donbass (peraltro oppressi per un decennio prima di ottenere l'aiuto di Putin) e i serbi nel Kosovo, a volersi affrancare così come si sono affrancati gli ucraini dalla Russia e i kosovari dalla Serbia.
  • La legittima sovranità e il "tesoro del Re" (o se preferite statale)? Allora aveva più diritto il borbone a unificare l'Italia sotto il suo regno che l'indebitatissimo Savoia, che ci è riuscito solo grazie all'interessatissimo apporto esterno (cooptato anche contribuendo alla guerra di Crimea: vi dice qualcosa?), e ha poi prima depredato l'erario e le industrie del regno di Napoli e poi ha imposto la narrazione per cui il sud era sottosviluppato da prima (creando e mai più risolvendo la Questione Meridionale), nel frattempo etichettando come brigantaggio la resistenza popolare.
  • La lingua, la religione e gli altri fattori "culturali"? Allora hanno ragione i baschi, i catalani, i corsi, i leghisti della prima ora, l'IRA, eccetera eccetera, o se quelli hanno torno lo avevano anche i croati e gli altri secessionisti della Jugoslavia (peraltro culla di un esperimento di convivenza interculturale durato decenni, con una fortissima quota di rapporti di amicizia e anche familiari interreligionari e interlinguistici, messi in crisi dalla guerra - innescata dagli occidentali, non dimentichiamolo - ma non da essa distrutti del tutto).

Se avete una risposta univoca, beati voi. Se non ce l'avete, allora chiediamoci: come mai la narrazione ufficiale (con tanto di censura ai dissenzienti) fa valere una volta un criterio una volta un altro, magari al suo opposto? Qual'è la logica? La risposta non può che essere una: la convenienza dei centri di potere occidentale. Basta ammetterla, e tutto si incastra perfettamente senza contraddizione. Quando conviene all'Imperatore vale un criterio, ma se gli conviene il criterio contrario vale quello. Ovunque e in qualunque situazione.

Ora fatevi un esame di coscienza: siete d'accordo? Allora continuate pure a commuovervi, come è giusto che sia, per i poveri ragazzi uccisi da Hamas nei recenti attacchi, e giudicate pure legittima la rappresaglia israeliana, unendovi al coro. Ma se invece vi viene il dubbio che anche i palestinesi uccisi nella rappresaglia siano vittime innocenti, come peraltro tutti i morti di questa guerra ormai ultrasettantenne, certo molto più numerosi tra i palestinesi che tra gli ebrei ma possiamo anche sorvolare su questo "dettaglio", allora accanto alla commozione deve trovare posto l'analisi storica delle origini del conflitto, di questo come di ogni altro. E la ricerca di un criterio diverso da quello dell'Imperatore e dei telegiornali suoi servi.

Ad esempio, il popolo, per usare una parola antica. Se un popolo è acquiescente, può esserlo per mille motivi, tra cui la pigrizia di gregge o la bravura del pastore nel pascolarlo col bastone della propaganda. Ma se un popolo si ribella, che sia manipolato o meno, strumentalizzato o meno, un fondo di ragione ce l'ha sempre. Se adottiamo questo, come metro, può darsi che riusciamo a trovarla, quella ragione, e che allora ci sottraiamo al coro che il mainstream ci induce a intonare.

Quando ero piccolo a Reggio Calabria ci fu una rivolta popolare, durò molti mesi e ci furono dei morti. A sette anni, non puoi certo capirci qualcosa. Ma le cose che vedi poi te le ricordi. Ed io ho visto coi miei occhi i carri armati per strada, sotto casa. La rivolta nella narrazione ufficiale era manipolata dagli stessi neofascisti che intanto organizzavano un golpe per prendere il potere a Roma come i colonnelli ad Atene poco prima, quindi lo schieramento in massa delle forze di polizia e dell'esercito era consequenziale. Ma gli stessi che postulavano per i riggitani l'eterodirezione e quindi la non spontaneità delle motivazioni, poco prima ai praghesi riconoscevano l'autenticità della ribellione e quindi l'illegittimità dell'intervento dei carri armati sovietici: la propaganda non ha bisogno di coerenza, ammette qualsiasi capriola, anche doppia, se si pensa che l'ineffabile Napolitano (il peggiore Presidente della storia della Repubblica Italiana, e dire che il livello degli altri è quello che è...) qualche anno prima a Budapest teneva per i blindati russi. A studiarsi bene la cosa, invece, si può scoprire che specie all'inizio la rivolta di Reggio era autenticamente popolare, trasversale al continuum destra/sinistra al punto che cinque ragazzi anarchici furono assassinati mentre portavano a un giornalista (si, ai tempi si scriveva e si portava fisicamente, come Borsellino la sua Agenda rossa, parimenti "misteriosamente" sparita) le prove del complotto delle "mosche cocchiere", buttati fuori strada da un camion addirittura intestato a soggetti vicini ai golpisti di cui sopra, con sopra qualcuno che ovviamente ha fatto sparire il dossier prima che arrivasse un qualche soccorso. E a saper leggere la storia, cioè il buco nero in cui è finita Reggio Calabria a partire da quella emarginazione politica a cui i suoi cittadini si ribellavano, e da cui non è mai davvero più uscita, si capisce che quelle ragioni di fondo c'erano, eccome, e il popolo reggino le aveva intuite.

E allora sforziamoci di cercarle, ogni volta e non solo a corrente alternata, quando fa comodo al Padrone si e quando gli fa comodo il contrario no. Tra l'altro, è proprio l'ONU che sancisce, in una pronuncia colpevolmente dimenticata, il diritto di ogni popolo all'insurrezione armata quando ritiene che sia minacciata la sua esistenza e/o il suo radicamento a un territorio. Di ogni popolo, non solo di quelli che hanno in qualche modo avuto la fortuna e/o la capacità politica di riuscire ad essere intestatari di uno Stato/Nazione.

Insomma, quelli di Hamas, anche a voler escludere l'ipotesi che siano pagati e armati per mantenere l'instabilità in una zona la quale che resti instabile conviene a tutti, anche magari a chi vuole una scusa per scaricare adesso Zelenski (che se n'è accorto, e infatti baccaglia), sono gente disposta a combattere senza pietà, come ce n'è in tutti i popoli e in tutte le latitudini ed epoche: normalmente, questa gente viene disinnescata solo eliminando le condizioni in cui prospera. E non è certo quello che è stato fatto in Palestina negli ultimi settanta anni. O vogliamo dimenticare che quando un leader israeliano e uno palestinese avevano imboccato un percorso di pace, meritandosi persino un Nobel, qualcuno ha trovato il modo di toglierli di mezzo, facendo sparare il primo e avvelenare il secondo? Ora, chi plaude all'escalation israeliana e la incita, o è consapevole del fatto che così se non riesce davvero a completare il genocidio l'unico risultato sarà incentivare e giustificare che in campo avverso emerga qualcosa di peggio di Hamas, oppure è il solito idiota utile a chi vuole la guerra permanente.

domenica 4 giugno 2023

L'OBBEDIENZA NON È UNA VIRTÙ

Cade in questi giorni il centenario dalla nascita di uno dei personaggi più influenti del secolo scorso, anche se lui riderebbe di questa etichetta (o forse si arrabbierebbe, ma essendo morto prematuramente tanti decenni fa non lo sapremo mai), e anche se molti contemporanei non lo hanno mai nemmeno sentito nominare. L'affermazione è dimostrabile, ma prima di tentare metto le mani avanti dichiarando, questa volta senza possibilità di essere smentito, che perlomeno si tratta di uno dei personaggi che ha influenzato maggiormente il mio, modo di pensare. Anche se io sono dichiaratamente ateo da quando ero adolescente e lui era un prete. Sto parlando di Don Lorenzo Milani.

La contraddizione a me sembra solo apparente, e se no sticazzi. D'altra parte, anche un altro prete è stata una figura fondamentale per la mia formazione (e di tutta una carrettata di miei concittadini, e immagino sia stato lo stesso nelle altre città che ha girato finché ce l'ha fatta): Gernaldo, il mio insegnante di religione al liceo. Uno che a scuola ci raccontava le barzellette e ci faceva educazione sessuale, ma poi mezza città andava regolarmente a gremire le messe della sua parrocchia in collina, e si anche perché quando non esistevano i cellulari se volevi incontrare qualcuno dovevi andare dove sapevi che si ritrovavano in tanti (e in tante), ma soprattutto perché le sue omelie erano impagabili. E uno con cui parlare, come a un amico, era così bello e istruttivo che l'ora di religione volava, mentre magari altri ne approfittavano per andare a giocare in cortile o se era l'ultima uscirsene prima, a chiacchierarci di adolescenza o disquisire di teologia. E alla fine mi dava Ottimo in religione, a uno ripeto non credente.

Ma torniamo a Don Milani. Se vi capita, in queste sere stanno passando, specie su alcuni canali secondari del digitale terrestre, sia documentari che fiction sulla sua vita, tra cui un bel film in cui lo impersona Sergio Castellitto: se potete, soffermatevi a guardarli. Sarà istruttivo, anche se probabilmente nessuno di essi mostrerà fino in fondo (girandoci invece attorno) la potenziale dirompenza del suo pensiero e della sua azione (mai disgiunti). La scuola, come ogni altra istituzione di una data società, ha la sua funzione principale e fondativa quella di riprodurre quella società. L'alfabetizzazione di massa non è una bella concessione ai sudditi nel loro interesse, ma una conseguenza logica della rivoluzione industriale volta a una almeno minima riqualificazione della manodopera nell'interesse quindi dei potenti. Questo assioma marxiano, che ritroviamo in varie salse fino ai giorni nostri, era particolarmente palpabile nell'Italia del secondo dopoguerra, dove il sistema scolastico era dichiaratamente (e senza vergognarsene) estremamente classista. Ora, che il cristianesimo delle origini e il marxismo di base abbiano molti punti di contatto è certificato, più ancora che da ragionamenti filosofici, dalle barzellette (tipo quella in cui Marx chiedeva a Gesù come mai visto che ogni suo messaggio in fondo era simile ai suoi lui stava in paradiso alla destra del Padre mentre lui stava all'inferno, e Gesù rispondeva "perché tu hai detto che io non esisto"), che se non si basano su un fondo di verità non fanno ridere. Ma che fosse un prete di campagna, anzi mandato in campagna per punirlo di certe sue posizioni, a denunciare a parole e combattere a fatti questo classismo, ebbe una eco così grande che ai tempi in cui crescevo io non solo non si era ancora spenta (a oltre dieci anni dalla morte del protagonista) ma stava ancora dispiegando tutto il pieno dei suoi effetti.

Due sono i suoi scritti più famosi: la sua lettera di risposta ai cappellani militari che si schierarono contro la nascente obiezione di coscienza (la leva era obbligatoria, e chi si voleva sottrarre a questa inutile e assurda corvée o si faceva raccomandare, spesso riuscendoci, o si dichiarava obiettore, e all'inizio andava in galera, poi una legge lo consentì ma senza impedire angherie e ingiustizie: ai miei tempi una commissione sindacava volgarmente i tuoi principi e poi comunque ti facevano fare otto mesi di servizio in più, cioè se non avevi un lavoro allontanando il momento che potevi cominciare a cercartelo, se come me lo avevi togliendoti 20 mesi di stipendio, 26 se eri di marina, comunque otto in più), famosa per la frase che dà il titolo a questo post, è perfettamente adatta a descrivere anche quello che sarebbe successo nei decenni successivi fino alla guerra in cronaca; e la Lettera a una professoressa, scritta assieme ai suoi alunni, folgorava sulla via di Damasco noi ragazzi che la leggevamo in quegli anni. Anche voi che non seguite mai i link di cui dissemino i miei post, e siete la maggioranza, per i due di questo capoverso fate uno sforzo, è per il vostro bene.

La professoressa trattando tutti uguale credeva di essere giusta, ed era invece sommamente ingiusta in un contesto in cui le differenze di partenza erano enormi, e un famigerato articolo della Costituzione declamava che era compito della Repubblica neutralizzarle. Cos'altro sarebbe, se non questo, la democrazia? L'obbedienza non è una virtù, poi, se vogliamo è una stella polare, per l'esistenza di chi obbedisce a un ordine solo quando lo ha capito e in qualche modo condiviso, costi quel che costi. Cos'altro sarebbe, se non questo, la libertà?

sabato 30 aprile 2022

I PARALLELISMI GIUSTI

Impressionante, vero? E' Napoli, sotto le bombe "alleate"...
C'era una volta un popolo che si era affidato a un dittatore fascista, nel senso proprio che quello governava col consenso di una ampia maggioranza, e che però a un certo punto si era alleato a uno che voleva dominare l'Europa col suo Reich dalle manie espansionistiche. Scoppiò la guerra, e finì che un impero potente, praticamente dispotico anche se teoricamente democratico, occupò prima le sue regioni meridionali e poi pian piano il resto del Paese. Messa così, non sembra che sto parlando dell'Ucraina? Non è l'Ucraina che si è affidata mani e piedi a un attorucolo sedicente neonazista al servizio della Nato e della Ue (una cosa tanto simile al quarto Reich che chi ci vedeva bene lo aveva capito da prima, e che Hitler redivivo sarebbe felice di vedere), e che le armate di Putin stanno "liberando"? 

Questa invece è Roma. Dresda, Hiroshima e mille altre ve le
risparmio, tanto si trovano. I russi non sono i soli cattivi della
storia, e sicuramente non sono i peggiori...
Invece sto parlando dell'Italia di qualche decennio fa, e il paradigma è lo stesso. L'unica differenza - a guardare bene, cioè senza i paraocchi gentilmente forniti dall'informazione mainstream - è che l'invasore/liberatore di allora, a differenza di quello di oggi, faceva precedere le sue avanzate da bombardamenti a tappeto con immense stragi di civili e distruzione di tutte le infrastrutture industriali comprese le città ad esse più o meno vicine (ne sanno qualcosa a Terni, ad esempio). Ma possiamo ancora sperare che ci sia un'altra differenza: che il Reich stavolta molli l'osso prima, dei due anni che allora durò la cosa. Allora, finì un 25 aprile, data che ancora quel popolo in teoria festeggia - solo che nei festeggiamenti il suo Presidente in carica, e tutta la stampa appresso a lui, un pochino si confonde con gli accostamenti. C'è qualche temerario che addirittura mette in bocca "Bella ciao" agli ucraini dell'ovest, quando invece al massimo spetterebbe a quelli del sud-est, che dopo otto anni di soprusi e massacri hanno avuto il coraggio di sollevarsi e chiedere aiuto al vicino potente. Il quale, ripeto, si sta peraltro comportando anche militarmente in maniera molto distante dai modi cui gli ammericani invece hanno abituato sia noi che mezzo mondo dopo di noi, dalla Corea al Vietnam al Cile all'Iraq all'Afghanistan alla Libia, peraltro dopo essersi esercitati a casa sterminando milioni di nativi.

Scrivo queste cose, anzi le ripeto, perché c'è già chi auspica (chi prepara lo fa dal 2014) l'ingresso in guerra di Nato e UE, e magari non trova nemmeno contraddittorio dirsi pacifista. D'altronde, anche Hitler era pacifista (oltre che vegetariano e animalista): bastava volere essere annessi o capitolare presto. Un vero pacifista, oggi, dovrebbe aborrire l'invio di armi e aiuti economici finalizzati al riarmo, peraltro da noi assolutamente incostituzionale (ma d'altronde, il vulnus fu inaugurato nel 1991 e proseguito in molte altre occasioni in questi sciagurati trent'anni dalla "fine della Storia", oramai ci siamo assuefatti..). Facendo invece ogni legittima pressione sul proprio governo perché aiuti in ogni modo possibile la Russia a chiudere al più presto e con meno "danni collaterali" possibili quello che chi conosce la Storia sa essere essenzialmente un loro "affare interno" (e anche loro lo sanno, anche per questo già li limitano più che possono, mica come "i nostri" che hanno cominciato da Dresda hanno continuato con Hiroshima e Nagasaki e poi non si sono più fermati).

Proprio per questo, intanto che Pasbas ci regali una delle sue puntuali cronistorie (quelle sulla conquista militare del sud da parte dei piemontesi sono impagabili...), vi lascio con uno dei miei zibaldoni di link di approfondimento, che era da un po' che non lo facevo, e che chiudo con un imperdibile ricostruzione storica in video di Mazzucco:

  • Ons Jabeur, la tennista più talentuosa del circuito ora che si è ritirata la numero uno Barty, oltre che l'unica musulmana mai arrivata a questi livelli (è top ten), si affianca a Djokovic, numero uno tra gli uomini, nel condannare l'inaudito banning di russi e bielorussi da Wimbledon -  Cito la sintesi in occhiello, “Sport e politica non si devono mischiare, ci sono bambini che muoiono ogni giorno per le guerre, come in Palestina da 74 anni”, ma vi invito a leggere tutta l'intervista, da applausi.
  • Grimaldi, ovvero l'ultimo grande vecchio del giornalismo rimasto, in un lungo e imperdibile ragionamento, a partire dal 25 aprile e la cosiddetta liberazione, che sta a questo mio post come un bel pranzo saziante a uno stuzzicante aperitivo.
  • Cardini, che è un po' meno vecchio ma non è riducibile a giornalista e non è inquadrabile a sinistra, invece ci fa la cronistoria della Nato e della sua guerra contro la Russia, che ci dissero finita col Patto di Varsavia nel 1991 ma era appena iniziata.
  • Mazzucco, di cui linko qui che ci mostra i parallelismi tra Ucraina e Covid, e qui che ci ricorda cosa dicevano gli infami traditori di elettorato pentastellati del colpo di stato di Zelenskji sette anni fa, prima di embeddarvi il video promesso: è lungo, ma vale la pena, mettetevi comodi come se fosse un bel film. Senza dimenticare mai che purtroppo non lo è, e senza tentare di schivare le secchiate di acqua fredda a ricordarci tutte le palle che ci raccontano giorno dopo giorno.

lunedì 7 febbraio 2022

RADIOCIXD 52 - LA PIANTA DEL TÈ

Ve lo avrò già raccontato cento volte, ma abbiate pazienza gli anziani lo fanno: sono stato DJ radiofonico nel periodo d'argento delle radio libere, dal 1979 al 1985. Il periodo d'oro era stato subito prima, ma io ero troppo piccolo. Nel periodo di bronzo, quello in cui non ancora tutte per sopravvivere erano finite fagocitate dai network o comunque in soggezione ai discografici o autorinchiuse in una nicchia (tipo radio della squadra di calcio), ho ripreso per un po', tra l'87 e l'88. Mi trovavo in quel di Matera, dove il Ministero della Difesa mi aveva spedito per 20 mesi (8 più dei canonici 12) per punirmi di aver scelto l'obiezione di coscienza al servizio militare. Ok, sono cose che possono capire solo i lettori ultracinquantenni, le devo spiegare meglio: c'era la leva obbligatoria, 12 mesi se eri di terra 18 se di mare, e se non volevi proprio perdere un anno o più della tua vita in posti assurdi a imparare niente, e la tua indole ti impediva di tentare la via della ferma volontaria dove almeno imparavi qualcosa e magari ti si apriva un orizzonte lavorativo, allora o eri in grado di farti raccomandare per essere riformato o imbucato in qualche ufficio, o ti dichiaravi obiettore affrontandone le conseguenze. Che per le generazioni precedenti erano il carcere, per quella subito prima della mia una commissione che doveva testare la sincerità del tuo antimilitarismo e lo faceva diciamo così con parecchio zelo, per la mia l'assegnazione in sedi disagiate e in settori diversi da quelli da te indicati e comunque con l'aggravio della durata (che nel mio caso, che lavoravo già, significava inoltre altri 8 mesi di stipendio perso). Quindi Matera, presso i padri Rogazionisti a fare da convittore, nonostante il dichiarato ateismo, e le dodici ore che ci volevano per raggiungerla coi mezzi pubblici da Reggio Calabria a impedirmi di andare a casa con i normali permessi di 36 ore. Esperienza comunque bellissima, e non parlo dei preti su cui mi autocensuro: alcuni dei ragazzi li sento ancora oggi che sono anziani quasi quanto me, e uno dei colleghi obiettori è ancora uno dei miei migliori amici. Ma mi rendo conto che questo lo dicono anche quelli che hanno fatto il soldato, forse perché le esperienze che fai attorno ai vent'anni sono tutte belle, chissà, o forse perché quelle brutte se le hai fatte tu le devono fare anche quelli dopo di te, porca miseria. Ma non è questo di cui stavamo parlando.

Il servizio durava dalle 13 alle 21 e dopo era tardi per uscire (non avevi mica le chiavi del convitto), la mattina i ragazzi andavano a scuola ed erano quelle le ore in cui se volevi divertirti un po' dovevi farlo. Per fortuna che c'era la radio. E torniamo all'inizio. TRM si chiamava, chissà se c'è ancora, e già aveva due d.j. stipendiati che erano deputati a mettere i dischi, io che ero abituato a fare tutto da me già storsi il naso, ma mi afffidarono da condurre un programma di fascia mattutina, che chiamai Note&Note perché vi selezionavo notizie dalla cronaca per costruirci attorno la scaletta. Una dei due professionisti, una certa Marghe che si firmava con un fiorellino, a un certo punto mi regalò una cassetta, finita chissà dove assieme a centinaia e centinaia di altre, con dentro l'album di cui parliamo oggi. Si usava così, e il mercato anziché soffrirne cresceva.

Per me Fossati era il rocchettaro de La mia banda... o reggaettaro di Panama, oppure il progressive dei Delirium di Jesahel che da bambino avevo visto esibirsi in bianco a Sanremo con tanto di flauto, o l'autore di Mina e Anna Oxa, di Patti Pravo e delle sorelle Bertè (non ancora della Mannoia); gli album dei primi ottanta in cui tentava la sua svolta autorale li avrei riscoperti dopo, allora ero più interessato ad altri artisti. Ma questo La pianta del tè fu uno schiaffone. La cassetta la consumai, il CD comprato usato da quelli che li affittavano pure. Chi di voi non lo avesse mai ascoltato con attenzione è vivamente consigliato a farlo: sono dieci brani, quasi tutti bellissimi. E la title track, oltre a una base musicale sofisticata che annuncia il Fossati degli anni a venire, così diverso da quello di prima da costringerlo a una serie di album dal vivo di rilettura nella nuova chiave di tutte le cose notevoli precedenti (quasi tutte migliorate, una cosa rara), esibisce un testo da appendersi al muro.

Ho intanto deciso, visto che questi post li leggete davvero in pochi, e non so quanti facendo partire i video embeddati, che quest'ultimo servizio è fatica inutile: ai motivati bastano i link, ai non motivati nemmeno la pappa pronta basta. Ecco quindi, accanto ad una immagine col testo di cui vi parlavo, la tracklist commentata:

  1. La pianta del tè - Leggere il futuro, nei fondi del te come in ogni altra forma di vaticinio escogitata dagli umani, è impresa illusoria. Meglio guardarsi dentro e giocare con le carte che ci sono capitate. Ma questa è solo la mia, di lettura, e nemmeno la sola che mi è stata suggerita dall'ascolto di questa meraviglia.
  2. Terra dove andare - Dopo l'ubriacatura world music del primo brano, questo secondo conferma, sia nei temi trattati che nell'arrangiamento, che è questa la cifra stilistica del nuovo Fossati: la lezione di Creusa de mà è appresa.
  3. L'uomo coi capelli da ragazzo - La musica va goccia a goccia, a farti assorbire un testo che è quasi impossibile da non percepire come diretto a ciascuno di noi.
  4. La volpe - "Che sarà quell'ombra in fondo al viale di casa mia?" Impreziosito dall'intervento di Teresa De Sio, questo brano non risponde all'interrogativo, a sottolineare forse che l'importante è farsi le domande.
  5. La pianta del tè (parte seconda) - L'impronta etnica dell'arrangiamento della prima parte è qui accentuata da un sontuoso flauto andino. Nei live, ovviamente, il brano si riunificava, e le parti strumentali in testa e in coda si dilatavano.
  6. Questi posti davanti al mare  - No, la suggestione iniziale non era errata, ne abbiamo la conferma dal fatto che ora Fabrizio De André interviene direttamente, affiancato da Francesco de Gregori, a disegnare un triangolo che si era aperto nel 1974 con l'album scritto a quattro mani dai due ospiti di questo brano e si chiuderà nel 1996 con l'album scritto a quattro mani dai due genovesi.
  7. Le signore del ponte lance - Il quarto lato resta laterale, ma sarà sempre ben presente nella carriera di Ivano (con Boogie a dimostrarlo): è un avvocato di Asti, si chiama Paolo Conte e qui è solo evocato negli stilemi e nei temi.
  8. Chi guarda Genova - C'era una volta un bambino di 8 anni, talmente asmatico da dover essere ricoverato al Gaslini per tentare di capire perché, che qui comprese da un lato, vedendo sparire da un giorno all'altro altri bambini con problemi ben più seri del suo, che la vita era cosa fragile e che non bisogna mai lamentarsi, e dall'altro che le città costruite in stretti corridoi tra i monti e il mare hanno qualcosa in comune che finisce per travalicare gli aspetti geotopografici. E ogni volta che sente questa canzone se lo ricorda, perché anche la sua Reggio si vede solo dal mare, ed è come se stesse sempre per salpare.
  9. La costruzione di un amore - Scritta originariamente per Mia Martini, e già cantata dallo stesso Fossati ma sempre con arrangiamento e interpretazione convenzionali e sottolineanti la drammaticità del testo, il brano è invece proprio in questa versione, asciutta e piatta, a risultare più efficace e toccante, e rendere pienamente giustizia a un testo impressionantemente vero.
  10. Caffè lontano - Breve e sommessa chiusura, in cui torna lo stile Paolo Conte, come meglio spiega Ondarock.

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