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lunedì 8 gennaio 2024

LE BUFALE DEL PADRONE 3 - I MIGRANTI

Ellis Island, la Lampedusa dei nostri avi.
La retorica dell'accoglienza, come tutte le retoriche, consente di dividere chi la utilizza in due categorie: quelli che lo fanno strumentalmente ai propri fini, e la propagandano con ogni mezzo per diffonderla, e quelli che con la miglior buona fede la fanno propria del tutto inconsapevoli di quei fini, di cui però così si trovano ad essere complici. Ovviamente, la seconda categoria è enormemente più numerosa della prima, ed ovviamente non è in discussione la bontà dei sentimenti di solidarietà, la necessarietà del salvataggio di ogni singola vita, e nemmeno la considerazione umana delle ragioni a migrare, peraltro a rischio della pelle, di ogni singolo individuo, dettata o meno che sia dall'empatia. Quello che mi preme è solo sottolineare che senza comprendere quei fini, e combatterli in ogni modo, ogni battaglia sul fronte dell'accoglienza è destinata a far parte di una guerra persa.

Utilizzo per spiegarmi un esempio tratto proprio da quella stessa retorica: l'argomento "fino a ieri i migranti eravamo noi". Gli USA o l'Argentina dei primi del Novecento, ma anche la Germania o il Belgio del dopoguerra, chiedevano esplicitamente all'Italia di fornire manodopera (di bassissimo livello), come anche il Nord del triangolo industriale alle Regioni del sud Italia. C'era insomma una specifica domanda, motivata da esigenze di crescita industriale che necessitavano di forza lavoro a basso prezzo. Nonostante sapesse ciò, chi partiva andava incontro ad accoglienza diciamo così discutibile, povertà, lavoro durissimo, e razzismo. Anche chi parte oggi, nonostante le apparenze, non parte al buio, ma le esigenze cui risponde sono così inconfessabili che il sistema appalta il loro soddisfacimento alla criminalità organizzata, e questa per propagarle e poi agire si avvale di referenti della stessa pasta dall'altra parte del mare. Stante tutto ciò, come può non essere un incubo finire, se si sopravvive, in un centro di accoglienza come i nostri?

Ci vorrebbe il coraggio politico di imporre in UE un cambiamento di paradigma di 180 gradi: avere lo stomaco di ammettere il nesso (ad esempio) tra cercare di risparmiare al mercato e avere bisogno di quasi-schiavi nella filiera, raccogliere le esigenze, organizzare partenze comode e legali per soddisfarle in via diretta per tutta l'Europa (senza bisogno di quella testa di ponte naturale che è la nostra penisola protesa nel Mediterraneo), e dopo ci si potrebbe limitare ad affrontare il mix di problemi che comunque ci sarebbe. Se nonostante questo ci fosse ancora qualcuno che si avventura su un barcone verso Lampedusa, lo si salvi, rifocilli, faccia riposare, e riaccompagni indietro, a disincentivare eventuali resistenze del racket a mollare l'affare.

Per intenderci, funzionerebbe come la legalizzazione delle droghe: checché se ne possa pensare, diminuirebbe i consumatori, perché togliere la redditività all'affare lo toglierebbe alle mafie, che hanno tutto l'interesse a che il mercato cresca e fanno di tutto per farlo crescere. Ma perché allora i governi non lo fanno, non legalizzano le droghe o il flusso dei migranti? Forse perché i centri di potere che li esprimono hanno le radici ben piantate in quella criminalità che si alimenta dell'illegalità? Leggetevi Cardini, che la racconta meglio di me...

Ecco che la retorica dell'accoglienza a qualsiasi costo sennò sei inumano, è di fatto alleata della retorica dell'aiutiamoli a casa loro, o del ci rubano il lavoro (ecco perché quando ho trattato quel tema ho usato categorie di pensiero marxiane). Solo un piano razionale e coerente che consenta a chi non vuole di non emigrare, perché lavora e mangia anche dove è nato e ama restare, e a chi vuole di emigrare comodamente e senza rischiare la vita, si distacca da questa dialettica. Certo, per poterlo attuare anzi solo pensare occorrerebbe mandare all'aria l'UE e la sua politica monetaria costituzionalmente restrittiva, ma questo è un altro discorso, un'altra "bufala del Padrone" di cui parleremo.

sabato 22 aprile 2023

ESERCITO DI RISERVA

Le parole del ministro Lollobrigida sono fatte apposta per titillare un certo elettorato e irritare un certo altro, oppure semplicemente questi non sono capaci di ragionare al di fuori di certe categorie, anche se per decenza pensano razza e dicono etnia. Ma non potrebbero comunque avere alcun effetto se non poggiassero su una situazione reale, realmente sospetta e contraddittoria.

Lo stesso ministro lo spiega, nella stessa intervista di cui poi strumentalmente, come si usa in politica e nel giornalismo specie odierno, si estrapola solo il termine attaccabile: "Io ritengo l'immigrazione un fatto naturale fisiologico, sono nipote di un emigrante, quindi mi guardo bene dal pensare che l'emigrazione e quindi l'immigrazione siano un problema. Anzi diventano un'opportunità di crescita per una nazione. Se ci sono richieste di forza lavoro, quando hai esaurito la domanda interna, puoi, devi dotare di forza lavoro anche che venga da altre nazioni. Bisogna chiarire che il primo nemico dell'immigrazione regolare, fatta attraverso flussi organizzati, si chiama immigrazione illegale e clandestina, ed è una strada che è stata finora percorsa e che noi stiamo provando a cambiare". Mi pare una posizione condivisibile, ma voglio rincarare la dose: emigrare è sempre un dolore, una tragedia, ma i viaggi che intraprendevano i nostri avi, pur comunque durissimi, erano a fronte di una richiesta esplicita dei Paesi destinatari e ad essi funzionale, e nonostante ciò all'arrivo essi dovevano comunque affrontare diffidenze e razzismo. Questi poveracci vengono imbarcati apposta su natanti fatiscenti perché si possano subito creare i presupposti per andarli a salvare, e partono, pagando salatissimo, sapendo di avere una discreta probabilità di morire, e nessuna garanzia di occupazione all'arrivo, se non nei circuiti di manodopera sottopagata o di mendicità tenuti in piedi dalle vare mafie. Si tratta di una vera e propria tratta degli schiavi 2.0 con precisi mandanti organizzatori ed esecutori, rispettivamente il sistema capitalistico globalistico le mafie e gli scafisti. Se ci dimentichiamo ciò, e lasciamo che l'umana pietà verso le vittime, che pure non deve mai venire meno, riempia tutto il campo visivo e la mente distogliendoci dal pensare ai responsabili e al meccanismo infernale che hanno messo in piedi, saremo parte del gioco e non potremo mai fare nulla per fermarlo.

Questo ci può capitare specialmente se siamo culturalmente di sinistra e/o di animo contemporaneamente (perché invece in passato... lasciamo perdere) cattolico. E allora forse può essere utile prendere in prestito la sintassi del ragionamento del ministro e tradurne il testo rimpiazzando i termini che ammiccano ai destrorsi con altri di tutt'altro segno, scoprendo che il ragionamento continua a funzionare. Carlo Marx (ancora lui), studiando la nascente civiltà industriale, aveva capito, tra le altre cose, che il sistema capitalistico riusciva a retribuire il meno possibile i lavoratori mantenendone una buona quota disoccupati abbastanza a lungo da essere disposti a lavorare per meno di quello che prendevano gli occupati, costringendo questi ultimi ad abbassare le pretese per non essere rimpiazzati. Lui lo chiamava "esercito industriale di riserva", oggi basta togliere l'aggettivo al concetto per mantenerlo attuale. Le prove le hanno fatte con l'allargamento dell'UE a est (anzi prima ancora con le delocalizzazioni industriali), poi i cinesi hanno fatto la loro parte, e l'abbassamento drastico e per tutti della retribuzione del fattore lavoro in tutta una serie di settori fu rapidissimo. Ma le tendenze sistemiche del capitalismo non hanno servofreno, può fermarle solo un'autorità politica forte che lo voglia (questo era, il socialismo). Ed ecco che iniziò l'importazione degli schiavi, clandestina proprio perché funzionale al mantenimento in questa condizione, che senza governo si fermerà solo quando saremo tutti schiavi. Né vale l'obiezione che alla fine così il capitalismo stesso andrà in crisi, perché a lui non importa (d'altronde, se parliamo di tendenze sistemiche è perché non occorre postulare un vertice pensante, e in quanto tale convincibile a recedere) andare in crisi, dovrebbe importare a noi che non ci andasse, e infatti nella storia tutte le volte che ci è importato siamo riusciti ad evitare le crisi o ad ammortizzarne gli effetti imbrigliandolo. Aiutava alla cosa avere al mondo un altro sistema, che pur coi suoi enormi difetti costituendo un'alternativa costringeva la classe politica che volesse restare in un sistema capitalistico a governarlo in modo da diciamo così proteggerlo da se stesso. Da qualche decennio non è più così, e si vedono gli effetti drammatici. Tra cui le drammatiche migrazioni in cronaca.

domenica 8 gennaio 2023

LEONARDO LEO

Edoardo Leo è uno degli attori e registi migliori della sua generazione, fa tante cose quindi è inevitabile che qualcuna di esse gli "abbassi la media", ma insomma, volendo passare una sera di capodanno diversa dal solito, e soprattutto diversa da quella dell'anno scorso chiusi in casa col Covid, andiamo all'Auditorium ad assistere ad una sua affabulazione, non certo aspettandosi (non ci prova nemmeno egli stesso) una cosa al livello del suo maestro Gigi Proietti ma insomma di trascorrere delle ore piacevoli ridendo "col cervello acceso" si. E, mediamente, ci siamo riusciti.

Mi aspettavo però, ben sapendo che la quasi totalità degli artisti italiani non si è certo segnalata nell'ultimo triennio per aver preso le distanze dalla narrazione ufficiale e che non mi risultava che Leo fosse una delle rare eccezioni (alla Montesano o Bennato per intenderci), che vista la natura dello spettacolo non sarebbe mancata una capatina sulla pandemia, anche se francamente speravo di cuore di no. Invece, non solo c'è stata, ma di una natura tale, anche se devo ammettere ben dissimulata (e infatti sfuggita quasi a tutti, compresi quasi tutti i "bersagli") dall'abilità cerchiobottista dell'artista, che sento come dovere civico segnalarla. Poco prima egli stesso si era concesso, peraltro, una digressione sulla natura della comicità in genere e della satira in particolare, che per funzionare deve avere una sintassi rivolta "dal basso in alto" e mai viceversa.

E' la ragione per cui a vedere la satira antiebrea della propaganda nazifascista non si ride, ci si incazza: quando il dominatore ironizza sul dominato si chiama sberleffo, è una odiosa manifestazione proprio del differenziale di potere, e chi la pratica si autodefinisce. A meno che l'obiettivo non sia proprio mostrare, ironizzando, la miseria di chi ricorre a questo mezzuccio: è la tecnica usata dal miglior Sordi in alcuni suoi personaggi, o da Totò quando sbagliava apposta a ripetizione il nome del personaggio di Peppino e incappava in ripetuti piccoli incidenti facendogli male, o nell'altro verso da Villaggio sia con Fantozzi che con Fracchia. Si ride perché l'autore rappresenta con maestria  sopra le righe il potente, perché è costui il vero obiettivo della satira. Il contrario, purtroppo, della storia sul Covid raccontata da Leo, che quindi si merita la storpiatura del nome nel titolo di questo post.

Ok, ve la spiego meglio. Dopo averci fatto ridere con un episodio di un fan che addirittura gli storpiava il nome, "Leonardo" si avventurava riproponendo un monologo dell'anno scorso, introducendolo con maestria a mezza bocca con un cappello che ne paventava il ritorno di attualità. Sul plot ve la faccio breve: per la cena di Natale 2021 la madre aveva invitato un cugino no-vax, e lo pregava di evitare discussioni. La narrazione era perfetta, Leo è bravo e i tempi comici ce li ha tutti, ma già dalla definizione dei personaggi il parente non vaccinato era presentato praticamente come un coglione, citando un suo post sui social effettivamente ridicolo (scelto apposta tra i più ridicoli, preciserei). A nulla vale il fatto che dopo era invece colpa dell'io narrante se la cena, rimasta miracolosamente scevra da polemiche fino alla tombola, degenerava proprio alla fine. Resta il fatto che l'io narrante era libero di ribadire qua e la la propria incacchiatura contro il furbastro, perché si era sottratto a questa sorta di dovere civico mentre lui invece si era fatto tre dosi e aspettava con ansia la quarta. Si tace peraltro se il novax facesse un mestiere per cui fosse stato sospeso dal lavoro o licenziato, altrimenti sarebbe stata dura infierire. Ma soprattutto manca a questo punto, e veniva voglia di urlarglielo in sala (frenandosi solo per evitare guai), l'affiorare del dubbio nella mente del narratore: com'è che io mi sono vaccinato tre volte presto quattro, e devo temere che mi si sieda vicino uno (che esibisce peraltro un tampone molecolare negativo valido) che non si è vaccinato? Se i vaccini funzionassero, non dovrebbe essere il contrario? E a lui, e a tutti quelli in sala che ridevano alle battute, rivolgere la domanda: ma come cazzo è che ancora non fate due più due e andate da chi vi ha obbligato a sottoporvi a un trattamento inefficace (e pare rischioso, se avessero ragione certi siti - che anziché tacitarli o insabbiarli si dovrebbe avviarci un confronto, in democrazia) a chiedere conto di averlo fatto?

Il ritorno di attualità del raccontino di cui sopra è giustificato, pare, dalle notizie dalla Cina, che sembrano peggiori di quelle di fine 2019, dalle determinazioni ministeriali in cronaca (pur ancora lontane anni luce da quelle della disastrosa gestione precedente, ma non dimentichiamo le minimizzazioni iniziali di Conte e company), e per noi complottisti dalle manovre di Bill Gates e compagni. Ma per noi "complottisti" non è una sorpresa, se volete scavate pure in questo blog tra le decine e decine di post in argomento: c'è scritto, fin dall'inizio, che il vero problema era nelle statistiche e nella loro manipolazione o meglio nell'approfittarsi da parte della propaganda della sostanziale ignoranza della popolazione anche più istruita rispetto a certi loro meccanismi. Dicendo che i dati anche dei periodi peggiori non giustificavano i provvedimenti liberticidi presi, nessuno intendeva negare l'esistenza di un problema e la necessarietà di adottare contromisure. Ma dire che la mortalità nel periodo clou essendo passata da 100 a 150 per 100mila abitanti era aumentata del 50% è un esempio da manuale di utilizzo strumentale di una verità con funzione di menzogna. Lo stesso dato, infatti, può essere letto così: la mortalità è passata dall'uno all'uno virgola cinque per mille. Fa molta meno paura, e giustifica provvedimenti totalmente diversi. Solo se la differenza statistica tra il fenomeno in cronaca e l'andamento delle influenze annuali fosse arrivata almeno ad un ordine di grandezza (questa non la spiego più, c'è Wikipedia - va beh, diciamo 1000 per centomila), e siamo rimasti sempre molto lontani, si sarebbero forse giustificate alcune delle misure liberticide ed economicide prese. Così, acconsentendo a che il governo prendesse misure eccezionali quella volta si è in pratica acconsentito che qualunque governo ne prendesse altre ogni volta che voleva. Per dirla con uno slogan efficace: avete rinunciato alla libertà per la sicurezza, e ora non avete più né la sicurezza, né la libertà. Pensateci, mentre che vi soffiate il naso.

Auguri di buon anno a tutti, sperando che non servano.

domenica 17 aprile 2022

GOTT MIT UNS

Durante la guerra fredda, col rischio dell'annichilimento nucleare sul groppone, a influenzare l'immaginario di un paio di generazioni (e io chi ero per sottrarmi? infatti...), non si era osato quello che si sta vedendo in questi giorni: la riduzione del Nemico a Criminale al punto da espellere "da tutti gli sport del Regno" le sue squadre nazionali, ed ammettere i singoli esponenti ma senza bandiere nei display o a bordo campo, e c'è già chi dichiaratamente pretenderebbe una esplicita abiura. Ora, secondo loro, e anche secondo me per il libero convincimento che mi sono fatto avendo studiato la storia e seguito i fatti, i Russi hanno ragione, mentre secondo quasi tutti gli altri hanno ragione gli Ucraini (anche se a essere precisi sarebbero Ucraini anche quelli delle regioni russofone ghettizzati e massacrati da 8 anni a questa parte dai neonazisti al potere grazie a un colpo di Stato a regia occidentale, ma lasciamo perdere): in questi casi, l'unico comune denominatore possibile è che in guerra tutti pretendono di avere ragione quindi logicamente nessuno ce l'ha tutta. Non bisogna dimenticarlo mai, nemmeno quando la guerra poi qualcuno la vince e allora riscrive la Storia in modo che risulti che la ragione ce l'aveva tutta lui. Pansa da ex comunista ci ha lucrato un bel po' sui "ragazzi di Salò", per dire...

Meglio. A voler tornare ancora più dietro, l'Italia vinse i suoi due primi campionati del mondo di calcio (si si, quelli con Vittorio Pozzo CT e Meazza e Piola in campo) quando era una dittatura conclamata che colonizzava il corno d'Africa e mandava volontari in Spagna a sostenere Franco contro il governo democraticamente eletto, e si accingeva a entrare in guerra appresso alla Germania, che pure lei si organizzò le sue belle olimpiadi in casa (si si, quelle con Jesse Owens il negro e le sue medaglie d'oro in faccia a Hitler, ci dicono, omettendo che erano in faccia anche a quasi tutti gli statunitensi bianchi e razzisti) tre anni prima di invadere la Polonia. Si fermò tutto, si, ma a guerra conclamata. Fino ad allora, i nostri atleti erano liberi di girare il mondo facendo il saluto romano al pubblico. Invece oggi le squadre russe sono fuori da tutte le competizioni da qua a fine anno e non rientreranno nemmeno la guerra finisse, e negli sport individuali ci sono dei ragazzi poco più che ventenni costretti a esibirsi col marchio dell'infamia sul groppone, pensando che il tifo contro non è solo per ragioni sportive. E infatti uno, il primo russo ad essere diventato numero 1 del mondo di tennis, ha deciso subito dopo di fermarsi per un piccolo intervento chirurgico che chissà se è vero, mentre un suo collega emergente ha inanellato una serie di sconfitte non in linea coi risultati dell'anno scorso, che forse sarebbero arrivate lo stesso (quella col nostro Sinner mi fa piacere pensare di si) ma il dubbio resta, che le dichiarazioni pacifiste peraltro male accolte dai peggiori dei colleghi restino a lavorare dentro all'anima del "cattivo".

Spezzo questa lancia a favore di Rublev (così si chiama l'ultimo, l'altro Medvedev), perché volevo criticarne un vezzo mettendo le mani avanti: non ce l'ho con lui. Peraltro, lo stesso vezzo, anche se meno carico di enfasi, ce l'ha anche Djokovic (da me difeso a spada tratta pochi mesi fa per essere stato messo all'indice per le sue scelte in tema di salute, e i tanti sportivi vaccinati nei guai gli danno ragione da un lato mentre l'andamento delle curve dei contagi glielo danno dall'altro: i vaccini anticovid non servono a un cazzo, e quindi per un principio basilare della medicina sono dannosi), e magari tanti altri in modo ancora meno visibile o addirittura intimo. Si tratta del gesto plateale di ringraziamento a gesucristo che fa ogni partita che vince. Non credo bestemmi quando perde, ma il punto è proprio questo: non sono credente, ok, ma se lo fossi sarei addirittura indignato per gesti così, altro che infastidito. Davvero, non capisco come dentro la testolina di quelli che pregano Dio di farli vincere o lo ringraziano per averlo fatto, non si affacci il pensiero appena razionale che se Dio è uno ed è il padre di tutti, negli sport dove si può dovrebbe fare pareggiare tutti, e negli altri qualcuno lo deve scontentare per forza.

Qualcuno risponderà: si va beh, prego Dio di vincere ma se non vinco lo ringrazio lo stesso, di non essermi fatto male ad esempio o comunque a prescindere (visto che comunque gli infortuni esistono, e anche le malattie e la morte, e un vero credente accoglie tutto come un dono di Dio, giusto?). Ma qui non stiamo facendo teologia, ma al massimo sociologia, spiccia. E allora viene in mente che lo sport contemporaneo addirittura nasce per essere quello che è: una metafora della guerra e della violenza che ha la funzione precipua (e per tutti: praticanti e tifosi) di valvola di sfogo omeopatica. E se è vero che tutti i potenti, tutti gli imperatori, hanno da sempre fatto marciare i loro eserciti sotto l'insegna di "Dio è con noi", inducendoli a combattere anche per avergli instillato questa convinzione, non c'è niente di strano che la cosa si sia traslata negli sport assieme agli inni nazionali. Ergo, se vogliamo davvero fermare la Guerra, estirparla dai nostri cuori e soprattutto agire in modo di estirparla da quella dei nostri discendenti, approfittiamo dell'ostracismo alle squadre russe per cancellare tutte le manifestazioni in cui gli atleti concorrono se non per se stessi o il loro club di tesseramento. Peraltro, la cancellazione dei mondiali di calcio farebbe comodo all'Italia in questo periodo, ma questa è solo una coincidenza.

Per chiarire meglio il senso di questo parallelismo che qualcuno potrebbe pensare esagerato, non c'è niente di meglio che affidarsi a un artista visionario. Per cui vi lascio con il video, con testo, di una canzone di quarant'anni fa quaranta dell'immenso Franco Battiato, L'esodo. E tanti auguri di Buona Pasqua, ma non prima di avervi ricordato che la Pasqua cristiana rievoca il martirio di Gesù avvenuto a Gerusalemme nei giorni in cui si festeggiava la pasqua ebraica, che a sua volta è la rievocazione allegorica (poveri agnelli, magari Gesù col pane azzimo e la favoletta dell'eucarestia intendeva proprio fermare "il silenzio degli innocenti" - e questa non ve la spiego) della strage dei bimbi egizi perpetrata dall'Angelo di Dio risparmiando le porte macchiate di sangue ovino dagli ebrei su indicazione di Mosè. Perché Dio è con noi e peggio per gli altri, giusto? E' vero, la Pasqua cristiana aggiunge il concetto di resurrezione (e di nuovo, solo un artista visionario come De Andrè poteva ricordarci, in Tre madri, che grazie al c... che mi sacrifico per voi e muoio se so di dover risorgere dopo tre giorni), ma voi intanto fate mente locale, magari assieme a un altro artista visionario e dissacratore come Troisi, e ricordatevi che per poter risorgere, forse, intanto dovete soffrire, e poi dovete, sicuro, morire.

mercoledì 6 ottobre 2021

SIETE VOI CHE SIETE NAPOLETANI

...intanto si intravedono crepe nel muro di gomma...
Un memorabile sketch con i giovani Paolantoni Covatta e Sarcinelli si chiudeva sempre con la battuta "non siamo noi che siamo razzisti, siete voi che siete napoletani!". Faceva, e fa ancora, ridere perché coglieva nel segno una fallacia logica mooolto umana, una delle chiavi per cui i pregiudizi e le discriminazioni sono processi mentali evolutivamente "vincenti" in quanto rispetto a quelli logici e razionali fanno risparmiare tempo ed energie mentali e inoltre spesso salvano la buccia. Immaginate infatti di percorrere a piedi un vicolo di notte al centro della carreggiata, e vi vengono incontro su un marciapiede un barbone e sull'altro un signore vestito di tutto punto: da che parte vi accostate? Magari quello in giacca e cravatta è un noto serial killer, ma non è probabile, e voi, che senza nemmeno farci caso avete scelto di passare vicino a lui, passando indenni vi rafforzate nel vostro pregiudizio. Che poi quelli che vanno a truffare gli anziani in casa cavalcano, vestendosi di tutto punto per farsi aprire..

Oggi, la storiella si ripete, coi non vaccinati al posto dei napoletani. Chi non ha mai preso il covid perché immune per natura oppure perché contagiato e guarito senza sintomi e senza tamponi, potrebbe fare un test che lo dimostri, ma il nostro amato governo non lo ammette per il green pass. Chi non può permettersi di fare l'eroe perché non sopravvivrebbe con una decurtazione di stipendio, e magari si fa due conti e preferisce pagarsi un tampone ogni due giorni, sia per ragioni di principio che anche solo perché magari ha sincera paura di restare vittima dei sieri magici e non è riuscito a fare valere le sue ragioni per ottenere l'esenzione, peggio per lui. I non vaccinati per scelta vengono discriminati, anche in presenza di un espresso divieto della UE (è così, anche se la cosa è ignota ai più), e i loro concittadini fanno spallucce, e dentro di se implicitamente si dicono: "non siamo noi col nostro consenso a rendere possibile un regime liberticida, sono loro che non si vaccinano".

Guardatevi gli sketck, e mentre vi fate due risate provate a sostituire i termini, ché la sintassi resta quella:

  

Poi, mentre già il riso ha preso un gusto amaro, guardatevi il prossimo video e rabbrividite. E' la scena finale di una fiction andata in onda alcuni anni fa, che forse qualcuno di voi ha pure visto (io no di sicuro: non vedo le serie tv, per "motivi religiosi"...), in cui come spesso capita nei film americani il cattivo confessa, convinto che tanto i buoni ormai non possono farci nulla. Sentite quello che dice qui John Cusack dei vaccini antinfluenzali, sentite... E occhio ai distinguo, che non vi sto dicendo che i cattivoni si siano ispirati a un telefilm o che lo abbiano più o meno direttamente ispirato  a scopo omeopatico (per quello bastano gli Avengers...), no. Sto solo dicendo che se a uno sceneggiatore possono venire in mente certe cose è perché sono idee che circolano, e da tempo. Non prendetevela coi "complottisti": se circolano a Hollywood, figurarsi nelle teste (e nei club) di chi ha abbastanza mezzi, e abbastanza pochi scrupoli, per attuarle...

Visto che oggi è tempo di video, dopo il riso e il pianto vi saluto con due link ad altrettanti filmati utili:

  1. cosa fare a brevissimo termine per fronteggiare il GP sul lavoro;
  2. le strategie di lungo termine: il ricorso di "Difendersi ora".

domenica 13 dicembre 2020

DIECI PER DUE

Per chi ha meno di trent'anni questa precisazione serve: una volta i numeri dei giocatori in campo andavano da 1 a 11, 12 era il secondo portiere e poi le altre riserve. Il 10 era il fantasista, e questo l'avete sentito dire per via di Maradona. Il 9 il centravanti. La numerazione è libera e fissa solo dal 1995, prima lo era solo per i tornei brevi tipo i mondiali, ma anche li di solito i titolari avevano le maglie fino all'11. Non nel 1982, che già da un po' per l'Italia si era deciso per altri criteri. Quindi Paolo Rossi non aveva il 20 perché era riserva, mi spiace anche un po': il post sarebbe stato più romantico.

Anche perché a quei mondiali Paolo non era scontato non dico che partisse titolare, ma proprio che andasse. Fu solo per la cocciutaggine del ct Bearzot (che ricordava ancora bene le sue prestazioni accanto a Bettega nel mondiale buttato quattro anni prima in Argentina, ed era un uomo davvero di altri tempi, di una tempra capace di farsi rimbalzare addosso qualsiasi campagna mediatica) che ci andò e poi partì titolare, e poi restò in campo anche se nelle prime tre partite, in cui furono opachi un po' tutti, di certo non brillò, e poi nemmeno nella quarta quando gli altri si svegliarono battendo l'Argentina del giovane Maradona.

E qui vi tocca una doppia digressione. A causa della scomparsa ravvicinata dei due, è credo la prima volta in dodici anni che in questo blog si parla di calcio per due volte in un mese. Io il calcio non lo seguo da parecchio, non mi piace quello che è diventato diciamo da Berlusconi/Sacchi in poi, ma appunto qui si parla del calcio di un tempo. Inoltre, come per Maradona, e come per altre volte, coccodrilli o no che siano, che mi prendo la briga di dire la mia su un qualsiasi argomento che trovate già disaminato abbondantemente sul mainstream, è solo per dare un punto di vista personalissimo, non certo per fare da inutile eco a cose già sentite. E questa era la prima.

La seconda è proprio a proposito di Italia-Argentina. Anni dopo, il mitico Gianni Brera (un vero letterato che restava tale anche quando scriveva di sport, con una invenzione linguistica dietro l'altra, che peccato che i ragazzi di oggi non abbiano il suo punto di vista, e non solo nel calcio) ebbe a rivelare che il giovane Maradona in quella partita non toccò palla perché marcato a uomo da Gentile in un modo che oggi non si potrebbe raccontare, e forse nemmeno fare: lo rese furente e quindi poco lucido perché a ogni occasione, e senza mai fare fallo, gli si appoggiava contro con le parti intime, che essendo Claudio mezzo africano erano rilevanti anche diciamo così a riposo. Brera per dirlo meglio le chiamò "negritudini": immaginatelo oggi, che la dittatura del politically correct consente di sospendere una partita perché un assistente rumeno (ma dire "rumeno" non è discriminatorio?) per spiegare all'arbitro chi in un nugolo di persone avesse commesso non so quale irregolarità ha detto in romeno "quello negro", che non so nemmeno se in romeno esistono due parole diverse per dire nero e negro, ad esempio in riggitano non esistono, si dice niru se si ha intento sia discriminatorio sia meramente descrittivo. Un giorno o l'altro vi propino un pistolotto tutto dedicato a questa insopportabile isteria linguistica, che pensa di cambiare la sostanza cambiando la forma e di cambiare la lingua per legge, due cose che sono sempre fallite e sempre falliranno, ora torniamo a Pablito e a quando lo diventò.

Mio papà era tifoso di calcio, sfegatato. Ed era uno dei tanti tifosi italiani che allora come adesso non perdonavano ad un allenatore risultati negativi, e pensavano di poter fare la formazione meglio di lui. Quell'Italia aveva pareggiato pure le amichevoli premondiali, e ora le prime tre, passando il turno di culo. E Rossi era stato convocato pur non giocando da due anni, e non stava certo brillando. Quando mio padre lo vide in campo anche contro il Brasile, sbottò. E io, che amavo fin dai tempi del Vicenza quel ragazzo gentile e furbo, capace di sbucare dal nulla quando c'era da metterla dentro, un po' per scaramanzia un po' per sfotterlo gli dissi, letteralmente: "statti zittu, chi oggi Rossi ndi signa tri". Proprio così: tre gol. E ovviamente mio padre fu felice di essersi sbagliato ed esultò con me tutte e tre le volte, rompemmo pure un lampadario saltando a braccia alzate.

Sono sicuro che ciascuno di quelli che c'era avrà da raccontare una sua, di storia, attorno a quell'evento. A me basta di avervela fatta ricordare, raccontandovi la mia. L'Italia campione del mondo si avviava a diventare la quarta potenza economica mondiale, ci sarebbe voluto l'uno-due eurozona-covid per ripiombarci straccioni. Non sapevamo, allora, che la polpetta avvelenata era già in pancia, era lo sgancio della Banca d'Italia dal ruolo di sottoscrittore di prima istanza, e i craxiani che hanno pompato quella crescita con la spesa pubblica dimenticando quel piccolo particolare, forse anche perché troppo concentrati sul proprio tornaconto immediato, avrebbero portato il famigerato debito pubblico dal 30 al 130 per cento in pochi anni. Oggi nemmeno lo dicono più, a quanto è arrivato, nonostante 30 anni di lacrime e sangue e avanzi primari, e a causa delle mazzate sul denominatore fatte in nome dell'emergenza sanitaria. Ma state sicuri che appena alziamo la testa, vaccinati o no, ce lo ricorderanno, MES o non MES. Ebbene quegli straccioni che eravamo negli anni 70, quando un paio di epidemie influenzali superarono i 50mila morti a stagione senza che nessun politico osasse pensare di toccare di un'unghia le nostre libertà, anche perché se l'avesse fatto povero lui, forse sono davvero il nostro futuro. Magari lo fossero in tutto e per tutto, speranze e fierezza compresi. Non serve il fisico, servono coraggio e astuzia, senso della posizione e resilienza per passare le nottate chiamate infortuni e squalifiche, cuore puro e occhi che sembrano tristi e mezzi chiusi ma in realtà sono vispi e vedono spazi che gli altri non vedono, per essere decisivi. Questo ci insegnò Paolo Rossi, ecco perché allora diventò un simbolo, ed oggi lo piangono tutti. 

venerdì 6 novembre 2020

LUI È PEGGIO DI TRUMP

Mentre scrivo ancora non si è completato lo spoglio delle schede, e nel complicatissimo meccanismo elettorale delle presidenziali USA basta poco per sovvertire tutto, al netto di eventuali battaglie legali successive, già peraltro preannunciate dal presidente uscente. Tra le altre cose, il congegno può assegnare la vittoria anche a chi è complessivamente meno votato, come fu il caso di Bush junior (per giunta con l'apporto decisivo dei brogli nello Stato governato da suo fratello) contro Gore, e prevede il brogliabilissimo voto postale, con tanto di questione se i voti pervenuti fuori tempo massimo ma inviati in tempo siano validi o meno. Questo, in soldoni, perché diversamente da altre volte non vi hanno ancora detto chi ha vinto (anche se certa stampa sta dicendo che vince Biden da mesi, da noi evidentemente per inveterata abitudine a tentare di influenzare l'elettorato, permanente anche quando come in questo caso non ha senso).

Ve ne parlo non tanto perché me ne importi tanto, o ne abbia in qualche modo titolo: mica sono americano, io. Anche se, come ho già detto, la promessa di scardinare il castello di propaganda chiamato covid19, con tanto di premessa di aver tolto il sostegno finanziario all'ineffabile OMS, un filino appetitosa è. Quanto per parlare una volta tanto d'altro, che non sia questa maledetta presunta pandemia, senza ricorrere a una delle mie recensioni musicali che le statistiche mi dicono vi interessano poco.

Ma perché mai allora uno di sinistra, Covid a parte, deve (doveva?) tifare Trump? Beh non esageriamo, diciamo tifare contro Biden, che ci capiamo meglio... E' semplice: per un vecchio adagio, che recita che è meglio un nemico sincero che un amico falso. Che poi è la ragione per cui era meglio Berlusconi del PD (e spiace essersene accorti dopo anni a saltare nelle piazze per non essere lui), è meglio un razzista proletario di periferia che vota Salvini di un progressista accogliente col culo degli altri perché ha la casa in centro, sarebbe stato meglio un Grillo che puntava dichiaratamente a conquistare e mantenere il governo a qualunque costo (anche a quello di tradire praticamente tutte le promesse, no Euro e no vax in testa) che quello che è passato da acerrimo nemico dei traditori del Paese a loro salvatore e complice nel tenere il popolo fermo mentre se lo inchiappettano. Insomma, meglio un macho violento e un po' buzzurro che tenta di toccare il culo a tua moglie, che il tuo migliore amico che mentre recita questa parte con te a lei la corteggia fino a diventare il suo amante. Trump quello è, uno che è chiaro come il sole quali interessi rappresenta, e se c'è una cosa che gli si può rimproverare nella gestione della pandemia è che è il suo partito il principale (ma non esclusivo, comunque) responsabile del fatto che negli USA in pratica si cura solo chi ha i soldi o le polizze che è lo stesso. I democratici, invece, sotto il velo liberal hanno negli ultimi decenni: liquidato la separazione tra banche d'affari e istituti di risparmio (Clinton) che in pratica è alla base della finanziarizzazione dell'economia e in ultima analisi della crisi economica mondiale che ci stringe dal 2008, promosso la guerra col premio Nobel della pace in tasca (Obama) continuando ad alimentare tutti i focolai mondiali ereditati ed aprendone di nuovi, instradato il futuro di tutti noi verso la fase finale della globalizzazione (tutti, compreso i loro sostenitori col culo sulle multinazionali, e compreso il fantoccio che proclameranno Presidente presto) che prevede un uno per cento di ricconi e un novantanove alla canna del gas, senza avere scrupoli riguardo ai mezzi (e mi fermo qui, sennò riparlo di Covid).

Insomma, quello che ci aspetta negli anni a venire non è comunque un granché. Ma con Biden e chi ne tira le fila a capo dell'impero sarà molto peggio. E per capire che non è una mia boutade leggetevi questo pezzo del filosofo Ercolani su Il fatto quotidiano. E poi se ancora non avete capito il "perché mai" del capoverso precedente, affari vostri.

venerdì 7 agosto 2020

BEING JOHN LEWIS

“Insieme potete far rinascere l’Anima della nostra Nazione. Sebbene io
sia già morto, vi sollecito a rispondere alla chiamata più nobile dei vostri
cuori e ad farvi avanti per perseguire quello in cui veramente credete”
Restiamo in argomento democrazia. John Lewis, leader dei diritti civili delle minoranze oppresse e compagno di lotta di Martin Luther King jr., è morto lo scorso 17 luglio. Poco prima ha scritto questo saggio perché fosse pubblicato durante il suo funerale.
Pubblico il testo tradotto da Pasbas, con l'invito a saper leggere oltre le situazioni. Ad esempio, già cinquant'anni fa John Lennon, uno che ha vissuto sempre un passo avanti, cantava che "le donne sono i negri del mondo". Ora, non che una interpretazione letterale non sia ancora purtroppo più che valida, come dimostra la cronaca anche degli ultimissimi mesi, ma se ci limitiamo ad essa rischiamo di non accorgerci che c'è chi la usa come foglia di fico per nascondere il proprio tradimento, come ad esempio l'ineffabile Barack Obama, spesso ritratto a braccetto proprio con Lewis e che è stato tra i cannibali della sua dipartita, la cui elezione alla Casa Bianca ebbe si un valore simbolico a cui però purtroppo non seguì molto altro (per dire, gli impegni militari nel mondo degli USA con lui lievitarono, a dispetto di un frettoloso Nobel per la Pace). Invece, se leggiamo questa lettera postuma nel modo corretto, potremmo ricavarne utilissime indicazioni per difendere la libertà, la democrazia, i diritti fondamentali (tra cui quelli economici sono non solo di pari importanza rispetto a quelli civili, ma spesso sostanzialmente sono ad essi propedeutici) di tutti i "negri" del mondo. Tra cui, in un modo o nell'altro, se non ci siamo già dentro, rischiamo ogni giorno di finire. Per parafrasare Troisi, si è sempre i negri di qualcuno. Buona lettura, vediamo chi è che capisce il titolo del post, e ancora grazie a Pasbas.
...
Adesso che il mio tempo sta arrivando alla fine, voglio che sappiate che nei miei ultimi giorni di vita voi mi avete ispirato. Mi avete colmato di speranza riguardo al prossimo capitolo della grande Storia americana quando avete fatto tutto quello in vostro potere per fare la differenza nella nostra società. Milioni di persone motivate semplicemente dall'umana compassione hanno gettato via il peso delle divisioni. Nel nostro Paese e nel mondo avete messo da parte razze, classi, linguaggi e nazionalità per chiedere il rispetto della dignità umana. Questa è la ragione per la quale ho dovuto necessariamente visitare piazza Black Lives Matter (letteralmente, la vita dei neri è importante) a Washington, nonostante dovessi entrare il giorno dopo in ospedale. Dovevo vedere e provare l’emozione io stesso, dopo molti anni da silente testimone, che la Verità è ancora in cammino.
Emmett è stato il mio George Floyd. Egli è stato i miei Rayshard Brooks, Sandra Bland e Beonna Taylor. Egli aveva 14 anni quando fu ucciso e io ne avevo allora solo 15. Io mai e poi mai dimenticherò quel momento perché fu molto chiaro che a morire potrei essere stato io. In quei giorni la paura ci attanagliava come una prigione immaginaria, e le sbarre di questa prigione erano i pensieri tormentanti di potenziali brutalità senza ragione che sarebbero state commesse. Sebbene fossi circondato dall'amore dei miei genitori, dei miei tanti fratelli, sorelle, cugini, il loro amore non poteva proteggermi dalla infernale oppressione che mi attendeva appena fuori della mia cerchia di affetti. Una violenza incontrollata, non repressa ed inoltre la decisione governativa di scatenare il terrore aveva il potere di trasformare una semplice passeggiata al negozio per una manciata di smarties o un'innocente corsetta lungo qualche strada di campagna solitaria, in un terribile incubo.
Se dobbiamo sopravvivere come una nazione unita, dobbiamo scoprire cosa alberga nei nostri cuori per capire cosa ci spinge a saccheggiare la chiesa “Mother Emanuel” in South Carolina e derubarla dei suoi tesori, sparare a ignari appassionati mentre vanno ad un concerto a Las Vegas, e spezzare con la morte le speranze e i sogni di un virtuoso violinista come Elijah McClain. Come tanti giovani d’oggi, io ero in cerca di una via d’uscita, qualcuno potrebbe dire qualche via d’entrata, ed è allora che ho udito la voce di Martin Luther King Jr. Da una vecchia radio. Parlava della disciplina e filosofia della non violenza. Diceva che siamo tutti complici quando tolleriamo un’ingiustizia. Diceva che non è sufficiente dire che tutto sarebbe migliorato piano piano. Diceva che ognuno di noi ha l’obbligo morale di affrontarle (le ingiustizie), condannarle a gran voce e denunciarle. Quando vedi qualcosa di ingiusto sei obbligato a dire qualcosa. Sei obbligato a fare qualcosa. La democrazia non è uno stato. E’ un atto, e ogni generazione deve fare la sua parte per aiutare a costruire quella che abbiamo chiamato la Comunità dell’Amore, una nazione una società mondiale in pace con sé stessa.
Gente comune, con una visione straordinaria, può riscattare l’anima dell’America coinvolgendosi in quelli che io chiamo problemi, guai, guai necessari. Votare e partecipare alla vita democratica sono la chiave. Il voto è la più potente azione non violenta quale agente di cambiamento che si possa avere in una società democratica. La dovete usare in quanto non è un diritto garantito. Potreste anche perderlo. Dovete anche studiare e apprendere le lezioni della Storia, in quanto l’umanità è stata coinvolta in questo strazio dell’anima, in questa lotta per l’esistenza per un tempo lunghissimo. La gente di ogni continente ha provato quello che provate, per decenni e secoli prima di voi. La verità non cambia, ed è per questo che le soluzioni che hanno funzionato molto tempo addietro possono aiutarvi a trovare soluzioni alle sfide del nostro tempo. Continuate a costruire unità con altri movimenti del pianeta perché dobbiamo abbandonare l’idea di trarre profitto dalla spogliazione degli altri.
Sebbene io non sia qui con voi, vi esorto a seguire le grandi pulsioni del vostro cuore e di sostenere quello in cui veramente credete. Nella mia vita tutto quello che posso testimoniare è che la via della pace, la via dell’amore e della non violenza è la via maestra. Adesso è il vostro turno di far si che la libertà chiami all'appello. Quando gli storici prenderanno le loro penne per scrivere gli eventi del 21esimo secolo, fategli dire che è stata alla fine la vostra generazione a eliminare il peso opprimente dell’odio e che la pace ha finalmente trionfato sulla violenza, l’aggressione e la guerra. Perciò vi dico, camminate nel vento, fratelli e sorelle, e fate che siano lo spirito di pace e la forza dell’amore la vostra guida.
John Lewis

mercoledì 8 aprile 2020

I WENT DOWN TO THE CROSSROAD

Trattandosi di epoca alquanto remota, il disco raccoglie tutte
e 29 le registrazioni esistenti di questo pioniere (l'ho letto qui)
Come forse qualcuno di voi si sarà accorto, e se no andateci a guardare, lo scorso post è uno dei pochi di questo blog ad avere ricevuto commenti. Gli è che Pasbas, come forse si intuisce dal nickname, suona, e siccome se io ci ho una certa lui ci ha una certa e un tot, le sue radici musicali affondano un po' più in la delle mie, che già sembrano astruse ai quarantenni di oggi figurarsi ai ragazzi, meno male che non dovrebbero rappresentare una quota significativa dei miei lettori. La cosa mi ha intrigato, e visto che lui giustamente ha ricordato che Zucchero col blues non c'entra una beneamata ceppa (e perché, io che avevo detto? vabbè...), mi sono fatto mandare un suo pezzullo sul blues, che non metto in radiocixd se non in tag, ma pubblico molto volentieri, sottotitolo "da Blue's al Blues". E occhio che c'è da imparare...
...
“I went down to the Crossroad, fell down on my knees”. Questo è l’incipit di uno degli standard blues più famosi, scritto ed eseguito da quello che si può considerare il più grande bluesman degli anni della Grande Depressione negli USA: Robert Johnson, nato a Hazelhurst, Mississippi, l'8 Marzo 1911.
“R. Johnson - The complete recordings” rappresenta una delle più belle ed emozionanti raccolte relative al blues di quegli anni, musica esclusivamente nera tanto sconosciuta ai bianchi del nord quanto odiata dai bianchi razzisti del sud. Tra le composizioni più belle e note (assolutamente da ascoltare nella sua versione, voce chitarra e ‘tap’ del piede quale percussioni) cito:


Per tutti coloro, me compreso, che hanno ascoltato per anni e con passione i vari gruppi bianchi britannici e statunitensi quali Allman Brothers, Canned Heat, Derek and the Dominos, Cream, Led Zeppelin e chitarristi del calibro di Jeff Beck, Eric Clapton, Keith Richard, Jimmy Page e via elencando: bene, buona parte di quello che hanno suonato e registrato negli anni 60/70, facendo soldi a palate (i bianchi), proviene dall'immenso patrimonio culturale degli afroamericani. E cosa dire dell’unica vera band di R&R, che dai primi anni ’60 ad ora ancora registra sold out in ogni concerto? I mitici e inossidabili Rolling Stones. Beh, cominciamo dal nome della band: esso proviene da un famoso pezzo blues della Chicago electric blues era, anni ’50 e ’60. E più precisamente Rollin’ Stone del grandissimo Muddy Waters: si proprio così, lui che fu uno dei primi maestri della band britannica e quello che gli donò il nome, battezzandoli re della british invasion. Loro hanno però sempre riconosciuto il valore etnico-musicale del blues e con Clapton e altri hanno promosso molti tour europei dei musicisti neri più in voga in quegli anni.
I tanti bravi e bravissimi bianchi avventuratisi su questo fangosissimo (muddy, appunto) terreno, tutto feeling pancia scale blues e corde vocali distrutte da fumo e alcol, non hanno mai potuto comunicare le sensazioni di allegria sfrenata, tristezza e anche disperazione che gli afroamericani hanno comunicato con la loro musica che viene da lontano, dall'Africa delle grandi deportazioni di schiavi verso le Americhe. Loro, i neri, descrivono l’insieme di queste sensazioni anche contrastanti con la frase “I feel blue”. Ascoltare Key to the Highway nella versione live dell’autore Big Bill Broonzy e poi in quella del bianco Eric Clapton, uno dei più bravi (tra i bianchi), questo è il miglior modo per apprezzare le differenze e comprendere il solco che separa il blues del colored da quello del white. Altro consiglio di ascolto a confronto: la divertente ed esplosiva (ottimamente orchestrata) Sweet Home Chicago eseguita dai Blues Brothers nell'omonimo esilarante film e quella della versione di R. Johnson linkata nell'elenco più su. Può essere plausibile pensare che Dan Akroid e John Belushi siano nati e cresciuti nelle bidonville del profondo Sud e che abbiamo mai raccolto cotone cantando work songs? O che il grande sessionman bassista bianco Donald Duck Dann, onnipresente nelle registrazioni e nei concerti di R&R di tanti artisti, sia mai vissuto o solo entrato nel ghetto di Hazlehurst? Per dirla con McKinley Morganfield (aka Muddy Waters) “the Blues had a babe and they named it Rock & Roll".

P.S.: senza la minima intenzione di offendere alcuno degli eventuali lettori: Zucchero? No grazie, neanche nel caffè!

P.P.S.: bianco per bianco, italiano per italiano, perché non ascoltare il grezzo ma pieno di feeling R&R italiano dei ’60?

Buon ascolto
Pasbas
Post-fazione
Robert imparò a suonare la chitarra da giovanissimo, suoi unici maestri la strada e alcuni bluesmen locali. Intorno ai 20 anni sparì completamente dalla sua città, dove ricomparve solo dopo alcuni anni senza aver dato alcuna notizia di sé. Sentendolo suonare allora, dopo tanto tempo di assenza dalle scene musicali del Delta, e rapiti dal suo stile originalissimo e trascinante, rigorosamente in compagnia soltanto di voce e chitarra acustica (entrambe le sue ovviamente), in quelle sale da ballo per colored rimasero tutti increduli e in balia del suo fascino musicale. A chi gli chiedeva come avesse fatto a diventare quel fenomeno che era diventato rispondeva così: “Una notte tornando a piedi verso casa dopo un lungo concerto, arrivai ad un incrocio sconosciuto, incerto sulla direzione da prendere. Mi fermai a riflettere mentre osservavo una splendida luna piena illuminare gli sterminati campi di cotone; ad un tratto mi sentii chiamare per nome, mi girai e vidi il Diavolo in persona! Senza dire altro e con fare deciso prese la mia chitarra, si sedette e cominciò a insegnarmi come suonare il Blues. Non sono mai più riuscito a ritrovare quel Crossroad, incrocio che mi ha cambiato per sempre la vita."

lunedì 19 agosto 2019

COME TI PASSO ALLA STORIA

Casalduni 1861, una rappresaglia feroce con centinaia di vittime innocenti, peggiore di
quella dei nazisti alle Fosse Ardeatine, perpetrata dall'esercito italiano: sapevate nulla?
Chiudete gli occhi e fatevi accompagnare a dieci centimetri da un mosaico, poi apriteli e cercate di spiegare cosa vedete: alcune tessere colorate, al massimo un dettaglio se siete fortunati e capitate vicino a uno significativo (che so, un occhio). Per vedere quello che il mosaico rappresenta, dovete spostarvi indietro di qualche passo, se molto grande di metri. So di averlo già usato in molti post, con un esempio cinematografico esemplare in questo, ma non riesco a trovare un espediente migliore per spiegare al volo la differenza tra la cronaca e la storia.
Solo pochi visionari, infatti, riescono a intuire quale sarà, o meglio quale potrebbe essere a seconda di chi vincerà (perché "la storia la scrivono i vincitori" non è un modo di dire è un dato di fatto, come pure il fatto che chi lo dimentica è semplicemente uno stupido), la narrazione degli avvenimenti quando la polvere del brusio mediatico e dei commenti in soggettiva (mai così alta, peraltro, come nell'era dei social network) si sarà posata. E sono quasi tutti inascoltati dai contemporanei, che guardano alla polvere anziché al disegno di fondo come l'idiota al dito anziché alla luna.
Con questo non sto certo arrogandomi di annoverarmi tra questi visionari, anche perché di solito finiscono male, e presto, e io ho ancora delle responsabilità e qualcosa da fare su questa terra. Ma voglio soltanto cogliere alcuni spunti rimbalzati in questi giorni sul web, per fare degli esempi intorno a questa dicotomia.
Il suggerimento arriva da questo articolo di commemorazione, a 158 anni di distanza, di una delle tante stragi dimenticate legate alla cosiddetta Unità d'Italia. Oggi, grazie anche a divulgatori contemporanei come Pino Aprile, capace di ricavarne dei best seller, è diventata abbastanza diffusa la lettura di quella pagina come in realtà di una vera e propria annessione militare di un regno da parte di un altro, con come sempre i sudditi nel ruolo delle vittime. Abbastanza da consentire a chi voglia di raccontarla giusta, che so magari in un'ospitata televisiva, senza rischiare di finire in galera. Ma non abbastanza da aver soppiantato la narrazione ufficiale, che è ancora la Storia ufficiale dei libri specie per i più piccoli, secondo cui Mazzini Garibaldi Pisacane Cavour eccetera eccetera interpretando un sentire popolare diffuso realizzarono la per secoli attesa unità del Paese attraverso tre guerre d'indipendenza e l'annessione plebiscitaria di un centro-Sud arretrato e bisognoso. Mentre, tutt'altro, quel sentire era solo di una élite ristrettissima, finanziata dagli inglesi che avevano trovato nel Piemonte l'indebitatissimo interlocutore per attuare la predazione del ricchissimo tesoro di quel regno borbonico che ai tempi era anche relativamente molto più industrializzato del Nord, effettuata senza il minimo scrupolo anche grazie ad anni di eccidi ai danni di quelli tra i sudditi che avevano capito cosa stava succedendo e si ribellavano (bollandoli come briganti).
Come può non venire in mente, allora, l'analogia con quello che accade oggi con la cosiddetta Unione Europea, nel ruolo dell'Italia di fine 800, con la Germania nel ruolo del Piemonte, o se volete dell'Inghilterra assoldatrice di traditori, e con l'Italia di questi anni, passata da quarta potenza industriale del pianeta a colonia incapace di dare lavoro ai suoi figli, nel ruolo del Regno delle Due Sicilie? E chi se ne accorge, e osa raccontare la verità? Bollato come sovranista, e ridotto a doversi accodare a un becero doppiogiochista dai modi volgari perché magari è l'unico rimasto a difendere la propria causa, o almeno a sembrare di farlo. Se il Movimento 5 Stelle si accorda con il PD, infatti, si realizza lo scenario 1 di quelli che ho descritto come possibili qualche giorno fa, il meno probabile ma anche il più nefasto, per il tradimento della speranza rappresentata da Grillo e i suoi, e non resterà che votare Lega assieme alla maggioranza degli italiani o accettare di buon grado di essere chiusi nelle riserve.
Quest'ultimo passaggio evoca un'altra analogia, stavolta storica: col genocidio dei pellerossa su cui si fonda la sedicente democrazia guida del pianeta. Un fatto storico oramai dato per scontato, ma il cui travisamento persiste nella memoria collettiva ben oltre l'emersione, anche mediatica (i primi film revisionisti sul far west sono degli anni 70, non a caso epoca di Vietnam e contestazione giovanile), della verità.
Questo paradigma, purtroppo, si applica a tutte le situazioni di questo tipo. Mentre accadono, ciascuno vede a un palmo del proprio naso, e solo quelli a cui viene fracassato intuiscono qualcosa. A dare una visione del contesto, saziando una sete istintiva dell'essere umano (animale sociale che ha vinto la battaglia evolutiva alzandosi in piedi per guardare più lontano all'orizzonte), ci pensa la macchina propagandistica. E chi non ci crede viene eliminato, emarginato o neutralizzato. Solo decenni o secoli dopo la verità storica esce dalle nicchie e si afferma più o meno ufficialmente, in genere quando è ormai irreversibile e comunque non può più fare danni. E comunque ancora a lungo la narrazione mistificatoria la accompagna spesso maggioritaria, perché non pensare è sempre più comodo che farlo.
E' di questi giorni la notizia che una commissione di vigili del fuoco statunitensi ha finalmente la possibilità di affermare decisamente, senza finire al rogo, che le torri gemelle erano minate e sono crollate per demolizione controllata. La cosa è auto-evidente a chi guarda i filmati a cervello acceso, ma la narrazione mistificatoria si è affermata lo stesso, essendo stata imposta con una potenza di fuoco mediatico proporzionale agli interessi in gioco. Ma i pompieri morti mentre risalivano le scale con la gente in fuga hanno sentito le cariche esplodere, avevano esperienza tale da distinguere quelle esplosioni da qualunque altro tipo di rumore, e lo hanno detto subito, al telefono ai colleghi e ai superiori prima di morire. Quanti di voi lo hanno sentito ai tempi? Oggi lo sapete tutti, almeno quelli che si informano. Nei libri di Storia del 2200, con ogni probabilità, l'11 settembre 2001 sarà descritto come un autoattentato attuato per spostare l'opinione pubblica a favore delle guerre in medio oriente. Ma oggi, nonostante la verità sia a portata di mano di tutti, la maggioranza ancora crede alla favoletta (sono sempre favolette, ricordatevelo...) dei kamikaze arabi riusciti senza brevetto a pilotare grandi aerei di linea contro dei grattacieli, e non fa una piega né di fronte alla guerra scatenata per rappresaglia non contro l'Arabia Saudita ma contro l'Afghanistan (con la scusa che il capo dei terroristi era nascosto là: con la stessa logica se nel vostro condominio si nasconde un latitante e non lo consegnate la polizia ha il diritto di raderlo al suolo con voi dentro...), né di fronte a crolli che violano le leggi della fisica (e non solo dei grattacieli colpiti dagli aerei, per giunta...).
Tornando alla cronaca politica italiana, applichiamo il paradigma alla questione migranti. Chi non aiuta gente che rischia di morire è inumano, ovvio, qualunque siano la provenienza o l'etnia della gente o le cause per cui rischia. Altrimenti non bisognerebbe muovere un sopracciglio, altro che spendere soldi pubblici (e tanti), per andare in soccorso di coglioni che per sentirsi vivi hanno bisogno di praticare "sport" pericolosi, tra l'altro evidentemente potendoselo permettere. Ma mentre li soccorri (e non invece di soccorrerli, passando dalla parte del torto perché la cosa porta voti) devi dire chiaramente, e insistentemente, che stai soccorrendo persone messe in pericolo da altri: da chi (dopo secoli di colonizzazione e sfruttamento) continua a depredare e impoverire il loro continente, magari interferendo (spesso militarmente) nella politica interna dei suoi Stati, e da chi va a prelevare i più forti tra i bisognosi per letteralmente deportarli dove possono servire da schiavi, o da detonatori di deflazione salariale e dei diritti socioeconomici, e te li porta sottocosta per poterti dire che sei disumano a non accoglierli. Se hai capito a che gioco giocano, magari perché hai visto come è andata con quelli dell'est europeo che oggi se vuoi fare un qualunque mestiere che trent'anni fa rendeva una cifra con cui riuscivi a campare a una famiglia ti devi accontentare di un quarto, o se non vuoi finire a lavorare nei campi a paghe da fame, e ti ribelli, magari con le parole e le categorie di pensiero rozze che si ritrova chi è nato e cresciuto in periferia, sei disumano, razzista. Brigante.
Ancore con la realtà. Se non ho lavoro e il mio quartiere è invivibile ce le ho già. E non mi importa se mi dicono razzista, prima di averne titolo devono provare a vivere al posto mio, come in quel film con Albanese e la Cortellesi. Altrimenti, e più in generale, mi serve crearmele. Ad esempio, ci raccontano tante chiacchiere sul debito pubblico, lo Stato come una famiglia, abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi (chi? i miei genitori che grazie a questo hanno potuto farmi studiare? allora ditelo, che è questo il problema...), il deficit, i parametri, la legge di bilancio da votare entro tot altrimenti c'è il babau esercizio provvisorio e arriva lo spread e ti mangia. A me non interessa chi e con chi farà il prossimo governo. A me interessa che faccia una cosa, ad esempio quello che fece Lincoln ai tempi della guerra di secessione: fornire in tasca alle persone la liquidità che serve per vivere dignitosamente. Se il prossimo governo italiano costringe la UE a riscrivere i trattati in modo da consentire politiche espansive a quelle nazioni che democraticamente le volessero, o almeno vara una moneta sovrana parallela come i Certificati di Credito Fiscale, e se non ci riesce denuncia quei trattati ed esce dall'Eurozona se non proprio dall'Unione, quello è il mio governo, chiunque ne faccia parte. Se fa il contrario, anche se lo compongono uno schieramento che era il mio fino a ieri e un partito figlio degenere di uno che era il mio avant'ieri, non è il mio governo. La coerenza non solo non è detto che sia una virtù, ma va misurata rispetto a punti fermi. Se io rispetto a questi sono fermo, e lo sono almeno da quando voto, non posso farci niente se gli altri si spostano.

lunedì 9 aprile 2018

17 - IL COLORE DEL SANGUE + SFORZI INUTILI

Della serie "allora è proprio vero che a volte la
realtà supera le capacità d'immaginazione..."
Il racconto numero 17 di Chi c'è c'è (mia prima e unica opera di narrativa fino all'uscita di Sushi Marina nei prossimi mesi) è, come peraltro il testo di canzone da cui (molto alla lontana, direi...) prende spunto, decisamente tra i meno attuali, o meglio tra quelli che si possono apprezzare solo se si tiene presente che sono stati scritti 20/25 anni fa. Però da un lato l'astronauta/narratore è una giovane indiana con per una volta la capacità di interloquire col telepate geestre, per cui il racconto è l'unico che si inserisce nel filone narrativo che contiene tutti gli altri, dall'altro la canzone (pensata come un bolero cantato alla Rino Gaetano, ad alimentare la citazione finale di un vecchio pezzo di Lauzi, ma come per le altre potete metterci la musica che volete, se vi piace e me la chiedete) è tra le poche che i Ristrittizzi all'epoca riuscivano ogni tanto a infilare tra una cover e l'altra, quindi l'operazione filologica di affrontarne la lettura potrebbe in qualche modo valere lo sforzo...
P.S. No, non trovo affatto contraddittorio continuare a ritenere l'opzione governo a tempo m5s/lega la meno peggiore tra quelle che potremmo vedere concretizzarsi a breve...


17 - IL COLORE DEL SANGUE

Chi sono? Sono un’astronauta indiana cresciuta a Londra. Come faccio a parlare con te? Perché mi è stata tramandata dai miei genitori l’arte antica della meditazione, dell’immersione in se stessi. Così io ho rallentato la mia coscienza ad un ritmo che pensavo sarebbe stato compatibile con quello del mio essere congelato, e così facendo sono riuscita a restare vigile. Ti ho sentito subito entrare, non sembravi avere intenzioni offensive,  e comunque non avrei potuto impedirti di ucciderci: non sono in grado di svegliare il mio corpo, a quello ci penserà il computer se e quando lo riterrà opportuno.
No, non so dirti come attivarlo, queste sono macchine troppo avanti rispetto alle mie conoscenze di informatica. Io sono anche medico aiurvedico. Ma soprattutto sono specialista in ortopedia; e aggiungici un po’ di sapienza tradizionale, ecco che sono un po’ più che fisioterapista, diciamo. E poi qualche anno fa ho partecipato ai campionati europei di atletica leggera. Eptatlon. Sette discipline insieme. Tosto, sì. Serviva una come me se e quando questi corpi rattrappiti avessero ripreso a muoversi.
Dicevamo, come faccio a parlare con te senza svegliarmi? Oh, di preciso non lo so. Credo però che tu, quando entri in empatia mentale con qualcuno, adatti inconsapevolmente la tua “velocità di registrazione” a quella di proiezione delle immagini mentali del soggetto che stai toccando. Temo che quando avrai finito ti accorgerai che è passato tanto di quel tempo che spero che non sarà un guaio, per te. Si, va bene, quando avrai contattato anche le ultime quattro persone tornerai da me e tenterò di spiegarti quello che posso per farti accedere al sistema centrale, anche se non so se funzionerà. Ora però, visto che se hai già “parlato” con sedici di noi qualcosa della nostra storia e del perché siamo qui la sai, raccontami qualcosa di te.
[……..] 
Ok, ora ti racconto la mia, di storia. Anzi, no: ho cambiato idea. Ti racconto la storia di alcune persone che ho conosciuto, che attraverso di esse capirai ancora di più, di me. I miei genitori, innanzitutto. Emigrarono a Londra dal Punjab pochi mesi prima che io nascessi, quando nella loro terra infuriava la guerra civile. L’India era ancora la stessa ex colonia britannica che Gandhi avrebbe voluto libera, unita, e pacifica, e che poco dopo con la guerra del Pakistan si sarebbe rivelata divisa da odii religiosi, etnici, territoriali, e in definitiva ancora schiava dell’Occidente. Il colonialismo aveva solo cambiato pelle.
Cinquant’anni dopo gli indiani erano davvero troppi, oramai più dei cinesi, e troppo divisi, affamati e sporchi. Tra i due più grandi popoli del pianeta c’era questa differenza, che i cinesi erano bene o male un popolo, noi no. Di lì a poco, l’avvento al potere di Sonia Gandhi prima, e del figlio suo e di Rajiv quando anche lei fu assassinata, avrebbe cambiato le cose: troppo il piccolo Raul assomigliava al bisnonno putativo per non riuscire a coagulare le migliori energie che percorrevano il paese agli inizi del secolo.
Ma i miei genitori non potevano saperlo, ai loro tempi. Loro scappavano dal sangue e dalla violenza, figli dell’intolleranza religiosa e del conflitto razziale, nipoti della disoccupazione e della povertà. Così a Londra, in quel 1998, arrivarono da poveri e senza lavoro: alloggiavano in dodici in una stanza vicino Paddington; mio padre, medico, si arrangiava a vendere roselline in giro per i pub. Mia madre, appena si liberò dal mio peso, e si rese conto che non aveva di che nutrirmi e vestirmi neanche se digiunava, provò a darsi da fare. Dalle fessure delle persiane si doveva vedere il passeggio sotto casa: ragazzine, per lo più filippine e cinesi, buttate in strada senza documenti per non acclarare la loro minore età e per tenerle sotto giogo. Mamma, minuta e bellissima, di nascosto da papà, un giorno ci provò: si truccò e scese giù. Forse adescò qualche cliente, forse qualche sterlina la incassò. Sicuramente incassò la delazione delle schiave, e trovò i loro protettori ad attenderla il giorno dopo. Non aspettarti mai nella realtà la solidarietà tra oppressi che trovi nei film.
Fu massacrata di botte, e sfregiata. Si trascinò dentro il portone, dove mio padre, al ritorno alle tre del mattino da uno dei suoi interminabili e scarsamente fruttuosi giri, ché pure nella caleidoscopica Londra raccoglieva più fastidio per la sua diversità e la sua povertà che soldi, la trovò ricoperta di sangue rappreso ed ecchimosi, molte le probabili fratture. A sentire quelli dell’ospedale pubblico, sarebbe rimasta storpia.
Ma lui era un grande medico, e la guarì. E nel guarirla, si guarì. Decise che doveva in qualche modo riuscire ad esercitare il suo dono, la sua professione. Cominciò coi derelitti suoi simili in cambio di cibo e abitini dismessi per me. Poi rimise in piedi una cameriera filippina conciata malissimo dall’artrosi, e la sua ricca padrona visti i risultati volle i suoi servigi. E pagò. E sparse la voce. Oggi mio padre lavora solo su appuntamento. E si è potuto permettere di permettermi di essere quello che ho voluto essere. Una studentessa, un’atleta, poi un medico come lui. Ma per uno che si è salvato mille altri non hanno trovato che povertà e disoccupazione nel loro cammino, e razzismo e intolleranza, e violenza e sangue. E non solo fra la mia gente.
Tu ora infatti vedi in queste teche persone di vari colori e tratti somatici. Io non so se è così pure fra la tua gente, ma noi abbiamo il 99,9% periodico di patrimonio genetico comune, siamo tutti esattamente la stessa razza, eppure sono millenni che ci combattiamo e uccidiamo e trucidiamo in nome delle nostre differenze presunte razziali, o religiose, o ideologiche. O meglio con la scusa di queste differenze. Oggi forse abbiamo distrutto il pianeta.
Ma senti questa storia, è emblematica: una quindicina di anni fa il processo di unione europea aveva infranto per sempre i sogni separatisti di molte più o meno storicamente fondate minoranze etniche. Una delle più aleatorie e meno serie era sorta qualche tempo prima nell’Italia settentrionale, senza mai prendere realmente consistenza in verità, ma con capi abbastanza numerosi e furbi da far parlare del movimento come se avesse davvero seguaci determinati a tutto e reali possibilità politiche. Come per tutti i sogni falliti, lasciò qualcuno senza mestiere e qualcuno senza ragione. Tra questi ultimi venne fuori uno dei serial killer più sfuggenti d’Europa: ammazzava “terroni”, meridionali del suo stesso Paese. Ebbene, quando fu arrestato si scoprì che si chiamava Terracenere, ed era di origine pugliese. Si, insomma, di una regione terrona come le sue vittime.
Temi il tuo simile, ciccio, più che il diverso. Quel tuo capitano, per esempio, da quello che mi hai raccontato sono sicura che ti vuole fregare. Ti ha mandato giù perché se andava male eri tu a crepare, e se andava bene si inseriva sul tuo codice di trasmissione e si prendeva tutti i meriti. Perché parlo al passato? Ma perché, se non l’hai ancora capito, è passato tanto di quel tempo, e i nostri sistemi hanno interrotto le tue comunicazioni appena sei salito a bordo, che lui ha di certo pensato che sei bello e defunto, e se non è andato via di certo non ti viene a cercare. Si, lo so che arriveranno gli scienziati! Ma tu intanto che mangi? Dai, che ti dico io dove sono le provviste liofilizzate, speriamo che trovi qualcosa di compatibile… Ah, poi nella sala ologrammi ci sono tutte le informazioni scientifiche che vuoi, quelle biologiche, quelle… anzi, a proposito, di che base chimica siete voi, sempre carbonio? E di che colore è il tuo sangue?

SFORZI INUTILI

Son razzista perché figlio di terroni sfortunati
che han lasciato per bisogno la terra dei loro padri
quando ancora per fortuna non mi avevano sfornato,
e son nato al nord,
sun de Milàn.
E odio tutti quanti quelli che sono diversi anche di poco
da quel tipo uguale che vorrei essere e non sono,
ma somiglio tanto che quasi nessuno se ne accorge
qui al nord,
qui luntan.
E mi danno sui nervi quelli nati qui che non han capito
che tutti i guai del paese vengono dagli altri:
i romani, i terroni, gli zingari, i marocchini,
maledetti Garibaldi, Cavour, i Savoia, giù fino a Prodi.
Ma è arrivato Umberto Bossi e gli altri amici della Lega,
cui presto o tardi tutti i qui pensanti si uniranno,
e allora sarà un’era nuova per l’Europa intera,
da Bologna al Nord
(già Firenze no).
Cacceranno i mafiosi gentilmente e gli altri a calci,
i pugliesi di Bitritto manderanno via lontano,
tanto sui miei documenti è scritto “nato il, a Milano”
babbo l’è mort,
mamma tra un po’.
E i capelli li ho già biondi, credo da parte normanna,
la pelle è scura ma la lampada è tanto di moda,
quando avrò un po’ di danè potrò cambiare il mio cognome:
mi sfottevano a scuola:
“Terracenere sei
e ritornerai”
“Terracenere sei
e ritornerai”
“Terracenere sei
e ritornerai”

giovedì 18 gennaio 2018

NEI PANNI DEL GRANDE VECCHIO

Più volte su queste pagine ho sostenuto che postulare l'esistenza di un Grande Vecchio è un pelo superfluo per il rasoio di Occam, dato che sono sufficienti le tendenze naturali del capitalismo a spiegare come e perché in un sistema economico la ricchezza tenda a concentrarsi in pochissime mani incurante persino della sopravvivenza sia fisica dei non favoriti sia del sistema in sé, e che quindi il capitalismo può essere utile all'umanità solo se imbrigliato in regole che lo costringano a pensare sia agli uni che all'altro, cioè sotto la tutela del socialismo.
Il Grande Vecchio è però un espediente retorico efficacissimo, e non c'è niente di male a ricorrervi, specie se si mettono le mani avanti sulla sua natura "letteraria", magari calzandone i panni come faccio io adesso per togliere ogni altro dubbio. Anche questo l'ho già fatto, oggi mi serve per chiarire come si possa ritenere che l'immigrazione debba essere regolata in un modo molto diverso da quello usato finora e non per questo meritarsi l'iscrizione automatica al novero dei razzisti brutti e cattivi.
...
Eccomi qua, sono gli anni 60, e gli esseri umani sono come sempre bestie bruttissime: se li fai stare un po' meglio, non è che si ricordano di quando stavano peggio (e manco a dire che è passato tanto tempo: era dieci o vent'anni fa, praticamente l'altro ieri, il drammatico dopoguerra...) e ti ringraziano, no, si abituano subito ai nuovi standard e li considerano gradini su cui salire per chiedere di più, e aumenti di paga, e meno ore, e diritti su diritti...! Per non parlare dei loro figli, tutti parcheggiati all'università fino a 30 anni a non fare un cavolo, perchè i genitori li vogliono tutti dottori, sia mai si dovessero sudare il pane, ma com'è che nessuno capisce che un esercito di soli graduati non può esistere perchè se esistesse perderebbe tutte le guerre? Si salvano che c'è la guerra fredda e oltrecortina ci sono quegli stronzi di comunisti che continuano a imbottirgli la testa di idee del cacchio, siamo tutti uguali (si, sta minchia, che i funzionari di partito sono "più uguali degli altri"), sennò sai i calci in culo!...
Ora sono gli anni 90, il comunismo è crollato (siamo stati bravi a strangolarlo con la corsa agli armamenti, non c'è che dire...), ora la vedranno. Certo, non posso azzerargli tutti i privilegi da oggi a domani, hai visto mai si incazzano... No, non lo faranno, chi ha il culo pieno non la fa, la rivoluzione, però c'è sta cosa che mi ero inventato per dire che si può essere eguali anche da noi, ma per diritti e opportunità non per imposizione statale (ché la competizione è umana, non è appiattimento), come si chiama? Ah si, "democrazia", bella porcheria, ma mi dà legittimazione, non gliela posso levare tutta assieme, prima la devo svuotare di senso pian pianino...
Come? Beh, il mondo è pieno di straccioni morti di fame, che farebbero quasi gratis quello che questi se non gli dai quattordici stipendi all'anno (e le ferie pagate, la cassa mutua, gli aumenti...) col cavolo che te lo fanno. Il mio vecchio amico Marx li chiamava "esercito industriale di riserva", oggi le cose sono un po' più complesse, ma insomma Carletto era dei nostri, un economista classico, e non era mica scemo... Faremo così: da un lato, crisi dopo crisi, convinceremo chi (ancora) lavora che non è aria di ulteriori rivendicazioni, si guardasse in giro e si ritenesse fortunato, dall'altro, agevoleremo in ogni modo il processo di globalizzazione di tutti i mercati, quello del lavoro arriverà per ultimo per via della sua naturale rigidità (la gente è più difficile da spostare dei soldi e delle merci), ma si adeguerà. Prima facciamo arrivare quelli che fanno lavori che gli autoctoni non accettano più di fare, o di far fare ai loro figli: edili, badanti, raccoglitori agricoli, cose così. Poi, intanto che gli imprenditori, complice l'allargamento dell'UE, cominciano a delocalizzare, facciamo arrivare la manovalanza per quelli che ancora (per natura del prodotto o per loro cocciutaggine) mantengono la produzione nel Paese, nonostante le politiche monetarie che abbiamo concepito apposta per debellarli. Poi dall'allargamento dell'UE a est arrivano gli artigiani, che mettono fuori concorrenza i nativi, peraltro sempre più vecchi e senza rimpiazzo (i figli tutti dottori, dicevamo). Al commercio ci pensano i cinesi, che a tutti piace pagare poco le cose e quasi nessuno pensa a cosa questo comporti (sennò non avrebbe funzionato il piano "low-cost contro compagnie aeree di bandiera"), e quando si ritroveranno a lavorare da garzoni nel già loro bar comprato da Lin, a una paga inferiore a quella che davano a lui, sarà troppo tardi (e a proposito di cinesi, ascoltiamo i consigli di Barnard, facciamo imparare ai nostri figli la lingua...). Quando faremo arrivare i disperati veri, in maniere così inumane che devi essere un bruto per restare insensibile, nessuno capirà che siamo stati noi a creare i presupposti della loro disperazione prima, a organizzare con gli amici mafiosi il drammatico trasporto poi, e a scrivere il copione da far recitare ai politici di destra e sinistra e ai loro sgherri giornalisti, in modo da appassionare gli spettatori. Ma alla fine, in un modo o nell'altro, l'obiettivo sarà raggiunto: i viziati europei, i viziatissimi italiani, saranno stati rimpiazzati. Morti quelli che ancora ricordano i tempi del welfare-State, tranne i pochi che avranno raggiunto l'età della pensione (che peraltro dovranno girare per intero a qualcuno che gli lavi il culo e gli pasci la pappa), i loro figli che non riusciranno a sopravvivere della loro rendita, specie immobiliare, se vogliono campare o si adeguano al nuovo mercato o emigrano. Ma quest'ultima è una soluzione soltanto temporanea: il livellamento previsto li raggiungerà, loro o i loro eventuali figli.
...
Esco dalla parte, e riprendo a ragionare con voi. Tra cui più di uno, specie quelli di matrice centrosinistrica, avrà già pensato "eccolo finalmente approdato a Salvini, via Grillo, questo fascistone che per qualche anno ci era sembrato dei nostri". Ma con me non attacca. La retorica del buonismo ha spesso usato l'argomento "quando i migranti eravamo noi", per predicare accoglienza umana. Gli italiani in America spesso venivano trattati come bestie, all'ingresso, anche se poi trovavano presto il loro modo di sfruttare gli spazi che offriva il nascente Impero in crescita; i meridionali in Europa o in Altitalia avevano il loro bel daffare contro il razzismo con cui venivano accolti, ma finirono per terronizzare il nord almeno tanto quanto polentonizzarsi loro. Ma anche allora per essere davvero nel giusto bisognava ragionare su due binari, e sul primo metterci la pietà umana che meritavano e la stigmatizzazione di chi gli riservava tutt'altro, ma sull'altro orientare la rabbia correttamente, verso chi aveva creato le precondizioni per il loro migrare, ché nessuno di loro era contento di partire, nessuno.
Qua non di "aiutarli a casa loro" si tratta, no, si tratterebbe invece di rimuovere ogni causa storica ed economica (il binomio è tautologico, lo so) li costringe a emigrare, a iniziare dalla terza guerra mondiale strisciante e a finire col neocolonialismo passando magari per la riduzione al minimo dell'avamposto occidentale chiamato Israele. Dite che è una cosa lunga, che l'accoglienza invece è qui e ora? Certo, ma avendola iniziata quando si doveva, cioè almeno trent'anni fa, oggi non avremmo bisogno di accogliere nessuno, se non magari turisti da un nordafrica in via di sviluppo. E allora non si è iniziata con lo stesso argomento che si usa per non farlo adesso, che l'accoglienza invece è qui e ora. Che è assieme l'alibi per le nostre coscienze, lo strumento per sentirsi migliori dei cosiddetti razzisti (magari approfittando del fatto di avere la casa in quartieri dove non si è costretti al confronto quotidiano con gli immigrati, spesso non integrati per scelta, difensiva o offensiva che sia), e la scusa per continuare a non prendere posizione contro le politiche che hanno creato e alimentano il problema. Che poi sono le stesse che alimentano tutti gli altri nostri problemi, e sono esattamente quelle che ha sempre seguito il centrodestra, e a un certo punto ha sposato con convinzione ancora maggiore il centrosinistra, ma questo è un altro discorso, da affrontare autonomamente, che ad arrivare fin qui oggi sarete stati in cinque.
Se però qualcuno ha ancora voglia di leggere, segua questi approfondimenti (almeno il testo, se non l'ipertesto):
  • Spataro, ovvero quanto detto sopra ma scritto meglio, sia con maggiore analisi punto per punto, sia con maggior sintesi, condensata nel titolo "il diritto di non emigrare";
  • Fusaro, ovvero il piano capitalista di deportazione degli schiavi (leggete qui Bresolin se non ci credete) in sostituzione del popolo europeo, detto fuori dai denti - e il fatto che si tratti di una cosa concreta è dimostrato proprio, paradossalmente, da chi tenta di confutarla tacciandola del solito complottismo, come vedete da soli leggendo questo articolo del Post di sofrino sul piano Kalergi;
  • Monbiot, ovvero stringi stringi è questione di risorse complessive del pianeta, per cui da un lato è doveroso rivedere al ribasso il modello di consumo occidentale, ma dall'altro neanche una sua omologazione al ribasso per mera media ponderata per il 99% degli abitanti della Terra sarà sufficiente a evitare la catastrofe, al massimo la rimanderebbe di un paio di decenni, e intanto però avremmo perso tutte le conquiste occidentali dall'umanesimo in poi, cultura e civiltà in primis;
  • Murray, ovvero attenzione che quando sarà palese a tutti gli europei (non solo ai pochi che l'hanno capito da subito, e ai sempre di più che lo stiamo capendo da un po') qual'è l'obiettivo del turbocapitalismo globalizzato, anche a loro qualsiasi reazione apparirà legittima, è già successo negli anni 20/30 e niente impedisce che accada di nuovo;
  • Cabras, ovvero c'è chi (e non è dei "nostri") ci mostra una delle strade da praticare: condonare i debiti africani a miliardi;
  • infine ancora Fusaro, ovvero che lo ius soli sia un'idiozia storica lo diceva persino Leopardi - qui ne abbiamo già parlato per esteso, per chi ha ancora voglia di leggere, ma in breve la questione è questa: il provvedimento alla fine trombato (tanto per cambiare, per mano dei suoi stessi promotori) in Parlamento non era un vero e proprio ius soli, te lo spiegavano gli stessi piddini se provavi a obiettare che lo ius soli vero chi ce l'ha spara alla gente alla frontiera, ma veniva etichettato così sia per propaganda interna (a favore dei terzomondisti a ogni costo con casone in centro, vedere Come un gatto in tangenziale please) che per dipanare il vero effetto voluto, cioè far credere ai disperati che qui c'è, ammorbidendone le resistenze alla deportazione di massa in corso. In altre parole, se si voleva davvero aiutare quelle situazioni al limite dell'assurdo che si citano per tacciare di razzismo becero chi si oppone allo sbrago, bastava un intervento legislativo più mirato e meno pomposo, probabilmente approvabile in breve e a larga maggioranza. Ma non si voleva, si voleva invece fare soltanto quello che si è fatto: le solite chiacchiere, per fingere di avere ancora una identità di sinistra mentre si persegue ferocemente e pertinacemente una politica economica e monetaria di destra.

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