domenica 13 dicembre 2020

DIECI PER DUE

Per chi ha meno di trent'anni questa precisazione serve: una volta i numeri dei giocatori in campo andavano da 1 a 11, 12 era il secondo portiere e poi le altre riserve. Il 10 era il fantasista, e questo l'avete sentito dire per via di Maradona. Il 9 il centravanti. La numerazione è libera e fissa solo dal 1995, prima lo era solo per i tornei brevi tipo i mondiali, ma anche li di solito i titolari avevano le maglie fino all'11. Non nel 1982, che già da un po' per l'Italia si era deciso per altri criteri. Quindi Paolo Rossi non aveva il 20 perché era riserva, mi spiace anche un po': il post sarebbe stato più romantico.

Anche perché a quei mondiali Paolo non era scontato non dico che partisse titolare, ma proprio che andasse. Fu solo per la cocciutaggine del ct Bearzot (che ricordava ancora bene le sue prestazioni accanto a Bettega nel mondiale buttato quattro anni prima in Argentina, ed era un uomo davvero di altri tempi, di una tempra capace di farsi rimbalzare addosso qualsiasi campagna mediatica) che ci andò e poi partì titolare, e poi restò in campo anche se nelle prime tre partite, in cui furono opachi un po' tutti, di certo non brillò, e poi nemmeno nella quarta quando gli altri si svegliarono battendo l'Argentina del giovane Maradona.

E qui vi tocca una doppia digressione. A causa della scomparsa ravvicinata dei due, è credo la prima volta in dodici anni che in questo blog si parla di calcio per due volte in un mese. Io il calcio non lo seguo da parecchio, non mi piace quello che è diventato diciamo da Berlusconi/Sacchi in poi, ma appunto qui si parla del calcio di un tempo. Inoltre, come per Maradona, e come per altre volte, coccodrilli o no che siano, che mi prendo la briga di dire la mia su un qualsiasi argomento che trovate già disaminato abbondantemente sul mainstream, è solo per dare un punto di vista personalissimo, non certo per fare da inutile eco a cose già sentite. E questa era la prima.

La seconda è proprio a proposito di Italia-Argentina. Anni dopo, il mitico Gianni Brera (un vero letterato che restava tale anche quando scriveva di sport, con una invenzione linguistica dietro l'altra, che peccato che i ragazzi di oggi non abbiano il suo punto di vista, e non solo nel calcio) ebbe a rivelare che il giovane Maradona in quella partita non toccò palla perché marcato a uomo da Gentile in un modo che oggi non si potrebbe raccontare, e forse nemmeno fare: lo rese furente e quindi poco lucido perché a ogni occasione, e senza mai fare fallo, gli si appoggiava contro con le parti intime, che essendo Claudio mezzo africano erano rilevanti anche diciamo così a riposo. Brera per dirlo meglio le chiamò "negritudini": immaginatelo oggi, che la dittatura del politically correct consente di sospendere una partita perché un assistente rumeno (ma dire "rumeno" non è discriminatorio?) per spiegare all'arbitro chi in un nugolo di persone avesse commesso non so quale irregolarità ha detto in romeno "quello negro", che non so nemmeno se in romeno esistono due parole diverse per dire nero e negro, ad esempio in riggitano non esistono, si dice niru se si ha intento sia discriminatorio sia meramente descrittivo. Un giorno o l'altro vi propino un pistolotto tutto dedicato a questa insopportabile isteria linguistica, che pensa di cambiare la sostanza cambiando la forma e di cambiare la lingua per legge, due cose che sono sempre fallite e sempre falliranno, ora torniamo a Pablito e a quando lo diventò.

Mio papà era tifoso di calcio, sfegatato. Ed era uno dei tanti tifosi italiani che allora come adesso non perdonavano ad un allenatore risultati negativi, e pensavano di poter fare la formazione meglio di lui. Quell'Italia aveva pareggiato pure le amichevoli premondiali, e ora le prime tre, passando il turno di culo. E Rossi era stato convocato pur non giocando da due anni, e non stava certo brillando. Quando mio padre lo vide in campo anche contro il Brasile, sbottò. E io, che amavo fin dai tempi del Vicenza quel ragazzo gentile e furbo, capace di sbucare dal nulla quando c'era da metterla dentro, un po' per scaramanzia un po' per sfotterlo gli dissi, letteralmente: "statti zittu, chi oggi Rossi ndi signa tri". Proprio così: tre gol. E ovviamente mio padre fu felice di essersi sbagliato ed esultò con me tutte e tre le volte, rompemmo pure un lampadario saltando a braccia alzate.

Sono sicuro che ciascuno di quelli che c'era avrà da raccontare una sua, di storia, attorno a quell'evento. A me basta di avervela fatta ricordare, raccontandovi la mia. L'Italia campione del mondo si avviava a diventare la quarta potenza economica mondiale, ci sarebbe voluto l'uno-due eurozona-covid per ripiombarci straccioni. Non sapevamo, allora, che la polpetta avvelenata era già in pancia, era lo sgancio della Banca d'Italia dal ruolo di sottoscrittore di prima istanza, e i craxiani che hanno pompato quella crescita con la spesa pubblica dimenticando quel piccolo particolare, forse anche perché troppo concentrati sul proprio tornaconto immediato, avrebbero portato il famigerato debito pubblico dal 30 al 130 per cento in pochi anni. Oggi nemmeno lo dicono più, a quanto è arrivato, nonostante 30 anni di lacrime e sangue e avanzi primari, e a causa delle mazzate sul denominatore fatte in nome dell'emergenza sanitaria. Ma state sicuri che appena alziamo la testa, vaccinati o no, ce lo ricorderanno, MES o non MES. Ebbene quegli straccioni che eravamo negli anni 70, quando un paio di epidemie influenzali superarono i 50mila morti a stagione senza che nessun politico osasse pensare di toccare di un'unghia le nostre libertà, anche perché se l'avesse fatto povero lui, forse sono davvero il nostro futuro. Magari lo fossero in tutto e per tutto, speranze e fierezza compresi. Non serve il fisico, servono coraggio e astuzia, senso della posizione e resilienza per passare le nottate chiamate infortuni e squalifiche, cuore puro e occhi che sembrano tristi e mezzi chiusi ma in realtà sono vispi e vedono spazi che gli altri non vedono, per essere decisivi. Questo ci insegnò Paolo Rossi, ecco perché allora diventò un simbolo, ed oggi lo piangono tutti. 

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