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domenica 12 maggio 2024

EURO-VISIONE

No, probabilmente non l'ha fatto apposta, Angelina nostra, a presentarsi sul palco dell'Eurovision Song Contest in modo da ricordare la bandiera palestinese. Ma le immagini sono tali da suggerirlo con tale evidenza da aver reso la notizia virale, al punto magari di averle tolto consensi al televoto (di cui invece Israele, manco a dirlo, ha fatto il pieno). E siccome ogni occasione è buona per parlare del genocidio in atto in Palestina, eccoci qui a sfruttare persino un evento talmente insignificante per la musica in se che ad esempio in questo blog, in cui pure di musica si tratta spesso, non ne avevamo mai parlato.

L'ESC, infatti, tranne rarissime eccezioni (facendo zapping ieri essendo fortunati ci si poteva imbattere in una irlandese con una carriera davanti, o in una band armena che "poppizzava" un ritmo tradizionale della sua terra, temo unica eccezione - ma la Mango, mi ero chiesto già a Sanremo, perché non ha fatto la Taranta, anziché la Cumbia, della Noia? ah già, perché la canzone l'ha scritta una paracula come Madame...), è un frullato di pop-rock ammericano scadente e tutto uguale, come fossero tutti cover-band scarse degli Abba, con recenti incursioni nel nefando mondo del trap (che poi sarebbe il figlio degenere del rap, avendone perso le radici di sottocultura antisistema, e infatti i testi sono tutti o quasi - dell'ultimo Sanremo togli solo Ghali - banali e inoffensivi). E lo è forse da sempre, a dimostrare meglio di tante chiacchiere che l'Europa NON ha, ripeto NON ha, una sua identità culturale di nessun tipo, e quindi per trovare un minimo comune lo deve cercare fuori da se. Nella musica, in un pop da quattro soldi, appunto, condito da alto volume e coreografie che aiutami a dire kitsch, come nella politica nell'unione monetaria e nei parametri di austerity prima e a dispetto delle differenze politiche e sociali e direi anche degli interessi delle singole nazioni. Che avrebbero tutte, una per una, interesse specifico a demolirla, ma vengono tenute assieme da trattati incostituzionali e antidemocratici, valori superficiali, e in prospettiva (purtroppo di breve termine, temo) obiettivi militari, se è vero come è vero che la strategia sommersa USA è proprio che sia l'UE a impegnarsi in prima persona sul fronte ucraino. Così acchiappando pure i nipotini del fascio che si rimangiano l'antieuropeismo nella fregola di intervenire in aiuto dei nipotini del nazismo impegnati come i loro nonni sul fronte russo. Sperando che non si rimangino pure l'antiebraismo filopalestinese...

A proposito, ma a voi non ha mai fatto strano che Israele, che si trova in Asia perché lo dice il loro Libro che la Terra promessa è lì, debba partecipare all'Eurofestival, ma anche ai campionati europei e alle qualificazioni europee per i mondiali sia del calcio che di tanti altri sport? A me si, sin da quando alla mia Viola Basket toccava incrociare nelle coppe europee con squadre israeliane già allora fatte praticamente di soli giocatori americani... Alla domanda del perché é così, la risposta ufficiale è più o meno che sono europei per valori, e farli giocare contro le altre nazionali della regione non sarebbe proprio il caso per ragioni di sicurezza. Con la stessa logica, visto che il paradigma nella guerra Russo-Ucraina è lo stesso (A scatena una guerra contro B per reagire a degli attacchi non rubricabili come guerra di B) anche se le proporzioni della "risposta" israeliana sono ben più crude sia per efferatezza sia per squilibrio delle forze in campo, la Russia dovrebbe essere ammessa alle competizioni asiatiche e non (come è stato) esclusa da tutte le competizioni a squadre del mondo (a riprova del fatto peraltro che l'asse USA-UE considera il mondo roba sua) e si, anche dall'ESC. Tra l'altro, territorialmente ne avrebbe ampiamente titolo... La risposta reale è invece ben peggiore.

La partecipazione di Israele al festival, la sovraesposizione che la kermesse garantisce (come tante altre trasmissioni TV, si, ma portata all'estremo e oramai da qualche anno) alle persone sessualmente "non binarie" (favorite in quanto tali, non per la musica che fanno: Nemo non vale nemmeno l'elastico delle mutande di Freddy Mercury, e nemmeno di Elton John o George Michael), lo sbilanciamento innaturale (pure rispetto a tempi in cui lo si registra pesantemente a prescindere) della concezione della musica come passatempo scacciapensieri rispetto all'alternativa "dei miei tempi" (mezzo di espressione culturale e veicolazione di contenuti e significati in funzione assieme di recupero delle tradizioni e ricerca di innovazione culturale e sociale), sono tutti segni della estrema rappresentatività della kermesse rispetto a quello che si è deciso deve essere l'Europa. Per chi resiste, un altro ottimo motivo per farlo.

Chiudo con un segno di speranza: due conduttrici, di Norvegia e Finlandia, si sono chiamate fuori all'ultimo momento, per protesta contro le notizie in cronaca (che riassumo così: ti attacco e ti stermino perché non accetti le condizioni della tregua, e quando poi le accetti continuo lo stesso ad attaccare e sterminarti), la prima addirittura, di origini italiane, dichiarando “Il motto di Eurovision ‘uniti dalla Musica’ sembra vuoto in questo momento. Aprite gli occhi sulla verità che è davanti a voi”. Chapeau!

sabato 16 dicembre 2023

LE BUFALE DEL PADRONE 2 - I FEMMINICIDI

Viviamo un'epoca in cui l''attenzione formale a certi fenomeni è inversamente proporzionale alla concreta attuazione di misure che magari potrebbero davvero attenuarli. Un clamoroso esempio è tutta la manfrina sull'identità di genere e il linguaggio politicamente corretto, e il suo di cui chiamato femminicidio. Se n'è accorto persino un blogger ("de sinistra") molto più seguito di me, che è in atto una smaccata operazione mediatica che ha altri obiettivi rispetto alla soluzione del problema di cui sembra occuparsi, e stiamo parlando di uno che la stessissima cosa non solo per la pandemia non l'ha rilevata, ma ha contribuito ad affermarla perculando i dissidenti.

Provo a metterla in piano. Il concetto di "maschile" è "femminile" si è formato in milioni di anni di evoluzione, a partire da differenze fisiche per finire in categorie sociali passando per caratteristiche neurologiche e psicologiche. Negarlo significa negare l'esistenza del nero e del bianco. Ma ammettere il nero e il bianco non significa dimenticare che nella realtà è difficile trovarli, dato che essa non è che una variegatissima scala di grigi, significa non privarsi della possibilità stessa di indagare sui grigi quindi sulla realtà. Ognuno di noi è un mix di maschio e femmina, e nemmeno lo stesso mix in tutta la vita e in tutte le situazioni, e questo basterebbe ad esaurire ogni discussione oziosa su LGBTQ+ e chissà quante altre belle letterine: ognuno è quello che è, è libero di sceglierlo, e non deve essere discriminato per quello che è. Ma nemmeno deve pretendere di imporre la propria ideologia a chi, ad esempio, vuole ancora mettere il nastro rosa davanti alla porta quando gli nasce una femminuccia. No, non è una battuta: hanno già vietato l'utilizzo del rosa e del celeste nelle immagini sui siti istituzionali.

Ma torniamo in tema. Non sto certo dicendo che non abbiamo il diritto e il dovere di mitigare con la cultura quelle pulsioni che ci vengono da milioni di anni di evoluzione: infatti, ben venga lo sport invece della guerra, urlare ai concerti invece che attorno al palo dove stiamo torturando il prigioniero, il gioco dell'amore e del sesso invece che l'appropriazione brutale della donna per essere certi di perpetuare il proprio patrimonio genetico dopo l'affermazione (sempre per ragioni oggettive: la scarsità di territorio e risorse che trasformano gli umani da cacciatori/raccoglitori/nomadi in allevatori/agricoltori/stanziali) del patriarcato. Sto dicendo che quando i cambiamenti culturali accelerano troppo, è da attendersi che siano in molti i singoli per cui si attiva un conflitto interiore difficile da gestire, con conseguenze imprevedibili. In questi casi, pretendere di imporre quei cambiamenti per legge (fino alla ridicola e inutile declinazione linguistica della cosa) non può che peggiorare le cose. Ignorare o dimenticare ciò, fa si che rinunciamo ad agire sull'unico piano che può dare risultati: l'educazione del singolo alla fortezza e all'equilibrio, l'introiezione del concetto filosofico (basilare in una società individualista) che ciascuno di noi è solo e nessuno di noi possiede nessuno mai, al massimo ci percorre un tratto di strada più o meno lungo assieme. Il pensiero "senza di te non posso vivere, la vita non ha senso" è il padre di ogni violenza, non il "patriarcato" che non solo non c'è più, ma che è proprio per non esserci più che disorienta i più deboli e meno strutturati eticamente di noi.

L'immagine simbolo della rubrica "Le bufale del padrone"

E allora perché si blatera di patriarcato e altre categorie sociologiche a due lire, perché si legifera sulla lingua (una cosa che non ha mai funzionato nella storia: la lingua ha la sua evoluzione i suoi tempi e i suoi meccanismi, e l'imposizione per legge non è tra questi), perché si propone di nuove miracolose lezioni scolastiche apposite (e magari nemmeno tanto): perché costa poco o nulla, ed è tanto facile quanto impossibile da misurare per efficacia. Molto più difficile e costoso attivare meccanismi per cui gli individui con problemi vengano identificati per tempo e aiutati ad impedirgli di fare del male a se stessi e agli altri. Bisognerebbe, infatti, andare ad intaccare un sistema di valori diffuso, fabbricato appositamente per neutralizzare il suffragio popolare rimbecillendo gli elettori, in decenni di azione comunicativa concentrica, prima eminentemente televisiva poi ancora televisiva (non c'è programma in cui tali valori non siano propagati, dai talent ai reality passando per Uomini e donne e affini) ma ulteriormente potenziata tramite gli smartphone. Di questo sistema, le donne sono complici dal momento in cui iniziano ad aderire al modello, e sono ancora preadolescenti purtroppo. Gli islamici si accorgono, di questa nostra contraddizione, ma a noi fa comodo rilevare in cosa è il loro sistema di valori ad essere sessista, non in cosa lo è il nostro.

Così, anziché cominciare a demolire questo sistema di valori aberrante, col tempo e la fatica che ci vuole, si individuano (uso ironicamente il femminile dispregiativo) "soluzionesse" a due lire, e si pompano "statistichesse" da nemmeno 18 all'esame di Statistica all'università. No, non ci sono più femminicidi oggi che nel passato, semmai ce ne sono di meno. E no, non c'è più violenza sulle donne rispetto a decenni o secoli fa, ce n'è molto di meno. Certo, si può e si deve ancora migliorare, ma partendo dalla realtà non dalla sua mistificazione strumentale a chissà quale obiettivo di medio-lungo termine del Potere, e agendo sulla realtà non imbellettandola di fuffa.

venerdì 13 maggio 2022

RADIOCIXD 56 - FABRIZIO DE ANDRÉ IN CONCERTO ARRANGIAMENTI PFM

Quando si dice uno spartiacque. Come dice anche Rockol, prima la canzone d'autore e il rock erano due mondi distinti, dopo diventano quasi indissolubili. Prima Fabrizio De Andrè per farlo salire su un palco bisognava menargli, dopo ci è rimasto sopra fin quasi alla fine (facendosi accompagnare sul palco, in quella che sapeva essere la sua ultima tournée, da entrambi i figli). Prima i dischi dal vivo erano registrazioni artigianali dalla qualità dubbia, dopo diventa usuale adoperarli per proporre versioni totalmente nuove e attualizzate di brani storici. E la lista si potrebbe allungare...

Consapevole del fatto di non essere come musicista al livello delle sue stesse idee, Fabrizio si è fatto sempre accompagnare da persone che invece riteneva in grado di sostenerle e valorizzarle. Faccio un elenco volutamente sommario: Reverberi, Piovani, Battiato, New Trolls, De Gregori, Bubola, PFM appunto, Pagani, Fossati. Alcuni li incrociò soltanto per la lavorazione di un album, altri ne influenzarono pesantemente la cifra stilistica a lungo, ma da tutti ha preso qualcosa, tanto che non si può dire che musicalmente parlando esiste "un" De Andrè, come magari pur con le naturali evoluzioni si può dire di altri, ma ne esistono tanti quanti gli artisti con cui ha scelto di collaborare. E chissà quanti altri ce ne sarebbero stati se il fato (o se preferite, le conseguenze di un vecchio vizio non abbandonato assieme ad un altro) non ce lo avesse tolto a 59 anni - l'età mia adesso, per dire...

Nel mezzo di questo flusso, dicevamo, lo spartiacque PFM. Io ero troppo giovane ai tempi di questo tour, ma ho visto quello successivo che ne manteneva l'impostazione, e con Mauro Pagani già sul palco (forse già a preparare la strada al capolavoro assoluto Creuza de mà). In mezzo, c'era stato il rapimento, ma ci hanno fatto pure un film con Marinelli e l'avete visto in TV: meglio ricordare che, dopo, Fabrizio ha perdonato pubblicamente i rapitori, rinunciando inoltre a costituirsi parte civile al processo, a rimarcare ancora una volta che lui "la differenza tra idee e azione" delle donne davanti al Gorilla non l'ha mai avuta.

E ora la consueta tracklist commentata, coi video solo in link e popup (niente schermino) perché gli album in realtà furono due (il successo del primo suggerì l'immediata uscita del secondo) e la lista è lunghissima, una sorta di sguardo d'insieme a tutto il primo blocco di carriera di Faber (al di là degli album singoli, alcuni dei quali abbiamo già trattato):

  • volume 1:
    1. Bocca di Rosa - Tra le tante versioni di questo classico della satira sociale, compresa quella di Ornella Vanoni, questa è forse la migliore, a dimostrare fin dal primo brano la felicità del connubio con gli alfieri del progressive italiano nel mondo. Ma è molto interessante anche quella in napoletano che Beppe Barra spesso ripropone dal vivo.
    2. Andrea - Scritta col giovane Massimo Bubola agli inizi della loro lunga collaborazione, questa canzone notoriamente affianca l'antimilitarismo di tanti altri brani precedenti ad una visione dell'amore a prescindere dal sesso degli interessati che è l'unico modo davvero efficace di affrontare correttamente queste tematiche, altro che l'ossessione lgbt eccetera di moda oggi...
    3. Giugno '73 - Difficile raccontare la fine di una storia d'amore in modo più efficace di così...
    4. Un giudice - Scritta col futuro premio Oscar Piovani, questa famosissima e divertentissima ballata (oggi impensabile, sotto l'imperio del politically correct) è uno dei brani in cui l'arrangiamento della PFM è diventato quello definitivo.
    5. La guerra di Piero - Forse il pezzo antimilitarista più citato della musica italiana, ma purtroppo spesso a cacchio, dimenticando cioè che il protagonista paga con la vita la mancata adesione all'istinto, primordiale, di combattere il nemico credendosi sempre e comunque dalla parte della ragione e percependo lui sempre e comunque come altro-da-sè. Esattamente il contrario di quelli che "siccome Putin è cattivo allora è giusto mandare armi e soldi agli ucraini che combattono dalla parte giusta della Storia" danno ragione a Draghi, magari col 45 giri di De Andrè in libreria.
    6. Il pescatore - Anche questo pezzo è oramai più noto con questo arrangiamento, e anche questo pezzo è tra i più travisati di sempre. Tradotto "in piano", è l'elogio dell'omertà di un (sacrosanto) ozioso, per cui l'assassino prima che essere tale (lo sarà per la società, magari, e comunque per chissà quali ragioni, che alla fin fine sono solo sue) è uno che gli ha chiesto da bere e mangiare perché ne aveva bisogno. E' solo senza dimenticare tutto ciò, che si può legittimamente immedesimarsi nel pescatore.
    7. Zirichiltaggia - Si torna nell'era Bubola (l'album Rimini era uscito da poco), con un pezzo che in qualche modo anticipa il Faber dell'era successiva, col suo testo in lingua sarda (ma, giuro, magari col testo davanti, un calabrese riesce a comprenderlo: potenza del Mediterraneo...) che rappresenta la lite tra due fratelli in merito all'eredità paterna (la "lucertolaia" del titolo è un terreno disastrato e poco fertile).
    8. La canzone di Marinella - Anche di questo brano è più frequente una lettura scorretta (come canzone d'amore) che quella autentica (è ispirato ad un fatto di cronaca, l'uccisione di una prostituta), forse per "colpa" di Mina che per prima lo rese famoso (strappando il Nostro all'avvocatura, come abbiamo raccontato anche di recente) e per ultima lo cantò assieme all'autore.
    9. Volta la carta - Tarantella buboliana a mascherare un testo serissimo, il brano conserva l'impianto originale di Rimini, senza però l'incantevole controvoce di Dori Ghezzi.
    10. Amico fragile - Brano dell'epoca degregoriana, e si sente - anche se la sua genesi è originale e l'ha spesso raccontata lo stesso Fabrizio. La sua versione migliore secondo me ce l'ha data Vasco Rossi al concerto in memoria di Faber (seconda solo ad Amore che vieni e amore che vai di Battiato, che scoppia a piangere e non riesce a finirla), forse perché in fondo parla anche di lui.
  • volume 2:
    1. Avventura a Durango - Cover di Dylan, migliore dell'originale (pur fedele al punto di inserire passaggi in un imprecisato dialetto italico laddove nell'originale erano in spagnolo), a suo tempo forse frutto di strascichi dell'influenza del Principe (che anni dopo canterà l'altra cover dylaniana di Fabrizio, Via della povertà, mantenendo la sua traduzione) - d'altronde, la Pivano a suo tempo dichiarò che non capiva perché si diceva che De Andrè era il Dylan italiano anziché viceversa.
    2. Presentazione - Di Cioccio ai tempi era già assurto a frontman della band, ben oltre l'importanza relativa nel sound della band della sua batteria, in forza della sua faccia di tolla nettamente superiore a quella degli altri. Se siete mai andati a un concerto della PFM (e se no, fatelo, "col catetere" ma suonano ancora), questa presentazione qui vi sembrerà molto sobria.
    3. Sally - Ballata scritta con Bubola, di bellezza struggente (se la gioca con la Sally più famosa, che conoscete tutti) e testo che oggi non sfuggirebbe alla tagliola dei nuovi benparlanti (ma fatela voi una poesia, scrivendo "nomadi di etnia rom" invece che "zingari"...).
    4. Verranno a chiederti del nostro amore - Scritto con Bentivoglio e Piovani come tutto l'album Storia di un impiegato (uno dei dischi più sottovalutati di Faber, e uno di quelli che in un modo o nell'altro torna ricorrentemente a raccontare la cronaca), il brano suona come una gragnuola di schiaffi a ciascuno di noi.
    5. Rimini - Si muove nei paraggi di Piccola storia ignobile di Guccini, usando però un pennello felliniano al posto dell'accetta. E non è che sia meno dura...
    6. Via del Campo - Il brano oggi risulta scritto a quattro mani con Jannacci, ma alla cosa si arriva dopo che entrambi, in epoca diversa e per testi diversi, avevano attinto all'insaputa l'uno dell'altro ad un motivo tradizionale lombardo. Data la caratura dei personaggi, l'accordo fu semplice, e al suddetto concerto in memoria di Fabrizio il brano lo canta Enzo, smozzicato e straziante come solo lui sapeva fare.
    7. Maria nella bottega del falegname - Gli ultimi due brani sono tratti da La buona novella, capolavoro assoluto di cui abbiamo parlato tempo fa, e che la PFM porterà in scena di recente, nel quarantennale del disco in cui avevano suonato quando ancora si chiamavano I Quelli (lasciando fuori il cantante, tale Teo Teocoli...). Questo è bellissimo....
    8. Il testamento di Tito - ...ma questo è un capolavoro assoluto, in cui il ladrone Tito (chissà, forse tra l'altro ispirando Pasquale Festa Campanile per il suo Ladrone molto bene interpretato da Enrico Montesano) snocciola demolendoli i dieci comandamenti. Un testo di quelli che si dovrebbe tenere in casa appiccicati al muro, in cornice.

domenica 25 luglio 2021

DAL VOSTRO INVIATO

Ma dimmi tu se a un anziano comunista doveva toccare di sperare che sia un voltagabbana acchiappaconsensi (è per questo che fa il razzista quando lo fa, come per tutti gli altri ruoli che indossa) come Salvini a moderare gli aspetti peggiori del Green Pass o del DDL Zan! Eppure, con le proprie istanze oramai escluse da ogni rappresentanza parlamentare, dopo anni che era sembrato che addirittura tornassero in auge grazie al m5s (quei traditori!), davvero non c'è altro da sperare - o credete davvero che raccogliere 50mila firme con una petizione online o raccogliersi in poche migliaia in piazza possa servire a qualcosa?

Certo, firmiamo l'appello di milleavvocati.it, e vediamoci in piazza del Popolo il 24 luglio alle 17.30 con gli "stopdittatura" (vedi in fondo - niente versetti covidici stavolta - il videoreportage originale girato di persona personalmente) o il 28 luglio alle 20 all'evento organizzato dal Comitato Libera Scelta di Armando Siri (altro leghista, peraltro convinto sostenitore della flat tax: nelle guerre civili davvero non sai chi ti trovi come alleato...), ma intanto prepariamoci privatamente al peggio: è ormai talmente evidente quali erano gli obiettivi dell'oligarchia mondialista ben prima che si risolvesse a usare il virus del raffreddore come arma finale, e la loro feroce determinazione e enorme sapienza nell'utilizzo degli strumenti della propaganda, che è illusorio pensare che si fermino da soli o davanti ad ostacoli come questi. No, in questi casi l'unica strategia possibile è l'ancestrale, e ben noto a noi terroni, "calati juncu ca passa la china": a piena passata, se grazie a questa strategia saremo ancora vivi, ci guarderemo attorno e vedremo chi c'è ancora. Non certo i milioni di plurivaccinati, che non hanno capito che quello che gli iniettano è esattamente ciò che li renderà più vulnerabili allo "snap di Thanos", e non avranno il tempo di capirlo mentre lui prepara le dita.

Noi invece la colletta da 18 mesi per
questo losco figuro e i suoi sodali la
facciamo già: si chiama canone Rai.
Non c'è speranza perché la narrazione falsa e liberticida è stata imposta con tale sapienza che l'hanno accolta quasi tutti, ognuno di noi sempre più pochi resistenti (dopo la vile reprimenda di Draghi, che in un mondo normale doveva avere come unica conseguenza le sue dimissioni e la cacciata con onta dalla vita pubblica, un altro fiotto di resistenti si è accalcato per la punturina - vile e illogica: se i vaccini funzionano, i non vaccinati possono contagiarsi solo tra di loro, e se non è così i vaccini non funzionano) è letteralmente circondato di amici e parenti che reputa(va) intelligenti e colti che invece, come zombi, ripetono la canzoncina e danno il loro consenso convinto al regime in costruzione. Uno di questi, ad esempio, era tutto fiero della battuta postata su faccialibro "Che poi gli va anche bene, che chiedano di esibire solo un QR. Che se gli chiedessero anche il QI…", senza nemmeno accorgersi che tacciare chi non la pensa come te di scarsa intelligenza è non solo infame, è anche segno di scarsa intelligenza. Un altro invece si è inventato, o ha solo riportato vallo a sapere, un pistolotto in cui si paragona chi non vuole vaccinarsi a chi non vuole i semafori, senza nemmeno accorgersi che così dà valore di verità elementare a qualcosa che chi l'ha prodotto non se la sente di dargliela, al punto che ha preteso dagli Stati la liberatoria di responsabilità sennò non gli vendeva niente, e gli Stati la pretendono dai cittadini come per un intervento chirurgico, con in più i mezzucci per farti operare per forza senza nemmeno avere il coraggio di obbligarti assumendosene la responsabilità. Amici miei, vi vju e vi chiangiu (letteralmente "vi vedo e vi piango": come nella famosa scena del Poseidon i pochi che seguono il prete verso l'unica strada logica per la salvezza ai tanti che scelgono di restare con gli ottusi responsabili della nave che affonda).

"... e poi la pandemia è rallentata grazie ai vaccini,
e comunque coi vaccini i sintomi sono meno gravi"
Tra di essi, i peggiori sono quelli di sinistra, che per continuare a sentirsi tali mentre plaudono alle retate in fieri si lasciano sedurre da finte battaglie ideologiche come quella sulla libertà di identità sessuale, che in pieno stile di regime col DDL Zan si trasformerebbe da libertà di essere come si vuole a divieto di pensarla se non come vogliono loro, con tanto di sanzioni penali e propaganda nelle scuole (e morte dello sport femminile, se passa questa assurda linea nonostante sia giustamente stigmatizzata da una fiera pioniera delle lesbiche come Martina Navratilova). E non trovano nemmeno un po' strano essere orgogliosi di un governo guidato da un tecnocrate monetarista, da anni impegnato nella costruzione di un sistema oligarchico e liberticida, che sta usando e userà sempre di più e con minori remore il grimaldello dei fondi europei al solo scopo di ultimare la distruzione degli ultimi scampoli di quella società libera e inclusiva per cui essi stessi sfilavano fino a qualche anno fa ("chi non salta Berlusconi è") e per cui i loro avi hanno lottato per decenni. Se ne accorgeranno, forse, quando l'ineffabile UE presenterà il conto da pagare e gli toglieranno il lavoro, la casa e i risparmi. Dico forse non perché speri in una recrudescenza di intelligenza e consapevolezza, ma perché non è detto che ci arriveranno vivi: i vaccini di certo (per loro stessa ammissione) non contengono niente in grado di combattere il covid, ma forse invece contengono qualcosa in grado di rendere più vulnerabili a qualcos'altro, che poi chiameranno variante e una lettera greca qualsiasi, e diranno che l'hanno messa in giro i non vaccinati. Anche se rimaniamo in quattro gatti...


domenica 29 dicembre 2019

SIAMO DEI

Prometeo che ruba il fuoco a Giove e ne viene
punito: cattolicuzzi, vi ricorda qualcun altro?
Una delle canzoni più "avanti" di Lucio Dalla, Siamo dei del 1980, era così avanti che presto lo stesso autore, che nascondeva le sue preferenze sessuali meglio della sua religiosità, le restò indietro e smise di eseguirla. In essa due personaggi, entrambi interpretati da Lucio grazie a un lieve ma riconoscibilissimo cambiamento di vocalità, inscenano un battibecco tra Uomo e Dio, con quest'ultimo che alla fine soccombe alla dialettica dissacrante (perlappunto) del primo.
Il brano lo potete sentire in fondo, ma questa non è la decima recensione di radiocontroinformoperdiletto, qui non si parla di musica, è solo il pretesto per introdurre, ad accompagnarvi nel passaggio tra un anno e l'altro (che tutti crediamo fatidico, tutti essendo del tutto irragionevoli) raccomandandovi la lettura di due post altrui che parlano, in modo completamente diverso, entrambi di Dio. Aiutandoci ad esemplificare quella difficile strettoia che resta tra il precipitare verso l'acritica assunzione di verità stabilite da altri, quasi sempre con fini tutt'altro che nobili, e il ricadere nel peccato opposto, l'arroganza di divinità conferita a noi stessi e alle possibilità a noi schiuse dalla tecnologia. Che poi è esattamente quella in cui gli artisti riescono talvolta ad infilarsi e passare in agilità, come appunto Dalla nel brano succitato.
Il primo post è il mirabile Regalo di Natale (con ammennicoli vari...), in cui Carlo Bertani riesce a riassumere in pochi capoversi la storia del cattolicesimo, racchiudendo sia la critica ad una festa posticcia e rubata ad altri culti (quale è quella che abbiamo appena festeggiato, abboffandoci e riempiendo talmente di regali i pargoli da fare loro perdere del tutto la capacità di apprezzarli), sia il rimpianto per quello che comunque a un certo punto era arrivata a significare, lei e tutta la religione di cui era la bandiera. E senza contraddizione, leggere per credere. Perché non c'è contraddizione tra dichiararsi atei e mantenere una propria spiritualità e dimensione religiosa, come pure tra saper discernere nella vicenda di Cristo tra episodi verosimili storicamente e mito e saper riconoscere la validità del messaggio cristiano (e quali e dove siano i suoi veri nemici).
Il secondo è l'agghiacciante Correggendo Dio, con cui Stefano Re ci aggiorna sugli sviluppi della ingegneria genetica applicata su piante, animali e esseri umani, ribadendo l'urgenza di disciplinare, e rigidamente quanto efficacemente, un campo che altrimenti resta sottoposto alle soli leggi del mercato, vale a dire all'arbitrio di "chi può". E, si noti bene, lo fa dichiaratamente da ateo. Il problema sorge sempre dove la tecnica corre troppo più veloce della comprensione teorica. Sappiamo, ad esempio, che esistono tecnologie in grado di influenzare il meteo, e che sono talmente a buon mercato che è praticamente impossibile sapere davvero quanto e da quanto tempo si stiano utilizzando. Ma sappiamo anche che il complesso di variabili in gioco nella circolazione atmosferica è talmente enorme che nemmeno i calcolatori di oggi, milioni di volte più potenti di quelli di decenni fa (e quindi probabilmente nemmeno quelli di domani, altri milioni di volte più potenti), sono in grado di elaborarli in modo da darci previsioni del tempo decenti oltre il brevissimo termine. Di conseguenza, possiamo star certi che anche il governo più illuminato, mosso dal più integerrimo e adamantino degli intenti, se decidesse di attuare interventi per far piovere di più o di meno, non ha la minima idea, e se dice di averla mente, di come andrà a finire nel medio o lungo termine, se ciò alla fine provocherà siccità o alluvioni. Bene, con la genetica la faccenda è ancora molto ma molto più complessa e pericolosa. Un esempio? Chi non sarebbe d'accordo ad eliminare da oggi a domani le zanzare? A che servono quei maledettissimi insetti, se non a toglierci il sonno nelle notti d'estate? Bene, siamo tutti d'accordo, un plauso al genetista che ha trovato il modo di sterilizzarle, via: estinte. Ma magari, nel giro di pochi anni, l'effetto farfalla porta carestie talmente grandi che innestano una serie di conflitti che al confronto quelli di oggi sembrano scaramucce. Esagero? Forse. Ma resto d'accordo con chi sostiene che ci sono cose che non si possono lasciare al mercato.
Buona fine e buon principio a tutti i miei (pochi) restanti lettori.

martedì 9 luglio 2019

ABBIATE PAZIENZA...

Meglio precisarlo in didascalia: è un fake, pure annoso,
e qui si parla di come e perché pure io ci sono cascato...
Avendo finalmente, seppur ahimé tardivamente, appreso quante volte il buon Covatta si è dovuto dissociare da una falsa dichiarazione a lui attribuita a cominciare da alcuni anni fa, si deve ammettere che Giobbe nel suo caso è proprio un nomen-omen, vista la pazienza che deve avere a ricominciare da capo ogni volta che il fake riciccia.
Come sa chi mi segue, passo parecchio tempo a documentarmi prima di completare i miei post (perciò fin troppo zeppi di link di approfondimento), non ho mai avuto Twitter perché penso che l'estrema sintesi sia nemica giurata della ponderazione impedendone anche il minimo sindacale, non uso Instagram più o meno per la stessa ragione, e lo stesso Facebook, che ho talmente dall'inizio da possedere il profilo con la url cugino, dopo i primissimi tempi lo uso solo come vetrina per i post di questo blog, e poco altro. Se condivido qualcosa, quasi sempre è un brano musicale che mi ha fatto piacere riascoltare e voglio fare rigirare. Il fatto che uno così sia cascato così malamente nell'incidente, condividendo al volo il post di un amico senza fare alcuna verifica, è una ulteriore dimostrazione della pericolosità del mezzo. Ho chiesto scusa pubblicamente e giurato che non lo faccio più, anche se ripeto già lo facevo poco e niente, e promesso a un mio amico che mi chiedeva di cancellare la condivisione che avrei fatto di meglio: avrei lasciato in evidenza la mia figura di cacca, e poi spiegato con calma come ho potuto farla, perché, e cosa invece ne pensavo della faccenda. Ed eccoci qua.
Diciamo subito che due fattori hanno giocato a fregarmi, anche se non invoco una discolpa se non parziale: la verosimiglianza complessiva del testo falso, e il fatto che rappresentasse in qualche modo la mia opinione e pertanto ero piacevolmente sorpreso che fosse anche quello di una persona che stimo (lui magari non se lo ricorda, ma ci siamo anche conosciuti, cenando assieme in un dopoteatro trentino grazie a un amico comune). Anche perché, per quel poco di conoscenza diretta di africani che ho (molto poco, rispetto a lui, ma non nulla), so di gente fiera e orgogliosa che ringrazia per gli aiuti che può usare per fare qualcosa per rendere i luoghi natii un posto da non abbandonare necessariamente. E il falso Giobbe non è il primo a notare la differenza già fisica tra i passeggeri dei barconi e gli africani delle realtà più disperate.
Con ciò non sto dando di certo ragione alle uscite cafarde di Salvini, a cui non perdono non solo razzismo e volgarità (cui ha solo cambiato oggetto, dai meridionali agli extracomunitari), ma nemmeno anni di contiguità col berlusconismo (di cui l'essere pro-Tav e incline al tangentismo sono strascichi importanti) e soprattutto direi l'aver partecipato al golpe notturno con cui fu inserito il pareggio di bilancio in Costituzione (unica riforma costituzionale nella storia italiana ad aver avuto la maggioranza qualificata necessaria ad evitare il referendum confermativo): senza ripudiare tale abominio, ogni abbaiata alla Unione Europea non è che vuoto teatro. Ma poco importa che gli dia ragione io o meno, se proprio grazie a quelle uscite raddoppia le percentuali in un anno, e poi continua a salire nei sondaggi. Non può essere tutto frutto di abile propaganda manipolatoria, e non solo perché la maggior parte delle leve di quest'ultima stanno ancora saldamente nelle mani della controparte. Ci devono essere delle ragioni sostanziali di fondo, e non volerle vedere ci condanna a subirle senza poterle combattere.
Carlo Bertani qui tra le altre cose ci ricorda che "...nel 1960, la capitale della Nigeria, Lagos, aveva solo 350.000 abitanti. Era più piccola di Newark. Ma Lagos ora è sessanta volte più grande, con una popolazione di 21 milioni...". La pressione demografica dell'Africa è insostenibile: a chi propugna l'accoglimento di tutti quelli che arrivano, chiederei "e quando saranno milioni? ti andrà bene lo stesso? ok, oggi non lo sono, ma esiste una soglia d'allarme secondo te? e qual'è?". Ecco che allora la retorica dell'"aiutiamoli a casa loro" può suonare diversa, se declinata nel dettaglio: costringere la Francia ad abbandonare la sua moneta coloniale (che fra l'altro costituisce, quella si altro che i minibot, una violazione palese ed enorme dei patti Euro) e le prassi neocoloniali ad essa connesse, interrompere lo sfruttamento delle miniere di metalli rari (cosa che comporta l'interruzione dello sviluppo in progressione geometrica della tecnologia degli smartphone e del relativo mercato - significa, in soldoni, che dovete tenervi il telefono finché funziona, e smettere di rincorrere funzioni sempre più avanzate, siete disposti? no? siete tra le cause del problema, e sostenere la Rachete non vi salva l'anima), smetterla di finanziare dittatori e regimi che si arricchiscono a scapito delle loro popolazioni (quindi anche smetterla di vendergli armi, ché continuiamo dai tempi di Alberto Sordi), ritirare i contingenti militari da tutti i teatri di guerra e rifondere i Paesi in cui ci siamo ingiustamente immischiati (Libia in primis, anche se non possiamo resuscitare Gheddafi), eccetera - che la lista è lunghissima. E' vero che snocciolare le cause non deve servire da alibi per negare l'assistenza ai bisognosi, ma è anche vero che dimenticarle ci rende strabici, incapaci di vedere che i bisognosi che arrivano sotto le nostre coste si trovano in situazioni di pericolo perché qualcuno, a conoscenza delle norme giuridiche e delle ragioni etiche che costringono al salvataggio, ce li mette, così configurando una fattispecie di "procurata emergenza" che dovrebbe costituire un reato penale specifico, mentre tutto il resto del continente africano o quasi è in condizioni di bisogno ancora più grande ma siccome è fuori portata possiamo rinunciare a combatterne le cause, anzi addirittura a cercare di capirle (e di capire quanto siamo complici tutti).
Ecco che allora è legittimo chiedersi il perché e il come alcune ONG si siano messe a pattugliare il mare per raccogliere gente, così di fatto modificando il "mercato" degli scafisti, che non devono più trovare barconi in grado seppur a stento di completare la traversata, ma gli basta qualsiasi natante in grado di portarli al largo, nelle acque pattugliate dai "volontari". Cosa c'è dietro?
Non occorre postulare l'esistenza di un Grande Vecchio per comprendere come tra le tendenze naturali del capitalismo, che lo rendono vincente proprio perché corrispondente alla natura umana profonda, c'è quella di pagare sempre e comunque il meno possibile i fattori di produzione, per cui tra questi ultimi "vincono" quelli maggiormente in grado, storicamente e/o momentaneamente, di "farsi rispettare". Il fattore lavoro è il più debole tra i tre, perché il più legato a esseri transeunti in carne e ossa, per cui richiede più fatica e cura per risultare protetto. La globalizzazione aveva tra gli obiettivi, e ha tra gli effetti, proprio quello di fare saltare il più possibile e il più presto possibile queste protezioni, che erano state concesse a risarcimento di una tragedia immane come la seconda guerra mondiale e in virtù di una dialettica tra sistemi alternativi che ha avuto riflesso all'interno dell'Occidente (nelle lotte sindacali) finché aveva senso al suo esterno. Infatti, finita l'URSS e allargatesi a est l'influenza occidentale, anche tramite l'allargamento della UE, è iniziato il processo di livellamento verso il basso della retribuzione del lavoro a livello mondiale. La strategia non è segreta, si chiama "replacement migration", e chi la propugna non ne fa mistero: ad esempio la tipa che hanno messo a capo della BCE, quando era al comando del FMI non temeva di sfoggiarla. Messa in piano, suona più o meno così: noi crediamo di essere individui evoluti, ma siamo solo tipi viziati, coi nostri diritti la nostra cultura il tempo libero eccetera, tutte cose che dobbiamo mollare, ma siccome è dura toglierle ai vecchi o comunque a chi tende a considerarle acquisite, intanto le tolgono ai nostri discendenti, che non sapranno mai che sono esistite quindi non se ne lamenteranno, specie se intanto li dotano di mezzi di "divertimento" sofisticatissimi, e pian piano pure a noi, che peraltro nel frattempo invecchiamo e moriamo. E' un meccanismo efficacissimo, di cui fanno parte sia le innocue (e anch'esse "divertenti" nel senso etimologico del termine, facendoci guardare altrove) concessioni sul piano dei cd. diritti civili (tra cui non a caso l'ideologia gender, tra l'altro tendente ad abbassare ulteriormente il già minimo tasso di riproduzione degli occidentali), sia i solleticamenti pietistici artatamente prefabbricati tramite il fenomeno migratorio che ci mettono in scena davanti.
Così noi ci dividiamo tra buoni e cattivi, però i pomodori e la frutta a prezzi accessibili piacciono a tutti, e i cellulari nuovo modello ogni anno pure, e come si chiama questa nuova pianta che consente di creare tessuti leggeri resistenti ed economici? cotone? certo, va coltivata in piantagioni amplissime, ci vuole tanta manodopera a basso costo... Capita l'antifona? siete schiavisti del cavolo, anche se vi impietosite davanti al telegiornale, se non cambiate modello culturale ed economico e cercate il modo di imporre quello alternativo al capitalismo ordoliberista globalista consumista, con pazienza e fermezza.

lunedì 23 luglio 2018

L'AVVENTURA DI UN RICCO CRISTIANO

Vediamo chi azzecca senza googleare di cosa è parafrasi il titolo
Come i lettori più affezionati sapranno, sono un appassionato di basket ma lo sport che ho scelto e pratico da una vita è il tennis. E' che ognuno è fatto a modo suo, e la distinzione tra sport di squadra e sport individuali è un autentico spartiacque, che dice immediatamente qualcosa delle persone che hanno scelto con decisione l'uno o l'altro percorso. Chi, ad esempio, detesta come me non essere personalmente responsabile nel massimo grado possibile della riuscita delle proprie attività, probabilmente preferirà cimentarsi in discipline sportive dove il risultato non dipende anche da altri (o se la volete vedere dall'altro punto di vista, non è possibile anche solo pensare che se non è andata bene dipende da errori dei tuoi compagni) come la scherma, la boxe, o appunto il tennis (e anche qui, limitando la pratica del doppio...); al limite, volendo escludere dalle variabili anche la prestazione dell'avversario, in discipline come il tiro con l'arco dove se fai tutti centri al massimo uno può raggiungerti ma non superarti.
Ragionamenti così possono tornare in mente quanto la cronaca, sportiva e non solo, è dominata dalla notizia che un certo campione, oggettivamente una spanna sopra tutti gli altri al mondo (tranne uno, ma la cosa è controversa), è stato ingaggiato a suon di milioni di euro da una squadra che, già detentrice del primato di scudetti nostrano, ha vinto di fila gli ultimi sette, senza però riuscire a ripetersi a livello europeo. Già, perché il Robin Hood che è in noi non può non attivare la modalità Gufo per rammentare, ai tifosi che già vedono la propria beneamata squadra vincitrice dell'ennesimo campionato italiano in accoppiata alla tanto agognata Champions League, non solo che negli sport di squadra un campione non sempre riesce a fare da solo la differenza (altrimenti Portogallo e Argentina si sarebbero divisi tutti i trofei internazionali degli ultimi anni) ma anche che non sempre l'apporto in un collettivo rodato di un individuo fuori scala conferisce un valore aggiunto proporzionale, e anzi talvolta può addirittura togliere qualcosa al valore complessivo della squadra. Insomma, vuoi vedere che proprio quest'anno che non possono proprio fare i consueti proclami agostani, la Roma o il Napoli, che si sono suddivise equamente il secondo posto negli ultimi sei anni, riusciranno a vincere l'Invincibile Armata bianconera, magari proprio perché i suoi equilibri interni ne sono risultati compromessi? Lo so che adesso mi sono attirato gli strali dei tifosi partenopei e capitolini, più scaramantici di una media già alta, ma ho calcolato il rischio: questo blog non è seguito prevalentemente da calciofili, e inoltre come qualcuno avrà già capito non è di calcio che voglio parlare.
Il capitalismo degli ultimi 40 anni, per aver rinunciato a governarne per via politica le tendenze innate, o se preferite per avere sussunto a verità scientifica il suo portato ideologico, ha riscritto progressivamente la società, sia a livello mondiale che a cascata nei sottolivelli, su un modello che tende a ottimizzare i risultati solo per una percentuale minima di persone, livellando verso il basso quelli per la restante enorme quota. Gli esempi sono ennemila, mentre scrivo decido se farvene o lasciarvene la ricerca come esercizio, ma il risultato finale è noto: la cosa non funziona. Può sembrare, che funzioni, a chi abbia il punto di vista dei beneficiari (e infatti loro questo fanno, attraverso il mainstream e i politici a libro paga: fare assumere ideologicamente ai "poveri" il punto di vista dei "ricchi", di modo che i primi agiscano nell'interesse dei secondi), ma anche per loro prima o poi arriveranno i guai. E non ci sarà nessuna rete sociale e salvarli dal precipizio, perché è esattamente quella, ad essere stata distrutta dal liberismo.
Quando Boeri parla di immigrati e pensioni, decreti governativi e loro impatto reale sul quadro occupazionale, lo fa considerando un dogma quella che è solo la teoria economica dominante, mentre invece la politica ha esattamente il compito (e il fatto che se ne sia dimenticata, è esattamente il problema da cui nasce l'affermazione dei cosiddetti populismi) di decidere quale teoria economica sia da applicare al periodo contingente - altro discorso è che il governo gialloverde abbia o meno la volontà e la forza di andare fino in fondo nell'attuazione di questo compito, ma finché ci prova i vertici amministrativi hanno l'obbligo di allinearsi o dimettersi, perché la loro terzietà di tecnici che non farebbero che applicare principi sovrastanti a quanto opinabile politicamente è solo presunta e sedicente. La verità è che gli immigrati "ci pagano le pensioni" solo finché restano semischiavi sottopagati che appena possono scappano, perché invece i tanti schiavi essendo in nero non ci pagano niente, e loro quando finalmente potessero essere pagati quanto giusto, cioè quanto un italiano accetterebbe (ma sono sempre di più gli italiani che già accettano paghe da semischiavitù, altroché), non andrebbero più via e poi gli si dovrebbe pagare una pensione decente anche a loro. E che tutelare in qualche modo dagli abusi del lavoro temporaneo finisce per far calare l'occupazione solo se si tollera, e anzi si difende quasi fosse un principio sacro, la concorrenza al ribasso nel mercato del lavoro come prassi consolidata per la competitività delle imprese: la politica invece avrebbe dovuto e dovrebbe stabilire, a livello europeo e sennò italiano (nella UE chi non rispetta le regole non siamo noi), un tetto minimo come soglia per adottare un sano protezionismo nei confronti di chi non la rispetta. Altrimenti, caro Boeri, cari quadri intermedi e professionisti che lodate la flessibilità del lavoro altrui protetti dai vostri lauti guadagni, prima o poi finiranno le risorse pure per alimentare questi ultimi, e sarà stata anche colpa vostra.
Ma per capire bene la portata del dramma bisogna salire in alto, bypassando il dentista che lavora associato per reggere la concorrenza dei low-cost e però loda il jobs act perché intanto suo figlio così lavoricchia, il grand-commis che non vede che a forza di erodere il pubblico impiego non ci sarà più posto nemmeno per lui, o il giornalista che da eco al vangelo liberista perché è già precario e se non lo fa lui troveranno facilmente un altro che lo fa al posto suo e ad ancora meno: loro sono rotelline, unte solo finché serve, di un ingranaggio che se non bloccato finirà per portare tutto il potere, economico e non, nelle mani di pochi uomini al mondo. Si, è di nuovo la storia dell'uno per cento contro il novantanove, ma le proporzioni e le declinazioni del fenomeno sono ancora più estreme. Non so se lo avete già letto da qualche parte: pare che sia in fase avanzata la possibilità di fare un back-up totale della coscienza di un individuo, che così in qualche modo sopravviverebbe alla morte del suo corpo fisico, e che i ricconi stiano già approfittando del fatto che loro possono permetterselo. Jobs per sua sfortuna l'ha lisciata, ma magari Gates ci sta pensando, o Bezos o Zuckenberg o Musk, che ne sappiamo? A parte gli aspetti filosofici, del tipo ma siete sicuri che questa coscienza possa continuare a pensare "io" in continuità col morto senza mentire a se stessa, si tratta di una esasperazione aberrante di una sintassi già ben presente a vari livelli: tolti i diritti economici fondamentali, pratici ed effettivi, i diritti civili non sono che teorici enunciati in realtà a disposizione soltanto degli abbienti, e in proporzione alla loro abbienza. Ed ecco che si consentono per legge i matrimoni gay (o le adozioni, o l'utero in affitto, eccetera), ma si toglie di fatto la possibilità materiale di mettere su casa e figliare a chi, etero o meno, non abbia risorse della famiglia d'origine a cui attingere: in pratica un progressivo assottigliamento di fatto a fronte di un reciproco ampliamento di diritto della fascia di persone che possono permettersi certe cose. Già prima di finire di smontare la sanità pubblica, e se non li si ferma lo faranno presto, sempre più gente smette di curarsi, ancora di più di fare prevenzione, e intanto i progressi della scienza medica illustrati dai media sono però appannaggio di fasce sempre più strette di "gente che può". Ed ecco che rientra in tema Cristiano Ronaldo: pare che il campione si sia potuto permettere grazie alla tecnologia una adeguata discendenza, cosa impossibile a chi pur amando i bambini più delle donne non abbia un conto corrente adeguato. Pare di ascoltare la vecchia barzelletta napoletana col figlio che si dichiara gay e il padre che lo interroga retoricamente sulle sue condizioni economiche per poi giustamente derubricarlo a ricchione. Il fenomeno può essere rappresentato adeguatamente guardando alle automobili: sempre più care e sofisticate quelle per i pochi, sempre più vecchie ed interdette al traffico per motivi "ecologici" quelle degli altri. La mobilità non è (più - nuovamente) un diritto di tutti ma un privilegio di pochi, chi ha ereditato o si è potuto comprare la casa in centro non deve far certo il pendolare e in caso si può anche permettere la fuoriserie elettrica, in periferia si fottano, affollino i mezzi pubblici e respirino smog.
A fermare questa e altre derive simili è stato chiamato il governo "populista". Sul se ci riuscirà o meno, ho già detto: dipende se ha il coraggio o meno di pretendere una trasformazione radicale dell'UE o sennò di uscirne. E' più facile prevedere questo piuttosto che se la Juventus col nuovo innesto si sia rinforzata al punto di confermare le aduse vittorie aggiungendone di nuove, ovvero rischi di vedere rovinati i suoi equilibri. Invece, restando nello stesso portafoglio (anzi, a pensarci bene, se non è fumo negli occhi ben architettato è una straordinaria coincidenza...), che l'Italia non avrebbe più avuto una sua industria automobilistica era scontato anche prima che i guai di Marchionne non sancissero il passaggio del volante in mani straniere, ora anche formalmente.

domenica 27 maggio 2018

19 - EVERGREEN

Gli occhi verdi più famosi della storia della fotografia, al tempo
perfetti per strappare il nostro consenso una guerra senza fine...
Per apprezzare meglio il racconto numero 19 (coraggio, ne mancano due o tre) di Chi c'è c'è (mia prima e unica opera di narrativa fino all'uscita di Sushi Marina nei prossimi mesi) bisogna ricordarsi che è uscito nel 1999 ed è stato scritto l'anno prima. Non era di moda il superamento delle identità sessuali. Che, tra parentesi, è cavalcato in questi anni bui da chi vuole farsi spacciare per progressista mentre ci rispedisce in massa nel sottoproletariato. L'astronauta il cui sogno è intercettato dal geestre che ci ha letto tutti i racconti è un anziano biologo brasiliano gay non dichiarato, ma per mezzo racconto la cosa non si capisce, come per Stella di mare di Lucio Dalla manco dopo la millesima volta che la senti.

(Abbiate pazienza, del governo parlerò solo se lo fanno, o se invece hanno la faccia tosta di non farlo, con il primo Presidente della Repubblica della storia italiana che usa davvero le sue prerogative sulla scelta dei ministri per mettere i bastoni tra le ruote fino alla fine, e magari con successo, che viene giusto dopo il primo suo collega a farsi rieleggere per impedire che vada al suo posto uno meno compromesso coi padroni del vapore. Ma se non si incazzano i ventenni, cosa volete mai da un cinquantenne abbondante?...) 

19 - EVERGREEN

Arancio. Rosso. Blu. Bianco. Giallo. Nero. Oro. Argento. Viola.
Verde.
Nei miei occhi lampi di luce colorata, globi luminosi che esplodono in scintille iridate, ed i ricordi fluiscono, inarrestabili… La musica è assordante, le strade colme di gente in festa, coriandoli, balli e danze, ritmi antichissimi, piume e lustrini, ed un odore di trasgressione, di divertimento ad ogni costo.
Non ho mai condiviso in pieno questa atmosfera di festa obbligata, non mi sono mai sentito parte di questa massa urlante, dondolante, trasognata, isterica. Tuttavia, quel giorno ero lì, ad osservare, tra il divertito e l’annoiato, la sfilata delle scuole di samba, a Rio. Era l’occasione giusta per lasciare moglie e figli a casa, senza destare sospetti.
Verde.
Improvvisamente, il verde delle nostre foreste, che i miei pennelli non erano mai riusciti a riprodurre, illuminato da riflessi d’oro, e sottolineato da un contorno blu. Era il verde dei tuoi occhi, che incrociarono i miei per un attimo interminabile.
Ti osservai a lungo, mentre tu, imbarazzato, distoglievi lo sguardo. Un lungo fremito scivolò lungo la mia schiena, mi raggiunse le gambe, poi risalì fino alla fronte, mi fece socchiudere gli occhi, come per un capogiro.
Sparisti.
Proprio quell’attimo fu sufficiente per perdere la tua immagine tra la folla, lasciandomi in preda all’inquietudine, allo smarrimento. Ma non è facile che io mi dia per vinto!
Così continuai a sbirciare ovunque, tra i colori, cercando quel colore che, solo, poteva portarmi da te. E, come per miracolo, ti ritrovai.
Spintonai decine di persone accaldate, mi feci strada tra gruppi festanti, urlai per avere largo, mentii spudoratamente per oltrepassare un controllo di polizia, e ti raggiunsi. Il tuo sorriso divertito fu il premio più bello, superiore ad ogni ragionevole speranza.
Non ci furono commenti, non ci furono spiegazioni, non ci furono giustificazioni banali. Solo domande, da parte mia e tua, domande a torrenti, a fiumi, come se avessimo dovuto raccontare in un solo giorno tutte le nostre vite passate. E quanta complicità, fino da quel primo momento, che da allora in poi non ci avrebbe mai abbandonato.
Divenimmo ben presto inseparabili. Passavamo insieme ogni momento libero, parlando, parlando, parlando, e guardandoci. In casa dicevo che era per lavoro. D’altronde, fare il biologo molecolare è una missione, come salvare l’Amazzonia. Nel mio caso le due cose si identificavano: lavoravo per l’ONU, già allora. E spesso mi attardavo sui microscopi elettronici. Ma ultimamente lo facevo di meno e lo dicevo di più.
Ricordo quando mi facesti notare che il verde della foresta dentro alle lenti dei miei strumenti non si vedeva: me lo dicesti senza rabbia, sorridendo. Ed io alzai lo sguardo. Verso la finestra, verso di te. Verso il tuo sorriso.
Ah, il tuo sorriso! Cercavo tutte le occasioni per farti ridere. Soprattutto per quel tuo modo di scuotere la testa e per quel tuo gesto istintivo di scostare i capelli dalla fronte. Hai sempre ripetuto quel gesto, ogni volta che hai riso, ed ogni volta, anche dopo tanti e tanti anni, non ho potuto reprimere un fremito di tenerezza.
Passarono i mesi, anzi volarono, e mentre io ero sempre più innamorato e svanito, tu restavi sereno e tranquillo, come se non avessi capito nulla, come se stessi aspettando. Aspettavi, infatti, e ti sarò grato per sempre di aver prolungato quell’attesa, ed avere, così, dilatato enormemente il piacere che mi ha regalato il tuo primo si.
Mi ricordo distintamente quella sera, a casa tua, dopo una cena in cui mangiammo sconsideratamente di tutto. Ridevi, con quella tua risata fragorosa, contagiosa, ed io ti scostai i capelli della fronte, prima che fossi tu stesso a farlo. Allora mi prendesti la mano, e la accarezzasti a lungo, con attenzione, e per me tutto svanì, languidamente, nel verde dei tuoi occhi.
Amore. Completo, totale, irriproducibile, inspiegabile, delirante, infantile, eterno.
I tuoi occhi divennero il mezzo tanto a lungo cercato per esprimere la mia arte. Cominciai a dipingere, e i miei quadri si riempirono di verde, e con esso di natura, di pace, di serenità. Mi piacevano, si, ma mille volte meno dei tuoi: tu eri un artista vero, nato.
Se ripenso alla mia vita non mi sembra di avere mai fatto niente di bello se non con te, di non avere mai avuto un attimo di felicità se non con te, di non essere mai stato vivo, se non con te. Mia moglie e i miei figli, un errore collaterale a quello fondamentale di non avere preso coscienza ancora di ciò che ero, un errore comune a tanti come noi, da cui molti non si riprendono mai, neanche da vecchi.
Vecchio, giovane: che significa, poi? Quando si è felici si è giovani, si è con i giovani, si pensa ai giovani. La scuola d’arte che abbiamo creato insieme ci sopravviverà, e con essa le nostre idee, la nostra gioia di vivere, la nostra felicità per esserci incontrati.
E’ questo l’esorcismo contro la maledizione scagliataci addosso dalla natura matrigna, che ci ha generato ed un attimo dopo rinnegato, proibendoci di trasmettere al futuro, indissolubilmente fusi insieme, i nostri cromosomi, cioè il nostro passaporto genetico per l’eternità. I nostri figli, miei e tuoi, sono i tuoi allievi, figli non frutto di amori frettolosi, risposta ad istinti di riproduzione così antichi da non essere più riconosciuti come tali, bensì figli della consapevolezza e dell’educazione, sigillo alla nostra volontà di unirci per sempre.
Abbiamo molto amato molto sofferto  molto vissuto. Siamo vecchi. O meglio, io ero vecchio, dentro, quando mi convocarono, e capii che era stato tutto un sogno. Servivo, dovevo partire, dovevo persistere nella menzogna, e rinnegare te. Così ti feci credere che la decisione che io facessi parte della missione la avessimo presa insieme, ben sapendo che non ci saremmo più rivisti. Tanto, ti dissi, prima o poi la morte biologica ci avrebbe separato comunque. Era meglio che la nostra storia finisse così, messaggio di speranza affidato di nascosto a questa navicella per viaggi interstellari, piuttosto che con una straziante agonia, o un inaccettabile arresto cardiaco che non ci avrebbe lasciato nemmeno il tempo di un saluto.
La tua ultima immagine sfuma nella mia memoria. Indelebile, il verde del tuo sguardo mi accompagna nell’ultimo barlume di coscienza.
Il buio e le luci dello spazio si fondono in un unico, universale verde, ed io mi fondo con essi, felice di essere te.

martedì 27 marzo 2018

16 - OUR PERSONAL HERO


Tra tanti racconti nati da canzoni mie, qui c'è n'è uno che prende spunto da una altrui. Si tratta di un brano (anzi, di due che vanno ascoltati di seguito: Calabuig e Sette meno uno) che mi ha sempre colpito, tra l'altro dell'album forse migliore della carriera di Roberto Vecchioni, e più che per quello che racconta per quello che lascia di non detto, da immaginare prima e dopo. Ed è proprio quello che ho fatto, mettendolo nel sogno di un giovane astronauta scozzese, nel capitolo sedici di Chi c'è c'è.

16 - OUR PERSONAL HERO

Ognuno di noi ha un eroe personale, qualcuno con cui si identifica nella fantasia, come Woody Allen con Humphrey Bogart in quel vecchissimo film. La maggior parte si sceglie un eroe bello, forte e invincibile, una persona esistente o esistita, famosa o meno, o comunque un personaggio della storia, della letteratura o della musica, o una leggenda. Poi c'è chi se ne inventa uno, magari proprio perché non ne trova uno abbastanza bello, forte e invincibile per i suoi gusti. Io invece non solo me lo sono creato di sana pianta (salvo spunti subconsci, ovviamente), ma me lo sono fatto perdente. Solo, pieno di dubbi, e perdente.
Si chiama Anthony MacIntosh, è scozzese come me, e come me è un giovane signore molto al di sopra della media nella scala sociale. Ciò nel suo mondo di due secoli fa significava essere un nobile, mentre nel mio è essere uno scienziato così ricco e famoso da essere prescelto per il programma Exodus, l'unico omosessuale dichiarato su 21 soggetti; anzi, dovrei dire: nonostante abbia dichiarato da tempo la mia omosessualità.
Il fatto che io sia un allievo di Hawking credo sia stato decisivo: non potevano, o non hanno voluto, prendere lui, ufficialmente per via del suo pesantissimo handicap fisico e della sua vecchiaia, perciò se avessero individuato il loro astrofisico in uno dei miei meno brillanti ma eterosessuali colleghi avrebbero scoperto troppo i loro scopi riproduzionisti. Che però sono apparsi subito palesi a tutti, e a molti giustificatissimi, e quindi si sarebbero potuti risparmiare di mandare anche questo unico finocchio tra le stelle.
Io dal canto mio ho accettato sforzandomi di applicare in questa sede quello che nella vita comune ho imparato a fare naturalmente, quasi d'istinto, e che tutti dovrebbero fare sempre con tutti quando si è fuori contesto: non considerare i miei gusti sessuali. Essere un uomo a cui piacciono altri uomini non è molto diverso da essere un uomo a cui piacciono le bionde piuttosto che le brune, le bimbe piuttosto che le tardone, o le morte piuttosto che le vive. E nessuno si è mai preoccupato dei gusti sessuali di un altro "etero" prima di assumerlo o eleggerlo; invece se ha gusti "omo" la questione diventa rilevante eccome, come se il mondo non fosse oramai sovrappopolato ed il problema riproduttivo quindi niente più che un ricordo ancestrale.
Già, quante altre stronzate sono state commesse nella storia ubbidendo ad un impulso ancestrale: la difesa della razza, della nazione, della famiglia. Concetti che sono come gli insiemi infiniti in matematica: le loro parti non si distinguono dal tutto. Sono di più i numeri pari o quelli dispari? E i numeri pari o tutti i numeri? Così se sei di quella razza allora sei quella razza, se colpisco uno della tua famiglia non è solo per arrecarti il dolore della sua perdita ma è proprio lo stesso che ammazzarti, tanto è vero che lo faccio anche se sei già morto. Nei razzisti, nelle faide, nei sessisti, o meglio ancora nel razzista nel mafioso nel sessista che c'è dentro ognuno di noi, c'è come un corto circuito tra i due emisferi del cervello, quello della logica e quello dell'immaginazione.
La logica asimmetrica, quella per cui ad esempio se A è parte di B allora per ciò stesso è cosa diversa da B, cioè quella per cui noi possiamo distinguere e comparare, come dire raziocinare parlare pensare scrivere, è solo una piccola crosticina su un mare di magma mentale che funziona con un'altra logica,  simmetrica, per cui la nostra sintassi non ha significato alcuno. Se A è parte di B allora B è parte di A, e allora A è B: la parolina non, anche se io la penso, non arriva nel profondo della mia mente, non vi è comprensibile. Lì esistono solo immagini e idee, non preposizioni o particelle, e se evoco un'immagine con l'ordine di non pensarla ecco che l'ho pensata, come quando sto perdendo una partita importante e mi dico non ti innervosire e quindi mi innervosisco, o sto a dieta e mi dico non mangiare la torta e la torta ormai mi è entrata in testa e non sto bene finche non la mangio.
Il bello è che senza questo magma non potremmo fare libere associazioni, sogni, scelte complesse in ordine a problemi senza soluzione logica, insomma non potremmo esistere. E' il nostro hardware, il nostro linguaggio macchina; la cultura, la logica, l'apprendimento non sono altro che il software, i programmi. A questo punto diventa fondamentale interfacciare le due cose con un sistema operativo il migliore possibile, come il NIP-OP che oggi va per la maggiore, cioè creare un'altra logica, una bi-logica che ci permetta di ragionare di una cosa di cui non si può per definizione ragionare, un linguaggio intermedio che ci possa fare intuire come funzioniamo dentro la testa, e descriverlo con una buona approssimazione. Sperando che ciò ci aiuti a risolvere i problemi che questo universo sommerso che siamo noi ci pone.
Per esempio, io prendo una bottiglia con su scritto BIRRA. Istantaneamente dal mio cervello logico parte l'ordine di cercare tutti i files inerenti ai concetti di bottiglia e birra, e dall'altra parte saltano fuori anche tutti i ricordi connessi, comprese le sensazioni di piacere o disgusto collegate. L'insieme complesso di queste sensazioni, unito ad altre informazioni sul tipo di birra che leggiamo sull'etichetta o sulla temperatura che fa o sulla sete che abbiamo, ci fa prendere una decisione che può essere più o meno logica, ma che necessita di comportamenti consequenziali per essere attuata: comprare la bottiglia, stapparla, berla. E' un groviglio di interazioni tanto difficile da descrivere quanto delicato da tenere in equilibrio.
Per questioni più importanti della vita reale, il problema con le etichette è che spesso non vengono messe con la precisione imposta dalle leggi del mercato alimentare. Così appena vedo uno zingaro i files collegati che saltano fuori sono SPORCO e LADRO, e magari provo la stessa sensazione spiacevole di quella volta che mi hanno rubato le ruote della macchina, anche se non so se è stato proprio uno zingaro o un altro. E allora cambio strada, se incrocio uno zingaro, quasi senza accorgermene. Magari quello è proprio un ladro, e ho fatto bene. Ma magari no.
Ora, io non so cosa la gente possa avere in archivio, sotto l'etichetta OMOSESSUALE, ma già le parole con cui veniamo appellati in tutte le lingue e gli idiomi del mondo ci riportano appunto ad un tempo in cui la specie per sopravvivere selezionava necessariamente in favore di quelli che si eccitavano non appena vedevano una donna. Parlo di milioni di anni fa, probabilmente. Ma quanto dentro e quanto a lungo hanno influito sul piano culturale certe predisposizioni "naturali"?
Poco conta che esse siano naturali solo fino a un certo punto, dato che esse si sono instaurate relativamente di recente, col patriarcato, che notoriamente ha preso il sopravvento sul matriarcato (quello sì naturale) quando la scarsità delle risorse rispetto al rapporto popolazione/ambiente ha favorito la lotta fra gruppi e quindi la forza fisica come mezzo di selezione. La donna, non adatta alla guerra ma depositaria della maternità, doveva essere asservita e controllata. Suo figlio, se maschio, le apparteneva solo fino a quando il fisico non gli avesse consentito di lavorare e poi di combattere, per conto di un padre che soltanto il controllo sociale poteva certificare come suo; se femmina, fino a quando non fosse divenuta a sua volta abile ai fini riproduttivi, per cui sarebbe stata venduta al suo nuovo proprietario. Se omosessuale (o deforme, o handicappato), era destinato ad un ruolo marginale, nelle società migliori, ed in altre soppresso.
Naturale o meno che fosse, ciò aveva un suo animale senso, ai tempi. Ma quante di queste scorie ancestrali hanno resistito per millenni nelle società umane di qualsiasi impostazione etico-politico-religiosa che fossero? E quante resistono ancora? Fino a quando era uno scandalo che una coppia etero non si sposasse e non avesse figli? Ieri, avant'ieri? E domani? Ed io, io: se non sapessi tutto ciò che so, mi avrebbero imbarcato? E cosa faranno di me se e quando sbarcheremo, se le mie conoscenze astrofisiche si rivelassero superflue? Mi promuoveranno "gran sacerdote" e si inventeranno che quelli che vorranno seguire la mia carriera dovranno essere casti? Mi inventerò sciamano, o buffone? Mi costringeranno ad accoppiarmi con una donna? Ed io, quand'anche acconsentissi per puro senso del dovere verso la specie, di chi mi innamorerò mai più?
Sir Anthony MacIntosh non era omosessuale. Forse. Cioè: può darsi pure che lo fosse, ma in certe epoche ed in certe condizioni non si poteva neanche contemplare una simile evenienza, forse neanche di fronte a se stessi. Fattostà che il mio eroe personale era scontento. Scontento di quella moglie che gli era stata promessa bambina e gli aveva dato tre figli praticamente negli unici rapporti sessuali completi della sua vita, atti sessuali e non atti d'amore, figli cresciuti dalle governanti e mai amati, come fossero cosa altrui. Scontento di quei banchetti senza fine, con tutta quella selvaggina morta che appunto sapeva di morte, di putrefazione, dietro a quel fragrante gusto del primo boccone. Scontento delle chiacchiere a corte, dei giullari che pure  erano probabilmente le persone migliori di quel consesso. Scontento delle cacce alla volpe, quello strano rito in cui si accompagnava a persone senza cuore, senza anima, senza colore, ... vuote, ecco, vuote.
Fu così che un mattino, durante l'ennesimo foxtrot, fu visto allontanarsi nella nebbia, come stesse seguendo una buona pista. E forse era vero, forse stava seguendo per la prima volta una pista tutta sua, stava seguendo davvero se stesso. Ma esisteva un posto per uno come lui a quel tempo? E che gli successe, dopo che sparì alla vista? Si uccise? Si creò un eremo e vi si fermò per sempre? Scappò con una "strega", come venivano chiamate a quei tempi le donne che fossero appena un po’ più libere delle altre? Non lo so. L'ho inventato io e non lo so. Nessuno lo sa. La mia storia finisce che "non si seppe mai più nulla di lui" 

domenica 4 febbraio 2018

12. IL PULLMAN (ZERO)

Speed rappresenta, non so nemmeno se consapevolmente, la
migliore metafora filmica del nostro modello di sviluppo...
Mentre proseguo nella pubblicazione dei racconti di Chi c'è c'è, mi accorgo che quelli derivati da un testo di canzone sono forse più di quanto rammentassi. Avanti quindi con l'esercizio di stile di pubblicarli assieme (Sushi Marina ancora si fa attendere...), anche quando, come in questo caso, la "distanza" in senso sia temporale che letterario è piuttosto grande. Il racconto stavolta il "geestre" lo legge nella mente di un'astronauta omosessuale (occulta per le ragioni che scoprirete) giapponese, mentre la canzone da cui è tratto è una rock ballad acustica veloce, dal testo abbastanza attuale da permettervi di invitarvi (come per tutte le altre, peraltro) a chiedermelo per musicarlo.

12 - IL PULLMAN

Questo viaggio non finisce mai. So benissimo di stare su un'astronave, in realtà. Ma non so più da quanto tempo mi sento dentro una specie di pullman, seduta dapprima in ultima fila, e poi… No, non è proprio un sogno, è più che altro una filosofia. Mi spiego.
Qui sopra siamo ventuno persone, all’anagrafe tredici di sesso femminile e otto di sesso maschile. Già questa è bella, eh! Ma non è la sola cosa che hanno giustificato con la "necessità di dare qualche speranza in più alla sopravvivenza della specie": infatti tra noi che io sappia ci sono sì due omosessuali, ma uno è praticamente un pozzo di scienza, e mi gioco la testa che l'hanno preso solo per quello, e l'altra - che sono io - non lo sanno. Se no mi lasciavano a Tokyo, probabilmente. Anche se l'omosessualità femminile è più tollerata, è vista quasi solo come una stranezza, e poi in fondo una donna per copulare non ha strettamente bisogno di coinvolgersi ed eccitarsi: per i loro scopi "genetici" basta che apra le cosce e "riceva il seme".
Inoltre siamo euro-americani quasi tutti per provenienza e tutti per cultura: la differenza di valori tra il mio paese e gli Stati Uniti si azzera sotto il profilo dell'individualismo economico, l'egiziana è figlia di cittadini ricchi e ha studiato in Europa, e la negra tunisina non avrebbe avuto alcuna speranza di essere con noi se al suo paese permanesse ancora il costume dei tempi di sua nonna, e comunque è l'unica donna "di colore" (che brutta espressione) e non rappresenta certo il suo continente. Poi siamo tutti giovani, belli e colti: si dirà che visto l'obiettivo della missione, squisitamente riproduttivo, è questo il mix che ci dà più possibilità.
Ma è davvero così? Ingegneri nucleari, medici, astronauti, biologi su di un'astronave vanno benissimo, ma a parte che noi qui sopra dormiamo sotto il controllo di una specie di Hal 9000 che potrebbe pure "decidere" di non risvegliarci più e nessuno ne saprebbe mai nulla, se dovessimo veramente raggiungere lo scopo della missione e sbarcare da qualche parte, dove sono i carpentieri, le sarte, i cacciatori e i marinai? Perché non un bonghista congolese, una geisha tradizionale, o un intrecciatore di vimini? E perché non quell'astrofisico geniale e famoso anche perché è arrivato dove è arrivato con la sua carrozzella, non sarà proprio perché è un vecchio handicappato?
Insomma, sembra proprio un programma concepito dal nipotino di Hitler, tutto lascia pensare che i valori che hanno ispirato la scelta degli "eletti" siano esclusivamente quelli capitalistici occidentali: individualismo assoluto, libertà di costumi e di religione ai limiti di lascivia e ateismo, democrazia politica. Praticamente i tre quarti dell'umanità tagliati fuori in partenza dalla possibilità di essere scelti, e il tutto autoattribuendosi presuntuosamente il crisma dell'obiettività scientifica.
Così uno potrebbe chiedersi: ma allora perché hai accettato, per puro istinto di sopravvivenza? Ora, a parte che, avendo saputo che tipo di sopravvivenza ci aspettava (e cioè più o meno quella dei vermi da pesca dentro al barattolo in frigo), a nessuno sarebbe mai saltato in mente di accettare, se fosse stato solo per salvarmi il culo non sarei di certo qui. Sarei rimasta a scopare con tutte le mie amiche fino alla fine del mondo, quella sì che è vita. No: è che c'è la storia del pullman.
Ricordo ancora quando gli "occidentali" cominciarono a far breccia nell'etica nipponica. Ero una bambina, e fui molto felice di vedere più spesso i miei genitori sia durante la settimana sia in vacanze sempre più lunghe. Era successo - saprò dopo - che l'integrazione del Giappone nel sistema economico-politico capitalista si era completata. Come era naturale che accadesse, prima o poi. Era iniziata negli anni “80 del secolo scorso con l'invasione di prodotti giapponesi prima, e asiatici in genere dopo, in USA e poi in Europa, ma alla base di quel successo c'erano soprattutto l'etica sociale e del lavoro e, dietro, quella religiosa. Il fatto è che un sistema sociale è esattamente come una bacinella: se ci versi dentro il contenuto di due recipienti più piccoli, uno pieno d’acqua calda l'altro d’acqua fredda, il risultato sarà sempre una bacinella d’acqua più o meno tiepida, non si scappa. Con le persone è solo un po' più complicato che con l'acqua, e si allungano i tempi, e si complicano i modi. Ma la sostanza non cambia. Ecco che in venticinque anni il loro modo di produzione si è andato via via giapponesizzando, e la nostra cultura retrostante americanizzando. Semplice, no? Come mai allora non è successo allo stesso modo dappertutto?
Prendiamo i paesi del cosiddetto "terzo mondo". Prima li hanno colonizzati, per sfruttarne a loro comodo le risorse umane e naturali. Poi, quando la colonizzazione politica è diventata insostenibile all'esterno militarmente e all'interno per le pressioni dell’"opinione pubblica", si è lasciato campo libero a delle classi politiche locali nella maggior parte dei casi corrotte, immature, compromesse, lasciate in pace con la scusa di quel principio di non ingerenza che in realtà copriva la perpetuazione della colonizzazione economica. In altre parole, li hanno tenuti sotto giogo per secoli, poi - da una schiavitù all'altra - li hanno costretti ad emigrare, perché i loro sistemi economici non potevano reggere al contatto con quello occidentale: il più protezionista di tutti i tempi, con la faccia tosta di autodefinirsi "liberista", per giunta. E gli emigrati hanno pure trovato, nell’occidente “democratico”, un’"opinione pubblica" ostile, ipocritamente "per autodifesa"!
Che poi è questa la caratteristica peculiare, il punto di forza delle cosiddette democrazie: l'ipocrisia. Ad un certo punto i filosofi politici marxiani l'avevano pure detto: occhio che sotto la formula "il potere è dei cittadini" si nasconde il solito trucco del Potere, che più è dissimulato più è assoluto. Solo che anche la struttura reale delle società del socialismo reale era ipocrita, ed analogamente, grazie alla formula "il potere è del popolo". Allora meglio i cinesi, che con una bella dittatura franca e sincera hanno iniziato negli anni '80 del secolo scorso uno sviluppo che in questi anni '20 li ha portati alla leadership mondiale.
Sto perdendo il filo dei pensieri. La democrazia, dicevo, si regge su una menzogna. Anzi, su due: la seconda, esterna al sistema, nasconde la verità più amara, direi. Che poi è dimostrata perfino dalla società in cui la democrazia è nata, come cosa e come parola: l'antica Grecia. Ed è: la democrazia è possibile solo all'interno di una minoranza, di un sottosistema quasi stagno che poggia su una massa ad esso esterna di gente in schiavitù, qualsivoglia forma culturale prenda questa sostanza esistenziale.
E' una realtà talmente insopportabile per una persona anche vagamente sensibile, anzi per chiunque creda in qualche modo proprio a quei valori etico/religiosi su cui la democrazia sostiene di fondarsi, che va da sé che tocca renderla totalmente inintelligibile dall'interno del sottosistema. Capisci solo se ne esci, se – come si dice - diventi un “dropout”, ed allora non puoi più fare nulla.
Tornando sotto metafora, noi "sudditi" dei regimi democratici è come se viaggiassimo su un veloce pullman con i finestrini totalmente opacizzati, di maniera che ci rendiamo conto di muoverci solo per il rumore e gli scossoni, proprio come in treno la notte a tendine abbassate.
No, ce lo dicono pure, che siamo in cammino: è l'altra enorme menzogna chiamata "progresso". In realtà è una corsa cieca. Il pullman va da solo, sembra sapere dove, come se fosse vivo, e indistruttibile. Se in qualche modo capisci qualcosa e pensi che non puoi fare altro che sfondare di testa il finestrino e saltare in corsa, che so, diventando un missionario o un anarchico o un tossico, lui lascia fare: il finestrino magicamente si rinsalderà alle tue spalle, e se qualcuno in quell'attimo che è rotto intravedrà qualcosa, è meglio per lui se farà finta di non capire (ed infatti fanno quasi tutti così). E non regge l’obiezione che la gente vede i telegiornali, che mostrano il mondo e le sue rovine: in TV tutto è uguale, film e notizie vere si mescolano, e dopo un po’ nessuno capisce più la differenza.
Perciò ad un certo punto della mia vita io ho deciso che era meglio restare dentro, e studiare se ci sono brecce nel sistema, se cioè c'è il modo di entrare in cabina e non dico pilotare, ma almeno influenzare in qualche modo le scelte di rotta e/o velocità. Cosa dovevo fare "da grande", allora? La carriera politica? No, quelli sono solo degli schiavi pagati bene, la politica attiva è il destino che il sistema riserva ai suoi figli intelligenti ed ambiziosi ma non rigorosi, ancora troppo sensibili ai beni materiali per rifiutare un contentino di agi e notorietà in cambio della possibilità di incidere seriamente. Questo, per quelli che valgono qualcosa: vanno a raggiungere i tanti mediocri la cui più grande ambizione era “fare il politico”. Lo stesso vale per giornalisti, cantanti, e altri "opinionisti".
Dove cercare allora il “posto guida”? Facile: è dai tempi dei geroglifici dell'antico Egitto e dei primi ideogrammi cinesi che il potere è nel sapere. Dovevo diventare qualcuno nel campo dell'informatica. Il mio paese era da decenni all'avanguardia nelle applicazioni industriali dell'elettronica, ma il monopolio della programmazione era americano: Microsoft e IBM, soprattutto. Non avevo 28 anni quando inventai il mio sistema operativo, alternativo ai prodotti su base MS-DOS, enormemente più semplice da utilizzare e dalle applicazioni talmente più vaste che apriva nuove frontiere verso l'intelligenza artificiale e la comunicazione globale. Modestia a parte, un salto di qualità secondo solo a quello dell'invenzione della scrittura.
E' noto infatti che il maggior merito dei Greci, e ciò che rese possibile l'instaurarsi della democrazia e del dominio culturale ellenico, fu rendere l'alfabeto semplice da imparare e duttile. Il buon tentativo di Gates alla fine del secolo scorso sta a quest'operazione come l'alfabeto fenicio, se poniamo che i primi computer andavano a geroglifici. Il salto epocale, l’alfabeto con le vocali, fu il mio NIP-OP: dopo tre anni la mia società era la più dinamica sulle borse di tutto il mondo, e aveva già sottratto più del 60% delle quote di mercato alla concorrenza su base mondiale, e il 90% in Giappone.
Se esiste ancora il pianeta Terra, non è più lo stesso, ed è merito mio. Ma non è più un mio problema, questo. Ho accettato all'inizio come un onore di essere prescelta per Exodus: per l’"opinione pubblica" la mia candidatura era imprescindibile, e la scelta obbligata. Troppo tardi ho subodorato la fregatura: ma che destino è mai questo? A cosa vale sopravvivere, e per chi, per cosa? Non è che mi hanno solo buttato giù dal pullman?
ZERO
Con tutti questi zero a zero che ci sono in giro,
non vorrei costituire un’inversione di tendenza
perdendo sette a cinque da una squadra giovanile,
ché loro si divertono a giocare in confidenza.
Quando veniamo al mondo ci guardiamo in giro
e presto ci adattiamo al nuovo ambiente,
e la valutazione di noi stessi gli fa riferimento
e il resto conta niente…
Sembra da studi assai recenti fatti nel mio buio
che ogni democrazia da sempre debba fare fondamento
su di una maggioranza esterna di minori o schiavi
di cui si è più o meno a conoscenza, o peggio
con la diffusa convinzione che sia tutto giusto
e con vistosi afflati di beneficenza,
ma la democrazia ha un recinto di privilegiati
a base della sua esistenza.
Crollano con gli anni anche i miti più - radicati
Crollano con gli anni anche i miti più - solidi
Crollano con gli anni anche i miti più - irriconoscibili
Crollano con gli anni anche i miti moderni.
Con tutti questi missionari che ci sono in giro,
che non puoi più distinguerli da Sting e Bono Vox,
l’alternativa che rimane, oltre alla lotta armata
dalla parte degli altri quattro quinti del mondo,
è l’accettarsi senza ipocrisia nel ruolo di chi è accomodato
all’unica tavola imbandita del mondo,
mangiando come solo un morto di fame potrebbe,
morendo di crepapanza.
Crollano con gli anni anche i miti più - esagerati
Crollano con gli anni anche i miti più - scientifici
Crollano con gli anni anche i miti più – filosofici
Crollano con gli anni anche i miti più - escatologici
Crollano con gli anni anche i miti più - familiari
Crollano con gli anni anche i miti moderni.
E allora ho un posto come tutti su di un pullman veloce
coi vetri scuri scuri che esiste solo ciò che è dentro,
ho finalmente capito che nessuno sa dove va
e che il mio posto giusto no, non è qui dietro.
Senza riguardo per nessuno tenterò di andare
a prendere la guida o a sedermi avanti:
con tutti questi zero a zero che ci sono in giro, io
vorrei segnare tanto – e il resto conta niente
vorrei segnare tanto – e il resto conta zero
vorrei segnare tanto – e il resto conta niente
vorrei segnare tanto – e il resto conta zero
vorrei segnare tanto – e il resto conta niente
vorrei segnare tanto – e il resto conta zero
vorrei segnare tanto – e il resto conta niente
vorrei segnare tanto – e il resto conta zero

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