Visualizzazione post con etichetta qualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta qualità. Mostra tutti i post

mercoledì 12 agosto 2020

RADIOCIXD 24: ARIA

Come sicuramente vi avrò già detto, questa rubrica si chiama Radio Controinformo X Diletto perché io sono nostalgico dei tempi delle radio libere di prima che la logica commerciale (che poi per molti versi è controproducente anche commercialmente ma questo ormai ho perso le speranze che qualcuno lo possa comprendere) le assorbisse o distruggesse, quando noi dj ad esempio potevamo decidere di passare un intero album dall'inizio alla fine appena usciva, per farlo conoscere agli ascoltatori magari presentando ogni singolo brano, ma "al buio", senza parlarci sopra o interromperlo o mixarlo o sfumarlo, così chi voleva poteva registrarselo in cassetta per radio (ma molti andavano a comprarselo, e la nostra marchetta era gratis, ci bastava la soddisfazione). Quando arrivai a Radio Reggio DLF, che mio padre aveva creato nei confortevoli locali delle FFSS facendo comprare dal Dopo Lavoro Ferroviario apparati e dischi da Radio Gallina Sound (per i non reggini Gallina è un centro abitato, e la radio era stata pioneristica quasi quanto le più note bolognesi e romane), ci trovai una marea di vinili della generazione precedente alla mia, che mi avrebbero innescato quella voglia di ricerca musicale che non mi ha più abbandonato. Che so, un live di Crosby Stills Nash & Young, un doppio degli Emerson Lake & Palmer, una mucca dei Pink Floyd, una volpe dei Genesis, un gioco dell'oca su una copertina di Vecchioni. E due album magici di uno che cantava con una voce che non si era mai sentita, uno con un titolo che sembrava un film della Wertmuller e parlava di un vecchio incensiere, un'altro, ancora precedente, con un titolo brevissimo: Aria.
Se dico Alan Sorrenti a quasi tutti voi, tranne a qualcuno magari anche più anziano di me, vengono in mente Figli delle stelle e Tu sei l'unica donna per me. A risentirle oggi, queste due canzonette, anche a me suonano vintage anni 70 e mi piacciono. Ma quando uscirono ci misero tristezza, a noi che conoscevamo di cosa era capace "l'uomo che canta col moog in gola" come qualcuno lo aveva definito. Bella fregatura, per un teenager, essersi educato l'orecchio abbastanza da sentire nostalgia per le cose che in realtà non aveva scoperto che dopo. Tant'è, Aria è universalmente riconosciuto come un capolavoro del rock progressivo, l'incensiere lo ricalcava per sfruttarne la scia del successo, poi un altro album meno estremo ma ancora di quello stampo, con dentro il remake in quella chiave di un classico come Dicitencello vuje, e poi l'Africa, il buddhismo, la droga, i soldi a palate con la dance di cui sopra, e il dimenticatoio di li a breve. Ma chi li ha sentiti, chi li ha presi in mano e li ha fatti girare, quei primi 2/3 album non li ha più scordati, e specie questo che è il primo. Del 1972.
1. Aria
19:45 di suite, con nientemeno che lo zappiano Jean-Luc Ponty al violino (e un giovanissimo Tony Esposito alle percussioni, come in tutto il disco). Quando l'hai riascoltata un tot di volte, scoprendo sempre qualcosa di nuovo nell'intreccio di magie vocali e strumentali, riesci a concentrarti sul testo, e scopri... che è una cronaca, liricissima ma in presa diretta di tutto il minutaggio, di un atto sessuale completo. Siccome vi voglio bene, vi ho messo il video col testo sotto, se lo aprite nel contesto di Youtube. Sennò eccolo qua. Ma prima ascoltatelo e basta, fidatevi. 
2. Vorrei incontrarti
Durando soli 5 minuti, è l'unico brano che andrebbe in radio anche adesso, magari sfumato. Un'elegia d'amore, come se i due del lato A ora stessero ancora abbracciati nel letto, a fantasticare di un viaggio in India (non è mai più del tutto passato di moda, ma allora si portava tanto...)
3. La mia mente
Torniamo su durate dell'epoca, qui siamo oltre 7 minuti e mezzo. Il brano è straniante, sembra che ognuno suoni per conto suo, ma come nel miglior jazz la cosa funziona. E con quella voce ci credi, che la sua mente è "piena di viti cacciaviti e chiodi".
4. Un fiume tranquillo
In questi quasi 8 minuti conclusivi si compie il miracolo di un italiano, in realtà mezzo napoletano mezzo gallese, che suona un progressive di livello internazionale. Suona, perché canta come se suonasse, e con "una voce che trovi per terra. Quella voce ti ama..."

domenica 24 maggio 2020

FERRIERE E MINIERE DI CALABRIA ULTERIORE - II

Mongiana è così piccola che per vederla comparire su Maps bisogna zoomare un
bel po'. Ma il segnalibro delle Reali ferriere ed officine è ancora lì, a testimoniare
di un passato glorioso che avrebbe potuto portare a una storia diversa e quindi ad
un presente diverso per il nostro Sud. Qualcuno potrebbe dire che è rivangare non
è che un inutile esercizio, visto che oramai siamo tutti italiani. Ma senza i crimini
commessi tutta la storia italiana sarebbe stata diversa, e tenerlo presente potrebbe
servire ad esempio adesso a fermare i crimini europei nei confronti dell'Italia, che
sono peggio di un'annessione perché ne provocano i danni senza pagarne i costi, e
quel che è peggio sono commessi con la collaborazione attiva di troppi italiani...
Come promesso, ricevo e volentieri pubblico il seguito di un post anche piuttosto letto, per gli standard di questo blog; spero che sia per l'argomento: vorrebbe dire che l'afflato di autentico meridionalismo, che condivido con l'autore, è ancora vivo tra i conterronei. Sarebbe raccomandabile, anche per chi l'avesse già letta, cominciare dalla prima parte: la storia, che Pasbas ha scelto in quanto paradigma di quella che fu una guerra di annessione e fu raccontata (e ancora oggi lo è) come mito fondativo dell'Italia unita, è quella di un puntino sulle cartine geografiche praticamente al confine tra le province di Vibo, Reggio e Catanzaro, un paesino oggi minuscolo nato e fiorito proprio come centro residenziale per gli operai delle fabbriche di cui raccontiamo. Spesso però è dal piccolo che si capisce meglio il grande.
Una ultima considerazione prima di lasciarvi alla lettura. Pasquale chiude l'excursus storico (ma non andate subito a guardare, vi rovinate l'effetto) con un espediente retorico efficacissimo, che a me fa trarre due conclusioni che funzionano bene anche come premesse: (1) qui nessuno vuole santificare i Borboni, ma solo proporre una visione della Storia meno ideologica di quella di cui ci hanno imbevuti fin dalle scuole elementari; e (2) forse alla fin fine è solo l'esercizio pedante e instancabile del Dubbio che ci può salvare, magari anche in una cronaca gestita da una macchina propagandistica superefficiente.

Ferriere di Mongiana Parte 2

di Pasbas

Eccomi di nuovo a parlare dell’autentico e preunitario “Polo Metallurgico Calabrese”, che niente ha a che fare con la bufala statale post-unitaria del famoso e famigerato Centro Siderurgico di Gioia Tauro.
1820
Il direttore di Mongiana, Landi, trasferitosi agli opifici di Torre Annunziata (già esiste la “job rotation” tra poli industriali remotamente dislocati!), viene sostituito dal T. Col. Mori. In continuità assoluta col suo predecessore, Mori dà nuovo impulso alla siderurgia facendo sfornare a Mongiana latta ed acciai speciali.
In quel periodo scoppia la rivolta siciliana che mette a dura prova la solidità del Regno, ma che non compromette minimamente lo sviluppo del Polo Siderurgico Calabrese.
22/7/1820
Con la Costituzione, Ferdinando I, con grande lungimiranza, suddivide la Calabria in 3 regioni: Calabria Citeriore (Cosenza),Calabria Ulteriore 2 (Catanzaro) e Calabria Ulteriore 1 (Reggio Calabria)
1821
Gli austriaci invadono il Regno e aboliscono la Costituzione, dando inizio ad una spietata caccia al democratico.
1823-26
La comprovata stabilità del polo mongianese porta ad una grande opera di rimboschimento nazionale delle faggete serrane, depauperate dalla necessità di fornire carburante ligneo agli altiforni. Una legge forestale fa delle faggete di Stilo una proprietà demaniale, istituendo un Corpo Forestale di sorveglianza, di stanza a Mongiana. I boschi serrani di Stilo, grazie a questi lungimiranti provvedimenti, tornano a godere di buona salute.
Ma non finisce qui, infatti il motivato Ritucci inizia i lavori per la costruzione dell’incredibile e ancora oggi bellissimo sito di Ferdinandea (così chiamato in onore del Re Ferdinando II, suo promotore e finanziatore).
Nello stesso periodo prende forma anche l’imprenditoria industriale privata: nelle serre del versante ionico il Principe di Satriano crea il più grande complesso siderurgico privato del Regno. A Capodimonte, intanto, la nuova industria privata metalmeccanica Henry & Zino produce pezzi di ricambio per le macchine da tessitura a vapore. Ha così inizio nel Regno la coesistenza di un sistema nazionale metallurgico statale e di uno completamente privato (altro che la "arretratezza, incultura, povertà di idee e mezzi" riferita dagli invasori piemontesi, e poi passata alla storia!).
1833
L’organizzazione del polo di Mongiana è molto complessa e articolata e viene gestita dalla Direzione Generale, che sovraintende alle attività e coordina le altre Direzioni:
  • Direzione del Dettaglio, presieduta da un esperto economo;
  • Direzione Lavori, presieduta da un esperto chimico;
  • Direzione della Fabbrica d’Armi, con a capo un perito;
  • Direzione delle Miniere, con a capo un geologo-mineralogista.
Questa complessa struttura ha il compito di gestire impianti e infrastrutture distribuite su di un vasto territorio montano, boschivo ed impervio.
1839
Il capitano D’Agostino e il fonditore Pansera partono da Napoli per le zone minerarie francesi, arrivando ad esaminare e studiare gli opifici compresa la grande fonderia militare di Newers. Un evento questo di vero e proprio spionaggio industriale di stampo moderno.
Nel luglio il polo minerario-siderurgico conta ben 742 lavoratori divisi tra: staffatori, fonditori, minatori, garzoni, carbonieri, mulattieri, bovari, impiegati di vario genere, militari, un chirurgo e un cappellano. Una tale capacità industriale e organizzativa consente alle Reali Ferriere di vincere l’appalto nazionale per il ponte in ferro “Cristina sul Calore”, per manifesta superiorità rispetto ai concorrenti.
Qui si potrebbe uscire un attimo di tema, e ricordare come sono andati gli appalti pubblici lungo tutta la storia dell'Italia unitaria, e vanno ancora adesso, ma lo sapete già tutti e sarebbe pleonastico.
1840
Nasce, nell'ambito dei continui aggiornamenti tecnologici e organizzativi, l'inedita figura dell'ingegnere costruttore. Il primo a ricoprirne la carica fu singolarmente un civile, Domenico Fortunato Savino, grande e visionario genio della progettazione a largo spettro, manutentore e riciclatore fantasioso, uomo dalle mille risorse. Tra i suoi compiti quello di progettare il Piano Regolatore dell'intero Polo serrano: rifare completamente le fonderie, ristrutturare la caserma e le varie officine, progettare il complesso delle opere infrastrutturali necessarie quali strade, ponti, canali e persino un cimitero.
1846
Il Savino introduce nel processo industriale i più moderni sistemi di affinazione, installa un laminatoio inglese allo stato dell’arte e non ultimo rende il Polo completamente autosufficiente quanto a utensili, parti di ricambio e quant'altro necessario alle varie attività lavorative.
1848-49
I moti di indipendenza dei siciliani, che chiedono il distacco della Sicilia dal Regno dei Borbone, vengono repressi spietatamente nel sangue dai Borbone, avendo come drammatico epilogo la distruzione sistematica e totale della città di Messina, ultimo baluardo di resistenza dei siciliani indipendentisti.
Ma, a proposito di stabilità delle imprese pubbliche del Regno, il Polo Siderurgico Calabrese continua la produzione senza interruzioni di sorta. Ancor di più: quando dei ribelli calabresi attaccano a sorpresa Mongiana, a parte le poche armi e due cannoni sottratti ai militari di stanza nel sito, non trovano nulla di utilizzabile per le loro azioni future; inoltre le maestranze si mostrano assolutamente indifferenti alle loro incitazioni alla ribellione. Il Savini, di tendenze liberali, viene rimosso dal suo incarico ma presto reintegrato su pressante richiesta della direzione e delle maestranze. Se non è stabilità operativa questa! Si pensi invece a cosa accade ai giorni nostri al Paese dopo un semplice rimpasto governativo...
Uno sguardo ai numeri, che dimostrano le considerevoli dimensioni di alcuni dei fabbricati presenti nel Polo Calabrese: le Officine sono locate in uno solo stabile lungo circa 2 km; nelle ferriere ci sono inoltre 3 grandi altiforni; la fabbrica d’armi è ospitata in un grande edificio di 3 piani.
Tornando al tema della valorizzazione dell’elemento umano, il Regolamento delle ferriere è per l’epoca molto avanzato in termini di garanzia e rispetto dei lavoratori. E’ un misto di elementi burocratici tipici del Regno e di una serie di norme di forte coinvolgimento degli operai nella direzione della fabbrica (i grandi industriali protagonisti della ripresa economica degli USA nel dopo ’29, quali Ford e altri, applicheranno questi concetti quasi un secolo più tardi!). Ad esempio, per dire di quanto l’organizzazione sia efficiente e rispettosa delle maestranze, la giornata lavorativa è di 8 ore (avete capito bene, 8 ore, nel 1848!), e anche di durata inferiore nel caso di lavorazioni particolarmente logoranti: a quel tempo l’orario medio di lavoro nel Regno è di 10/11 ore, mentre in Inghilterra gli operai lavorano 16 ore e il lavoro minorile è molto diffuso. Inoltre, esiste già una Cassa Previdenza per gli infortuni sul lavoro, che peraltro sono in numero molto più basso delle corrispondenti industrie europee. Anche la mortalità sul lavoro vede cifre significativamente più basse di quelle relative alle nazioni più industrializzate, frutto di una più che buona organizzazione gerarchica delle squadre di lavoro congiunta alla grande importanza data alle maestranze viste come veri uomini con veri diritti, invece che come “asset aziendali”.
Caratteristiche essenziali del Regolamento, elementi apparentemente contraddittori (che però in effetti non lo sono, visto i luoghi e l’epoca di riferimento, gli anni 40 del XIX secolo) tra quelli più specificamente militari, relativi alla grande importanza strategica del Polo, e quelli relativi alla valorizzazione in termini sia umani che produttivi:
  • come detto, la giornata lavorativa è in media di 8 ore contro una media nel Regno di 11/12 ore;
  • per il lavoro minorile gli orari sono ridottissimi e i compiti sono di tipo gregario-apprendistico:
  • manca totalmente lo sfruttamento delle donne;
  • grazie alla politica di welfare la popolazione residente gode di buone condizioni di salute, e inoltre c’è assenza totale di alcolismo;
  • sono presenti in sede un chirurgo (poco impegnato grazie ai pochi infortuni dovuti alla buona organizzazione del lavoro), e un farmacista con compiti anche di medico;
  • infine, anche se non è tutto, Mongiana (come già per il Polo Tessile di S. Leucio) è dotata di 2 classi di scuola primaria con tanto di insegnanti per un totale (per i tempi, una vera e propria chicca culturale) di nove materie insegnate: lettura e scrittura, aritmetica, religione, grammatica italiana, dettato, disegno lineare, agricoltura, arti e (per ultimo ma non per importanza) galateo!
1860
Fine del Polo Siderurgico.
Arrivano i garibaldini (autoproclamatisi liberatori col supporto di inglesi, massoni, piemontesi e francesi) e cambiano come primo atto il nome degli altiforni di Ferdinandea da S. Francesco e S. Ferdinando ai più laici (o dovremmo dire laidi) Garibaldi e Cavour. Ecco i "miglioramenti" immediati che avvengono nel Polo: viene immediatamente chiusa Ferdinandea, e nella Ferriera “liberata” di Mongiana non si pagano più gli operai provocando sommosse tra le maestranze e i cittadini. Si sollevano infatti i mulattieri al grido di “W Francesco II”, e si creano bande di militari che non si arrendono ai piemontesi.
21/10/1860
Al plebiscito la vittoria del “NO” è schiacciante, soprattutto considerando che si vota per censo, quindi non votano operai e cittadini comuni. La reazione rabbiosa dei piemontesi è subitanea e implacabile: chiusura totale degli stabilimenti, che presto verranno completamente abbandonati. 
dicembre 1860
Nasce una sommossa popolare a Mongiana, la guarnigione viene colta di sorpresa e i militari disarmati facilmente; i cittadini, con a capo le donne della cittadinanza, al grido di "W Don Ciccio" calpestano il tricolore.
1862
All'esposizione internazionale di Londra, le armi prodotte dal Polo Calabrese vengono premiate per l’alta qualità raggiunta nella loro produzione.
1863
Lo stato unitario inizia a succhiare il sangue della popolazione dell'ex-Regno, aumentando la tassazione diretta del 40%. Inoltre gli ordini commissionati alle industrie siderurgiche del sud ammontano al 5-7% degli ordini nazionali, provocando di fatto la morte del Polo Calabrese e di tutto l’indotto che gira intorno ad esso. La giustificazione ufficiale è che le maestranze, completamente senza istruzione, rozze e incapaci, non possono che sfornare prodotti di bassa qualità. I cantieri navali di Castellammare di Stabia nel frattempo costruiscono la pirofregata Messina ed impiegano per ultimarla il 25% in meno del tempo impiegato dal cantiere S. Rocco di Livorno per varare la gemella Conte Verde.
Non essendo ancora completata l’opera di demolizione del grande Polo siderurgico calabrese, Mongiana viene premiata alla esposizione industriale di Firenze con medaglia e diploma.
Pietrarsa, il famoso polo di produzione di materiale rotabile, è testimone di un ignobile fatto di sangue: gli operai scendono spontaneamente in sciopero, che viene brutalmente sedato dagli "eroici" bersaglieri che si confrontano a colpi di fucile e di baionetta con maestranze disarmate. Sì proprio quei bersaglieri che fucilano e fucileranno, senza alcun processo, migliaia dei cosiddetti briganti, nel contempo macchiandosi di ignobili stragi di civili, con completa distruzione di interi paesi del Sud accusati di fiancheggiamento.
23/6/1873
Mongiana ed il suo Polo, con legge n. 1435 emessa dal governo Lanza (quante piazze e strade a lui intitolate!) e ratificata dal parlamento sabaudo, vengono venduti ai privati (e più precisamente a un ufficiale garibaldino).
Questa legge segna la fine definitiva del grande Polo Siderurgico Calabrese.
               
Appendice.
Nell'assedio di Messina, che ricordavo all'inizio del paragrafo dedicato al 1848/49, le truppe borboniche ammontavano a quasi 25000 uomini ben armati ed addestrati, compresi i feroci mercenari svizzeri, mentre quelle degli assediati a in tutto 6000. Inoltre le batterie dell’artiglieria borbonica contavano 450 cannoni contro i 112 degli insorti, ma la città eroicamente sopportò nove mesi di terribili bombardamenti, che la distrussero radendola completamente al suolo e procurando un tale numero di morti e feriti (in gran parte civili) che neanche lo stato maggiore napoletano, con in testa il generale Filangeri, fu in grado di calcolarli. Ecco le parole di un ufficiale borbonico che partecipò in prima linea all'infame eccidio dei fratelli messinesi: "I feriti ... immensi, morti non so numerartene, sia da noi che da loro"; e ancora "... ho inorridito nel vedere la bellissima Messina ridotta tutta uno sfabbricinio...".
Perché non ve l'ho detto prima e invece ve lo dico adesso? Per mostrarvi come chi scrive la Storia, omettendo volutamente uno o più importanti eventi o anche solo dettagli, non fa che semplicemente usare una tecnica per portare il lettore sulle proprie tesi. E se questo fosse realmente il metodo usato da molti degli scrittori storici più famosi e autorevoli? A chi credere? A questa domanda autogenerata non so in alcun modo rispondere.

lunedì 16 settembre 2019

RADIOCIXD 3: SELLING ENGLAND BY THE POUND

Fate un esperimento. No, ve lo faccio dire direttamente da dove ho preso lo spunto, il sito storiadellamusica, e precisamente questa recensione di Pier Paolo Farina:
Ho sperimentato più volte, con immenso piacere, l’effetto che il primo ascolto di quest'album può creare ad un quindicenne a digiuno di buona musica. Non capita a tutti, certamente, ma vedere ogni tanto una giovine mandibola bloccarsi e gli occhi farsi vitrei, come davanti ad un nuovo mondo che si sta dischiudendo, è sempre consolante. Uno su mille ce la fa.
Fatelo, perché a parole non c'è modo di spiegarlo, quanto è distante il livello qualitativo della produzione musicale di una certa epoca da quello attuale; invece con l'ascolto di uno dei vertici assoluti, questo mitico album dei Genesis (quelli "veri", che chi ha meno di 50 anni più probabilmente ha conosciuto direttamente quelli "finti" - e già qui su un forum di seguaci mi troverei osannato da metà e fischiato dall'altra metà) che entra sempre nella cinquina finale, di chi lo conosce, nel solito giochino di quale disco di porti nella classica isola deserta. E spesso vince.
Stiamo parlando di Selling England by the pound, un gioiello fin dalla copertina, sia per la grafica sia per la pregevole traduzione dei testi in italiano che conteneva (e siccome vi voglio bene, ve l'ho cercata e trovata, eccola): come per altri vinili, guardarla e maneggiarla era un piacere, leggerla un valore aggiunto all'ascolto che ne favoriva il moltiplicarsi e l'approfondimento. Ma quest'opera è di valore così elevato che non è necessario appellarsi alla (qui frequente) evocazione del mito del vinile per renderla appieno (tra l'altro, qui siamo ai primi anni 70, ero un bambino, i Genesis li ho scoperti in radio con gli album della prima era dopo-Gabriel, per me questo è stata già una scoperta archeologica...): basta l'ascolto "contemporaneo", a rendersene conto. Eccovi allora il consueto link a youtube per l'intero album, e di seguito la (corta, vista anche la durata dei brani, e sintetica, perché l'ascolto rende inutile ogni parola) consueta tracklist commentata:
  1. Dancing with the Moonlit Knight - Attacca con la sola voce, e ti colpisce al cuore. Anche dopo 40 anni di ascolti, ovunque ti capita di sentire questo incipit, ti fermi, molli tutto, e non te ne vai prima che passino gli oltre 8 minuti che dura (ma nelle radio di oggi, non capiterà mai).
  2. I Know What I Like (In Your Wardrobe) - Il primo pezzo pop dei Genesis, il primo a farli conoscere al grande pubblico e mettergli in tasca qualche lira. Ma la distanza dal pop come lo conoscete oggi è abissale.
  3. Firth of Fifth - L'attacco in pianoforte è da allora il banco di prova di chiunque si accosti allo strumento, musica classica a parte. E' così difficile da fare bene che dopo una defaillance il suo stesso estensore non lo ha più eseguito in pubblico, così sollevando anche le mille cover e tribute band che anch'esse propongono la versione "tagliata" nascondendo l'inadeguatezza del proprio tastierista dietro la scusa che hanno scelto la versione live corrente. Io l'ho sentito fare perfettamente da Sergio Cammariere, per dire. Il brano, oltre 9 minuti e mezzo, ha l'andamento "circolare" di molta produzione progressive e jazz: il tema iniziale viene abbandonato e la musica prende strade imprevedibili, ma a un certo punto torna e tu capisci come anche tutta la roba in mezzo in realtà si era allontanata solo apparentemente.
  4. More Fool Me - Prova generale del passaggio di consegne tra Gabriel e Collins, canta quest'ultimo perché al primo non piaceva. Ma è sempre molto meglio della deriva pop a cui porterà la band l'ineffabile Phil negli anni a venire...
  5. The Battle of Epping Forest - Suite pretestuosa e complessa, faticosa da seguire, nei suoi quasi dodici minuti. Ma forse il giudizio sarebbe migliore se solo non fosse "circondata" da altre suite che sono veri capolavori assoluti.
  6. After the Ordeal - Intermezzo strumentale che, per i motivi appena detti, pare minore. Magari la trovassimo in un qualunque disco del 2019...
  7. The Cinema Show - Un capolavoro assoluto, senza le vette di Firth of Fifth, forse, ma in grado di tenerti inchiodato per oltre undici minuti senza cadere mai d'intensità.
  8. Aisle of Plenty - Chiude il tutto con una ripresa, breve e sommessa, del tema iniziale. A conferma della circolarità "progressive" dell'intero album. Da ascoltare quindi per intero, come una lunga unica suite esso stesso.

mercoledì 6 marzo 2019

100 VOLTE ROGER

foto da oktennis.it
Lo avete già letto dovunque, però voglio parlarne anche se non ho niente di originale di aggiungere, peraltro né ai post altrui oggi né ai miei di ieri. Nemmeno nell'invitarlo a ritirarsi, lo ero stato, perché tutti i suoi fan hanno almeno pensato dopo il suo ennesimo trionfo (io dopo la Davis, un lustro fa) che era auspicabile che lasciasse allora, in bellezza.
Invece il Nostro non ne vuole mai sapere. Dopo ogni record arriva un altro orizzonte, dopo ogni fase di appannamento ne arriva un'altra di splendore. Il tutto condito con la sorpresa di vederlo sempre aggiungere un gesto nuovo, una freccia nuova alla sua già pesantissima faretra, e con l'evidenza di vederlo sempre divertirsi, come non fossero quasi vent'anni che sta lì in cima, oltre trenta con una racchetta in mano.
Il nuovo primato è rotondo ma non è assoluto: lui è a 100 vittorie ma Jimmy Connors ne collezionò 109, e, se la considerazione che di queste ultime molte fossero di tornei minori giocati nel cortile di casa (in un'epoca già di suo con avversari mediamente meno duri) è corretta, da un lato resta formalmente ineccepibile che il recordman è Jimbo, dall'altro non è detto che a Roger Federer non venga voglia, e se gli viene potete giurarci che lo fa, di spendere l'ultimo anno di carriera, quando deciderà che sarà quello, tra tornei minori per farne man bassa. Magari dopo l'oro olimpico di singolare, una delle due caselle importanti a mancare al suo palmares immenso, dando per scontato che oramai per il Grande Slam non è più cosa (ma anche qui, lasciandosi un sottilissimo spiraglio di dubbio...).
D'altronde, finché è in grado di dare sontuose lezioni di tennis agli esponenti più rampanti della cosiddetta next-gen, magari anche gli stessi che le ultime volte lo avevano battuto in occasioni importanti, strozzando in gola alla stampa (specializzata e non, sono dieci anni che succede sta cosa...) l'ennesimo eureka sul nuovo maschio alfa che detronizza il Re, non c'è ragione per non continuare: ha ragione lui. E forse non si è ancora affacciato sulla scena il prossimo dominatore, ma nemmeno un terzetto o quartetto in grado di ripetere la lunga egemonia esercitata da Roger Rafa e Nole, con Andy a rimorchio. O almeno, è probabile che i nomi già emersi, i vari Zverev Tsitsipas Medvedev Kachanov Coric eccetera, non ne abbiano la statura relativa. Chissà, forse sarà un bene, quando anche l'ultimo dei quattro si sarà ritirato, vedere nomi sempre nuovi negli albi d'oro dei vari grandi eventi, come è peraltro già capitato in altre "ere di transizione". La settimana del centello rogeriano, però, pare suggerire che un nome c'è, destinato a riempire almeno la casellina di "giocatore più spettacolare fantasioso e divertente" del circuito. E' un paio d'anni più grande degli aspiranti al trono, a quel trono di cui invece a lui pare non fregargliene più di tanto. E tra le sue imprese c'è già quella di aver battuto tutti i "fab four" almeno una volta, e i "tre re" al primo incontro, anche se c'è anche quella di aver perso con carneadi troppe volte ed essere più volte scivolato in classifiche indecorose ad un'età in cui i veri big le promesse hanno già cominciato a mantenerle eccome, vincendo slam e arrivando al vertice. Si chiama Nick Kyrgios, è australiano, e come tutti gli irregolari non è molto simpatico alla maggioranza dei suoi colleghi. Ma invece piace a chi crede che l'espressione migliore del tennis sia quando la fantasia va al potere, a chi si è innamorato del tennis vedendo giocare Panatta: uno che ha preferito una vita piena e libera al numero uno ATP, che magari con un minimo di "inquadramento" fisico e mentale avrebbe raggiunto. Pazienza se, come Adriano, Nick avrà altre priorità: ci regalerà comunque, magari solo ogni tanto, prestazioni così godibili da permettere solo a lui di ritagliarsi, senza stonare o apparire sacrilego, qualche riga in un post che celebra Roger Federer.

sabato 2 marzo 2019

PARLA PARLA

"La musica che gira intorno..."
E poi arrivarono gli anni 80. Il Riflusso, lo chiamarono sulla stampa, in una specie di afflato profetico di quello che sarebbe diventata essa stessa molto presto: nient'altro che la rincorsa a etichette accattivanti, fa niente se con niente sotto. Per noi, ancora giovanissimi, che ci eravamo formati le orecchie e il cuore con la musica degli anni 70, fu una specie di invecchiamento precoce: "ma che robaccia ascoltano questi giovani d'oggi?", poteva capitare di sentire dalla bocca di un ventenne... Non è che avessimo tutto questo torto: di mondezza ce n'era tanta, specie quella che aveva più successo (e che da vent'anni dopo in poi i vari fabifazi avrebbero ricicciato come revival, perché a chi invecchia anche canzonette penose come quelle dei Duran o degli Spandau con la patina della nostalgia sembrano chissà che...) ma anche tantissime altre cose che per fortuna saranno dimenticate (e basta riguardare i video per rabbrividire: non si sa se sono peggio i testi inconsistenti, gli arrangiamenti elettropop o l'abbigliamento e le acconciature dei cantanti e/o attori). Ma se aveva ragione Faber, anche quell'epoca doveva avere i suoi fiori tra il letame.
Non parlo di gente che artisticamente è nata prima e sarebbe durata dopo, come ad esempio - se pur diversamente - i due David, Bowie e Byrne, o l'immenso Peter Gabriel. E d'altronde sono ascrivibili al decennio prima anche Police e Dire Straits, anche se la loro breve e folgorante parabola raggiunse il vertice proprio nei primissimi eighties. Ma quella degli Eurythmics, invece, si è aperta e chiusa praticamente tutta tra l'83 e l'88: pochi album, qualche decina di brani, quasi tutte perle. Qui però sto giocando facile, vediamo di ripescare (cosa resteeraaaaaa?) cose meno scontate: gli Ultravox di Vienna, gli UB40 in duetto con Chrissie Hynde, un disco uno dei Simply Red di quel paraculo di Mick che certo che si sta bene in Italia a sistemarsi le vigne con uno (striminzito e caro) concerto ogni tanto, "tutti vogliono governare il mondo" dei Tears for fears, Duel dei Propaganda (che si è già meritato un post tutto suo), Johnny come home dei Fine young cannibals, l'incredibile voce di Jimmy Sommerville dei Bronski Beat, Boy George che chiede "mi vuoi davvero fare male?", o Frankie che ti dice "rilassati se vuoi venire" (ma dove? con lui a Hollywood?...) da tutte le t-shirt che incontri in giro per Londra mentre (lo giuro!) la colonna sonora in ogni dove è una certa Laura Branigan che canta in inglese una hit di Tozzi e una di Raf.
Tutto questo ti viene in mente quando leggi che è morto il frontman dei Talk Talk (non dicono di cosa, non era vecchio non mi passava neanche dieci anni, ma tanto a giro tocca a tutti e dopo che sono andati quasi tutti quelli dei sessanta e metà di quelli dei settanta il turno è di questi), che manco ti ricordavi come si chiamava, che vergogna, ma ti tornano in mente almeno un paio di canzoni che si stagliavano nel panorama di allora, per qualità. Allora ve le ripropongo, giusto quelle, tanto di zibaldoni più completi ne trovate quanti ne volete. Buon ascolto, la vita è quello che te ne fai...

  

venerdì 1 febbraio 2019

GENESIS GOLD

Quei pochi che mi seguono lo sanno, che quando posso vado a sentire la musica dal vivo, e che ai megaconcerti oramai divenuti carissimi per tutti e troppo fisicamente faticosi per un ultracinquantenne preferisco di gran lunga le esibizioni di cover e tribute band in locali dove mentre senti la musica bevi o mangi qualcosa, e soprattutto vedi il sudore dei musicisti e ne apprezzi da vicino la passione e l'impegno, così grandi da farsi perdonare qualsiasi erroruccio. Gli altri, controllino scrollando i risultati del tag concerti quanti live ho commentato negli anni.
Il titolo di questo post è quello del progetto live di un gruppo di Roma (e dintorni) che ho avuto modo di ascoltare di recente al Biff, ai Colli Portuensi: i Willow Farm. Il progetto ha il merito di focalizzare il tributo alla sola parte della lunghissima carriera dei Genesis che è degna di passare ai posteri (si lo so, potrei farmi dei nemici...), quella con Peter Gabriel e poco oltre. Stiamo parlando di alcuni degli album più di culto di un periodo/genere già di culto di suo: il rock progressivo dei primi anni 70. Dischi che hanno venduto più nel tempo che ai tempi, carichi di brani che sono vere e proprie suite, tanto goduriose per chi ne apprezza il linguaggio quanto complesse da eseguire per chi decide di riprodurle.
E qui apro un inciso. Non ho mai visto dal vivo i famosissimi Musical Box, la tribute band "ufficiale" dei Genesis, che riproducono con precisione parossistica i concerti dei Nostri fino ad averne fatto un mestiere: intanto i prezzi sono da concerto ufficiale (certo non dei Genesis in una ipotetica estrema reunion completa, non zoppa come quella del Circo Massimo per intenderci, per cui in molti pagheremmo cifre da capogiro) o quasi, ma poi anche perché l'operazione è più una rappresentazione (per carità, eseguita benissimo) che un concerto con una sua anima. Non mi biasimate, sono esagerato: non sono nemmeno andato a vedere i Pink Floyd veri a Cinecittà, perché non c'era più l'anima, ovvero Roger Waters. Ma a me piacciono più ragazzi (o dovrei dire signori) che per pura passione (perché i compensi quasi mai arrivano nemmeno a coprire le spese vive) perdono il sonno per provare quel pezzo che poi nemmeno sanno quando riusciranno a portare sul palco e come verrà.
La scaletta stavolta era questa:
  1. watcher of the skies
  2. get'em out by friday
  3. the return of the giant hogweed
  4. seven stones
  5. fountain of salmacis
  6. firth of fifth
  7. I know what I like
  8. squonk
  9. duke medley
  10. the carpet crawlers
  11. lilywhite lilith
  12. chamber of 32 doors
  13. afterglow
  14. dance on a volcano - los endos
  15. the knife
la riporto a uso degli appassionati, che magari gli viene voglia di sentirsele live, e iniziano a seguire il gruppo sui social o sul sito così non prendono altri impegni per la prossima serata dei Willow Farm nella loro zona. Nel frattempo, volendo, c'è il loro canale Youtube.

sabato 15 dicembre 2018

A PRESCINDERE

Ora, a voi sembra più plausibile che una roba del genere sia il
frutto dell'autentica vocazione artistica di un ragazzo di oggi
che poi ha avuto fortuna di affermarsi, o sia invece il prodotto
di una strategia di mercato precisa e molto bene targettizzata?
No, non ci casco. Anche se sarebbe comodo, e catartico, accodarsi al filone che approfitta della disgrazia capitata nella discoteca vicino Ancona per scagliarsi contro uno che si arricchisce scrivendo cose orrende su musica che già è azzardato definire tale, oppure contro i genitori che mandano i loro ragazzini a riempire un locale a quell'ora di notte per ascoltarlo. E non è perché la vittima forse più commovente è proprio la giovane madre, peraltro anche di altri figli più piccoli, che era lì proprio per non mandare la piccola da sola, e forse le ha pure salvato la vita direttamente. E' perché qualcosa dei classici mi è rimasta nella zucca dai tempi del liceo, e so che le reprimende contro "i giovani d'oggi" non sono una roba d'attualità, e nemmeno una cosa vintage cui i nostri padri hanno costretto i nostri nonni nel sessantotto (cinquant'anni fa, si noti: se quando ero ragazzo pensavamo "50 anni fa" ci si rifaceva ai tempi della marcia su Roma), ma un vezzo vecchio quanto la scrittura (se non quanto l'umanità, ma non abbiamo prove, e prima della scrittura era diverso anche il concetto di passato), ed è facile trovare in rete citazioni di Socrate o Cicerone o Boccaccio che sembrano scritte oggi e magari fare uno scherzo a qualcuno...
La tragedia di Corinaldo, dunque, non è da attribuire alla categoria "musica orrenda di oggi che attira torme di ragazzini", e nemmeno a quella, per quanto più azzeccata ma tutta da dimostrare e comunque anch'essa vecchia come il mondo, di "organizzatore che riempie all'inverosimile il proprio locale con l'inganno", ma probabilmente e semplicemente invece rientra nella normale probabilità statistica relativa alla frequentazione di posti sovraffollati: è una cosa stupida da farsi, ci sono tante variabili da controllare che anche se chi è responsabile di farlo fosse inappuntabile (e spesso non lo è, ma quasi sempre gli dice bene) ci sarebbe sempre una certa probabilità di incidenti, che poi è più o meno quella in cui poi di fatto questi si verificano.
A me è quasi capitato, a vent'anni, a un concerto di Sting a Bari: chi si ricorda lo Stadio della Vittoria, sa che c'erano degli ingressi stretti stretti tra le grate di ferro e il muro. E tutti si voleva andare al prato, sotto il palco. Quelli dietro spingevano, e dall'apertura ci si passava uno per volta. Ci fosse stato un coglione con lo spray al peperoncino, o anche solo uno abbronzato a urlare Allah qualcosa, sarei morto schiacciato, anziché semplicemente uscito ammaccato da una ressa allucinante di venti minuti, e i giornali avrebbero ospitato opinionisti contro i giovani d'oggi che vanno a fumare erba (ed è vero, mai comprata una canna, ma lì bastava respirare a pieni polmoni, ed era all'aperto...) per ascoltare uno sciagurato rocchettaro che mica è musica quella signora mia. E non pretendo di essere originale, sono certo che ciascuno dei miei pochi lettori può pescare nei propri ricordi diretti o indiretti episodi simili.
Frequentare posti sovraffollati, dicevo, è una cosa pericolosa e stupida, che infatti a un certo punto tutti smettiamo di fare, ma quando eravamo molto giovani tutti abbiamo fatto, assieme a tante altre altrettanto pericolose e stupide. L'unica cosa che si può fare, è insegnare a un figlio come esplorare un posto per mettersi in un angolino del cervello cosa fare in caso di problemi, e raccomandargli di dedicare a questa attività un minimo di risorse mentali un attimo prima di abbandonarsi alla marea del casino, sperando che in caso la statistica reclami il suo tributo questa operazione, unita magari a una buona dose di culo che non guasta mai, lo aiuti a fare quello che serve a restare dal lato degli scampati.
Detto questo, e solo dopo aver detto questo, possiamo tornare a dirci che però ad esagerare col relativismo tutto vale tutto, e non ci sono criteri per dire cosa vale e cosa no. Quindi, che Sfera Ebbasta e tutto il Trap sono musica commerciale di infimo valore, e lo erano anche prima dell'incidente e anche se non fosse capitato. Perché il criterio oggettivo c'è. Tutti quelli che cantano e suonano hanno più o meno il sogno di campare della loro musica. Anche De Andrè voleva vendere i dischi, e se non ci riusciva (lo ha fatto grazie a Mina che ha preso la sua Canzone di Marinella facendone un hit) avrebbe dovuto finire gli studi e fare altro, ma la sua voglia di successo era figlia e non madre delle sue scelte artistiche (che infatti non erano di moda, semmai lo diventeranno anche grazie a lui). Lo so che è un criterio difficile da applicare, anche perché è trasversale non solo a tutti i generi musicali ma persino a quasi tutte le carriere: giusto Faber è con pochi altri riuscito a mantenerlo per tutta la produzione, che infatti è andata via via diradandosi col tempo. E gli altri per cui si può dire questa cosa (che tutta la loro discografia è di altissima qualità) hanno di solito carriere molto brevi (Police, Dire Straits, Eurythmics, Stratos), o sennò la si può dire solo per stralci di carriera (Daniele, Venditti, De Gregori) più o meno lunghi. Ma vale la pena tentare di insegnarlo, hai visto mai salva qualche vita o comunque qualche cervello: non è che tutto ciò che piace a tanti è qualcosa da cui devi sempre stare alla larga, ma è certamente qualcosa da approcciare con una diffidenza di default che ti aiuti a capire se è o meno un fenomeno costruito a tavolino per fare di te un conformista magari proprio mentre pensi di essere trasgressivo.
La sicurezza di un qualsiasi posto dove si affolla tanta gente è una cosa sacrosanta, a prescindere da che tipo di musica ci si suoni o da qualunque altro evento vi si svolga. E poi, molto poi, diciamo anche che una volta che abbiamo fatto tutto per salvare i corpi possiamo ancora concentrarci sulla salvezza degli intelletti.

martedì 13 febbraio 2018

PORNO-ARISTON

"Questa è una canzone intelligente..."
Una domanda: un blog che ha il tag Musica tra i più frequenti non può non occuparsi di Sanremo, in quanto evento musicale più chiacchierato dell'anno, oppure non deve occuparsene, in quanto evento che con la musica quella vera c'entrato sempre poco e c'entra sempre meno? Nel dubbio, negli anni, del festivalone ho scritto proprio solo quando in qualche modo consentiva di parlare di musica, in positivo o in negativo che fosse: nel 2009, perchè c'era da stigmatizzare l'estensione del dominio mariadefilippico anche sul feudo del nazionalpopolare; nel 2011, perchè c'era da salutare con giubilo una delle rare vittorie della Qualità (peraltro da parte di chi ne vantava tanta da potersi affermare qui con una cosa scritta "con il piede sinistro" - un po' come Dalla la canzone di Ron quest'anno, si - tra l'altro stracarica di autoplagi - ma meno di Moro quest'anno e di Amara l'anno scorso con la Mannoia); e nel 2013, in una specie di sintesi dei due suddetti post in occasione dell'ipogeo costituito dalla vittoria di Mengoni.
In questo 2018, la molla è rappresentata dalla copresenza (che non stupisce, vista la cifra stilistica da sempre stucchevole del direttore/conduttore - e per carità non sto criticando né lui né il suo festival, che in pratica essendo consistito in una specie di suo lungo concerto di duetti, inframezzato ogni tanto dalle canzoni in gara, è stato mediamente di qualità migliore del solito, anche lui avendo potuto, volendo, vincere col piede sinistro ogni volta che avesse voluto, negli anni...) di troppe canzoni ruffiane, quasi tutte peraltro variamente premiate.
Fabrizio Moro, autore della canzone vincente come della identica canzone di un paio d'anni fa, fa della ruffianeria la sua cifra stilistica, se pensiamo all'ingenuo appello alla mafia e sciacallaggio dei suoi morti di Pensa, con cui si è fatto conoscere proprio a Sanremo 11 anni fa. Oggi "si porta" il terrorismo e infatti il pezzo su quello fa leva e ottiene il successo anche popolare, in ciò aiutato dal teatrino dell'esclusione rientrata, che infatti ha come si dice azzerato le quote dei bookmakers. La cosa peggiore dell'operazione è avere neutralizzato proprio lo spirito del testo da cui prende spunto, la lettera del familiare della vittima che ci fece riflettere sul fatto che l'unica risposta sensata al terrorismo era non fare quello che ci voleva costringere a fare (rinunciare alla nostra libertà quotidiana, anche di divertirci), trasformandolo in un refrain retorico da un lato ridicolo (facile rispondere ironizzando "e certo, non c'eravate" al "non ci avete fatto niente") e dall'altro imbarazzante (se facciamo una seria contabilità si che non sono niente, le vittime occidentali del terrorismo a paragone delle vittime delle guerre occidentali). Detta in piano, è vero che per non dargliela vinta ai terroristi l'unica risposta possibile di ogni persona che si possa dire democratica e libera è non rinunciare al proprio modello di vita, ma ciò assume dignità se e solo se si accompagna a una scelta politica precisa, che tolga le responsabilità di governo a chi ha creato la situazione internazionale che costituisce il terreno fertile del terrorismo. In altre parole, se voto per chi propone il ritiro immediato dell'occidente dalle zone di guerra che ha acceso e fomentato negli ultimi trent'anni, con tanto di riparazione dei danni e risarcimento, allora poi, se ancora serve, posso avere un atteggiamento fiero di fronte a chi usa la violenza contro di noi. Altrimenti la mia fierezza è protervia. E alla mia frase ad effetto non potrò che attendermi una risposta del tipo "tranquilli, vi faremo qualcosa la prossima volta...".
Un discorso solo apparentemente di segno opposto può essere fatto per Mirkoeilcane (che forse andrebbe scritto "Mirko, e il cane?"): va bene che ti devi fare conoscere, ma sciacallare sulle vittime altrui, peraltro causate ancora dalla strategia politica dell'impero di cui siamo sudditi (sia quella militare già citata che quella economica che tende all'appiattimento in basso della retribuzione del fattore lavoro), senza fare nessun accenno a quest'ultima, equivale sostanzialmente a fargli da fiancheggiatore, assumendosi il compito di soffiare sul fuoco dei nostri sensi di colpa. Un lavoro che a gente come la Boldrini e company è da tempo molto ben retribuito, per cui peraltro il nostro deve mettersi in una ormai lunga coda (ah, ecco il cane!...), con la sua canzoncina che per capire quanto vale basta che la senti dopo Mio fratello che guardi il mondo, senza dire niente.
Insomma, non dico che era meglio quando dominavano le canzoni "amore e cuore", o quando per vincere dovevi essere almeno cieco (muto era troppo, trattandosi di canzoni), e niente è peggio delle canzoni tutte uguali di quelli che escono dai talent, ma questa sorta di "pornografia valoriale" è francamente insopportabile.
Poi, come sempre, c'erano alcune belle canzoni anche quest'anno: quella di Gazzè, ad esempio, romantica ma senza retorica, come pure quella di Barbarossa. Ma il momento migliore secondo me è stato quello in cui, volendo riempire il buco in attesa della proclamazione con una canzone di un collega scomparso, Baglioni ne cita tanti ma sceglie Jannacci, uno che la retorica la schifava e però aveva il repertorio pieno di cose estremamente commoventi, oltre che di divertenti (nel mio coccodrillo ne trovate molte: il grande Enzo era da sempre costantemente sottovalutato - e la cosa gli piaceva non poco, sono sicuro).
Chiudo tornando ai vincitori, e approfittando che proprio stasera e domani danno in TV un biopic su un altro gigante, De André (peraltro i due ebbero un contatto artistico insospettabile): se vi serve toccare con mano la distanza tra il loro motivetto paraculo (che non riuscite a togliervi dalla testa, lo so, càpita...) e un vero capolavoro che mette in scena, guardandola però dal lato giusto, la stessa tragedia, ripassatevi Sidùn. Anzi, qualcuno la faccia ascoltare bene pure a loro, così magari Moro si vergogna e si ritira, e Meta chiude tra parentesi e rimuove questo episodio di una carriera che prometteva bene e ancora forse fa a tempo a rimettere sui giusti binari.

lunedì 25 dicembre 2017

VENT'ANNI FA

Il dicembre del novantasette è stato a dir poco cruciale per chi vi scrive, e un ventennale è una bella cifra tonda per ricordarlo. Ma, niente paura, questo non è un post nostalgico e autobiografico, tanto gli amici trovati allora in quel di Trento e mai più persi, e anche quelli un pochino persi di vista ma mai di cuore e di pensiero e quindi di contatto almeno occasionale, lo sanno se mi leggono che sto parlando di loro.
E' un post di auguri di natale, ma a modo mio: con una scaletta, pardon oggi si dice playlist, necessariamente in qualche modo originale. La trovate alla fine, però: prima parliamo, sempre a proposito di musica, di un disco che ha fatto vent'anni pure lui e in qualche modo a suo tempo ha fatto epoca, e che stavo riascoltando l'altro giorno e mi ha fatto venire voglia di scriverne nei termini in cui lo sto facendo, forse anche perché proprio a Trento, anzi per la precisione a Rovereto, vidi la band che lo portava in tournée, e mi piacque tanto (no, non era una sorpresa: li avevo già visti e li seguivo da prima che si chiamassero come si chiamavano) che li andai a rivedere qualche giorno dopo alla tappa di Padova.
I CSI, infatti, avevano un passato come esponenti del combat-folk-post-punk emiliano (si chiamavano CCCP, ovviamente se avete la mia età o vi interessa la storia contemporanea), e avranno un futuro come PGR, e oggi i loro rivoli continuano a deliziare gli appassionati. E nella loro breve esistenza in quanto tali avevano pubblicato già alcuni capolavori: Ko de mondo, Linea gotica e il live acustico In quiete.  Dischi di quelli che non puoi segnalare dei pezzi come notevoli senza fare torto a tutti gli altri, comunque di livello: al massimo, puoi tracciare una tua personale playlist, appunto. Ma si trattava di dischi "difficili", come spesso capita alla roba di vera qualità, con una sacca di estimatori crescente si, ma che sacca rimaneva. E ai nostri eroi, probabilmente, piaceva così, anzi sicuramente dovremmo dire visti gli accadimenti successivi.
Avvenne infatti che nel 1997 diedero alle stampe Tabula rasa elettrificata. E fu il classico "botto". Il disco suonava come niente aveva mai suonato in Italia né suonerà più. Energia pura, dall'inizio alla fine. Roba che ti strappava i sentimenti dalle viscere, la rabbia soprattutto. Tanto che quando a un certo punto un pezzo diceva "rivoluzione", nessuno faceva caso al fatto che intendesse il moto terrestre attorno al sole: tutti urlavano, urlavamo, come se la dovessimo fare li, in quel momento, molti col pugno alzato, anche chi come racconta meglio Gaber di quel gesto aveva sempre avuto un certo pudore. E i CSI andarono al primo posto delle classifiche di vendita degli album.
Roberto Vecchioni... Mi direte: che c'entra musicalmente il Professore con Giovanni Lindo Ferretti e company? Ci arrivo: Roberto Vecchioni il suo trittico di capolavori lo ha scritto tra il 76 e il 78, e poi si in mezzo a tanta, troppa produzione, qualche perla la troviamo anche nei quarant'anni seguenti, ma quei tre dischi li, (Elisir, Samarcanda e Galabuig stranamore e altri incidenti) perfetti dal primo all'ultimo brano, erano irripetibili. Nel primo dei tre, il brano più leggero è un divertissement in chiave storica (ricorrenza, questa, frequente nella produzione vecchioniana) che a un certo punto dice:
viviamo per il pubblico, ma ci chiamiamo Pietro: in cima alle classifiche, ci rivogliamo indietro.
Non lo sapeva, ma parlava dei CSI di vent'anni (di nuovo i vent'anni) dopo.
Ancora in tour con "tabula rasa", infatti, i nostri cominciarono a maturare lo scioglimento. Pubblicheranno ancora tre live, uno atipico registrato a margine di un evento commemorativo di Beppe Fenoglio, e due diciamo così di addio dal titolo Noi non ci saremo (volume I e II, appunto), preso in prestito da Guccini e i Nomadi con tanto di cover.
Misurate la distanza tra una parabola artistica come quella appena descritta e quelle odierne, ed avrete evidenza empirica dell'enunciato filosofico che la freccia del progresso non sta sempre verso avanti nel tempo.
Buone feste a tutti. e buon ascolto:
  • Memorie di una testa tagliata (attenti: è di un realismo assoluto, l'orrore della guerra lo senti nelle ossa meglio che nella prima mezz'ora di Salvate il soldato Ryan, e vi sembrerà di capire cosa si prova a morire);
  • Cupe vampe (a ricordarci che l'Europa marcia di oggi è nata banchettando sulla carogna della Jugoslavia, del cui smembramento era stata il mandante);
  • E ti vengo a cercare (l'unica cover di Battiato cantata meglio di Battiato stesso, cioè conferendo al brano significati ulteriori);
  • Unità di produzione (quella della rivoluzione di cui sopra);
  • Forma e sostanza (un trattato di filosofia in forma di canzone "conosco le abitudini, so i prezzi, e non voglio comperare né essere comprato", con tanto di catarsi incorporata "voglio ciòooo che mi spetta, lo voglio perché è mio, mi spettaaaa!" a cantarla in coro);
  • Fuochi nella notte di San Giovanni (che riprende il "chi c'è c'è" dal brano di inizio album, che cito alla fine come dulcis in fundo, a dimostrare che di una sorta di concept sui generis si trattava)
  • A tratti (fate attenzione al cambio di ritmica a circa 3/4 di canzone: innescato dalla chitarra, cui la batteria a un certo punto si appende, dopo essersi ostinata per un po' a mantenere il suo pestaggio ossessivo precedente, è uno dei passaggi più interessanti della musica italiana, e non sto esagerando, e culmina col seguente rimarchevole testo:
Non fare di me un idolo, mi brucerò, se divento un megafono m'incepperò,
cosa fare o non fare non lo so, quando dove perché riguarda solo me,
io so solo che tutto va ma non va, non va, non va, non va, non va...
Sono un povero stupido so solo che chi è stato è stato e chi è stato non è:
chi c'è c'è e chi non c'è non c'è....

domenica 22 gennaio 2017

THAT'S TENNIS!

"Occacchio, ma il fratello forte non ero io?"
Si, lo so, con questo post mi farò parecchi nemici, ma signori alla fine bisogna avere il coraggio delle proprie idee, e metterci la faccia, no?
Parliamo di tennis, almeno apparentemente. La notizia è che il numero 50 del mondo ha appena buttato fuori dagli Australian Open il numero 1. Il video degli highlights è ovviamente da quasi subito in rete e magari dopo ve lo guardate tutto (è in fondo al post), ma se prima seguite il mio ragionamento secondo me ve lo godete di più, e ciò vale anche per i profani dei "gesti bianchi".
La notizia, infatti, non è che lo strafavorito ha perso: non è la prima volta che capita e non sarà l'ultima, in qualsiasi sport o altra attività e per qualunque ragione. La notizia è chi ha perso e contro chi e perché e cosa significa e cosa può comportare, magari lo facesse, questa sconfitta.
Andy Murray, infatti, è un pallettaro. Per carità, un bravissimo pallettaro, uno che grazie ai consigli di un altro grandissimo pallettaro a suo tempo anch'egli numero 1 ha saputo crescere fino al punto di saper cogliere il momento giusto, la crisi innanzitutto extratennistica del precedente leader a sua volta tale per aver saputo approfittare dei colpi che acciacchi e anagrafe avevano dato ai numeri uno di prima, per issarsi in cima al mondo. Ma per chi ama il tennis soprattutto per il suo lato estetico, come il sottoscritto si ma soprattutto come il più grande giocatore italiano di tutti i tempi, quando il numero 1 è un pallettaro non è certo una buona cosa.
Ora, intendiamoci (anche grazie a Panatta, se avete seguito il link precedente): chiamiamo pallettaro non uno che non ama scendere a rete. Djokovic e Nadal, ad esempio, come ai loro tempi Borg e Agassi, si trovano più a loro agio lontani dal net, ma non sono pallettari, volendo definirli (ammesso che sia indispensabile) potremmo dirli "attaccanti da fondo", ma il punto è, perdonate il gioco di parole, che si tratta di giocatori che cercano di fare il punto, non di resistere fino a quando il punto lo sbaglia l'avversario. Quest'ultimo è appunto il pallettaro. Vilas, Barazzutti, Lendl, giù giù fino al vostro odiato avversario di torneo amatoriale che vi rimette ogni cosa peggio di un muro, maledetto! Ovviamente, niente di personale: se tu sei consapevole che quello è l'unico modo che hai per battermi, e giustamente vuoi farlo, hai tutto il diritto di giocare così. Ma ti diverti? D'accordo, la domanda è retorica, evidentemente ti diverti, oppure ti interessa solo vincere e non ti poni il problema, ma il punto è che io piuttosto che giocare come te smetterei di giocare. Per pneumotesticolite (questa non la spiego), la stessa che mi fai venire a giocarti contro per cui alla fine magari vinci tu, ma sai che c'è? sticazzi: io so giocare a tennis e tu no, umma umma!
Il pallettaro, infatti, gioca così anche in amichevole, è più forte di lui. Noialtri, che giochiamo invece per divertirci e se ci siamo divertiti siamo contenti anche se abbiamo perso, siamo un'altra specie. Così, quando capita che uno di noi, un mancino fratello scarso di un predestinato dio alto e biondo, riesce a battere il re dei pallettari proprio grazie al fatto, Ubitennis dixit, di essere entrato in campo per godersi la giornata, scusateci tanto ma godiamo anche noi. Una cifra.
E ora la speranza. A un certo punto del filmato vedrete inquadrata tra il pubblico (il fotogramma ve l'ho estratto sopra) la faccia stupita di Alexander, fratello minore di quel Mischa che stava strapazzando Murray sul campo. Il ragazzino studia da numero uno, ha già battuto un paio di volte Federer e in questo torneo è uscito per un pelo a opera del redivivo Nadal, ed è considerato un talento naturale. Molto più alto e potente del fratello maggiore, ci piace credere che la visione di questa partita abbia fatto scattare in lui la molla giusta, gli abbia fatto pensare "ecco quello che mi manca, e per fortuna conosco molto bene chi mi può dire come si fa!". Per scendere a rete con costanza, infatti, occorre introiettare che se hai la padronanza dei colpi di volo e la condizione fisica adeguata a prendere posizione a tempo allora è solo questione di numeri: ci sarà una percentuale di volte che sbaglierai (o il tuo avversario ti passerà nettamente), ma se riesci a sorridere del tuo errore (o goderti quel passante e magari complimentarlo) senza deprimerti o impaurirti, e continui a prendere la rete con costanza, magari perdi, ma ti sarai divertito; e magari vinci, persino con uno più forte di te che se ti ci metti a palleggiare ti schianta. Se Zverevino, e magari con lui tutta la nextgen che tarda ad affermarsi, comprenderà la lezione di oggi, nei prossimi anni ci divertiremo.
...
P.S. Mentre scrivevo si giocava l'ottavo di finale da cui doveva uscire l'avversario di Murray, cioè ora di Mischa Zverev, ai quarti. Ebbene, a proposito di dio del tennis, a proposito di qualità, a proposito di estetica, il 35enne Roger Federer ha battuto al quinto set il corridore giapponese Niskikori. Ci divertiremo anche subito.

domenica 12 giugno 2016

DI RE IN RE

Ho visto la luce, ho visto Mohammed Alì combattere...
Non posso avere ricordi diretti, di quella notte di sport, non tanto per l'età, che li ho vaghi per la sconfitta contro il Brasile di Mexico 70 ma netti per la debacle dei vecchietti di Valcareggi in Germania 74, ma perché la Rai al tempo per via dell'austerity chiudeva le trasmissioni a mezzanotte e Telecapodistria a Reggio non arrivava e ne ignoravamo persino l'esistenza.
Ma Mohammed Alì era uno che quando lo incrociavi lo incrociavi ti andavi subito ad informare, presso testi e testimoni, chi fosse mai, anche chi lo avesse visto la prima volta ad Atlanta 96, accendere tremante la fiaccola olimpica.
Così si apprendeva che era oro olimpico a Roma 60 e poco dopo campione del mondo professionisti, corona, anzi cintura, che si riprese altre due volte, unico di sempre mi sa. Avendolo perso sul ring solo una volta, perché la prima glielo hanno tolto in quanto si era rifiutato di andare a combattere in Vietnam, e peraltro già dichiarato mussulmano. Ai tempi, ci bastava per eleggerlo GOAT; oggi, avete Wikipedia, per capire perché il docufilm del 96 che racconta il mitico match di Kinshasa, con tanto di megaevento musicale incorporato (con B.B. King, queen Miriam Makeba, e bishop James Brown, scusate se è poco) si doveva intitolare Quando eravamo re.
Poi certo, vi dovete accontentare di un bischeruccio che ci aspira, a farsi re, stravolgendo la legge fondamentale dello Stato in un modo che spalanca le porte, purtroppo per noi se non lo fermiamo, a gente ancora più pericolosa di lui. Col beneplacito di troppi, persino di chi della santificazione della Costituzione ne aveva fatto un marchio di fabbrica, e vabbé non aver imbroccato più un film dopo l'Oscar ma almeno in queste cose un po' di coerenza non guasterebbe, così è come se domani ci raccontasse Dante come un poetastro dialettale semisconosciuto...
Ma siccome qui qualcuno vi vuole bene, eccovi il filmato integrale in streaming, in cui vedrete il concerto e il contorno, e poi uno che si era fatto un nome, anzi due, sul fatto che, da peso massimo, usava pungere come un ape e volare come una farfalla, stupire il mondo facendosi menare, sfinendo così il suo fortissimo avversario fino a che fosse facile finirlo con una rapidissima sequenza.


Watch Quando Eravamo Re in Sports  |  View More Free Videos Online at Veoh.com

martedì 24 maggio 2016

I GATTI GUARDANO ALICE

Beh, non mi dite che non ci somiglia....
Chi ama davvero la musica non può che detestare i talent show, per la sintassi che usano e per il fatto stesso che la loro proliferazione sia al tempo stesso sintomo e causa della crisi dell'industria musicale.
Essendo argomento a me caro, ho già spesso parlato di come e perché era meglio quando c'erano i vinili e le musicassette, ma anche quando si potevano noleggiare liberamente i CD, la libera circolazione delle idee infatti alla fine sviluppa il mercato, ampliandolo verso zone che una strategia opposta (di difesa dalla "pirateria", per chiarirci) ha indotto ad abbandonare. In sintesi, se devi investire tanto per fare uscire un nome nuovo, è ovvio che preferisci andare sul sicuro rispetto al rientro del tuo investimento, quindi "sparare nel mucchio" della moda musicale del momento senza consentirsi digressioni pericolosamente "artistiche" fuori dagli schemi.
Ecco perché oggi non può venire fuori un nuovo De Andrè, un De Gregori, un Conte, ma nemmeno un Lindo Ferretti o una Cristina Donà, figurarsi un Battiato (i cui primi album erano di musica elettronica tipo Pink Floyd, sapevàtelo). Ci fossero, o si arrenderebbero ad annacquare la loro cifra stilistica, o verrebbero indotti a cambiare mestiere prima.
Se ne riparlo oggi, è per dare contezza di un'eccezione: a vincere un talent, e peraltro il più palloso e sfigato dei talent (forse non è un caso? cmq ieri ha fatto solo due milioni di telespettatori, per la finale di un talent praticamente 4 gatti, e quindi pare che l'anno prossimo lo segano...), è per la prima volta un'artista vera, una di cui probabilmente sentiremo parlare per anni (sempre che le doti che fin qui ha dimostrato di avere la aiuteranno a resistere alle tendenze omologatrici dell'industria discografica).
Alice Paba, Monina sul Fatto l'aveva detto un mese fa che avrebbe vinto The Voice, perché il gap qualitativo dagli altri era tale da resistere alla probabile loro prevalenza su altre dimensioni, anche se magari per poco (come si è visto: ha battuto per un pelo prima un piacione biondo poi uno nero, per carità bravini). La ragazza a 19 anni appena ha personalità da vendere, è in grado di mettere del suo in ogni cosa che interpreta (vedere il video in fondo per credere), e bypassa con disinvoltura il fatto di somigliare più a Peggy di C'era una volta in America che a una qualunque delle fighette che si sono affacciate allo scenario musicale dalla Tatangelo in poi. Se le canzoni che si scrive(rà) si attestano su livelli qualitativi di questo ordine, o almeno se ha l'intelligenza di una Mannoia nello scegliersi gli autori, è nata una stella. Da un programma TV di m...a, a dimostrazione che aveva ragione De Andrè nella sua Via del Campo...

mercoledì 2 marzo 2016

IT TAKES LOVE...

E' come quando sei arrivato a casa e hai messo sul piatto del tuo rack (una roba che dopo 35 anni ancora funziona alla grande) il nuovo lp dei Dire Straits Love Over Gold, in particolare la lunghissima prima traccia Telegraph road, e, mentre una manfrina di suoni rarefatti sembrava darti il tempo di rilassarti e maneggiare incuriosito la copertina col fulmine, è partita quella schitarrata a tradimento che ti ha strappato le frattaglie dalla bocca dello stomaco tipo Alien, e tu che eri già un knopfleriano dagli inizi quella sensazione non te la saresti più scordata.
Come quando hai cominciato a pensare, appena adolescente, che qualcosa non quadrava nei raccontini di cui ti avevano riempito la testa fin da piccolo, che quel Gesù se era esistito davvero doveva essere stato molto lontano dall'immagine oleografica che ti presentavano, e che la spiritualità è nell'uomo e non fuori o sopra di lui, e si presenta in molte, moltissime forme.
Come quando hai cominciato a sentire la macchina come un estensione del tuo corpo, e forse era facile visto che avevi una Fiat 500, e a compatire quelli che invece di dominarla ne sono dominati, e maledizione sono la maggioranza perché bisogna vendere le auto e quindi regalare le patenti.
Come le cose inventate per sbaglio, magari senza manco arricchirsi, come il Das o il Post-it ad esempio, o le persone incontrate per caso. O come quelle invenzioni che possono fare del bene a tutti, tanto costano poco, o quelle amicizie gratuite ed eterne.
Come le idee quando riescono a realizzarsi, e resistono per decenni all'assedio, lasciando un esempio al mondo anche se e quando si arrendono. Come la Cuba di Fidel.
Come quando hai iniziato a fermarti e seguire le partite di calcio solo quando le commentava quel gran genio di un telecronista, al secolo Beppe Viola, che maledizione poi è morto giovane, anche se cantava che "il cuore è a posto".
E' come tutte queste cose e molte altre, quando vedi le cose belle, la qualità in azione e la quantità in castigo. Come quando ti capita di vedere partite come quella tra la Radwanska e la Vinci, chissenefrega chi ha vinto e chi ha perso, a Doha 2016.

martedì 23 febbraio 2016

TAUTONATOS


Ognuno di noi burattini deve scegliere se strapparsi
i fili o tenerseli. Benigni non li aveva e se li è messi.
Sanremo. Successo sorride Stadio, song scartata scorsa stagione, stupenda, sentimentale senza sentimentalismi, sconfitti stuoli scontati songwriter scriventi solite strappalacrime stupidaggini. Scommettitori sorpresi.
Psichedelici fantastici, pippavano fitenzie per fare pezzi fighissimi, più flesciati possibile, favolosi, proibitivo fischiettarli: Pink Floyd.
Dirò subito di sostenere di stare davvero sentendo, digitante senza dimenarsi, supremo divino suonatore dello strumento di Segovia: Dire Straits.
Bene Berlinguer brancavi, Bibbia buggeravi, Berlusconi bertucciavi. Bolso blateri borghesissime burlette baciapile. Basta baggianate, Benigni!
Ecco, con tutte le cose che avrete letto su Umberto Eco (questa sulla morte più di tutte), non si poteva scrivere niente che non rischiasse la ridondanza. Ma in questi giorni stavo leggendo Baudolino (ora per un po', non si sa mai, eviterò di leggere Camilleri...), ai tempi lessi Il nome della Rosa e Il pendolo di Foucault in spiaggia (guardato come un marziano), capolavori assoluti che se non li avete affrontati sappiate che se li iniziate è impossibile staccarsi, ma mediamente preferisco il semiologo al romanziere, forse perché è nella prima veste che l'ho conosciuto e apprezzato ai tempi dell'università, e la seconda è arrivata dopo.
Al liceo, coi miei amici, ogni tanto giocavamo a raccontare una storia, o a dialogare, usando solo una iniziale, in preferenza la "p". Solo qualche anno dopo scoprii che la cosa si chiamava tautogramma, e c'era chi ne aveva fatto materia di esercizio accademico con tanto di pubblicazione. Ecco perché mi sembra appropriato salutare Eco parlando di altri campioni di qualità, attuali o passate, usando (mediocremente, lo so) questo particolare gioco linguistico.
Con caduta celebre cattedratico che cantò certi certosini collassanti cianotici contattando carta cianurica, Connery colpevoli cercando, cultura cede cospicuo coprotagonista.

sabato 17 ottobre 2015

NON TI MUOVERE

Ecco la soluzione, molto meno costosa e molto più sicura dell'installazione di
qualsiasi rete di diabolici dispositivi per il controllo a posteriori della velocità:
omologare solo auto che non vanno a più di 130, come la mia vecchia Fiat 500 L
Uno degli aspetti più sgradevoli, e per molti versi (che vedremo) significativi, della decrescita infelice che ci hanno apparecchiato, è il tramonto tra gli altri diritti di quello alla mobilità personale. Certo, come avviene per gli altri, anche questo diritto (addirittura in qualche modo connesso all'habeas corpus) non viene certo negato giuridicamente, cosa che solleverebbe proteste tali da imporre un dietrofront, no: viene semplicemente vanificato, come quello al lavoro con l'attacco ventennale culminato col jobs act, per capirci, e come per il jobs act, anzi più facilmente vista la natura delle tematiche (più emozionali e implicanti bisogni meno primari), la spoliazione viene coperta da una sapiente narrazione falsa ripetuta fino a sembrare vera fino alla scontatezza.
Per comprendere la portata del fenomeno occorre un rapido tratteggio storico. L'uomo, per quasi tutta la sua storia millenaria, è rimasto legato indissolubilmente alla (quasi "prigioniero della") terra dove era nato. Quando, e ciò capita da sempre, è stato costretto a spostarsi, era uno sradicarsi, e per ragioni profonde e a costo di sofferenze immani per il singolo e la specie, sempre: dalla diffusione dell'homo sapiens dall'Africa al resto del globo fino ai migranti di oggi, travasi enormi e lenti, per compensare squilibri economici e ambientali difficilissimi da gestire altrimenti, o al massimo spedizioni pioneristiche e/o marginali, che comunque coinvolgevano l'intera vita degli interessati. Per viaggiare per piacere, e voler tornare a casa e raccontarlo, ci vuole un margine economico individuale e/o sociale, e infatti i primi a farlo furono i romantici dell'ottocento, e i primi del ceto medio nelle prime società di massa degli anni 20 del novecento, ma era il ceto medio/alto: i miei bisnonni e probabilmente quelli di ciascuno di voi lettori se lo sognavano, di andare in vacanza, i nonni praticamente pure (il maggiore, forse l'unico, viaggio dei miei nonni fu a Roma per cercare di avere ragioni al ministero del mancato ricongiumento pensionistico di lui - non l'ebbero: per le pensioni la finestra dei "privilegiati" è ancora più piccola), e solo i padri con molta moderazione cominciarono. Insomma, non avendo la combinazione minima necessaria di accesso ai mezzi di trasporto e tempo libero, il proletario non può viaggiare, solo eventualmente migrare.
Dunque, visto il destino di generale neoproletarizzazione cui sono stati destinati, ai nostri figli non resterà (non resta, perché il fenomeno è già significativo) che partire per l'estero per cercarvi un lavoro qualunque. In concorrenza con gente che si accontenta di sempre meno, peraltro.
Ma siccome qualcuno ancora si ostina a non voler rinunciare a quello che gli hanno insegnato era un suo diritto, ecco una serie di provvedimenti ad accerchiarlo fino a fargliene perdere la voglia. Ad esempio, l'auto, se proprio insisti a volerne una, con autovelox, tutor e vergilius, varchi elettronici, puntatori laser, app sparamulte per smartphone, presto droni, ti conviene rinunciare a usarla. Da altre parti si è raggiunto lo stesso risultato rendendo via via il servizio pubblico talmente più concorrenziale da rendere logico non usarla: dilettanti! in Italia, e a Roma in particolare, ti costringono a prendere mezzi pubblici che continuano a peggiorare. Magari con provvedimenti raffazzonati e miopi (adesso persino postumi) che danneggiano tutti tranne quegli eletti che ancora possono mantenersi una casa al centro (o quei rampanti che rubando o meno se la sono fatta o si permettono di farsela ora, o quei pochi fortunati che l'hanno ereditata).
Che questi siano i veri scopi di tutto il complesso normativo/filosofico imperante, e non invece quelli dichiarati di salvaguardia dell'ambiente e della sicurezza delle persone (fino a mostri giuridici inutili e dannosi), è facile da dimostrare logicamente: se gli scopi dichiarati fossero reali, basterebbe rammentare che guidare un'auto è un'attività oggettivamente rischiosa, più ancora se vogliamo che pilotare un aereo, e quindi va lasciata solo a chi superi un percorso formativo serio e degli esami discriminanti (com'era agli inizi, ed è stato fino ai primissimi anni 80, peraltro), per limitare il parco auto (coi criteri in vigore ancora nel 1981, quando ho preso la patente io, oggi l'avrebbe un quinto di chi la "compra" alle autoscuole, ma io sarei ancora più restrittivo) al punto di rendere superfluo tutto il corpus di provvedimenti e attività repressive tanto di moda. Compresi gli assurdi limiti di velocità generali. I quali, però, se anche volessimo continuare a considerarli essenziali, basterebbe NON omologare vetture che li superino significativamente (lasciando un 10% di margine per i sorpassi). Come dite? danni all'industria? e non era la sicurezza la vostra preoccupazione? e poi perché? date i limiti all'industria (nessuna auto che superi diciamo i 150 all'ora può essere omologata per la circolazione sulle strade) e lei si industrierà a cercare altri fattori di appeal per vendere i suoi prodotti: scommettiamo che non avrebbe difficoltà? D'altronde, non è quello che hanno già fatto con gli accessori per la sicurezza (quasi tutti inutili quanto costosi) e i limiti di inquinamento (unico scopo: costringerti a cambiare macchina - abbiamo visto quanto interessa davvero l'obiettivo dichiarato)? Non è quello che stanno finalmente facendo con l'automotive infotainment?
E già ma poi come farebbe il politico o il calciatore a comprarsi il SUV coupè da 100mila euro e 250 all'ora (tanto le multe non le paga o non sono un problema, e i punti patente pure quelli si comprano)? E la casa automobilistica a vendere gli alti di gamma che fanno tanto margine (abbastanza anche per creare lo sfrido per le unzioni - o credete che solo la VW giochi sporco?), come farebbe?
Insomma, l'avrete capito, sono uno che gli piace guidare. E detesta doverlo fare con l'occhio strabico all'autovelox o rischiando il colpo di sonno per rispettare limiti assurdi. Ma non mi sono mai più divertito come quando guidavo una Fiat 500 L blu (battezzata Luchinella in onore al campione mondiale classe 500 delle moto), e il mio massimo sogno (irrealizzato) sarebbe stato possedere una DS (il geniale "ferro da stiro"): non due fulmini, ma una vera "city car" e una vera "dea". Ma costruite per durare una vita, e dovevi saperle guidare. E il tutor eri tu.

In evidenza

DEFICIENZA, NATURALE

Dell'argomento AI ne abbiamo già parlato come di uno di quei pericoli gravissimi verso i quali sarebbe opportuno porre argini non appen...

I più cliccati dell'anno