domenica 24 maggio 2020

FERRIERE E MINIERE DI CALABRIA ULTERIORE - II

Mongiana è così piccola che per vederla comparire su Maps bisogna zoomare un
bel po'. Ma il segnalibro delle Reali ferriere ed officine è ancora lì, a testimoniare
di un passato glorioso che avrebbe potuto portare a una storia diversa e quindi ad
un presente diverso per il nostro Sud. Qualcuno potrebbe dire che è rivangare non
è che un inutile esercizio, visto che oramai siamo tutti italiani. Ma senza i crimini
commessi tutta la storia italiana sarebbe stata diversa, e tenerlo presente potrebbe
servire ad esempio adesso a fermare i crimini europei nei confronti dell'Italia, che
sono peggio di un'annessione perché ne provocano i danni senza pagarne i costi, e
quel che è peggio sono commessi con la collaborazione attiva di troppi italiani...
Come promesso, ricevo e volentieri pubblico il seguito di un post anche piuttosto letto, per gli standard di questo blog; spero che sia per l'argomento: vorrebbe dire che l'afflato di autentico meridionalismo, che condivido con l'autore, è ancora vivo tra i conterronei. Sarebbe raccomandabile, anche per chi l'avesse già letta, cominciare dalla prima parte: la storia, che Pasbas ha scelto in quanto paradigma di quella che fu una guerra di annessione e fu raccontata (e ancora oggi lo è) come mito fondativo dell'Italia unita, è quella di un puntino sulle cartine geografiche praticamente al confine tra le province di Vibo, Reggio e Catanzaro, un paesino oggi minuscolo nato e fiorito proprio come centro residenziale per gli operai delle fabbriche di cui raccontiamo. Spesso però è dal piccolo che si capisce meglio il grande.
Una ultima considerazione prima di lasciarvi alla lettura. Pasquale chiude l'excursus storico (ma non andate subito a guardare, vi rovinate l'effetto) con un espediente retorico efficacissimo, che a me fa trarre due conclusioni che funzionano bene anche come premesse: (1) qui nessuno vuole santificare i Borboni, ma solo proporre una visione della Storia meno ideologica di quella di cui ci hanno imbevuti fin dalle scuole elementari; e (2) forse alla fin fine è solo l'esercizio pedante e instancabile del Dubbio che ci può salvare, magari anche in una cronaca gestita da una macchina propagandistica superefficiente.

Ferriere di Mongiana Parte 2

di Pasbas

Eccomi di nuovo a parlare dell’autentico e preunitario “Polo Metallurgico Calabrese”, che niente ha a che fare con la bufala statale post-unitaria del famoso e famigerato Centro Siderurgico di Gioia Tauro.
1820
Il direttore di Mongiana, Landi, trasferitosi agli opifici di Torre Annunziata (già esiste la “job rotation” tra poli industriali remotamente dislocati!), viene sostituito dal T. Col. Mori. In continuità assoluta col suo predecessore, Mori dà nuovo impulso alla siderurgia facendo sfornare a Mongiana latta ed acciai speciali.
In quel periodo scoppia la rivolta siciliana che mette a dura prova la solidità del Regno, ma che non compromette minimamente lo sviluppo del Polo Siderurgico Calabrese.
22/7/1820
Con la Costituzione, Ferdinando I, con grande lungimiranza, suddivide la Calabria in 3 regioni: Calabria Citeriore (Cosenza),Calabria Ulteriore 2 (Catanzaro) e Calabria Ulteriore 1 (Reggio Calabria)
1821
Gli austriaci invadono il Regno e aboliscono la Costituzione, dando inizio ad una spietata caccia al democratico.
1823-26
La comprovata stabilità del polo mongianese porta ad una grande opera di rimboschimento nazionale delle faggete serrane, depauperate dalla necessità di fornire carburante ligneo agli altiforni. Una legge forestale fa delle faggete di Stilo una proprietà demaniale, istituendo un Corpo Forestale di sorveglianza, di stanza a Mongiana. I boschi serrani di Stilo, grazie a questi lungimiranti provvedimenti, tornano a godere di buona salute.
Ma non finisce qui, infatti il motivato Ritucci inizia i lavori per la costruzione dell’incredibile e ancora oggi bellissimo sito di Ferdinandea (così chiamato in onore del Re Ferdinando II, suo promotore e finanziatore).
Nello stesso periodo prende forma anche l’imprenditoria industriale privata: nelle serre del versante ionico il Principe di Satriano crea il più grande complesso siderurgico privato del Regno. A Capodimonte, intanto, la nuova industria privata metalmeccanica Henry & Zino produce pezzi di ricambio per le macchine da tessitura a vapore. Ha così inizio nel Regno la coesistenza di un sistema nazionale metallurgico statale e di uno completamente privato (altro che la "arretratezza, incultura, povertà di idee e mezzi" riferita dagli invasori piemontesi, e poi passata alla storia!).
1833
L’organizzazione del polo di Mongiana è molto complessa e articolata e viene gestita dalla Direzione Generale, che sovraintende alle attività e coordina le altre Direzioni:
  • Direzione del Dettaglio, presieduta da un esperto economo;
  • Direzione Lavori, presieduta da un esperto chimico;
  • Direzione della Fabbrica d’Armi, con a capo un perito;
  • Direzione delle Miniere, con a capo un geologo-mineralogista.
Questa complessa struttura ha il compito di gestire impianti e infrastrutture distribuite su di un vasto territorio montano, boschivo ed impervio.
1839
Il capitano D’Agostino e il fonditore Pansera partono da Napoli per le zone minerarie francesi, arrivando ad esaminare e studiare gli opifici compresa la grande fonderia militare di Newers. Un evento questo di vero e proprio spionaggio industriale di stampo moderno.
Nel luglio il polo minerario-siderurgico conta ben 742 lavoratori divisi tra: staffatori, fonditori, minatori, garzoni, carbonieri, mulattieri, bovari, impiegati di vario genere, militari, un chirurgo e un cappellano. Una tale capacità industriale e organizzativa consente alle Reali Ferriere di vincere l’appalto nazionale per il ponte in ferro “Cristina sul Calore”, per manifesta superiorità rispetto ai concorrenti.
Qui si potrebbe uscire un attimo di tema, e ricordare come sono andati gli appalti pubblici lungo tutta la storia dell'Italia unitaria, e vanno ancora adesso, ma lo sapete già tutti e sarebbe pleonastico.
1840
Nasce, nell'ambito dei continui aggiornamenti tecnologici e organizzativi, l'inedita figura dell'ingegnere costruttore. Il primo a ricoprirne la carica fu singolarmente un civile, Domenico Fortunato Savino, grande e visionario genio della progettazione a largo spettro, manutentore e riciclatore fantasioso, uomo dalle mille risorse. Tra i suoi compiti quello di progettare il Piano Regolatore dell'intero Polo serrano: rifare completamente le fonderie, ristrutturare la caserma e le varie officine, progettare il complesso delle opere infrastrutturali necessarie quali strade, ponti, canali e persino un cimitero.
1846
Il Savino introduce nel processo industriale i più moderni sistemi di affinazione, installa un laminatoio inglese allo stato dell’arte e non ultimo rende il Polo completamente autosufficiente quanto a utensili, parti di ricambio e quant'altro necessario alle varie attività lavorative.
1848-49
I moti di indipendenza dei siciliani, che chiedono il distacco della Sicilia dal Regno dei Borbone, vengono repressi spietatamente nel sangue dai Borbone, avendo come drammatico epilogo la distruzione sistematica e totale della città di Messina, ultimo baluardo di resistenza dei siciliani indipendentisti.
Ma, a proposito di stabilità delle imprese pubbliche del Regno, il Polo Siderurgico Calabrese continua la produzione senza interruzioni di sorta. Ancor di più: quando dei ribelli calabresi attaccano a sorpresa Mongiana, a parte le poche armi e due cannoni sottratti ai militari di stanza nel sito, non trovano nulla di utilizzabile per le loro azioni future; inoltre le maestranze si mostrano assolutamente indifferenti alle loro incitazioni alla ribellione. Il Savini, di tendenze liberali, viene rimosso dal suo incarico ma presto reintegrato su pressante richiesta della direzione e delle maestranze. Se non è stabilità operativa questa! Si pensi invece a cosa accade ai giorni nostri al Paese dopo un semplice rimpasto governativo...
Uno sguardo ai numeri, che dimostrano le considerevoli dimensioni di alcuni dei fabbricati presenti nel Polo Calabrese: le Officine sono locate in uno solo stabile lungo circa 2 km; nelle ferriere ci sono inoltre 3 grandi altiforni; la fabbrica d’armi è ospitata in un grande edificio di 3 piani.
Tornando al tema della valorizzazione dell’elemento umano, il Regolamento delle ferriere è per l’epoca molto avanzato in termini di garanzia e rispetto dei lavoratori. E’ un misto di elementi burocratici tipici del Regno e di una serie di norme di forte coinvolgimento degli operai nella direzione della fabbrica (i grandi industriali protagonisti della ripresa economica degli USA nel dopo ’29, quali Ford e altri, applicheranno questi concetti quasi un secolo più tardi!). Ad esempio, per dire di quanto l’organizzazione sia efficiente e rispettosa delle maestranze, la giornata lavorativa è di 8 ore (avete capito bene, 8 ore, nel 1848!), e anche di durata inferiore nel caso di lavorazioni particolarmente logoranti: a quel tempo l’orario medio di lavoro nel Regno è di 10/11 ore, mentre in Inghilterra gli operai lavorano 16 ore e il lavoro minorile è molto diffuso. Inoltre, esiste già una Cassa Previdenza per gli infortuni sul lavoro, che peraltro sono in numero molto più basso delle corrispondenti industrie europee. Anche la mortalità sul lavoro vede cifre significativamente più basse di quelle relative alle nazioni più industrializzate, frutto di una più che buona organizzazione gerarchica delle squadre di lavoro congiunta alla grande importanza data alle maestranze viste come veri uomini con veri diritti, invece che come “asset aziendali”.
Caratteristiche essenziali del Regolamento, elementi apparentemente contraddittori (che però in effetti non lo sono, visto i luoghi e l’epoca di riferimento, gli anni 40 del XIX secolo) tra quelli più specificamente militari, relativi alla grande importanza strategica del Polo, e quelli relativi alla valorizzazione in termini sia umani che produttivi:
  • come detto, la giornata lavorativa è in media di 8 ore contro una media nel Regno di 11/12 ore;
  • per il lavoro minorile gli orari sono ridottissimi e i compiti sono di tipo gregario-apprendistico:
  • manca totalmente lo sfruttamento delle donne;
  • grazie alla politica di welfare la popolazione residente gode di buone condizioni di salute, e inoltre c’è assenza totale di alcolismo;
  • sono presenti in sede un chirurgo (poco impegnato grazie ai pochi infortuni dovuti alla buona organizzazione del lavoro), e un farmacista con compiti anche di medico;
  • infine, anche se non è tutto, Mongiana (come già per il Polo Tessile di S. Leucio) è dotata di 2 classi di scuola primaria con tanto di insegnanti per un totale (per i tempi, una vera e propria chicca culturale) di nove materie insegnate: lettura e scrittura, aritmetica, religione, grammatica italiana, dettato, disegno lineare, agricoltura, arti e (per ultimo ma non per importanza) galateo!
1860
Fine del Polo Siderurgico.
Arrivano i garibaldini (autoproclamatisi liberatori col supporto di inglesi, massoni, piemontesi e francesi) e cambiano come primo atto il nome degli altiforni di Ferdinandea da S. Francesco e S. Ferdinando ai più laici (o dovremmo dire laidi) Garibaldi e Cavour. Ecco i "miglioramenti" immediati che avvengono nel Polo: viene immediatamente chiusa Ferdinandea, e nella Ferriera “liberata” di Mongiana non si pagano più gli operai provocando sommosse tra le maestranze e i cittadini. Si sollevano infatti i mulattieri al grido di “W Francesco II”, e si creano bande di militari che non si arrendono ai piemontesi.
21/10/1860
Al plebiscito la vittoria del “NO” è schiacciante, soprattutto considerando che si vota per censo, quindi non votano operai e cittadini comuni. La reazione rabbiosa dei piemontesi è subitanea e implacabile: chiusura totale degli stabilimenti, che presto verranno completamente abbandonati. 
dicembre 1860
Nasce una sommossa popolare a Mongiana, la guarnigione viene colta di sorpresa e i militari disarmati facilmente; i cittadini, con a capo le donne della cittadinanza, al grido di "W Don Ciccio" calpestano il tricolore.
1862
All'esposizione internazionale di Londra, le armi prodotte dal Polo Calabrese vengono premiate per l’alta qualità raggiunta nella loro produzione.
1863
Lo stato unitario inizia a succhiare il sangue della popolazione dell'ex-Regno, aumentando la tassazione diretta del 40%. Inoltre gli ordini commissionati alle industrie siderurgiche del sud ammontano al 5-7% degli ordini nazionali, provocando di fatto la morte del Polo Calabrese e di tutto l’indotto che gira intorno ad esso. La giustificazione ufficiale è che le maestranze, completamente senza istruzione, rozze e incapaci, non possono che sfornare prodotti di bassa qualità. I cantieri navali di Castellammare di Stabia nel frattempo costruiscono la pirofregata Messina ed impiegano per ultimarla il 25% in meno del tempo impiegato dal cantiere S. Rocco di Livorno per varare la gemella Conte Verde.
Non essendo ancora completata l’opera di demolizione del grande Polo siderurgico calabrese, Mongiana viene premiata alla esposizione industriale di Firenze con medaglia e diploma.
Pietrarsa, il famoso polo di produzione di materiale rotabile, è testimone di un ignobile fatto di sangue: gli operai scendono spontaneamente in sciopero, che viene brutalmente sedato dagli "eroici" bersaglieri che si confrontano a colpi di fucile e di baionetta con maestranze disarmate. Sì proprio quei bersaglieri che fucilano e fucileranno, senza alcun processo, migliaia dei cosiddetti briganti, nel contempo macchiandosi di ignobili stragi di civili, con completa distruzione di interi paesi del Sud accusati di fiancheggiamento.
23/6/1873
Mongiana ed il suo Polo, con legge n. 1435 emessa dal governo Lanza (quante piazze e strade a lui intitolate!) e ratificata dal parlamento sabaudo, vengono venduti ai privati (e più precisamente a un ufficiale garibaldino).
Questa legge segna la fine definitiva del grande Polo Siderurgico Calabrese.
               
Appendice.
Nell'assedio di Messina, che ricordavo all'inizio del paragrafo dedicato al 1848/49, le truppe borboniche ammontavano a quasi 25000 uomini ben armati ed addestrati, compresi i feroci mercenari svizzeri, mentre quelle degli assediati a in tutto 6000. Inoltre le batterie dell’artiglieria borbonica contavano 450 cannoni contro i 112 degli insorti, ma la città eroicamente sopportò nove mesi di terribili bombardamenti, che la distrussero radendola completamente al suolo e procurando un tale numero di morti e feriti (in gran parte civili) che neanche lo stato maggiore napoletano, con in testa il generale Filangeri, fu in grado di calcolarli. Ecco le parole di un ufficiale borbonico che partecipò in prima linea all'infame eccidio dei fratelli messinesi: "I feriti ... immensi, morti non so numerartene, sia da noi che da loro"; e ancora "... ho inorridito nel vedere la bellissima Messina ridotta tutta uno sfabbricinio...".
Perché non ve l'ho detto prima e invece ve lo dico adesso? Per mostrarvi come chi scrive la Storia, omettendo volutamente uno o più importanti eventi o anche solo dettagli, non fa che semplicemente usare una tecnica per portare il lettore sulle proprie tesi. E se questo fosse realmente il metodo usato da molti degli scrittori storici più famosi e autorevoli? A chi credere? A questa domanda autogenerata non so in alcun modo rispondere.

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