giovedì 27 agosto 2026

SE FAMO DU SPAGHI

Vorrei tanto non ripetere sempre le stesse cose, perché la cosa mi ricorda l’anzianitudine che avanza, ma è la cronaca che mi induce. In questi giorni, numerosi reportage da Amatrice (per esempio sulle sagre) e zone limitrofe, infatti, ci hanno raccontato una realtà così dura da sembrare incredibile: la ricostruzione nella cittadina a dieci anni dal sisma è ferma al 40 per cento circa, e nel centro storico nessun cantiere è al momento aperto. Un paio di anni fa vi avevo raccontato di una sconvolgente gita a Castelluccio di Norcia, rasa al suolo qualche mese dopo nello stesso 2016 e mai più ricostruita. Ora, non sappiamo per quale città o paese racconteremo la stessa storia, e non sappiamo tra quanto tempo, ma sappiamo con certezza che succederà, per la concomitanza di due fattori: essere quasi interamente l’Italia zona sismica, e disporre di un patrimonio abitativo ampiamente inadeguato.

Nella maggior parte dei casi, cioè salvo per eventi per fortuna molto rari come sismi così forti da aprire la terra e inghiottire persone e cose o capaci di originare tsunami disastrosi, non è il terremoto a uccidere, ma le case. Il terremoto di Amatrice (magnitudo 6.0, per altri 6.2) o anche quello di L’Aquila (5.9) o del Friuli (6.5) o persino quello più forte di tutti dell’Irpinia (6.9), sono regolarmente e ampiamente superati per magnitudo da terremoti in Giappone dove però (vedi la serie storica) da ormai decenni causano una piccola frazione delle conseguenze patite da noi. Il punto non è quanto presto e a che costo ricostruire, il punto è fare in modo che le case non crollino.

Per questa ragione, un governo degno di questo nome dovrebbe avere come primo punto del suo programma un piano di recupero dell’edilizia pubblica e privata in senso antisismico, costi quel che costi, e a deficit: tanto per loro natura i microinvestimenti a deficit sul territorio procurano un incremento di reddito da moltiplicatore keynesiano che a stretto giro genera maggiori entrate fiscali almeno pari al deficit innescante. E che ci troviamo, con lo stesso paradigma, come secondo punto un piano di recupero del territorio (argini, alvei, coste, alberi, eccetera) e come terzo il rifacimento della rete idrica con riduzione a livello fisiologico delle perdite. Invece, i governi che si sono succeduti negli ultimi decenni, spesso mancando a specifiche promesse elettorali, non hanno fatto altro che obbedire ai diktat di una istituzione non eletta che risponde solo agli interessi dei suoi mandanti nella finanza globalizzata, chiamata per ragioni pubblicitarie Unione Europea, che per le case impone standard ecologici nordici pure alle case mediterranee al solo scopo di espropriarne buona parte ai legittimi proprietari, e per gli investimenti in genere impone le sue scelte ideologiche a prescindere della reale utilità negli Stati membri. Insomma, quello che serve da noi magari non serve in Germania o Francia, su noi dobbiamo decidere noi, e se proprio dobbiamo restare nella moneta unica dobbiamo pretendere di poter emettere certificati di credito fiscale cedibili, quindi in pratica altra moneta, per finanziare i singoli proprietari di case da rendere antisismiche (innanzitutto, e solo dopo ecologiche), e di poter usare i fondi europei per gli altri due succitati megaimpegni di salvaguardia del territorio e delle sue risorse, e non per obiettivi calati dall'alto.

Recuperare almeno un po' di sovranità monetaria ed economico/finanziaria, insomma, si può e si deve fare subito anche se non si ha il peso politico di imporne un recupero totale e improvviso. Sennò non andiamo con la esterna RAI ad Amatrice per la sagra degli spaghetti, ma in tutte le altre sagre degli ennemila comuni italiani in cui mandiamo un inviato raccomandiamogli di dire "bello sto borgo, eh?! guardatevelo bene, magari prossimamente un terremoto lo spazzerà via..."

venerdì 14 agosto 2026

SOVRANITÈ

Un mio amico, di quelli che ti conoscono meglio di te stesso (auguro a tutti di averne almeno uno), conoscendo il mio pregresso convinto sostegno ai grillini e le sue ragioni, le stesse che i cinquestelle stessi hanno tradito causando la mia delusione e presa di distanza, avendo visto su faccialibro un link guarnito dell'immagine qui a sinistra, ha inteso giustamente percularmi inoltrandomelo con il commento "non mi dire che voterai Vannacci!". Il link punta a un articolo de Il fatto quotidiano che a leggerlo si capisce tutto, in un senso o nell'altro. Vengo e mi spiego.

L'incipit è "La sovranità monetaria è uno dei punti forti della prima parte del programma di Futuro Nazionale...". Lo è stato anche di Fratelli d'Italia, e prima della Lega, e prima di Grillo, e prima ancora ma surrettiziamente persino di Berlusconi, che l'Euro ce l'aveva sullo stomaco prima che capisse che gli forniva l'occasione di pagare una ricca cambiale ad un suo elettorato di riferimento consentendo per omessa vigilanza un cambio pirata di 1/1000 a negozianti e autonomi mentre gli altri erano obbligati a un cambio ufficiale quasi doppio. I suoi successori sul carro sovranista, invece, hanno come lui lucrato il sostegno elettorale di una popolazione ampiamente convinta che dietro la moneta unica ci fosse una fregatura, per poi una volta al potere rimangiarsi la promessa - non sapremo mai, ad esempio, cosa gli hanno detto a Bruxelles a Di Maio, sappiamo solo che lui ora si è "sistemato" mentre il Paese ha continuato ad andare a rotoli.

Se anche Vannacci fosse in grado di prendere la maggioranza assoluta (detto per assurdo: non può sperare che in un risultato marginale), quindi, c'è da scommettere che il "punto forte della prima parte del programma" sarà espunto dallo stesso il giorno dopo la lista dei ministri, o al massimo lasciato cadere dopo una fase di ammuina. Se non fossi convinto di ciò, se fossi convinto cioè che la sua non è una boutade acchiappavoti ma un punto fermo dell'azione di un suo eventuale governo, allora non dico che lo voterei, ma diciamo così che l'opzione di passare sopra tutte le sue prese di posizione discutibili e becere per sostenerlo temporaneamente fino all'Italexit, per poi riprendere a combatterlo subito dopo, sarebbe politicamente da valutare. Gli stessi partigiani, d'altronde, si sono turati il naso e hanno combattuto fino a Liberazione avvenuta fianco a fianco coi democristi, che dopo sono ridiventati il Nemico (e di quelli coscientemente imbattibili: Togliatti sapeva, di Yalta).

L'articolo all'inizio enumera si le ragioni per cui sarebbe opportuno recuperare la sovranità monetaria, ma intanto lo fa come espediente retorico (della serie "ammesso che..."), e poi si dimentica la più importante: senza la sovranità monetaria un governo non può attuare la politica economica e finanziaria per cui è stato eletto se essa non concorda con i trattati internazionali cui si è aderito in modalità così sventate. E eleggere chi voglio che faccia quello che io reputo giusto, mentre poi si farà quello che io reputo sbagliato, per ordine superiori di istituzioni non elette da nessuno, è la morte della democrazia e punto. Lo stesso articolo più avanti getta la maschera, enumerando tutte le ragioni per cui l'Italexit sarebbe un disastro (tra cui - come se fosse un fatto acclarato, e non lo è affatto - il disastro che sarebbe stata per gli inglesi la Brexit), ma dimenticando di notare che nessuna esclusa queste ragioni non sono fenomeni della natura o leggi dell'economia, ma sono figlie di clausole scritte nei trattati, ragione in più per abbandonarli al più presto costi quel che costi e magari incriminare per Alto tradimento chi li ha sottoscritti.

Infine, ma non per importanza, la considerazione insieme più triste e più rilevante: la sovranità monetaria sarebbe per natura (o devo ricordare io il socialismo in una sola nazione in attesa sia possibile la sua internazionalizzazione, o la distinzione marxiana tra struttura e sovrastruttura?) una roba di sinistra. Perciò, prima di prendersela con chi per istinto o consapevolezza sostiene chi la sbandiera anche se sarebbe un avversario politico, dobbiamo prendercela con chi a sinistra l'ha lasciata li per terra a disposizione di un Grillo Meloni Salvini Vannacci qualsiasi, anziché rivendicarla per primi, consapevoli del fatto che è propedeutica persino a "libertè egalitè fraternitè", e che senza di essa anche un rinato PCI che raggiungesse la maggioranza assoluta dei seggi dovrebbe eseguire i diktat monetaristi e ultraliberisti della UE.

Comunque no, amico mio, non lo voto in ogni caso, a Vannacci: è troppo pure per me. D'altronde, ho l'età per permettermi di approdare senza sensi di colpa all'astensionismo, in assenza totale di un soggetto politico credibile da votare. A meno che, visto che non si vota domani, da qui ad allora non emerga.

venerdì 7 agosto 2026

RADIOCIXD 73 – FRANCESCO GUCCINI

Per chi è stato teenager negli anni 70, ventenne negli 80, non è possibile disintrecciare dalla propria personalità le parole di Guccini. Ho detto le parole, e non le canzoni, perché in quei primi anni 70 quando Guccini iniziò a vendere dischi (a farli aveva iniziato prima, ma, a parte quelli cantati dall’Equipe 84 e dai Nomadi, non se li compravano nemmeno i parenti) la musica era poco più di un pretesto per dare una metrica ai testi e così riportare la poesia alle origini, quando la si cantava. Ma passata quella moda Guccini fu anche uno di quelli che seppe dare un vestito nuovo alle sue canzoni per primo (proprio coi Nomadi, nel 1979) e meglio (con una manata di jazzisti/tangheri che lo accompagnò per un bel pezzo).

Per queste ragioni, se metti “Guccini” nel motore di ricerca di questo blog vengono fuori tantissimi post in cui è citato, tra cui tre della serie RadioCIXD ad altrettanti album degli anni 70 (oltre al live coi Nomadi succitato, l’esilarante Opera buffa e il monumentale Amerigo) , e due agli imprescindibili pezzi La locomotiva e Scirocco (perciò non compresi nell’elenco a seguire). Questo coccodrillo, infatti, come già fatto altre volte, ad esempio per contiguità con Claudio Lolli, lungi dal potere o volere riportare o accodarsi alla pioggia di alligatori che inonda in questi casi web e TV, tra cui vi segnalo per originalità quelli de Il giornale e di Vanityfair, si limita ad elencare i brani che secondo me (la selezione lascia fuori mostri sacri, ma vista la vastità della produzione era inevitabile) tutti dovrebbero conoscere. Così, se è vero che viviamo finché qualcuno ci ricorda, il Maestrone continuerà ad accompagnarci per un bel po’…

  1. Noi non ci saremo (ascolta) – Questo brano celeberrimo è uno dei tempi in cui il nostro, ragazzo, nemmeno era scritto alla SIAE, dei tempi in cui Dio è morto veniva bannata dalla RAI (e trasmessa da Radio Vaticana, dove evidentemente l’avevano sentita fino alla fine), ma io ve lo propongo nella magnifica versione dei CSI, la band più significativa degli anni 90, che la coverizzò per dare un titolo ai due live del proprio ritiro (salvo ripensamenti, e come ti sbagli? adesso l’unico coerente resta Fossati…) e lo fece a modo suo, dandogli un taglio cupo come già aveva fatto con E ti vengo a cercare di Battiato
  2. L’isola non trovata (ascolta) – Prima di quella che non c’è, c’era stata questa che c’era ma non si trovava (ma “a volte appare, avvolta di foschia”)
  3. Canzone della bambina portoghese (ascolta) – La chicca di Radici a gusto mio è questa, splendida, narrazione a due inquadrature e due temi musicali, per una volta migliore nella versione dell’autore che in quella (precedente) del grande Augusto Daolio
  4. Il vecchio e il bambino (ascolta) – Era il periodo dell’incubo nucleare, questo dialogo postatomico Guccini lo scrive dopo altre canzoni dello stesso tema: solo adesso mi accorgo che è morto il 6 agosto, anniversario di Hiroshima. Io ci addormentavo mia figlia piccola, cantandogli questa o Figlia di Vecchioni. Si, sono il peggio…
  5. Incontro (ascolta) – Una canzone triste che a un certo punto recita “come in un libro scritto male lui si era ucciso per Natale”, quasi a fare a gara con Lolli di Quanto amore che diceva “quanto amore che ho cercato ieri prima di essermi impiccato”, io la trovo migliorata nella versione di quel post-punk convertito al pop che non è altro di Enrico Ruggeri
  6. Eskimo (ascolta) – Un giaccone economico e durevole (io ci ho fatto tutti e cinque gli anni del liceo, e anche un po’ di università) usato a pretesto per raccontare ai posteri un’epoca
  7. Mondo nuovo (ascolta) – Se non avete letto il libro omonimo di Huxley vi mancano le basi per capire l’oggi, andatevelo a cercare; nel frattempo questo Bignami del Maestrone ci offre una misura di quanto ingannevole sia quell’aggettivo (“e non sappiamo perché e come siamo di un’era di transizione tra una civiltà quasi finita ed una nuova inconcepita”)
  8. Bisanzio (ascolta) – Il verso qui sopra ha ronzato in testa a Guccini fino a che per l’album successivo non l’ha dilatato in una metafora/metropoli, “sospesa tra due mondi e tra due ere
  9. Venezia (ascolta) – Due storie che si intrecciano, quella di una città che affonda e quella di una donna che muore di parto; della serie “ma come gli vengono?”…           
  10. Antenòr (ascolta) – Piccola chicca misconosciuta, questa canzone mi rimbalza in testa tutte le volte che constato una verità che racconta, e cristallizza in un verso: “quante volte per altri è vita quello che per noi è un minuto!
  11. Bologna (ascolta) – Scritta, è importante ricordarlo, poco dopo la strage del 2 agosto; dal vivo, al verso che declama una Bologna “che calcola il giusto la vita e che sa stare in piedi per quanto colpita”, ogni volta veniva giù lo stadio o il teatro
  12. Gulliver (ascolta) – Non tutta sua, riesce a sintetizzare in tre minuti il significato filosofico attualissimo del capolavoro di Swift
  13. Autogrill (ascolta) – Prima di Scirocco e quasi al suo livello, un capolavoro di rappresentazione quasi pittorica di una situazione, lì una drammatica separazione vista dal di fuori, qui uno svanire del forse possibile visto dal di dentro
  14. Gli amici (ascolta) – Beh, ora lo vedrà se viene assunto in cielo assieme ai suoi amici divertenti oppure se Dio gli preferisce i santi tristi e la massa di rompicoglioni
  15. Culodritto (ascolta) – La canzone che ogni padre dovrebbe dedicare a sua figlia, semplicemente
  16. Æmilia target="_blank">(ascolta) – L’ha scritta per Dalla e Morandi, e l’ha cantata assieme a loro (infatti prendo questa versione) meglio che da solo
  17. Odysseus target="_blank">(ascolta) – Questa l’ho selezionata solo per via dell’attualità indotta, e comunque in pochi minuti Guccini rende più giustizia a Ulisse che Nolan in tre ore
  18. Ho ancora la forza target="_blank">(ascolta) – Ligabue fa il cantante grazie a Bertoli ma cresce anche nel mito di Guccini, che fa recitare nel suo primo film e con cui scrive (e canta, in questa versione) questo brano, augurandomi di poterlo cantare a ragione per un’altra ventina d’anni anch’io.
Ah, quando avete finito con la musica, andatevi a leggere i suoi libri, specie i gialli scritti a quattro mani con Loriano Machiavelli e ambientati, indovinate un po', nell'appennino tosco emiliano.

domenica 2 agosto 2026

A OGNUNO LA SUA ODISSEA

Ho visto il film di Nolan appena è uscito: lo attendevo da mesi, volevo vedere la mano di chi aveva mondato Batman dall'aria da fumettone prima e macchietta dopo (con Clooney) alle prese con la storia delle storie, il libro che contiene tutti quelli scritti dopo (al punto che nessuno poi si è davvero mai inventato qualcosa che a guardare bene li già non ci fosse).

Non ve ne ho parlato prima per darvi il tempo di guardarlo anche voi, ma adesso che a giudicare dai dati lo avete visto tutti o quasi posso farlo: il ritardatario per non essere già sepolto da una montagna di spoiler dovrebbe vivere isolato da TV e social, il mio piccolissimo blog non può contribuire al misfatto in maniera significativa. Ma siccome appunto ne avrete già sentite di ogni, e magari avete anche le vostre, mi soffermerò solo su alcune criticità del filmone. Che comunque, tutto sommato, è da vedere, e al cinema, senza temere la durata, ché vola via.

Il cavallo di Troia. La tesi recente per cui per una erronea quanto antica traduzione in realtà fosse una nave, si è oramai affermata come prevalente, anche in forza della sua logica: come potevano dei marinai col legno di vecchie navi realizzare una statua di fattezze equine, con una cavità abbastanza ampia da nascondere un manipolo di guerrieri armati, su una spiaggia? Nolan, inspiegabilmente aggiungerei, mentre non si trattiene dallo stravolgere situazioni e personaggi al punto di ottenere, come tutti prima per carità, il suo Ulisse e la sua Odissea, non solo non ha il coraggio di mostrarci una nave con testa di cavallo, ma fa peggio di Troy, mostrandoci (ok con una apprezzata citazione da Il pianeta delle scimmie) un cavallo perfetto che manco Michelangelo e senza ruote, trascinato con grandi pene fin dentro le mura senza minimamente avvertire un rumore da dentro, buco di sceneggiatura già avvertito a suo tempo da Virgilio nell'Eneide, che per risolverlo si era inventato il bellissimo personaggio di Laocoonte, immortalato poi in un celebre gruppo marmoreo, assist perfetto per un film hollywoodiano non colto nemmeno stavolta.

Ulisse. Appunto. Quello di Nolan è un uomo di oggi, laico fino a ridurre il rapporto con la divinità (centrale in Omero e in tutta la cultura classica) a un'amica immaginaria con le sembianze di una giovane vittima troiana. Roso dai rimorsi per l'eccidio favorito dal suo stratagemma, preoccupato di rendere la vendetta compatibile con la legge dell'ospitalità al punto da tenerne fuori il figlio e potere così lasciargli il trono andandosene in esilio con la moglie. Dov'è il figliendrocchia che la tradisce per vent'anni, sette di "ferma volontaria" con Calipso (il loto viene arbitrariamente spostato nelle sue mani ma è in un altro episodio, che vede i compagni da esso indotti alla diserzione e Ulisse a strapparli all'oblio e convincerli a riprendere la rotta di casa), uno con Circe, qui liquidata in un fiat, e un quasi matrimonio con la giovanissima Nausicaa, figlia del re dei Feaci dove Ulisse naufraga alla fine, a cui è costretto a raccontare la sua storia (è qui il feedback, non da Calipso) per ottenere il loro aiuto a tornare a casa? Dov'è la sete di conoscenza che lo spinge a ripartire rilasciandola col figlio a presidiare la location di un massacro, tanto che Dante Alighieri sente l'esigenza di mandarlo oltre le colonne d'Ercole verso la montagna del Purgatorio? Persino il poeta Roversi riesce a crearne in tre minuti per Dalla un ritratto più complesso, persino De Gregori ci restituisce una lettura più profonda nel suo Canto delle sirene. Ulisse inganna Polifemo, non scappa e basta, stermina i troiani prima e i proci dopo senza rimorsi: Ulisse è il prototipo dell'uomo lungo tre millenni di storia dell'umanità, non il personaggio alla Woody Allen che ci restituisce Nolan senza nemmeno essere Woody Allen.

Scilla, Cariddi e gli altri mostri. Chi è nato e cresciuto a Reggio o Messina lo sa: nell'istmo si incontrano due mari di diversa altezza e temperatura, generando spesso gorghi e mulinelli, niente per le imbarcazioni di oggi, troppo per quelle senza chiglia e una sola vela degli Achei, che infatti si muovevano il più possibile sotto costa rischiando però, in un passaggio così stretto e specie nei giorni di tempesta, per evitare i gorghi da una parte di andare a sbattere sugli scogli dall'altra. C'è sempre un fondo di verità in ogni mito. Ora, se fai un film fantasy per ragazzini come Percy Jackson il mostro che esce dagli scogli vicino a un gorgo perfetto ci sta, se fai un film in cui affranchi i protagonisti dagli interventi delle divinità secondo me non puoi farlo. Idem coi Lestrigoni, che qui sembrano gli avversari degli Avengers (tralascio Agamennone/Batman per pietà), con Polifemo, che era un semidio non un bruto e se non lo ubriacavi col vino dell'epoca puro (si poteva bere solo in "mescita" con acqua) col cavolo che lo fregavi, con le Sirene, che come Scilla e Cariddi erano un modo accattivante di ricordare ai marinai di stare lontani dal pericolo, nella fattispecie dagli scogli in mare aperto, finto riparo e invece sicuro rischio di naufragio. Detta tecnicamente, nel cinema la "sospensione dell'incredulità" è un patto del regista con gli spettatori fatto e sottoscritto all'inizio del film e poi da mantenere con rigore, non a singhiozzo e come gli pare come fa Nolan in questo film.

Detto questo, piacciono le immagini, specie nel cinema giusto, e il cuore ringrazia vivamente l'avere evitato l'abuso di computer grafica per gli effetti speciali. Scena più riuscita: la discesa nell'Ade; gli si perdona perfino sia stata in compagnia dei suoi anziché da solo come nell'originale, e l'avervi espunto (anche qui inspiegabilmente, tanto è cinematografica) l'incontro inaspettato con la madre. Errore per fortuna non ripetuto con il cane Argo e la serva che lo riconosce dalla cicatrice mentre gli lava i piedi. E passi pure per la statuetta tipo Il gladiatore a giocare il ruolo di prova principe di identità al posto del talamo intagliato nell'ulivo, che però era meglio. Insomma, il film, ripeto, è da vedere. Ma poi, oltre magari a procurarvi una buona traduzione da tenere sul comodino e leggicchiare ogni tanto a saltare, guardatevi lo sceneggiato RAI del 1968, è insuperato. Lo trovate su RAI play, spero ci sia come ai tempi il riassunto delle puntate precedenti a cura di Ungaretti, scusate se è poco. Per i più pigri, a gratis e low-fi, ho trovato questo:

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