mercoledì 21 settembre 2022

UN'ELEZIONE DA POCO

Il post sulla guerra dovrà aspettare, e magari avesse ragione Erdogan e dovessi riformularlo per superamento da parte della cronaca. Siamo infatti arrivati alle porte del fatidico 25 settembre, e anche se alla fine forse davvero stavolta a votare manco ci vado, qualcosa pure bisogna dirsela, sulle elezioni politiche incombenti.

Partiamo da qui: è davvero una data fatidica? Delle ultime due elezioni politiche, l'ho pensato, assieme ad almeno un terzo dell'elettorato peraltro, e scritto. Quanto - ahimè - mi sbagliassi, basta rileggere qualcosa per misurarlo. Ma non nel giudizio di merito dei programmi grillini, che anche a rileggerli oggi sarebbero da sottoscrivere nuovamente (e infatti non è un caso che essi stessi li abbiano fatti praticamente sparire dal web, menomale che mi ero scaricato un pdf integrale che vi fornisco volentieri, ché tutti i link che vi avevo fatto negli anni sono oggi "rotti" e questo su blitz è solo un riassunto..): quello che serviva all'Italia dieci anni fa è esattamente quello che servirebbe oggi, o che sarebbe servito ad affrontare la pandemia in maniera intelligente e non idiota punitiva e distruttiva, o a far si che i rincari del gas ci facessero economicamente il solletico o poco più. No, il tradimento è invece delle persone, che quei programmi hanno dimenticato o rinnegato, sia che siano fuoriuscite dal moVimento sia che siano rimaste dentro, con pochissime eccezioni. Il problema coi tradimenti, però, è sempre quello: che per un po' non ti fidi di nessuno, e anche chi invece non ti tradirebbe mai ci mette del tempo e della fatica a convincerti che con lui/lei non rischi di rivedere concretizzati i tuoi incubi, ammesso che ci riesca.

Aggiungiamo un particolare non da poco: che era chiaro fin da subito (almeno, a chi capisce di queste cose) che il m5s era in grado di raggiungere in fretta una massa critica in grado di incidere pesantemente sulla scena politica, se non di dominarla. Oggi, anche quando rintracciassimo uno schieramento qualunque con un programma sottoscrivibile (che cioè contenga chiare prese di posizioni antieuropeiste e keynesiane unite a una riforma della selezione politica in grado di limitare a quote endemiche la corruzione: il mix del programma grillino originario, per intenderci), è altamente improbabile che esso sia in grado non dico di incidere, ma nemmeno di superare gli sbarramenti ed entrare in Parlamento. Quindi l'alternativa oggi per noi "eretici" è purtroppo solo questa: non votare o votare inutilmente? Io deciderò all'ultimo istante, magari ci vado se non ho di meglio da fare quella domenica, visto che come da dettami gelliani (adottare ogni strategia perché la gente vada a votare sempre meno, dal disamore indotto fino alle urne aperte il minimo) da un po' alle politiche si vota un giorno solo.

Il combinato disposto dei due capoversi precedenti è esiziale: anche quando identificassimo un programma votabile, e se ce ne fosse più di uno ci mettessimo tutti d'accordo riuscendo a portare quello schieramento in Parlamento, e magari alla fine fossimo talmente inopinatamente tanti da farne un soggetto politico in grado di incidere (magari non quanto il m5s, diciamo che basterebbe quanto un ago della bilancia ai tempi del pentapartito), cosa ci garantirebbe che i suoi esponenti, una volta al governo, quindi una volta al contatto col Vero Potere, magari alla prima gita a Bruxelles, non vengano "ridotti alla ragione" tramite contatto suadente o minaccioso che sia, come sarà capitato, che so, a un Di Maio? Sennò come lo spieghi uno che sottoscrive un programma come quello nell'immagine qui accanto e poi se ne dimentica completamente?

Mi si dirà: ma anche se non vai a votare, togliti dalla testa la possibilità che l'esistenza di un "partito dell'astensione" (per quanto enorme possa diventare) venga riconosciuta nel suo significato di protesta e "alterità" da parte di quelli che si spartiscono i voti espressi per farne una remunerativa carriera e si comportano come se le quote fossero della popolazione anziché dei pochi votanti. E infatti, volendo evitare di fare la fine di Carlo Verdone quando annulla comicamente la scheda dopo aver passato mille peripezie con la sua Alfasud mentre rientrava dalla Germania per votare, alla fine probabilmente voterò. Forse Paragone. E ai compagni che mi ricordassero che è destrorso rispondo che mi trovassero uno schieramento di sinistra-sinistra che ha compreso che senza uscire dalla UE nessuna politica economica nazionale "altra" rispetto al monetarismo eurista (si, "da giovane" - ad esempio in questo post, che peraltro vi ripropongo ogni volta che voglio spiegare Keynes - pensavo addirittura che si potesse cambiare quella, dovevo invecchiare per capire che se non possiamo incidere su scala nazionale figurarsi continentale), figurarsi una di stampo socialista, è possibile, e voto quello. O forse Italia Sovrana e Popolare.

Riassumendo (tanto i documenti per riscontrare, se vi va, ve li ho già linkati):

  • il programma del movimento 5 stelle prevedeva il ripudio delle grandi opere tangentizie (a cominciare dalla val di Susa) e invece un tripudio di piccole opere (keynesianamente in grado di riassorbire a stretto giro il deficit inizialmente necessario ad avviarle) proprio in settori come la sanità pubblica, l'edilizia pubblica specie scolastica, il recupero del territorio e la microproduzione di energia da fonti alternative - se negli anni di governo avessero fatto una frazione di quanto promesso, ieri avremmo affrontato la pandemia agendo innanzitutto sul denominatore (i posti in ospedale, e non solo in terapia intensiva) e sul numeratore incentivando ogni possibile cura empirica (anziché buttare soldi - magari con tanto di stecca - in sieri dimostratisi inutili e dannosi), ed oggi non avremmo questi aumenti dei prezzi dell'energia a finire di distruggere le PMI completando l'opera iniziata con la pandemia; per questa ragione Conte potrà anche convincere qualche elettore, fosse anche molti, a tenere a galla la barca grillina (se non si fosse smarcato in extremis non avrebbe nemmeno potuto tentare), ma non chi ha buona memoria;
  • gli altri, tutti gli altri, o sono sputtanatissimi da tanto tempo, come il PD o Berlusconi (che non manca di dichiararsi europeista ogni due e tre, tanto per togliere credibilità lepeniana alla Meloni, e invece non dimentica di fare l'occhiolino ai suoi grandi elettori di sempre ricicciando addirittura il per troppi versi infattibile Ponte sullo Stretto), o da meno come la Lega (che ha spinto i grillini tra le braccia del PD anziché provare a mantenere dritta la barra di un governo che almeno in potenza era alternativo), o si sputtanano in tempo reale sotto i nostri occhi (la Meloni ammesso che arrivi al governo diventerà eurista prima ancora della prima gita a Bruxelles, potete scommetterci); comunque, ciascuno di loro non fa che agitare veli ideologici davanti agli occhi dell'elettore bue di riferimento (diritti civili - che senza quelli socioeconomici sono fuffa - e ambientalismo modaiolo a sinistra, xenofobia e autoritarimo sociale a destra, e trasversalmente termovalorizzatori e quelle centrali nucleari che, pur non volendo considerare i veri costi, ché se lo avessero mai fatto non ne avrebbero mai costruita nemmeno una, se anche cominciassimo domani a farne mille avremmo il primo chilovattora netto tra decenni), veli ideologici che in quanto tali hanno il precipuo compito di occultare ai loro occhi la realtà di una politica economica autoritaria, criminale e decisa altrove, che implica tra l'altro la distruzione del tessuto socioeconomico dell'Italia così come deciso e comunicato agli esecutori sul panfilo della troppo compianta Elisabetta II giusto trent'anni fa;
  • gli unici alternativi sono talvolta incoerenti, talaltra destinati all'irrilevanza, e spesso tutte e due le cose;

con questo scenario, è come accingersi a fare l'amore con una donna che si vede che non ti ama, non gli piaci, pensa ad altro e forse ti deride o comunque ti disistima: sarebbe meglio scappare, ma se non lo fai non ti puoi che attendere una prestazione al massimo modesta... Insomma, domenica si vota: magari non si sa chi vince, ma sicuro si può prevedere, altro che botto, una drammatica cilecca.

venerdì 16 settembre 2022

RICEVUTO, ROGER

Il folgorante incipit del post di Ubitennis che raccoglie
le reazioni dei sudditi all'addio del Re...
Di solito mi sottraggo ad accodarmi a lutti o congratulazioni già troppo condivise sul web, a meno di non avere un qualcosina di personale da aggiungere, perché è inutile aggiungere una goccia all'oceano. Ma sul ritiro di Roger Federer non riesco a trattenermi, perché gioco a tennis da sempre e chi gioca e/o ama il tennis semplicemente non può non amare (fino a definirlo "un'esperienza religiosa") come lo ha interpretato il campione svizzero e non essere triste perché non giocherà più, anche se prima o poi data l'anagrafe doveva capitare.

Qualche anno fa, dopo il suo ennesimo trionfo, avevo addirittura auspicato che si ritirasse da vincente, risparmiandoci di assistere a una parabola discendente (come ad esempio quella di Serena Williams, che gli ultimi anni a vederla giocare era una fitta al cuore) che avrebbe forse sporcato i ricordi. Ma non è successo: si è fatto male una prima volta (tra l'altro la prima di una altrimenti fortunata carriera: e si, ci vuole pure questo) ma quando è rientrato ha rivinto tornei anche di livello slam, e nell'ultima sua uscita ha rischiato di battere Djokovic in finale a Wimbledon, sprecando match point sul proprio servizio (è il suo tallone d'Achille, se dobbiamo trovarne uno, la mancanza di cattiveria nei momenti decisivi, rara in assoluto ma non in rapporto al livello), dopo aver battuto fior di campioni tra cui uno nostro che dopo aver preso la sveglia da lui per due anni a livello slam ha perso sempre solo da Nole, scusate se è poco. E poi si è fatto male una seconda volta, si è operato, ha tentato di rientrare, ha persino annunciato il suo rientro (in casa, e già qui tutti abbiamo pensato "per ritirarsi"), e poi finalmente il suo ritiro "in bellezza": in una squadra composta da tutti i fab four, in un evento da lui voluto qualche anno fa, snobbato dai tecnici quanto amato dal pubblico, che possiamo scommetterci farà il classico "botto" in termini di rilevanza mediatica. Con tanto stile da poter affermare che come minimo è consigliato bene.

Sullo stile in campo invece nessuno ha dubbi: magari è stato superato in qualcuno dei suoi incredibili record, ma difficilmente qualcuno di noi nella sua vita vedrà un altro giocare così bene. Così "bello". Merito, come lui stesso riconosce, di una sorta di "dono divino", si, ma non facciamoci ingannare: anche Carla Fracci ce l'aveva, e anche lei quando ballava sembrava non faticare e la cosa restituiva un senso di bellezza immediatamente comprensibile anche ai profani, ma è tutto merito della tecnica, anche la minor fatica, e che questa sembri da fuori ancora meno è il valore aggiunto della dedizione quotidiana volta a perfezionare quella. Senza contare che molto della facilità dei colpi di Federer è dovuto, e la cosa è risaputa ai tecnici anche se si nota meno di un movimento di braccio portato con eleganza, ad una velocità di piedi tipo Mohammad Ali da giovane. Ed ecco perché può incidere tanto un ginocchio non dico malandato, che quello a chiunque, ma anche solo che ti da un minimo di pensiero, abbastanza da rallentarti quel tot che fa la differenza, per quanto piccolo sia. La spiego meglio, da tennista (ma vale per qualsiasi attività complessa in cui ha la sua parte il corpo, tanto più quanto è rapido il suo svolgimento): i gesti che fai, sia che ti vengono naturali sia che li hai appresi con fatica, vanno ad alimentare una "libreria" di sequenze di movimenti che rimane a disposizione della tua mente profonda che ne pesca uno o l'altro in frazioni di secondo. Se ne hai tante, da un lato è più probabile che tu abbia quella giusta per ogni situazione, dall'altro è relativamente più lenta la ricerca in libreria. Musetti, per esempio, ha (per ora, e speriamo non per sempre) questo, come problema maggiore. Ma se hai un gioco di piedi che ti permette di arrivare ogni volta nel posto giusto una ulteriore sottofrazione prima, ecco che moltiplicata per tutti i punti un match la cosa fa la differenza tra una vittoria e una sconfitta, per tutti i match di una carriera la fa tra uno dei tanti giocatori di grandissima classe e uno che vince 103 tornei nessuno dei quali piccolo e 20 grandissimi.

Tornando al suo post di addio, chiuderei con una considerazione. L'uomo Federer è alla fin fine molto più insondabile dei suoi colleghi del triunvirato (Murray è un campionissimo, l'unico capace di tenere testa non sporadicamente ai tre quando erano al meglio, ma è un gradino sotto loro, e lui lo sa), che somigliano molto ai loro corrispettivi giocatori. Nadal sarà un pezzo di pane ma di cui non fidarsi mai del tutto, e Djokovic uno slavo irregimentabile ma a cui affidare la vita di un Paese. Federer.., Federer boh? Come tutti i "family man", non sai se non avrà mai un'amante o se invece si e povera lei. Ma quello che ci ha detto per salutarci è tanta roba, anche da rivendersi per proprio uso, non resta che rispondergli (in gergo militar/radiotelefonico) Roger: ricevuto.

P.S. Volevo chiudere il post con un video coi suoi "hot shots" ma ce ne sono troppi: vi consiglio di investire un po' di tempo a guardarvi tutti quelli che potete.

sabato 10 settembre 2022

SENZA SPERANZA?

Grafico tratto da uno studio dell'Istituto Nazionale
di Statistica del Regno Unito, qui l'articolo completo
Perdonatemi se torno a coppe, ma d'altronde se scrivo di musica, forse anche perché scrivo della musica di decenni fa, a leggermi siete ancora di meno. D'altronde, di questi tempi, chi non parla, anzi chi non ragiona adeguatamente, di guerra e di pandemia, va ad ingrossare le fila del bestiame inconsapevolmente accompagnato al macello. Certo, mi si potrebbe rispondere, sempre meglio di chi al macello ci viene accompagnato lo stesso ma in più ne è pure consapevole, e allora alzerei le mani: è una questione di preferenze personali. Io preferisco la consapevolezza, come ad esempio quella di prima o poi dover morire e ciao, e ritengo sia difficilissimo e pertanto altrettanto apprezzabile riuscire a vivere con quella, senza una qualunque ideologia consolatoria a velare gli occhi, religiosa o meno. Il paradigma è quello.

Torno a parlare di pandemia, uno o due mesi prima di quando probabilmente la faranno tornare in cronaca per rirenderci impossibile la vita, perché nei miei consueti giri sul web mi sono imbattuto in una notizia che sicuramente non avrete sentito in TV. Uno studio serio di Altamedica (citato da agenzie di stampa come Dire e Agi, e qui commentato da Globalist), indirettamente confermato da uno studio su Science (riportato da L'indipendente), conferma incontrovertibilmente che chi ha contratto il covid NON ha bisogno di vaccino, perché la sua risposta immunitaria, modificata naturalmente e diretta al virus, risulta molto migliore rispetto a quella indotta dai cosiddetti vaccini, creata artificialmente e diretta a una sua parte, pertanto suscettibile di diminuire con le varianti. Molto migliore non tanto nel prevenire il contagio, ma proprio nell'evitare il reinsorgere della malattia con sintomi specie seri. Si, l'esatto opposto delle palle che vi hanno raccontato per farvi vaccinare.

La cosa, a saperla leggerle, spiega perfettamente quello che abbiamo visto nei mesi scorsi: una marea di contagi (moltiplicati di tre zeri) nonostante le vaccinazioni a tappeto, riguardanti soprattutto vaccinati anche con più dosi, e i casi gravi, relativi alle complicazioni anche fatali di chi contrae l'influenza avendo altri problemi, decisamente all'interno dell'ordine di grandezza normale di sempre. Come peraltro lungo quasi l'intero corso della pandemia, diventata però a furia di ondate finalmente endemica come sarebbe stato tempo prima se non avessero imboccato la via dei vaccini. E tutto questo, senza neanche parlare degli effetti avversi di questi ultimi, spesso letali, che però ci sono eccome (sotto gli occhi di tutti) e però devi andarteli a spulciare sul web perché col cavolo che te li dicono (ma "i vaccinati disimparano a nuotare"?). Effetti avversi per cui, come per ogni cura non necessaria, imporli in mancanza di prove di efficacia e anzi in presenza di prove di inefficacia è senza mezzi termini criminale, figurarsi se ai bambini. E senza dire dei tanti morti iniziali di cui almeno la concausa, per non dire la causa principale, è la scellerata scelta di bloccare ogni qualsiasi terapia empirica che si poteva tentare anziché lasciare i malati a casa in attesa di mandarli in ospedale quando era troppo tardi (e allora ventilarli, ammazzandoli, e bruciandoli, per cancellare le prove) - chissà se e quando arriverà il redde rationem per la cricca responsabile di questo (io intanto voto per chi promette di provarci, a mettere in stato d'accusa Speranza e soci).

Ciò non impedirà al prossimo governo, specie se sarà ancora a guida PD/UE ma non ho molte speranze nemmeno nelle alternative possibili (chi voto io probabilmente non supera manco gli sbarramenti, se voto), di ripartire col green pass, le chiusure, gli ostracismi ai non vaccinati, e magari pure ai vaccinati con più dosi che finalmente hanno capito l'antifona e non intendono proseguire, eccetera eccetera. Specie se nel frattempo si dovesse in qualche modo fermare la guerra in Ucraina, che è il nuovo e più efficace metodo trovato, anzi recuperato tra quelli più utilizzati nella Storia, per impoverire i popoli quando ai padroni del vapore pare che ciò sia necessario (o meglio, quando non sono costretti dagli eventi a lasciargli respiro consentendogli un temporaneo innalzamento delle condizioni materiali - e quindi spirituali). Torneremo sull'argomento presto, per ora vi lascio con l'invito a leggervi questo articolo ben circostanziato, che dati alla mano spazza via gli almeno trenta anni di bugie che stanno dietro al "fogno" europeo, sfondo nel quale bisogna sforzarsi di guardare tutti gli accadimenti in cronaca.

giovedì 1 settembre 2022

RADIOCIXD 62 - ANIDRIDE SOLFOROSA

Ce lo siamo già detti: il trittico di album nati dalla collaborazione tra Lucio Dalla e Roberto Roversi è da considerarsi uno dei vertici assoluti della canzone italiana di ogni tempo. Abbiamo già parlato del primo, Il giorno aveva cinque teste del 1973, gigantesco atto di coraggio di uno che se voleva poteva campare dell'onda lunga del successo commerciale degli anni precedenti e invece subodorò l'aria che tirava e si gettò verso anni di fame (certo, poi ripagati da un successo così enorme che mai avrebbe potuto raggiungere restando nel solco precedente, ma prima chi glielo poteva garantire?), e del terzo e ultimo Automobili del 1976, visionario capolavoro che però tradisce la crisi del rapporto tra i due autori. Questo Anidride solforosa è nel mezzo, e perciò forse al vertice, di questa prodigiosa parabola artistica.

Vi si trovano tematiche anticipate di decenni e ritratti di scene che sembrano passate di moda ma invece oggi più attuali che mai, a saperle leggere, in mezzo a sbocchi di satira sociopolitica e schizzi di cronaca di una durezza che solo il rap, ma in America non certo in Italia, saprà poi dare. Il tutto condito di invenzioni musicali difficilmente inquadrabili, e non avanti o dietro, ma sopra, quanto la musica italiana sarà in grado di offrire nei decenni a seguire. Tanto che un ragazzo che lo ascoltasse oggi forse non capirebbe che si tratta di un disco di quasi mezzo secolo fa, ma potrebbe scambiarlo per avanguardia, non fosse che la voce di Lucio è talmente nota che magari la riconosce anche lui. Ma mentre scrivo questo penso che se quarant'anni fa a me ventenne qualcuno avesse provato a propinarmi una tracklist commentata di un qualsiasi musicista degli anni 30 o 40 probabilmente lo avrei snobbato, e pace così.

Facciamo così, allora: in fondo alla consueta disanima dei singoli brani, con link ai tube che si aprono in popup così da permettervi di continuare la lettura, vi embeddo il video della title track però registrato in TV dodici anni fa, si, ma ben trentacinque anni dopo l'uscita della canzone, il che forse la dice lunga sulla sua persistente attualità. Alla voce femminile, che nella versione in studio del '75 era interpretata con giocosa ironia dallo stesso Dalla, c'è qui la sottovalutatissima Angela Baraldi, una delle tante "scoperte" di Lucio (una delle meno fortunate commercialmente e assieme una delle migliori), che da tempo porta questo brano in concerto eseguendolo anche assieme a Zamboni e ad altri post-CSI, oltre che a De Gregori, per dire.

  1. Anidride solforosa - Due piani narrativi si intrecciano in questo capolavoro, e la musica cambiando tra i due fa da paratesto aiutandoci: in uno una donna del popolo parla di amore e rivoluzione, nell'altro una voce parla di inquinamento e computer, dimostrando che i poeti (quelli veri) spesso capiscono le cose decenni prima degli altri.
  2. La borsa valori - Come Dario Fo, Lucio Dalla quando scatenava il suo gramelot incomprensibile si faceva invece capire meglio ancora di quando usava parole sensate. E sta cosa la percepivo anche da bambino, ascoltando Cos'è Bonetti piuttosto che Pezzo zero. Qui sciorina a cazzo il listino della borsa valori di Milano e altre voci che vi si potevano ascoltare, dimostrando palpabilmente l'insensatezza di un mondo che pure ancora non era diventato il mostro trituratore dell'economia reale che è.
  3. Ulisse coperto di sale - Come nel primo brano, la musica sottolinea con un cambio brusco, qui dal rock sfrenato (questo è uno dei pezzi più rock della musica italiana, se una radio lo passasse prima dei Maneskin tutti capirebbero le mammolette che sono) si passa al melodico lento, il passaggio tra i pensieri e le parole del narratore: un Ulisse coperto di sale, come siamo tutti noi che torniamo, quando torniamo. E, come chiarisce un certo Dante Alighieri, prima di riandare.
  4. Carmen Colon - Quando la poesia parla di cronaca, e anche qui di un argomento particolare di cui sarebbe diventato di moda parlare (ma quanto peggio, a cominciare dai neologismi...) decenni appresso...
  5. Tu parlavi una lingua meravigliosa - Racconto poeticissimo, e chiuso mirabilmente, del reincontro casuale, una vita dopo, di una donna un tempo amata. Tra l'altro, questo brano è il prototipo di quel modo unico e mai banale che Dalla cantautore avrà di cantare d'amore negli anni a seguire...
  6. Mela di scarto - Per i non torinesi, Ferrante Aporti (dove l'avevo sentito? si un vecchissimo pezzo di Vecchioni, ma quella era una via di Milano dove al Professore era capitata una disavventura amorosa...) è il carcere minorile di Torino. Dove il protagonista di questa canzone finisce per una cavolata giovanile, per poi come spesso capita in pratica non uscire più, avviato proprio dal riformatorio a una vita da delinquente. Dicevamo delle tematiche da rap (vero), e questo brano sembra anche riarrangiabile in rap, per metrica.
  7. Merlino e l’ombra - Curiosamente, anche qui mi viene in mente Vecchioni, che canterà una tematica bergmaniana come questa qualche anno dopo (Lo stregone e il giocatore). Da notare anche qui come la base musicale accompagni coi suoi cambiamenti il mutare di prospettiva suggerito dal testo.
  8. Non era più lui - Anche qui accade, e anche qui come in Ulisse uno dei due temi è profondamente rock, anche se meno duro. La storia è quella di un uomo del sud, costretto ad emigrare e a rinunciare ai suoi sogni per fare forse l'operaio, che sogna il ritorno e con ciò aggrava ulteriormente la propria alienazione.
  9. Un mazzo di fiori - Ancora cronaca, ma mentre Carmen era una ragazzina uccisa da un serial killer, Emilia è una donna stanca di vivere che si suicida gettandosi nel Po. Inutile dire che la canzone è di una bellezza straziante...
  10. Le parole incrociate - L'album chiude in bellezza, con la sua canzone forse più bella, per qualcuno la più bella di tutto il repertorio di Dalla, e con la sua conclusione lapidaria: "Nel bel prato d'Italia c'è odore di bruciato. Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende. Attenzione: dentro ci siamo tutti, è il potere che offende.". Prima, semplicemente la storia d'Italia. Se non ci sono l'Italicus, piazza della Loggia, Ustica, la stazione di Bologna, Moro, gli anni di piombo, le stragi di mafia e la Trattativa, le guerre travestite da missione di pace, la cosiddetta pandemia, eccetera eccetera, è solo perché sono cose successe dopo. Ma è un dettaglio.

E ora gustiamoci la splendida e bravissima Baraldi, che qualcuno guardando il video riconoscerà (aahhh, ecco chi era!) come la protagonista di Quo vadis baby? di Salvatores...

giovedì 25 agosto 2022

RADIOCIXD 61 - ANTIWAR SONGS

Oggi vi parlo di un sito mirabolante, che raccoglie le recensioni, e talvolta anche i video o gli mp3, di quasi quarantamila canzoni di ogni epoca, dalla ballata tradizionale la cui origine si perde indietro nel tempo all'uscita odierna magari nel silenzio del mainstream, che hanno tutte in comune il tag di essere "contro la guerra" (e aggiungerei, parafrasando il peggior Bersani con Monti e la nefasta UE, "senza se e senza ma": niente spazio a "io sono contro la guerra ma quel briccone di Putin in qualche modo bisogna fermarlo"...) e poi altri argomenti che le raggruppano variamente. Tra questi ultimi c'è pure il Coronavirus, a cui hanno dedicato una intera sezione, che raccoglie ben 191 canzoni. La cosa, pensando alla mia percezione persistente di totale o quasi mancanza di voci fuori dal coro "pandemico" nel panorama musicale specie nostrano, mi ha sinceramente stupito, spingendomi ad addentrarmi in questo Canzoniere tematico particolare.

Già solo scorrendo l'elenco, però, constato che la quasi totalità dei brani e direi degli autori e interpreti selezionati (spesso, tra l'altro, a posteriori e manco di poco) è fuori dal mainstream. Questo da un lato spiega com'è che si arriva a 191, e dall'altro fornisce una ulteriore misura di quanto la canzone specie italiana si sia allontanata decennio dopo decennio dalla funzione sociale che aveva assunto tra gli anni sessanta e i settanta, di laboratorio incubatrice e megafono delle istanze antisistema. Che poi, come ripeteva perfino Celentano in TV quando etichettava qualsiasi cosa nella dicotomia Rock/Lento, di meglio non c'è per definire correttamente il "rock", che non è un ritmo o un tipo di musica, ma un atteggiamento innanzitutto culturale. E questo, con buona pace dei loro fan, taglia senz'altro fuori i tanto amati (e pur non disprezzabili, rispetto al resto del panorama) Maneskin, e restituisce alla sua autentica dimensione di finto-rock (insopportabile, coi cori russi e il free jazz punk inglese, secondo il Maestro) il tanto venerato Vasco (attempato cantautore melodico attento da sempre a non pisciare davvero fuori dal vaso).

Seguendo i link, però, il quadro complessivo peggiora. Troviamo infatti, oltre ai citati pezzi di artisti lontani dal mainstream e quindi senza alcuna possibilità di intaccare la narrazione dominante:

  • moltissimi riadattamenti di testi di canzoni altrui ad opera di satireggiatori sconosciuti (e non sempre abilissimi nella cosa, ma pazienza);
  • molte canzoni precedenti al 2020 inserite in elenco per essere state profetiche;
  • troppi brani che sono si in argomento coronavirus, ma restando congrui alla narrazione ufficiale:

Tolto tutto questo, di "voci fuori dal coro" ne restano davvero poche. Ve le segnalo tutte, buon ascolto. E no: non andrà tutto bene.

Nell'aria di Giorgio Canali e Rossofuoco - La palma di migliore canzone sul tema va, e non mi stupisce, a un esponente della galassia ex-CSI. Per intenderci, riporto una strofa: È la liturgia del pensiero unico, continui appelli in mondovisione / a isolare i terroristi che divergono d’opinione / occupazione militare e delazione per il bene comune / dai che si arriva alla temperatura di ebollizione delle rane.

Pan/Demonio di Daniele Sepe - Nemmeno trovare lui in questa lista è stata una sorpresa: da uno capace di passare dalla tarantella a Frank Zappa, dalla fusion jazz a Comandante Che Guevara suonata come Corazon Espinado di Santana, senza mai dimenticare dove è la vera sinistra (cioè contro il sistema), mi sarei stupito del contrario.

No More Lockdown di Van Morrison - La cosa triste è che per trovare uno senza peli sulla lingua ("fascist" è l'etichetta giusta per gli architetti della pandemia) bisogna arrivare a un cantautore irlandese di 75 anni. Subito bersagliato da tutti, persino in questo stesso sito.

Nuvole di Frankie HI-NRG MC - Se c'è un italiano con un minimo di notorietà che intende il rap come controcultura, come nelle origini a stelle e strisce, è lui, sin dagli inizi. Troppi altri nel dirsi rapper hanno solo rovinato l'etichetta, e non li nomino nemmeno (cito solo Corona rap degli Assalti frontali perché è tra le 191).

L'immunità di gregge e La vacinada di Checco Zalone - Non sono sicuro di come la pensi davvero Luca Medici, che rimane sempre abbastanza paraculo da tenersi fuori dai guai, magari rifugiandosi dietro la satira. Ma quest'ultima rimane sempre forse il modo più efficace di combattere il Potere tra quelli a disposizione di chi potere non ne ha: ridendo ridendo Pulcinella dice sempre la verità..

La realtà non può essere questa di Eugenio ed Edoardo Bennato - Francamente non me l'aspettavo, questa fine carriera di uno che all'età sua ancora si tinge i capelli ed è passato da anni settanta magnifici ad anni ottanta e novanta francamente imbarazzanti. Ma bisogna dargli atto di essere ancora il più "rock" di tutti..

La lista è corta? Ve l'avevo detto... Ma facciamo così, se qualcuno ha canzoni da segnalare per allungarla, posti gli estremi e magari il link al tube in commento al post. Accorrete numerosi.

giovedì 18 agosto 2022

L'ASCIENZA

No, non è un errore di stampa, è che una improvvisa illuminazione mi ha suggerito che la trascrizione migliore per prendere in giro lo scientismo dominante quando si riempie la bocca con "La Scienza" per giustificare i propri misfatti non è quella tutto attaccato, che pure spesso si trova, ma quella con l'apostrofo dopo la L, che porta la A ad attaccarsi al sostantivo seguente assumendo una funzione privativa.

Quando ero piccolo da grande volevo fare l'ingegnere o l'astronauta, cosa tutt'altro che originale in quei magnifici anni sessanta in cui il duemila lo si immaginava come un'epoca dove tutti i problemi dell'umanità erano stati risolti e ciascuno di noi si spostava con il proprio scooter volante come i Pronipoti di Hanna&Barbera. Piero Angela era già giornalista RAI, da lì a poco avrebbe condotto il neonato TG2 e poi si sarebbe inventato Quark. Ma per il suo coccodrillo senza lacrime vi invito senza indugio a leggervi integralmente il post di Lameduck, che come al solito scrive quello che penso io dicendolo molto meglio. Io mi limito a confessare che il personaggio appena serenamente scomparso (a 93 anni, qua ci vuole proprio la scritta a mano sul manifesto "e volevo pure vedere che si lamentava!...") era stato uno dei miei miti di gioventù, prima di comprendere, con la maturità, che razza di mistificatore e manipolatore prezzolato (anche con la nepotistica elezione del delfino Alberto, ennesimo esemplare italico di "figlio di" che se non lo fosse stato chissà cosa avrebbe fatto nella vita) fosse in realtà.

L'evento mi fornisce l'occasione di ribadire la distinzione sempre troppo poco considerata tra quello che è davvero Scienza e quello che non lo è ma in tempi di predominio della tecnologia si traveste da Scienza per assolvere alla sua funzione sociale di Culto ufficiale. Prima, non ne aveva bisogno: per migliaia di anni, chiunque detenesse il potere in qualunque società umana si dotava del supporto di una sua Casta sacerdotale che agiva in quanto tale senza mascheramenti. La gente comune, infatti, era totalmente presa dalle attività quotidiane indispensabili al proprio sostentamento immediato, a cui era perfettamente funzionale che ci fosse una mitologia ufficiale a rispondere immediatamente ad eventuali domande esistenziali, e naturale che chi si occupasse di tramandarla vi si potesse dedicare integralmente senza a sua volta doversi preoccupare del proprio, di sostentamento. La casta, insomma, si autososteneva, ed escogitava strumenti per regolare al minimo indispensabile l'accesso ad essa stessa; ad esempio, per imparare i geroglifici ci voleva una vita, e il fatto che fossero prerogativa esclusiva e accettata naturalmente dei sacerdoti (pare che spesso nemmeno i faraoni stessi li padroneggiassero, specie se assurti al trono molto giovani) era assieme garanzia di impermeabilità della casta e di autorevolezza indiscutibile delle sue superiori determinazioni.

Non farà eccezione nemmeno il moderno monoteismo cristiano: il pescatore analfabeta erede designato da un sovversivo giustiziato dai romani avrebbe alla fine originato una Chiesa capace di dominare il mondo per secoli, avocandosi la prerogativa di dispensare la Verità Divina in esclusiva, perseguitando in vari modi (spesso cruenti) chi osava metterla in discussione, fossero eretici ebrei islamici o protestanti (ma pur sempre correligionari, cioè ambenti a rimpiazzarli non a spazzarli via) prima, o scienziati razionalisti dopo. Non possiamo farci nulla, deve essere qualcosa di connaturato all'essere umani: come il Potere tende ad essere sempre al numeratore e i suoi sudditi al denominatore, e quindi ogni Rivoluzione si risolve sempre al massimo in un rimescolamento di attori nei ruoli fissi che la recita impone, così lo Stregone (più o meno organizzato in una gerarchia) tende a sedere al suo fianco per diffondere la sua Verità e perseguitare come Falsità tutte le voci dissonanti. Accade così anche per La Scienza: dopo aver elaborato il suo metodo e determinato attraverso la sua affermazione una mirabolante crescita delle condizioni materiali e spirituali (le due cose sono sempre estremamente connesse: senza culo pieno non si ragiona) di tutti, quando il sistema mostra la corda e si avvicina ai suoi limiti fisici, e madama la Scarsità torna a dominare, il Potere torna ad arroccarsi e chiama lo Stregone a difesa, e questo oggi è L'Ascienza, perché nel mondo di oggi deve prendere quelle forme per affermarsi. Ma la sostanza è sempre quella, sempre stregone rimane.

Come facciamo allora a distinguere? Beh, è difficile, come tutto ciò che implica la fatica di ragionare: attività molto più lenta e fisicamente onerosa (il cervello consuma energie, lo avrete sentito dire...) del lasciare che la "mente profonda" faccia da se. Ma è possibile, tenendo presente il cardine del pensiero scientifico: ogni verità scientifica, per potersi dire tale, deve essere dimostrabile, i protocolli per la sua dimostrazione devono essere resi pubblici perché chi voglia e possa li riproduca, e se nessuno ci riesce non è tale, inoltre deve essere sempre possibile in teoria dimostrare che è falsa, e anzi diciamo così ogni verità scientifica si può dire tale se è come se non vedesse l'ora in realtà che ne arrivi un'altra che la dimostri falsa, e così via fino alla prossima, eccetera. Quando si dimentica di questo assioma, e spesso nella storia lo ha fatto (basta leggersi qualunque compendio di storia della scienza, per scoprire i guai che ha passato quasi sempre chiunque abbia osato a mettere in discussione ciò che al momento la comunità scientifica ufficiale considerava verità assoluta: è capitato persino a Einstein, ed egli stesso poi fu scettico verso la quantistica, che pure quadrava certi suoi conti altrimenti difettosi e che pure è in pratica ciò che vi consente di leggere queste righe su un PC o di guardare la TV), anche la comunità scientifica si trasforma in casta sacerdotale, le sue affermazioni in dogmi. I suoi esponenti in sacerdoti, i suoi divulgatori in chierichetti. E rieccoci a Piero Angela, e alla cronaca.

Oggi, se osi mettere in discussione il Sacro Vaccino, sei un eretico. Hai voglia a tentare di argomentare: avrei preferito un periodo di sperimentazioni a doppio cieco, come quelle previste normalmente per i farmaci per poter essere inseriti in prontuario, prima che cominciaste a somministrarli (a volontari, comunque), ma li avete imposti, peraltro col ricatto nemmeno con un obbligo che comportasse un'assunzione di responsabilità da parte dell'obbligante, e quindi di fatto avete fatto la sperimentazione a cielo aperto su un campione pari alla popolazione (e con un gruppo di controllo di renitenti sempre più risicato, e senza un gruppo di controllo cui somministrare inconsapevolmente il placebo, quindi con validità relativa, ma comunque). Ebbene, avete ottenuto risultati imbarazzanti: man mano che aumentavano i vaccinati e con sempre più dosi, i contagi aumentavano, fino a mille volte che prima. Come minimo, dovreste rannicchiarvi in un angolo in silenzio, sperando non arrivi la magistratura a indagare su eventuali tangenti. Invece, stanno ancora li a pontificare, sentenze apodittiche indimostrabili e indimostrate come "eh ma senza i vaccini chissà quanti contagi" oppure "eh ma i sintomi sono stati inferiori". Frasi che se vuoi ci puoi anche credere, per carità, ma essendo senza possibile controprova non hanno nessun, ripeto nessuno, fondamento scientifico. Ne avrebbe un po' di più affermare come reale la correlazione spuria che se aumentano i contagi allora sarà proprio colpa dei vaccini, ma da chi rispetta il metodo scientifico non la sentirete mai. Mentre per quanto riguarda gli effetti collaterali dei sieri stessi (già chiamarli vaccini è fargli onore, d'altronde gli hanno dato quel nome impropriamente proprio solo per potergli fare saltare la sperimentazione, in nome dell'emergenza), si nega e si insabbia (anche in casi eclatanti come questo), come per secoli per l'inquisizione, per decenni per i preti pedofili.

Insomma, i vari figuri che, appresso al Ministro (senza) Speranza ci hanno angariato per anni e si apprestano a riprendere a farlo in autunno (a meno che l'Agenda internazionale a cui obbediscono non ordini di insistere invece sul tasto "guerra"), si atteggiano a scienziati ma si comportano da Sacerdoti. E i giornalisti che ne recano il Verbo, dai poveracci che sennò li segano e non hanno di che campare su su fino ai soloni ben pagati come l'appena scomparso Immondo di Quark, ne sono i chierichetti. E no, non ho bisogno di essere un medico per dirlo. Mi basta quel poco che ho studiato di statistica e di sociologia, ma soprattutto quella malattia contratta da adolescente (quando dicendomi ateo mi meritavo ottimo in religione a forza di discussioni teologiche col prete, mentre i credenti uscivano dall'aula per andare a giocare in cortile) che mi costringe ad usare incessantemente quello che ho tra le orecchie.

domenica 14 agosto 2022

VIA DALL'AMBARADAN

Nel 1997, appena trasferito in Trentino, mi capitò cercando casa in affitto di vederne una a Baselga di Pinè, perché venendo da Roma non mi spaventavano i pochi chilometri fuori città, che lì significa quasi sempre già un po' su di quota. Il mancato locatore, sentitomi terronissimo, non mancò di sottolineare che lui invece era non dico trentino, ma decisamente austroungarico, infilando nella chiacchiera una tirata contro "Cesare Battisti, quel terrorista". Eppure al massimo davvero austroungarico sarà stato suo nonno, se non il suo bisnonno, per dire come certe percezioni tendano a permanere.

Anche venti anni e passa dopo? si: sentite questa. Tornatoci in vacanza, mi capita di fermarmi a fare GPL in una stazione di servizio tra Merano e Bolzano, ma diversamente dal solito non si avvicina nessuno. Temendo fosse chiuso l'impianto, entro nel bar e chiedo se fosse o meno così. La tipa mi guarda imparpagliata, ma giusto un attimo, poi capisce ed esclama: "ah, perché in Italia non è ammesso fare GPL in self-service, ora le mando qualcuno ad aiutarla". Una ragazza giovane: l'austroungarico sarà stato il suo bisbisbisnonno. In un posto di passaggio, mica in mezzo ai monti. Eppure dà per scontato, senza nemmeno badarci più di tanto, di non essere "in Italia". E magari se glielo si chiede nemmeno vorrebbe, come alcuni movimenti sicuramente ancora propugnano, tornare in Austria, anche perché con quello che comporta la specialità dello Statuto regionale in Italia i sudtirolesi ci stanno proprio bene, e invece probabilmente sotto l'Austria non avrebbero tutti quei privilegi. No, non è posizione politica, è percezione.

Ora, qualsiasi minoranza mette istintivamente in atto una serie di accorgimenti idonei a salvaguardare nel tempo se stessa, e se non hanno risultati prima o poi non resta nessuno ad accorgersene, altrimenti resiste nei secoli: l'esempio più eclatante sono gli ebrei, passati attraverso i millenni anche grazie a una religione pervasiva e la blindatura del sangue in tutti i contesti. Ad esempio, gli Ucraini sono stati parte dell'impero sovietico per settanta e passa anni, durante i quali non hanno mancato nemmeno di allearsi coi nazisti nel loro tentativo di invasione dell'URSS, eppure oggi sono lì a resistere all'invasione russa con orgoglio e determinazione, magari sotto le stesse insegne dei nonni, insegne che oggi agli occidentali fa comodo non vedere. E questo a chi si ferma alla narrazione dei fatti portata avanti incessantemente dai media mainstream può anche bastare. Ma se pensiamo alle regioni russofone finite all'interno della Repubblica Ucraina proprio al tempo dei sovietici, perché il blocco era unico e un confine valeva l'altro, non vale la stessa cosa? E' strano che continuino a considerarsi russi e dopo un decennio di angherie e massacri nascosti da parte degli ucraini golpisti abbiano chiamato la madrepatria a intervenire? E domani che la Russia vince la guerra e Crimea e Donbass diventano Stati sovrani, se ci fossero al loro interno comunità ucraine non avrebbero diritto a coltivare la loro identità e a pretendere rispetto, e sennò a ribellarsi? Occhio che le scatole cinesi non perdonano...

Prendiamo il Kosovo. Era una regione ad etnia albanese all'interno della Serbia, e noi occidentali abbiamo sostenuto il suo diritto all'indipendenza a costo di andare a bombardare Belgrado. Al suo interno però ci sono delle regioni a maggioranza serba, e questi oggi non possono nemmeno più mantenere la loro identità neanche formalmente. E se la Serbia protesta noi subito mobilitiamo le armi, sia mai gli venisse in mente di intervenire. Due pesi e due misure, con il giustificazionismo dell'imperialismo occidentale a fare da unica bussola. Ai tempi, Ligagiovapelù almeno cantavano Il mio none è mai più. Oggi per trovare un cantante o un altro artista fuori dal coro bisogna cercare col lanternino, e completamente al di fuori del circuito mainstream. A settembre assisteremo alle elezioni forse più gattopardesche della storia, e intanto stanno già acquistando milioni di dosi di vaccino, hai visto mai finisse la guerra scendesse il prezzo delle materie prime e ci rivolesse la pandemia a tenere il giogo stretto al popolo bue.

Eppure basterebbe poco, ad aprire gli occhi. Sempre in Trentino, ad esempio, passeggiando in montagna ci si imbatte facilmente in istallazioni austriache della prima guerra mondiale, dalla semplice trincea al forte enorme e maestoso. Ecco, leggendo i cartelli si scopre che tutto quell'ambaradan fu allestito, peraltro in posti dove si fatica a capire come abbiano fatto e in così breve tempo, al più dieci anni prima di perdere la guerra e vedere l'impero dissolversi. Istruttivo, no? La guerra, ogni guerra, è sempre una sconfitta, per chiunque. E ho usato apposta il  termine ambaradan, transitato nell'italiano corrente per dire "apparato inutilmente complesso e caotico" dal nome di una località etiope dove si consumò una delle peggiori vergogne della storia italiana (usammo gas tossici contro la popolazione civile, si proprio noi che crediamo sempre di essere "i buoni"), tappa di un'avventura coloniale che si rivelò anch'essa decisamente effimera.

UN'ELEZIONE DA POCO

Il post sulla guerra dovrà aspettare, e magari avesse ragione Erdogan e dovessi riformularlo per superamento da parte della cronaca. Siamo i...