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| Ai tempi si diceva "la Cina è vicina", ma si intendeva tutt'altro... |
Tra queste, la proliferazione selvaggia di piste ciclabili a pene di segugio è un ottimo esempio, e se il furore ecologico non vi annebbia la mente impedendovi di seguire le mie argomentazioni capirete. Vi aiuto mettendo le mani avanti: amo andare in bici, da ragazzino asmatico era l'unico sport che potevo fare quindi la montavo per ore e ore, e uno dei ricordi più belli della mia infanzia è Monza piena di gente di tutte le età che la percorrevano in bici, come scoprii si usava in tutta la pianura Padana ma era impossibile in una città con l'orografia della mia Reggio. Ai tempi, se il TG si collegava con la Cina mostrava immense autostrade urbane piene zeppe di bici, e uno poteva pensare "come in Padania" ma non era lo stesso: era l'opposto.
Un conto è farsi un giro in bici quando ti va, o scegliere di andare in bici al lavoro quando casa tua dista pochi chilometri come ad esempio in qualsiasi centro storico di qualsiasi cittadina italiana escluse quelle con strade troppo ripide, un conto è essere costretti a muoversi in bici perché è l'unico mezzo che puoi permetterti. E infatti, quando i cinesi hanno potuto permettersele, le loro strade si sono riempite di auto, e se oggi la Cina è leader della cosiddetta transizione elettrica è solo grazie ad imposizioni di un regime che ha inoltre comprato mezza Africa per estrarre i metalli rari necessari a produrre le batterie e imporsi come leader anche sui mercati occidentali. Almeno, ha una sua logica.
Le scelte dei nostri politici, che oramai seguono il pilota automatico dei diktat di una narrazione imposta e data per scontata, sono invece del tutto illogiche quando fuori contesto. Ad esempio, chiudere il centro di una cittadina largo e lungo un paio di chilometri, vietando del tutto i veicoli a motore anche elettrico e lasciando (esclusi solo i soggetti con difficoltà motorie permanenti o momentanee) la sola scelta tra farsela a piedi e usare la propria bici o una a noleggio, è una scelta logica. Disseminare Roma e altre città così grandi di piste ciclabili è una scelta assurda, e invece in piena e massiva attuazione: è pieno di strade a due o tre corsie dove non c'era mai traffico ridotte a una corsia per fare spazio a una ciclabile magari con tanto di cordolo in cemento e parcheggi spostati in mezzo alla carreggiata, col risultato di tempi di percorrenza per le auto come minimo triplicati mentre le ciclabili restano quasi sempre invariabilmente vuote, anche perché i monopattinisti preferiscono invadere le corsie delle macchine magari contromano e attraversando come e quando gli pare (ah, quasi sempre in due su un solo mezzo). Ma come mai solo una bici ogni tanto? Beh, bisogna vivere a Roma, per capirlo. Ma non al centro storico, che oramai solo ricconi e bed&breakfast, e quello si che potete pure pedonalizzarlo, se volete. E nemmeno nella grande fascia semicentrale, dove proliferano le ciclabili ma se ci hai una casa o l'hai ereditata o sei ricco, e ti puoi permettere il SUV elettrico e anche, si, il balzello che ti hanno chiesto per circolare solo qualche mese dopo che ti hanno indotto a comprarlo col miraggio della libera circolazione in ZTL. Il target della ciclabilizzazione quindi la bici non la usa, e anche quando lo facesse stiamo parlando di una piccola frazione dei romani. La stragrande maggioranza dei quali invece vive in periferie pessimamente collegate dai mezzi pubblici e prende la macchina per non avere alternative, non potendo certo farsi ogni giorno 20 o 30 chilometri in bici ad andare e altrettanti a tornare, a parte i pochi allenati almeno a livello di squadra ciclistica amatoriale.
E allora perché le fanno? Non può essere solo l'obbedienza a un diktat dei padroni stranieri che prima ti tolgono i soldi poi te li ridanno in parte e solo per fare quello che vogliono loro (cos'altro è il PNRR sennò?). Bisogna capire il perché, di quei diktat, e quello vero. Serve un piccolo ripasso storico. Quando viene avviata la transizione da CEE a UE la Cina era emergente, e Prodi e company, rispolverando i manuali di economia classica, te la mettevano così: con la globalizzazione non c'è modo di difendere il sistema di vita instauratosi in Europa occidentale dopo la 2a guerra mondiale con le singole nazioni, vasi di coccio che ora viaggiavano assieme a un grande vaso di ferro, ma con una Europa unita si (e si cominciava ad unirla dalla moneta, cioè come se si costruisse una casa a partire dal tetto...). Era una bugia, hanno pure confessato. Il vero scopo era favorire la cinesizzazione dell'Europa a cominciare dal costo del lavoro (perché se no l'espansione della UE verso Est?) fino a inglobare uno a uno tutti i diritti economici fondamentali, inclusa la mobilità. Quella foto dei cinesi anni 70 non è il loro passato, è il nostro futuro: dovremo andare in bici per forza, anche chi deve fare tanta strada, anche chi non ce la farebbe, in auto ci andranno solo i potenti e i loro ascari, come in Cina i funzionari del partito.
Grazie al trojan horse chiamato UE, insomma, stiamo inesorabilmente avvicinandoci, e siamo davvero a buon punto, ad avere lavori sottopagati e senza diritti, controllo totale sulla nostra sfera privata fino ai pensieri, e autonomia azzerata in tutte le scelte fino alla mobilità privata: di nuovo sudditi, mai più cittadini. E col nostro consenso di boccaloni, che crediamo alle false narrazioni una via l'altra, dalla pandemia all'IA passando per il riscaldamento del pianeta per colpa nostra. I falsi rimedi rivelano i veri obiettivi. Le ciclabili finché restano vuote sono solo una spesa inutile e un aggravio per il traffico auto e quindi per l'ambiente, ma se e quando davvero nessuno si potrà più permettere l'automobile, le bici saranno tante da necessitare tutta la sede stradale, rivedi foto, e le ciclabili si confermeranno essere state una spesa inutile.




