domenica 26 luglio 2026

L'HAI VOLUTA LA BICICLETTA?...

Ai tempi si diceva "la Cina è vicina", ma si intendeva tutt'altro...
...E allora pedala!, dice un vecchio adagio che si rivolge a chi ci si è cacciato con le mani sue in una situazione di cui ora si lamenta. Lo userò a piene mani, se campo, quando, temo presto, sarà evidente agli occhi di tutti il piano, che oggi se lo additi passi per complottista, che ci vuole retrocessi da cittadini a sudditi, di cui fanno parte cosette come l'Intelligenza Artificiale, l'Unione Europea e il Riscaldamento globale a base antropica con annessi e connessi come terrorismo mediatico e scelte ecologiste assurde..

Tra queste, la proliferazione selvaggia di piste ciclabili a pene di segugio è un ottimo esempio, e se il furore ecologico non vi annebbia la mente impedendovi di seguire le mie argomentazioni capirete. Vi aiuto mettendo le mani avanti: amo andare in bici, da ragazzino asmatico era l'unico sport che potevo fare quindi la montavo per ore e ore, e uno dei ricordi più belli della mia infanzia è Monza piena di gente di tutte le età che la percorrevano in bici, come scoprii si usava in tutta la pianura Padana ma era impossibile in una città con l'orografia della mia Reggio. Ai tempi, se il TG si collegava con la Cina mostrava immense autostrade urbane piene zeppe di bici, e uno poteva pensare "come in Padania" ma non era lo stesso: era l'opposto.

Un conto è farsi un giro in bici quando ti va, o scegliere di andare in bici al lavoro quando casa tua dista pochi chilometri come ad esempio in qualsiasi centro storico di qualsiasi cittadina italiana escluse quelle con strade troppo ripide, un conto è essere costretti a muoversi in bici perché è l'unico mezzo che puoi permetterti. E infatti, quando i cinesi hanno potuto permettersele, le loro strade si sono riempite di auto, e se oggi la Cina è leader della cosiddetta transizione elettrica è solo grazie ad imposizioni di un regime che ha inoltre comprato mezza Africa per estrarre i metalli rari necessari a produrre le batterie e imporsi come leader anche sui mercati occidentali. Almeno, ha una sua logica.

Le scelte dei nostri politici, che oramai seguono il pilota automatico dei diktat di una narrazione imposta e data per scontata, sono invece del tutto illogiche quando fuori contesto. Ad esempio, chiudere il centro di una cittadina largo e lungo un paio di chilometri, vietando del tutto i veicoli a motore anche elettrico e lasciando (esclusi solo i soggetti con difficoltà motorie permanenti o momentanee) la sola scelta tra farsela a piedi e usare la propria bici o una a noleggio, è una scelta logica. Disseminare Roma e altre città così grandi di piste ciclabili è una scelta assurda, e invece in piena e massiva attuazione: è pieno di strade a due o tre corsie dove non c'era mai traffico ridotte a una corsia per fare spazio a una ciclabile magari con tanto di cordolo in cemento e parcheggi spostati in mezzo alla carreggiata, col risultato di tempi di percorrenza per le auto come minimo triplicati mentre le ciclabili restano quasi sempre invariabilmente vuote, anche perché i monopattinisti preferiscono invadere le corsie delle macchine magari contromano e attraversando come e quando gli pare (ah, quasi sempre in due su un solo mezzo). Ma come mai solo una bici ogni tanto? Beh, bisogna vivere a Roma, per capirlo. Ma non al centro storico, che oramai solo ricconi e bed&breakfast, e quello si che potete pure pedonalizzarlo, se volete. E nemmeno nella grande fascia semicentrale, dove proliferano le ciclabili ma se ci hai una casa o l'hai ereditata o sei ricco, e ti puoi permettere il SUV elettrico e anche, si, il balzello che ti hanno chiesto per circolare solo qualche mese dopo che ti hanno indotto a comprarlo col miraggio della libera circolazione in ZTL. Il target della ciclabilizzazione quindi la bici non la usa, e anche quando lo facesse stiamo parlando di una piccola frazione dei romani. La stragrande maggioranza dei quali invece vive in periferie pessimamente collegate dai mezzi pubblici e prende la macchina per non avere alternative, non potendo certo farsi ogni giorno 20 o 30 chilometri in bici ad andare e altrettanti a tornare, a parte i pochi allenati almeno a livello di squadra ciclistica amatoriale.

E allora perché le fanno? Non può essere solo l'obbedienza a un diktat dei padroni stranieri che prima ti tolgono i soldi poi te li ridanno in parte e solo per fare quello che vogliono loro (cos'altro è il PNRR sennò?). Bisogna capire il perché, di quei diktat, e quello vero. Serve un piccolo ripasso storico. Quando viene avviata la transizione da CEE a UE la Cina era emergente, e Prodi e company, rispolverando i manuali di economia classica, te la mettevano così: con la globalizzazione non c'è modo di difendere il sistema di vita instauratosi in Europa occidentale dopo la 2a guerra mondiale con le singole nazioni, vasi di coccio che ora viaggiavano assieme a un grande vaso di ferro, ma con una Europa unita si (e si cominciava ad unirla dalla moneta, cioè come se si costruisse una casa a partire dal tetto...). Era una bugia, hanno pure confessato. Il vero scopo era favorire la cinesizzazione dell'Europa a cominciare dal costo del lavoro (perché se no l'espansione della UE verso Est?) fino a inglobare uno a uno tutti i diritti economici fondamentali, inclusa la mobilità. Quella foto dei cinesi anni 70 non è il loro passato, è il nostro futuro: dovremo andare in bici per forza, anche chi deve fare tanta strada, anche chi non ce la farebbe, in auto ci andranno solo i potenti e i loro ascari, come in Cina i funzionari del partito.

Grazie al trojan horse chiamato UE, insomma, stiamo inesorabilmente avvicinandoci, e siamo davvero a buon punto, ad avere lavori sottopagati e senza diritti, controllo totale sulla nostra sfera privata fino ai pensieri, e autonomia azzerata in tutte le scelte fino alla mobilità privata: di nuovo sudditi, mai più cittadini. E col nostro consenso di boccaloni, che crediamo alle false narrazioni una via l'altra, dalla pandemia all'IA passando per il riscaldamento del pianeta per colpa nostra. I falsi rimedi rivelano i veri obiettivi. Le ciclabili finché restano vuote sono solo una spesa inutile e un aggravio per il traffico auto e quindi per l'ambiente, ma se e quando davvero nessuno si potrà più permettere l'automobile, le bici saranno tante da necessitare tutta la sede stradale, rivedi foto, e le ciclabili si confermeranno essere state una spesa inutile.

sabato 18 luglio 2026

CHE VI AVEVO DETTO?

Pochi giorni fa, in occasione della duplice occasione persa di promozione diretta in B nazionale della Viola Reggio Calabria, piuttosto che tacere per la delusione avevo postato qualche riga di cui l'ultima mezza era "la fenice risorgerà anche stavolta". Sandro Santoro diceva "qui non si muore mai", ma il senso era quello, e Tommaso Buffon anche durante la partita persa con Avellino era in giro sul parterre a sventolare la sua fenice neroarancio.

Allora io, siccome è ufficiale il ripescaggio della mia squadra del cuore, una risalita che stavolta grazie alla serietà della proprietà non è stato una frettolosa acquisizione di titolo e con buone probabilità non sarà una meteora ma una tappa di un progetto più grande, che magari la vedrà tornare nei campionati di vertice come gli spetta, e siccome a luglio ogni anno da 18 anni rifaccio la grafica al sito, oggi la rifaccio in neroarancio.

Il cambio cade qualche giorno in ritardo, perché ho voluto lasciare la grafica in verde con Sinner trionfatore a Wimbledon 2025 (che vedete in immagine) almeno fino al trionfo bis del 2026, di cui ero certo.

Auguri Controinformoperdiletto maggiorenne, complimenti a Sinner, e forza Viola!

domenica 12 luglio 2026

DI UNA CERTA GRAVITÀ

Non voglio fare preoccupare nessuno, per cui preciso subito che questo post non è autobiografico, per lo meno non più di tanto.

Gli è che ho appena letto un bel libro di divulgazione scientifica sull'origine dell'universo, con una struttura narrativa divisa in "giorni" (appositamente similcreazionista, bell'espediente retorico) che prendono però ciascuno lassi di tempo enormemente diversi, dal primo che dura un istante all'ultimo lungo miliardi di anni, così consentendo di soffermarsi il giusto sulle cose più rilevanti all'obiettivo: comprendere come sia spiegabile il passaggio dalla singolarità alla complessità. In uno di questi passaggi, viene snocciolato l'emergere e l'affermarsi delle quattro forze fondamentali della fisica (da una che erano: il percorso inverso, l'unificazione, essendo stato quello compiuto arduamente dagli scienziati moderni, a partire dalla comprensione dell'unicità di elettricità e magnetismo), dalla nucleare debole a quella forte, all'elettromagnetismo alla gravità. Che è "apparsa" per ultima, anche se modella l'universo.

E gli è che ho letto da poco anch'io la notizia, talmente sconvolgente da attirare sicuramente il click anche della maggior parte di voi, e sia per questa ragione sia perché ce ne sono fin troppe di simili non vi fornisco il link, della tipa che viene lanciata giù da un ponte dagli organizzatori (abusivi) di un bungee-jumping senza averle ancora fissato adeguatamente le imbracature. Ora non so voi, ma io a leggere ste cose vengo precipitato dentro la soggettiva della vittima, il cui futuro si contrae in un secondo o poco più (dipende dall'altezza del ponte) in cui non ha tempo di pensare a niente, neanche di avere paura, solo di registrare immagini disordinate per via della dinamica del volo fino al click-off finale. Il tutto per una botta di adrenalina, viene da dirsi, manco che so per il piacere di godersi un volo in caduta libera prima di aprire il paracadute, che poi mica è detto che debba andare qualcosa storto ma anche quando è un rischio calcolato e con una contropartita comprensibile. Un salto coi piedi legati, almeno io non l'ho mai capito. Mai, non adesso che ho passato la sessantina e la vita davanti comincia a sembrarmi già di suo abbastanza breve, e la gravità ha cominciato a mostrarmi il suo volto feroce.

La gravità per noi è come un rumore di fondo di cui non ci rendiamo conto se non quando si interrompe o si intensifica. Come per l'entropia, combatterla è una fatica continua, cui per fortuna quasi sempre non facciamo caso. Ma invecchiando, tutti sperimentiamo come parti del nostro corpo tendono a lasciarsene vincere, e la chirurgia estetica nel migliore dei casi offre risultati momentanei, che dopo un po' diventano grotteschi. Alla fine, come in un vecchio adagio passato di moda per via dei cimiteri moderni, torniamo alla terra, anche senza aiutarci con un assurdo sport che accelera la cosa.

Mi tornano in mente due vecchie barzellette, di quelle che la dittatura del politicamente corretto impedisce di sentire ancora in giro:

  • quella in cui un tipo viene avvisato di non sporgersi da un grattacielo altrimenti precipita e muore, si sporge, cade, e a ogni piano del volo si dice "hai visto? sono ancora vivo, alla faccia di quell'uccellaccio del malaugurio!";
  • quella in cui un tipo che ha contratto l'AIDS e chiede una prescrizione risolutiva al medico di base, che non sa come spiegargli che una cura non c'è meno che meno un qualcosa che si possa risolvere con una ricetta, ma di fronte alle sue insistite insistenze cede e gli prescrive dei fanghi, e alla domanda "per farci cosa?" risponde "si va abituando alla terra".

In finale, qualcosa che non si può sconfiggere (e se si potesse, sarebbe un grosso guaio, sia per i singoli che - come ci mostra Saramago - per la società) si può perlomeno sbeffeggiare.

P.S. Mentre scrivevo questo post è "tornato alla terra", e precisamente a quella della sua isola, Peppino Di Capri. Avrete già letto o visto in TV coccodrilli a iosa, non serve che io ripeta le stesse cose. Ma posso aggiungere qualcosa di mio: lui era forse il cantante preferito di mio papà, che da piccolo mi faceva ascoltare i 78 giri di Nun è peccato Saint Tropez twist Speedy Gonzalez e Tu si na malatia, tra gli altri, che ho ancora nel mio mobile stereo. Forse l'ultima volta che l'ho visto, ma sicuro la più sorprendente, è stato al cinema, in un film con Lillo e Greg (chirurgi estetici) dove recitava, nel doppio ruolo di se stesso e di un boss che si era rifatto i connotati diventando per un equivoco suo sosia, con l'enorme autoironia che lo ha sempre caratterizzato.

sabato 4 luglio 2026

I GUARDIANI DELLA INVOLUZIONE

Tra i tanti aspetti su cui ci si sofferma, anche chi si sforza di mantenere uno sguardo critico sul fenomeno, quando si parla di "intelligenza artificiale", e anche su queste pagine, c'è la deprivazione cognitiva conseguente dal comodo demandare a supporti esterni cose che altrimenti dovresti forzarti a imparare (dal riassumere al tradurre passando per l'orientarti, che però ci ricorda che il fenomeno è vecchio quanto la tecnologia, quindi quanto l'umanità), c'è il nodo proprietà dei contenuti dati in pasto all'algoritmo (che però era presente anche quando l'algoritmo non era capace di autoimplementarsi), c'è il groviglio quell'impatto ambientale di cui misteriosamente ci si scorda solo riguardo questa tecnologia, evidentemente quindi decisiva per i padroni del vapore e la loro propaganda, ma manca o è comunque più raro quello che entra nel merito del nome del progetto e del suo funzionamento.

Parlare di intelligenza in mancanza di autocoscienza, concetto quest'ultimo che impegna da secoli i filosofi senza che riescano a trovare una risposta univoca nemmeno restringendo il campo alla nostra sola sottocategoria di primati, è infatti poco di più che un'abile operazione di marketing. Disonesta come quasi tutte le altre, per definizione, si potrebbe aggiungere. Volendo immaginare, in chi avendo inventato un modo migliore di usare l'immensa base dati figlia di Internet e dovendolo vendere gli ha appiccicato un'etichetta ricavandola da ciò che sembra e non da ciò che è, una recrudescenza di scrupoli, si poteva al massimo ricavare un qualcosa come "ricerca 2.0" (aggiungete volendo un qualche riferimento alla iperbolica potenza statistica, a me non mi viene) o simili ma comunque di infinitamente meno affascinante e commerciabile di  AI. Ma anche col nome figo la cosa quello è e resta: un accrocco che macinando moli di dati immani a velocità immane sembra dia risultati frutto di pensiero anche perché addestrato a darli in un formato apposito a farlo sembrare. Tanto è vero che chi ha provato a costruirsene uno in casa, avendo le stesse competenze informatiche se non superiori, ma non avendo la mole di dati e le macchine potentissime dei big, ha avuto risultati ridicoli (e infatti ridicolizzati).

Il problema dimenticato, anche da me stesso nelle chiacchiere con gli amici per dire, ma maggiore, lo potremmo immaginare come una manciata di sabbia in un meccanismo ben oliato. Il meccanismo è l'evoluzione del pensiero, ma per capirci meglio lo spiego con l'evoluzione delle specie tout-court. Che con una sintesi brutale si potrebbe spiegare così: da quando è apparso sul pianeta (nel "brodo primordiale" di Pazzaglia, esattamente) il DNA ha sempre svolto la sua funzione fondamentale di riprodursi con una perfezione quasi totale, dove però la chiave del successo è in quel "quasi": ad ogni "errore" nella storia della vita sul pianeta si è aperto un potenziale ramo evolutivo che si è (immediatamente o meno) estinto se non era adatto alle condizioni ambientali e si è invece affermato (per periodi più o meno lunghi) se invece lo era, magari a scapito dei rami da cui discendeva. Il paradigma può essere applicato a qualsiasi scala: nel continuum che porta dai primi organismi unicellulari a noi come all'estremo opposto nelle piccole differenze (erroneamente definite razziali) tra i gruppi umani che hanno colonizzato il pianeta (come il colore della pelle, la statura, o l'intolleranza al lattosio, per capirci). E quindi può essere traslato utilmente anche nel campo delle idee.

Ogni volta, quasi senza eccezione, che l'umanità ha fatto un passo avanti, è stato per un "errore" di qualcuno, per una lettura eterodossa delle cose spesso ostacolata dall'ortodossia (pensate solo a Galilei o Einstein, per fare due esempi macroscopici), per una "eresia" insomma. Che succede se da un certo punto in poi tutti, per avere delle risposte o dei risultati, si affidano solo e sempre più a un motore statistico potentissimo e velocissimo? Che le risposte saranno sempre, e sempre di più, le più "normali" (dove le virgolette sono per gli appassionati di statistica - che possono pensare a una curva di Gauss sempre più schiacciata - ma si capisce lo stesso). L'eretico, che già era penalizzato nelle ricerche sui motori di precedente generazione, scivolerà sempre di più nell'invisibilità. E nessun progresso sarà più possibile. E non sto parlando solo delle storie e dei pensieri, parlo anche del modo di esprimerli: anche per le lingue infatti vale il paradigma e quelle attuali sono figlie di eresie di quelle da cui derivano. Le uniche residue minime speranze risiederanno in chi si chiama fuori dal giro, e in caso di catastrofe raccatti i pezzi dell'umanità. O almeno, se per raggiunti limiti di età non ha speranze di esserci, lasci testimonianza.

Ed ecco che io, obiettore di coscienza al servizio di leva negli anni ottanta del secolo scorso, oggi mi dichiaro obiettore di coscienza all'utilizzo consapevole e avanzato dei sistemi della cosiddetta intelligenza artificiale, laddove le precisazioni sono necessarie per il fatto di essere cosciente che invece di utilizzi non consapevoli e occulti, anche elementari, ne farò come tutti chissà quanti e sempre di più. Ma un limite ci vuole, anche quando sembra inutile. Altrimenti si è complici di chi ha progettato e persegue la involuzione da cittadini a sudditi che stiamo osservando da qualche decennio ormai, di cui l'AI è una tranche. E se lo facessimo tutti, il progetto fallirebbe per sua natura intrinseca: senza i nostri dati, le nostre storie, i nostri documenti di lavoro, non è niente, e se non gliele diamo in pasto, se gli mancano, in italiano si dice che ne è deficiente.

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