Ecco, questa presunzione di logicità, tanto utile per tante cose ai fini pratici, continua ad operare anche quando siamo chiamati a comprendere il perché delle nostre scelte, o il percome dei nostri processi interiori. Mettendoci costantemente fuori strada. Eppure lo sappiamo, e ce lo cantiamo e scriviamo in versi o in prosa, che l'amore non è governato dalla logica. Pino Daniele e Massimo Troisi ce lo ricordano ogni volta che ascoltiamo il loro capolavoro, che non è la pur bellissima Quando, ma quell'altra di cui metto il video alla fine. Così, siamo convinti che è il pensiero che controlla il linguaggio, e non consideriamo che invece in moltissimi casi è esattamente l'opposto.
Poter scrivere, ad esempio, per essersi dotati (a scopo mercantile) di un alfabeto semplice, ha creato la civiltà greca antica e la filosofia e la scienza che consideriamo alla base della odierna civiltà occidentale. Ad esempio, è il presupposto, conoscendo per averlo letto un passato diverso dal presente, dell'immaginare un futuro diverso dal presente. In un famoso esperimento non ricordo di quale università americana (ma in rete si trova tutto, se non vi fidate cercatevelo da voi), fu chiesto a un capo indiano di quante tribù fosse composto il suo popolo, e lui rispose che erano da sempre nove, enumerandole, perché così gli era stato tramandato oralmente, quando invece un suo predecessore alla stessa domanda aveva risposto che erano da sempre undici, come gli yankees avevano trascritto prima di sterminarne due.
Altro esempio. Avere una lingua strutturata e con tantissime parole permette pensieri complessi, mentre non averla non lo consente. Pensate ai nostri bisnonni che parlavano solo dialetto, con che handicap hanno dovuto affrontare le cosiddette sfide della modernità. Pensato? Non basta: è solo la mezza messa. Avere una lingua semplice, con molte meno parole ciascuna a più ampio alone semantico (in riggitano 'a tuvagghia indica, con specifica esplicita o di contesto, una serie di oggetti dalla tovaglia da tavola al telo da mare passando per l'asciugamani), implica una condivisione di valori e una intimità tra i dialoganti impossibile con una lingua complessa. Anche a questo servono le lingue che si inventano i ragazzi, ad esempio. E per questo è importante, o forse già dovrei dire sarebbe stato importante, mantenere il bilinguismo italiano/dialetto che ci è stato regalato, come sottoprodotto positivo, dall'unione di cose negative come secoli di dominazione straniera, una unificazione nazionale di stampo colonialista, e positive come la possibilità di studiare. Chi parla solo in lingua è altrettanto monco di chi parla solo in dialetto, soltanto in segno opposto. Io, ad esempio, da sempre, quando ho una serie di pensieri aggrovigliati in testa che mi paralizzano, rispetto magari a un problema di cui non trovo la soluzione, uso tentare di esporlo in dialetto a qualcuno (con mia nonna era perfetto, ma va bene anche un mio vecchio amico del liceo): se non ci riesco stavo mentendo a me stesso, se ci riesco magari risolvo.
Tutte queste considerazioni le ho dovute buttare nero su bianco dopo che me le ha suscitate la lettura di questo post del filosofo Agamben, uno dei pochi a essersi a suo tempo smarcato dalla narrazione imposta della cosiddetta pandemia. Nel parlare di bilinguismo, inquadra la cosiddetta (a scopo di marketing) intelligenza artificiale per quello che è: una macchina linguistica nata per, o comunque che ha l'effetto di, affermarsi come unica e semplificare ulteriormente il pensiero di chi ci si accosta. Per parafrasare, a contrario, i Borg di Star Trek, "ogni resistenza è utile".



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