domenica 4 ottobre 2026

I VIVI CH'I BISCOTTI

Il titolo è la seconda parte di un detto riggitano (la prima è "i morti ch'i morti") che potremmo tradurre "i morti stanno coi morti e ai vivi restano i biscotti", nel duplice senso che devono continuare a nutrirsi e ad affrontare grane. Mi è venuto in mente dopo aver visto al cinema La città dei vivi, film del giovane regista Edoardo Gabriellini tratto da un atroce libro a sua volta tratto da un atroce quanto arcinoto fatto di cronaca romana.

Devo essere sincero: se lo avessi saputo, di questa matrioska di estrazioni, sarei restato vittima dei miei pregiudizi contro il facile indulgere nel voyerismo del dolore e i facili espedienti di sceneggiatura che comporta, pregiudizi insorti, a mia parziale discolpa, a causa dell'inflazione di questi due fenomeni nella cinematografia contemporanea, e mettiamoci dentro anche la fiction televisiva e la letteratura, dai. Quindi, sicuro che anche questo film avrebbe avuto questo taglio, non sarei andato a vederlo. Sbagliando, perché il film invece, come scopro oggi dice anche Mereghetti, è esattamente l'opposto.

Meno male, direi, che non ho l'abitudine di leggere recensioni e guardare trailer prima di andare al cinema, ma al massimo quei siti informativi che ti dicono dove e a che ora fanno i film e due righe di topic. E meno male che invece mi sono fatto guidare, non conoscendo il regista, dalla presenza di Valerio Mastandrea, che sbaglia ancora meno film di Dustin Hoffman (questa per capirla dovete seguire il cantautorato italiano, non vi metto nemmeno il link).

Insomma, alzate le chiappe e andate al cinema, che registi come questo vanno incoraggiati, a continuare si ma anche a non cambiare non genere ma cifra stilistica, pudore, rispetto, attenzione e cura. Se ci riusciamo, il cinema italiano ha un futuro migliore.

sabato 26 settembre 2026

LIBERI LIBERI

Da quando all’università ho studiato psicologia sociale, e in particolare i postfreudiani e Ignacio Matte Blanco, ho sviluppato una passionaccia dilettantesca per la psicologia, che ha guidato molte delle mie scelte di libri da leggere (molti, di analisi transazionale, che poi ho approfondito e mi è stata utilissima professionalmente) e alcune di film da vedere. Tra questi ultimi, vi ho parlato già di Mon oncle d’Amerique di Resnais come di uno dei miei film preferiti, ci torno su solo per ricordare che il film dimostra accostando sapientemente delle scene che noi umani ci crediamo esseri superiori a torto, la sintassi profonda delle nostre pulsioni equivalendo in tutto e per tutto a quella degli altri animali, e mica di cani e gatti che lì è facile crederci, ma di topi da laboratorio. Schematizzare le pulsioni era già una fissa in Freud, e tale è rimasta in Lacan, tra gli ispiratori del film, e in Laborit che addirittura ha partecipato alla sua scrittura e vi appare persino.

Non temendo più, data l’età, di espormi al ridicolo del “chi ti credi di essere?”, azzardo la mia, di sintesi, che chissà mischiando cosa mi gira da un po’ in testa, e per spiegarvela facile uso una grafica. Il concetto base potrebbe essere quello di Libertà, ma la sua enunciazione non basta, bisogna spiegarlo meglio. La libertà infatti è tutto tranne un valore assoluto, altrimenti non avremmo mai sentito parlare, come mi confermerete invece ci è capitato, di “libertà nella Fede” o di sentirsi liberi in una unione esclusiva ed escludente.

La grafica mostra tre scenari: quello (il 3) in cui l’area delle cose che vogliamo (e/o pensiamo di poter fare) coincide con quella delle cose che davvero possiamo fare e magari facciamo, quello (il 2) in cui le due aree si sovrappongono (in misura diversa di volta in volta, la grafica è elementare perciò mostra tre rettangoli uguali) a creare un’area più o  meno grande di “realizzazione” della propria libertà coesistendo però con più o meno grandi aree di permanenza delle due aree estreme, e quello tragico (l’1) in cui queste ultime non si toccano nemmeno lasciando un più o meno grande spazio in mezzo.

Facciamo degli esempi:

  • il bambino piccolo che viene allattato tenuto al caldo e al sicuro, è felice perché non ha la minima consapevolezza delle limitazioni oggettive che il suo stadio gli impone, e soffre (e piange) solo per momentanea insoddisfazione di bisogni primari;
  • non ci vorrà molto perché passi dallo scenario 3 all’uno: l’infanzia non è altro che un progressivo prendere coscienza dell’esistenza dello sfrido in bianco, che diventerà massimo nella preadolescenza, chi parla di questi due stadi della vita come di età dell’oro ha semplicemente dimenticato quanto sono tragici;
  • crescendo, lo spazio bianco diminuisce con l’aumentare di quello rosso, che pian piano va a coprire parte di quello giallo, che intanto cresce anch’esso, creando la fascia arancione e cioè lo scenario 2 - che è quello normale in senso statistico degli umani e cresce e si riduce per ciascuno di noi nell’arco della nostra vita e tra di noi a seconda della posizione di potere, della salute, delle possibilità economiche, e della capacità di ciascuno di adeguare le proprie aspettative a ciò che è probabile attendersi sia realizzabile;
  • rientra nello scenario 2 tutta la casistica della vita, dalle malattie alla disabilità, dai successi agli insuccessi economici e professionali e sentimentali/familiari/sociali, fino a che non arriva nuovamente una fase di transizione in cui il tuo corpo ti consente meno, e progressivamente sempre meno fino a non consentirtelo del tutto, di fare le cose che potevi fare, e da un certo punto in poi quelli che rincoglioniscono al punto di non essere più consapevoli a se stessi sono i più fortunati, perché tornano allo scenario 3 (non a caso si dice che “rimbambiscono”) scaricando l’onere della tragedia sui loro cari (con lo stesso paradigma e le stesse operazioni dell’accudire bebè, ma con un orizzonte ben diverso);
  • lo scenario 3, infatti, è molto difficile da raggiungere e mantenere durante l’età adulta: se ad esempio uno raggiunge rapidamente lo status in cui ha tutto quello che sognava, è più probabile, come raccontano fiumi di letteratura e cinematografia e cronaca rosa e nera, che affiorino in lui nuovi irraggiungibili desideri con connessa insoddisfazione piuttosto che si accontenti e si fermi – se lo si raggiunge, invece, è più spesso per aver acquisito (con un credo religioso o filosofico, spesso) la capacità di mantenere la zona gialla alle dimensioni della rossa, e non viceversa (che la gialla è un pozzo senza fondo).
Se vi sembra che la mia elencazione sia necessariamente da riferirsi ad esseri umani, dovete assolutamente cercare il film succitato, e farvi dimostrare da Laborit che nelle situazioni di stress, cioè al di fuori dello scenario 3, ci comportiamo esattamente come topolini in una gabbia percorsa ogni tanto da scariche elettriche (o anche solo dal loro annuncio, se un suono o una lucina precede ciascuna di esse abbastanza regolarmente da instaurare un riflesso condizionato), che se la gabbia comunica con un altra gabbia e possono scappare lo fanno, ma se il passaggio è chiuso o non c'è delle due l'una: o sono in compagnia, e scaricano la loro aggressività l'uno contro l'altro, o sono soli e la tensione li paralizza e annichilisce e si ammalano o muoiono. O se preferite come il cane alla catena "disposto a decollarsi" per ampliare di un niente lo spazio entro cui può muoversi, cantato mirabilmente da Ferretti nella splendida In viaggio, con cui vi lascio.

sabato 19 settembre 2026

BUFALE O PECORE?

Non inoltro mai messaggi "inoltrati molte volte", ma ieri ho ritenuto di fare una eccezione, non prima di aver verificato la veridicità delle affermazioni andando a controllare nei gruppi WhatsApp di cui sono amministratore che effettivamente ci fosse al punto descritto il check sulla privacy avanzata e che fosse di default disattivato, quindi attivandolo.

L'ho girata solo alle persone a me care, perché facessero lo stesso, e ai quei pochi gruppi amministrati da altri di cui faccio parte per lasciare agli amministratori il compito di valutare se seguire o meno le istruzioni.

Sono perfettamente consapevole di vivere in un mondo dove la cosa che conta di più è acchiappare click, diventare virali, eccetera. Ma quando il "cui prodest" non si riesce proprio a vederlo, non resta che l'analisi con la buona vecchia intelligenza naturale. Si, quel quadratino c'è, e non selezionato. Perché ce l'hanno messo e perché semmai allora di default non lo si mette a selezionato?

La cosa ha avuto addirittura la sua eco nel mainstream, dove grandi testate si affannano a denunciare la bufala. Ad esempio, il Tgcom24 qui, di cui vi riporto in immagine la chiosa finale:

Ma anche volendo credergli, anche perché se non fosse così l'unica sarebbe proprio abbandonare il servizio di messaggistica, resta il fatto che da qualche tempo un'assistente di AI "galleggia" sull'elenco delle nostre chat, in una posizione tale che è facilissimo chiamarlo in causa per sbaglio, quindi cosa ci sarebbe di strano se fosse assimilato a un utente, rendendo ragionevole l'allarme limitato alle chat di gruppo (il check button c'è anche nelle chat individuali, ma quelle sono "end to end" in tutto e per tutto)? E cosa c'è di strano ad essere allarmisti se proprio in questi giorni popolano il web e anche il mainstream dichiarazioni di soggetti diversamente autorevoli (tra cui il Presidente della Repubblica e l'ineffabile fondatore di Microsoft, per dire) che mettono in guardia sui pericoli dell'AI fino ad evocare Skynet e l'estinzione dell'umanità manco fossero l'ultimo dei blogger come il sottoscritto? Come già per la pandemia, infatti, i vaticini di Gates sono agghiaccianti come le minacce del racket ("non vorrai mica che succeda qualcosa di brutto ai tuoi figli?") e ne hanno la sintassi, visto che il benefattore che ti avvisa si trova esattamente nella posizione del malfattore in grado di farti del male.

In tutto questo, la cosa che fa più tenerezza sono le risposte ai tuoi allarmi nei gruppi di cui sopra. Ne riporto uno stralcio, giusto per capirci:

...tanto se vogliono farsi i fatti tuoi e quelli di tutti noi non avrebbero problemi tecnici a farlo... non è certo cambiando le impostazioni che ci si protegge...

Della serie, le pecore ormai sono scappate tutte, cosa ti metti a rinchiudere meglio quelle poche che ti restano o peggio a cercare di recuperare qualcuna delle fuggitive, non ti resta che rinunciare a fare il pastore e semmai visto che ce n'è cominciare a brucare tu l'erba... La colonna sonora dei Pink ve la rimetto ogni volta, ma Sheep è così bella che ascoltarla non è mai abbastanza.

sabato 12 settembre 2026

UN QUARTINO (DI SECOLO)

Dell'11 settembre su questo blog ho parlato fin troppo, a questo tag trovate tutto. Ma è difficile resistere al richiamo della cifra tonda, e tra queste il venticinquennale ci rientra a pieno titolo.

25 anni fa ieri ero anch'io ipnotizzato davanti alla TV per le stesse immagini che guardavate tutti, escluso solo chi non era ancora nato. Non avevo ancora gli elementi per i ragionamenti che farò nei mesi e negli anni a seguire, ma il tarlo del Dubbio, che se dovessi per forza dare un nome al mio Dio sarebbe lui, mi aveva subito acceso una lampadina nel culo. Qualcosa non quadrava, e qualcosa mi diceva che le vittime saremmo stati tutti, e non solo quei poveracci non avvisati di stare a casa dai servizi segreti israeliani. E infatti se c'è una cosa incontrovertibile è che quel giorno è stato il fischio di inizio del mondo come lo conosciamo, o se preferite il triplice fischio finale del mondo precedente.

In poche parole, tutto lo schifo che da allora abbiamo vissuto e stiamo vivendo, guerre sparse per il mondo comprese, pandemia compresa, terrorismo climatico compreso, hanno avuto in quella maldestra recita il prologo indispensabile. L'elenco delle menzogne è troppo lungo per mettersi a recitarlo ancora una volta (i più pazienti e curiosi seguano il link iniziale), l'elenco dei misfatti perpetrati con la scusa di quelle menzogne ripetute a manetta come verità intoccabili è altrettanto lungo e purtroppo non è chiuso. Tutte le volte che vorranno, faranno valere ancora il principio affermato quel giorno che le libertà individuali possono essere sospese, accanto a quello eterno che il diritto internazionale è un panetto di plastilina nelle mani di chi detiene il Potere.

La colpa, però, non è loro. Senza il consenso generale, senza la complicità di una schiacciante maggioranza che si beve qualsiasi palla, non avrebbero potuto fare niente, non potrebbero fare più niente. Un quartino al tavolo 11, prego...

In evidenza

DEFICIENZA, NATURALE

Dell'argomento AI ne abbiamo già parlato come di uno di quei pericoli gravissimi verso i quali sarebbe opportuno porre argini non appen...

I più cliccati dell'anno