sabato 21 febbraio 2026

IL CASO? QUALE CASO?

No, non è un caso se oggi sentite parlare i telegiornali del caso Epstein. Ma confessate: cosa ci avete capito? Io quel poco che ci ho capito l'avevo capito prima. Non necessariamente collegandolo al suo nome. Invece, è proprio l'etichetta il primo degli strumenti che usa la propaganda per diffondere falsa coscienza, cioè fare il proprio mestiere. Stiamo parlando, infatti, di un mare di merda capace di intasare qualsiasi fogna, cosicché quando oramai era chiaro che sarebbero saltati i tombini e tutti avremmo visto la verità, chi teme questo accadimento, che poi è anche chi tira le fila di tutto l'affare, ha deciso che l'unica è procedere a un affioramento governato: una tracimazione controllata e fuorviante che scrive le veline che i giornalisti vi leggono.

Per questo, il vostro affezionatissimo vicino di casa (regia, via alla sigla di Spiderman) rispolvera il suo vecchio vizio di selezionare per voi alcune letture istruttive. Che dimostrano che non di un vecchio sporcaccione suicidato e dei suoi amici di alto bordo stiamo parlando, ma di una delle crepe alla crosta di quel magma che a un certo punto ha preso a governare il pianeta portandolo alla rovina che vedete se sapete ancora guardarvi attorno, oltre lo schermo dello smartphone (che vi hanno dato apposta, tra l'altro). E il modo in cui ve lo raccontano non gli serve altro che a murare la crepa, per riprendere indisturbati il progetto. Israele, la finanza mondiale, i soliti miliardari filantropi specie della sanità. E si, anche zozzoni, ma è l'aspetto assieme più orrifico e meno rilevante politicamente. Eccovi dunque:

Letto tutto, rinfranchiamoci in qualche modo con Agamben, o se preferite prendiamola con filosofia...

domenica 15 febbraio 2026

UN OROLOGIO DI CENT'ANNI

Resto nella stessa zona del post scorso, perché mi sono imbattuto in un articolo, pensate un po' su Today, che secondo me dovreste leggere. Ha un buon titolo, che indica bene l'argomento [Come mi sono disintossicata dal telefono (e ho recuperato il mio tempo libero)], ma non commettete l'errore di fermarvi a quello tanto avete capito dove vuole andare a parare, come troppo spesso oramai tutti facciamo, perché le suggestioni che offre vanno oltre, e per ciascuno di noi saranno diverse.

Per esempio, ricordando che pare che il 2026 venga già etichettato (magari troppo frettolosamente) "anno di ritorno all'analogico", a me dà l'occasione appunto di partire dal post precedente per attaccarci un altro pezzettino di ragionamento, che parte proprio dal termine "analogo": dalla Treccani "che ha relazione". Riconoscere qualcosa per analogia, o comunque attraverso un processo mentale profondo di confronto concettuale con l'esperienza, è essenzialmente ciò che ci rende umani (e inarrivabili per qualsiasi robot o intelligenza artificiale). L'uomo impara che quella è una sedia, o quello un gradino, grazie al funzionamento analogico della sua "mente profonda" (che, dicevamo, è ben nascosta ma preponderante ben oltre quanto i nostri pregiudizi di logicità ci consentano di ammettere), laddove una macchina  necessita di una mole enorme di dati e di sempre maggiore velocità nella loro elaborazione, ed energia per immagazzinarli e processarli, per effettuare la stessa (che a noi pare elementare) operazione riducendo quel gap da evidente a sempre meno percepibile, con risultati diversi a seconda del settore di applicazione. E ciò viene fatto dando per scontato (e non lo è affatto) che la cosa sia auspicabile, e a costo di sospendere per gli energivori server di AI le menate sull'impatto ambientale.

A proposito, i gestori dei servizi di fornitura di energia sul mercato libero, nelle cui voraci mani la sciagurata pletora di privatizzazioni ci ha messo, stanno cominciando a proporre accrocchi che si inframettono tra la presa e la spina di qualunque elettrodomestico, per "aiutarci tramite AI a gestire i consumi e risparmiare". Chi ci casca, attirato dalla comodità della cosa (è sempre così) autorizza il travaso istantaneo dei dati sulle sue abitudini intime, che tanto serve alla macchina statistica chiamata AI per ridurre quel gap di cui al capoverso precedente, tra i comportamenti suggeriti da un processo digitale e quelli analogici dettati dal semplice buonsenso (tipo incacchiarsi coi figli se lasciano la luce accesa in stanze da cui escono). E a chi la gestisce per accumulare potere: diranno "a chi sfora tale soglia si stacca la luce" come hanno già detto "a chi non si vaccina niente pronto soccorso". E fino a che tale potere resta in mani umane siamo in una distopia, si, ma ancora affrontabile.

Pensate invece a un mondo in cui la AI raggiunga una tale potenza di calcolo da diventare autoconsapevole e prendere il controllo. Lo abbiamo visto in tanti film di fantascienza, e forse non è un caso, e magari io ne ho visti troppi ma potrebbe essere un problema anche averne visti troppo pochi. Ok, tolgo l'autoconsapevolezza ma lascio il controllo, che è comodo e veloce e a molti potrebbe sembrare anche più ragionevole che lasciarlo in mano ai corruttibili politici. Che succede se la AI calcolando calcolando arriva alla logica conclusione che per annullare gli effetti antropici sul clima la soluzione è decimare o sterminare gli umani, e non c'è più nessuno con una chiave in mano a spegnere la macchina, che anzi non ha più la toppa?

Succede che il giorno che spengono tutti i cellulari tutti assieme si salva solo chi è ancora in grado di farne a meno: orientarsi per andare dove gli serve, pagarsi o procurarsi in qualche modo da mangiare, parlare con qualcuno senza una chat di mezzo (o non li avete visti anche voi dei ragazzi dentro la stessa stanza che chattano tra loro?), sapere che ore sono. Come mio nonno Luigi col Perseo che gli era rimasto dai tempi in cui lavorava in ferrovia, licenziato per non aver preso la tessera del fascio, che è l'unica cosa che ho di lui. Un orologio di cent'anni. E a giudicare di quanto costa nuovo, sta tornando di moda. Come i vinili, si, che noi appassionati di musica l'abbiamo sempre detto, che non sapevamo perché ma si sentivano meglio dei CD. Analogico batte digitale, alla lunga.

sabato 7 febbraio 2026

'A TUVAGGHIA

Ci sono delle verità scientifiche contrarie al senso comune e una di queste è il rapporto tra linguaggio e pensiero. Siamo esseri logici, che hanno conquistato il primato evoluzionistico per essere logici, ma il termine già deriva da "parola", per cui tendiamo a sopravvalutare la logica rispetto a tutti gli altri processi che sottintendono alle nostre decisioni. Per usare una metafora che ho preso chissà da chi, la nostra mente logica sta alla nostra mente profonda come la crosta terrestre sta al pianeta: uno zero virgola in quanto a massa, ma quasi tutto in quanto a esperienza quotidiana. Così, siccome per la nostra esperienza quotidiana la terra è dura e piatta, per la quasi totalità della nostra vita quotidiana, ma direi anche per intere discipline scientifiche e tecniche, si può tranquillamente non considerare che invece essenzialmente è una grande palla di roba fusa che gira. E che se non lo fosse, per dirne solo una, non avrebbe campo magnetico quindi i raggi solari avrebbero impedito, anziché favorito, lo sviluppo della vita per come la conosciamo.

Ecco, questa presunzione di logicità, tanto utile per tante cose ai fini pratici, continua ad operare anche quando siamo chiamati a comprendere il perché delle nostre scelte, o il percome dei nostri processi interiori. Mettendoci costantemente fuori strada. Eppure lo sappiamo, e ce lo cantiamo e scriviamo in versi o in prosa, che l'amore non è governato dalla logica. Pino Daniele e Massimo Troisi ce lo ricordano ogni volta che ascoltiamo il loro capolavoro, che non è la pur bellissima Quando, ma quell'altra di cui metto il video alla fine. Così, siamo convinti che è il pensiero che controlla il linguaggio, e non consideriamo che invece in moltissimi casi è esattamente l'opposto.

Poter scrivere, ad esempio, per essersi dotati (a scopo mercantile) di un alfabeto semplice, ha creato la civiltà greca antica e la filosofia e la scienza che consideriamo alla base della odierna civiltà occidentale. Ad esempio, è il presupposto, conoscendo per averlo letto un passato diverso dal presente, dell'immaginare un futuro diverso dal presente. In un famoso esperimento non ricordo di quale università americana (ma in rete si trova tutto, se non vi fidate cercatevelo da voi), fu chiesto a un capo indiano di quante tribù fosse composto il suo popolo, e lui rispose che erano da sempre nove, enumerandole, perché così gli era stato tramandato oralmente, quando invece un suo predecessore alla stessa domanda aveva risposto che erano da sempre undici, come gli yankees avevano trascritto prima di sterminarne due.

Altro esempio. Avere una lingua strutturata e con tantissime parole permette pensieri complessi, mentre non averla non lo consente. Pensate ai nostri bisnonni che parlavano solo dialetto, con che handicap hanno dovuto affrontare le cosiddette sfide della modernità. Pensato? Non basta: è solo la mezza messa. Avere una lingua semplice, con molte meno parole ciascuna a più ampio alone semantico (in riggitano 'a tuvagghia indica, con specifica esplicita o di contesto, una serie di oggetti dalla tovaglia da tavola al telo da mare passando per l'asciugamani), implica una condivisione di valori e una intimità tra i dialoganti impossibile con una lingua complessa. Anche a questo servono le lingue che si inventano i ragazzi, ad esempio. E per questo è importante, o forse già dovrei dire sarebbe stato importante, mantenere il bilinguismo italiano/dialetto che ci è stato regalato, come sottoprodotto positivo, dall'unione di cose negative come secoli di dominazione straniera, una unificazione nazionale di stampo colonialista, e positive come la possibilità di studiare. Chi parla solo in lingua è altrettanto monco di chi parla solo in dialetto, soltanto in segno opposto. Io, ad esempio, da sempre, quando ho una serie di pensieri aggrovigliati in testa che mi paralizzano, rispetto magari a un problema di cui non trovo la soluzione, uso tentare di esporlo in dialetto a qualcuno (con mia nonna era perfetto, ma va bene anche un mio vecchio amico del liceo): se non ci riesco stavo mentendo a me stesso, se ci riesco magari risolvo.

Tutte queste considerazioni le ho dovute buttare nero su bianco dopo che me le ha suscitate la lettura di questo post del filosofo Agamben, uno dei pochi a essersi a suo tempo smarcato dalla narrazione imposta della cosiddetta pandemia. Nel parlare di bilinguismo, inquadra la cosiddetta (a scopo di marketing) intelligenza artificiale per quello che è: una macchina linguistica nata per, o comunque che ha l'effetto di, affermarsi come unica e semplificare ulteriormente il pensiero di chi ci si accosta. Per parafrasare, a contrario, i Borg di Star Trek, "ogni resistenza è utile". 

domenica 1 febbraio 2026

IL NOSTRO CORPO

Oggi vi faccio giocare di fantasia. Immaginate il vostro corpo come se in trasparenza fosse possibile vederne i sistemi di cui è composto, un po' come nell'immagine qui accanto che però ne mostra solo tre, nervoso linfatico e circolatorio, perché non sono riuscito a trovarne una che mostrasse anche gli apparati digerente muscolare scheletrico eccetera. E ora immaginate di vendere uno o più di questi apparati o sistemi a un altro, che garantisce che li lascerà al loro posto a svolgere la loro funzione, anche nel suo interesse altrimenti morirebbe il suo acquisto assieme all'ex proprietario, ma gestendoli efficientemente e magari redditiziamente, a differenza di quanto oramai faceva il vostro vecchio corpaccione. Si lo so che non è perfetta, che qualcuno ha già iniziato ad alienare il proprio sistema neurosensoriale attraverso lettori che da esterni diventano interni convinto che la cosa rechi più vantaggi che rischi, e che l'habeas corpus ha chiuso la sua parabola con la pantomima della pandemia, ma io stavo facendo una metafora.

Aiutatemi, se uno Stato-Nazione è come un corpo umano, a cosa corrispondono la sua rete ferroviaria, elettrica, delle telecomunicazioni, sanitaria, scolastica, aeronavale, idrica, di presidio ambientale e del territorio, di pubblica sicurezza, giudiziaria, eccetera? Non importa che siate in grado di disegnare una tabella con corrispondenze biunivoche e inequivocabili, basta che abbiate capito l'antifona. Le privatizzazioni, non a caso partite con quella della Banca d'Italia e il suo divorzio dal Tesoro, hanno nel giro di qualche decennio ridotto il Paese a una gruviera con più buchi che formaggio: quasi niente di quello che era dello Stato, cioè della collettività, lo è ancora, anche se sembra svolgere le stesse funzioni, e se lo fa è per dissimulare e così impedire sollevazioni, mentre la sua vera funzione è arricchire il nuovo padrone a spese della collettività.

Si lo so che vi è scattato l'allarme che con tanta cura vi hanno installato in mente: "ecco il solito statalista veterocomunista ma quanto dobbiamo aspettare perché anche l'ultimo di questa generazione di privilegiati passatisti tiri le cuoia lasciando che il futuro faccia il suo corso senza doverci subire le sue lamentazioni!". Personalmente non so ancora per quanto, ma proprio per questo lo ritengo una specie di dovere civico (e non sono solo...). Uno Stato non è più sovrano se, grazie agli uffizi di criminali che prima gli hanno tolto il potere primigenio di stampare moneta poi hanno fatto diventare assioma la menzogna che per sopravvivere doveva vendersi i pezzi, non ha più quasi nessun sistema o apparato vitale, e si appresta a togliere quel quasi. E se lo Stato non è più sovrano, visto che la formula del Potere prevede che al numeratore ci sia sempre qualcuno o qualcosa, mentre al denominatore ci siamo noi anche se ci hanno fatto credere alla menzogna chiamata democrazia, chi è il sovrano?

Allora facciamo un altro gioco. Scoppia una guerra. Meglio: la terza guerra mondiale a pezzi (cit.) riunisce i pezzi fino a includerci, sembra impossibile ma è un attimo e accade. Morti distruzioni eccetera per tot anni poi finisce. Non serve molta immaginazione basta voltarsi in giro. Voi siete tra quei pochi illuminati che si trovano a gestire l'ingrato ma vitale compito di ricostruire, ed è ininfluente se avrete aiuti esterni o meno: ripartite da zero. Da dove ripartite? Una banca centrale che stampi moneta sovrana nella quantità che serve (non così poco da lasciare cose essenziali non ricostruite, ma non così troppo da innescare inflazione e svalutazione), esatto, e con quella: strade, ferrovie, porti, aeroporti, case, argini, crinali, boschi, acquedotti, reti informatiche, centrali elettriche (da noi, soprattutto idroelettriche), servizi pubblici, polizia, eccetera, e non le ho scritte in ordine temporale o di importanza ma solo per come mi sono venute in mente. Il corpo di uno Stato sovrano non è come il mio o il nostro, è come quello del ballerino del dottor Frankestin, può tornare in vita. Si. Può. Fare.

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