domenica 19 aprile 2026

IL VALORE DEI VALORI

Il titolo si può leggere in due modi diversi, ma legati: "il più importante tra i valori" (1) e "quanto valgono i valori" (2). La cosa mi sembra una utile sintesi per riparlare di una tematica suggerita, e credo non solo a me, dal tira e molla sulle trattative USA/Iran e relativo apri e chiudi dello stretto di Hormuz, con connesse e già velatamente apparse minacce di lockdown energetici di vario tipo. Quando ci si trova in una situazione di permanente surplus tra le risorse a propria disposizione e quelle indispensabili per vivere, infatti, ci si dimentica facilmente della stretta connessione tra le cose cui attribuiamo un valore etico e filosofico e la banale contabilità sul se ce lo possiamo permettere economicamente.

Ad esempio, a Roma, per gloriarsi della propria coscienza ecologica nell'usare esclusivamente la bike-mobility usando le tante ciclabili disponibili e future, e auspicarne la proliferazione, devi esserti potuta permettere, o averla ereditata, una casa in centro o in semicentro; se invece stai in periferia o peggio ancora in uno dei tanti aggregati satellite proliferati negli ultimi decenni, o ti muovi con la tua vecchia auto passandoci sopra più o meno comodamente tot tempo o manco quella hai e allora ti muovi coi mezzi passandoci sopra scomodissimamente due o tre volte tot.

Proviamo allora ad abbozzare un elenco di voci, alcune delle quali peraltro fanno tanto valori di sinistra, e per ciascuna di esse pensiamo però quanto sia intrinsecamente legata alla disponibilità di cose e/o denaro. Il matrimonio ci si arriva che è un bagno di sangue, ma una separazione/divorzio è molto peggio: se c'è di mezzo un mutuo o figli che magari vivono con la madre in altra città, o guadagni davvero bene o vivi in un garage e i figli non li vedi. A proposito di figli, se devi ricorrere alla procreazione assistita è un salasso anche quella passata dal SSN figurarsi quella privata magari all'estero. Logico chiudere il cerchio così, allora: più che consentire alle coppie non eterosessuali di sposarsi e avere figli o adottarli, e poi magari separarsi, la vera conquista delle civiltà sarebbe consentire le cose suddette allo stesso modo a tutti, a prescindere dell'identità sessuale si ma anche delle capacità economiche. E invece, beati i Tizianiferri.

Il paradigma vale purtroppo per tutti gli altri diritti e valori fondamentali. Lo studio e l'accesso alle professioni superiori. La mobilità intranazionale e intraeuropea. La casa, magari antisismica e a buon bilancio energetico. Eccetera eccetera. Diritti e valori enunciati, che però li hanno solo quelli che possono permetterseli. Allora vi faccio fare un esercizio logico: voi pensate che se il grande Reset arriva a meta, e nessuno di noi potrà più permettersi di vivere dove gli pare e andare dove gli pare, tutto sarà a noleggio e solo per gli abbienti e obbedienti e finché lo restano, e magari torneremo a vivere in campagna isolati se non per la falsa vicinanza del web, i più fortunati vivendo dei frutti della propria terra, una cosa di cui cui è di moda riempirsi la bocca come le pari opportunità avrebbe vita facile? In un mondo senza lavoro, grazie anche all'AI, dove se va bene una famiglia avrà di nuovo un solo reddito?

Senza indipendenza economica non c'è libertà, e più diritti sulla carta ci concedono senza che siano effettivamente raggiungibili da tutti più ci stanno, letteralmente e senza mezzi termini, pigliando per il culo. Sapevàtelo. I nostri padri costituenti lo sapevano, non lasciamo l'esegesi del loro lascito a un comico imbolsito. Non è che l'articolo uno viene prima del tre a caso: col primo si stabilisce che la Repubblica è fondata sul lavoro, e gli enunciati di principio dell'altro sono subito precisati nel secondo comma, in cui è suo compito "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese." Di fatto: accettando il futuro che stanno apparecchiando per noi e i nostri figli, dimostriamo di essercelo dimenticato.

domenica 12 aprile 2026

SE UNO È UNO, È UNO

Non so se qualcun altro l'avrà notato, ma io si: quando Sinner ha perso il game del 3 a 1 Alcaraz nel secondo set, prima di accingersi a un turno di servizio delicatissimo visto che perderlo avrebbe significato doppio break, e complice il vento era dall'inizio che non serviva benissimo, ha fatto come un movimento con la testa, un annuire con una specie di scatto, lo stesso che aveva fatto contro Djokovic in Davis un paio d'anni fa nel momento che il serbo si era procurato tre match point che a trasformarne uno significava Serbia in finale e Italia fuori. Com'era finita quella volta lo ricorderete: tre match point annullati, Nole sconfitto, Italia in finale a vincere la prima di tre Davis di fila (la terza senza Jannik, col solo Jannik a predire la vittoria dei suoi compagni anche senza di lui), e Sinner proiettato verso un numero uno al mondo che da lunedì prossimo ricoprirà per la 67ma settimana in totale, alternandosi con lo spagnolo. Ebbene, quel gesto significa più o meno "ok, so cosa devo fare ora, ed ora lo faccio", e infatti da quel momento il suo avversario non ha più visto una palla, cinque game a zero al numero uno del mondo in carica e ciao.

Avevo due post "in canna" prima di scrivere questo di getto: uno sulla guerra in Iran e uno sulla nazionale di calcio. Il primo si doveva chiamare "a parte i Parti", e ricordare che Roma assoggettò tutti i popoli che ha voluto, da quelli italici limitrofi ai Punici ai Galli ai Daci eccetera eccetera, tutti tranne gli antenati dei persiani, che di fatto fecero da cuscinetto tra i due Imperi, Romano e Cinese, che ebbero lo stesso qualche contatto ma chissà la storia del mondo quale sarebbe stata se fossero diventati confinanti; le trattative in corso a Islamabad mi inducono a incrociare le dita e sospendere l'analisi, anche se guardo quello che sta facendo Israele in Libano e resto pessimista. Il secondo non aveva nessun titolo, come l'Italia ai mondiali da vent'anni a questa parte peraltro, ma non amo né sparare sulla Crocerossa né ripetere sempre le stesse cose per cui anche quello è sospeso, fino a quando non riavrò voglia di ridire che fu proprio quella vittoria a Berlino 2006 la rovina del calcio italiano, perché si era arrivati alla resa dei conti, c'era un commissario governativo a fare le pulci, e la lista di quelle società che avrebbero finalmente chiuso baracca per impicci vari (con Roma, Lazio, Milan, Inter e Juve in testa) era più lunga di quella di quelle che sarebbero rimaste, prima che il "volemose bene siamo i campioni del mondo popoppoppopopooopooo" prendesse il sopravvento.

Voi invece vi salvate dal pistolotto grazie a San Sinner. Speriamo che faccia anche il miracolo nelle scuole calcio, oltre che nelle scuole tennis: la testa di uno sportivo vincente quella deve essere, non quella che si vede in ragazzini allenatori e genitori nel circolo accanto al mio e in qualunque altro in Italia, temo. Per il miracolo di fermare la guerra, invece, né Jannik né Leone possono nulla, specie se come temo l'obiettivo vero sia il grande Reset, che include anche il lasciarci a piedi. Il che significherebbe tra le altre cose che Trump stia facendo il gioco proprio di quegli avversari politici che era stato chiamato a sconfiggere. Mentre in Iran, com'era prevedibile, l'opposizione interna è tutt'altro che aiutata dall'aggressione esterna, checché i wishful thinkers ne pensassero.

giovedì 2 aprile 2026

NOVANTACINQUE

Ci ricasco poco, ma ogni tanto ci ricasco, a fare di questo blog un uso più normale, quello di diario personale sul web, rispetto alla sua funzione prevalente di sito di controinformazione di seconda mano. Gli è che il 28 marzo sarebbe stato il novantacinquesimo compleanno di mia madre, che invece è morta sette anni fa quindi comunque abbastanza avanti negli anni da non potersi lamentare, né lei né noi, ma l'età, e qui so di sfondare una porta aperta anzi un portone, non impedisce ai figli di piangere un genitore e di rattristirsi quando una ricorrenza gli ricorda quanto gli manca. Quindi scrivo questo post (avendolo rimasticato per giorni, peraltro) sicuro di avere molti lettori che lo sottoscriverebbero, mutatis mutandis, per la propria madre o padre. Commozione non occorre conoscere il latino per comprendere che etimologicamente significa muoversi con.

Mia madre era, come tutti noi forse ma certamente in grado massimo, piena di contraddizioni. Era bellissima, al punto di consentirmi un accostamento ardito, e vanitosissima, al punto da meritarsi l'appellativo di Liz Taylor dai nipoti perculanti quando si agghindava che so per un matrimonio, ma non ha mai sfruttato quella bellezza di cui pure era perfettamente consapevole per come si dice rimorchiare: si vantava di essere arrivata illibata al matrimonio, cosa ancora comune ai tempi ma lei si era decisa a sposarsi a 31 anni (per i tempi, quasi fuori tempo massimo), e di esserlo rimasta a vita dopo la separazione da mio padre, 23 anni dopo. Questa concezione antiquata del matrimonio come unico e indissolubile coesisteva però in lei senza problemi con un feroce e inscalfibile protofemminismo: era indipendente lavorativamente fin da ragazza, non bastandole di certo l'occupazione principale, per poi dopo la pensione dedicarsi instancabilmente alla sua campagna, una donna sola che lavorava come tre uomini. E in lei convivevano il sentirsi inferiore, ma di poco, soltanto al padreterno e una religiosità profonda e intima, ma anche questa contraddittoria perché, come tipico di un certo Sud e si può toccare con mano in tante processioni paesane, commista di cattolicesimo integralista e animismo precristiano, spiritualismo estremo e culto del corpo e dei lari (ha tenuto per anni, fino a che è campata, le foto dei cadaveri agghindati per il rito funebre della madre e del fratello all'ingresso di casa su un mobiletto a mo' di altarino ).

Ve lo racconto non per omaggiare o tradire la sua memoria, ma per suscitare in ciascuno di voi la voglia di dedicarvi allo stesso esercizio, adesso se i vostri cari non ci sono più, o un domani - più tardi possibile - se li avete ancora. O magari per auspicare, io per me e ciascuno di voi per se stesso, che un giorno - il più tardi possibile - verremo ricordati allo stesso modo, non idealizzati ma per il groviglio di cose che eravamo. In prossimità della festa della risurrezione, da non credente quale sono, non mi vengono auguri migliori.

sabato 21 marzo 2026

HO DETTO NO

I nostri padri costituenti erano senza dubbio di tutta un'altra pasta rispetto a tutte le classi politiche che li hanno seguiti. Non solo hanno scritto la "Costituzione più bella del mondo" (le virgolette sono perché oramai Benigni ha sputtanato la definizione, coi suoi fervorini finto progressisti che fanno tanto rimpiangere quando cercava di spogliare la Carrà, sciorinando i sinonimi di patonza, oppure intonava l'Inno del corpo sciolto), ma hanno anche previsto che per cambiarla bisogna ricorrere a meccanismi alquanto complessi che assicurano, più o meno, che essa non venga stravolta ogni due e tre per solo capriccio o convenienza di una parte politica, imponendo o quasi il ricorso al referendum confermativo.

Ciò storicamente ha impedito (anche se purtroppo non tutte: il pareggio di bilancio in Costituzione fu inserito dal governo Monti senza bisogno del referendum col voto sotto feste e nottetempo dei parlamentari uniti dal terrore dello spread, che così hanno ceduto ogni rimasuglio di sovranità del nostro Paese) numerose porcherie. Ad esempio, a Berlusconi prima e a Renzi poi, col secondo che essendo enormemente più ingenuo del primo aveva giurato in caso di bocciatura di ritirarsi dalla politica (ma tanto, lo spergiuro sta a due lire e infatti sta ancora la a fare danni). Per l'elenco delle modifiche approvate (la maggior parte marginali) e respinte (alcune pesanti, come le due succitate) vi aiuta il web ormai integrato con l'AI, sennò leggetevi direttamente questo. Se avete prescia e vi fidate della mia memoria, invece, ve la sintetizzo così: ai vari referendum normalmente ha vinto il NO, perché i costituenti saggiamente previdero anche che per quelli confermativi non vale la regola del quorum come per gli abrogativi, perché anche la demotivazione al voto deve pesare, e di solito i sostenitori convinti di una riforma che faccia i porci comodi della propria parte politica non sono tantissimi. Con ogni probabilità andrà così anche domani, ma ad ogni buon conto cerco di schematizzare le ragioni per cui anche sto giro bisogna votare NO (anche nel dispiacere di trovarsi schierati dalla stessa parte di quegli sciagurati del PD).

La riforma proposta infatti consiste essenzialmente in tre punti:

  1. separazione delle carriere tra magistrati inquirenti e magistrati giudicanti (quando entri in magistratura in una delle due carriere non puoi mai passare all'altra);
  2. istituzione di un doppio CSM (l'organo di autogoverno della magistratura) per ciascuna carriera;
  3. nomina dei membri di ciascuno dei due CSM mediante un sorteggio a base qualificata.

Vi dico subito che se il quesito fosse solo il terzo, o se fosse possibile esprimere tre voti distinti, avrei votato SI: il sorteggio garantisce rappresentanza proporzionale in tutte le dimensioni, più di qualsiasi meccanismo elettorale per quanto perfetto (figurarsi di uno bizantino come quello per i membri del CSM attuale), e l'unica remora a propugnarlo anche per il Parlamento è che questo in teoria dovrebbe essere migliore della platea da cui è estratto (anche se in pratica storicamente è stato sempre peggiore). Ma essendo il voto unico gli altri due punti pesano molto di più. Il primo era scritto sui piani di Gelli e non era strano che un piduista della prima ora lo volesse fortemente. Il tentativo postumo è esattamente per la ragione negata dai sostenitori del SI e affermata da quelli del NO: una magistratura inquirente separata rigidamente è più facilmente assoggettabile al potere esecutivo (meno separazione di poteri uguale meno democrazia). E se non bastasse la cosa in se, c'è il punto 2 a dimostrare qual è l'obiettivo nascosto dei riformatori: a cosa serve sennò splittare il CSM? Aggiungo un altro argomento, che azzera gli argomenti dei sostenitori della separazione delle carriere: già adesso, le carriere sono unite per modo di dire, visto che un giudice può passare il Rubicone solo una volta in tutta la carriera. In TV non ve lo dicono, ecco perché ora siete stupiti.

C'è un altro autogol, poi, commesso da questa destra imbarazzante. Ogni qualvolta un giudice piscia fuori dall'orinale, come nel caso della "famiglia nel bosco", si alza la canea dell'"hai visto sti giudici di cosa sono capaci?", che nemmeno si accorge di dimostrare, semmai, che il fine ultimo della riforma è proprio avere dei giudici inquirenti che agiscono solo secondo le linee di governo, e senza nemmeno bisogno di ordini espliciti: chi sa che c'è un andazzo, e magari vuole fare carriera, si uniforma spontaneamente.

Che nostalgia, dei tempi in cui non era stata ancora inventata l'etichetta "toghe rosse", la magistratura era naturalmente di destra e Un giudice "una carogna di sicuro...

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