domenica 12 luglio 2026

DI UNA CERTA GRAVITÀ

Non voglio fare preoccupare nessuno, per cui preciso subito che questo post non è autobiografico, per lo meno non più di tanto.

Gli è che ho appena letto un bel libro di divulgazione scientifica sull'origine dell'universo, con una struttura narrativa divisa in "giorni" (appositamente similcreazionista, bell'espediente retorico) che prendono però ciascuno lassi di tempo enormemente diversi, dal primo in cui succede quasi tutto all'ultimo che dura miliardi di anni, così consentendo di soffermarsi il giusto sulle cose più rilevanti all'obiettivo: comprendere come sia spiegabile il passaggio dalla singolarità alla complessità. In uno di questi passaggi, viene snocciolato l'emergere e l'affermarsi delle quattro forze fondamentali della fisica (da una che erano: il percorso inverso, l'unificazione, essendo stato quello compiuto arduamente dagli scienziati moderni, a partire dalla comprensione dell'unicità di elettricità e magnetismo), dalla nucleare debole a quella forte, all'elettromagnetismo alla gravità. Che è "apparsa" per ultima, anche se modella l'universo.

E gli è che ho letto da poco anch'io la notizia, talmente sconvolgente da attirare sicuramente il click anche della maggior parte di voi, e sia per questa ragione sia perché ce ne sono fin troppe di simili non vi fornisco il link, della tipa che viene lanciata giù da un ponte dagli organizzatori (abusivi) di un bungee-jumping senza averle ancora fissato adeguatamente le imbracature. Ora non so voi, ma io a leggere ste cose vengo precipitato dentro la soggettiva della vittima, il cui futuro si contrae in un secondo o poco più (dipende dall'altezza del ponte) in cui non ha tempo di pensare a niente, neanche di avere paura, solo di registrare immagini disordinate per via della dinamica del volo fino al click-off finale. Il tutto per una botta di adrenalina, viene da dirsi, manco che so per il piacere di godersi un volo in caduta libera prima di aprire il paracadute, che poi mica è detto che debba andare qualcosa storto ma anche quando è un rischio calcolato e con una contropartita comprensibile. Un salto coi piedi legati, almeno io non l'ho mai capito. Mai, non adesso che ho passato la sessantina e la vita davanti comincia a sembrarmi già di suo abbastanza breve, e la gravità ha cominciato a mostrarmi il suo volto feroce.

La gravità per noi è come un rumore di fondo di cui non ci rendiamo conto se non quando si interrompe o si intensifica. Come per l'entropia, combatterla è una fatica continua, cui per fortuna quasi sempre non facciamo caso. Ma invecchiando, tutti sperimentiamo come parti del nostro corpo tendono a lasciarsene vincere, e la chirurgia estetica nel migliore dei casi offre risultati momentanei, che dopo un po' diventano grotteschi. Alla fine, come in un vecchio adagio passato di moda per via dei cimiteri moderni, torniamo alla terra, anche senza aiutarci con un assurdo sport che accelera la cosa.

Mi tornano in mente due vecchie barzellette, di quelle che la dittatura del politicamente corretto impedisce di sentire ancora in giro:

  • quella in cui un tipo viene avvisato di non sporgersi da un grattacielo altrimenti precipita e muore, si sporge, cade, e a ogni piano del volo si dice "hai visto? sono ancora vivo, alla faccia di quell'uccellaccio del malaugurio!";
  • quella in cui un tipo che ha contratto l'AIDS e chiede una prescrizione risolutiva al medico di base, che non sa come spiegargli che una cura non c'è meno che meno un qualcosa che si possa risolvere con una ricetta, ma di fronte alle sue insistite insistenze cede e gli prescrive dei fanghi, e alla domanda "per farci cosa?" risponde "vi andate abituando alla terra".

In finale, qualcosa che non si può sconfiggere (e se si potesse, sarebbe un grosso guaio, sia per i singoli che - come ci mostra Saramago - per la società) si può perlomeno sbeffeggiare.

P.S. Mentre scrivevo questo post è "tornato alla terra", e precisamente a quella della sua isola, Peppino Di Capri. Avrete già letto o visto in TV coccodrilli a iosa, non serve che io ripeta le stesse cose. Ma posso aggiungere qualcosa di mio: lui era forse il cantante preferito di mio papà, che da piccolo mi faceva ascoltare i 78 giri di Nun è peccato Saint Tropez twist Speedy Gonzalez e Tu si na malatia, tra gli altri, che ho ancora nel mio mobile stereo. Forse l'ultima volta che l'ho visto, ma sicuro la più sorprendente, è stato al cinema, in un film con Lillo e Greg (chirurgi estetici) dove recitava, nel doppio ruolo di se stesso e di un boss che si era rifatto i connotati diventando per un equivoco suo sosia, con l'enorme autoironia che lo ha sempre caratterizzato.

sabato 4 luglio 2026

I GUARDIANI DELLA INVOLUZIONE

Tra i tanti aspetti su cui ci si sofferma, anche chi si sforza di mantenere uno sguardo critico sul fenomeno, quando si parla di "intelligenza artificiale", e anche su queste pagine, c'è la deprivazione cognitiva conseguente dal comodo demandare a supporti esterni cose che altrimenti dovresti forzarti a imparare (dal riassumere al tradurre passando per l'orientarti, che però ci ricorda che il fenomeno è vecchio quanto la tecnologia, quindi quanto l'umanità), c'è il nodo proprietà dei contenuti dati in pasto all'algoritmo (che però era presente anche quando l'algoritmo non era capace di autoimplementarsi), c'è il groviglio quell'impatto ambientale di cui misteriosamente ci si scorda solo riguardo questa tecnologia, evidentemente quindi decisiva per i padroni del vapore e la loro propaganda, ma manca o è comunque più raro quello che entra nel merito del nome del progetto e del suo funzionamento.

Parlare di intelligenza in mancanza di autocoscienza, concetto quest'ultimo che impegna da secoli i filosofi senza che riescano a trovare una risposta univoca nemmeno restringendo il campo alla nostra sola sottocategoria di primati, è infatti poco di più che un'abile operazione di marketing. Disonesta come quasi tutte le altre, per definizione, si potrebbe aggiungere. Volendo immaginare, in chi avendo inventato un modo migliore di usare l'immensa base dati figlia di Internet e dovendolo vendere gli ha appiccicato un'etichetta ricavandola da ciò che sembra e non da ciò che è, una recrudescenza di scrupoli, si poteva al massimo ricavare un qualcosa come "ricerca 2.0" (aggiungete volendo un qualche riferimento alla iperbolica potenza statistica, a me non mi viene) o simili ma comunque di infinitamente meno affascinante e commerciabile di  AI. Ma anche col nome figo la cosa quello è e resta: un accrocco che macinando moli di dati immani a velocità immane sembra dia risultati frutto di pensiero anche perché addestrato a darli in un formato apposito a farlo sembrare. Tanto è vero che chi ha provato a costruirsene uno in casa, avendo le stesse competenze informatiche se non superiori, ma non avendo la mole di dati e le macchine potentissime dei big, ha avuto risultati ridicoli (e infatti ridicolizzati).

Il problema dimenticato, anche da me stesso nelle chiacchiere con gli amici per dire, ma maggiore, lo potremmo immaginare come una manciata di sabbia in un meccanismo ben oliato. Il meccanismo è l'evoluzione del pensiero, ma per capirci meglio lo spiego con l'evoluzione delle specie tout-court. Che con una sintesi brutale si potrebbe spiegare così: da quando è apparso sul pianeta (nel "brodo primordiale" di Pazzaglia, esattamente) il DNA ha sempre svolto la sua funzione fondamentale di riprodursi con una perfezione quasi totale, dove però la chiave del successo è in quel "quasi": ad ogni "errore" nella storia della vita sul pianeta si è aperto un potenziale ramo evolutivo che si è (immediatamente o meno) estinto se non era adatto alle condizioni ambientali e si è invece affermato (per periodi più o meno lunghi) se invece lo era, magari a scapito dei rami da cui discendeva. Il paradigma può essere applicato a qualsiasi scala: nel continuum che porta dai primi organismi unicellulari a noi come all'estremo opposto nelle piccole differenze (erroneamente definite razziali) tra i gruppi umani che hanno colonizzato il pianeta (come il colore della pelle, la statura, o l'intolleranza al lattosio, per capirci). E quindi può essere traslato utilmente anche nel campo delle idee.

Ogni volta, quasi senza eccezione, che l'umanità ha fatto un passo avanti, è stato per un "errore" di qualcuno, per una lettura eterodossa delle cose spesso ostacolata dall'ortodossia (pensate solo a Galilei o Einstein, per fare due esempi macroscopici), per una "eresia" insomma. Che succede se da un certo punto in poi tutti, per avere delle risposte o dei risultati, si affidano solo e sempre più a un motore statistico potentissimo e velocissimo? Che le risposte saranno sempre, e sempre di più, le più "normali" (dove le virgolette sono per gli appassionati di statistica - che possono pensare a una curva di Gauss sempre più schiacciata - ma si capisce lo stesso). L'eretico, che già era penalizzato nelle ricerche sui motori di precedente generazione, scivolerà sempre di più nell'invisibilità. E nessun progresso sarà più possibile. E non sto parlando solo delle storie e dei pensieri, parlo anche del modo di esprimerli: anche per le lingue infatti vale il paradigma e quelle attuali sono figlie di eresie di quelle da cui derivano. Le uniche residue minime speranze risiederanno in chi si chiama fuori dal giro, e in caso di catastrofe raccatti i pezzi dell'umanità. O almeno, se per raggiunti limiti di età non ha speranze di esserci, lasci testimonianza.

Ed ecco che io, obiettore di coscienza al servizio di leva negli anni ottanta del secolo scorso, oggi mi dichiaro obiettore di coscienza all'utilizzo consapevole e avanzato dei sistemi della cosiddetta intelligenza artificiale, laddove le precisazioni sono necessarie per il fatto di essere cosciente che invece di utilizzi non consapevoli e occulti, anche elementari, ne farò come tutti chissà quanti e sempre di più. Ma un limite ci vuole, anche quando sembra inutile. Altrimenti si è complici di chi ha progettato e persegue la involuzione da cittadini a sudditi che stiamo osservando da qualche decennio ormai, di cui l'AI è una tranche. E se lo facessimo tutti, il progetto fallirebbe per sua natura intrinseca: senza i nostri dati, le nostre storie, i nostri documenti di lavoro, non è niente, e se non gliele diamo in pasto, se gli mancano, in italiano si dice che ne è deficiente.

martedì 30 giugno 2026

AUGURI

Essere stato un bambino asmatico, e in tempi in cui non erano ancora in commercio i broncodilatatori tascabili, in qualche modo mi aiuta, in frangenti come questo. Mio padre, infatti, che aveva lo stesso problema seppure in forma minore (la cosa deve avere una certa componente di familiarità, visto che da mia nonna a mia figlia passando per cugini e nipoti ci accomuna), e non aveva trovato modo migliore, avendo riscontrato una correlazione tra la mia partecipazione ai giochi per strada cui i bambini dell'epoca indulgevano per pomeriggi interi e gli attacchi asmatici notturni, di impedirmeli, accompagnando il mio rituale di reclusione (sempre lo stesso: mi tocca la fronte e o le spalle, riscontra che sono sudato, e mi trascina verso casa) con una ramanzina, talvolta, quando era proprio in buona e/o io anziché sbraitare gli chiedevo ragione del provvedimento restrittivo, sostituita da una edificante parabola.

Se uno può masticare, diceva, è giusto che quando ha fame mangi tutto quello che trova, ma se uno non ha i denti ed è costretto a mangiare liquido si deve far bastare quello, e se non riesce ad aprire la bocca magari col contagocce. Sempre vita è. E, sottinteso, va rispettata e amata. Ci ho ripensato ricorrentemente, ad esempio a proposito di una delle tappe della testimonianza di uno Zanardi. E temo di doverci ripensare sempre più stesso, ora che mi avvio verso l'anzianitudine prima e la vecchiaia poi, e magari arrivarci che l'alternativa è peggio, tutti noi siamo circondati di storie che lo testimoniano.

Ci penso oggi che un maledetto colpo della strega, di quelli veri che ti pieghi a prendere le scarpe e una scossa elettrica ti falcia la schiena lasciandoti piegato in due a urlare, e poi per ore bloccato a letto ad aspettare l'effetto di una puntura, che poi al massimo ti consente di trascinarti alla poltrona davanti al PC, mi ha impedito di essere presente al compleanno di mia figlia, per la prima volta nella sua vita.

Vengo da due settimane di ferie, nelle quali ho appositamente lasciato da perdere il tennis e sostituito la palestra con stretching e passeggiate in spiaggia la mattina, e durante le quali sono addirittura riuscito a non ingrassare neanche un etto nonostante due o tre serate di stravizi alimentari con amici e parenti. Della serie: no, non ho chiesto troppo al mio fisico. Semplicemente, sono cose che succedono, specie dopo una certa età.

A mia figlia gli auguri per una volta li ho fatti solo per telefono, e qui se mai mi leggesse (non lo fa mai, i blog e Facebook sono fuori dall'orizzonte di un adolescente odierno). Ma intanto mi sono passato un po' di tempo, concedendolo all'azione del voltaren+cortisone. E che mi trovo affianco questo utilizzo privato del sito, nel quale non indulgo quasi mai, con la pubblicazione (senza liberatoria, mi perdoneranno) di una foto dei "quattro Luigi", primi cugini tutti con lo stesso nome (anche se uno dei quattro solo come secondo) del nonno, rivisti tutti assieme per una pizza pochi giorni fa, e ciascuno coi suoi acciacchi. Auguri!

domenica 21 giugno 2026

RISVEGLIATI DA UN PIZZIGHETTONE

Una stagione in vetta, finale playoff persa davanti a oltre 6mila tifosi, un miracolo in quarta serie, da un avversario superiore, un raggruppamento tra le tre perdenti le finali perso x quoziente canestri per aver vinto contro la più forte ma perso contro la squadra di un paese che non ci arriva, a seimila abitanti. Questo è l'ultimo capitolo della storia maledetta della Viola Reggio Calabria, qui la cronaca.

Scrivo da cellulare, non ho resistito. La Fenice risorgerà anche stavolta.

In evidenza

DEFICIENZA, NATURALE

Dell'argomento AI ne abbiamo già parlato come di uno di quei pericoli gravissimi verso i quali sarebbe opportuno porre argini non appen...

I più cliccati dell'anno