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venerdì 16 settembre 2022

RICEVUTO, ROGER

Il folgorante incipit del post di Ubitennis che raccoglie
le reazioni dei sudditi all'addio del Re...
Di solito mi sottraggo ad accodarmi a lutti o congratulazioni già troppo condivise sul web, a meno di non avere un qualcosina di personale da aggiungere, perché è inutile aggiungere una goccia all'oceano. Ma sul ritiro di Roger Federer non riesco a trattenermi, perché gioco a tennis da sempre e chi gioca e/o ama il tennis semplicemente non può non amare (fino a definirlo "un'esperienza religiosa") come lo ha interpretato il campione svizzero e non essere triste perché non giocherà più, anche se prima o poi data l'anagrafe doveva capitare.

Qualche anno fa, dopo il suo ennesimo trionfo, avevo addirittura auspicato che si ritirasse da vincente, risparmiandoci di assistere a una parabola discendente (come ad esempio quella di Serena Williams, che gli ultimi anni a vederla giocare era una fitta al cuore) che avrebbe forse sporcato i ricordi. Ma non è successo: si è fatto male una prima volta (tra l'altro la prima di una altrimenti fortunata carriera: e si, ci vuole pure questo) ma quando è rientrato ha rivinto tornei anche di livello slam, e nell'ultima sua uscita ha rischiato di battere Djokovic in finale a Wimbledon, sprecando match point sul proprio servizio (è il suo tallone d'Achille, se dobbiamo trovarne uno, la mancanza di cattiveria nei momenti decisivi, rara in assoluto ma non in rapporto al livello), dopo aver battuto fior di campioni tra cui uno nostro che dopo aver preso la sveglia da lui per due anni a livello slam ha perso sempre solo da Nole, scusate se è poco. E poi si è fatto male una seconda volta, si è operato, ha tentato di rientrare, ha persino annunciato il suo rientro (in casa, e già qui tutti abbiamo pensato "per ritirarsi"), e poi finalmente il suo ritiro "in bellezza": in una squadra composta da tutti i fab four, in un evento da lui voluto qualche anno fa, snobbato dai tecnici quanto amato dal pubblico, che possiamo scommetterci farà il classico "botto" in termini di rilevanza mediatica. Con tanto stile da poter affermare che come minimo è consigliato bene.

Sullo stile in campo invece nessuno ha dubbi: magari è stato superato in qualcuno dei suoi incredibili record, ma difficilmente qualcuno di noi nella sua vita vedrà un altro giocare così bene. Così "bello". Merito, come lui stesso riconosce, di una sorta di "dono divino", si, ma non facciamoci ingannare: anche Carla Fracci ce l'aveva, e anche lei quando ballava sembrava non faticare e la cosa restituiva un senso di bellezza immediatamente comprensibile anche ai profani, ma è tutto merito della tecnica, anche la minor fatica, e che questa sembri da fuori ancora meno è il valore aggiunto della dedizione quotidiana volta a perfezionare quella. Senza contare che molto della facilità dei colpi di Federer è dovuto, e la cosa è risaputa ai tecnici anche se si nota meno di un movimento di braccio portato con eleganza, ad una velocità di piedi tipo Mohammad Ali da giovane. Ed ecco perché può incidere tanto un ginocchio non dico malandato, che quello a chiunque, ma anche solo che ti da un minimo di pensiero, abbastanza da rallentarti quel tot che fa la differenza, per quanto piccolo sia. La spiego meglio, da tennista (ma vale per qualsiasi attività complessa in cui ha la sua parte il corpo, tanto più quanto è rapido il suo svolgimento): i gesti che fai, sia che ti vengono naturali sia che li hai appresi con fatica, vanno ad alimentare una "libreria" di sequenze di movimenti che rimane a disposizione della tua mente profonda che ne pesca uno o l'altro in frazioni di secondo. Se ne hai tante, da un lato è più probabile che tu abbia quella giusta per ogni situazione, dall'altro è relativamente più lenta la ricerca in libreria. Musetti, per esempio, ha (per ora, e speriamo non per sempre) questo, come problema maggiore. Ma se hai un gioco di piedi che ti permette di arrivare ogni volta nel posto giusto una ulteriore sottofrazione prima, ecco che moltiplicata per tutti i punti un match la cosa fa la differenza tra una vittoria e una sconfitta, per tutti i match di una carriera la fa tra uno dei tanti giocatori di grandissima classe e uno che vince 103 tornei nessuno dei quali piccolo e 20 grandissimi.

Tornando al suo post di addio, chiuderei con una considerazione. L'uomo Federer è alla fin fine molto più insondabile dei suoi colleghi del triunvirato (Murray è un campionissimo, l'unico capace di tenere testa non sporadicamente ai tre quando erano al meglio, ma è un gradino sotto loro, e lui lo sa), che somigliano molto ai loro corrispettivi giocatori. Nadal sarà un pezzo di pane ma di cui non fidarsi mai del tutto, e Djokovic uno slavo irregimentabile ma a cui affidare la vita di un Paese. Federer.., Federer boh? Come tutti i "family man", non sai se non avrà mai un'amante o se invece si e povera lei. Ma quello che ci ha detto per salutarci è tanta roba, anche da rivendersi per proprio uso, non resta che rispondergli (in gergo militar/radiotelefonico) Roger: ricevuto.

P.S. Volevo chiudere il post con un video coi suoi "hot shots" ma ce ne sono troppi: vi consiglio di investire un po' di tempo a guardarvi tutti quelli che potete.

lunedì 21 novembre 2022

NOBODY LIKE NOLE

L'anno tennistico è iniziato con Djokovic escluso dall'Australian Open, anzi per qualche giorno persino recluso in un lazzaretto per reprobi, e finisce con Djokovic trionfante al Masters (Nitto ATP finals le chiami chi vuole...) per la sesta volta, eguagliando un altro dei record di Re Federer che sembravano ineguagliabili, e ricevendo peraltro nel contempo la notizia che il ban australiano nei suoi confronti è revocato e a gennaio potrà partecipare allo slam downunder. Tra l'altro, strappa sempre a Federer il record di giocatore più anziano a vincere il torneo dei Maestri, e di ben cinque anni (lo svizzero era ultratrentenne, lui ultratrentacinquenne, mica male).

Tra i commenti televisivi alla straordinaria affermazione, si segnala per idiozia quello di una nostra ex giocatrice di buon livello (che non nomino per non farle un favore) che non si è tenuta dal rimarcare che l'annata del serbo sia stata anche caratterizzata da "scelte discutibili". La scelta di non vaccinarsi, invece, come già scrissi all'epoca, dimostra ulteriormente la statura morale e umana del campione, che anziché adottare qualsiasi mezzuccio che la sua posizione anche economica gli avrebbe agevolmente consentito, ha tenuto con orgoglio pubblicamente e pagandone le conseguenze una linea di principio inoppugnabile (anche a mo' di esempio: doveva essere quella di chiunque, e se lo fosse stato nessun abuso sarebbe stato perpetrato): ciascuno decide sul proprio corpo. Sostenere, infatti, che esista una qualsiasi ragione "sociale" (si, compreso il cosiddetto "bene della collettività": chi ha, infatti, il diritto e il potere di dire qual è?) che giustifichi la violazione di tale diritto umano fondamentale, comporta un vulnus insanabile: giustificata una, sono giustificate tutte, anche ad esempio quelle contro le donne islamiche che spesso proprio agli stessi sedicenti progressisti piace sbandierare, non accorgendosi minimamente della contraddizione (chi le perpetra è sinceramente e dichiaratamente convinto di fare il bene della collettività, salvaguardandone i valori).

Comunque, tornando all'ambito strettamente sportivo, al nostro è stato impedito di partecipare a ben due tornei del grande Slam su 4 (gli US open a settembre, quando oramai si cominciava a smantellare un po' ovunque il teatrino della pandemia...), mentre l'esclusione inopinata illegittima illogica e controproducente degli atleti russi a Wimbledon ha fatto si che per via della sacrosanta ritorsione dell'ATP quel torneo, che lui ha vinto, non desse punti (sacrosanta ma modulata male: bisognava, invece, mantenere agli esclusi i punti dell'anno scorso, o magari metà, e dare agli altri quelli che si meritavano). Nonostante questa penalizzazione pesantissima (non ha potuto giocare nemmeno i tornei satellite, ai due slam, che negli USA danno pure un sacco di punti), Nole ha racimolato abbastanza punti da qualificarsi direttamente, cioè senza ricorrere alla clausola che prevede la partecipazione di chi vinca uno Slam e resti tra i primi venti, al Masters. E una volta li, ha non solo vinto il torneo, ma lo ha fatto vincendo tutti gli incontri, così incassando il bonus monetario abnorme previsto per questa eventualità evidentemente considerata remota dagli organizzatori (oltre 4 milioni e mezzo di euro, minkia!). Per dire, la terza partita del girone, essendo ormai già qualificato da primo alla semifinale, poteva tranquillamente far finta di giocarla e riposarsi, invece l'ha vinta al tiebreak del terzo dopo tre ore e mezzo di battaglia, contro quello che l'anno scorso gli aveva tolto prima il grande Slam poi il numero uno del mondo.

Tutto questo ci dice che magari non avrà i gesti e il bagaglio tecnico di Federer, e nemmeno le rotazioni letali e il numero di slam di Nadal, ma questo 2022 per come è andato ci dice che molto probabilmente il GOAT, il giocatore più forte di tutti i tempi, tutto sommato è lui. E, visto il suo stato di forma fisica nonostante l'età, magari l'anno prossimo può ottenere risultati tali che questa affermazione, a cui io (federeriano di ferro) oggi arrivo con fatica, diventi oggettivamente incontrovertibile. Così da spostare definitivamente la "s" da dopo a prima del like, facendo si che il tifo contro a cui il "djoker" si è negli anni abituato ("nobody likes Nole", che poi non è proprio così, è solo che tifavano di più gli altri due) diventi finalmente la constatazione che alla fin fine è lui il migliore ("nobody's like Nole"). Non dimenticando, d'altronde, che il ragazzino si allenava sotto le (nostre) bombe, poi anche se non a lungo con un nostro allenatore (lo stesso che ha fatto esplodere Sinner, e che Sinner forse ha fatto male a lasciare...), e parla perfettamente la nostra lingua, quindi forse alle finals anche quest'anno un po' d'Italia c'era...

sabato 25 ottobre 2025

LO SPORT DEL DIAVOLO

Non so chi abbia definito per primo il tennis come "lo sport del diavolo", ma la definizione piace ad Adriano Panatta tanto che la cita ricorrentemente, e io che ho iniziato a giocare per emulare lui (e tra l'altro l'aspetto migliore del fenomeno Sinner è la torma di ragazzini che ha preso ad invadere i circoli di tennis per la stessa ragione) non posso non farla mia, visto che i suoi commenti tennistici e sportivi in generale mi trovano quasi sempre d'accordo.

La ragione principale per cui la definizione è calzante risiede nel sistema di punteggio. Ce ne sono altre, ma sono comuni ad altri sport individuali "di situazione", come la boxe o la scherma, in cui l'azione è un continuo e veloce miscelarsi di azioni fisiche e pensiero (fin qui come molti altri sport) che però deve adattarsi di continuo e rapidamente alla risposta di un altro che usa lo stesso mix per batterti. Non corri contro un cronometro, non devi centrare un bersaglio, lanciare qualcosa più lontano o resistere in qualcosa a lungo e facendo prima di altri, eccetera eccetera, no: devi "fare punti" contro un altro che deve "fare punti" contro di te, nessuna azione è uguale all'altra, la situazione è in continuo cambiamento, ed è solo tua la responsabilità della lunga serie di scelte giuste o sbagliate che prendi durante un incontro. Gli sport a squadre hanno altri pregi, e anzi anche tutti gli altri tipi di sport hanno ciascuno il suo, non sto facendo a chi ce l'ha più lungo. Ma gli sport "a duello" hanno questo pregio, ed il tennis lo è. Poi però c'è il punteggio.

Ho visto in TV una partita in cui una professionista vinceva 6-0 5-0 e match point, e poi ha perso la partita. E non è che si è fatta male, no. E' che il sistema di punteggio, che non si sa nemmeno bene chi e quando lo abbia introdotto (gli antenati del tennis sono antichissimi, dalla pallacorda indietro, ma il punteggio a 15 potrebbe essere conseguente all'invenzione degli orologi a quadrante), è congegnato in modo che tu non sia mai sicuro di aver vinto finché non hai vinto l'ultimo punto. In altri sport non è così: a pallone se sei 4 a 0 avanti e mancano pochi minuti hai vinto, a basket già è più incerto ma fino a un certo punto (se sei avanti di venti, man mano che si avvicina la fine puoi far giocare i ragazzini), a boxe se sei nettamente sotto ai punti puoi solo sperare di mettere KO il tuo avversario ed è già qualcosa, perché a scherma invece devi rimontare non puoi infilzarlo. A tennis invece... Roger Federer a fine carriera ebbe a dichiarare: "Ho vinto quasi l'80% delle partite di singolare... Ma ho vinto solo il 54% dei punti.". E stiamo parlando di uno dei giocatori più vincenti di ogni tempo, per altri grandi campioni si può dire che i punti vinti restino attorno alla metà, mentre le partite vinte non sono quante Federer ma sempre molte di più della metà. E tutto ciò grazie al fatto che i "quindici" non sono tutti uguali, conta vincere quelli che contano. Infatti, spesso nelle statistiche di fine partita mostrano anche il totale dei punti vinti, e nelle partite combattute molto spesso capita che chi ha vinto il match non sia quello che ha vinto più punti. Faccio un esempio non estremo (che si può capire: se vinco 0-6 7-6 7-6 ho vinto due tiebreak ma solo 12 game su 18, quindi facile che ho fatto meno punti): ho vinto 6-4 6-4, ma i miei game li ho vinti sempre con due vantaggi (quindi 6 punti a 4) e quelli che ho perso li ho persi sempre a zero; come minimo, il mio avversario ha perso facendo 80 punti, mentre io ho vinto essendomi fermato a 72. Non so voi, ma io la vedo come una efficacissima metafora della vita, una cosa che apprenderla sul campo mentre ragazzino ti confronti impietosamente con te stesso prima che coi tuoi avversari non può che far bene.

Sinner dunque sta facendo un grande servizio ai ragazzi italiani. E lo fa anche se ogni tanto salta una convocazione in Davis. Chi ne approfitta per fare polemiche, come l'ineffabile Vespa, dimentica che il paragone non va fatto con le "mezze pippe" per cui la convocazione in nazionale è il massimo della vita, ma coi grandissimi della storia del tennis, cui il nostro roscio appartiene di diritto; ebbene, Federer su 45 convocazioni ha risposto si in 27 occasioni (vincendo peraltro il trofeo solo una volta) e no in 18, Djokovic sta solo un filo più su (37 si e 20 no) e Nadal molto dietro (24 si e 32 no). Sinner, se ancora non cambia idea, è solo al suo secondo no, di una serie lunga si spera quanto quella di titoli slam e settimane al numero uno, i conti li faremo alla fine. Queste semplici considerazioni razionali non impediscono al tifoso di essere deluso e magari sperare in un dietrofront. Magari dettato dalla semplice considerazione razionale che uno sforzo di una settimana in più stavolta non è richiesto quando dopo hai altri tornei importanti, ma esattamente prima delle ferie, che per carità anche vista la giovane nuova fidanzata è pure comprensibile volersele godere un minimo prima di iniziare la preparazione per la nuova lunga stagione, ma insomma non credo che la vittoria all'Australian open (e meno che meno nei tornei successivi) dipenda da qualche giorno di differenza nell'inizio dello "stacco". Diciamo così, ancora con Panatta: io tutto sommato uno sforzo lo avrei fatto.

Ma torniamo a noi. C'è almeno un altro senso per cui vale accostare questo sport a Belszebù, e ha a che fare col dottor Faust. Il tennis, infatti, a differenza di altri sport, si può praticare fino ad età avanzata, come sa bene chi ha continuato a frequentare i circoli nei decenni tra l'era Adriano e l'era Yannik, o ci si affaccia di mattina, gustandosi lo spettacolo di fieri vegliardi che si sfidano e sfottono in doppietti improbabili. Ora, nella mia testa ogni tanto lampeggia il desiderio che se proprio devo morire che sia dopo un punto fortunoso ottenuto con una volée in tuffo, e ancora sono solo un ultrasessantenne (ho conosciuto e conosco molti over 70 80 e oltre che ancora giocano): non so se capita anche ad altri, ma suppongo di si. La vecchiaia, come spiega il grande Massimo Fini in questo articolo, è un pessimo affare, ma avere la fortuna di poterla trascorrere su un campo da tennis la rende meno dura. E più invecchio più capisco mia madre, il cui tennis si chiamava "campagna", che ha continuato a zappare la terra irrigarla seminarla e coglierne i frutti fino a oltre 85 anni, e ha iniziato a morire solo quando un incidente le ha tolto la condizione fisica minima necessaria a poter proseguire.

mercoledì 6 marzo 2019

100 VOLTE ROGER

foto da oktennis.it
Lo avete già letto dovunque, però voglio parlarne anche se non ho niente di originale di aggiungere, peraltro né ai post altrui oggi né ai miei di ieri. Nemmeno nell'invitarlo a ritirarsi, lo ero stato, perché tutti i suoi fan hanno almeno pensato dopo il suo ennesimo trionfo (io dopo la Davis, un lustro fa) che era auspicabile che lasciasse allora, in bellezza.
Invece il Nostro non ne vuole mai sapere. Dopo ogni record arriva un altro orizzonte, dopo ogni fase di appannamento ne arriva un'altra di splendore. Il tutto condito con la sorpresa di vederlo sempre aggiungere un gesto nuovo, una freccia nuova alla sua già pesantissima faretra, e con l'evidenza di vederlo sempre divertirsi, come non fossero quasi vent'anni che sta lì in cima, oltre trenta con una racchetta in mano.
Il nuovo primato è rotondo ma non è assoluto: lui è a 100 vittorie ma Jimmy Connors ne collezionò 109, e, se la considerazione che di queste ultime molte fossero di tornei minori giocati nel cortile di casa (in un'epoca già di suo con avversari mediamente meno duri) è corretta, da un lato resta formalmente ineccepibile che il recordman è Jimbo, dall'altro non è detto che a Roger Federer non venga voglia, e se gli viene potete giurarci che lo fa, di spendere l'ultimo anno di carriera, quando deciderà che sarà quello, tra tornei minori per farne man bassa. Magari dopo l'oro olimpico di singolare, una delle due caselle importanti a mancare al suo palmares immenso, dando per scontato che oramai per il Grande Slam non è più cosa (ma anche qui, lasciandosi un sottilissimo spiraglio di dubbio...).
D'altronde, finché è in grado di dare sontuose lezioni di tennis agli esponenti più rampanti della cosiddetta next-gen, magari anche gli stessi che le ultime volte lo avevano battuto in occasioni importanti, strozzando in gola alla stampa (specializzata e non, sono dieci anni che succede sta cosa...) l'ennesimo eureka sul nuovo maschio alfa che detronizza il Re, non c'è ragione per non continuare: ha ragione lui. E forse non si è ancora affacciato sulla scena il prossimo dominatore, ma nemmeno un terzetto o quartetto in grado di ripetere la lunga egemonia esercitata da Roger Rafa e Nole, con Andy a rimorchio. O almeno, è probabile che i nomi già emersi, i vari Zverev Tsitsipas Medvedev Kachanov Coric eccetera, non ne abbiano la statura relativa. Chissà, forse sarà un bene, quando anche l'ultimo dei quattro si sarà ritirato, vedere nomi sempre nuovi negli albi d'oro dei vari grandi eventi, come è peraltro già capitato in altre "ere di transizione". La settimana del centello rogeriano, però, pare suggerire che un nome c'è, destinato a riempire almeno la casellina di "giocatore più spettacolare fantasioso e divertente" del circuito. E' un paio d'anni più grande degli aspiranti al trono, a quel trono di cui invece a lui pare non fregargliene più di tanto. E tra le sue imprese c'è già quella di aver battuto tutti i "fab four" almeno una volta, e i "tre re" al primo incontro, anche se c'è anche quella di aver perso con carneadi troppe volte ed essere più volte scivolato in classifiche indecorose ad un'età in cui i veri big le promesse hanno già cominciato a mantenerle eccome, vincendo slam e arrivando al vertice. Si chiama Nick Kyrgios, è australiano, e come tutti gli irregolari non è molto simpatico alla maggioranza dei suoi colleghi. Ma invece piace a chi crede che l'espressione migliore del tennis sia quando la fantasia va al potere, a chi si è innamorato del tennis vedendo giocare Panatta: uno che ha preferito una vita piena e libera al numero uno ATP, che magari con un minimo di "inquadramento" fisico e mentale avrebbe raggiunto. Pazienza se, come Adriano, Nick avrà altre priorità: ci regalerà comunque, magari solo ogni tanto, prestazioni così godibili da permettere solo a lui di ritagliarsi, senza stonare o apparire sacrilego, qualche riga in un post che celebra Roger Federer.

martedì 10 luglio 2012

PER ME, NUMERO UNO!

Chi si ricorda quel bellissimo spot anni 80 con cui il grande Dan Peterson monetizzava la notorietà raggiunta come coach della Milano (da bere, appunto) di basket e telecronista della prima Nba che innamorò tutta una generazione? Era una marca di tè, e lo slogan era proprio uno dei tormentoni preferiti da Dan nei suoi commenti alle azioni di Magic Johnson piuttosto che di Larry Bird o Kareeeem Abdul Jabaaaar e il suo Gaancio cielooooo!
Seguo il tennis da ragazzino, me ne fece innamorare la classe immensa di un non-atleta come Panatta, ma ammiravo moltissimo anche il suo opposto, il finto gelido Borg, regolarista che vinse 5 wimbledon a fila dimenticandosi di esserlo. Si ritirò giovanissimo, l'orso svedese, e quando una decina d'anni dopo una serie di scelte sbagliate ivi compreso un matrimonio con una nota cantante calabrese lo spinsero a tornare sui campi a raccattare qualche spicciolo, lui che era stato forse il primo ad arricchirsi davvero con la racchetta, volle tentare di farlo impugnando la vecchia Donnay a impugnatura lunga, inventata a suo tempo per lui e il suo rovescio bimane. Solo che nel frattempo le racchette avevano subito una evoluzione così radicale che anche lui fosse stato quello dei bei tempi, fisico e testa e voglia e tutto quanto, sarebbe stato come affrontare con un fucile ad avancarica un alieno armato di disintegratore.
Già, le racchette. L'evoluzione dei materiali nel tennis è stata governata male, come se in Formula 1 avessero consentito i motori a reazione, o nel basket le scarpe a molla. Il risultato è stato una "selezione inversa" del tipo di giocatore, in qualche modo analoga a quella avvenuta per altre ragioni (il mancato o sbagliato aggiornamento regolamentare) nel calcio, a favore del "tutto fisico" e a scapito del "tutto tecnico". In un quadro del genere, poteva emergere solo un talento straordinario, uno baciato nella culla dal Dio del Tennis, che per una sorta di dialettica hegeliana riproponesse Laver o Rosewall, McEnroe o Panatta, Edberg o Becker, per finire al suo stesso idolo Pete Sampras, al gradino superiore di velocità di palla e di forza e resistenza fisica degli avversari. In cima a questa scalinata c'è appunto Roger Federer, l'unico top-player dell'ultimo decennio che lo sarebbe anche se, come forse sarebbe opportuno, i giocatori ATP fossero costretti a giocare con racchette di legno. Certo, campioni di tenacia come Nadal o Djokovic troverebbero il modo di essere della partita, ma basta: energumeni come Del Potro (e sto parlando del più forte del genere), che si è interposto tra Federer e il mito togliendogli a mazzate il Grande Slam, dovrebbero cambiare sport, punto.
Dopo anni di dominio assoluto, con l'avanzare dell'età e l'emergere dei mostri di cui sopra, gente capace chissà come di tirare più forte alla quinta ora di partita che non alla prima, il Nostro ha dovuto lasciare la corona la prima volta quattro anni fa, e due anni fa definitivamente, almeno secondo i suoi tanti detrattori: si, ne ha, ce n'è tanta di gente invidiosa che preferisce criticare modelli in cui non può identificarsi... Quando a fine 2011 Roger si è riaffacciato dalle sue parti vincendo un po' di tornei e poi il Master questi si sono affrettati a spiegare la faccenda col fatto che si trattava di competizioni dove si giocava due set su tre, adatti all'anzianotto talentuoso, e portavano a prova la disfatta in coppa Davis dove si gioca tre su cinque come negli Slam. Ebbene, eccoli serviti: con un'impresa paragonabile solo a quelle analoghe di Michael Jordan o Mohammed Alì, lo svizzero domenica scorsa si è preso il torneo di Wimbledon per la settima volta (record uguagliato), diciassettesimo Slam (record assoluto), e ripreso il numero uno (record assoluto di permanenza al vertice). Il tutto a quasi trentun'anni, età alla quale nessuno dei suoi avversari arriverà giocando, perlomeno a questi livelli. E con il solito fairplay, come si può ben giudicare da questa intervista.
Non dobbiamo stupirci, quindi, se c'è persino un vasto movimento culturale che seriamente utilizza questo immenso campione per fare filosofia: stiamo parlando oramai senza più alcun dubbio del più grande giocatore di tennis di tutti i tempi. Zitti e mosca: è così.


 
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Tra tre giorni il blog compie quattro anni, entra cioè nel suo quinto anno di vita. Come regalo, ogni anno, gli faccio fare un giro dall'estetista. Spero che ai miei (pochi) lettori piaccia questo nuovo restyling...

domenica 22 gennaio 2017

THAT'S TENNIS!

"Occacchio, ma il fratello forte non ero io?"
Si, lo so, con questo post mi farò parecchi nemici, ma signori alla fine bisogna avere il coraggio delle proprie idee, e metterci la faccia, no?
Parliamo di tennis, almeno apparentemente. La notizia è che il numero 50 del mondo ha appena buttato fuori dagli Australian Open il numero 1. Il video degli highlights è ovviamente da quasi subito in rete e magari dopo ve lo guardate tutto (è in fondo al post), ma se prima seguite il mio ragionamento secondo me ve lo godete di più, e ciò vale anche per i profani dei "gesti bianchi".
La notizia, infatti, non è che lo strafavorito ha perso: non è la prima volta che capita e non sarà l'ultima, in qualsiasi sport o altra attività e per qualunque ragione. La notizia è chi ha perso e contro chi e perché e cosa significa e cosa può comportare, magari lo facesse, questa sconfitta.
Andy Murray, infatti, è un pallettaro. Per carità, un bravissimo pallettaro, uno che grazie ai consigli di un altro grandissimo pallettaro a suo tempo anch'egli numero 1 ha saputo crescere fino al punto di saper cogliere il momento giusto, la crisi innanzitutto extratennistica del precedente leader a sua volta tale per aver saputo approfittare dei colpi che acciacchi e anagrafe avevano dato ai numeri uno di prima, per issarsi in cima al mondo. Ma per chi ama il tennis soprattutto per il suo lato estetico, come il sottoscritto si ma soprattutto come il più grande giocatore italiano di tutti i tempi, quando il numero 1 è un pallettaro non è certo una buona cosa.
Ora, intendiamoci (anche grazie a Panatta, se avete seguito il link precedente): chiamiamo pallettaro non uno che non ama scendere a rete. Djokovic e Nadal, ad esempio, come ai loro tempi Borg e Agassi, si trovano più a loro agio lontani dal net, ma non sono pallettari, volendo definirli (ammesso che sia indispensabile) potremmo dirli "attaccanti da fondo", ma il punto è, perdonate il gioco di parole, che si tratta di giocatori che cercano di fare il punto, non di resistere fino a quando il punto lo sbaglia l'avversario. Quest'ultimo è appunto il pallettaro. Vilas, Barazzutti, Lendl, giù giù fino al vostro odiato avversario di torneo amatoriale che vi rimette ogni cosa peggio di un muro, maledetto! Ovviamente, niente di personale: se tu sei consapevole che quello è l'unico modo che hai per battermi, e giustamente vuoi farlo, hai tutto il diritto di giocare così. Ma ti diverti? D'accordo, la domanda è retorica, evidentemente ti diverti, oppure ti interessa solo vincere e non ti poni il problema, ma il punto è che io piuttosto che giocare come te smetterei di giocare. Per pneumotesticolite (questa non la spiego), la stessa che mi fai venire a giocarti contro per cui alla fine magari vinci tu, ma sai che c'è? sticazzi: io so giocare a tennis e tu no, umma umma!
Il pallettaro, infatti, gioca così anche in amichevole, è più forte di lui. Noialtri, che giochiamo invece per divertirci e se ci siamo divertiti siamo contenti anche se abbiamo perso, siamo un'altra specie. Così, quando capita che uno di noi, un mancino fratello scarso di un predestinato dio alto e biondo, riesce a battere il re dei pallettari proprio grazie al fatto, Ubitennis dixit, di essere entrato in campo per godersi la giornata, scusateci tanto ma godiamo anche noi. Una cifra.
E ora la speranza. A un certo punto del filmato vedrete inquadrata tra il pubblico (il fotogramma ve l'ho estratto sopra) la faccia stupita di Alexander, fratello minore di quel Mischa che stava strapazzando Murray sul campo. Il ragazzino studia da numero uno, ha già battuto un paio di volte Federer e in questo torneo è uscito per un pelo a opera del redivivo Nadal, ed è considerato un talento naturale. Molto più alto e potente del fratello maggiore, ci piace credere che la visione di questa partita abbia fatto scattare in lui la molla giusta, gli abbia fatto pensare "ecco quello che mi manca, e per fortuna conosco molto bene chi mi può dire come si fa!". Per scendere a rete con costanza, infatti, occorre introiettare che se hai la padronanza dei colpi di volo e la condizione fisica adeguata a prendere posizione a tempo allora è solo questione di numeri: ci sarà una percentuale di volte che sbaglierai (o il tuo avversario ti passerà nettamente), ma se riesci a sorridere del tuo errore (o goderti quel passante e magari complimentarlo) senza deprimerti o impaurirti, e continui a prendere la rete con costanza, magari perdi, ma ti sarai divertito; e magari vinci, persino con uno più forte di te che se ti ci metti a palleggiare ti schianta. Se Zverevino, e magari con lui tutta la nextgen che tarda ad affermarsi, comprenderà la lezione di oggi, nei prossimi anni ci divertiremo.
...
P.S. Mentre scrivevo si giocava l'ottavo di finale da cui doveva uscire l'avversario di Murray, cioè ora di Mischa Zverev, ai quarti. Ebbene, a proposito di dio del tennis, a proposito di qualità, a proposito di estetica, il 35enne Roger Federer ha battuto al quinto set il corridore giapponese Niskikori. Ci divertiremo anche subito.

lunedì 6 febbraio 2012

BOHEMIENNE

Il Boemo dagli occhi di ghiaccio - la sigaretta è fuori campo, ma state certi che c'è
Cosa c'entrano Alemanno, Scorsese, Federer, Zeman, Monti e mio padre? Detta così parrebbe niente, ma ora vengo e mi spiego.
Ha nevicato a Roma, lo aveva fatto pure due anni fa, un po' meno, poi 25 e prima ancora 56 anni fa, sembra quasi si possa desumere una frequenza significativamente maggiore ma non è questo che interessa. Bensì che bastano pochi centimetri di neve per paralizzare una capitale europea, ennesima prova di dilettantismo di uno che se è sindaco può ringraziare soltanto l'idiozia di una controparte politica che gli ha fatto correre contro il re degli sputtanati, prima che questi li mollasse per rifarsi un suo partitino utile come quello che aveva prima di confluire nel PD solo a raccogliere rimborsi elettorali da lasciar trafugare al tesoriere. A Istanbul, giuro, una nevicata del genere la gestiscono alla grande, e stiamo parlando di un posto che sta in Turchia ed è grande 4 volte Roma, non di Stoccolma. Passare dal fermare solo la didattica tenendo aperte le scuole al chiudere pure i musei non è da tutti, ma c'è chi ha fatto di peggio.
Quando c'erano le Ferrovie dello Stato l'unica cosa che certamente (mio padre, macchinista poi capodeposito, ferroviere dai 18 anni alla pensione senza monotonia, ne era orgoglioso) non si sarebbe mai fermato in caso di maltempo erano i treni. Sarà anche stato un carrozzone, ma a bordo c'era chi interveniva a risolvere uno scambio gelato in tempo reale, e nessun treno andava così veloce da dovere in caso di neve essere fermato o rallentato tanto da sballare l'intero piano convogli nazionale. La TAV è utile solo a creare margine per tangenti colossali, datemi i pieni poteri e do l'ergastolo a chiunque ci abbia guadagnato qualcosa, annullo tutto il piano e dirotto gli investimenti per ricostruire la rete dei trasporti locali, piccole stazioni e personale di tutte le mansioni compreso: avanzano tanti soldi da poterci finanziare un piano nazionale di recupero del territorio. In cambio chiederei solo una cosa: di poter usare la stessa legge speciale per riservare lo stesso trattamento a quelli della metro C, Veltroni in testa.
Intanto che i gonzi si distraggono con la storia degli stipendi dei parlamentari, che io invece raddoppierei se in cambio ci fosse la certezza che chi ruba un centesimo non esce più di galera, la Casta tutta, cioè la classe cosiddetta dirigente di questo paese, continua a spolpare il prosciutto vero: finanziamenti pubblici, tangenti, incarichi, prebende, eccetera. Tolto di mezzo il più volgare cabarettista degli ultimi 150 anni, i professori tagliano tutto, perfino roba desueta e marginale come l'articolo 18 (quello che conta è il principio), tranne quello che interessa alla vera Casta, di cui la parte peggiore (si, peggio ancora dei politici) è la manica di finti imprenditori e vere sanguisughe che da sempre caratterizza il nostro pseudo-capitalismo. Poi si permettono pure di piagnucolarci sopra, o peggio di sfottere, come il figlio di papà che fa la morale ai 28enni che ancora non si sono laureati, o il premier che, non si sa se per caduta di attenzione o per perfidia, se ne esce con quanto è monotono il posto fisso - per carità chi non è d'accordo, ma un conto è dirlo avendo moneta sovrana e piena occupazione, un altro è quando la disoccupazione è alle stelle: uno prima di cambiarla una cosa ce la deve avere, o no? In altri termini, carogne che non siete altro: PRIMA create le condizioni perché uno che resti senza lavoro e abbia buona volontà ne trovi un altro nel giro di un mese, POI permettetevi l'elogio della mobilità. La realtà purtroppo è invece che il tessuto produttivo italiano è al tappeto, e a nulla serviranno anche provvedimenti di flessibilizzazione così drastici da portarci a livello cinese, semplicemente perché a fare i cinesi sono più bravi i cinesi. L'Europa aveva un'altra idea complessiva di società, forse siamo ancora a tempo per tornarci, ma ciò passa per un capovolgimento di logiche economistiche purtroppo ancora troppo condivise anche a sinistra. Non lo ritenete probabile? allora siamo fritti.
Chiusi i musei, non restava che un cinemino, una volta vista Romaquant'èbellaconlaneve. Hugo Cabret di Scorsese alla fine decolla, la storia che evidentemente è presa da un buon libro c'è, e la mano del maestro pure, ma all'inizio stenta, e solo a pensarci bene si capisce perché: lo stramaledetto 3D non solo non è funzionale alla narrazione, ma la danneggia per vari motivi. Intanto, siccome è di moda e lo devi girare, poi ti devi sforzare per aggiungere scene che lo giustifichino, e se nella trama non ci sono astronavi che combattono è difficile: ecco che la sceneggiatura è appesantita da scene altrimenti tranquillamente evitabili messe specialmente all'inizio perché il pubblico ha appena inforcato gli occhialini e pagato 3 euro in più. Poi, c'è la visione stereoscopica artificiale che fa a cazzotti con quella naturale: nel mondo reale, i tuoi occhi si spostano migliaia di volte al minuto e anche così la tua mente realizza la profondità dello scenario, spostando il fuoco di continuo senza che mai tu ti renda conto che in ogni istante ci sono anche cose fuori fuoco; nel 3D questo effetto per quanto sofisticato lo crea la tecnologia, ma quando sposta il fuoco ad esempio tra due persone che parlano a due distanze diverse da te per quanto tu ti sforzi di impedire il naturale andirivieni degli occhi vedi sempre qualcosa di sfocato accanto a qualcosa che è a fuoco, e mentre le due cose si alternano. I fanatici delle novità tacciano di retrogradismo chi osa uscire dal coro, come se davvero fossimo dalle parti di chi rimpiangeva il cinema muto quando arrivò il sonoro o la tv bianco e nero quando arrivo quella a colori; questi esempi calzeranno quando avremo una sala cinematografica simile al ponte ologrammi di Star Trek, per ora col 3D non siamo che dalle parti della Tyrrell a 6 ruote, e gli ho fatto un complimento.
Non tutto il progresso tecnologico è infatti di per se positivo, come dovette ammettere persino Einstein che passò dal consigliare al presidente degli Stati Uniti la fabbricazione della bomba atomica prima che ci riuscisse il nemico all'impedirsi di divulgare se non addirittura di studiare altre cose nel timore che si rivelassero altrettanto pericolose. Faccio un esempio sportivo, che coinvolge persino in parte le stesse ditte così togliamo di mezzo le accuse di anticapitalismo nostalgico: nello sci la federazione internazionale ogni tot dirama parametri nuovi per gli attrezzi nel tentativo (alle volte riuscito, alle volte meno, ma continuo) di impedire che questi ultimi snaturino il contenuto tecnico delle gare. Senza questa funzione, oggi avremmo sci che curvano da soli e ti tengono in piedi comunque, cosicché la selezione tra gli sciatori avverrebbe esclusivamente secondo criteri fisici, come forza e aerodinamica. Nel tennis, è esattamente questo, che è successo: forse due o tre dei giocatori tra i primi cento oltre Federer praticherebbero questo sport con le racchette di 30 anni fa. Non regolamentare adeguatamente questo aspetto, ha snaturato la selezione darwiniana tra i giocatori: oggi se non hai il fisico di un corazziere e la resistenza di un maratoneta è meglio che smetti di fare sacrifici, non sarai mai un top-player a meno di non avere un talento soprannaturale come lo svizzero, e anche in quel caso faticando. Persino nel nuoto si sono accorti che impedire i supercostumi non manda fallito chi li produce, anzi le regole stimolano la ricerca, invece nel tennis ci tocca vedere i primi due del mondo dare prova per quasi sei ore di una forza fisica oltre la soglia del sospetto chimico e nello stesso tempo di un'insipienza tattica imbarazzante (e certo, magari indotta dalla consapevolezza che nessuna variante avrebbe impedito il recupero dell'avversario, e viceversa). Si sarà capito che io, al mio infimo livello, gioco d'attacco, ma non è questo il punto, si può essere creativi ed omaggiare lo spirito del gioco anche giocando di difesa: batto sempre le mani a chi mi fa un bel passante. Il punto è che a livello amatoriale se uno vince le partite solo rimettendola di là fino a sfiancarti, o picchiando tutto senza intelligenza fino a sfinirti, è un problema suo, dato che non lo pagano, se riesce a divertirsi così. Ma a livello professionistico se ha un senso l'esistenza delle federazioni è che esse si facciano carico della salvaguardia dello spirito di uno sport, come ben ha fatto talvolta il basket, e malissimo fanno il ciclismo e soprattutto il calcio, che è ancora peggio del tennis nel deselezionare i talentuosi fin da piccoli (oggi un Rivera o un Socrates - che persona, questa che ci ha lasciato recentemente! - li manderebbero via dai pulcini).
A proposito, voglio salutare il ritorno agli onori della cronaca sportiva di uno che si è distinto sempre in questa dimensione, a costo di farsi mettere fuori gioco per troppa sincerità: Zdenek Zeman. Il suo Pescara guida la serie B, ma agli occhi di chi ama lo sport la sua filosofia ha vinto anche quando i risultati non seguissero nemmeno stavolta. Ecco che allora posso usare il boemo per mettere il cappello su una serie apparentemente scollegata di considerazioni: è l'etica, il criterio, niente è buono di per se, né giocare a zona o a uomo, in attacco o in difesa, ma non dimenticarsi mai lo spirito del gioco che stai giocando, perché se no allora che cavolo lo giochi a fare:
  • se fai il sindaco, specie con questa ottima legge elettorale, poco importa che tu possa o meno tentare di scaricare le tue colpe sulla Protezione civile (che quando era guidata dagli amici tuoi e ci si doveva arricchire coi mondiali di nuoto andava benissimo) o sulle amministrazioni precedenti (che poi hanno le loro colpe, non va dimenticato, ma di nuovo per le cose che ti convengono hai preso l'assist), hai toppato, è la terza o quarta volta se ci mettiamo le pioggie e la sicurezza, e checcavolo: dimettiti, salvando un minimo la faccia che può venirti buono in futuro che ancora sei giovane...;
  • se fai il premier, e sei li solo perché il tuo predecessore era totalmente inadeguato e tu hai sponsor piuttosto in alto, evita almeno a te stesso e ai tuoi uscite infelici che ne abbiamo le scatole piene, tanto lo sappiamo che tu servi "per l'emergenza" e poi sarà qualcun'altro a tentare di finirci se prima non troveremo il modo di organizzarci e cercarci qualcuno con un piano alternativo a quello scientifico di impoverimento generale in atto;
  • se fai cinema, specie se sei un regista ricco e famoso, ricorri a una novità tecnologica solo quando è consolidatamente innovativa e/o aggiunge davvero qualcosa a quello che hai da dire, altrimenti rischi che addirittura lo tolga - e se sei l'industria cinematografica, se tenti di sopperire con vuoti espedienti formali alla mancanza di idee, anche quando fai bei soldoni in realtà ti stai giocando la tua stessa sopravvivenza;
  • se un servizio è pubblico per natura, come quello ferroviario in un paese montagnoso come il nostro, dove sarebbe impossibile costruire linee diritte a costi accettabili anche se non ci fossero la mafia e le mazzette, e dove è stato inventato e ha retto per secoli il modo migliore di vivere felici - in borghi e cittadine che tutte devono essere raggiunte caschi il mondo da una ferrovia funzionante, privatizzarlo è metterlo in mano a irresponsabili profittatori - diversamente da quanto accade quando la cosa per natura invece crea un mercato concorrenziale;
  • se fai il tennista, specialmente se è per divertimento, cerca di divertirti quando giochi, e se gestisci una federazione sportiva, ricorda che se non fai di tutto per preservare lo spirito dello sport che gestisci ti stai tagliando piano piano il terreno sotto i piedi, e se è vero che tu puoi sempre salvarti il culo andando da un'altra parte è anche vero che da quell'altra parte c'è un altro cretino come te e quindi di terreno presto non ce ne sarà per nessuno.
Insomma, ce ne fossero di Zeman in tutti i campi, sarebbe un altro mondo. Con un diverso rapporto tra forma e sostanza.

mercoledì 12 gennaio 2022

UN TENNISTA, UN POLITICO, UN VIROLOGO E UN NESSUNO

Non sono morto, evidentemente. Il che non significa nulla, potrei morire tra un istante, ma questo vale per tutti e per qualsiasi ragione. Non sono morto "di" covid, non questo giro, ed ecco che come mi ero ripromesso ci risentiamo dopo il mio test negativo "tana-libera-tutti" che per sei mesi mi garantirà lo status di cittadino di serie A. Attenzione, però: non vi ho detto se già lo fossi o meno, e non perché sia un segreto (chi mi vuole bene e mi conosce lo sa, e se no mi chiama e ne parliamo), ma perché qui siamo in pubblico e in pubblico ancora uno può decidere e dire che i cacchi suoi sono appunto cacchi suoi. Almeno, finché é e resta un signor nessuno come me...

Quando uno è qualcuno, invece, uno dei terribili contrappesi della notorietà che deve mettere in conto, a controbilanciare gli enormi vantaggi anche economici che gli vengono dalla stessa, è che tutti vogliono farsi e alla fine in qualche modo si fanno i cacchi suoi. A meno che - e nella storia del vippume contemporaneo i casi sono invero rarissimi - non adotti con fermezza e determinazione una qualche strategia che gli consenta di erigere una sacrosanta barriera tra il sé pubblico e la sua vita privata. Djokovic non è mai stato granché da questo punto di vista, con tutte le attenuanti che si possono concedere a un ragazzo che ha iniziato a giocare letteralmente sotto le (nostre) bombe ed è arrivato a giocarsi il titolo di MVP ogni epoca (avesse vinto a New York qualche mese fa, già lo avrebbe in tasca). Proprio per questa ragione, se volete conoscete tutti i dettagli e i rivoli delle ragioni per cui ha diritto all'esenzione dal vaccino e di quelle per cui forse alla fine non riuscirà a farle valere e giocare il torneo che evidentemente per lui vale come prova di appello per passare alla Storia (ma non è così: un conto è diventare il primatista solitario di titoli slam, un conto vincere il Grande Slam di un anno, cosa fin qui riuscita solo a Rod Laver, e per ben due volte, con in mezzo una lunga squalifica per "professionismo"). Quello che forse sfugge a Nole (che, carenze nella gestione dell'immagine a parte, è sempre il bravissimo ragazzo che quando iniziò a vincere si distingueva nel fare le imitazioni dei suoi colleghi e colleghe in campo e davanti alle telecamere, e che, non dimentichiamolo, ha versato sull'unghia un milione di euro per la gestione dell'emergenza a Bergamo a inizio 2020), è che per quanto lunga possa essere la sua carriera di tennista il resto della sua vita sarà probabilmente più lungo, e non è affatto detto che non possa essere anche di molto più significativo: dipende da lui, da quello che davvero è e vuole essere. Un rosicone che ha bisogno di mezzucci per dimostrare quello che mai tutti all'unanimità gli riconosceranno (ad esempio, per me Federer è inarrivabile, e io non ho visto giocare Laver), o un campione che sa riconoscere le occasioni e le sfrutta per crescere. Ebbene, qui e ora, Nole può andare ad occupare una casella rimasta inopinatamente libera: quella di paladino del libero arbitrio, di alfiere e simbolo del principio per cui ciascun essere umano ha pieno e inscalfibile diritto di fare del proprio corpo quello che decide lui e basta (che il "superiore bene comune" in questi casi è un argomento nazista punto e basta), ruolo per cui uno come lui che ha fatto del proprio corpo un tempio su cui ha eretto una carriera formidabile appare perfettamente tagliato. Non sarebbe il primo né l'ultimo, campione dello sport con una lunga e fortunata vita politica successiva. Ma potrebbe diventare il più grande e importante di tutti, in questa fase storica in cui le peggiori distopie letterarie si stanno avverando una a una. Per cominciare, gli basta usare contro il Nemico le sue stesse armi, dal momento che cavilli a parte obbligare alla vaccinazione uno che ha appena contratto il virus (e per la seconda volta) è talmente assurdo e pericoloso che non è previsto nemmeno nelle norme italiche, le più cervellotiche e illiberali di tutte. Ma vedremo presto, se il ragazzo vuole crescere o meno, e cosa vuole fare da grande: forse quando leggerete sto pezzo lo saprete già.

Intanto, osserviamo per l'ennesima volta (quasi con ammirazione per la faccia di tolla) il comportamento a due pesi e due misure del mainstream: mentre si mettono a cavillare sulla vicenda di uno sportivo di vertice, che ha il naturale diritto di decidere su se stesso potenziato al massimo dal suo stesso rapporto con il corpo e la sua salute, glissano alla grande sulle vicende di altri notabili, seppure non del livello di numero uno al mondo comunque abbastanza in vista da potersi invocare per loro lo stesso diritto alla diminutio della privacy che si pretende per lui. Non è dunque irriguardoso per il politico di vertice, già giornalista di vertice con tanto di patente da progressista bruciata sull'altare dell'eurismo, scandalizzarsi se viene liquidata la notizia della morte con "complicanze immunitarie polmonari" o espressioni simili. Ve la dico più esplicita: delle due l'una, o - come io credo sia giusto - restiamo fuori dai dettagli di tutti per rispetto di tutti, o facciamo che per le persone in vista purtroppo si entra nei dettagli per tutti. Sarò inopportuno, ma Andreotti docet: se la morte di Sassoli non c'entrasse niente col covid, si sarebbero affrettati a dirlo con una formula inequivocabile. Se usano espressioni che prestano il fianco ad equivoci, per poi glissare evitando gli approfondimenti, è naturale dedurne che o il covid prende anche i trivaccinati e in caso li ammazza pure, fregandosene delle statistichesse recitate ad minchiam a reti unificate, o peggio ancora è il vaccino che doveva essere evitato come la peste da chi poteva avere complicanze immunitarie. Lo abbiamo già rilevato: le cronache locali sono piene ogni giorno di morti inspiegabili. Come sempre? Forse. Ma cento morti al giorno in media per ragioni volendo riconducibili all'influenza, pure ci sono state se non sempre ricorrentemente, a saper leggere le serie storiche, e senza i tamponi a drogare le statistiche: lo andiamo ripetendo, sempre più pochi e sempre meno ascoltati, da due anni. Non insistiamo. Ma allora pretendiamo che per ciascuna morte inspiegabile si faccia almeno la domanda: quando si era vaccinato? O almeno, lasciando in pace la gente comune (a parte aiutarla in caso di danni non letali ma rilevanti), pretendiamolo almeno per i VIP.

A proposito di VIP, uno dei virologi più pompati mediaticamente in questi anni si è beccato il covid bello serio nonostante tre dosi, e si è salvato perché, beato lui, ha avuto immediatamente accesso a quei protocolli di cura alternativa a lungo vietati, e ancora oggi difficili da raggiungere, per i comuni mortali. Si, è vero che oramai è risaputo che la cosa migliore è attaccare con antibiotico e cortisone prima di avere sintomi significativi, ma te li deve prescrivere il medico di famiglia, e sti pooracci vengono monitorati e recalcitrano, tocca essere fortunati e anche sapersi muovere (vi segnalo una iniziativa utile praticamente, a proposito). Ora, ben felice che la vicenda di Galli si sia chiusa diversamente che per Sassoli (o per mia madre nel 2019, morta di complicanze polmonari di una influenza per mancanza di posti in terapia intensiva), ma mi sarebbe piaciuto che nel mainstream qualcuno lo avesse notato, che la sua vicenda dimostra una volta di più che i vaccini non servono a un cazzo e che invece servono cure empiriche tempestive ed efficaci. O perlomeno che avesse dubitato. Ma dubitare non si può. e questo mi fornisce lo spunto per la chiusa.

Gira da un po' sui social, purtroppo condiviso da persone che stimavo, un post che nella sua versione lunga vi metto in foto, ma in molte altre versioni corte si può stringere fino a "se non sei medico, non puoi parlare". Si tratta di un ragionamento veramente vomitevole da ogni punto di vista, oltre che vistosamente fallace. Ne parliamo non perché io abbia la benché minima speranza di redimere nessuno, ma per fornire a chi voglia argomenti per difendersi, ovviamente se ritiene che ne valga la pena, e ovviamente auspicando nel contempo il reciproco, che qui nessuno è maestro a nessuno. Due sono i profili per cui il costrutto logico si rivela miserrimo:

  • se fosse valido, varrebbe anche in altre "relazioni". Vero è che un conto è che è il medico a dirmi di prendermi un'aspirina e un conto è che me lo dice il mio amico meccanico, come è vero che per l'arredamento un conto è il consiglio di un architetto e un conto quello della suocera, eccetera, ma è anche vero che alla fine il corpo è mio e casa è mia, e in ultima analisi sono io l'unico che deve decidere nel merito. Tanto è vero che l'imposizione di un qualsiasi TSO presuppone il riconoscimento di una almeno temporanea incapacità di intendere e volere, e sarà istruttivo vedere come riusciranno a tradurre l'obbligo vaccinale prossimo venturo in modifiche testuali al consenso informato sufficienti a impedire che chi venga punturato a forza si rifiuti almeno di firmare alcunché. Ora, gli amici prigionieri della fallacia logica in questione potrebbero obiettarmi che io non sono avvocato, ma la risposta è sempre quella: sono io che firmo o non firmo. Sono io che decido, presunta competenza o meno, o sennò ha ragione chi parla di totalitarismo e dittatura, e un solenne vaffanculo - finalmente! - a chi osa ancora metterlo in discussione;
  • se anche fossimo di fronte a una evidenza lapalissiana che i presunti determinata del medico (o di qualunque altro scienziato, non lo ripeto più) siano corretti, e con tutti i vaccinati contagiati anche seriamente di questi giorni chi continua a sostenerlo è un povero deficiente, non bisogna mai dimenticare che la storia della medicina è piena zeppa di determinazioni parse incontestabili a lungo a tutti e poi clamorosamente abbandonate al discredito generale come barbare e assurde. Giusto un paio di esempi, per i più zucconi: i salassi con le sanguisughe, o le lobotomie. Pratiche al loro tempo date per scontate e indiscutibili, che oggi ci fanno inorridire per le implicazioni, e sorridere amaramente per l'ingenuità. Se non vi basta, pensate a questo: tutte le più grandi scoperte scientifiche della storia all'inizio si sono dovute scontrare con un establishment accademico che le considerava (citofonare Einstein) bizzarre eresie. Tanto che se volete capire se state parlando con uno scienziato vero o con un cazzone ciarlatano, chiedetegli semplicemente: credi che la tua teoria sarà mai confutata radicalmente? Se risponde che è impossibile, è uno che finge di essere scienziato ma in realtà gioca allo sciamano con la tribù. Lo scienziato vero sa invece che la scienza o è confutabile o non è scienza. Per cui, le continue e peraltro contraddittorie cavolate che sono due anni che ci propinano come La Scienza altro non sono che L'Ascienza. Resterò senza amici, ma chi continua a blaterare di questi vaccini come verità scientifiche e tacciare di ascientificità o di acompetenza chiunque osi avere dubbi, dimenticando che la scienza è esattamente la casa del dubbio laddove la casa della verità si chiama fede (e la fede è libera, o bisogna credere per forza?), non gode più del minimo sindacale della mia stima. Sticazzi, mi dirà, e pace.

Se fossimo invece di fronte a una evidenza lapalissiana che questo sfruttamento abilissimo e manipolatorio dell'influenza per cambiare i paradigmi all'umanità sia stata e sia davvero una pandemia, ebbene lo stesso non ci sarebbe alcun bisogno di imporre alcunché, vaccini o teorie o terrorismo statistico che sia. Basterebbe che davvero la consistenza del rischio, mai in realtà allontanatasi da ordini di grandezza minimi quando non infinitesimali (per i bambini, questo è), fosse oggettivamente grave, diciamo dell'uno per cento nel rapporto tra decessi e contagi, per spazzar via ogni perplessità: se fosse gravissima, diciamo del dieci per cento (ancora inferiore alla spagnola o alla peste, per dire), non ci sarebbe questione e anzi ci sarebbero sommosse per accedere a ogni possibile cura, anche vaccini fasulli. In altre parole, è proprio la complessità e la durezza dell'apparato messo su a giustificare provvedimenti su provvedimenti (che non dimentichiamolo, sono andati dalla rovina economica di interi settori alla subordinazione a provvedimenti amministrativi di diritti naturali dell'uomo, fino a giungere al rimodellamento in caste della cittadinanza democratica) a dimostrare logicamente la loro infondatezza scientifica e statistica. Il ghigno di Draghi a reti unificate è autoesplicativo sia della propria malafede, sia dell'idiozia col botto di chi ancora gli crede o magari lo stima addirittura. Buon 2022 agli amici superstiti.

mercoledì 9 settembre 2015

MAGARI POI VINCI

Roberta ha 32 anni e la faccia di una ragazzina delle medie che ha già capito che non sarà mai bella come una di quelle sue compagne che già camminano col codazzo di quelli delle superiori che le aspettano all'uscita e che a 45 non riuscendo a farsi una ragione della sua sparizione progressiva hanno già arricchito qualche chirurgo con effetti tragicomici.
Roberta gioca a tennis, uno sport che per parafrasare Gaber che parafrasava Shaw non è che per praticarlo con costanza bisogna essere psicopatici ma aiuta, perchè sei solo come in una partita a scacchi, solo come di fronte alla vita e soprattutto di fronte alla morte (e le religioni ci campano, col business di farti credere il contrario), e Il settimo sigillo con un tre set su cinque a Wimbledon avrebbe funzionato lo stesso ma essendo molto più divertente.
Un frame dell'incontro tra Serena Williams e Roberta Vinci
Ma non basta. Roberta infatti si ostina a giocare il tennis in un modo che pian piano è stato abbandonato da quasi tutti, in quanto meno redditizio in termini di risultati, e anche a livelli amatoriali dove in teoria i risultati dovrebbero contare meno. Ma è quel modo, e lo so bene perchè è anche (a un livello infinitamente inferiore, ovviamente) il mio, che poi vai a dormire e ti sogni quei due o tre punti che sei riuscito a inventarti, e allora i risultati se arrivano bene sennò chissenefrega.
Che poi è un fenomeno diffuso in tutti gli sport il progressivo prevalere della forza fisica sulla tecnica pura (o se preferite della quantià sulla qualità), figlio dell'accorciamento dei termini di valutazione della bontà di un investimento nella società in genere, e si vede, perchè in realtà, al contrario di quello che può sembrare, si tratta di uno stile di gioco meno logorante, che quasi sempre ti allunga la carriera (e infatti io l'ho sempre saputo, e detto, che nonostante fosse più giovane Nadal sarebbe "caduto" prima di Federer, e visto il livello di genio di quest'ultimo ci sta, ma credo che Rafa si sogni di poter arrivare ai quarti di uno slam a 34 anni come il suo connazionale Feliciano Lopez, il tuttotalento che non ha fatto capire niente al nostro bombarolo Fognini che aveva appena eliminato appunto Nadal). Dunque è tutt'altro che scontato che questa scelta, che condiziona le scuole e quindi alla fine seleziona i giocatori a tutti i livelli, sia quella giusta, per cui speriamo che anche dagli eventi sportivi in cronaca passi il seguente messaggio: forse anche per arrivare ai vertici, ma sicuramente per avere una carriera amatoriale piena di soddisfazioni, è meglio imparare il gioco al volo e prima ancora il rovescio a una mano così da poter usare lo slice, fidatevi.
Certo se hai due metri e rotti e servi dal secondo piano è logico puntare sul servizio, e se hai il fisico di Tyson (e i tendini di una ballerina: l'avete vista in spaccata centrale?) picchiare come un mulo su ogni palla ti può portare alle soglie di un meritatissimo Grande Slam. Ma se c'è un Dio del tennis, e ha deciso che Serena Williams deve fermarsi a un passo dal vincerlo, è giusto che sia per mano di una delle ultime sue sacerdotesse: Roberta Vinci da Taranto, per anni numero uno del mondo di doppio e tra le prime cinquanta (ma spesso sfiorando le prime dieci) nel singolo, sopraffina interprete dei gesti bianchi, e quando è in giornata capace di umiliare chiunque.
...
ULTIM'ORA - Flavia forse invece era una di quelle col codazzo, non so. Ma della sua conterronea e quasi coetanea, se non ha lo stile, ha la qualità, e la forza mentale. A tratti anche lei, peraltro. Sicuro, grazie all'exploit di Flavia Pennetta da Brindisi ora abbiamo due italiane, anzi due pugliesi, tra le quattro semifinaliste agli US open. Magari perdono, contro avversarie di tanto più quotate ci sta. Ma magari no...

sabato 18 novembre 2017

NOTTI TRAGICHE

Da bambino ero milanista, perché mio papà lavorava a Milano e perché ci giocava il più grande regista italiano di tutti i tempi, Gianni Rivera, uno col fisico di un "abatino" (Brera dixit) che sembrava non correre ma invece (avete presente Federer nel tennis, che sembra non faticare?) velocizzava il gioco più di tutti i corridori di oggi mandando il pallone lontanissimo dove voleva lui, segnando tanto e facendo segnare (anche mezzi brocchi) ancora di più. Quando Berlusconi comprò il Milan, e ancora non si sospettava che la cosa facesse parte di una strategia ben più ampia né si conoscevano le origini malavitose dei suoi soldi, mi ero già allontanato dal calcio da alcuni anni, perché era iniziata nei primi anni 80 la meravigliosa parabola sportiva della Cestistica Piero Viola, e il basket lascia miglia indietro il calcio per quasi ogni dimensione sportiva (frequenza e varietà di gesti tecnici, suspense, peso dei valori in campo, eccetera). Così, mentre mio cugino/fratello e molti altri milanisti famosi o meno esultavano per i nuovi trionfi rossoneri, io mi dimettevo da tifoso, e intanto capivo che quel modo di intendere il calcio, sia del presidente (comprare rose lunghissime di giocatori, tanto i soldi non sono un problema) che dell'allenatore (zona pressing a tutto campo, per tutta la partita, che così le due squadre giocano in venti metri), lo avrebbe rovinato, perché avrebbe costretto i concorrenti all'emulazione.
Fui facile profeta, e infatti i decenni a seguire videro da un lato bilanci societari sempre più gonfi e fallimentari, e dall'altro il talento calcistico sempre più mortificato, e deselezionato fin dalle giovanili, sull'altare della tattica e dell'eretismo podistico (ancora Brera, un autentico vulcano di neologismi). In questi trent'anni, qualche partita l'ho anche vista, ma mi sono sembrate quasi tutte mortalmente noiose. Sarò io, ho sempre pensato, visto che invece gli altri correvano a comprarsi l'ultimo pacchetto televisivo satellitare o digitale terrestre; dimenticavo che assistere a uno spettacolo sportivo decente è l'ultimo dei problemi del calciofilo medio, che invece si identifica con la propria squadra del cuore per ben altre ragioni (soddisfare l'atavico bisogno di appartenenza tribale, o sedare l'ansia della morte legandosi a qualcosa che viveva prima di lui e gli sopravviverà, ad esempio). E invece.
Invece finalmente una (meritatissima) disfatta toglie il velo alla verità. E anche se in tanti, non solo l'impresentabile vertice federale, si stanno prodigando e si prodigheranno per rattoppare il proprio giocattolo, è un piacere poter ascoltare delle voci autorevoli (qui Sconcerti) dare forma oggi ai miei annosi pensieri, formatisi anche per aver osservato da vicino, per varie vie, la realtà sconvolgente delle odierne scuole calcio. Posti dove si fa a pagamento quello che una volta anche da noi, e ancora oggi in mezzo mondo, si faceva gratis per strada o all'oratorio. Anzi, magari si facesse, perché quello era giocare a pallone, selezionando per natura i talenti e le personalità (se ti menavano e tornavi a casa a raccontarlo, tua madre ti rimenava), questo è un'altra cosa: imparare fin da piccoli schemi su schemi anziché il dribbling (sei pazzo? è meglio trascinare il piede così ti procuri il fallo magari da ultimo uomo...) fino sul fondo con cross a rientrare, sgomitare con gli altri per un posto in squadra nel campionato di categoria (con due fattori premianti: il fisico precoce, e le capacità di influenza dei genitori, di qualunque natura esse siano), essere alla moda e acchittati come quelli che guadagnano i milioni e vanno in televisione. Avvicinandosi a tante, troppe scuole calcio - provate - viene voglia di urlare all'allenatore qualcosa come "ma li vuoi fare giocare a pallone, sti ragazzini?", e ci si trattiene solo per non farsi picchiare... dalle mamme (tutte in tiro, e più cazzute dei papà, assieme ai quali guardano ai pargoli come a pacchi di soldi in fieri).
No, non è un caso che l'ultima generazione di campioni sia venuta fuori dal "mondo" precedente. Oggi, se vostro figlio è la reincarnazione di Rivera e lo portate a calcio, ve lo fanno ritirare dopo due mesi perché non pressa, se lo è di Bruno Conti perché è innamorato della palla, e con la stessa logica deselezionano ogni possibile nuovo Baggio, Totti, Del Piero o Pirlo, ma anche Rocca, Facchetti, Scirea per andare in difesa. E a proposito di quei campioni, scrissi a caldo su Contrappunti che vincere quel mondiale si sarebbe rivelata una iattura: il calcio aveva già mostrato tutti i sintomi della sua malattia, e senza quella inaspettata vittoria avrebbe con ogni probabilità ricevuto la giusta cura da cavallo, con sei o sette big, tra cui le romane e le milanesi, cancellate o almeno mandate a ripartire dai dilettanti, il commissario era pronto. Ma il centrosinistra precario di quel governo non poteva affrontare l'enorme calo di popolarità che gli sarebbe derivato dal proseguire su quella strada dopo la vittoria a Berlino, anche se quella cautela non gli valse nulla, e pochi mesi dopo ci ritrovammo il presidente pallonaro di nuovo in sella, grazie soprattutto alla sventatezza di quello delle figurine con l'Unità che oggi fa il cinematografaro ed era meglio per tutti avesse fatto sempre solo quello.
Così, anche solo per scaramanzia, possiamo giudicare benaugurante questa eliminazione (fosse entrato il golletto e avessimo vinto anche solo ai rigori nessuno oggi parlerebbe di crisi del calcio italiano, e ci prepareremmo alla solita overdose di "notti magiche", senza dubbio, se pensate che anche così stanno facendo di tutto, e magari ci riusciranno pure, per continuare l'andazzo come se niente fosse), hai visto mai davvero riformano il calcio (e hai visto mai gli italiani non distratti dal pallone pensano ai loro problemi e mandano al governo qualcuno di veramente nuovo che glieli risolva..).
Le idee in giro ci sono, ad esempio quelle di un certo Van Basten (uno che Sacchi voleva giubilare assieme ad altri "vecchi" e poi invece per loro fortuna cacciarono Sacchi e con Capello vinse altri 3 campionati): niente più fuorigioco per allungare le squadre (così i centrocampisti hanno di nuovo lo spazio e il tempo per ragionare come ai tempi di Rivera, e nuovi Rivera possono emergere), espulsioni a tempo al posto del cartellino giallo, e definitive dopo un tot falli, cambi volanti e reversibili, e ultimi dieci minuti cronometrati al netto. Lo so, sto scandalizzando i puristi. Ma lo spirito del calcio, quello vero, la ragione vera del suo enorme successo mondiale, non è nell'immutabilità dei regolamenti (che infatti sono cambiati moltissimo, ma spesso in peggio), è nella sua essenza di sport proletario e democratico, praticabile da tutti: da chi ha i soldi e da chi non li ha, da chi è grosso/potente/veloce e da chi è piccolo/intelligente/svelto. Se non cambiare significa tradire questo spirito, allora il cambiamento radicale è la cosa più conservatrice, in senso proprio, che si possa avere.

venerdì 26 aprile 2019

LASCIATECI FOGNARE

A uno che si fa chiamare Fogna, disinnescando con l'autoironia gli sfottò, si può
perdonare di averlo visto troppo spesso in campo con un linguaggio corporeo a
dir poco irritante, ora però vince pure (immagine tratta dalla gallery di Ubitennis)
Torno a postare dopo una decina di giorni, tempo biblico per la Rete ma pazienza: dal blog non ci ricavo un centesimo e a giudicare dalle statistiche di lettura non siete in tanti ad averne sentito la mancanza, e non solo per il megaponte. Per un rientro soft, parlo di sport, e di quello che pratico, dato che la cronaca finalmente me ne dà occasione.
Come tutti saprete, infatti, nei giorni scorsi un italiano ha vinto un torneo tennistico di primaria importanza, anche se non uno dei primi 4 (detti "slam" perché una volta la gente bene giocava sia a tennis che a bridge) per cui attendiamo dal 1976 di Panatta, e meno male che nel frattempo ci hanno pensato le donne. Inoltre, subito dopo, è arrivata l'ufficialità in merito all'assegnazione alla città di Torino delle ATP finals nelle 5 edizioni dal 2021 al 2025: è il "Masters" maschile, la "finale" tra i migliori 8 dell'anno solare, insomma non proprio uno slam ma quasi. Si tratta di due eventi importantissimi, per gli amanti dello "sport del diavolo".
Fognini che vince a Montecarlo, infatti, potrebbe avere effetti nel medio/lungo termine ben più significativi di quelli di breve termine relativi all'interesse mediatico e social. In Italia più che altrove, infatti, funziona quel meccanismo di traino per cui negli anni 80 eravamo tutti sciatori appresso a Tomba-la-bomba: ecco perché chi vi scrive gioca ancora a tennis nonostante abbia 55 anni suonati e 2 ginocchia malandate, perché quando era ragazzo c'era un certo Panatta che vinceva a ripetizione, anche se molto meno di quanto il suo immenso talento gli avrebbe consentito (ma più, grazie proprio a quel talento, di quanto la sua scarsa voglia di sacrificarsi in allenamento avrebbe permesso a chiunque altro), attorniato da comprimari di tale livello che quell'Italia andò in finale di coppa Davis per cinque volte (anche se ne vinse solo una, che meriterebbe un post a parte, magari vi faccio un post-scriptum) in sei anni. Tra parentesi, gioco ancora, nonostante eccetera, anche proprio perché adotto lo stile di gioco di Adrianone, attaccando appena posso sia sul servizio che in risposta, cosa che richiede tocco e rapidità ma accorciando comunque la durata degli scambi alla fine risulta molto meno usurante. Ora, proprio Panatta ha dichiarato che la sua contentezza per la vittoria italiana è aumentata dall'aver visto uno che gioca di tecnica e fantasia prevalere su uno (si riferiva alla semifinale vinta strapazzando Nadal) che se gli capita di giocare "senza intensità è poca roba". E Sua Maestà Roger Federer sempre in questi giorni ha dichiarato che gli piacerebbe vedere almeno 20 dei top 100 scendere regolarmente a rete. In ogni caso, è possibile che se l'esplosione definitiva di Fognini, pur così tardiva (il nostro è trentaduenne...), dura abbastanza (...e ha una capoccia che magari al prossimo torneo perde da una pippa al primo turno) da inglobare in un ciclo unico quella di uno o più dei ragazzi che si stanno segnalando nel frattempo (più che Cecchinato, che ancora deve convincere di non essere una meteora, direi Berrettini, e almeno uno tra i due teenager Sinner e Musetti, ma magari dietro l'orizzonte c'è anche qualcun altro), il tennis italiano potrebbe registrare un nuovo boom di praticanti, dopo l'onda innescatasi negli anni 70 di cui ancora la cresta domina, infestando i campi di 50/60enni in attesa del "largo ai giovani".
Anche perché nel frattempo arriva il master a Torino. Provo a spiegare ai profani e agli antigrillini per partito preso la differenza con le Olimpiadi a Roma. Le olimpiadi moderne sono state almeno da Atlanta in poi un autentico bagno di sangue per città e Paesi che le hanno ospitate, avendo comportato interventi costosissimi per costruire strutture usate venti giorni e quasi sempre abbandonate subito dopo, risultando però un enorme affare per chi ha organizzato le prime e per chi ha realizzato i secondi: lobbisti di politica sportiva e grandi costruttori che infatti sono sempre in agguato appena fiutano l'occasione. Viceversa, le ATP finals si giocheranno in una struttura già esistente (anzi, ridandole senso prima che si deprezzi, non avendo ospitato sport dopo l'hockey olimpico se non occasionalmente) per almeno cinque edizioni, rispetto alle olimpiadi costando una frazione e generando per un multiplo ricadute sia economiche che sportive. Si tratta, infatti, di un evento di cui si parla in tutto il mondo per tutto l'anno, non solo nell'imminenza dello svolgimento e non solo tra gli addetti ai lavori o tra gli appassionati di tennis.
Detto che la concomitanza di ospitare in Italia il master maschile per un lustro e di avere finalmente un pacchetto di tennisti che possono vincere tornei non può che far crescere il numero di ragazzini che giocano a tennis, ci si potrebbe chiedere allora perché chi non è già un appassionato di tennis dovrebbe essere contento, della cosa. Provo a spiegarlo, anche se comprendo di non essere certo un osservatore neutrale e quindi predichiarando di esprimere solo un mio personalissimo parere, partendo da lontano. Premesso che qualsiasi sport svolto con costanza e applicazione fa bene a chiunque, e direi più allo spirito che al corpo, bisogna distinguere innanzitutto tra sport di squadra e sport individuali. In entrambi contano la tecnica e la preparazione atletica, ma i primi privilegiano valori come mettere la propria individualità al servizio del collettivo, sentire la responsabilità di gruppo e di ciascuno verso il gruppo, comprendere il proprio ruolo come parte di un meccanismo il cui funzionamento ottimale deve essere sempre tenuto presente come obiettivo da ciascuno e di tutti, sennò si perde anche se tu giganteggi. Nei secondi, invece, prevale l'impossibilità di scaricare ad altri la colpa dell'insuccesso (istinto naturale: per questo molti tennisti se la prendono con la racchetta...), e la necessarietà di trovare un equilibrio con se stessi prima di poter affrontare qualunque avversario. Ma fin qui, il tennis è come la scherma, il tiro a bersaglio, le immersioni, gli scacchi. Il confronto diretto con un avversario toglie dal novero quegli sport individuali dove non c'è, almeno non immediato, come le gare di velocità o resistenza di qualunque tipo, il livello di dispendio energetico e sforzo atletico tolgono anche gli altri sport di racchetta o altro attrezzo in mano, alcuni anche molto duri per carità ma in spazi e/o per tempi molto inferiori, lasciando il tennis in cima alla classifica degli sport individuali competitivi più duri in compagnia della sola boxe. Non a caso la preparazione atletica di un tennista somiglia alla prepugilistica. L'unica differenza, si potrebbe dire con un'iperbole, è che a tennis non si danno e non si pigliano pugni. Quindi se vi piace quest'ultima cosa, scegliete per voi o istradate i vostri figli alla boxe, altrimenti il tennis è la scelta migliore, per uno sviluppo armonico di mente e corpo, di una persona che è più portata a fare i conti con se stesso e a contare su se stesso, o che ha bisogno di migliorare in questo campo. Se invece ha più bisogno di socialità, ci sono gli sport di squadra, tra i quali si noti non ho mai nemmeno di striscio nominato il calcio, che così com'è gestito e insegnato in Italia perde tutti o quasi i benefici connessi alla pratica degli altri sport collettivi.
Se vi è rimasta la curiosità di sapere perché mai lo chiamino "lo sport del diavolo", ci aiuta la cronaca con un caso limite, di una meccanica però che in maniera meno eclatante si presenta spesso e volentieri, sia a livelli professionistici che sui campi dei circoli amatoriali: una tennista di Hong Kong, in un torneo internazionale anche se non di alto livello, sotto per 6-0 5-0 e match point contro, annulla quest'ultimo con uno smash che colpisce il nastro e va di là per poi schizzare sulla riga, e poi recupera e vince l'incontro (finale 0-6 7-6 6-3). Il bizzarro sistema di punteggio non perdona: a tennis non hai mai vinto finché non hai vinto. E non perché può sempre arrivare un colpo da KO o un episodio fortuito qualsivoglia. Perché l'avversario può sempre recuperare, e anche tu. Negli altri sport non capita.
...
Post scriptum. Nel 1976, l'Italia arrivò in finale di Davis battendo la forte Australia in semifinale a Roma, mentre l'altra semi non si giocava per il rifiuto dell'Unione Sovietica di incontrare il Cile di Pinochet. L'Italia si spaccò in due, lungo una linea però più frastagliata di quella allora netta tra sinistra e destra, o meglio tra comunisti e no. Panatta, ad esempio, veniva ascritto a sinistra, essendo tra l'altro un raro esemplare di tennista proletario, riuscito a fare quel mestiere da ricchi solo perché il padre era custode dei campi. Oggi racconta che fu proprio Berlinguer, segretario di un partito allora maggioranza relativa ma che gli accordi di Yalta imponevano all'opposizione - e di li a poco chi tentò di rompere il blocco (e ci avrebbe anche tenuto fuori dalla consorteria monetarista che sfocerà nello SME prima e nella UE a trazione Euro dopo) fu fermato da pallottole solo apparentemente proletarie, dicevo fu Berlinguer a consigliare ai ragazzi di partire perché nello sport si ricordano sempre solo i vincitori e loro erano l'unico ostacolo tra il Cile fascista e l'albo d'oro della coppa del mondo di tennis. Andarono. Videro. Vinsero. Entrando in campo nel doppio decisivo con una maglietta rossa al posto di quella azzurra.

domenica 26 gennaio 2025

NON FA PIU' NOTIZIA

Avevo in canna, per aggiornare il blog rispettando la cadenza grossomodo settimanale che da qualche tempo ha assunto, un pezzullo sull'Intelligenza Artificiale, in attesa peraltro di ricevere da Pasbas un articolo sulla Palestina. Ma oggi mi sa che per questo blog (vista anche la sua grafica attuale), come per quasi tutti i siti d'Italia e molti nel mondo, l'argomento è obbligatorio, anche se visto che continua a ripetersi tra un po' rischia di non fare più notizia: Jannik Sinner ha vinto il suo terzo "slam" (su tre finali disputate), il secondo Australian Open consecutivo.

La partita è stata trasmessa in chiaro, perché i titolari dei diritti hanno capito che così ci guadagnavano di più che cedendoli alla RAI, da poco tenuta per obbligo a trasmettere una serie di eventi più lunga di quella in vigore fino agli US Open dello scorso settembre. Quindi hanno potuto vederla anche quelli come me che per motivi religiosi non sottoscrivono abbonamenti con nessuna TV a pagamento. Dunque potrei farvi un resoconto dettagliato, partendo dai tre set a zero e dalla NESSUNA PALLA BREAK CONCESSA. Potrei, ma non serve: la partita non ha avuto storia.

Il nostro amatissimo crucco infatti non ha mai nemmeno per un attimo, fin dai primissimi scambi, la sensazione che poteva perdere la partita dal russo. Troppo solido mentalmente, troppo ampia la sua confort zone, che dalle tre palle match consecutive annullate al più titolato giocatore di sempre un anno e rotti fa si è capito che comprende senza apparenti problemi tutti i punti decisivi, giocati come se fossero un quindici come un altro, come dice a tutti noi tennisti la teoria e come nessuno di noi invece riesce quasi mai a fare in pratica (dove quel "noi" arriva fino al numero due del mondo, evidentemente).

Non è che non lo avevamo mai visto: Federer faceva così, Djokovic fino al sorpasso nella suddetta occasione in Davis 2023 era il migliore a farlo, e anche Nadal specie sulla terra entrava in campo con un'aura di imbattibilità che faceva si gli avversari mentalmente partivano da zero trenta in tutti i game. Ma che potevamo rivederlo in uno dei "nostri", ecco, non era nemmeno nei nostri sogni. Non so quanto durerà (Roger vinse le sue prime sette finali slam, Jannik per ora è "solo" a tre), magari il carrozzone del cosiddetto antidoping, che nel frattempo si deve essere accorto di averla fatta fuori dal vaso perché ha già cambiato le sue stesse regole per il futuro (statuendo di non rompere più le palle per dosi non in grado di alterare le prestazioni, dell'ordine del milionesimo di grammo e ancora meno, come nel caso Sinner) e si è guardato bene di ricorrere in appello nel molto simile caso Swjatek, riuscirà a incidere sulla sua carlinga la tacca di fermare per un anno, forse compromettendone la carriera, il fenomeno più trascinante che il tennis poteva sperare di incocciare finita l'era dei "big three". Ma sia se dovesse finire ad aprile, sia se durasse qualche annetto come per Re Roger, noi intanto ce la godiamo, e la celebriamo, questa supremazia.

Il nostro campione è ingiocabile, e riduce in lacrime gli avversari, anche quelli che lo seguono da presso in classifica. Questo è.

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