mercoledì 22 marzo 2017

L'ALTRO IERI ALLA MARINA

Guardate questa meravigliosa foto: ci sono mia mamma e mia zia, credo non ancora cognate, a passeggio in riva al mare con una terza amica, a fine anni 50 o primi 60. Il loro tenore di vita ai tempi era di una modestia tale, in termini assoluti, che chi ce lo ha oggi è inquadrato in fascia di povertà: mia nonna Carmela (si, si, quella delle ricette), ad esempio, aveva cresciuto quattro figli in una casa popolare (di quelle date dal duce ad affitti calmierati alle famiglie dei terremotati del 1908 - certo, era un modo di comprare i consensi, ma almeno pagando bene, e mio nonno intanto è rimasto sempre socialista, il posto in ferrovia glielo hanno tolto, la casa no) di 40 metri quadri scarsi, dormivano tutti nel soggiorno (chiamiamolo così). So bene che non vi sto raccontando né mostrando niente di originale: chiunque abbia voglia e modo di scavare nella propria famiglia troverà delle foto e delle storie così. Storie di persone venute fuori da una guerra terribile, tutte sfiorate dalla morte tutte colpite dalla miseria, che vivevano una vita povera ma degna, e non perché tutto è relativo e confrontavano il loro presente al recente passato, no: perché avevano la cosa più importante, la speranza, anzi la fiducia, che il futuro sarebbe stato migliore, la certezza che chi si impegnava (e si, magari con un po' di fortuna e/o un po' di furbizia) poteva puntare a qualcosa di meglio. Esattamente quello che i nostri giovani non hanno più.
La foto l'ha messa su Facebook mio cugino Gino (nota per giovani non terroni: al sud i cugini sono, o forse bisognerebbe dire erano, spesso omonimi, e a grappoli, coi nonni) qualche giorno fa, e questo post è rimasto da allora in attesa di essere completato con dati, commenti, confronti, chiose sul contemporaneo, e gli immancabili link di approfondimento. Ma non era il caso,  perché invece va bene così: chi vuole capire capisce.
Riguardate la foto. Sono tre ragazze bellissime. Hanno tragedie inenarrabili alle spalle e altre ad attenderle davanti. Ma sono felici, da far piangere. E ci stanno prendendo a schiaffi.

mercoledì 15 marzo 2017

FRITTATA 'I PATATI

Come per tante altre cose del nostro Sud, questa semplicissima ricetta ha origini spagnole, risultando infatti più simile a una tortilla che ad altre frittate italiane con magari ascendenze nella omelette francese. E come per tante altre cose semplici, è molto facile sbagliarla: basta tagliare le patate troppo piccole o troppo grandi, oppure cuocerle troppo o poco, o mettere troppe uova o troppo poche, o non saperla girare o non girarla al momento giusto, per trasformare l'esito da potenzialmente ottimo a tendenzialmente pessimo. Inutile dire che la pratica è tutto, basta non scoraggiarsi e prima o poi verrà perfetta: olè!
Frittata di patate
Taglia a dadini 3 patate, e friggile, salandole, in poco olio.
A parte, sbatti 3 uova, e una volta montate aggiungi sale, pepe, prezzemolo tritato e parmigiano.
Quando le patate sono fritte, versa le uova, e smuovi la padella per non farle attaccare, aiutandoti con la forchetta, spostandola sul fornello per una cottura più uniforme.
Pochi minuti, ti avvisa l’odore, ed è il momento di girarla, capovolgendola con l’aiuto di un coperchio o di un piatto piano, e cuocerla dall’altro lato come sopra.

Ingredienti
  • 3 patate medie
  • 3 uova
  • sale
  • pepe
  • prezzemolo
  • parmigiano
  • olio extravergine d’oliva
Munda i patati, lavali, e tagghiali a morsriceddhi quatrati, non troppu picciriddhi ma mancu rossi assai annunca non si fannu, e sciugali nti ‘na sirbietta.
Menti ‘na stampa r’ogghiu nt’a pareddha, e quandu è caddu menti ‘e patati, cu na pizzicata ‘i sali.
Nt’o stramenti sbatti l’ova, e quandu su fatti nci ggiungi ‘na stampiceddha i sali, ‘u spezzi, ‘u putrusinu tagghiatu finu finu, e ‘nu bellu pocu ‘i parmigianu rattatu.
Non ti sperdiri mi mìsciti sempri ‘e patati, cusì si fannu tutti i stessi, annunca quali si brucia e quali resta crura.
Quandu su fatti, menti l’ova, e c’a forchetta vai tornu tornu non mi si 'mpiccia, a iasi e ci fai sculari l’ovu i sutta annunca ndi rresta assai cruru i supra nto menzu, e intantu movi a pareddha i ccà e i ddhà mi si faci tutta a stessa, e ogni tantu ‘a smovi non mi si mpigghia ‘a frittata.
Quandu senti ‘u sciauru soi, voli diri chi ll’ha girari. Allura nci menti un cumbogghiu o puramenti un piattu chianu i supra, ‘u teni c’a manu ntò mentri cu l’autra manu teni ‘u manicu r’a pareddha, ‘a voti viatu viatu, ‘a fai sciddicari nt’a pareddha ill’autru latu, e ‘a fai a’ stessa manera ‘ill’autru latu.

sabato 11 marzo 2017

NON GUARDARE IL MURO

Che c'entra Wolverine? Lo capirete solo leggendo...
La mente umana ha la straordinaria capacità di adeguare il comportamento complessivo del corpo a ciò che si era immaginato, o perlomeno di provarci con una intensità talmente superiore a ogni logica che non riusciamo neanche a figurarcela, in un pensiero razionale. Su questo assunto si fonda un'intera branca "scientifica", la PNL (programmazione neuro-linguistica), che deve il suo successo alla sua enorme utilità pratica in diverse attività umane. Ad esempio nelle diete (se vuoi dimagrire attacca una tua foto da magro sullo sportello del frigo) o nello sport (se vuoi mettere dentro quella palla immaginati mentre lo fai - e avete mai visto i gesti dei tuffatori mentre si concentrano?). La cosa diventa più complessa negli sport di squadra, e in generale nella società in proporzione alla grandezza di scala e alla complessità dell'obiettivo, perché c'è da allineare più visioni, e da impedire che gli immancabili disallineamenti siano troppo di ostacolo: a questo serve quello che in gergo si dice "un buon manico", allenatore o leader politico che si voglia, è questo che si intende con l'espressione "fare spogliatoio", è questo che spiega i successi clamorosi di collettivi privi di individualità eccelse e poco accreditati alla vigilia, e all'opposto i fallimenti di squadre piene di campioni e favorite dal pronostico.
E' qui che voglio andare a parare: un Paese, come ogni collettività, quando "fa la storia", quando si rialza dal baratro, è perché in qualche modo è riuscito, aiutato da leader capaci a camminare sul filo del rasoio (ché dall'altra parte ci sta sempre l'avventurismo, il porsi obiettivi non realizzabili e quindi destinarsi fin dall'inizio al fallimento), in questa alchimia. Ad esempio, l'Italia del secondo dopoguerra. Si, certo, con l'aiuto esterno dei soldi americani, ma sarebbe stato vano senza questo fattore. Ma per farlo meglio esco dalla metafora di squadra e torno a quella individuale. Sapete guidare?
Si? Sicuri? Si, ho capito che avete preso la patente, ma quello non conta niente, la patente si compra - no, non sto parlando di corruzione: uno va alla scuola guida, paga, e gliela danno. Una volta non era così, a scuola guida ci andavano gli incapaci, e ci restavano a lungo, fino a che non imparavano a sufficienza, chi sapeva guidare faceva l'esame da esterno e la prendeva al primo colpo. Si, perché allora si imparava da adolescenti, con la macchina del cugino o dell'amico più grandi, in strade extraurbane piene di curve e di pendenze, strade magari sterrate o magari innevate, con auto difficilissime da tenere in strada, senza servosterzo e spesso senza neanche "marce sincronizzate". Ma si imparava roba che oggi non serve più: autovelox tutor e compagnia bella, ormai lo abbiamo capito, non erano solo le misure di sicurezza indispensabili date le scelte di motorizzazione generalizzata e indiscriminata (che basterebbe capovolgere per quasi azzerare in un colpo solo incidenti traffico inquinamento eccetera), no, erano la testa di ponte per il vero obiettivo, ridurre al minimo il diritto alla mobilità individuale attraverso i veicoli a guida autonoma. C'è un elemento dall'atrocità insostenibile nell'ultimo film di Wolverine, in questi giorni al cinema. E non sono i millanta mortiammazzati per sventramento: il film è bellissimo, nessuna violenza è gratuita, tutto ha senso letterario. Sono i TIR a guida autonoma. Arriveranno, amici, come sono arrivati i droni. Il film è ambientato tra dodici anni, spero si sbagli di un paio di decenni, così sono sicuro che non sarà un problema mio, dover camminare su strade fidandomi dell'efficienza dei sistemi elettronici e della buona fede di chi li governa.
Torniamo alla metafora che avevo intenzione di sottoporvi. Se andate a un corso di guida veloce, quando dovrete imparare ad affrontare una curva in sicurezza, vi diranno certo di ridurre la velocità prima della curva a quella necessaria (non di più, ma neanche molto di meno che può essere altrettanto pericoloso), ma soprattutto vi diranno che, mentre le mani e i piedi eseguono le istruzioni impartite nella sequenza giusta, gli occhi devono guardare il punto dove volete mettere il muso della macchina. Se affrontate un tornante al cui esterno c'è un muro, e voi guardate il muro, con ogni probabilità andrete addosso al muro. Ovviamente, è lo stesso se c'è un burrone. Ora potete rileggere l'incipit. Fatto? andiamo avanti...
Questa roba del muro mi è venuta in mente a proposito della copertura ossessiva dei media verso appunto il muro che Trump ha promesso ai propri elettori di costruire al confine col Messico, promessa che pare voglia mantenere. A parte che un politico che mantiene le promesse elettorali sarebbe si una notizia, pare che le barriere alle frontiere in genere, e a quella in particolare, non siano una esclusiva del tycoon col parrucchino, ad esempio pare che anche il fintonero-inrealtàsolomoltoabbronzato in materia non abbia scherzato. Ma questo i media non ve lo dicono. Come non vi dicono che il predetto (ig)Nobel per la pace sia stato forse il presidente USA ad avere più fronti di guerra aperti contemporaneamente, molti dei quali da lui, che era stato eletto anche sulla base della promessa di chiudere quelli ereditati. Con ciò ovviamente non voglio dire che Trump sia il mio presidente ideale, ma il mio essere di sinistra non mi impedisce di capire che in questo momento storico, con questi guerrafondai nel campo sedicente progressista, se gli elettori pensano che chi può fare peggio non è lui (che infatti pare voler fermare il TTIP e dare una frenata all'imperialismo obamiano, e a proposito di muri forse è da studiare anche la sua posizione sulla questione ebraica) magari non sbaglia.
Questo stesso paradigma si può applicare a una serie enorme di narrazioni della realtà, costruite per soppiantare nelle menti di chi le ascolta (magari distrattamente che è meglio) la realtà oggettiva, o per meglio dire, siccome quest'ultima non esiste, la realtà soggettiva che ciascuno di loro ricaverebbe dalla propria esperienza. Insomma, vi mostrano il muro così non guardate la vostra strada. Ve lo mostrano così vi ci andate a spiaccicare. Il che significa che se li ascoltate non avete scampo. Non dico che non dovete più sintonizzarvi sul TG, magari vi interessa la cronaca nera o quella sportiva (ma occhio anche li), dico di girare canale, o distrarsi, quando inizia la cronaca politica, interna o internazionale che sia. Raccontano solo balle, anche quando c'è una parte di verità, anzi specie quando c'è.
Ad esempio. Vi raccontano di continuo gli errori e le piccole magagne della Raggi o dei grillini in genere, e in parallelo ancora più dettagliatamente le finte diatribe interne e attorno al PD? Quello è il muro. Qual'è la vostra strada? Portare fuori il Paese dalla trappola monetarista che lo ha consegnato mani e piedi alla deindustrializzazione e alla deflazione (una guerra senza armi, con tanto di collaborazionisti, e che non cenna di smettere)? C'è qualcun altro all'orizzonte che può arrivare al governo e farlo, oltre al movimento 5 stelle? no? la strada è portarli dal 30 al 40 per cento, non è impossibile. Facciamo squadra e portiamoceli. Anche se ci piace e ci somiglia di più l'ennesimo partitello di sinistra appena creato. Anche se ci piacerebbe ringiovanisse Berlusconi e si schiodasse dal 12%. Fine dell'esempio, altri li metto tra un po'.
Non vi fate fregare, in questo momento storico serve portare al governo chi chiuda per sempre il troppo lungo capitolo del "vincolo esterno", la teoria per cui noi italiani non essendo capaci di un comportamento virtuoso abbiamo bisogno di esservici costretti dal di fuori, senza la quale tutta la costruzione logica alla radice dell'Euro cade come un castello di carte. Dobbiamo recuperare la piena sovranità economica e monetaria, di modo da poterla orientare verso la piena occupazione, il pieno sostentamento di tutti i cittadini, il recupero del territorio (non certo a buttare i soldi in mostri del genere, insomma) e del patrimonio abitativo, anche tramite un piano energetico alternativo. E siamo perfettamente in grado di esprimere una nuova classe politica che possa gestire questa recuperata sovranità in modo non clientelare, non corrivo alla malavita e al malaffare, quindi efficiente. Ci siamo quasi. Non lasciatevi distrarre.
Ed ora gli approfondimenti e gli esempi promessi:
  • Alleva, ovvero un giuslavorista che vi spiega perché e percome il jobs act è la peggior legge italiana degli ultimi 50 anni, altro che le cazzate che vi raccontavano al tg, e Michele, ovvero uno che con le parole e purtroppo coi fatti ve lo ha fatto capire ancora meglio;
  • Martinez, ovvero lo stesso tema del lavoro che sparisce, buttato in (amarissima) satira;
  • Corlazzoli, ovvero i prevedibili retroscena della genialata sull'alternanza scuola/lavoro, li possino cecalli;
  • Viale, ovvero una firma del Manifesto che vi spiega la questione taxi/Uber un po' meglio di come ve la raccontano i media ("i fascisti retrogradi non a caso sostenuti dai populisti grillini contro la modernità a favore degli utenti");
  • Brusini, ovvero cosa si nasconde dietro quelle che vi presentano come meravigliose innovazioni che quasi reintroducono la pensione di anzianità: un lavorìo neanche troppo nascosto verso la privatizzazione di quello che resta del welfare, per giunta a favore dei soliti amici degli amici;
  • Grazzini, ovvero adesso persino nella famiglia di Repubblica si comincia a fare largo l'ipotesi che uscire dall'Euro non solo si può, ma non sarebbe nemmeno sta gran tragedia che vi racconta la televisione;
  • il SIRE, ovvero qualcosa si può fare anche senza uscire dall'Euro, pensate un po' (e quelli di Monetapositiva sanno anche spiegarvi come e perchè);
  • Zerohedge, ovvero come e perché dopo Trump ci siamo ridotti a dover fare il tifo perché anche in Francia vinca una fascistona: con la LePen sarebbe la fine dell'Euro, e non sarebbe mai abbastanza presto.

lunedì 6 marzo 2017

CORCHÈ E GATTÒ

Con la farina al posto del pangrattato vengono più
brutte, lo ammetto, ma (fidatevi) tanto più buone.
Crocchette di patate
Lessa le patate, sbucciale e schiacciale, poi lasciale a raffreddare fino a quando riesci a toccarle con le mani; allora impastale con le uova, abbondante prezzemolo e uno spicchio d’aglio tritati, abbondante parmigiano grattugiato, un filo d’olio d’oliva, sale.
Quando l’impasto è omogeneo e compatto, bagnandoti le mani nella farina, prendine un quantitativo sufficiente a formare un cilindro di un paio di centimetri scarsi di diametro, e schiaccialo in modo da fare un bastoncino alto un centimetro e largo due circa, la lunghezza non importa, da intingere bene nella farina da entrambi i lati e friggere in padella a fuoco alto molto rapidamente girandolo e togliendolo dall’olio, e poi asciugare su carta.

Ingredienti
  • un chilo di patate
  • olio extravergine d’oliva
  • sale
  • 2 uova
  • prezzemolo
  • uno spicchio d’aglio
  • parmigiano grattugiato
  • farina 00
Bbugghi i patati, mundili, scacciali, e lassili mi si rrifriddanu.
Quandu su ffriddi, mpastali cu ddu ova, na uccia r’ogghiu, ‘u sali, nu bbellu pocu ‘i parmiggianu e i putrusinu, e n’agghiu fattu finu finu.
Quandu ‘u mpastu non ti ‘mpiccia nt’e mani è ffattu. Bbagniti i mani nt’a farina e ffalli a fforma longulita ‘nu pocu scacciati. Bbagnili nt’a farina e ffrijli prestu prestu ntall’ogghiu: bbasta ‘na vutata e ‘na ggirata. Sciùghili nt’a carta e mangiatilli caddhi caddhi.
...
Mi raccomando, se avete tempo e manualità, niente
forno: completate la cottura in padella, è più buono.
Gateau di patate
Lessa le patate e due uova. Fatto l’impasto come quello delle crocchette, prepara una padella con un filo d’olio e una spolverata di pangrattato, sistema uno strato d’impasto alto un centimetro abbondante, cospargi a pioggia di uova sode tagliate a pezzetti, provola o mozzarella a piccoli dadini, fettine di salame o di prosciutto cotto, e fai un altro strato uguale al primo di patate. Copri con uno strato sottile di pangrattato, e guarnisci con un filo d’olio. Friggi a fiamma bassissima, spostando e scuotendo spesso la padella, e dopo qualche minuto capovolgi il gaetau con l’aiuto di un piatto piano, rimetti un filo d’olio e una spolverata di pangrattato in padella, e friggilo dall’altro lato.
In alternativa, è possibile sistemare il tutto in una teglia, e cuocere in forno già caldo a 200° per venti minuti circa.

Ingredienti
  • 1 chilo di patate
  • olio extravergine d’oliva
  • sale
  • pangrattato
  • provola o mozzarella
  • salame o prosciutto cotto
  • 4 uova
  • prezzemolo
  • uno spicchio d’aglio
  • parmigiano grattugiato
Bugghi i patati e mpastali comu quandu fai i corchè. Fai ddu soli e nto menzu nci menti na stampa ‘i provula, o puramenti ‘i mozzarella, ddu ova bbugghiuti, e si vvoi ‘u pruciuttu, o ‘u salami ch’è cchiù bbellu, tagghiati fini fini.
‘U po’ fari frittu nta pareddha, o puramenti o’ furnu nta nu rrotu, sempri cu nu filu r’ogghiu e un pocu ‘i muddhica i sutta e i supra. S’u fai frittu, ll’ha’ ffari a ffocu mbasciu, e ha’ spostari e nnacarìari paru paru a pareddha non mi si mpigghia, e poi ll’ha’ vutari c’u piattu a ttipu frittata. S’u fai o’ furnu, quandu ‘a muddhica è ndorata è ffattu.

sabato 4 marzo 2017

BUON COMPLEANNO, LUCIO

Dalla prima del '77 non scriveva i testi delle proprie canzoni. Quindi questa sfolgorante visione
profetica dei quarant'anni a venire è uno dei primi che ha scritto. Ecco cosa diavolo è il genio.
Visto al cinema un piccolo capolavoro. Sarà che se si parla di un artista che hai sempre amato può capitare di arrivare con le corde emozionali già titillate, ma no, anzi: semmai, se uno si porta aspettative alte, è più probabile che rimanga deluso. Invece, in Caro Lucio ti scrivo l'idea è buona e davvero originale (peraltro scopro che nasce a teatro), e la realizzazione cinematografica davvero senza sbavature. Si, ci sono dei cali di tensione, ma d'altra parte mantenere per tutto il film livelli di commotività simili ad episodi come quello legato a Com'è profondo il mare sarebbe risultato insostenibile anche per gente con la scorza dura. E siccome mi accorgo di avervi spoilerato già troppo mi fermo qui.
Due cose ancora, però.
La prima è: anche se magari prima o poi lo fanno in tivù, sbrigatevi che è nelle sale, e manco dappertutto, solo fino all'8 marzo.
Per l'altra devo farvi un'altra anticipazione, per cui semmai non leggete oltre. Nel film Lucio non c'è. Però c'è. E delle canzoni ci sono solo segmenti, squarci, lampi. Però bastano. Bastano a ricordarti che Lucio c'è, c'è sempre. E' rimasto nella tua anima in un angolino e te lo porterai appresso finché campi. Perché magari non ci pensi più, ad andare a prendere quel vinile o quel cd, o a metterti i suoi brani nella playlist, come si usa oggi. Ma poi ne ascolti un pezzettino, di una qualunque delle sue dei tempi d'oro, e ti si apre il cuore. E scopri che la sai ancora tutta. E poi pensi: ma se a Dylan hanno dato il Nobel, per carità giusto non voglio dire niente, a Dalla, a Dalla che le sue canzoni erano già film nella sua testa prima di diventarlo nelle nostre, a Dalla che ha scritto la più bella sigla televisiva per il cinema, a Dalla che ha ispirato questo che non è un documentario ma nemmeno un vero film, per questo film (ora non so nemmeno se visti i regolamenti eccetera eccetera si può candidare per l'anno prossimo) un Oscar glielo vogliamo dare? eccheccavolo!...

mercoledì 1 marzo 2017

DJ FABO? FORA GABBU!

C'è un'antinomia, nel concetto di tolleranza: come bisogna essere nei confronti degli intolleranti? Intolleranti, esatto. Appunto. Se si tollera che gli intolleranti esercitino la loro intolleranza finirà che loro toglieranno di mezzo la tolleranza e/o chi si ostina a esercitarla.
Col concetto di libertà le cose si fanno più complicate: dal concetto liberale, immediatamente comprensibile da chiunque per quanto già esso difficile da attuare in concreto, per cui la libertà di ciascuno trova il suo limite oggettivo nella libertà altrui, passando per il concetto democratico che presuppone una parità di poteri nell'esercizio della partecipazione (da Rousseau a Gaber), si arriva al concetto di libertà sostanziale che presuppone anche la parità di condizioni di partenza, e cioè ad esempio l'attuazione del famigerato quanto sempre più disatteso articolo 3 della nostra Costituzione, senza cui la libertà dei due concetti precedenti è vana e anzi suona come una colossale presa per il culo.
Nonostante ciò, è sufficiente limitarsi al concetto liberale di libertà per seguire il ragionamento che scaturisce, e forse serve a inquadrare meglio, dall'argomento più seguito della cronaca di questi giorni: il suicidio assistito, per dire pane al pane e eutanasia a eutanasia, di DJ Fabo.
Del caso in questione non dico nulla, perché ne parlano già tutti e perché essenzialmente sono cazzi suoi di cui parlando da fuori della sua testa si possono dire solo minchiate. Ma è proprio il bailamme che ha scatenato, proprio il fatto stesso che una questione essenzialmente privata debba diventare un caso da discutere all'infinito e spesso a pene di segugio (anzi prima ancora debba diventare un caso pubblico anziché poter essere risolta nel suo alveo naturale), a dover essere discusso, perché è dalla distanza tra queste cose come le viviamo e come invece dovrebbero essere vissute che si misura la distanza tra la nostra sedicente democrazia e una effettiva.
Allora io faccio un ulteriore passo avanti. Parlo di suicidio senza attributi, visto che tra l'altro oggi chi aiuta qualcuno a morire con dignità viene imputato di "istigazione al suicidio" tout-court. E parlo con una qualche cognizione di causa, anche se credo che chiunque possa vantare se non un vissuto di tentazioni autodistruttive almeno un tentativo, riuscito o meno, presso la cerchia dei parenti o amici stretti. Per non parlare di certe pratiche - penso al fumo - che altro non sono che un suicidio "a rate". Insomma, sul suicidio ho sempre pensato, fin dall'adolescenza, che fosse indebito qualunque giudizio di valore da parte di chicchessia: chi parla di eroismo parla per se e per il coraggio che gli manca, chi all'estremo opposto di vigliaccheria parla per conto di presunte entità presunte superiori, ma nessuno parla con cognizione di causa.
C'è un modo di dire delle mie parti che descrive invece l'unica posizione secondo me legittima, e lo fa talmente bene da applicarsi peraltro anche a situazioni di segno opposto come l'omicidio, accidentale o meno (e a proposito del mostro giuridico dell'omicidio stradale, la cronaca recente ci fornisce un esempio in cui "o" diventa "e"): "non gabbu e non maravigghia", anche nell'espressione sintetica "fora gabbu". Si deve tradurre così: "non oso prendere in giro o meravigliarmi (stigmatizzare) questo comportamento, perché so che un giorno per chissà quali vie traverse potrebbe essere il mio, anche se al momento è quanto di più lontano immaginabile dalle mie corde". Per questa ragione, penso male di chi osa pensare e dire male (con ciò sottintendendo "a me non potrebbe capitare mai"), ad esempio di quel genitore che ha scordato il figlioletto in auto sotto al sole. Osservo, e mi dico "non gabbu e non maravigghia!".
Con questa lunga premessa, capiamo meglio perché in Italia non abbiamo ancora, e forse (ma spero di essere smentito) non avremo mai, una legge che disciplini il suicidio assistito o in genere l'eutanasia (che non è una parolaccia, significa "buona morte"), e anzi neanche una che regolamenti il testamento biologico, che sarebbe questione molto meno controversa essendo addirittura sancito in Costituzione (e leggetevelo bene, l'articolo 32, prima di fare il coro alla prossima crociata per la vaccinazione obbligatoria universale per conto e negli interessi di Bill Gates e soci!) il diritto a non essere sottoposti a un trattamento sanitario contro la propria volontà. Si preferisce, nel Belpaese, l'ipocrisia di praticare nei fatti (a ogni livello: ricordatevi di Wojtyla) tutte e tre le cose senza averle rese legittime per l'Ordinamento. Perché in Italia nessuno può fare a meno dei voti cattolici, e quindi è difficile che un partito in Italia manifesti posizioni apertamente antitetiche a quelle ufficiali della Chiesa. Ma questa è una spiegazione macro, a me oggi interessa il micro.
Mi interessa prendere le distanze da chiunque ritenga di essere depositario di una Morale superiore, al punto di avere il diritto di imporla anche a chi non la pensa come lui. Perché è la religione, ogni religione monoteista che condivida il primo comandamento di quella ebraica, ad essere empia. E' empio pensare che il tuo dio è l'unico dio, e da questa empietà primigenia derivano tutte le altre. Perché è consequenziale a questa affermazione identitaria il ritenere che gli insegnamenti morali ricevuti siano da imporre a tutti gli altri, anche a chi ne ha ricevuti di diametralmente opposti e anche a chi ci ha tenuto a rifiutare quelli ricevuti in quanto tali per invece costruirsi da sé il proprio impianto valoriale (che magari ne ricomprende alcuni). Si, è il famoso relativismo culturale tanto inviso a Ratzinger, come anche a Wojtyla e Bergoglio che però sono di ben altra furbizia e lo citano meno. E non è vero che la sua conseguenza logica è la paralisi, e la deriva morale della società. Tutt'altro. Perché un criterio c'è: tolleranza con tutti tranne che con gli intolleranti.
Seguendo questo criterio, sarebbe semplicissimo stilare una legge sul testamento biologico, sull'eutanasia, sul suicidio assistito, perché la sintassi sarebbe come per quella sul divorzio e sull'aborto: nessuno in base a quelle leggi ti costringe a divorziare o abortire, chi vuole può farlo secondo legge, chi non vuole può non farlo come se la legge non ci fosse. La mia libertà arriva fino a dove non calpesta la tua, non un millimetro avanti. Ma neanche un millimetro dietro.

venerdì 24 febbraio 2017

BYE BYE PARTITO-BESTEMMIA

Tra i tanti errori di valutazione commessi in una vita di interessi politici, posso almeno vantarmi, e per fortuna nell'era di Internet fornendo prove, di non aver mai creduto nemmeno per un nanosecondo alla bontà del progetto PD. Ho subito pensato, e scritto, alla prima uscita di Uolli, che era una minchiata così solenne da essere quasi incredibile fosse venuta in mente a qualcuno che faceva il politico di mestiere, e che il primo risultato che avrebbe prodotto sarebbe stata la caduta del governo Prodi, cosa che si è puntualmente verificata in capo a pochi mesi. A chi sfugge il nesso con il "tradimento" di Mastella, ricordo che dichiarare "correremo da soli alle prossime elezioni" quando in teoria a quelle mancavano tre anni e passa non può non essere letto dai partitini propri alleati come "abbiamo intenzione di votare il prima possibile, scaricandovi". Ma non era questa la peggiore fallacia del ragionamento veltroniano: fosse stato il neopartito davvero in grado di sbancare le urne, infatti, la cosa avrebbe avuto pure un suo senso. Ma per capire che non lo fosse bastava la semplice considerazione che l'anno prima, proprio alla vigilia delle elezioni, Berlusconi aveva reintrodotto il proporzionale, e uno avvelenato, proprio per depotenziare la probabile vittoria prodiana, come in effetti era stato. Più la legge elettorale è maggioritaria, più conviene che i partiti si federino e si uniscano, più è proporzionale, più conviene il contrario, specie se le componenti ad unirsi pescano su elettorati fortemente identitari, e di identità molto diverse, come era per postcomunisti e postdemocristi nel 2007.
La rievocazione storica è stata così dettagliata perché così c'è meno bisogno di spiegare la cronaca: non vi fate illusioni, il PD si divide, e lo fa proprio adesso, perché i suoi vertici attuali sono più furbi di Veltroni, e vabbé non ci voleva tanto: la Corte Costituzionale ha lasciato in piedi un meccanismo che favorisce le aggregazioni solo se sono in grado di arrivare al 40%, e il PD oggi non lo è, lo sapevano pure quelli che proclamavano il contrario. Quindi la scissione è un estremo tentativo di arginare l'emorragia di voti: ad esempio di quelli di sinistra-sinistra che ancora l'ultima volta avevano resistito a votarli e ora con il jobs act la buona scuola il referendum proprio non avrebbero potuto, che adesso magari anziché non votare o peggio arrendersi e votare il m5s avranno un loro partito "de sinistra" in cui convergere. Che poi sarà perfettamente disponibile per un governo col PD renziano che continui l'opera di smantellamento della democrazia italiana su mandato del capitalismo multinazionale, magari condendolo con una nuova legge a favore dei gay o degli immigrati così stanno buoni mentre inghiottono il prossimo diktat europeo.
Come vedete, non se ne esce se non portando al 40% Grillo e i suoi. Con tutte le contraddizioni e le ingenuità che gli volete attribuire. Se non lo capite peggio per voi, anzi per tutti.
Se vi serve ancora qualche argomento, eccovi:
  • Scanzi che elenca ben dieci considerazioni sulla scissioncina in corso;
  • Blondet, che rappresenta con lucidità i piddini come oligarchia corrotta e autoreferenziale:
  • Spadini che spiega le radici del male e fa le quote sugli scenari.
A proposito, possa il PD morire tra mille sofferenze, almeno simili a quelle che ha provocato alla gente comune la sua sciagurata opera di killeraggio. Possa esplodere in mille rivoli, di modo che presto si tenda a dimenticarsi della sua trista e breve parabola. Ma possa invece non dimenticarsi mai la lezione che ne viene: non fidarsi dei falsi amici, di quelli che mentono sapendo di mentire e di quelli che gli fanno il coro ignavi. L'odio della memoria per questo esperimento mostruoso e truffaldino non sarà mai abbastanza.