NATALE IN CASA CAFIERO

E poi alla fine tutto va al posto suo.
A tutti noi è capitato nella vita che le cose girino, bene o male non si sa, ma non si riesce a indovinarne l'ordine. Non stanno mai ferme, sono come irrequiete: ma come? prima avevo solo voglia di fare le cover dei Dire Straits avant'ieri solo cose mie ieri al limite suonare con lui prima che vada via per sempre oggi non mi andava di fare niente e stasera sono qui e mi sento al posto mio? Di più, in un posto che è sempre stato mio e non faceva che aspettarmi!
E' questo che passava per la testa alla cavea strapiena dell'auditorium romano ieri sera, o meglio era questo che tutti eravamo convinti passasse per la testa a Cristiano De Andrè. Uno che oggi ha gli anni che il padre a quell'età aveva già fatto tutto.
Non deve essere facile nascere "figlio di". Certo, ci ha i suoi bei vantaggi, ma poi però non sono tutte rose e fiori. Ti ritrovi proiettato nella stessa arte di tuo padre o tua madre per inerzia, per l'aria che si respira a casa. E se davvero vuoi farne la tua strada, allora ce l'hai spianata, mica come tutti gli altri che devono sgomitare quasi senza speranza, mica come il genitore che ci è arrivato proprio così, a dispetto della sorte e grazie a un perfetto mix di fortuna e determinazione. Ma per uno che si accomoda su questo percorso, un tognazzino per intenderci, mille altri scoprono che è tutt'altro che vogliono fare nella vita, e altri mille fanno altro apposta per distinguersi, abbandonando per tigna magari proprio la strada a cui erano predestinati. Perchè la crescita è separazione, e l'autostima spesso dipende da cosa riesci a fare da solo, con la bici a cui papà ha appena levato le rotelle.
C'è un caso su mille in cui è il padre il bozzetto e il figlio il capolavoro del dio che dipinge le cose: Valentino Rossi lo ha sempre saputo e infatti il padre motociclista lo chiama Graziano non "papà". Ma se sei figlio di Leonardo Da Vinci e hai un po' d'amor proprio, piuttosto che copie della Gioconda fai quadri astratti o magari l'imbianchino (il figlio di Ivano Fossati suona la batteria per papà) se proprio vuoi ancora avere a che fare coi pennelli.
Insomma, ti arrendi: non puoi arrivare a quel livello. Se superi i contraccolpi della botta, hai tre strade: la prima è fare tutt'altro, la seconda restare nel campo ma cercando a tutti i costi di distinguerti. Ma se sei il figlio di Eduardo De Filippo e sai recitare, e magari gli somigli, prima o dopo intraprendi la terza: devi tenere viva l'incredibile perfezione dell'arte di tuo padre, continuare a rappresentarne il miracolo. Altri lo faranno se non lo fai tu, altri lo fanno anche se lo fai tu, ma nessuno può farlo meglio di te. Tocca a te, arrenditi.
Deve essere stata questa la sostanza dei discorsi che voci dentro e fuori di lui hanno fatto a Cristiano negli ultimi dieci anni. Anni in cui Faber lo hanno cantato tutti ma proprio tutti, non solo le miriadi di cover band, non solo gli artisti che partecipano al premio De Andrè che tutti gli anni va in scena alla Magliana sotto gli occhi bellissimi e attenti di Dori Ghezzi, non solo i tantissimi compagni di viaggio di Fabrizio, uno che è stato così grande anche perchè conosceva i propri limiti e si faceva affiancare da musicisti veri che ne hanno fatto la poliedrica cifra stilistica (Reverberi, Piovani, Battiato, DeGregori, Bubola, la PFM, Pagani, Fossati). Tutti: da Jannacci (occhio che Paolo sta a Enzo come Cristiano a Fabrizio, tra l'altro...) che dalla morte di Faber si è ripresa Via del Campo, alla Bandabardò che nell'ultimo tour fa Un ottico, passando per Morgan che ha toccando il vertice della sua carriera rifacendo tutta Spoon river. Un bellissimo marasma, insomma, in cui noi tantissimi orfani di Fabrizio sguazziamo per recuperare frammenti del nostro cuore.
Ecco perchè ieri sera era sold out, e lo sarà tutto il tour. Perchè ieri tutti eravamo li col cuore gonfio di gratitudine per questo figliol prodigo, questo bimbo con quasi la stessa faccia e quasi la stessa voce di papà che si è arreso per la seconda volta al suo destino. Che è quello di Luca De Filippo con Natale in casa cupiello e gli altri capolavori di Eduardo, lo sapevamo tutti, lo sapeva anche lui. Speriamo che non cambi idea: il repertorio del padre è tale da consentirgli spettacoli diversi per tutta la vita. Un anno potrebbe rifare tutta La buona novella, ieri clamorosamente assente dalla scaletta. L'anno dopo solo quelle nei vari dialetti, che fra l'altro gli vengono benissimo: a tratti chiudendo gli occhi sembrava che tutti, lì, avessimo sconfitto la Morte.
Poi, riaperti gli occhi, ci guardavamo in faccia increduli l'un l'altro ripetendoci mentalmente che è giusto così, è giusto: il figlio di Fabrizio sta facendo il suo dovere. Adesso ogni cosa è al suo posto.

TUTTE BELLISSIME

Visto stanotte su raitre, perchè sono anni che le uniche cose decenti in tivù le passa raitre di notte, il documentario Bellissime seconda parte. Dal 1960 ad oggi dalla parte di lei, presentato alla Mostra di Venezia nel 2006 e mai più visto in giro, o comunque non abbastanza se può essere sfuggito a un "cinofilo" come me.
La visione toglieva il sonno, perchè col minutaggio aumentava la rabbia e quindi l'adrenalina in circolo. Particolarmente inquietante è stato rivedere, tra l'altro, le manifestazioni di piazza delle donne e ragazze degli anni 70 a sostenere le loro battaglie di civiltà dita a triangolo sulla testa spesso caricate dalla polizia, la testimonianza della sopravvissuta al massacro del Circeo Donatella Colasanti e i filmati del processo, la faccia ancora magra di Cicciobello Rutelli giovane militante radicale (si lo so, non ci si crede...) al fianco di monumenti come Emma Bonino ma ancora di più Adele Faccio e Adelaide Aglietta. Perchè alle ragazzette che oggi riempiono le loro bacheche di Facebook di distillati di ovvietà come (ci vado adesso, in tempo reale) "quelle che adorano i vestitini", "niente nella vità è impossibile", "guardati dai falsi amici", "è inutile che mi squadri, non sei mejo te" (mi fermo qui perchè se leggo quelle sull'amore vomito) bisognerebbe ripetere ogni giorno:
  • che se sono libere di andare in giro con le mutande che escono dai jeans a vita bassa è merito di quelle brutte zecche che andavano in piazza a prendersi gli improperi dei benpensanti quando non le botte;
  • che fino al 1996 (!) la violenza sessuale era reato contro la morale e non contro la persona, e per un Izzo che prendeva l'ergastolo c'erano 100 che la facevano franca perchè poveretti lo avevano fatto in quanto "provocati", molti dei quali nemmeno venivano denunciati per non sottoporsi al massacro mediatico e sociale di un sistema culturale secondo cui la violentata era una "zoccola";
  • che anche oggi avete centinaia di volte più probabilità di essere violentate dal fidanzato/padre/marito/ex che da un romeno per strada, checchè ne dica l'informazione di regime, e che anche oggi se vi dovesse capitare questa disavventura sarete tentate di non denunciare il vostro aggressore per evitare il linciaccio sociale e mediatico che vi attenderebbe;
  • che se vostro marito non può più uccidervi e farla franca se gli avete "leso l'onore", se potete divorziare, se potete affrontare da sole con la vostra coscienza il dramma di un'eventuale interruzione di gravidanza ed eventualmente subirla in ospedale e non in condizioni sanitarie terribili, lo dovete ancora a quelle persone che hanno lottato per questo, resistendo agli attacchi a gamba tesa della chiesa e di tutte quelle altre istituzioni che vi vogliono non padrone del vostro destino;
  • che la legge 194 non è, come dicono i suoi irresponsabili detrattori, una legge "per" l'aborto, ma di fatto una legge "contro" l'aborto, perchè nella misura in cui è stata applicata ha ridotto drasticamente il numero delle interruzioni di gravidanza e laddove fosse applicata del tutto quasi le azzererebbe (criticità emergono infatti ancora per insufficienza dei consultori, eccesso di obiezioni di coscienza, al Sud e presso le povere immigrate).
Ma soprattutto ricordatevi che siete tutte bellissime, che il vostro corpo è l'interfaccia verso il mondo ma è il cervello l'organo più precipuamente sessuale, e quindi rifiutatevi di aderire a modelli estetici precostuiti, non ricorrete alla chirurgia se non per motivi di salute o casi estremi di inestetismo, mangiate bene ma non esagerate con le diete che a noi uomini piacete di più con un po' di ciccia specie se sotto c'è un corpo allenato, quindi fate sport, ballate, insomma sentitevi belle e lo sarete, sentitevi padrone di voi stesse e datevi a chi vi pare e solo a chi vi pare: uno in più è un peccato come uno in meno.
Negli anni 70 le donne si sono riprese la loro vita, voi salendo sulle loro spalle potreste prendervi il mondo. E sarebbe un mondo migliore, magari senza guerre. Invece aderendo a un modello culturale maschilista come quello messo su da Papi, anche quelle di voi che riescono a raggiungere posizioni di potere si comportano o come gli uomini o peggio come loro schiave.

EDUCAZIONE (SENTIMENTALE) CERCASI

Ne ho già parlato altre volte, ma è la dura cronaca che mi ci induce ancora: ieri un 43enne (uno che tempo fa aveva accoltellato l'allora moglie...) ha ucciso a colpi l'accetta la convivente 35enne e poi tentato il suicidio, e un 20enne ha sparato alla fidanzata 17enne e poi si è suicidato. Dietro la tragica simmetria rovesciata di questi due fattacci, statistiche spaventose che fanno del chiuso della coppia e della famiglia il luogo di gran lunga più pericoloso per una donna in Italia.
Non voglio ripetermi, e quindi sposto la mia attenzione dal piano delle istituzioni a quello psicologico: a me sembra - da non tecnico - si tratti di un contesto drammaticamente aggravato dall'analfabetismo (sentimentale) di ritorno da cui è affetta la nostra società. Che ha fatto fare molti passi indietro alla condizione femminile rispetto al terreno conquistato negli anni 60 e 70. Certo, non siamo tornati ancora al sistema organico "delitto d'onore / donna come proprietà prima del padre poi del marito / case chiuse", che d'altronde almeno aveva il vantaggio di un equilibrio consolidato all'interno del quale la donna aveva un suo ruolo principalmente subalterno ma per alcuni aspetti dominante e intoccabile. Si, proprio come nell'attuale società musulmana: è più squalificante imporre il velo o un modello estetico e culturale oggettificante? La cosa più grave è infatti proprio questa: questo modello è introiettato dalle donne nella nostra società, specie dalle ragazzine. Dalle persone che non hanno vissuto che in questa "società televisiva", vorrei dire generalizzando.
Quando tutto questo è cominciato lo sappiamo un po' tutti, ma ce lo mostrerà dal 4 settembre anche un film, Videocracy. Per la causa primaria invece bisognerebbe rileggersi Max Weber e poi interrogarsi sul rapporto tra morale cattolica (di cui tutti qui siamo permeati, anche i miscredenti, da 2 millenni...) ed etica italica. In questa intervista lo psicologo Galimberti vi fa cenno, mentre tenta di analizzare il Presidente del Consiglio e il suo consenso nonostante "non sia un santo"... E qui il cerchio si chiude con le recenti esultanze gelminiane per l'aumento del numero dei bocciati come metro del successo delle proprie riforme: stiamo parlando di scuola, e di come il suo progressivo abbandono in quanto formatrice valoriale in favore della televisione sia vicino ad essere la vera causa prima delle storture in cui rischiamo di annegare (a proposito, leggiamoci questo illuminante pezzo di Luca Ridolfi).
Non voglio e non posso dire che in un "mondo perfetto" in cui ciascuno si costruisca, educato fin da piccolo a farlo, il proprio sistema di valori in modo attento e consapevole, rifuggendo da qualunque altro gli venga calato dall'alto, chiesa o tivù che sia, e quindi fa sesso con chi gli pare e solo con chi gli pare, maschio o femmina che sia, e a prescindere da come vuole etichettare il rapporto che intercorre col partner, non ci saranno più crimini. La società è organismo complesso ed è molto difficile già capirne i meccanismi profondi figurarsi influenzarli. Ma se pensiamo a come sia stato possibile ridurre il nostro Paese allo status di terreno fertile per la riedizione in farsa delle dittature tragiche dell'anteguerra, grazie a una strategia precisa e concertata tra breve medio e lungo termine, possiamo dedurre che esista almeno in teoria una strategia opposta. E che sia compito nostro, di chi non si riconosce in un sistema di valori dove se non vuoi più stare con me meriti di morire e dove un bel corpo è uno strumento di carriera anche politica, almeno cominciare a immaginare questa strategia. Altro che gli sterili dibattiti in seno al dead-party-walking di Bersani e Franceschini....

TALVOLTA AGLI ANGELI VOLANDO CAPITA DI SFIORARSI COI PALLONCINI

Ieri davanti a Montecitorio ha raccolto parecchie centinaia tra attori registi e lavoratori dello spettacolo in genere una manifestazione contro i tagli al già risicato Fondo Unico per lo Spettacolo previsti dalla finanziaria. La presenza tra i manifestanti di esponenti notoriamente di destra come Luca Barbareschi e Gabriella Carlucci sgombra il campo dalle accuse di strumentalizzazione politica della faccenda, realmente da iscrivere nella preoccupazione che i tagli diano il colpo di grazia ad un settore già in difficoltà, oltre che riaffermare il luogo comune secondo cui "alla destra della cultura non gliene importa un fico secco".

Angelo Orlando era in piazza, che aria si respirava? e qual'è davvero la situazione dello spettacolo in Italia in questi anni?
Aria di funerale. C'erano delle bombole di azoto e si gonfiavano palloncini neri.
Eravamo in tanti, certo. Molti con la solita espressione incredula. Chi invece aveva la necessità di condividere le proprie paure, i propri timori, altri col sorriso di chi tutto sommato, questa era una giornata come tante, un'occasione per incontrarsi.
Attori, autori, registi, gente di spettacolo, ma non solo artisti, anche produttori, sindacalisti, impiegati della Rai, agenti teatrali, tutti col loro palloncino scuro legato all'occhiello della camicia o ad un passante della cinghia.
In cielo si vedevano tante macchie scure, perdersi nell'infinito. Erano i palloncini di chi aveva mollato la presa.
Simbolicamente, il palloncino nero ha un significato molto forte.
Essere artisti in Italia è così. Siamo palloncini che nel tempo, diventano sempre
più neri e ad un certo punto, quelli che proprio non ce la fanno, decidono di librarsi in aria,
scomparendo verso un destino fatto di mistero e libertà.

Tu hai un film recente, Sfiorarsi (qui il suo myspace) che ha faticato molto a trovare una distribuzione. Ha ricevuto i fondi del FUS o hai dovuto fare tutto da solo? E secondo te un prodotto del genere (commedia sentimentale sofisticata, ben girata e recitata - parere personale) avrebbe avuto più o meno problemi a emergere in un contesto diverso da quello italiano, che so francese o spagnolo?
Sfiorarsi ha avuto il riconoscimento di film d'interesse culturale nazionale. Siamo finiti poi in un buco legislativo per cui il finanziamento ci fu congelato, poi dimezzato del settanta per cento, poi ci fu tolto il fondo destinato alla distribuzione. Fui messo di fronte alla possibilità di partire con la lavorazione, riducendo i costi e le settimane di riprese, mi dissi: "perché no?" Una distribuzione arriverà dopo. Non è venuta. Più guardavo il film che avevo fatto e più mi chiedevo: "perché?"
Si affollavano anche i dubbi: "sarà venuto male. Ho fatto un brutto film". Inviai il dvd del film a diverse distribuzioni che non diedero mai una risposta, né negativa, né positiva. Semplicemente mi facevano provare l'ebbrezza dell'invisibilità.
La produzione poi scomparve, dichiarando: "I soldi sono finiti!". Lasciando in sospeso anche conti da saldare con il laboratorio di sviluppo e stampa che non mi faceva più accedere al negativo del film. Insomma un casino. Se non fosse stato che nel frattempo avevo creato con un collega regista (Tonino Zangardi) una società di distribuzione e soprattutto, se non ci fosse stato un caro amico che, dopo aver visto il film, contribuì economicamente al suo sblocco, Sfiorarsi non avrebbe avuto neanche il piccolo spazio che poi si è creato da solo. Nel frattempo arrivarono anche i festival, i premi, i riconoscimenti. Il dubbio che avevo fatto un brutto film scomparve. La gente alla fine delle proiezioni s'intratteneva a farci domande, a me, all'attrice protagonista e co-sceneggiatrice (Valentina Carnelutti).
So che non è finita.
Adesso, dopo questa esperienza, posso dire con certezza che è completamente inutile che lo Stato italiano finanzi dei film e poi lasci che le produzioni facciano scempio di questi finanziamenti. Il cinema italiano è stato sbranato da centinaia di produttori che hanno rosicchiato l'osso fino alla fine. Non è rimasto niente. Il cinema d'autore in questo paese ha bisogno di essere sostenuto dall'inizio alla fine. Servono leggi fatte senza tener conto del passato. Bisogna ripartire da meno di zero. Il pubblico deve essere educato di nuovo ad amare la verità. Il cinema è uno strumento potentissimo. E' l'unica espressione artistica che si avvicina alla realtà. Il cinema fatto con questo scopo può creare delle vere e proprie trasmutazioni emotive nell'inconscio dello spettatore. Lo può mettere di fronte a quella stessa crisi che stiamo vivendo ormai da anni e che ora è arrivata al punto di non ritorno. Per questo c'è chi ha paura del cinema. Per questo si colpisce il cinema italiano al cuore, eliminando il problema alla radice. Affondandolo definitivamente.
Ora però, io voglio dire una cosa. E' un messaggio di ottimismo. Le coscienze degli uomini (e sto parlando di uomini e non di artisti. Artista è qualcosa che caso mai può completare l'uomo) non possono essere tenute addormentate per l'eternità. Qualcosa di acceso c'è. Una fiamma che brilla esiste. Il presente è nostro amico. In questa tetra immagine che stiamo dando di fronte al mondo intero, c'è qualcosa di bello. E' che un seme comunque è stato gettato. Siamo scesi in piazza, ma non basta. Un vero cambiamento, se così possiamo chiamarlo, avverrà e deve avvenire gradualmente. Tenendo presente che tutti quanti abbiano e sentano qusto spirito di verità dentro di loro, devono uscire allo scoperto. Bisogna dire: "NON CI STO PIU' A VIVERE COSI'!" Il mio destino è quello di volare in alto ma non sotto forma di palloncino scuro.
Sono un artista e devono ESSERE COSE STRAORDINARIE a farmi volare in alto.
Di questo cambiamento potremmo accorgerci soltanto dopo tanto tempo. Bisogna vincere l'illusione di stare lavorando per questo scopo inutilmente. Questo periodo di crisi può darsi farà bene se si ha il coraggio di sentirsi per la prima volta un organismo unico. Purtroppo nessuno sente questa unità. Il paese è dilaniato dagli scandali e da una crisi che sta ben oltre la soglia di qualsiasi immaginazione. Molti pensano che gli artisti giochino e si divertino a non crescere mai. Un artista che sia davvero consapevole è un artista responsabile per sé e per gli altri. Un artista deve essere attento alla realtà che lo circonda. Purtroppo ci hanno spaventati a dovere. Un artista che ha paura smette di esserlo ed è una violenza. Perché essere artisti significa lottare per la verità.
Purtroppo si crolla al primo provino andato bene. "Ho ottenuto un ruolo e anche questo anno l'ho sfangata. Io sono salvo".
Non è più così. Non ce lo possiamo permettere. Recitare o scrivere ormai è la stessa cosa. Un artista deve essere un interprete consapevole. Il Fondo Unico per lo Spettacolo è stato amministrato così come è stato gestito il paese: con troppe ombre e soprattutto da quelli che si sono adattati a lavorare così, con una mentalità del prendere, prendere senza dare, riempirsi la pancia e non pensare che attorno a te c'è l'orrore della fame e della disperazione di chi non ha altra scelta che allentare la presa e volare in alto come un palloncino diventato troppo scuro per per potersi continuare a confondere con la merda in cui era immerso.

Non ci resta che andarcene - parafrasando Troisi, con cui hai girato lo splendido Speravo fosse amore invece era un calesse - quindi? E cosa consiglierebbe uno come te che ha rinunciato ai "giri giusti" (per qualche tempo ti si è visto da Costanzo, tanti anni fa, poi hai "smesso") a un ragazzo che volesse intraprendere questo tipo di carriera? Insomma, da noi chi non passa per Amici o il Grande fratello non ha speranze?
Tante volte mi sono soffermato a pensare alla mia vita comoda. Da Costanzo in televisone, neanche più stavo a contare i copioni che mi arrivavano e le proposte di lavoro. Era bello, ma non ero felice. Avevo delle idee. Avevo storie da raccontare in un modo diverso da quelle del comico intrattenitore. Mi sono chiesto mille volte se ho fatto o meno le scelte giuste nella mia vita. Ad ogni risposta negativa, mi accorgevo che me la consegnavano delle parti di me che desiderano ancora il successo facile e un conto in banca che non ti dà problemi, il posto sempre libero al ristorante e l'interesse degli altri a prima vista. Continuo questa strada fatta di grandi difficoltà, ma anche di grande soddisfazioni, come l'applauso del pubblico alla fine della proiezione di un film che sta imparando pian piano a fare i primi passi in questa realtà. Non lo so se chi non passa per Amici o il Grande Fratello non ha speranze in questo momento storico italiano, non lo so davvero. So però che è più dura e soprattutto, non è facile. Ma a me piace pensarla come il professor Keating nel film Dead Poets Society: "Ci teniamo tutti ad essere accettati, ma dovete credere che i vostri pensieri siano unici e vostri, anche se ad altri sembrano strani e impopolari, anche se il gregge dice: 'Non è beeeeee…' Come ha detto Frost: 'Due strade trovai nel bosco e io... io scelsi quella meno battuta. Ed è per questo che sono diverso!'"
Cosa significa andarsene?
Se non stiamo parlando della metafora dei palloncini neri che affrontano il loro ultimo viaggio verso l'ignoto, allora sì. Si può scegliere di andarsene: cambiare paese. Andarsene in Spagna, in Francia o da qualsiasi altra parte dove un artista non è considerato solo un eterno adolescente che ha bisogno di soldi per farlo star buono a giocare, potrebbe essere una scelta possibile, se affrontata con la giusta consapevolezza. Prima di andarsene però, l'ultima utopia che offro qui è una considerazione da far seguire poi da un'azione unica. STOP. Fermiamoci un attimo. Guardiamoci negli occhi. Pochi giorni fa, al Roma Fiction Fest, è successo qualcosa di molto importante. In polemica con il ministro Bondi per il mancato reintegro del FUS, l'attore Pierfrancesco Favino ha rifiutato di ritirare il suo premio come miglior attore di mini serie televisiva. Favino, ha fatto un gesto importante, ma non basta. Io penso che quello che bisognerebbe fare è andare oltre, meditare su uno STOP TOTALE. Il coraggio di Favino di non ritirare un premio (e posso assicurarvi che un attore ha bisogno come il pane di riconoscimenti e di premi che lo incoraggino ad andare avanti), è un gesto nobile, ma vi assicuro che per cambiare le cose, forse sarebbe ora di rifiutare non i premi, ma i lavori. Ce lo abbiamo questo coraggio? Se un attore rifiuta un ruolo ce ne stanno mille disposti a farlo dopo di lui. Il motto dovrebbe proprio essere questo: "DOPO FAVINO, IL BUIO".
Un mondo senza attori, senza autori (lo ripeto: recitare o scrivere è la stessa cosa) è un mondo senza luce. Un mondo morto. Quel palloncino nero che vola verso le nuvole è il nostro mondo, il nostro paese, la nostra Italia, ma non solo. Quel palloncino è la poesia che vola via dalla nostra anima. Ogni uomo è un artista se colora di verità i suoi giorni.

MA CHI TI HA DATO LA PATENTE?

Ho visto una cosa incredibile, per caso, al TG3 di ieri sera. Non sono riuscito a scaricare il filmato: forse per distinguersi, non usano i programmi di streaming che usano tutti gli altri, ma uno nativo Microsoft che va scaricato e installato, ma insomma è gratis e se quando lo fate siete accorti a deselezionare l'aggiornamento automatico, che con Bill Gates significa rotture di balle sicure, non dovreste avere problemi. Ma vale la pena, davvero, aprirlo ed andare al minuto 5.15: nel tratto fino al minuto 7.00 si vede la giornalista Francesca Lagorio intervistare microfonone in mano il responsabile area tecnica ACI Francesco Mazzone, a proposito degli ultimi incidenti stradali.
Non credo sia mai stato fatto un calcolo, ma credo si possa affermare con buona approssimazione che con i soldi che costano alla collettività si potrebbero realizzare servizi pubblici perfetti e gratuiti per tutti i cittadini. Invece si preferisce far finta di disincentivare l'uso dell'auto per invece realmente effettuare altri prelievi forzosi al contribuente - automobilista per forza, a meno che non accetti di impiegare il triplo del tempo per recarsi al lavoro con mezzi pubblici fatiscenti e strapieni, o confrontarsi per andare al sud con treni-scarto o aerei carissimi, ammesso che per la propria destinazione ce ne siano...
Insomma (è il capitalismo, baby!), con gli stessi soldi che una gestione avvedutamene pubblica della faccenda ci farebbero andare al lavoro e girare l'Italia gratis e salvi, si avvia una partita di giro con cui lavorano: i costruttori di autostrade e magari megaponti, i produttori di auto, le autoscuole, le varie polizie stradali, la sanità pubblica e privata, i percettori dei ricavi da multe, e una serie di soggetti collaterali come i produttori di diavolerie elettroniche per gli inutili controlli di velocità.
La velocità è infatti considerata superficialmente la principale causa degli incidenti. In realtà è sempre una concausa, perchè per ogni incidente esiste una velocità più bassa alla quale non sarebbe avvenuto e se fossimo tutti fermi non ce ne sarebbero, ma quasi mai la causa prima. Un'affermazione simile è tra l'altro una delle interessanti risposte fornite dall'intervistato nell'intervista di cui sopra:
D. quali sono le cause maggiori dell'incidente?
R. sicuramente la distrazione
D. quindi non è solo questione di velocità?
R. facciamo molte cose mentre guidiamo: parliamo al telefonino, mandiamo messaggi, cambiamo il cd...
E rilasciamo interviste. Si, perchè la cosa incredibile è che la lunga e interessante conversazione di cui vi ho appena riportato uno stralcio avviene mentre Mazzone guida, collo spugnone davanti alla faccia, con una mano sul volante e l'altra abbassata per consentire alla giornalista di porgergli il microfono, e oscillando di continuo con lo sguardo tra la strada e l'intervistatrice (è difficilissimo parlare con qualcuno senza guardarlo...). Giuro non me lo sto inventando: andate al minuto 5.15 e stupitevi anche voi...
Intanto finalmente si sono accorti che la patente a punti era la solita ammuina, e come tale ha avuto effetti solo fino a che la gente non si accorta di tale natura... I tutor sono già una cosa più seria degli autovelox, utili solo a fare cassa specie per i comuni orfani dell'ICI. Ma l'unica sarebbe davvero smettere di "vendere" le patenti, anche solo magari tornare agli esami come erano trent'anni fa. Ma in un paese dove non riusciamo a scontentare i tassisti, figuriamoci esautorare le scuole guida e minacciare il rilancio della Fiat...

MEZZOGIORNO SULLE ALPI

Il titolo è quello di uno splendido album di Alice, al secolo Carla Bissi, nordica.
Il pretesto è l'uscita di un rapporto Svimez che fotografa la situazione attuale del mezzogiorno d'Italia, da leggere attentamente se si ha tempo, altrimenti parecchio riportato nella stampa generalista in questi giorni (qui il corrierone) per via della notizia centrale: 700 mila nuovi emigrati dal Sud al Nord, esclusi quelli che lasciano la residenza giù e lavorano su (tantissimi, io ad esempio l'ho fatto per oltre dieci anni....).
Il tentativo impossibile è di trovare il motore immobile, la sintesi ultima della questione meridionale, la sua prima causa in una parola. Vorrei dire la mafia, o le mafie per via dei vari nomi che assume a seconda del territorio. Lo vorrei dire perchè dopodomani è l'anniversario della fine della speranza per il nostro Paese, non a caso l'inizio dell'era chiamiamola così della democrazia televisiva (e speriamo che la riapertura delle inchieste ne possa essere l'inizio della fine...). E lo vorrei dire anche se la speranza in realtà non muore mai, finchè c'è gente che la tiene in vita, come il fuoco dei cavernicoli per tutti i millenni in cui si era scoperto come conservarlo ma non ancora come accenderlo, come ad esempio questi di daSud. Ma la criminalità organizzata non è la causa prima: non era quella che è quando la questione meridionale sorse, è cambiata si è adattata ha proliferato come un tumore ogni qualvolta - tante - le condizioni glielo hanno concesso, come ad esempio con lo sbarco degli americani o con alcune combinazioni politiche, ma senza la questione meridionale rientrerebbe nella normale incidenza che il crimine ha più o meno in ogni civiltà complessa. No, deve essere qualcosa di più generale, che vale sempre in casi del genere.
Dalla fisica sappiamo che quando un sistema è chiuso i suoi elementi tendono a trovare un equilibrio interno. E che quando due sistemi chiusi vengono a contatto, formano un unico sistema che tende a ritrovare un suo nuovo equilibrio: immaginiamo due thermos uno di acqua calda e uno di acqua fredda, colleghiamoli e alla fine avremo un sistema di due thermos di acqua tiepida. Gli economisti classici, prima di Marx, avevano provato a spiegarla, sta cosa, ad esempio Ricardo per le merci con la sua teoria dei vantaggi comparati. Tento una sintesi estrema a costo di essere impreciso: se due sistemi economici prima separati entrano in contatto, si comportano come se fossero uno solo. Non si può pretendere che tra due sistemi circoli liberamente solo ciò che ci pare: se permettiamo alle merci e ai soldi di fare il giro del mondo, lo farà anche la forza lavoro. E' la globalizzazione la madre delle immigrazioni che noi stupidamente tentiamo di fermare con inumani respingimenti e patti sotto le tende. Perchè il mondo di oggi è esattamente quello che è stata l'Italia di ieri, dopo l'annessione violenta al Regno dei Savoia con tanto di esproprio del tesoro di Stato borbonico e concentramento dell'apparato industriale al Nord: un nuovo sistema unico dove le leggi di mercato lasciate colpevolmente e intenzionalmente a se stesse spingono i più disperati a muoversi per sopravvivere, per assoluta mancanza di alternative praticabili restando nei luoghi d'origine.
Il modello di sviluppo di cui stiamo sperimentando la crisi, che non sta affando finendo come è portato a credere chi si informa esclusivamente attingendo all'abbeveratoio dell'informazione di regime, molto probabilmente porterà ad una "recessione permanente", che sarà un male solo se la subiremo anzichè guidarla. Un nuovo localismo è forse l'unica soluzione possibile, nell'ambito di una "decrescita felice". Nel disco di Alice che da il titolo a questo pezzo, c'è un brano splendido che si chiama appunto La recessione: metto qui il video e sotto il testo. Che non è del 1992, l'anno di uscita del disco, ma di una ventina di anni prima: è una poesia scritta da un profeta vero, il cui assassinio è stato un altro duro colpo alla speranza di un mondo migliore. Si chiamava Pier Paolo Pasolini.


La recessione

Rivedremo calzoni coi rattoppi,
rossi tramonti sui borghi vuoti di macchine,
pieni di povera gente che sarà tornata da Torino o dalla Germania.
I vecchi saranno padroni dei loro muretti
come poltrone di senatori
e i bambini sapranno che la minestra è poca
e che cosa significa un pezzo di pane.
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte sentiremmo i grilli
o i tuoni
e forse
qualche giovane
tra quei pochi tornati al nido tirerà fuori un mandolino.
L'aria saprà di stracci bagnati, tutto sarà lontano,
treni e corriere passeranno
ogni tanto come in un sogno.
E città grandi come mondi
saranno piene di gente che va a piedi
con i vestiti grigi
e dentro gli occhi una domanda
che non è di soldi ma è solo d'amore,
soltanto d'amore.
Le piccole fabbriche
sul più bello di un prato verde
nella curva di un fiume
nel cuore di un vecchio bosco di querce
crolleranno un poco per sera,
muretto per muretto, lamiera per lamiera.
E gli antichi palazzi
saranno come montagne di pietra, soli e chiusi
com'erano una volta.
E la sera sarà più nera della fine del mondo
e di notte
sentiremmo i grilli o i tuoni.
L'aria saprà di stracci bagnati,
tutto sarà lontano,
treni e corriere passeranno
ogni tanto
come in un sogno.
E i banditi avranno i visi di una volta
coi capelli corti sul collo
e gli occhi di loro madre
pieni del nero delle notti di luna
e saranno armati solo di un coltello.
Lo zoccolo del cavallo
toccherà la terra
leggero come una farfalla
e ricorderà ciò che è stato il silenzio, il mondo,
e ciò che sarà.

PACE: RIPOSI IN

Curioso che il primo giorno del secondo anno di vita di questo blog sia stato proprio quello del Grande Sciopero della Rete contro il Ddl Alfano, che potrebbe decretare se applicato alla lettera la morte di questa e molte altre voci "paragiornalistiche". Ma vita e morte si toccano sempre, e questa coincidenza conferma l'assunto. Parliamo di morte, allora, riprendendo a postare finchè potremo, finchè cioè riusciremo a destreggiarci zigzagando ad evitare richieste di rettifica e sanzioni pecuniarie difficili da onorare o peggio.
La morte del giovane militare Alessandro Di Lisio in Afghanistan, innanzitutto, per urgenza di cronaca. Il ragazzo (secondo quanto riportato dai quotidiani) pochi giorni fa su Facebook scriveva che "la guerra è uno sporco lavoro ma qualcuno dovrà pur farla". Si tratta di un'affermazione gravissima anche se scherzosa, e soprattutto se detta in buona fede dimostra che nessuno gli ha spiegato che I SOLDATI ITALIANI LA GUERRA NON DEVONO FARLA. Punto e basta. L'articolo 11 della nostra Costituzione parla chiaro, infatti:
"L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo."
Tanto chiaro che per poter mandare i nostri ragazzi a uccidere e morire due volte in Iraq, e in mezzo nei Balcani e in Afghanistan, i politici si sono dovuti destreggiare in etichette e giri di parole grotteschi per definire quella cosa che a chiamarla col proprio nome dovrebbero essere tutti processati per attentato alla Costituzione. Ma hai voglia a chiamarle missioni di pace, i ragazzi che vi partecipano e talvolta putroppo vi muoiono lo sanno, che quella è guerra. Chissà se qualcuno pagherà mai per queste vittime, le poche nostre e le tante tra i popoli che andiamo ad "assistere"...
La morte del giovane tifoso laziale Gabriele Sandri, poi, tornata d'attualità per via della sentenza che ha visto condannato l'agente Spaccarotella a 6 anni per omicidio colposo, a fronte dei 14 per omicidio volontario chiesti dal PM. La cosa ha sollevato l'indignazione dei familiari e la rivolta degli ultrà: la prima è umanamente comprensibile, la seconda - data la nota connotazione politica dei tifosi laziali - suggerisce un accostamento. Il caso ha infatti alcuni punti di contatto con il G8 di Genova e l'uccisione di Carlo Giuliani da parte del carabiniere Placanica, pur essendo i contesti enormemente diversi: in entrambi i casi un tutore delle forze dell'ordine ha dimostrato come minimo scarsa lucidità nell'utilizzo delle armi, in entrambi i casi la difesa ha ritenuto di dimostrare perlomeno improbabili deviazioni dei proiettili da parte di un calcinaccio volante o della sottile maglia di una recinzione autostradale. Invece di tentare di dimostrare la volontà di uccidere (e perchè proprio di quei ragazzi, nei confronti proprio di quei ragazzi?), forse basterebbe che tutti, media generalisti per primi, sottolineassero come la selezione e l'addestramento delle forze dell'ordine sia un problema con un impatto primario nella questione sicurezza di cui ci si riempie la bocca solo quando bisogna dare addosso agli extracomunitari: in nessun caso dobbiamo aspettarci che un tutore dell'ordine spari ad altezza d'uomo da una corsia all'altra di un'autostrada, o che reagisca sparando in faccia a nostro figlio per paura che questi gli faccia del male centrandolo con un estintore attraverso i finestrini di una camionetta blindata. Questo dobbiamo pretendere dal Governo, forze dell'ordine ben selezionate, ben addestrate e ben pagate, non soldati per strada o ronde "civili", da cui è lecito attendersi siano ancora meno all'altezza della situazione.
La morte del giovane Partito Democratico, infine. Dopo lo scavo della fossa col caso-Grillo, che come in molti avevamo previsto si avvia a concludersi con la vigliacca esclusione a forza di pretesti del comico genovese dalle primarie, oggi papà Veltroni (che dal suo buen retiro continua a far danni) ha comprato la lapide, dichiarandone campione tra i padri nobili Bettino Craxi piuttosto che Enrico Berlinguer, cioè preferendo un ladro acclarato per sentenza a un onestuomo ammirato unanimemente. Riguardo alla fine prossima ventura del PD, i bookmakers non accettano più scommesse sul se e danno quote bassissime sul quando (entro il 2009), il Grande Inguacchio morirà, e accettano puntate solo sul chi, gli darà il colpo di grazia, pace all'anima sua...

ADERISCO!

Questo non è un blog quotidiano, e nemmeno un blog troppo seguito. Ma anche se nessuno sentirà la sua mancanza, domani non si sentirà la sua voce: aderisco allo sciopero organizzato da Diritto alla rete contro il Ddl Alfano e poi vado alla manifestazione delle 19 a Piazza Navona.

Non che speri molto nella riuscita dell'iniziativa: ci sentiamo tanti, ma siamo enormemente minoritari nella civiltà della televisione, quelli che fanno circolare o semplicemente seguono la controinformazione. Se però un giorno l'Italia dovesse tornare ad essere, o forse diventare, un Paese democratico, forse il popolo della rete, quelli che non si accontentano dell'informazione ottriata dal sovrano, passerà alla Storia per aver tenuto duro, novella Resistenza a una tragedia come il fascismo che come spesso accade si è ripresentata in farsa.
Alcuni di noi tentano di sfruttare il social networking per fare circolare la propria voce. Ma Facebook è un contesto stracarico di quello che in comunicazione si chiama rumore: arrivano cento richieste di adesione a gruppi inutili e spesso idioti per una che ha davvero un senso, cosicchè il tuo gruppo se ha un senso rischia di essere trattato come gli altri 99. Internet è un media freddo, richiede partecipazione attiva, ma strumenti come Facebook sono così semplici da usare che attirano utenti abituare ad usare media caldi come la tv, e quindi usano male questo strumento e in particolare la sua viralità, cioè la capacità di moltiplicazione intrinseca dei messaggi.
Intanto uno che invece Internet la sa usare eccome ha appena giocato il jolly: Grillo si è candidato alle primarie del PD. Ho spesso preso le distanze dal suo modo di fare politica, ma quasi tutti i difetti del suo agire dovranno essere dismessi dal comico genovese se davvero riesce a percorrere questa strada, restando intatti i pregi. Ragion per cui, se glielo lasciano fare (ma tenteranno di tutto per non farlo candidare, i maggiorenti dell'apparato hanno tutto da perdere da una sua segreteria sia se riesce a distruggere il partito sia se riesce a miracolarlo), io, per quello che vale, pur essendo stato un duro oppositore di questo progetto da ben prima che si dimostrasse come avevo previsto fallimentare, mi iscriverò al Partito Democratico e voterò Grillo alle primarie. Giuro.

FORZA VIOLAAAA!

Due anni fa di questi tempi si consumava il dramma sportivo della squadra di basket di Reggio Calabria, la Nuovo Basket Viola già Cestistica Piero Viola comunque per tutti sempre e solo Viola.
Quest'anno, tanto inattesa da lasciare quasi increduli, arriva la notizia dell'acquisizione di un titolo sportivo di B dilettanti, la ex B2, da parte della società che non era riuscita ad iscriversi due anni fa in legadue perdendo nel tentativo anche la possibilità di ripartire dalla serie inferiore, l'allora B1, e iscrivendo solo la propria scuola basket in serie D.
Lo scetticismo deriva dal fatto che chi ha seguito le vicende della Viola ne ha viste di così tanti colori che prima di cantare vittoria vuole vedere 5 omaccioni in canottiera neroarancio - come i colori di questo blog - calcare un parquet in una partita ufficiale. Così come facemmo in tanti un pomeriggio romano di qualche anno fa, al palazzetto di viale Tiziano, quando uno dei troppi salvataggi societari rocamboleschi culminò nella presenza in campo di 5 mercenari raffazzonati che beccarono la più pesante sconfitta della storia della pallacanestro professionista in Italia: eravamo felici di esserci, e fummo poi ripagati da un campionato fantastico e dall'avvio di un ciclo che a momenti ci portava allo scudetto.
A chi a questo punto dovesse chiedersi stranito cosa mai ci fa un post sportivo in un blog di solito invece concentrato sulla controinformazione, rimando a uno dei primi post, scritto per commentare altre chiusure drammatiche di parabole sportive: lì, nel lamentare un anno di silenzio dopo il delitto di averlo ucciso, si racconta un episodio che illustra significativamente cosa significava, il basket a Reggio Calabria.
Non che oggi la vita nella mia città d'origine sia semplice: resta in vetta alle statistiche di disoccupazione e quindi emigrazione interna, non ha ancora il gas e l'acqua potabile nelle case, non fosse per il vento sullo stretto sarebbe più inquinata di Atene anche perchè ha meno verde pubblico di un ipermercato, e la gente continua a perseguire più o meno legalmente ciascuno i propri interessi privati ignorando spesso il significato stesso di bene pubblico. Ma venti o trenta anni fa, in più, c'era un racket che faceva saltare ogni notte un ristorante o un negozio o un'auto, una guerra di mafia senza quartiere che ha lasciato centinaia di morti a tappezzare la mappa cittadina appunto in ogni rione, il venir meno da ciò derivante in chi non fosse almeno amico degli amici anche della semplice idea di intraprendere un'attività commerciale (e quindi la percezione di libera professione e concorso pubblico con connessa emigrazione come uniche alternative praticabili), e come una ciliegina sulla torta lo sfacelo urbanistico del centro storico a seguito di lavori ferroviari trentennali, a impedirne di fatto la fruizione da parte di noi ragazzi del tempo. Non a caso che è proprio la soluzione di quest'ultimo vulnus la metafora più visibile della "Primavera di Reggio" innescata dal compianto sindaco Falcomatà, professore comunista eletto con maggioranze bulgare in una città con l'animo di destra per manifesta superiorità di statura etica politica e pratica, il cui nome è rimasto associato proprio al lungomare già Matteotti.
Ebbene, in questi decenni di buio pesto incastonati tra la "rivolta" e la "primavera", in cui è mancata financo una giunta comunale che durasse più di qualche mese, tra una crisi politica un commissariamento e uno scandalo tangenti, l'unica luce fu rappresentata proprio dalla Cestistica Piero Viola, cui tutti ma dico tutti i giovani reggini si aggrappavano come a una scialuppa. La Reggina calcio navigava nelle serie minori, ai tempi, eppoi il calcio stava diventando un'altra cosa: da fattore sociale aggregativo e identitario a metafora della deriva autoritaria mercantilistica delinquenziale amorale del Paese.
Chi è responsabile di questa deriva, cominciata proprio dal calcio perchè costui lo ha scelto come grimaldello per via della sua popolarità, si capisce: ero milanista da bambino, grazie alle magie di Rivera, e divenni antiberlusconiano molto prima che l'attuale premier entrasse in politica, perchè avevo capito da quello che stava facendo al calcio quello che aveva intenzione di fare all'Italia senza avere ancora letto il Piano di Rinascita di Gelli.
Il basket segue altri valori. Fu attraversato, è vero, ad un certo punto dall'ubriacatura di soldi falsi connessa all'epopea craxiana, con De Michelis e alcuni magnati-magnoni come Ferruzzi impegnati in prima persona, ma la cosa durò poco e molte squadre rischiarono di esserne travolte, Viola compresa. In epoca più recente, magari solo grazie al suo status di sport minore, ha dimostrato discreta serietà, dimostrandosi inflessibile (di nuovo, a differenza del calcio, che avrebbe dovuto essere azzerato grazie a moggiopoli e invece forse anche a causa di un mondiale vinto è ancora lì a sprecare riciclare e diseducare i giovani) con realtà come non solo Reggio Calabria, ma su su fino a Pesaro e Virtus Bologna, che sarebbe come se il calcio avesse fatto sparire (per magari consentirgli di ripartire pulite davvero) realtà come Juventus e Milan, altro che i buffetti che gli hanno dato..
Ora la Viola, forse, riparte dalla quarta serie, dopo due anni nell'ultima. Come appunto hanno fatto Pesaro Bologna e altre realtà mal gestite. E' così che si fa. Non si fossero messi in mezzo i politici con salvataggi demagogici e quindi effimeri, tutta la parabola si sarebbe avviata prima e oggi forse sarebbe compiuta, con la Viola di nuovo al posto che gli compete cioè in serie A come Pesaro e Bologna. Speriamo succeda adesso, e che questo sia metafora di una nuova primavera reggina, anche se non ci sarà mai più un altro Italo Falcomatà.

MA CHE BEL TITOLO!

Condivido con gli amici di Stostretto e Nobili di Contrappunti (tra gli altri) l'avversione a un progetto, quello del Ponte sullo Stretto, che costituisce uno spreco di risorse così ingenti che impiegate diversamente non solo la stessa area ma forse anche le intere Calabria e Sicilia potrebbero vedere risolti molti dei loro problemi. Non solo, ma la sua realizzazione così com'è stata prevista sarebbe: uno sfacelo ambientale per le due sponde, un'immensa regalìa alle mafie, un assurdo in tema di geografia politica ed economica e ingegneria dei trasporti (attirerebbe traffico gommato anzichè incentivare lo spostamento di quello esistente sull'acqua), un inutile anello forte in una catena di anelli deboli dal punto di vista stradale e ferroviario, un cantiere eterno conoscendo i nostri polli, un cumulo di macerie al prossimo big one visto l'azzardo del tipo di progetto scelto e lo scarso margine di antisismicità adottato per necessità (con un margine serio i costi sarebbero saliti al punto da renderlo praticamente irrealizzabile, il ponte sospeso a campata unica).
Per questo motivo sono stato colpito innanzitutto dal titolo di questo libro in corso di pubblicazione: Sotto il ponte che non si farà, di Matteo Bottari, edito dalla Biblioteca del Cenide. Il Cenide, e qui lo si spiega bene, è proprio quella punta di continente che si propende verso la Sicilia a suggerire da millenni collegamenti più o meno fissi e mitologie più o meno fondate. La casa editrice omonima è una di quelle iniziative che tanti di noi meridionali emigrati sognano di fare per pagare alla propria coscienza il tributo di avere abbandonato la propria Terra Madre, debito che sentiamo tutti nonostante i fatti dicano che è lei la Medea dalle cui grinfie siamo fuggiti, e che però solo alcuni di noi riescono a realizzare: uno di questi è Domenico Cogliandro, architetto a Palermo ma da sempre e per sempre "cenidico" (si dirà così?). Il libro, di cui ho prenotato una copia (potete fare altrettanto scrivendo a infos@cenide.net) e che recensirò solo dopo averlo letto (ognuno ha i suoi vizi...), promette bene, e non solo per il titolo ben augurale: gli stralci anticipati promettono bene sia per stile che per argomenti, e in ogni caso si tratta della prima opera di narrativa ambientata sotto questi enormi pilastri, con in più il contributo di una evidentemente bravissima fotografa e del succitato architetto autoctono il cui punto di vista non vedo l'ora di conoscere.

LIBERTA' VO' CERCANDO CH'E SI' CARA...

Sono talmente presente su Facebook che ho fatto a tempo ad acchiappare la url che volevo: http://www.facebook.com/cugino. Ma ormai ogni volta che l'apro passo un bel po' di tempo a disattivare minchiate (test idioti, specialmente) dalla mia home page: si può, e meno male, ma è comunque una gran rottura di cabbasisi. Il problema però è un altro: il livello medio delle cose che si dicono. Per carità, non sto dicendo che dovrebbe diventare una cosa seriosa, e dire stronzate piace tanto anche a me. Ma non sono le facezie che ripugnano, no: è proprio il livello degli interventi che nelle intenzioni sono seri, il più preoccupante. La condivisione di commenti e filmati, peraltro, comporta che tu li vedi apparire più volte anche consecutive, e non puoi disattivarli, quelli. Il ristoratore cinese che picchia i cani, i cuccioli teneri, i bimbi dolci dolci con didascalie sdolcinate e scontate, e i vecchi proverbi su amore amicizia e massimi sistemi solo appena riscritti e riproposti in tutte le salse: non se ne può più.
Mi direte: non ci andare più! Ma il social networking è la piazza di oggi, e non andarci è come non esistere. Inoltre, nel panorama depresso dell'informazione odierna, e nel mare magno di Internet, se hai un blog e non gli fai un po' di pubblicità su facebook non lo legge nessuno. Infine, come si diceva una volta "il sistema si combatte dall'interno" e allora bisogna insistere nel tentativo di alzare il livello delle discussioni, hai visto mai troviamo anche noi il nostro Obama.
Che lo strumento sia potente, almeno in teoria, se ne sono accorti anche quelli che hanno tutto da perdere dalla libera circolazione delle idee, e infatti stanno tentando di tutto per imbrigliarlo. La legge che di fatto abolisce la libertà di stampa e di opinione in Italia è passata alla Camera a colpi di fiducia e stava per essere passata con le stesse modalità al Senato. Pare per che il Presidente Napolitano si sia finalmente svegliato dal letargo e abbia minacciato di non promulgarla se non viene sostanzialmente modificata. Una mossa irrituale, che alcuni ritengono addirittura controproducente e funzionale alla Casta: passasse la norma così com'è, dovrebbe essere dichiarata incostituzionale anche da una Corte con giudici che invitano a cena quelli le cui leggi dovrebbero giudicare (sic!).
Modificata in modo da poter passare, invece, la normativa consegnerebbe definitivamente il nostro Paese al novero di quelli non democratici e nemmeno liberali. Ha ragione Giufà: peggio della DDR, dove almeno in cambio della mancanza di libertà avevano un lavoro una casa e una Trabant garantiti, sentiremo solo le opinioni che piacciono al Capo (non c'è nessuna crisi), e verrà tappata la bocca ai disfattisti.
Buttiamola sul ridere, amaro, allora: leggete questa riscrittura della Costituzione tracciata dall'impagabile Carlo Bertani, specie l'articolo 21.
Il pezzo è finito, vado a postarlo su Facebook. Condividete questo, cabrones, non la solita frase fatta sulla "vera amicizia"! Altrimenti la libertà di stampa e di parola sarà presto come il diritto a un lavoro fisso: una cosa di cui i giovani non sanno nemmeno sia mai esistita...

QUEL CHE E' STATO E' STATO

Spiace davvero ogni volta dover ripetere le stesse cose, specie quando la gravità di certe tragedie ti fa venire una specie di pudore intimo. Ma poi ci pensi e ti dici che invece è giusto, è sacrosanto ogni volta, sperando che sia l'ultima, urlare che LE PRIVATIZZAZIONI NEL CAMPO DEI SERVIZI PER LORO NATURA PUBBLICI SONO SOLO FONTI DI SCIAGURE.
Si, lo so: non è un'idea di moda. Impera, invece, da un ventennio l'idea opposta: che quando un servizio pubblico presenta delle inefficienze, anzichè intervenire con strumenti legislativi disciplinari organizzativi economici appositi per riformarlo, lo si privatizza perchè si sa che la concorrenza sistema tutto. Un cavolo! La concorrenza sistema qualcosa, non tutto in ogni caso, solo dove per natura si può svolgere, e solo se, in questi limitati casi, la privatizzazione è inquadrata in un reticolo legislativo adatto a favorire parità di condizioni tra i concorrenti. Ad esempio, nei telefoni, se si fosse tenuta la proprietà pubblica della rete (invece regalata alla SIP quando diventò Telecom, e dal centrosinistra), e si fosse messo in piedi un antitrust serio, avremmo avuto tariffe basse e servizi ottimi. Così non è stato, ma pazienza: telefonare è importantissimo ma non sempre vitale.
Con le ferrovie abbiamo avuto parimenti la svendita a soggetti privati di un inestimabile patrimonio costruito col sangue dei nostri avi, linee stazioni edifici vari e territori annessi e connessi, ma anche con la proprietà pubblica della rete non si sarebbe risolto il problema: nessuna concorrenza è praticamente possibile sia per la natura del nostro territorio (per una compagnia svizzera è impossibile pensare di competere con Trenitalia sulla tratta jonica, ad esempio), sia per l'inconciliabilità dei fattori sicurezza e capillarità. Infatti, quel poco di concorrenza che è arrivata è stato nel nord, in settori come quello merci protagonista del disastro di ieri a Viareggio (un asse del carro spezzato! ma si può?...), e su tratte che si pagano da se come le frequentatissime rotte intermetropolitane (peraltro annaffiate da quel travaso senza fondo di risorse pubbliche, cioè di soldi nostri, che è l'inutile alta velocità), lasciando sempre più senza servizio molte rotte secondarie, e sulle altre - comprese quelle frequentatissime dai pendolari - lasciando girare materiale osceno per tutti gli aspetti, non ultima la sicurezza.
Chi non ci crede, si faccia un giro in treno, oppure guardi qui e qui le foto dei viaggiatori raccolte da Repubblica per un prossimo dossier, o ancora si studi un po' di storia più o meno recente in questo pezzo di Brioschi del 99, o in questo bel lavoro della Manente (richiede iscrizione ma è gratis), o ancora in questo articolo del 2007 di Antonella Randazzo.
Vediamo quanti altri disagi e morti occorrono prima che torni a farsi strada l'idea di ricreare le FFSS, un servizio pubblico che costituisca una sorta di sistema circolatorio del Paese, necessariamente capillare, coi profitti delle tratte frequentate a coprire le perdite delle altre, e il resto a carico della fiscalità generale. I fannulloni e i ladri ci sono già le leggi a punirli, basta che vengano applicate: le privatizzazioni non servono se non al lucro di pochi a danno della qualità della vita, e spesso della vita stessa, di tutti.

LA VITA COMINCIA...

Come fare quando vuoi mandare un pensiero pubblico a qualcuno che non ama i social , non è nemmeno su facebook , e forse nemmeno più segue ...