I RICORDI NON ESISTONO

Entrò nella stanza che ignorava, forse perchè voleva ignorare, in quali condizioni lo avrebbe trovato. Sabato sera si erano sentiti, come tutti i giorni negli ultimi anni, ma domenica invece della sua telefonata era arrivata quella che ne annunciava la perdita di conoscenza. Quindi prese il primo volo utile, ed arrivò al suo cospetto quasi ventiquattr'ore dopo quella telefonata: ebbene, per tutto quel tempo non era riuscito a disperarsi, non lo aveva pianto per morto, ma era stato un po' assorto in vari pensieri e un po' come congelato, ed insomma doveva avere raggiunto uno stato o di incoscienza o di tale consapevolezza che era pronto a tutto ed al contrario di tutto, quando varcò quella porta. Forse per questo motivo, quando lo vide sveglio e cosciente, che guardava la TV e muoveva le mani a mo' di balletto, i gomiti fermi appoggiati al letto ed i polsi roteanti, seguendo la musica di una trasmissione televisiva di gare di ballo, ebbene non si stupì. Anzi, fu subito pronto a dissimulare la sua preoccupazione facendo sembrare il suo arrivo, come poi scoprì essere stato già detto all'infermo per prepararlo alla sua venuta, perché per certe cose tra persone intelligenti non c’è bisogno di accordarsi, come connesso ad un normale anticipo delle ferie estive.
Ma l’uomo non era stupido neanche lui, e come vedette il figlio attraverso la soglia dovette pensare, come in un flash, “se questo si fa 1500 chilometri di prescia allora io sto proprio per morire!”. Un po’ per questo, un po’ per l’emozione di rivederlo (tout-court, o perché pensava di non rivederlo mai più), l’uomo, l’omone che è per ogni figlio il proprio padre, si fece piccino piccino in un singulto di lacrime. Ma il figlio continuò nello stesso stato di autocoscienza, e reagì ancora bene: un bacio e un abbraccio caldo ma non lungo, qualche parola giusta sussurrata (tipo “e chi c’intra ora ‘stu chiantillu? non fari accussì, si no mi ‘ndi vaju!”), e il tutto ben trattenendo le sue, di lacrime, che a loro volta premevano forte.
In quell'abbraccio, un ricordo prepotente si fece strada: di quando, quindici anni prima, aveva visto piangere la roccia, il padre di suo padre, un uomo quello sì duro, che mai avrebbe creduto capace di commozione. Ed infatti non di commozione si trattava, ma del pianto del bambino che resta sempre dentro ognuno di noi sempre uguale, sempre con la stessa voglia di stupore, sempre con la stessa paura di morire. Quel bambino che piange quando vede il proprio sangue attraverso la sbucciatura di un ginocchio, perché vi vede chiaramente, senza saperlo dire né pensare, il senso preciso della propria finitezza, della propria essenza caduca. Il nonno aveva quasi novant’anni, ed ancora si alzava di buon’ora e, vestito di tutto punto, si incamminava verso il bar del centro, passava un po’ di tempo seduto coi pochi amici rimasti, e poi di nuovo a piedi verso casa, passando magari a comprare il pane o, la domenica, dei dolci. Fu proprio in pasticceria che andò a prenderlo, ché lì si era rifugiato dalla calca di una processione che lo aveva fatto sentire male:
  • Nonnu, chi ti senti?
  • Portami ‘a casa! 
Aveva ancora il tono imperioso, e montò in macchina con le sue gambe, ma ai piedi delle scale di casa, una palazzina degli anni "30 a due piani senza ascensore, capì che non ce l’avrebbe fatta a salirle mai più, né forse a scenderle, e gemette. Gemette come un bimbo, un “…eeee!” tanto più straziante quanto strozzato nel tentativo di trattenerlo, e poi gemette ancora in braccio a lui, che lo portava su a casa come un bambino.
Fu un attimo, però, e la leggerezza del corpo di suo padre, così insolita in un uomo che prima della malattia pesava una novantina di chili, e così concreta pur nel semplice abbraccio rispetto al ricordo di quella dell’intero corpo di suo nonno, lo riportò al presente di un incontro che si trovò pronto a fare pur pensando di non poterlo più fare, l’incontro con suo padre in quanto persona e non solo in quanto corpo.
Due mesi prima la sua malattia, una cirrosi epatica che, come spesso capita, aveva sonnecchiato dentro di lui per un decennio prima di esplodere improvvisamente, a dispetto di un decennio di puntuali e puntigliosi controlli medici periodici, era appunto deflagrata in tutte le sue manifestazioni estreme, e gli aveva provocato dapprima un'emorragia all'esofago e poi, non si sa se di suo oppure proprio in conseguenza del trattamento antiemorragico, due infarti intestinali consecutivi, ognuno dei quali comportante un intervento chirurgico ad altissimo rischio di sopravvivenza. Durante ognuna di queste operazioni, susseguitesi a pochi giorni di distanza l'una dall'altra, lui e sua sorella, insieme con la seconda moglie di suo padre ed altri parenti stretti, come spesso capita hanno stazionato per ore fuori dalla sala operatoria cercando di prepararsi al peggio, per quanto è possibile farlo in casi del genere. Li vedi, nei film, piangere e disperarsi, o agitarsi o fare cazzate, e magari questi tipi esistono davvero, ma i nostri stavano li fuori muti a torcersi le viscere, senza un pensiero che riuscisse a compiersi, senza uno sguardo che riuscisse a incrociarsi con un altro per più di un attimo. Alla fine del primo intervento il chirurgo volle il figlio e il fratello dell'operato, nel suo studio, perché certe cose un uomo preferisce dirle ad altri uomini. Ma il ragazzo non credette ancora al suono di quelle parole, almeno fino a che suo padre, un paio di giorni dopo, quando sembrava avere superato l’intervento, finì di nuovo, e d’urgenza, sotto i ferri. Allora la prospettiva sembrò chiarirsi di botto, e con essa emerse dentro di lui, e con altrettanta chiarezza, quella parte di valori che condivideva con suo padre. Fu in quel momento che incontrò il luminare, l'epatologo di così chiara fama da far parte della Commissione nazionale dei trapianti, nel corridoio:
  • Professore, mi scusi, ma sa, volevo dirle, insomma, tutto questo dolore, e la dignità umana, e allora io conosco mio padre, e insomma so che preferirebbe… non fraintendetemi, ma… ne esce? E se ne esce come ne esce?
  • Ascolti, io capisco il suo dolore di figlio, ma noi dobbiamo tentare tutto quello che c’è da tentare, e dobbiamo cercare tutti di capire dove finisce la preoccupazione per l’altro e comincia il nostro egoismo… 
“Cioè io sarei egoista a voler fare smettere di soffrire mio padre, lo vorrei perché voglio smettere di soffrire io, mentre lui adesso, checché ne diceva prima, è disposto a pagarne il prezzo per una possibilità su un milione di uscirne?!” si trovò a pensare dopo quel colloquio, e durante tutta l’attesa del secondo intervento di resezione intestinale. Fattostà che il nuovo decorso fu eccezionalmente buono, e di lì a poco il malato era così autonomo da non ritenersi ancora necessaria la presenza di assistenza familiare continua.
  • Bastiamo noi, torna al lavoro che papà tanto tra un po’ lo mandano a casa!
  • Sicura? Guarda che io…
  • Tranquillo, eppoi ci sentiamo tutti i giorni, ti sentirai con lui direttamente come sempre, e comunque se ci sono problemi te lo dico…
Ed eccoli qui che passato un mesetto c’erano stati, i problemi, e glielo avevano detto… Ora lui era lì, molto più deperito di come lo aveva lasciato, ma sveglio, e vivace:
  • Aund’è a zita?
  • Quali zita, papà?
  • L’urtima, chidda bbona, jata! Disgraziatu, chi facisti? ambeci mi t’a mariti a rassasti?
  • Si fissatu cu stu maritari! Eppoi nd’aju una nova, ‘cchiu buntatusa, n’atru pocu i jorna scindi p’i ferji e t’a presentu!
Era sempre col sorriso sulle labbra, e quando un'infermiera, che al turno precedente l’aveva visto in coma, entrando non riuscì a trattenere un moto di stupore euforico nel vederlo sveglio, lui non si lasciò sfuggire l’occasione per ironizzarci su, rispondendo al suo “state meglio, allora?!”, con quel gesto meridionale in cui si rotea l'avambraccio con la mano a conca aperta e gli occhi sgranati che significa “una bellezza!”. Padre e figlio allora incrociarono gli sguardi in un cenno d’intesa, il solito sorriso sotto i baffi dei terroni che si capiscono senza parlarsi.
Il malato preferiva una donna, al suo capezzale la notte, e pazienza se non poteva essere sempre la moglie, che almeno una notte si e una no doveva dormire decentemente. Se l’era presa giovane, la seconda, dopo la separazione dalla prima, la madre dei suoi due figli grandi. Il maschio non gli aveva mai perdonato, in fondo, non tanto di averla messa incinta un paio di mesi dopo essere andato via da casa, quanto di non averglielo detto quando, durante un breve viaggio in macchina di padre e figlio da soli, lui gliene aveva dato modo introducendo l’argomento, ed anzi interrogandolo tanto esplicitamente quanto gli consentiva la sua scarsa conoscenza delle cose. Che gli costava essere sincero? Niente, in realtà, ma insomma ci sono delle circostanze in cui ci si trova ad essere un po’ più vili di quanto si vorrebbe, ed allora non glielo aveva perdonato, sì, ma nemmeno lo aveva mai biasimato più di tanto, forse per inconscia indulgenza benevolente, o ancora per la profonda consapevolezza di assomigliargli.
Chissà perché quella, poi, si era presa un uomo di trent'anni e passa più grande… Va bene che lui ne dimostrava quindici di meno di aspetto fisico, e ancora meno di spirito, ma doveva entrarci anche forse la maternità non prevista, un qualche calcolo di convenienza socioeconomica, e la classica ricerca della figura paterna. Che poi si sarebbe rilevata fin troppo rispondente, visto che anche il padre di lei qualche tempo prima era morto proprio di cirrosi. E quest’ultima cosa deve esserle passata più volte in mente, in una delle tante notti in cui si alternava con la figlia grande di lui al suo capezzale.
Le due donne, ovviamente, non si sopportavano: ma chi può comprendere cosa prova una ragazza di 21 anni a sapere che suo padre si è messo con una ragazza più giovane di lei, mentre intanto lei perdeva l’università appresso a una madre allettata dagli psicofarmaci a causa della separazione? Normale che anche lei allora avesse cercato di mettere ordine in un universo che le crollava addosso nel modo forse più semplice ma non certo meno doloroso e carico di problemi: si sposava e aveva una figlia da un uomo non così tanto ma comunque molto più grande di lei, una soluzione che se era tale si sarebbe saputo dopo vent'anni, ma che intanto avrebbe consentito a lei di rivelare presto a se stessa e al mondo di che pasta era fatta. Tanto forte che pareva una di quelle donne antiche che, smesso dopo innumerevoli gravidanze il ruolo di fattrici in prima persona, assumevano quello di aiutare a nascere e a morire tutto il villaggio. Accompagnare al mondo e via dal mondo.
Quella sera da un lato il paziente non stava poi tanto male, dall'altro il figlio protestava che visto che per fortuna la sua precipitosa venuta non aveva avuto l’atteso sbocco tragico almeno gli consentissero di assolvere la funzione di terzo turnista di notte, e andassero a dormire entrambe: così la vinse lui, e non sapeva cosa gli sarebbe costato.
Si attrezzò con una rivista di parole crociate di quelle difficili, una passionaccia ereditata come altre dal padre e dal nonno, col dubbio che non gli sarebbe bastata per tutta la notte; ma forse si, dai, forse avrebbe sonnecchiato ogni tanto! “Sicundu tìa aundi vài ‘sta parola?” avrebbe chiesto ogni tanto al padre per farlo partecipe se non aveva sonno, e magari davvero per farsi aiutare. E il padre non aveva sonno:
  • Pirchì non rinesciu mi dormu, stasira?
  • Faci caddu, papà, eppoi mi dissiru chi durmisti ‘n’ghiornu e menzu ‘i fila, è logicu chi ora non hai sonnu!
In realtà una tossina non più sintetizzata dal fegato gli era arrivata al cervello inducendolo al coma: per quello lui era stato chiamato. Quell'oggi però i medici avevano detto che di solito questo genere di crisi una volta superate non si ripresentano. Solo non bisognava dargli da bere.
  • Haiu siti, dammi ‘na stampa d’acqua!
  • Non pozzu, pà, dissiru non mi ‘mbivi!
  • Ma jeu ricu ‘na stampicedda, quantu mi mi bagnu i mussa!
  • Va bò, t’a rugnu, ma poi ‘a sputi!
  • Si, però dammìlla ‘i chidda fridda!
Si era attrezzato con un frigo da campeggio e delle bottigliette piene di ghiaccio che pian piano si scioglieva, ed aveva sfangato così quei due mesi estivi in un ospedale del Sud, praticamente un inferno in terra.
Nel porgere da bere al padre notò che l’addome era più gonfio del solito, e caldo:
  • papà, ti roli a panza?
  • No, pi nenti.
  • Sicuru? Ma ti brucia!
  • S’u toccu ch’i mani ‘u sentu puru jeu ch’è cadda, annunca nenti!
  • Chiamu a ‘nfermèra?
  • Si, si, cusì ‘nci spju si pozzu ‘mbiviri un pocu!
Ma il personale sanitario, per quanto gentile, ed in qualche caso addirittura affezionatosi al lungodegente, era giustamente irremovibile rispetto alle consegne ricevute: niente acqua. E poi, è tutto normale, in un quadro di quella gravità.
  • Fammi jasari, c’aju a ‘gghiri ‘o cessu!
  • Papà, ti misiru ‘u pannu, vai ‘ddocu chi poi chiamu ‘a ‘nfermera.
  • Veni ‘cca, jutimi, chi mi vogghiu jasari ammenzu ‘o lettu, ammenu!
E cominciava una manovra resa ardua dalla flebo, attaccata alla base del collo da quando era stato impossibile trovare una vena ancora fruibile nelle braccia, e soprattutto dalla forza minima che ormai riusciva a esprimere il paziente, minima solo fisicamente però, ché d’animo e con l’aiuto del figlio in qualche modo riusciva a sedersi, le gambe penzoloni di fianco al letto. Pochi secondi, però, il tempo di esprimere un “aa-ha” di soddisfazione, e la stanchezza gli suggeriva di chiedere al figlio l’avvio della manovra inversa:
  • Curcàmundi, ora, e durmimu un pocu! Non si stancu, tu?
  • Jeu no, ma tu si… eccu, accussì, dormi, ora.
E si sedeva sulla sdraio, cercando inutilmente di riconcentrarsi sul cruciverba. Ora le richieste di suo padre si facevano sempre più frequenti e con meno senso:
  • Cu si tu?
  • Papà, chi nc’è?
  • Nenti, durmimu! Durmimu…
E lo fissava coi suoi occhi di mare come faticasse a riconoscerlo, prima di far finta di cercare il sonno: sapeva che non era quello ad aspettarlo, e si sentiva troppo giovane, aveva troppe cose da fare per arrendersi. Due figli piccoli da crescere, tanto per cominciare, ed è già abbastanza. “Non ci pigghiàti ‘a casa ‘e figghioli”, una delle ultime frasi compiute che disse al figlio grande, che pure sapeva non navigasse certo nell'oro.
Adesso le chiamate si intervallavano di pochi minuti, spesso secondi. Ed alla pronta risposta del figlio replicavano solo con uno sguardo interrogativo, come non si rendesse conto di essere stato lui a chiamarlo, talvolta con un gesto di oscillazione delle due mani vicine verso l’alto, le cinque dita unite a carciofo, come a dire “chi vogliamo prendere in giro, ormai?”. La voce era sempre più flebile:
  • Cu si?
  • Cu sugnu, papà? vàrdami!
  • Ah, si tu...
  • Ti senti mali?
  • No.
Ma non lo guardava, mentre dava quest’ultima risposta, oppure lo guardava e rifaceva il gesto ironico di prima, ma più amaro. Poi lo richiamava, ma sempre più il figlio faticava a capire cosa bisbigliava, tenuto conto inoltre che parlava sempre meno e con sempre meno senso. Sembrava quasi quel vecchio scherzo goliardico che gli aveva insegnato da ragazzino e lui si era rivenduto coi compagni di scuola, con cui era diventato un tormentone: ti chiamo, mischio parole intellegibili ad altre farfugliate, e quando tu dici "eh?" ti rispondo "eh si!..." ironico e trionfante, come per dire "la sai lunga tu, sai bene quello che sto dicendo e fai finta di non capire..."
Ora però mostrava insofferenza, quasi rabbia verso il figlio che non capiva. Che solo poi avrebbe capito che suo padre forse voleva dirgli qualcosa di importante, prima di morire, ma la tossina glielo impediva. All'alba il torpore infatti lo vinse, ma il figlio pensò ancora che forse la notte insonne, forse la sicurezza della luce del giorno, lo avevano fatto finalmente addormentare. Di lì a poco le due donne sarebbero venute a dargli il cambio, ed avrebbe potuto dormire un po’ anche lui. E così fu: lo lasciò tra loro due in piedi ai lati opposti del letto, abbastanza cosciente da alzare la mano in segno di saluto ed accompagnarlo con lo sguardo alla porta. “Ndi virimu ‘cchiù tardu”, gli disse lasciandolo, ma tre ore dopo lo avrebbe ritrovato già in coma. Irreversibile, stavolta, secondo i medici.
Che però, appena rientrati in servizio, seppe appena tornato in ospedale, gli avevano ordinato di bere un litro d’acqua con dentro chissà che farmaco. In realtà, erano due mesi che procedevano a tentoni con terapie spesso in contraddizione l’una con l’altra. La scienza medica contemporanea è anche questo: quando qualcuno che non doveva sopravvivere a qualcosa invece sopravvive, smette di essere una persona e diventa un caso, qualcosa su cui non c’è letteratura e che quindi la letteratura la fa. “Poi non c’è da stupirsi del successo di quei ciarlatani delle cosiddette medicine alternative, almeno loro ti trattano come un unico sistema complesso chiamato essere umano, ti mantengono un’identità!”, pensò. Ma disse:
  • Ma comu, tutta ‘a notti mi ficiru mi ‘nci fazzu pinìari ‘u cori mi ‘nci bagnu ‘i mussa c’u ‘gghiacciu, p’amuri non mi ‘nci rugnu a ‘mbiviri, e poi ‘nci ressuru un litru r’acqua tutt’a ‘na vota?! E ora chi avi?
  • Nenti, è comu all’autra matina quandu ti chiamai, speriamu mi si ‘rrussigghia n’atra vota!
Ansimava come un mantice, gli occhi spalancati rivolti verso l’alto, la bocca spalancata e storta a deformare tutto il viso in una smorfia paradossa. Restarono tutt'e tre a guardarlo per un pezzo senza sedersi né fiatare (lo spettacolo sarebbe continuato per otto giorni e otto notti, ma ancora non lo sapevano), poi fratello e sorella si girarono contemporaneamente a guardarsi l’uno con l’altra, come avessero improvvisamente qualcosa da dirsi:
  • Pari ‘ddu quatru, comu si chiama?
  • Minchia! L’urlo di Munch, si chiama! Mannaja la miseria, com'è possibili? stavu pinsandu a stessa cosa!
  • Sì, chiddu è… si viri ch’è veru!
I medici tolsero loro subito ogni speranza, dicendo loro che se credevano, insomma… se poi moriva in ospedale… e quindi forse era meglio portarselo a casa. Ma un po’ perché quella stanza era una specie di campo neutro tra le due famiglie del morituro, un po’ perché come si dice la speranza è sempre l’ultima a morire, decisero di non spostarlo, e di restare lì, sempre, tutti e tre, salvo particolari e momentanee esigenze di uno a turno. E siccome il tempo deve pur sempre passare, e siccome poi ci si abitua presto veramente a tutto, fratello e sorella a un certo punto tirarono fuori chissà come le carte da scala quaranta e si misero a giocare una serie di partite, in un certo modo anche così onorando chi aveva loro insegnato quel gioco tra le altre esperienze di un’infanzia in cui era sempre stato un padre molto presente. Alzavano lo sguardo solo quando la colonna sonora ritmica dell’ansimare paterno subiva qualche variazione, per poi riprendere nella sua angosciante monotonia. I pochi momenti in cui era la sorella a staccare per riposarsi un po’, lui li affrontava con il solito cruciverba. Così fu anche l’ottava notte, quando tutti si erano convinti che la situazione fosse finita in una fase di stallo. Invece a un certo punto gli parse che un respiro tardasse un po’, e alzò gli occhi dalla rivista. Guardò il padre, che aveva ripreso il suo ritmo, e si disse di no, che si era sbagliato. Ma il respiro inciampò di nuovo, stavolta più nettamente. Incrociò il suo sguardo con quello della moglie, che un istante dopo corse a chiamare i sanitari, lasciandolo solo.
Fissò il padre, che lottava disperatamente per continuare a respirare, come se fosse tutto concentrato sempre solo sul prossimo respiro, che arrivava dopo qualche secondo, strappato chissà come dalle viscere. In tutti quei giorni gli avevano detto che il comatoso non era cosciente, e sono quelle cose che per consolarti ci credi, ma ogni tanto lo aveva colto l’impressione che lui invece capisse qualcosa, che magari avesse perduto il senso del tempo, ma non nel profondo la coscienza di esserci e doversi impegnare per farcela. Così all'inizio gli avevano pure attaccato alle orecchie una cuffia con la sua musica preferita, hai visto mai le cazzate che raccontano i rotocalchi si fondassero su rari fatti veri! E una volta addirittura gli aveva preso la mano e con le lacrime agli occhi aveva cominciato a parlargli:
  • Papà, basta, ora! U tò doveri ‘u facisti, jeu sugnu ‘cca, riposati!
Ma ora la scena era un’altra, e il suo personaggio doveva solo stare zitto, e guardare suo padre morire. Telefonò alla sorella, che chiamò lo zio, ed entrambi si precipitarono, ma lo zio a differenza di sua moglie ad entrare in stanza non ci riuscì proprio. Non vide, quindi, come morì suo fratello grande: sotto gli occhi lucidi di sua moglie, e tra le mani dei figli grandi e della seconda moglie di lui - le donne più intime gli avevano preso una mano ciascuna, l’uomo per terra accanto al letto gli toccava una gamba: a differenza delle due donne, lui non aveva mai visto morire qualcuno, ed aveva quindi di quei momenti solo una fuorviante esperienza cinematografica.
Dopo gli spiegarono che non è sempre così, che suo padre ha fatto tanta fatica perché aveva ancora un cuore giovane e forte, difficile da fermare. Ma in diretta lui non vide il classico ultimo respiro, come si sarebbe aspettato dal momento che tra un atto respiratorio e l’altro passava sempre più tempo. Sua sorella teneva il polso al padre, ed ogni volta diceva “il cuore ha pulsato, ora arriva un altro respiro”, ma come faceva a saperlo? E ogni volta, dopo un intervallo che pareva un’eternità, il respiro strappava altro tempo all'eternità. Poi il moribondo tutto d’un colpo prese un bel fiato, sollevò di scatto il collo dal cuscino, sgranò gli occhi chiari (e vide qualcosa, o almeno così a lui sembrò in quel momento), tossì violentemente, accompagnando il tutto con una smorfia di schifo, un “chrrr” come di chi ha bevuto qualcosa di amarissimo, e ricadde sul letto. La sorella accompagnò quel frangente con un “bravo, sputala ‘sta vita, che fa schifo”, poi disse “ha finito”. Mentre la moglie si rifugiava piangendo tra le braccia di sua cognata, il figlio fu preso da una serie non lunga ma incontrollabile di singhiozzi e fremiti, che lo incollarono a terra, poi alzò gli occhi verso la sorella e le disse:
  • Quandu moru jeu, vogghiu mi ‘nci si tu, 'i latu ‘i mìa!
La notte a vegliare il cadavere nella camera ardente dell’ospedale passò presto, o così parve ai due per contrasto con le ultime notti. La moglie era giustamente tornata accanto ai suoi figli, che però portò a vedere il padre defunto la mattina seguente. Lui li incrociò, e diede loro un fugace bacio, il primo e forse l’ultimo contatto in senso stretto con i fratelli, di una vita quasi blindatamente separata per rispetto alla volontà di sua madre, che aveva preteso ed ottenuto questa insana forma di risarcimento morale a quello che riteneva ancora una sorta di abbandono del tetto coniugale. Era una donna complessa, sua madre, in lei convivevano elementi di estrema modernità e arcaici sistemi di valori. Ma a modo suo aveva sempre amato il marito, anche quando litigavano di continuo, anche dopo le corna e la separazione, solo che quella sua forma di schizofrenia culturale le aveva impedito di trovare una soluzione coerente alla crisi coniugale: la reazione tipicamente veteromeridionale di accettare ignorandoli gli ultimi tradimenti di un marito cinquantenne sarebbe stata una soluzione tanto quanto quella postmoderna di accettare serenamente la separazione, con esiti opposti ma alla lunga ugualmente soddisfacenti per tutti. Invece si era arroccata in quell'ostracismo difeso strenuamente anche quando oramai era annoso, e che ora le si ritorceva contro, come appariva chiaro guardandola tormentarsi in lacrime sul divano:
  • Pirchì non pozzu vèniri ‘o funerali?
  • O mà, chi cazzu i dumandi fai? N’o facisti veniri ‘o matrimoniu ‘i so figghia, chi all’altari ll’eppi a ‘ccumpagnari jeu comu a n’orfana, e ora cu iddu mortu tu ‘ddha chi ‘nci rrappresenti? Statti ‘ddocu, e pensa ‘e to’ errori!
Non avrebbe dovuto trattarla così, ma era duro quanto sconvolto. Era tempo di disporre l’animo ad affrontare quel supplizio che sono i funerali meridionali, con dentro, ora, tra le altre cose, non più solo il pensiero dell’irreparabilità delle cose perdute, ma anche la consapevolezza che quel pensiero ci dà sempre tanto maggiore angoscia quanto siamo, o crediamo di essere, causa della perdita.
Baciò decine, forse centinaia, di conosciuti e sconosciuti, nonostante fosse riuscito a imporre la decisione di non ottemperare alla lugubre usanza terrona dei manifesti se non "a tumulazione avvenuta", un bagno di folla misura di quanto il morto era diffusamente voluto bene in città, di cui però lui non ricorda e non ricorderà mai nessun dettaglio.
Non so chi ha detto che i ricordi non sono in realtà che ricostruzioni del vissuto che ci raccontiamo, che si sedimentano nel tempo fino a che quello che ripetiamo è la storia che abbiamo ricostruito, che però con quanto abbiamo vissuto ha ormai solo al massimo qualche punto di contatto. Deve essere vero, se uno riesce a raccontare certe cose con certi dettagli qualcosa come diciannove anni dopo...

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