INTERLUDIO - ESTRO 1>8

Ed eccoci arrivati a completare, con il lungo e articolato cappello finale, la pubblicazione di Chi c'è c'è . Chi ha seguito il tutto, sa già che avevo dei racconti pronti, ma il premio letterario a cui ero stato spinto a partecipare era per un'opera unitaria, per cui mi trovai a dovermi inventare in fretta un racconto che potesse racchiudere gli altri, non trovando di meglio di un'astronave con 21 membri di equipaggio in animazione sospesa (si, lo so, vedevo troppa fantascienza) contattati telepaticamente da un extraterrestre, precisamente il mozzo di un cargo spedito a bordo della nave terrestre dal capitano un po' vile della nave aliena che la aveva intercettata, nave terrestre che poi era in pratica un estremo tentativo della razza umana di propagare se stessa altrove nello spazio e nel tempo dopo aver distrutto il proprio pianeta (si lo so, ero troppo ecologista, come tanti ai tempi). Finiti i racconti, restava il problema di come chiudere il contenitore, e anche qui non trovai di meglio che una sorta di ipertesto ante-litteram, un esercizio di stile anch'esso senza pretese di originalità: otto finali diversi, di cui uno peraltro obliquamente ed "alienogeneticamente" profetico, tra cui il lettore potesse scegliere liberamente.
E ora spero proprio di tornare a parlarvi di narrativa all'uscita di Sushi Marina, la mia seconda fatica letteraria (non volendo considerare tale Le ricette di Nonna Carmela) e prima vera storia intera. Ho quasi 55 anni, direi che è il tempo giusto.

INTERLUDIO 2

Si, mi sarebbe piaciuto chiudere tutto con il grido di battaglia di Che Guevara. Ma da una parte mi sembrava troppo ruffiano, dall'altra ho lasciato troppi fili sciolti fra intro 1 e 2, interludio 1, e racconti vari. Ad esempio: che fine ha fatto l’alieno telepate? Lo hanno salvato, o è morto di fame e sete? Ha svegliato i terrestri? Ha denunciato il suo capitano? Eccetera eccetera…
La realtà è che, a me personalmente, non me ne frega niente. Ragion per cui, dopo molta titubanza, ho deciso di ricorrere ad uno stratagemma abusatissimo, da ultimo da Stefano Benni in uno dei più riusciti racconti di “Bar Sport Duemila”, quello di lasciare il finale aperto, a discrezione del lettore.
Ho deciso perciò di chiamare questi possibili finali con una radice che richiami impropriamente l’inizio, e propriamente la qualità cui ci si deve affidare da qui in poi.

ESTRO 1

L’indiana suggerisce al Secondo come procurarsi da mangiare, ma questi, una volta ingerito il cibo terrestre, muore avvelenato, o per la sua scarsa qualità e/o cattiva conservazione, o per la sua propria incompatibilità organica. Il Capitano allora, venutolo a cercare e trovatolo morto, si persuade definitivamente dell’esistenza di un virus misterioso a bordo dell’astronave terrestre, ed in preda al panico scappa sulla sua nave e, prima di mettersi in decontaminazione, traccia una rotta qualsiasi e disintegra il relitto terrestre, convinto di essere un eroe.

ESTRO 2

Il cibo fa schifo, e non potrebbe essere diversamente, ma il geestre lo trova buonissimo. L’indiana riesce a svegliarsi, e i due, subitaneamente innamorati, cominciano a copulare selvaggiamente, scoprendo un’inaspettata quanto piacevole compatibilità biomeccanica: i geestri, infatti, sono un po’ più piccoletti di noi, ma oltre a essere ben dotati (per la famosa regola cosmica della “L”) hanno un piccolo organo erettile supplementare dietro lo scroto, che usano per agganciare per via anale la loro partner. L’indiana pare aver gradito molto: i due si sposeranno entro l’anno, ma si ignora se fra le due razze ci sia anche compatibilità genetica. In altre parole, non si sa se dall’accoppiamento verrà fuori qualcosa di vivo, e, se si, che bestia sarà.

ESTRO 3

I due, combinando anche le loro non elevatissime intelligenze, riescono ad attivare il computer centrale dell’astronave terrestre, a risvegliare gli altri, e a contattare la nave raccoglirifiuti. Il capitano Fulvio, per fortuna, pensa che ci sia abbastanza gloria per tutti, e chiama le autorità politiche, scientifiche, e soprattutto massmediologiche del suo pianeta, che arrivano per rotte subspaziali in poche ore. I due diventano ricchi e famosi, e i terrestri, scoperto che gli omosessuali sono in realtà tre, e che quindi fatti i conti restano in sei maschi e dodici femmine, siccome fra l’altro i geestri suscitano l’invidia degli uomini e l’orrore (misto ad inconfessabile attrazione) delle donne, ottenuto un territorio da colonizzare, si inventano una religione per cui sono vietati i matrimoni interrazziali e ad ogni uomo spettano due donne, senza tenere conto dei problemi che ciò comporterà alle generazioni future, così dimostrando una volta di più che il lupo perde il pelo ma non il vizio.

ESTRO 4

Il capitano Fulvio, purtroppo, una volta messo al corrente di tutto, mette in atto il suo diabolico piano: si inserisce nelle coordinate del trasmettitore del Secondo (non chiedetemi come, non so che cazzo sto dicendo), e fa rapporto a Gea prendendosi tutti i meriti, poi richiama a bordo il fesso, lo uccide simulando un incidente, mette su una scena vomitevole di finta disperazione per i terrestri e gli scienziati geestri e... viene incastrato dall'indiana, che come noi sappiamo aveva intuito tutto, non appena questi ultimi riescono a tarare i traduttori interstellari.
Passerà il resto dei suoi giorni in una nuovissima colonia penale, un pianetino quasi spopolato, bello ma ostile, che da Gea si vede benissimo (è rossastro misterioso e affascinante), ma solo dall’emisfero australe. I terrestri hanno suggerito di ribattezzarla Port Cook, o Sidney.

ESTRO 5

Comunque vada a finire tra i due spazzini spaziali, i terrestri vengono svegliati dagli scienziati geestri, ma non appena entrano in contatto con l’atmosfera di Gea, con cui pure era stata verificata la compatibilità, muoiono ad uno ad uno per un comunissimo batterio, innocuo per gli indigeni.

ESTRO 6

Il batterio comunissimo lo espirano loro, e uccide in un’epidemia epica tutti i geestri, lasciando ai terrestri un pianeta da ripopolare.
Allora fondano una religione basata sull'amore libero e la procreazione incontrollata, che per qualche tempo andrà benone. Poi ci sarà, ovviamente, il diluvio universale.

ESTRO 7

Gea non era altro che la terra millenni dopo, e i suoi abitanti erano i discendenti dei superstiti l’olocausto. Eh si, la guerra nucleare totale c’era stata davvero, ma i nativi oramai ne conservavano un ricordo mitico.
La cosa viene scoperta casualmente: durante una partita a pallone in spiaggia (il regista era Salvatores) uno inciampa in un sasso che non è un sasso, ma è qualcosa di metallico, e scava scava si scopre che è la punta della fiaccola della statua della Libertà (l’attore principale era Charlton Heston). Vengono indetti quaranta giorni di feste e balli per i padri prodighi, e ovviamente questi ultimi ne approfittano per prendere il potere.
Diamogli un secolo o due, e in poche generazioni riporteranno la Terra allo stato in cui l’avevano lasciata. Uno stato pietoso, cioè. Anzi, no: stavolta faranno peggio. La ridurranno allo stato liquido, o facciamo gassoso, va’…ma si, colloidale! Un gigantesco albume, una pozzanghera di sfaccimma. Una vera schifezza, insomma.

ESTRO 8 - QUI MADRE TERRA

E’ vera la quiete di questo posto e non annuncia nessuna tempesta, ora tutto tace e il mio respiro non mi stordisce più, mentre poco fa era il solo compagno di viaggio in questo mio ultimo cammino stanco.
Sono seduta in cima alla montagna, sotto la croce, vecchio e ferroso testimone di un’antica religione. Da qui vedo i tetti delle case, piccole scatole colorate in quel mare verde di sotto che è la mia collina. Questa è la mia terra. Sono nata e cresciuta qui, ed oggi, come quando ero bambina e soffrivo un po’ o non capivo, mi sono rifugiata sotto la croce.
Brillano di meno i miei occhi, certo, ma le mie mani sono ancora quelle di una bambina, e mia madre forse aveva ragione quando guardandole mi diceva: “Non sarai mai una donna vera, guarda che mani piccole che hai!”
Oggi ho trent’anni e sono corsa qui perché è uno degli ultimi posti al mondo dove il famigerato “progresso” non ha toccato niente, e c’è come un confine netto oltre la collina laddove comincia il mondo del ventunesimo secolo, e dove questo finisce .
Ad esempio, oggi fa caldo, ed io sto a piedi nudi; oltre il confine non sanno cosa si prova a camminare a piedi nudi: c’è una legge che obbliga l’uso delle scarpe, per una questione di sicurezza, come per le cinture in auto! Io invece sono qui, scalza, e ripenso al mio passato, come fanno tutti quelli che hanno appena perso o trovato qualcosa .
Io qualcosa ho trovato e qualcosa ho perso e sono qui a pensarci, a pensare a me e al mio futuro. Avevo un uomo. Ne ho avuti tanti, ma nessuno come lui. Prima, con gli altri, quando finiva mi buttavo per giorni sul letto a guardare il soffitto chiedendomi dove avessi sbagliato, decidendo così di mascherare il mio mal di vivere sotto uno strato massiccio di falso dolore. Adesso, invece, tutto questo! Il sole e il profumo dell’erba alle sei del mattino, ed io qui a pensare a quante volte non ho avuto il coraggio, a quante volte ho amato chi mi disprezzava, a quanti ho ferito volutamente in nome di un amore mai ricevuto, di un calore che a volte ancora mi manca.
Ho combattuto per anni, per distruggere quello che non andava in me e nel mio prossimo pur amandolo troppo spesso più di me stessa, così disobbedendo per eccesso ad un comandamento antico! Ho bruciato energie senza mai costruire, prima, …e poi è arrivato l’amore, quello vero, quello che sta andando via.
Sono salita quassù perché sono vicina al cielo, che anche se c’è qualche  nuvola da qui è ancora blu, e non viola come il cielo del territorio oltre il confine, laggiù. E’ da qui che vedrò mandare in orbita quella nave. E il mio uomo è lassù: uno dei pochi, cavie o eletti, che partecipano a quel folle programma.
Egoisticamente, come è giusto, non volevo che partisse e mi lasciasse qui. Ho pure partecipato alla preselezioni, ma la prova preliminare era veramente troppo difficile per me. Non per lui, purtroppo. Ho sperato fino all’ultimo che fosse escluso per qualche motivo, ma invece, come sempre succede in questi casi, è stato prescelto. Si, ma per cosa? Ho sentito dire che l’invenzione dei propulsori per viaggi interstellari è un bluff, come pure la storia dell’animazione sospesa, per dare l’illusione a noi che restiamo che qualcuno qualcosa ha fatto, per salvare la nostra genia, e invece su quel razzo non c’è nessuno. Davvero non si sa a chi credere. Forse li hanno già uccisi, e conservati a pezzetti in qualche banca degli organi. Comunque, per me non cambia niente: la realtà è che sono rimasta sola, e forse non mi rimane altro da fare che pensare a me e a tutto quello a cui fino a poco tempo fa pensavamo in due; all'unica cosa che lui ha desiderato veramente!
Ne abbiamo parlato per anni, immaginando i suoi colori, i suoni, il profumo, le sue dimensioni, ed ora finalmente... il grande sogno, un desiderio nascosto. Mai svelato troppo arditamente l’un l’altro quello che pensavamo, quello che sognavamo: era un segreto nascosto, un tesoro ben seppellito sotto strati di tenerezza, chiuso dentro dall'ansia e dal pudore dei nostri reciproci imbarazzi. Temevo che mi leggesse negli occhi, o nella mente, la voglia di scoprirlo un giorno ubriaco d’amore.
Gli strappavo i vestiti, lo facevo spesso! Lui faceva finta di non capire che avrei voluto strappargli anche l’anima e farla mia. Mi amava infatti, ma come si ama una donna con i seni grandi. Una così è madre, amica e amante. Sogna, ride, e riempie tutti i giorni. Fa l’amore come nessun’altra, ma non acceca anche se brilla di luce propria, e non brucia pur essendo fuoco. La verità è che non può avvicinarsi a chi ha paura anche del ghiaccio! Eppure qualcosa di unico ci teneva uniti e qualcosa di noi continuerà ad esistere.
Sono qui, a piedi nudi, in cima alla montagna, e ora fa freddo; vedo una scia di luce fortissima che squarcia la cupa atmosfera del “cielo viola” laggiù.
Quella è la nave, lui è lì. Ed io sono ferma ad aspettare che si smorzino le fiamme dei razzi, o che io non le veda più, ormai troppo lontane. Il mio uomo farà rotta per chissà dove, ed io resterò qui. Accarezzo i miei seni, ancora più grandi del solito, e con le mie mani piccole, ma finalmente da donna, scendo a toccarmi il ventre. Fra pochi mesi nascerà Gea.
Lui non lo sa, non lo saprà mai. Sarà nostra figlia, quella tanto desiderata, il nostro sogno, il segreto nascosto: sarà figlia di una donna dalla mentalità ancestrale, estasiata dalle stelle immerse nel blu romantico del cielo, e di un uomo che è in rotta per un futuro che non conosce, per cercare una nuova vita. Per trovare, forse, un’altra Gea.

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