mercoledì 9 giugno 2021

YOSS 4: IL RESPIRO DEL FARAONE

Il mondo del self-publishing è ormai talmente variegato che è facile scoprire una piattaforma (Bookabook) che prima non conoscevi. In questo caso è grazie alla pubblicazione da parte di un affine (sia evidentemente nel gusto di scrivere libri che nel senso di parente acquisito) del romanzo che vi segnalo, con un post che inserisco nella rubrica YOSS (che ricordo è l'acronimo inglese di "i tuoi racconti", che continuo a invitarvi a mandarmi specie se del tutto inediti) mostrandovene uno stralcio, quello stesso inserito dall'autore nella piattaforma di cui sopra.

La (gradita) novità di questo modello è che unisce i pregi dell'autopubblicazione con quelli del crowdfunding, costituendo così una valida alternativa all'editoria a pagamento, autentica piaga denunciata in quanto tale già da Umberto Eco nel suo "pendolo" e poi in una arcinota risposta a una lettera di un aspirante scrittore, purtroppo tardi per il sottoscritto che ci incappò da giovane (per avere già allora il vizio di leggere i bestseller solo se continuano ad incuriosirmi anche anni dopo il lancio di ovvio successo). A mia parziale attenuante, invoco il fatto che fui irretito da un premio letterario pubblicizzato addirittura in prima pagina da Repubblica, partecipando al quale fui contattato da un editore fiorentino che mi propose la pubblicazione del mio Chi c'è c'è in cambio del preacquisto di 200 copie (che è vero prevendetti in parola agli amici e a i parenti, sconzandoli tutti, ma i soldi li dovetti prendere in prestito con la garanzia di papà) su 1200 di tiratura, che poi stai a vedere se fu realizzata tutta, fattostà che dopo un paio di anni l'editore mi contattò come da copione proponendomi, in cambio dei proventi della vendita di mille copie, la spedizione delle 200 restanti che altrimenti andavano al macero (e mi è andata bene, di solito ti chiedono altri soldi), e so figli tuoi non lo puoi consentire. Per questa ragione, quando decenni dopo ho avuto l'occasione di scrivere un altro libro, Sushi marina, ho giurato che se mi proponevano una cosa del genere l'avrei lasciato inedito o al massimo pubblicato da me, e con questa riserva mentale ho cercato un editore della mia città d'origine, di cui il libro parla e nel cui dialetto è parzialmente scritto, magari piccolo ma che si accollasse il rischio d'impresa. Non pensavo di trovarlo invece si, e non so ancora come finirà, ma se sapevo da prima che avrebbe venduto poco, invece non potevo immaginare che pochi giorni dopo la presentazione sarebbe arrivata la cosiddetta pandemia, a congelare ogni altra iniziativa promozionale, e soprattutto a rendere superata la trama (che racconta di due ragazzi che aprono un ristorante: oggi suona fantascientifico).

La strada intrapresa da Marco Palumbo è come vi dicevo un'altra, innovativa: a questo indirizzo è possibile preordinare una copia de Il respiro del faraone, cartacea anche senza costi di spedizione o e-book, ma l'edizione parte solo al raggiungimento dell'obiettivo (immagino calcolato sulla base del punto di pareggio tra costi e ricavi) di 200 copie. Io ho aderito, e vi invito a fare altrettanto, magari dopo aver letto, come vi ho preannunciato, un estratto che vi invogli...

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Capitolo 1: Jonathan e Jada

Il ticchettio di un orologio a pendolo segnava inesorabile lo scorrere del tempo, echeggiando all’interno di una fredda soffitta dove raramente qualcuno faceva visita. Un pomeriggio Jonathan, un fanciullo di appena 13 anni, mentre rovistava in una vecchia panca all’interno di quella soffitta trovò tra i vari ricordi della sua famiglia (che aveva perso quando aveva appena 8 anni) vari manufatti, tra cui un papiro scoperto tanti anni prima da suo padre, un archeologo a cui piaceva non stare dietro una cattedra, ma vivere l’esperienza sul campo.

Jonathan viveva con i suoi zii in una periferia dello stato della California. Non era facile per Jonathan tenere in mano quel reperto, come vedere tanti quadretti con fotografie della sua famiglia quando era piccolo. Alla sua tenera età Jonathan, non avrebbe mai pensato che avrebbe seguito le orme di suo padre, anche se gli zii non avevano dubbi, visto lo spirito di osservazione e la curiosità che lo contraddistingueva. Laureatosi in letteratura antica, si specializzò in archeologia e antropologia. Cosa c’era di tanto misterioso in quel papiro tenuto nascosto per tanti anni e custodito con tanta cura da Jonathan? Fin quando non fu in grado di tradurre quei segni, quei simboli, quei geroglifici che tanto lo avevano affascinato non ne fece parola con nessuno.

Il papiro in oggetto, citava: “In un certo anno… del terzo mese d’Inverno, nella sesta ora del giorno… gli scribi della Casa della Vita videro un cerchio di fuoco che arrivava dal cielo… Il suo corpo era lungo e largo una pertica (5 metri). Era silenzioso, gli scribi si spaventarono a causa di esso; poi si buttarono a terra a faccia in giù … Si recarono dal Faraone… per riferire la notizia. Sua Maestà ordinò che tutto ciò fosse scritto nei rotoli di papiro, sua Maestà stava riflettendo su ciò che succedeva. Dopo che furono passati alcuni giorni, queste cose diventarono più che mai numerose nei cieli. Brillavano nel cielo più del Sole e si estendevano nei quattro lati del cielo. L’esercito del Faraone stava a guardare, con lui in mezzo. Improvvisamente, i cerchi di fuoco, salirono in alto verso sud… il Faraone fece bruciare l’incenso perché ci fosse pace in Terra. Ciò che accadde fu segnalato negli annali della Casa della Vita… in modo che fosse ricordato per sempre”.

Jonathan, rileggendo una sera quella pergamena, si recò da un suo collega a cena e, nel parlare del più e del meno, il discorso si spostò sul loro lavoro. Jonathan non perse occasione per parlargli di una sua teoria. Secondo lui una civiltà aliena scese sul nostro pianeta millenni fa, istruendo alcune delle civiltà che misteriosamente progredirono nella loro sapienza oltre lo specifico periodo della loro era. Thomas, una persona molto rigida e attaccata ai canoni scientifici, rimase un po’ perplesso, non aveva mai sentito tante “anomalie” messe insieme, ma, senza scomporsi gli promise che ne avrebbe parlato con sua moglie Anna, un’astronoma del monte Palomar, in California, dove vivevano anch’essi.

Una sera, mentre Jonathan era disteso sul suo letto, uno squillo di telefono lo fece sobbalzare, assorto nei suoi pensieri. Era Thomas, che aveva parlato con sua moglie, la quale, se pur anch’essa un po’ perplessa per tali teorie, gli confermò che aveva sentito parlare di qualcosa del genere: sapeva che alcune civiltà possedevano conoscenze astronomiche fuori dal comune.

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